La settimana scorsa si è tenuta la prima conferenza internazionale dei partiti e dei movimenti e associazioni politico-culturali di ispirazione libertarian: Interlibertarians 2011.
La manifestazione ha riscosso grande successo e apprezzamento presso il pubblico partecipante, il quale è giunto numeroso da tutta Europa (ma anche in alcuni casi Oltreoceano) nella calda e accogliente città svizzera di Lugano per parlare e discutere di iniziative, temi e idee al fine di riportare il tema della libertà in tutti i suoi aspetti al centro del dibattito.
Presso la platea e i relatori di Interlibertarians si è visto la partecipazione di varie correnti filosofiche (liberali classiche, conservatrici, liberiste, libertarie anarcocapitaliste, minarchiche, agoriste, conservatrici fiscali) aventi varie tattiche e proposte differenti quale metodologia finalizzata ad un unico scopo, da tutti sostenuto: la necessità di ridurre la spesa e le tasse fermando l’ingerenza omologatrice dello Stato nella società, dando libertà di scelta agli individui all’interno di un libero mercato.
Uno degli scopi che si è data Interlibertarians fin dalla sua presentazione è quella di realizzare a fianco di un dibatitto teorico divulgativo ed enunciativo in relazione alle esperienze personali conseguite dai singoli relatori entro le loro esperienze politiche o di vita, la creazione di una rete di rapporti finalizzati alla definizione e ideazione di progetti e azioni pratiche.
Uno degli obbiettivi che Interlibertarians si è data è quella di costituire un network internazionale di associazioni, partiti e movimenti libertari tendenti non solo a dialogare ma anche a sostenersi e lavorare al fine di dare maggior peso specifico e risonanza alle ragioni del libero mercato e delle libertà economiche indiividuali in termini transnazionali.
L’edizione di quest’anno di Interlibertarians è stata un importante banco di prova visto che era la prima edizione, un’occasione sperimentale per iniziare ad incontrare e conoscere vecchi e nuovi amici del web e per definire le infrastrutture e le reti progettuali e le iniziative prioritarie da divulgare e far conoscere in termini pacifici e nonviolenti presso le rispettive differenti realtà locali nazionali.
Nella due giorni sono intervenuti numerosi relatori i quali hanno contribuito con un loro breve intervento a definire le loro idee di libertà su alcuni argomenti di loro interesse, stimolando il pubblico in un dibattito circa gli approcci e le possibilità di realizzazione di tali issues.
In questo articolo mi concentrerò in particolare sulle relazioni esposte da parte dei relatori non contemplati in altri articoli pubblicati in questo sito.
Il primo intervento d’apertura è stato quello del parlamentare tory inglese, Hon Philip Davies a nome della Freedom Association (associazione di cui è socio co-fondatore) in merito alla libertà dal crimine.
Il suo intervento ad onor del vero non è stato propriamente definibile come libertario ed è stato senza dubbio quello più problematico e per certi versi meno apprezzato dell’intera manifestazione da parte della platea (e dal sottoscritto lì presente) oltrechè da altri relatori all’evento come è emerso nel question time a seguito del suo discorso.
Il parlamentare si è soffermato sopratutto entro un approccio utilitarista parlamentare essenzialmente focalizzato sul tema della sicurezza e dei suoi costi, con la promozione di una visione un pò troppo “law & order” attraverso leggi nazionali statali tendenti a privilegiare più che la privacy e i diritti naturali degli individui, le ragioni di una lotta al crimine senza quartiere, attraverso l’uso di telecamere e creazione di banche dati del DNA.
Davies e la sua logica è risultata peraltro varie volte contradditoria non tanto o solo in merito alla funzionalità del dato tecnologico o alla questione economica sui sistemi di videosorveglianza pubblica e i risultati scientifici legati all’ambito delle analisi genetiche sulle scene del crimine, quanto piuttosto sulla sua ingenuità circa il loro “buon uso” da parte del governo.
E’ inoltre emersa una certa ambiguità di fondo tra la sua opposizione antieuropeista a norme ritenute invasive e burocratiche nei confronti dei cittadini e la sua predilezione statalista ad introdurre analoghe leggi sul piano parlamentare nazionale.
Non solo, è emerso che la sua opposizione a leggi quali l’istituzione della ID card (da lui giustamente considerata come una violazione della privacy e del diritto di non ingerenza da parte dello Stato) non lo porti a ritenere che anche un sistema di videosorveglianza addirittura più invasivo in quanto panoptico rispetto alla detenzione di un mero documento di identità in tasca, sia anch’esso un problema legato al suo uso e al rapporto tra il comportamento degli individui e i crimini contestati a loro, stabiliti a priori e a tavolino dallo Stato.
