Archivio per luglio 2011

La Crisi del Debito Europea e la Teoria Economica

12 luglio 2011

Articolo di Kel Kelly

Per tutto l’anno scorso, i problemi del debito europeo sono stati considerati come una minaccia sia per l’euro sia per l’economia americana, tra le altre cose.

Mentre molte affermazioni corrette sono state fatte riguardo l’impatto potenziale di un’implosione del debito europeo, ce ne sono state anche altre pensate male.

E’ spesso la teoria dell’economia fallace che porta a conclusioni fallaci.

Questo articolo rivisita la teoria economica — da una prospettiva di libero mercato — così come si rapporta alle attuali sfide monetarie europee.

Il Declino dell’Euro?

La causa della crisi del debito europea, nella sua più semplice forma, è stata la massiccia spesa da parte dei governi europei (principalmente quelli meridionali) durante l’ultimo decennio e specialmente dopo la crisi finanziaria del 2008.

La BCE (Banca Centrale Europea) ha permesso artificialmente bassi rischi al premio sui tassi d’interesse del debito dei governi facenti parte dei cosidetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna).

E questi tassi artificialmente bassi hanno facilitato ed incoraggiato la spesa massiccia.
La consapevolezza delle conseguenze della spesa massiccia fu causata dalla crescita economica ridotta e dalle successive entrate tributarie ridotte, che erano meno della quantità necessaria per le spese ed il pagamento dei debiti.

Per maggiori dettagli dello sviluppo della crisi, vedi gli articoli di Philipp Bagus Il Salvataggio della Grecia e la Fine dell’Euro e L’Assoggettamento Irlandese.
Una delle prime preoccupazioni ventilate all’inizio della crisi del debito — una preoccupazione che fu veicolata dagli operatori di cambio estero — fu che se i governi dei PIIGS fossero crollati per i loro debiti, il valore dell’euro sarebbe crollato.

Ma questa è un’affermazione illogica: di per sé l’euro sarebbe salito, non sceso, di fronte ad un default di governo.
Come prima cosa, deve essere compreso che, nel caso di un default, ci sono due possibili scenari monetari:

  1. deflazione monetaria dovuta ad una diminuzione nell’offerta di denaro, nel caso in cui nessun intervento del governo avesse luogo; e
  2. inflazione monetaria dell’offerta di denaro nel caso in cui l’intervento avesse avuto luogo.

Entrambe le ipotesi saranno spiegate qui sotto.

Deflazione Monetaria

Se uno o più governi fossero falliti le banche dell’Europa settentrionale, che erano investitori su larga scala nei debiti dei governi, avrebbero avuto perdite massicce di prestiti e capitale.

Il risultato per queste perdite sarebbe stato il fallimento delle banche, il ritiro dei notevoli prestiti o entrambe le cose, invertendo di conseguenza il processo di moltiplicazione del denaro e causando un declino nell’offerta di denaro.

L’offerta di denaro in caduta — deflazione — renderebbe l’euro più, non meno, di valore.
Tuttavia una minaccia più realistica all’euro è che alcuni governi se ne potrebbero sbarazzare e ritornare alla loro valuta interna.

Alimentati da una (prudente) ristretta creazione di denaro imposta su di loro dalla BCE, i governi indebitati potrebbero volere essere capaci di stampare la loro via di fuga dai loro problemi.

Ma anche se uno o più paesi uscissero dall’euro a favore delle loro stesse valute, l’euro potrebbe ancora essere protetto dalla BCE.
Questo perchè la BCE potrebbe scambiare una precedente vecchia valuta di un paese per l’euro, aggiustando di conseguenza l’offerta monetaria dell’euro cosicché il volume di euro nei restanti paesi possa rimanere lo stesso.

Questa operazione non altererebbe la quantità di denaro nell’economia; scambierebbe semplicemente un tipo di moneta per un’altra, mantenendo in generale il potere d’acquisto costante (non conosco l’esatto processo con cui ciò sarebbe fatto, ma uno scambio da una valuta originaria all’euro ha avuto luogo nel 2002, così uno scambio dall’euro alla vecchia valuta potrebbe sicuramente avere luogo di nuovo).
Anche se l’offerta di denaro fosse influenzata, la banca centrale potrebbe impegnarsi in varie misure di “sterilizzazione” per controllare il supplemento nell’offerta di denaro, incluso un ristretto accesso delle banche alla discount window (lo strumento di politica monetaria che permette a determinate istituzioni di prendere a prestito dalla banca centrale, ndt), aggiustare i requisiti di riserva o il collocamento dei depositi del governo, partecipare ad operazioni di mercato aperto ed usare un modello di variazioni dei tassi di cambio.

Ognuno di questi strumenti, tuttavia, può avere conseguenze indesiderate.

Inflazione Monetaria

Ma invece dell’opzione secondo cui i singoli governi possano ritornare a stampare la loro via d’uscita dai problemi, la BCE stessa ha deciso di compiere questo lavoro e continuerà a farlo (questo è il secondo caso oltre quello di sopra).

Perchè? Perchè i governi europei non permetteranno che si affrontino le conseguenze politiche di un collasso bancario ed i successivi problemi economici che una deflazione del debito causerebbe.

Invece ritarderanno, come tutti i politici fanno, il giorno della comprensione e lasceranno che i futuri politici si occupino di una crisi economica ancora più ampia come il risultato del mettere solamente un cerotto agli attuali problemi.

