Nella notte del 2 maggio 2011, Barack Obama ha comunicato alla Nazione e al mondo intero che Osama Bin Laden è stato ucciso.
Lo sceicco del terrore fondatore di Al Qaeda, uno degli ideatori della strage dell’11 settembre 2001, l’uomo più ricercato al mondo da quasi due decenni è finalmente morto; ma al di là delle dichiarazioni retoriche e celebrative per tale evento da parte di tutti i media e osservatori di fatti internazionali sulla rete sia per ragioni empatiche dettate naturalmente dalle conseguenze di quella terribile giornata di settembre che da considerazioni politiche di parte ben sapendo che la notizia è stata comunicata non da quel cattivo Repubblicano neocon di Bush jr ma dal Messiah dei liberals, già premio Nobel per la Pace il quale ora potrà godersi dopo tale annuncio per qualche mesetto una crescita nei consensi personali dopo un profondo declino culminato nella cocente batosta Democrats del midterm.
Certamente tale notizia avrà un impatto senza dubbio a lui favorevole in vista del 2012 sebbene sia ancora troppo presto per stabilire quanto tale euforia durerà e quanto e quali effetti politici interni produrrà tale rinnovata luna di miele con gli americani, tenendo conto che nel frattempo la grave crisi economica continua a peggiora nonostante tutti i trilioni di dollari stampati dalla Fed; è quindi d’obbligo per lui riorientare il proprio messaggio sull’ambito della politica estera (dove comunque non pare brillare in modo eccelso avendo in contemporanea ben 3 conflitti in corso) anzichè su quella interna.
E’ bene porre chiaramente alcuni punti che ci inducono a ridimensionare la portata di tale strombazzata notizia, tanto più dato che al momento i dettagli sulla sua uccisione sono alquanto confusi e certo la mancanza di foto e di documenti che ne attestino la sua effettiva eliminazione lasciano parecchi dubbi sull’operazione e sopratutto sulle modalità di tale uccisione.
Non abbiamo prove concrete della sua avvenuta morte, la cosa può suonare anche complottista e perfino negazionista, ma non si può razionalmente evitare di tener conto come alcune foto del suo rifugio, un autocertificato test del Dna da parte degli stessi americani (i quali da tempo detenevano campioni genetici suoi e dei suoi parenti) e la ormai famosa dichiarazione notturna di Obama, non siano prove in sè sufficienti ad avvallare con certezza tale notizia, sia perchè abbiamo a che fare con un latitante ricercato da parecchio tempo, sia perchè già in passato sono circolate più volte finte notizie circa la morte di Bin Laden anche negli ambienti degli stessi servizi segreti pakistani e statunitensi in seguito rivelatesi delle clamorose bufale.
Il fatto che in questa occasione manchi una tangibile testimonianza visiva della sua morte e del suo cadavere deve anzitutto porci quantomeno in uno scetticismo cautelativo su tale notizia.
Ma ammettendo che tale notizia sia vera nel suo risultato compiuto, cioè che Osama Bin Laden sia stato ucciso e prontamente sepolto in mare (il “famoso mare di Islamabad”….!!!) senza realizzare nessuna foto attestante il suo effettivo decesso sul cadavere (sembra comunque che in realtà le foto ci siano sebbene benchè sia già stata diffusa la notizia della sua morte ai quattro venti, il Pentagono, il Dipartimento di Stato e lo stesso Obama vogliano riservarsi il diritto di non renderle note al mondo per paura che i fondamentalisti islamici possano infuriarsi, come se la notizia semplice priva di immagini li abbia invece resi felici….!), questo in sè non ci dimostra la modalità di come sono andati i fatti riguardanti la sua uccisione, inoltre significa ben poco se davvero pensiamo che il terrorismo islamico sia terminato con la sua morte.
Non solo la sua uccisione non riduce nè il rischio potenziale e arbitrale (in quanto soggettivo per adozione) della pratica del terrorismo islamista da parte dei musulmani, nè la pericolosità di Al Qaeda quantomeno a livello organizzativo dato che tale rete terroristica non si avvale di una struttura centralizzata e verticistica ma su cellule e organizzazioni locali del tutto slegate da una cabina di comando.
Secondo molti esperti di antiterrorismo il franchising globale del terrore islamico ideato da Bin Laden è divenuto da tempo del tutto autonomo e indipendente dal suo principale artefice e certamente esso rimane operativo nelle varie zone del mondo facendo leva su organizzazioni e associazioni terroristiche presenti in loco senza alcuna diretto legame con il suo ispiratore.