Per Davies è il parlamento che realizza le leggi e ovviamente egli ingenuamente (non senza un interesse diretto in esso dettato dalla sua posizione) ritiene che basti l’elezione parlamentare da parte dei cittadini a definire tale grado di corrispondenza tra gli interessi della massa e quelli dei propri rappresentanti; per lui quel che conta è la sicurezza, peccato che una ID card sia paragonabile ad una banca dati del DNA da lui auspicata in ragione, a suo dire, di una “migliore e sicura” identificazione dei colpevoli a fronte dell’innocenza e della sicurezza di chi nulla ha da temere dalla giustizia.
Certo Davies afferma che il DNA nei database non potrà discriminare o stabilire malattie o l’anamnesi del paziente-schedato, resta però evidente che neppure la ID card lo possa fare, anzi visti i progressi scientifici e tecnologici è evidente per confronto, come una ID card sia meno portatrice di informazioni e di dati (e quindi vìoli meno la privacy) rispetto ad una scheda genetica.
Ma per Davies questo non è un problema dato che quel che a lui preme è la risoluzione dei delitti e l’adozione di una visione giustizialista (poco libertaria e molto invasiva), finalizzata alla risoluzione dei crimini (o quantomeno questo è il suo auspicio a priori).
Le tesi di Davies non sono minimamente finalizzate a ridurre la presenza dello Stato e la sua possibile ingerenza, dalla sua esposizione è emerso chiaramente un tentativo di perfezionare il sistema, di ottimizzazione dello Stato in funzione di una visione economicistica tesa però al rafforzamento efficientistico del sistema stesso, il tutto con tesi e motivazioni tipicamente istituzionali aventi poco a che fare con il carattere libertario antistatalista.
Per il parlamentare inglese, tutto è chiaramente definibile entro la visione del politico politicante, laddove Scotland Yard (ma davvero Scotland Yard e le organizzazioni sindacali dei poliziotti sarebbero felici di un maggior numero di licenziamenti per lasciar spazio a un maggior numero di telecamere?) e i sondaggi sono favorevoli alle telecamere e laddove pure un comitato della Camera dei Comuni è favorevole alla schedatura genetica di tutti i cittadini, avendo quest’ultima rappresentanza democratica ed elettorale non c’è alcun problema o obiezione di sorta che possa essere mossa; tale tesi viene ritenuta a priori come cosa in sè priva di problematiche e per di più libertaria!.
Non sapendo quale grado di conoscenza culturale egli abbia del libertarianismo appare evidente in tutta la sua esposizione come egli non abbia mai ritenuto pericoloso o incostituzionale e illegale che lo Stato possa detenere il genoma di innocenti e privati cittadini entro una propria banca dati, nè ha mai considerato l’uso delle videocamere come sistema di videosorveglianza come una possibilità da far decidere direttamente semmai ai cittadini, all’interno di un sistema di privatizzazione o definizione di regole di quartiere o di strade.
Davies ha chiaramente dimostrato in termini poco libertari la volontà che lo Stato decida ciò che è utile per tutti, delegando tale potere ai politici anzichè ai cittadini o ai privati in funzione della realizzazione di tali aree di videosorveglianza o banche dati su base volontaria.
Quel che più ha dato fastidio del comportamento di Davies al di là della sua indolenza nel rispondere alle domande della platea è stata la sua scarsa considerazione circa le libertà civili (in realtà molto spesso libertà naturali degli individui) da lui ritenute “sacrificabili in nome della sicurezza”, demonizzando hobbesianamente come “anarchia” qualsiasi opposizione ragionevole al realizzarsi di quello che in sostanza a fronte di un’assenza di libera decisione dal basso da parte degli individui sembrerebbe uno scenario da “Minority report o da 1984“.
Per Davis coloro i quali mettono in dubbio lo Stato e i suoi compiti securitari sono “anarchici”, il che per certi è vero, ma forse l’”anarchia” da lui considerata in ambito anglosassone tende ad avere manifestazioni violente e improprie ben lontane da qualsiasi obiezione libertaria razionale e nonviolenta suggerita presumibilmente dimostrata non solo dalla platea di Lugano ma anche dai suoi oppositori britannici.
E’ comunque il caso di sottolineare come un ordine spontaneo naturale sostenuto generalmente dai libertari abbia poco a che fare sia con un ordine di tipo politico sia con l’anomia delle leggi.