I politici salvano i loro attuali posti lasciando che i contribuenti ed i futuri politici soffrano di più grandi problemi lungo la strada.
Forse è stata proprio la visione della futura inflazione e della valuta in declino che avevano in mente gli operatori di cambio estero mentre abbattevano il valore dell’euro la scorsa primavera.
I difensori della stampa di denaro e dell’aumento di tasse e debito — per la bellezza di più di un trilione di dollari — sul contribuente europeo (settentrionale) in modo da prevenire le predite delle banche, chiamano queste mosse “salvataggio dell’euro”.

Ma poche persone chiedono, Perchè l’euro vale un simile prezzo da pagare?
Con più alti prezzi e più bassi standard di vita che comporta il “salvataggio dell’euro”, tutti gli europei — eccetto i banchieri ed i politici — starebbero meglio se si sbarazzassero dell’euro e se tornassero ad una valuta “meno costosa”.

Come minimo i singoli paesi dovrebbero decidere se volessero forzare i propri cittadini a soffrire per le conseguenze della stampa di denaro e degli eccessivi prestiti.

Sotto l’attuale scenario, i cittadini tedeschi ed i francesi (per la maggior parte) devono pagare per conto dei dissoluti portoghesi, irlandesi, italiani, greci e spagnoli.
La classica speranza dei funzionari del governo, se riescono ad eludere il default, è di allontanarsi dai loro debiti nazionali.

Ma anche questa idea è fraintesa.

Parlare di allontanarsi è basato sul fatto che:

  1. il debito nazionale di solito è visto come una percentuale del PIL; e
  2. più basso è il rapporto debito-PIL (ed il corrispondente livello di entrate tributarie del PIL), più facile sarà per il governo finanziare il debito.

Basandosi su questi fatti, i governi sanno che se il PIL sale mentre il debito rimane lo stesso o cresce più lentamente: più basso sarà il rapporto debito-PIL, meglio il governo tornerà in forma.
Ma come può essere che una economia in crescita — definita come la produzione di maggiori beni e servizi — aiuti a ridurre il debito del governo? Come fa l’esistenza di maggiori beni fisici ad aiutare il governo a ripagare i suoi creditori? Sostanzialmente non può.
Un aumento nel PIL (anche “reale”) non rappresenta la quantità con cui i beni fisici sono aumentati: il PIL è primariamente una funzione dell’inflazione e sale solo con l’espansione monetaria.

La produzione fisica non può essere misurata in termini di denaro, perchè il valore del denaro non è statico, anche dopo gli aggiustamenti per gli aumenti del CPI (indice dei prezzi al consumo, ndt).
Inoltre quello che accade realmente quando il governo ha un’economia “che si allontana dal debito”, è che il governo sta stampando più denaro e sta spingendo su i prezzi dei beni finali (ovvero, il PIL) facendo in modo che la banca centrale compri il debito del governo ed espanda il credito bancario — ed a volte permette che l’offerta monetaria aumenti e la valuta cali.

Il PIL sale; il debito come una percentuale del PIL cala.
Questa stampa di denaro permette al governo di:

  1. fare in modo che la banca centrale monetizzi il suo debito;
  2. redistribuire il potere d’acquisto dai risparmiatori al governo; e
  3. ridurre il valore del debito, che è ampiamente calcolato in dollari.

In altre parole riduce il proprio carico di debito facendo in modo che paghino i cittadini.

L’Effetto sugli Stati Uniti

Gli europei non sono i soli preoccupati su come la crisi del debito influenzerà le loro economie; lo sono anche gli americani.

Alcune discussioni su come i problemi dell’Europa influenzeranno gli Stati Uniti sono corrette, altre invece no.

Questa sezione valuterà alcune delle più comuni previsioni degli effetti di queste cause economiche.
Dennis P. Lockhart, presidente ed amministratore delegato della Federal Reserve di Atlanta, in un discorso lo scorso anno ha esposto molto sulla questione relativa alla crisi dell’euro e su come potrebbe influenzare la crescita americana.

Ha citato tre fattori primari.

Il primo è che, a causa della debole crescita, la domanda europea per le esportazioni americane potrebbe crollare.

Questa è un’affermazione vera, ma l’effetto in generale di uno “shock commerciale” sarebbe minimo, se non del tutto positivo.

Questo perchè se gli americani manderanno meno beni all’Europa, ne avranno di più per loro rendendo i prezzi interni più bassi.

In più se la domanda si indebolisce in Europa e specialmente se è diminuita attraverso un’offera di denaro in calo e prezzi in calo, restando tutto il resto uguale, le cose costeranno meno in Europa.

Ciò permetterebbe agli americani di comprare più beni a prezzi più bassi, aiutando così lo stato della loro economia. [1]
Il secondo effetto della crisi dell’euro citato da Lockhart è connesso al primo: che l’avvicendamento di valuta rifugio dall’euro al dollaro possa aumentare il valore del dollaro e danneggiare la competitività nelle esportazioni.

Anche qui gli esportatori potrebbero essere danneggiati, ma gli importatori, inclusi tutti i comsumatori, guadagnerebbero.

Oltretutto la crescita economica non viene dallo spedire più beni fuori dal paese; deriva dall’avere più beni all’interno del paese.

Una quantità crescente di beni fisici, non un PIL in crescita, è l’essenza della crescita economica.
In più gli scambi di capitale verso gli Stati Uniti che si originerebbero dal risk aversion in Europa sarebbero temporanei.

Ed i cambiamenti nei prezzi dei beni tra i due paesi indotti dalla valuta e risultanti dagli scambi di capitale, metterebbero probabilmente in moto un meccanismo di auto-correzione in base a cui coloro impegnati nel commercio internazionale riaggiusterebbero i valori della valuta affinchè possano essere in linea con la relativa parità in potere d’acquisto tra le due regioni.
La terza spiegazione di Lockhart di come il debito dell’Europa possa influenzare l’economia degli Stati Uniti è quella di uno shock del sistema finanziario trasmesso attraverso il sistema bancario o attraverso il ritiro dal debito sovrano.