Certo la morte di Bin Laden toglie appeal e attrattiva specie nel mondo islamico a tale network in quanto in passato anche la stessa al Qaeda ha fatto credere che tale movimento fosse alle strette dipendenze dello sceicco del terrore e la sua immagine e icona è divenuta entro una certa strategia di marketing fondamentalista un punto di riferimento per tale genere di ideologia; ma questa strategia di personalizzazione dell’organizzazione aveva una funzione puramente comunicativa sulle masse, non era direttamente l’espressione-specchio di una vera sua strutturazione interna così definita, sarebbe quindi un errore non tenerne conto a livello di analisi o di commento alla notizia.
Dalla guerra in Iraq, sopratutto nel contesto iracheno e mediorientale si è realizzato un decentramento formale delle decisioni prese da tale network per quanto riguardava la strategia terroristica e l’ideazione degli attentati a livello locale non solo contro gli occidentali (Londra e Madrid) ma anche contro gli stessi interessi musulmani (si pensi alle bombe in Egitto, Marocco o lo stesso Iraq) che certo a differenza dell’attentato di New York ha dato meno peso al ruolo di ideazione e pianificazione da parte dei vertici di Al Qaeda (i quali al massimo si sono sempre riservati il ruolo di sostenitori o di “padrini” di tali iniziative).
A seguito dell’intensificarsi della guerra in Afghanistan e del secondo fronte iracheno, il nuovo standard dell’organizzazione terroristica per tutto il medioriente è quindi divenuto meno centralista e più delocalizzato, tornando per certi versi ai suoi primordi fondativi degli anni ’90 (si pensi alle iniziative stragiste in Kenya e Tanzania).
La figura di Bin Laden era divenuta ormai perlopiù simbolica e retorizzata dai fondamentalisti come richiamo identitario, ma ormai del tutto ininfluente, tant’è che i gruppi terroristi islamici dei vari networks agivano già da tempo senza più rispondere direttamente a lui.
Quindi non solo Al Qaeda non è stata sconfitta da tale uccisione ma tale eliminazione rischia apparentemente di catalizzare il processo già oggi in atto, ovvero quello di una delocalizazione delle decisioni terroristiche entro i singoli contesti nazionali logistici delle varie cellule.
Tale indebolimento risulta allora una magra speranza a fronte di una radicalizzazione ulteriore da parte delle varie cellule islamiste locali e delle loro singole governance di riferimento, le quali avranno ora tutto interesse a motivare e definire una loro presenza operativa nei loro vari contesti di insediamento, al fine di mantenere una visibilità (e un potere di loro riferimento) al brand terroristico a nome dell’intera organizzazione.
Quindi è probabile che qualora non sia già stata decisa nel frattempo una nuova struttura dirigente verticistica tale da contenere tali spinte centrifughe localiste, assisteremo ad un emergere di nuove sigle e gruppi terroristici facenti parte di tale network con un accentuato radicalismo e fondamentalismo assai pericoloso per le possibili vittime (sia occidentali che musulmane moderate ritenuti contrastanti ai loro obbiettivi di supremazia ideologico-politica)
Tornando a Bin Laden, questi era già da tempo del tutto irrilevante sia nelle dinamiche interne del mondo arabo (come dimostrano le rivolte arabe in medioriente pro-libertà e democrazia) sia nella stessa galassia fondamentalista islamica (non a caso i suoi messaggi e i suoi video ultimamente non erano più aggiornati in quanto non più realizzati o quale segnale di un suo accentuato fatale isolamento dal resto dell’organizzazione).
Se osserviamo la sua ascesa mediatica sia all’interno della galassia fondamentalista islamica che a livello comunicativo, non è difficile riscontrare come egli abbia avuto entro tale contesto un ruolo di promoter di idee e tecniche terroristiche suicide delineandole ed esportandole su scala globale ben al di là dei confini del Medioriente (e della Palestina) al fine di riconfigurare e ridefinire il fondamentalismo e l’imperialismo islamico in chiave movimentista globale anti-crociato e anti-israeliano.
E’ stato finanziatore e speaker, figura carismatica per quel contesto fondamentalista per tutti gli anni ’90 sino al dopo 11 settembre, in seguito il suo peso nelle organizzazioni terroristiche si è ridimensionato, tant’è che al-Zawahiri (ancora in circolazione) è sempre stato considerato la vera mente di Al Qaeda.