Il fatto che lo stesso Davies abbia più volte menzionato i gruppi oppositori dei suoi progetti come “gente di sinistra” ha dimostrato la scarsa conoscenza da parte del relatore delle obiezioni di altri suoi colleghi conservatori libertari (senza dubbio più libertari di lui) anglosassoni quali Daniel Hannan e Nigel Farage, in merito a sistemi come il TSA rigettato in quanto ritenuto incostituzionale e una forma di violazione ai diritti naturali.
Non nego che le videocamere possano essere funzionali ma ciò che Davies non ha mai sottolineato nel suo discorso è la questione del “chi controlla il controllore?”; egli non ha mai posto limite e alcuna valutazione critica circa l’azione dello Stato in relazione alla libertà dei cittadini e circa un possibile uso distorto di tale tecnologia al fine di giustificare la pronta risoluzione dei crimini attribuendo e identificando per colpevole un innocente, o accusando gli avversari politici di crimini mai commessi.
Inoltre la naturale tendenza dello Stato è quella di definire pseudocrimini e continue proibizioni tendenti a ridurre continuamente la libertà degli individui a nome della “sicurezza nazionale”, non si comprende allora nel discorso di Davies come la sicurezza e la libertà dal crimine equivalga a una libertà naturale degli individui, dato che nel suo discorso non è mai stato affrontato il tema della depenalizzazione di molti pseudoreati attualmente anche in UK contemplati come crimini a tutti gli effetti.
Ricordiamo che è lo Stato a stabilire per legge cosa sia crimine e cosa non lo sia, ciò naturalmente al di là della sua liceità e del suo impatto sociale.
La tecnologia è senz’altro più efficiente degli attuali mezzi in dotazione ai poliziotti, ma senza una riduzione della tipologia di crimini contemplati a priori si rischia di dare in mano al monopolista della forza pubblica (lo Stato) solo un’arma ben più potente a livello repressivo a fronte delle già sue attuali capacità coercitive.
E’ vero che il costo di una telecamera è inferiore a quella di molti poliziotti in servizio, ma anche le telecamere hanno un costo medio di 320,000 £ che comunque andrebbero a gravare sui contribuenti a livello fiscale.
Inoltre se la visione securitaria è la base del ragionamento funzionale della politica, atto a favorire la diffusione delle telecamere nei luoghi pubblici in ragione della loro efficacia, appare evidente che l’alto numero di dispositivi installati, tenderebbe presto o tardi a raggiungere cifre e costi pari se non superiori a quelli degli stessi poliziotti in servizio (non fosse altro per la ridotta mobilità rispetto ad un essere vivente nel monitorare una zona).
Davies non ha neppure avuto il buon senso di rivelarci chi produrrebbe tali apparecchi, certo è possibile ritenere che vi siano delle lobby produttrici in UK che spingono a di tali sistemi di videosorveglianza essendo favorevoli alla loro introduzione estesa nella società attraverso la legge dello Stato.
Ma tutto questo torna ad essere dettato dall’alto, anzichè dalla libera scelta dei cittadini nei loro quartieri.
Il discorso di Davies si basa su sondaggi di consenso ormai vecchi di qualche anno fa (legati al periodo degli attentati di Londra e certamente maggiormente legati ad una certa isteria e reazione empatica al rischio terrorismo nella società dettata utilitariamente anche dal precedente governo britannico) ma tali sondaggi dimostrano solo che gli inglesi sono favorevoli e predisposti al loro uso non che ritengano giusto a priori che lo Stato le possa adoperare a sua discrezione.
Forse tali persone sono favorevoli al loro uso entro una loro libera scelta di adozione di quartiere e non attraverso una sistematica e coatta adozione da parte dello Stato.
E’ vero che una strada pubblica è un luogo pubblico che non viola la privacy delle persone, questo però non significa allo stesso tempo che le azioni commesse in tale luogo pubblico debbano essere necessariamente valutate per legge come dei crimini sanzionabili laddove questi hanno ricadute non coercitivi verso il prossimo in assenza di vittime o di violenza.
Un’altra contraddizione emersa da tale relatore è la questione legata alla prevenzione dei crimini.