Ciò è possibile solo in certi scenari.
Finchè sono coinvolte le emissioni bancarie, poichè il sistema bancario dell’Europa e l’offerta di denaro è separata dalla nostra, i problemi finanziari in Europa sarebbero per la maggior parte contenuti.

I rischi possibili, tuttavia, dipendono dall’entità del debito europeo o delle quote nelle banche europee posseduti dalle società finanziarie americane, le quali potrebbero fallire.

Ampie perdite su questi investimenti potrebbero di fatto causare perdite di capitale e bancarotte negli Stati Uniti, indebolendo così il sistema finanziario.
Fortunatamente per noi le banche statunitensi sono poco esposte.

Per esempio, la scorsa primavera, all’inizio della crisi, la Banca d’America aveva 1,3$ miliardi di investimenti in Grecia e 731$ milioni in Portogallo. JPMorgan Chase aveva 2,1$ miliardi nei due paesi. Queste sono piccole quantità in relazione al totale degli investimenti nei loro portafogli.

Piccole e medie banche non sono probabilmente esposte affatto.
C’è anche preoccupazione per le compagnie finanziarie americane — in caso di default di governi europei — essendo in una cattiva situazione dovendo sborsare di più in CDS rispetto a quanto si possano permettere.

Anche ciò infatti, in dipendenza dalla grandezza, potrebbe essere una minaccia significativa al sistema finanziario ed all’offerta di denaro negli Stati Uniti.
Fintanto che una ritirata degli investitori dal debito sovrano americano è possibile, gli effetti sarebbero probabilmente benefici.

Come meno capitale che va nelle casse del governo e più negli investimenti del settore privato, l’economia ne potrebbe soltanto beneficiare.

Tuttavia con una diminuzione dei finanziamenti, il governo dovrebbe velocemente rendere effettive misure d’austerità.
Vero, con una domanda in declino per i bond del governo i tassi d’interesse statunitensi aumenterebbero.

Ma un passo indietro verso il “tasso naturale” — in opposizione ad un tasso artificialmente basso — è probabilmente necessario per:

  1. restaurare un equilibrio nei mercati dei prestiti (per esempio, equilibrio tra investimenti in beni capitali e beni al consumo industriali); e
  2. rallentare il ritmo della creazione di denaro.

Tale incremento nel tasso d’interesse potrebbe abbassare i prezzi delle azioni, ma i prezzi delle azioni non sono connessi all’economia reale.

Illustriamo un’altra visione di come l’economia degli Stati Uniti potrebbe soffrire per i problemi del debito europeo, l’economista Ed Yardeni evidenzia che un dollaro più forte danneggerebbe i profitti aziendali. [2]

Egli dice che “con i prodotti europei più economici rispetto ai prodotti statunitensi, i consumatori negli Stati Uniti ed in altre parti del mondo potrebbero comprare dall’Europa piuttosto che dagli Stati Uniti.

E gli amerciani saranno più ansiosi di comprare la merce importata meno costosa“.

Ciò sarebbe ovviamente vero se il tasso di cambio del dollaro salisse e rimanesse ad un livello elevato mentre i relativi prezzi al consumo tra i due paesi rimanessero uguali.

Ma qualsiasi aumento sostenuto nel dollaro sarebbe basato sul fallimento dell’euro.

E se l’euro dovesse fallire, non sarebbe il risultato di un default sul debito e di una deflazione monetaria (il primo dei due casi monetari menzionati all’inizio di questo articolo) come le persone sembrano credere, ma come il risultato di una espansione monetaria ed inflazione causati dalla ricerca della BCE di salvare le banche (il secondo caso monetario).
In questo scenario un dollaro in crescita rispecchierebbe principalmente il cambiamento nel potere d’acquisto tra le due regioni basato sui cambiamenti nei tassi d’inflazione.

Perciò, in termini reali, i relativi prezzi al consumo — e così gli scambi commerciali ed i profitti — rimarrebbero gli stessi.
Al contrario, come menzionato precedentemente, un default europeo sul debito come risultato di perdite bancarie, contrazione monetaria e successivi prezzi in caduta — opposto all’espansione monetaria e prezzi in ascesa — porterebbe l’euro in salita, non in caduta.

Conclusione

Sebbene ci siano alcune possibili minacce all’economia degli Stati Uniti risultanti da una crisi del debito europea, le probabilità sono poche di effetti trasmissivi dannosi.

Se tali effetti avversi avessero luogo, le probabilità sono ancora minori che il danno sarebbe maggiore.

Ma questi eventi futuri possibili possono essere visti chiaramente solo attraverso la cristallinità della solida teoria economica del libero mercato.

Note

[1] Qui sto solo presentando l’altro lato della stessa medaglia. Il fatto è che provare a predire quali cambiamenti nel commercio e nelle entrate del commercio avrebbero luogo può essere davvero un’impresa, perchè ci sono molte condizioni specifiche possibili sotto le quali i tassi di cambio ed i prezzi dei beni potrebbero cambiare tra i paesi ed inoltre molte possbili reazioni ed effetti che potrebbero aver luogo come risultato. Per essere precisi, dovremmo conoscere esattamente quali fossero i fattori economici che avrebbero avuto luogo (per esempio, inflazione contro deflazione; cambiamenti nei tassi di cambio indotti dai relativi prezzi o cambiamenti indotti dai temporanei scambi di capitale; specifiche politiche del governo istituite come risultato del cambiamento delle condizioni economiche, ecc.).