Non è neppure da escludere che come in tutte le organizzazioni mafiose, anche in Al Qaeda vi fossero ultimamente dei malumori interni o delle fratture (anche in seguito all’evolversi incontrollato e imprevisto in medioriente delle varie rivoluzioni democratiche che di fatto ha tolto loro visibilità sia in merito a tali rivalità tra le correnti proponenti un modello centralista e quelle favorevoli ad un maggior decentralismo organizzativo jihadista) sfociate in qualche possibile soffiata all’intelligence pakistana (e da questa a quella americana).
E’ quindi assai probabile che la morte di Bin Laden potrebbe essere giunta in concomitanza di una qualche resa dei conti all’interno della stessa organizzazione terroristica, al fine di eliminare tale personalità ormai divenuta scomoda anche per la sua identificazione personalistica con il movimento all’interno del suo stesso network.
La morte di Bin Laden e le sue misteriose modalità potrebbero nascondere tale inquietante retroscena non ancora emerso sulle rivalità interne ad Al Qaeda come sua premessa per la riuscita dell’intera operazione.
Le ipotesi sono numerose: una possibile precedente uccisione da parte degli stessi suoi compagni terroristi, forse da parte di una delle sue guardie del corpo doppiogiochista con il successivo via libera ai servizi segreti pakistani dell’ISI?; una soffiata diretta ai servizi segreti pakistani o americani da parte di qualche agente infiltrato e successiva eliminazione da parte pakistana e statunitense?.
Ovviamente non lo sapremo mai come sono andati realmente i fatti, d’altronde sia ad Al Qaeda che al governo Usa conviene mantenere per ragioni antitetiche di opportunità l’attuale narrazione de fatti comunicata al mondo intero al fine di tratteggiarsi rispettivamente a livello pubblico massmediatico come gli afflitti sconsolati seguaci a fronte della perdita del loro leader spirituale (anzichè forse i principali responsabili della soffiata o della sua uccisione) e gli eroici vincitori (anzichè i semplici becchini del corpo di Bin Laden).
Pure ai servizi segreti pakistani (ISI) conviene tale descrizione ufficiale dei fatti per opera dei Navy Seals al fine di non innescare ulteriori turbolenze nel Paese circa le loro responsablità nella faccenda.
Nonostante le smentite sicuramente l’ISI è molto coinvolta in tale uccisione di Bin Laden (è ancora da chiarire se direttamente e materialmente o solo come tramite per la sua ufficializzazione concordata con Washington D.C. con il via libera all’operazione), come in parte sta emergendo in questi giorni successivi alla diffusione dell’annuncio, l’ISI era da tempo al corrente del luogo in cui dimorava Bin Laden.
Evidentemente l’ISI ha ritenuto non più vantaggioso difendere Bin Laden dato che forse ormai non contava più nulla neppure dentro alla sua stessa rete terroristica.
Tale condizione di irrilevanza fattuale di Bin Laden all’interno della stessa rete del terrore da lui in precedenza creata, ha dato poi l’opportunità per innescare tale sequela di eventi che hanno portato allo svolgimento della “retata” americana.
L’ISI sicura di poter operare senza ritorsioni qaediste, potrebbe essere stata se non la vera responsabile della morte di Bin Laden, certamente l’intermediaria per l’avvio delle operazioni americane coordinate dalla CIA.
Certamente c’è stata una qualche trattativa tra Usa (CIA) e Pakistan (ISI) affinchè i reparti delle forze speciali americane potessero intervenire (anche solo per rilevare il corpo) nel rifugio di Bin Laden su tacito consenso delle autorità pakistane.
La cosa è ovviamente smentita ma appare evidente che sia andata così, il Pakistan è un paese economicamente a rischio default e certamente gli americani sempre munifici nello stampar denaro fiat per i loro alleati, avranno promesso un qualche finanziamento (non ancora quantificato) del debito pubblico o una qualche rimodulazione nelle rate dei pagamenti dei debiti presso il FMI (forse pure una sostanziosa fornitura di armamenti militari per l’esercito pakistano), in cambio del permesso di inscenare tale operazione.
Cosa può succedere ora in medioriente con l’annuncio della sua morte?.
Paradossalmente le conseguenze rischiano di essere peggiori di quando questi era vivo (specie tenendo conto il suo ultimo periodo di declino mediatico) per via del già confuso e complesso (per non dire caotico) quadro vigente in medioriente a seguito delle varie crisi interne ai vari regimi.