Davies è favorevole alla liberalizzazione delle armi da fuoco ma ritiene che l’adozione delle telecamere e l’adozione della schedatura tramite DNA possa prevenire automaticamente il crimine, insomma egli adotta il paradigma secondo il quale è sufficiente che vi sia la tecnologia e la modalità di identificazione-repressione al fine di impedire il realizzarsi del crimine, ma questo è di una ingenuità disarmante, dato che come nel caso del possesso di un’arma da fuoco, un individuo ha il libero arbitrio e la possibilità di usarla e agire in termini virtuosi o criminali a seconda delle sue motivazioni e ragioni personali al di là del fatto che ci possano essere tali sistemi di monitoraggio e prevenzione a livello di cornice generale.
D’altronde se facciamo caso, nonostante l’introduzione da diversi anni di metodi di polizia scientifica legati anche all’uso di telecamere e di riscontri genetici sulla scena del delitto, i criminali continuano a compiere nonostante tutto gli omicidi.
Quindi è evidente come il problema del crimine e della violenza nella società contemporane e la sua prevenzione non sia facilmente risolvibile solo puntando sulla tecnologia a livello sociale, anzi, tale convinzione risulta aleatoria con efficacia (pari a 0) a livello dissuasivo e preventivo.
Neppure con nuovi metodi di identificazione e di controllo sempre più sofisticati, si potrà mai arrivare al crimine zero e alla sicurezza più totale, dato che appare evidente non solo che tali azioni dipendano soggettivamente dalla natura e azione umana, ma appare altrettanto evidente come questi strumenti non possano servire da exempla al fine di evitare la loro emulazione o il loro esercizio da parte del criminale.
Inoltre laddove non c’è possibilità da parte del crimine di venir esercitato con i metodi tradizionali, c’è la naturale tendenza a lasciar posto a crimini e criminali difficilmente identificabili o riscontrabili da parte della forza di sicurezza: quelli di Stato.
Davies pur essendo favorevole alle nuove tecnologie non ha mai parlato nella sua relazione di introdurre in forma più estesa forme di controllo elettronico a distanza per coloro i quali sono già stati condannati; insomma niente braccialetto elettronico o sorveglianzaa radiofrequenza per tali personaggi, solo gli onesti cittadini innocenti devono essere monitorati con le telecamere elettronicamente, per i criminali dovrebbe esserci solo il ben peggiore carcere inglese; se non fosse che proprio l’attuale coalizione governo inglese tory-libdem di Cameron sta proponendo a livello parlamentare la scarcerazione dei criminali dai carceri inglesi sovraffollati.
Davies ovviamente è contrario a tali scarcerazione (evidentemente si fida poco dei sistemi di detenzione e monitoraggio alternativo elettronico dei condannati…) ma ciò implica anche una contraddizione di fondo nel suo ragionamento legato non solo alla piena funzionalità del parlamentarismo inglese ma anche alla sua visione securitaria che lo Stato deve garantire.
Tale issue giustizialista da lui vista come prioritaria sul crimine (al di là della gravità del reato commesso) è smentita anche alla luce delle questioni di carattere economico dato che il Governo Cameron ha ritenuto il costo della permanenza coatta in carcere di un numero eccessivo di criminali (molto spesso aventi commesso crimini di non elevata gravità penale) un aggravio non indifferente per le tasche dei contribuenti inglesi, rispetto a forme alternative di sconto della pena.
L’intervento di Davies è apparso particolarmente poco libertario alla luce anche di quella sicumerica visione di superiorità tipicamente anglosassone legata alla massima funzionalità ed esaltazione del metodo statale e del processo politico decisionale dall’alto in merito alle leggi e a ciò che è utile per tutti i cittadini.
Tale approccio non solo è stato smentito da numerosi intellettuali e pensatori libertari del passato (si pensi a Spooner, Thoreau, Mencken e Chodorov) ma appare sempre più omologato e similare a quello delle nostre italiche latitudini, tanto che una persona come Giorgio Fidenato è in lotta aperta nei confronti dello Stato italiano in merito al non ottemperamento da parte del secondo di leggi comunitarie europee sovranazionali in merito all’uso di mais biotech!.
Il caso di Giorgio Fidenato, presidente di Agricoltori Federati smentisce non solo la visione di Davies circa la sempre evidente correttezza dei parlamenti nazionali democraticamente eletti (dato che tutti i partiti italici e in primo luogo quelli teoricamente di “centrodestra” sono pervicacemente oppositori dell’uso degli Ogm) e degli Stati nazionali rispetto alle istituzioni sovranazionali come può essere la UE, ma tende anche a dimostrare l’inadempienza dei politici (specie se italiani) a sottostare a leggi da questi emanate ad un livello superiore laddove queste non sono di loro interesse o convenienza d’approvazione e adempimento per sè stessi e per le lobby verdi e dell’agricoltura cosiddetta “”biologica”" da cui ottengono voti in cambio di finanziamenti sottobanco.