[2]  Anche considerando che molte compagnie che hanno affari in Europa proteggono le loro vulnerabilità monetarie.

Articolo originale tratto da http://mises.org

Traduzione tratta da http://johnnycloaca.blogspot.com

La Tragedia dell’Euro ed il Caso della Grecia

12 luglio 2011

Articolo di Philipp Bagus

Gli sviluppi fiscali in Grecia sono paradigmatici della tragedia dell’euro e dei suoi incentivi.

Quando la Grecia é entrata nell’Unione Monetaria Europea, la combinazione di tre fattori ha generato gli enormi deficit.

Primo, la Grecia fu ammessa ad un vero alto tasso di cambio.

A questo tasso ed ai salari in vigore, molti lavoratori non erano competitivi al paragone degli altri lavoratori dei paesi nordici.

Per alleviare questo problema, le alternative erano:

  1. ridurre i saggi salariali per aumentare la produttività,
  2. incrementare la spesa del governo per sussidiare la disoccupazione (con assegni di disoccupazione o schemi di pensionamento anticipati), oppure
  3. assumere questi lavoratori non competitivi direttamente come lavoratori pubblici.

A causa dei sindacati la prima alternativa fu messa da parte.

I politici scelsero la seconda e terza alternativa, che implicavano deficit più grandi.
Secondo, entrando nell’Unione Monetaria Europea il governo greco era ora sostenuto da una implicita granazia di salvataggio da parte della BCE e degli altri membri dell’UME.

I tassi d’interesse sui bond del governo greco caddero e si avvicinarono ai rendimenti di quelli tedeschi.

Di conseguenza i costi marginali dei grandi deficit furono ridotti.

I tassi d’interesse furno abbassati artificialmente.

La Grecia ha sperimentato diversi default nel ventesimo secolo ed ha conosciuto alti tassi d’inflazione ed alti deficit come anche un deficit cronico della bilancia commerciale.

Ciononostante fu in grado di indebitarsi a quasi gli stessi tassi della Germania, un paese con una storia fiscale conservatrice ed un’impressionante eccedenza della bilancia commerciale.
Terzo, entrò in gioco la tragedia dei beni comuni.

Gli effetti del comportamento fiscale sconsiderato della Grecia poterono essere parzialmente esternalizzati agli altri membri dell’UME poiché la BCE accettò i bond del governo greco come garanzia collaterale per le loro operazioni di prestito.

Le banche europee avrebbero comprato bond del governo greco (pagando sempre un premio in confronto ai bond tedeschi) ed avrebbero usato questi bond per ricevere un prestito dalla BCE ad un tasso d’interesse più basso (attualmente al 1% d’interesse per un accordo altamente proficuo).
Le banche hanno comprato i bond greci perché sapevano che la BCE avrebbe accettato questi bond come garanzia collaterale per nuovi prestiti.

C’era una domanda per questi bond greci perché il tasso d’interesse pagato alla BCE era più basso rispetto all’interesse che le banche ricevevano dal governo greco.

Senza l’accettazione dei bond greci da parte della BCE come garanzia collaterale per i suoi prestiti, la Grecia avrebbe dovuto pagare tassi d’interesse molto più alti.

Infatti il governo greco é stato salvato o sostenuto per lungo tempo dal resto dell’UME in una tragedia dei beni comuni.
I costi dei deficit della Grecia furono parzialmente spostati ad altri paesi dell’UME.

La BCE creò nuovi euro, accettando i bond greci come garanzia collaterale.

I debiti greci vennero così monetizzati.

Il governo greco spese il denaro che ricevette dalla vendita dei bond per vincere ed incrementare il supporto tra la sua popolazione.

Quando i prezzi iniziarono a salire in Grecia, il denaro andò verso altri paesi, facendo aumentare i prezzi nel resto dell’UME.

Negli altri Stati membri, le persone videro i loro costi d’acquisto aumentare più velocemente rispetto alle loro entrate.

Questo meccanismo implicava una redistribuzione in favore della Grecia.

Il governo greco veniva salvato dal resto dell’Unione Monetaria Europea in un trasferimento costante del potere d’acquisto.
Dove é stata spesa parte di questo denaro? Eventi improduttivi.

Lasciate governi e Stati al di fuori dell’economia se volete prosperità per i vari paesi.

Estratto dall’articolo originale tratto da http://mises.org/

Traduzione tratta da http://johnnycloaca.blogspot.com/

L’Azzardo Morale dell’Euro

12 luglio 2011

Articolo di Jesus Huerta de Soto

E’ un grande piacere per me presentare questo libro del mio collega Philipp Bagus, uno dei miei più brillanti e promettenti studenti.

Il libro ha una tempistica estremamente calzante col periodo e mostra come l’organizzazione interventista del sistema monetario europeo abbia condotto al disastro.
L’attuale crisi del debito sovrano è il risultato diretto dell’espansione del credito da parte del sistema bancario europeo.

All’inizio degli anni 2000, il credito fu espanso specialmente nella periferia dell’Unione Monetaria Europea ovvero in Irlanda, Grecia, Portogallo e Spagna.

I tassi d’interesse furono ridotti sostanzialmente dall’espansione del credito accompagnati da una caduta sia nelle aspettative dell’inflazione e sia nei premi al rischio.

La brusca caduta nelle aspettative inflazionistiche fu causata dal prestigio della nuova Banca Centrale Europea, una copia della Bundesbank.

I premi al rischio furono ridotti artificialmente a causa del sostegno previsto da nazioni più forti.

Il risultato fu un boom artificiale.

Si svilupparono bolle nei prezzi degli asset come la bolla immobiliare in Spagna.