La sua uccisione rischia fenomenicamente a livello comunicativo di alimentare la visibilità e la riorganizzazione vendicativa dei gruppi fondamentalisti islamici a fronte delle rivolte democratiche mediorientali che avevano oscurato i primi in questi mesi, costituendo una pericolosa giustificazione sia per una recrudescenza terroristica verso l’Occidente, sia un ottima motivazione per i dittatori dell’area mediorientale al fine di giustificare le repressioni sulla folla innocente non fondamentalista additandola con l’etichetta del “qaedismo” (come già avvenuto da parte di Gheddafi e di Assad ben prima della sua morte).
Insomma la morte di Bin Laden potrebbe essere controproducente in medioriente, in nordafrica e in particolare nel Golfo Persico per quei deboli movimenti politici democratici e riformatori che stanno cercando di guidare la loro popolazione alla rivolta contro i tiranni locali al fine di una maggior occidentalizzazione e liberalità delle loro società.
Non a caso i jihadisti anche se privi di una foto attestante il decesso dello sceicco non hanno negato tale decesso (il che dovrebbe indurci a dubitare circa il vero andamento degli eventi) e certamente non perderanno occasione per farne un martire inserendosi con più impeto fanatico all’interno di tale scenario convulso mediorientale al fine di non restarne tagliati fuori a seguito di una debolezza strategica e di consenso in sè già evidente anche presso le stesse società arabe.
Per come ragionano i qaedisti la morte di Bin Laden è certamente più utile della sua presenza da vivo, sia per ragioni di governance interna all’organizzazione terroristica sia come arma comunicativa da usare verso le masse al fine di alimentare il loro seguito.
Anche per i governi occidentali Bin Laden è strumentalizzabile meglio ora che è morto, infatti con l’ufficializzazione della sua morte, gli Usa e i governi europei possono giustificare l’innalzamento delle misure securitarie già presenti sin dal post-11 settembre.
In pratica i governi possono ora meglio narrare alle opinioni pubbliche nazionali che al fine di garantire a queste maggiori incolumità è necessario far fronte con nuove misure liberticide.
Il pericolo di una ritorsione qaedista (certamente verosimile sebbene ampiamente strumentalizzato massmediaticamente come sua portata), ridiventa un “cavallo di Troia” per i governi occidentali per riproporre una sorta di “strategia della tensione” tesa a ridare un nuovo input al ruolo della sicurezza nazionale e alla necessità di giustificare il proseguo e semmai il rafforzamento delle pratiche securitarie illiberali (le quali comunque non hanno impedito lo svolgersi di gravi attentati come quelli di Madrid e Londra); questo a maggior ragione in tempi di default di molti stati occidentali anche per impedire possibili intemperanze della popolazione contro gli esecutivi in crisi di consenso.
L’annuncio della certamente tardiva morte di Bin Laden farebbe parte come premessa di tale strategia orwelliana della “minaccia terroristica fantasma in modalità permanente” dato che quasi sicuramente alimenterà verosimilmente il rischio potenziale di vendette o attacchi terroristici da parte dei suoi seguaci sostenitori al fine di vendicarne il decesso, rinvigorendo il teorema dello scontro di civilità il tutto a favore di un proseguimento delle attuali leggi speciali antiterrorismo e delle varie conflittualità in giro per il mondo (facendo dimenticare e soffocare sul nascere nell’opinione pubblica occidentale l’immagine pacifica e modernista dei manifestanti nordafricani favorevoli a maggiori libertà e democrazia a casa loro).
Resta da porre un ulteriore considerazione su tale vicenda e riguarda la guerra al terrore lanciata dopo l’11 settembre in Afghanistan e la sua distinzione dal lavoro di intelligence operato nel frattempo in parallelo.
I due fenomeni non sono correlati tra loro e benchè neocon e falchi liberal in queste ore cerchino di porre le due cose come coincidenti e necessarie l’una non solo non giustifica la seconda e certamente l’uccisione di Bin Laden non ha nulla a che fare con la guerra in corso in Afghanistan.
Se ammettiamo come vera la versione ufficiale della Casa Bianca, l’uccisione di Bin Laden è stata una operazione di intelligence americana, non mi pare che la guerra in Afghanistan o i bombardamenti (ben poco mirati) nelle zone di confine tra Pakistan e Afghanistan siano stati risolutivi per la sua uccisione, non solo perchè tale uccisione è avvenuta quasi 10 anni dopo l’inizio del conflitto, ma anche perchè la sua morte è avvenuta in un’area abitativa pakistana della estesa periferia di Islamabad (vicino addirittura ad una importante accademia militare guardacaso strettamente connessa con l’ISI e l’esercito pakistano!), completamente differente dagli scenari cavernicoli o tribal-rurali proposti dai cosiddetti analisti internazionali del Pentagono e della Nato per le loro giustificazioni belligeranti in tutti questi anni.