Il denaro creato da poco fu primariamente iniettato nei paesi della periferia dove ha finanziato il sovraconsumo e gli investimenti improduttivi, principalmente nei settori edilizi ed automobilistici. Allo stesso tempo l’espansione del credito ha anche aiutato a finanziare ed espandere l’insostenibile Stato Assistenziale.
Nel 2007 iniziarono a palesarsi gli effetti microeconomici che invertono qualsiasi boom finanziato dall’espansione del credito e non da risparmi reali.

Iniziarono ad aumentare i prezzi dei mezzi di produzione come le merci ed i salari.

Salirono anche i tassi d’interesse a causa della pressione inflazionistica che fece ridurre alle banche centrali le loro posizioni espansionistiche.

Infine i prezzi al consumo dei beni iniziarono ad aumentare in relazione ai prezzi offerti dai fattori di produzione originari.

Divenne sempre più ovvio che molti investimenti erano insostenibili a causa della mancanza di risparmi reali.

Molti di questi investimenti sono stati effettuati nel settore edilizio.

Il settore finanziario andò sotto pressione mentre i mutui venivano cartolarizzati, finendo direttamente o indirettamente nei bilanci delle istituzioni finanziarie.

La pressione culminò col collasso della banca d’investimento Lehman Brothers, che condusse ad un vero e proprio panico nei mercati finanziari.

Invece di lasciare che le forze di mercato facessero il loro corso, sfortunatamente, i governi interferirono con il processo necessario di aggiustamento.

E’ questa sfortunata interferenza che non solo ha impedito una ripresa più veloce e più completa, ma ha anche prodotto, come effetto collaterale, la crisi del debito sovrano della primavera 2010.

I governi hanno provato a sostenere i settori sovraestesi, aumentando la loro spesa.

Hanno pagato sussidi per acquisti di nuove automobili per sostenere l’industria dell’automobile ed hanno iniziato lavori pubblici per sostenere il settore edilizio come anche per sostenere il settore che ha prestato a queste industrie, il settore bancario.
Per di più i governi hanno sostenuto direttamente il settore finanziario dando garanzie per le loro passività, nazionalizzando le banche, comprando i loro asset o le partecipazioni parziali in esse.

Allo stesso tempo la disoccupazione è aumentata a causa dei mercati del lavoro regolamentati.

Le entrate del governo, eccetto le entrate erariali e quelle della previdenza sociale, sono colate a picco. Le spese per i sussidi di disoccupazione sono aumentate.

Le tasse corporative che sono state gonfiate artificialmente durante il boom in settori come quello bancario, edile ed automobilistico sono state completamente spazzate via.

Con entrate in calo e spese in ascesa, i deficit del governo ed i debiti sono lievitati come diretta conseguenza delle loro risposte alla crisi causata da un boom che non era sostenuto da risparmi reali.
La situazione della Spagna è paradigmatica.

Il governo spagnolo ha sovvenzionato l’industria automobilistica, il settore edile e l’industria bancaria, che si è espansa pesantemente durante l’espansione del credito nel boom.

Allo stesso tempo un mercato del lavoro molto inflessibile ha consentito al tasso di disoccupazione di salire al 20%.

Il deficit pubblico risultante ha iniziato a terrorizzare i mercati e gli altri Stati dell’Unione Europea, che infine hanno fatto pressione sul governo per fargli annunciare qualche timida misura di asuterità in modo da essere capace di continuare a contrarre prestiti.
A questo proposito la singola valuta ha mostrato uno dei suoi “vantaggi”.

Senza l’euro il governo spagnolo avrebbe quasi certamente svalutato la propria valuta come fece nel 1993, stampando denaro per ridurre il proprio deficit.

Ciò avrebbe implicato una rivoluzione nella struttura dei prezzi ed un immediato impoverimento della popolazione spagnola poichè i prezzi delle importazioni sarebbero aumentati.

Inoltre, con la svalutazione , il governo avrebbe potuto continuare sulla via della spesa senza alcuna riforma strutturale.

Con l’euro gli spagnoli (o qualsiasi altro governo nei guai) non hanno potuto svalutare o stampare direttamente la propria valuta per ripagare i debiti.

Ora questi governi devono impegnarsi in misure d’austerità ed in alcune riforme strutturali dopo la pressione da parte della commissione e degli Stati membri come la Germania.

Così è possibile che per il futuro si paleserà il secondo scenario come menzionato da Philipp Bagus nell’attuale libro.

Il Patto di Stabilità e Crescita potrebbe essere riformato e rinforzato.

Come conseguenza i governi dell’Unione Monetaria Europea dovrebbero continuare ad intensificare la loro misure di austerità e le riforme strutturali in modo da soddisfare il Patto di Stabilità e Crescita. Pressata da paesi conservatori come la Germania, tutta l’Unione Monetaria Europea seguirebbe la via delle politiche tradizionali in tempo di crisi effettuando tagli alla spesa.
Al contrario dell’Unione Monetaria Europea, gli Stati Uniti seguono ricette Keynesiane per le recessioni.

Nell’ottica Keynesiana, durante una crisi il governo deve sostituire una caduta nella “domanda aggregata” aumentando la sua spesa.

Così gli Stati Uniti spendono a deficit e praticano politiche monetarie estremamente espansive per “far ripartire” l’economia.

Forse uno degli effetti benefici dell’euro è stata una spinta per tutta l’Unione Monetaria Europea verso la via dell’austerità.

Infatti avevo già argomentato in precedenza che la singola valuta è un passo verso la giusta direzione poichè aggiusta i tassi di cambio in Europa e di conseguenza termina il nazionalismo monetario ed il caos dei tassi di cambio flessibili manipolati dai governi, in tempi di crisi.
Il mio caro collega Philipp Bagus mi ha sfidato sulla mia piuttosto positiva visione dell’euro sin da quando era uno studente della mia classe, puntando correttamente sui vantaggi della competizione tra valute.

Il suo libro, The Tragedy of the Euro, potrebbe essere letto come un’esposizione elaborata delle sue idee contro l’euro.

Mentre la singola valuta tiene lontano il nazionalismo in Europa da un punto di vista teorico, la domanda è, quanto stabile è la singola valuta oggi?
Bagus affronta la domanda da due angoli, fornendo allo stesso tempo i due obiettivi e contributi principali del libro: un’analisi storica delle origini dell’euro ed un’analisi teorica dei funzionamenti e dei meccanismi dell’Eurosistema.

Entrambe le analisi puntano nella stessa direzione.
Nell’analisi storica Bagus affronta le origini dell’euro e della Banca Centrale Europea.

Svela gli interessi dei governi nazionali, dei politici e dei banchieri nello stesso modo in cui fa Rothbard in relazione all’origine della Federal Reserve nel The Case Against the FED.

Infatti il libro potrebbe anche essere analogamente intitolato The Case against the BCE.
Considerando gli interessi politici, le dinamiche e le circostanze che hanno condotto all’introduzione dell’euro, diviene chiaro che l’euro potrebbe difatti essere un passo nella direzione sbagliata; un passo verso una valuta creata dal nulla ed inflazionistica designata per spingere da parte i limiti che la competizione e la politica monetaria conservatrice della Bundesbank hanno imposto in precedenza. L’analisi teorica di Bagus rende ancora più chiari gli scopi inflazionistici e l’organizzazione dell’Eurosistema.

L’Eurosistema è smascherato come un sistema auto-distruttore che conduce ad una massiccia redistribuzione in tutta l’Unione Monetaria Europea, con incentivi per i governi affinchè usino la BCE come un meccanismo per finanziare i propri deficit.

Mostra che il concetto della tragedia dei beni comuni, che io ho applicato al caso della riserva frazionaria, è anche applicabile all’Eurosistema, dove i diversi governi europei possono sfruttare il valore della singola valuta.
Sono fiero che questo libro venga reso disponibile al pubblico dal Mises Institute.

Il futuro dell’Europa e del mondo dipende dalla comprensione della teoria monetaria e dal funzionamento delle istituzioni monetarie.

Questo libro fornisce forti strumenti verso la comprensione della storia dell’euro e la sua perversa organizzazione istituzionale.

Se tutto andrà bene, può aiutare a far cambiare l’attuale corso verso un sistema monetario sensato nell’europa e nel mondo.

Originale tratto da http://mises.org/

Traduzione tratta da http://johnnycloaca.blogspot.com/

La tragica crisi dell’Europa

12 luglio 2011

Articolo di David Howden

Al cuore dell’attuale crisi in Europa ci sono le azioni della Banca Centrale Europea.

Come spiega Philipp Bagus nel suo nuovo libro, The Tragedy of the Euro, solo una comprensione dei veri costi che l’euro ha imposto al continente nel passato può gettare luce sulla via della futura ripresa.
Gli Stati membri dell’Europa, la Banca Centrale Europea (BCE) e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) hanno promesso oltre 200€ miliardi in fondi di salvataggio in modo da prevenire la diffusione di tumulti.

Questo è un grande drenaggio di fondi da una già aggravata situazione fiscale europea.
Standard & Poor’s ha abbassato di grado il debito del governo greco ad uno status di spazzatura il 27 aprile, nel bel mezzo di paure per un default.

Gli analisti di mercato hanno dato alla Grecia un 25-90% di possibilità di default per il suo debito, o di una ristrutturazione (un default in altre parole).

Con le sue mani legate entro l’area della valuta comune unica, non c’era alcun modo che il governo della Grecia potesse raccogliere indipendentemente i fondi necessari per rinegoziare le sue passività crescenti.

La Grecia rappresenta solo il 2,5% dell’economia totale dell’Eurozona, ma un salvataggio combinato da parte dell’ Europa, della BCE e del FMI per circa 110€ miliardi è stato considerato necessario per evitare il disastro.
Un contagio dilagante nel continente europeo avrebbe reso i problemi della Grecia un fenomeno esteso all’area europea.

Appelli per un salvataggio al fine di prevenire un contagio furono abbondanti, con l’isterismo che dilagava nel continente.
Infatti nulla di tale sorta sta accadendo.

Faremmo meglio ad ascoltare sull’argomento alcuna autorià se non Anna Schwartz: “Il contagio, se il termine è usato accuratamente, avviene solo in circostanze in cui altri paesi sono liberi dai problemi del paese che per primo ha sperimentato il problema e ha tuttavia sofferto di un’ingiustificata ostilità degli investitori“. (link pdf)

Come Bagus mette in chiaro nel suo libro, la parola “contagio” non sembra applicarsi in alcun modo all’attuale crisi del debito dell’Eurozona.

Una politica monetaria direzionata centralmente tramite la BCE a Francoforte ha promosso un programma di instabilità per oltre un decennio.

Una politica unica del tasso d’interesse per una più grande unione monetaria ha condotto a tassi d’interesse incontrollatamente divergenti nella realtà.

I paesi periferici con alta inflazione — quelli affettuosamente chiamati PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) — hanno assistito ai loro tassi d’interesse scendere in picchiata ai più bassi livelli che la maggior parte dei loro cittadini abbia mai visto.
Oggi nemmeno un paese nell’Eurozona sembra adatto per la definizione convenzionale della parola contagio — tutte le loro crisi sono connesse alla stessa causa centrale.
Una spesa frenetica è scaturita da questi tassi reali bassi.