Inoltre sembra che le informazioni in merito al rifugio di Bin Laden fossero già in possesso della stessa CIA (probabilmente via ISI) sin dal 2008.
Come mai solo ora è partita tale operazione di uccisione?.
La ragione è presto detta, Obama è in crisi di popolarità gli americani sono pessimisti e propensi a considerare la guerra in Afghanistan un fallimento nonostante gli ingenti sforzi economici e le numerose perdite militari, ecco allora che la proclamazione dell’uccisione di Bin Laden serve al governo americano a rinfocolare unità e fiducia nella popolazione americana.
Poco importa a questa che il “trofeo di caccia” non sia visionabile nè che egli non fosse armato nel suo appartamento (quindi non si spiegherebbe nella versione ufficiale come mai la necessità della sua uccisione a sangue freddo da parte dei Navy Seals), gli americani possono finalmente illudersi che alzando i cori di giubilo nazionalistici e la bandiera del patriottismo tutti i problemi siano finiti, che l’11 settembre sia stato vendicato con la legge (coranica) del taglione verso il suo ideatore e che l’enorme deficit per le spese militari e le migliaia di caduti in guerra siano stati “necessari e doverosi”.
Quel che agli americani sfugge è semmai il chiedersi come mai si è preferito incrementare il surge militare negli anni scorsi nell’inutile conflitto afghano anzichè catturare immediatamente Bin Laden date le informazioni in possesso alla CIA da ben 3 anni!!?.
Perchè far morire inutilmente migliaia di soldati americani e NATO (compresi gli italiani) in una missione che non poteva avere alcuna possibilità di successo a priori poichè come noto dagli stessi servizi segreti statunitensi Osama Bin Laden era nascosto in tutt’altra Nazione?!!.
La guerra in Afghanistan aveva come scopo retorico iniziale la cattura o uccisione dei mandanti dell’11 settembre, questo è avvenuto ma in tutt’altra località e con modalità ancora da chiarire, Obama nel suo discorso notturno anzichè riconoscere tali dati di fatto e la necessità di porre fine a tale inutile conflitto militare afghano (favorendo semmai le operazioni di intelligence atte alla cattura degli altri componenti di Al Qaeda) ha invece dichiarato che le operazioni belliche continueranno, ma appare evidente che non solo tali operazioni militari siano rivolte verso un nemico che non è più Bin Laden ma come anche il loro scopo si inserisca entro una confusa visione tendente a identificare il popolo afghano nel suo complesso con i talebani e questi a loro volta con i qaedisti.
Questo comporterà non solo il proseguo di una recrudescente e dispendiosa guerra priva di uno scopo preciso (se non forse il completo genocidio di una popolazione ritenuta non a torto bigotta e reazionaria ma non per questo necessariamente in toto terrorista e qaedista nel suo complesso) ma al contempo anche maggiori difficoltà a giustificare presso l’opinione pubblica americana (ormai soddisfatta per la compiuta vendetta/giustizia nei confronti del principale fautore dell’attacco terroristico all’America) un conflitto che mai come ora con (si spera) l’uscita definitiva di scena di Bin Laden morto in Pakistan (non in Afghanistan!), pare rivelare la sua vera inutile essenza.
Questo conflitto da oggi non si può più ammantare neppure nelle menti dei più ingenui “benpensanti” occidentali come un “giusto intervento per combattere il terrore e punire i colpevoli del più grave attentato terroristico avvenuto negli Stati Uniti e in occidente”.
Come paradossalmente Obama stesso ha delineato in nottata nel suo discorso e nella sua rinnovata retorica da progressista teso ad esportare “giustizia e libertà per tutti”, con il proseguo del conflitto afghano esso semmai risulterà essere sempre più solo uno strano incrocio a meta via tra un bislacco Nation Building coatto verso una popolazione del tutto refrattaria a tale occidentalizzazione dei costumi e un’operazione poliziesca internazionale tesa a bloccare la produzione e il traffico di droga.
Appare evidente che con la morte di Bin Laden il consenso verso tale conflitto calerà ulteriormente obbligando prossimamente in vista del 2012 i vari politicanti del conflitto bellico permanente e i fautori del keynesismo warfarista ad una dura presa di coscienza: la fine di una parentesi decennale giunta seppur in maniera ancora ambigua e misteriosa alla sua conclusione.