La sensibilità dei tassi d’interesse degli asset — case ed altri progetti di costruzione — è stata gonfiata eccessivamente.

L’economia spagnola ha costruito 700,000 nuove case nel 2006, più di Germania, Francia ed Inghilterra (che ha sperimentato il proprio boom immobiliare) messe insieme.

Oggi la Spagna siede su un milione di case vuote, più di tutte quelle degli Stati Uniti.
Allo stesso tempo un tasso di cambio artificialmente alto ha causato una drammatica caduta dei prezzi d’importazione nei paesi periferici.

Gli italiani, gli spagnoli ed i greci — persone abituate a valute meno di valore rispetto ai loro vicini del nord — hanno visto dilagare una potente convergenza verso lo scambio estero nel continente durante la fine degli anni novanta ed i primi anni del 2000.

Il movimento verso una valuta comune sarebbe risultato in un valore comune della valuta.

La predominanza dell’economia tedesca, con il suo potente marco, ha significato che questi paesi periferici fossero forzati verso una valuta valutata maggiormente rispetto alle loro valute precedenti.
La conseguenza fu un’importazione alimentata dal boom consumistico.

I prezzi reali dei beni importati calarono drammaticamente.

Un’ampia ed insostenibile bilancia commerciale si è sviluppata tra i paesi meridionali e l’Irlanda.

Casualmente la Germania, il cui valore di cambio estero fu relativamente ridotto dall’adesione all’euro, ha sperimentato l’effetto opposto.

Le esportazioni tedesche divennero relativamente poco costose, portando ad un boom basato sull’esportazione.
Questo stato di affari sbilanciato non è arrivato al suo presente pinnacolo per conto suo.

Una politica monetaria centralizzata rappresentata dalla BCE ha scatenato effetti dannosi per tutti.

Questa è la reale tragedia dell’euro.
Dove tutto ciò lascia gli europei oggi? In mancanza di una uscita dalla valuta comune o una diretta monetizzazione dei loro debiti, Bagus spiega che ci sono cinque vie che un paese altamente indebitato può perseguire per evitare un default:

  1. Ridurre la spesa pubblica.
  2. Aumentare la competitività per stimolare le entrate tributarie.
  3. Aumentare le entrate tramite tasse più alte.
  4. Preseguire una crescita indotta dalla deregolamentazione.
  5. Infine, cercare un’aiuto esterno.

La cosa interessante è che il governo greco ha provato ognuna di queste politiche negli anni passati.

Le pensioni ed i salari del settore pubblico sono stati tagliati per ridurre la spesa pubblica.

Le leggi sugli straordinari e sulla rescissione del contratto sono state riformate per aumentare la competitività.

La tassa sul valore aggiunto è stata aumentata su tutti i beni, con uno speciale 10% d’aumento nelle tasse sul lusso (alcool, sigarette e benzina).

Le compagnie detenute dal pubblico sono state svendute, privatizzando i due-terzi del settore pubblico.

L’aiuto esterno è stato cercato in modo da mantenere il paese lontano dal default sovrano.
Sfortunatamente il fondo del salvataggio era solo una goccia nel mare.

Quando questi debiti scadono, la Grecia dovrà affrontare i suoi problemi di nuovo.

Gli aspetti fondamentali insostenibili della situazione non sono stati aggiustati.
Quando è stato il turno dell’Irlanda, le stesse opzioni sono state perseguite.

Tutto si è dimostrato essere insufficiente ed il paese ha richiesto anche un salvataggio per evitare il default.

Il prossimo paese, che sia il Portogallo, la Spagna, l’Italia o il Belgio — la lista va avanti — soffrirà dello stesso destino.
Senza una comprensione della vera natura della crisi, le politiche falliranno nel sistemare le cause alla sua radice.

Bagus dice che l’organizzazione istituzionale dell’unione monetaria non solo permete ma incoraggia anche il tipo di sbilanci che ora stanno diventando sempre più evidenti.

Salvataggi continui non risolveranno il vero problema.
Dove ora? Mirare agli effetti di una sistuazione insostenibile, come fanno gli attuali salvataggi, non fa alcunchè per aggiustare la situazione sottostante.

Forse un paese europeo può offrire una cartina verso la salvezza per i suoi colleghi assediati.
Due anni fa l’Islanda si trovò nel mezzo del peggiore collasso economico del mondo nel ventunesimo secolo.

Mentre diversi salvataggi internazionali furono mediati, l’enorme grandezza e la profondità del problema divennero subito evidenti — l’economia dell’Islanda era troppo grande per essere salvata.

Fu scatenata una gigantesca bancarotta del sistema bancario.
L’effetto a breve termine sembrò disastroso — la borsa collassò del 95% e la valuta dell’Islanda (la krona) cadde del 60% contro l’euro.

Ne risultarono due effetti positivi.

Primo, un tasso di cambio decimato fece ritornare il paese alla sostenibilità — un grande deficit nella bilancia commerciale si trasformò in un supplemento in crescita.

Secondo, la bancarotta in vigore costrinse il governo islandese a ridurre le spese drasticamente.

Invece di continuare ad alimentare una situazione insostenibile, gli islandesi hanno stretto le loro cinte e trasformato i deficit fiscali in supplementi.
Le economie europee hanno avuto finora poco bisogno di approvare simili tagli.

Come spiega Bagus, continuando ad accettare il debito sovrano europeo come garanzia per le sue operazioni di rifinanziamento (ed anche acquisti in toto di questi debiti non appena la situazione greca è peggiorata), i governi europei hanno continuato a dare poco retta ai loro sbilanci fiscali.

Il governo irlandese dovrà gestire un deficit di oltre il 30% del PIL quest’anno.

Tale situazione non può continuare a lungo.
La crisi Europea non è stata accidentale, né sarà risolta senza alcune ricerche delle sue reali cause. The Tragedy of the Euro di Philipp Bagus è una lettura essenziale per chiunque voglia sapere cosa affligga il continente europeo oggi e quali simili economie (inclusa quella degli Stati Uniti) dovranno affrontare la stessa sorte nel futuro.

Originale tratto da http://mises.org/

Traduzione tratta da http://johnnycloaca.blogspot.com

 

Intervista di Leonardo Facco a Francesco Carbone sul libro La Tragedia dell’Euro

12 luglio 2011

Tratto da Movimentolibertario.com e Usemlab.com

Bagus: La Tragedia dell’Euro

12 luglio 2011

libro Finalmente è disponibile il quarto libro della serie USEMLAB dal titolo La Tragedia dell’Euro che ho già presentato in anteprima al Tea Party di Prato e che ripresento qua con grande piacere.

La Tragedia dell’Euro si concatena perfettamente alla precedente pubbli­cazione di USEMLAB dal titolo Cosa è il Denaro e insieme formano un binomio perfetto sulla questione monetaria così come le prime tre uscite (il mio Prevedibile e Inevitabile, Inflazione Malattia Primaria e Cosa è il Denaro) insieme for­mavano, soprattutto se lette in ordine contrario a quello di pubblica­zione, una perfetta trilogia economica.

L’autore del libro, Philipp Bagus, è stato mio compagno di studi a Ma­drid nel corso di economia e nei seminari di dottorato tenuti da Huerta de Soto.

Ci conosciamo quindi da lunga data e la mia stima nei suoi confronti è enorme.

Alla luce dei suoi primi lavori accademici, il prof. Ba­gus si pone già senza dubbio come il più giovane e migliore erede in Europa della Scuola Austriaca di economia.

Bagus non solo ci spiega perchè il progetto Euro è destinato al fallimento o alternativamente alla costituzione di una nuova URSS europea, ma ci fornisce anche tutti gli strumenti necessari per comprendere come mai con il passaggio all’Euro si è avuto quel massiccio aumento dei prezzi che nel giro di poco tempo, nel nostro paese, ma anche in altri della comunità europea, ha portato al raddoppio degli stessi e conseguentemente ad una discreta erosione del potere di acquisto dei salari.

Nella mia postfazione mi prendo cura di riesaminare tutti questi fattori con una prospettiva tutta italiana, analizzando in particolare i benefici e gli svantaggi implicati dal passaggio alla moneta unica.

Ringrazio Silvano Fait e Leonardo Baggiani per il lavoro di traduzione e per la preziosa prefazione italiana, un altro valido contenuto offerto da questa versione rispetto all’originale in inglese pubblicato lo scorso anno dal Mises Institute.

Peraltro la nostra edizione contiene rispetto a quella del Mises i più recenti aggiornamenti che seguono le vicende relative ai paesi della UE fino alla tarda primavera del 2011.
Anche se nella scorsa settimana l’ennesimo accordo per concedere ulteriori prestiti alla Grecia si è risolto in un altro salvataggio dei mercati finanziari e azionari in particolare, la crisi dei debiti sovrani rimane più attuale che mai ed è foriera di nuove interessantissime evoluzioni già da qua a fine anno.
Gli italiani non possono più permettersi di ignorare i retroscena legati all’introduzione dell’Euro, le sue imjplicazioni, le sue conseguenze e quindi i probabili scenari futuri.

Davvero La Tragedia dell’Euro si pone come una delle letture estive più importanti e indispensabili per capire le ragioni che quanto prima, per effetto di un rapido contagio, potrebbero portare tutta la UE verso una crisi profonda e irreversibile, finora evitata a suon di centinaia di miliardi creati dal nulla e prestati alle banche e ai paesi più in difficoltà.
I trasferimenti di denaro e la redistribuzione di ricchezza legati alla moneta unica potrebbero presto imporre a tutti i cittadini della UE conseguenze ancora più pesanti di quelle costituite dall’aumento dei prezzi subito successivamente al 2002. Questo libro è in grado di offrire in dettaglio tutte le ragioni di questa evoluzione. Se la Grecia è arrivata alla rivolta sociale, che in maniera agonizzante si protrae da oltre un anno e ieri è quasi sfociata in guerra civile, è possibile che in questo paese, e negli altri paesi della UE ancora non toccati da una severissima crisi fiscale, gli stessi fenomeni emergeranno in tempi molto più rapidi.
Ignorare questo libro sarà quindi un tragico errore tanto quanto lo è stato ignorare le nostre analisi che sin dal 2002 hanno spiegato e anticipato, in maniera lucida e puntuale, la crisi economica del 2008.

Analisi che, verificate dagli avvenimenti oggettivi, in un certo qual modo potevano permettere a tante persone di difendersi dalla massiccia confisca di valore perpetrata dall’establishment economico ma soprattutto da quello politico.
Il libro è disponibile da oggi nel nostro nuovo SHOP.

La piattaforma è decisamente più evoluta e ci permetterà, speriamo, una migliore gestione degli ordini da parte nostra e una migliore soddisfazione di navigazione da parte degli utenti.

Per qualunque chiarimento o problema (è possibile che ancora ci sia qualche bug da mettere a posto, oltre a diversi dettagli minori ancora da sistemare) non esitate a contattarci al solito indirizzo ask@usemlab.com

Tratto da http://www.usemlab.com/


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