Giorgio Fidenato proprio mentre era all’Interlibertarians ha ricevuto la notifica giudiziaria dell’esproprio-sequestro da parte dello Stato italiano della propria azienda agricola, del proprio trattore e addirittura del proprio computer in quanto egli viene ritenuto dallo Stato (in primo luogo dal governo comunista di Silvio Berlusconi e dal suo ultimo acquisto del calciomercato invernale, il ministro Romano, in seconda battuta dal cartello verde nazicomunista per la “purezza alimentare del seme” presente e ascoltato anche a”"destra”") come uno “spacciatore di semi OGM contaminati”, semi OGM i quali a onor del vero invece sono legali a livello comunitario e coltivati e venduti senza alcun problema e proibizione statale nella socialista Spagna di Zapatero (tanto per dire!) da sempre esaltata come modelli di progresso proprio dai partiti di sinistra oppositori di Fidenato, così come in numerosi altri paesi europei.
Giorgio Fidenato è l’esempio più cristallino di quella disobbedienza civile gandhiana nonviolenta, la quale messa in atto pone in luce le contraddizioni e le ipocrisie dello Stato e di un sistema autoreferente teso al mantenimento e alla tutela di alcuni interessi particolari di retrobottega a fronte dei diritti naturali di libera coltivazione e commercializzazione informata sul suolo italiano di prodotti e alimenti biotech ritenuti dalla comunità scientifica internazionale come sicuri e privi di rischi, già presenti da parecchi anni in termini di importazione e alimenti nelle nostre filiere produttive e nelle catene alimentari anche umane italiane in forma clandestina a fronte della demagogia e dell’ipocrisia nominalistica messa in atto in primo luogo dagli stessi cartelli lobbistici verdi ecologisti al fine di negare loro stessi in primo luogo l’origine dei loro prodotti “biologici” venduti.
Sulla vicenda del sostituto d’imposta che vede coinvolto sempre Giorgio Fidenato ha parlato invece Leonardo Facco, amministratore delegato del Movimento Libertario, associazione politico-culturale di cui Giorgio Fidenato è socio fondatore.

Facco ha dimostrato nel suo intervento come lo Stato e il sistema attuale dei partiti tendano di fatto a negare ogni dibattito pubblico e qualsiasi strada di tipo giudiziaria o referendaria tesa a mettere in questione tale servaggio gratuito nei confronti dello Stato.
Dietro al sostituto d’imposta vi è sottesa una logica funzionale a nascondere ai lavoratori dipendenti la rapina fiscale da questi subita sul lordo della busta paga per opera dello Stato al fine di costituire invece una vetusta e inverosimile inflazionata lotta di classe marxiana tra capitale e lavoro allo scopo di aumentare il peso e il ruolo contrattuale dei sindacati e dei partiti sulla questione economica del lavoro a livello inflazionistico salariale; evitando invece di porre correttamente in luce l’unica vera lotta di classe esistente da sempre: quella tra produttori (imprenditori e operai) e parassiti (politici e sindacati).
L’intervento successivo ha visto Elisa Serafini, Tesoriere di Confcontribuenti, associazione che si impegna sul modello dell’American Tax Reform di Norquist assieme ai Tea Party italiani, a far firmare ai candidati delle prossime elezioni amministrative l’impegno/pledge sottoscritto con tale associazione affinchè una volta eletti si rinunci a qualsiasi attività di spesa durante il loro mandato politico ricoperto.

La via intrapresa è quella di una rinuncia da parte del candidato a promesse e progetti elettorali di intervento spesaiolo a fronte di una realtà fiscale italiana anche a livello locale ormai insostenibile basata sul deficit spending e su un aumento della pressione fiscale, giunta ormai al 70% sempre per causa delle forze politiche cosiddette di “centrodestra”, le quali in teoria dovrebbero differenziarsi rispetto alla sinistra post/neocomunista per una visione più favorevole al libero mercato, per una riduzione della pressione fiscale, ma che nel concreto, come Elisa Serafini ha denunciato chiaramente nel suo discorso, esse sono refrattarie se non apertamente contrarie sul piano pratico in termini di agenda politica, a qualsiasi visione tesa verso l’abbassamento della pressione fiscale e l’affermazione del capitalismo e del libero mercato quali vie per far ripartire la crescita dell’Italia e attirare gli investimenti esteri (anzi notizia delle ultime settimane sono i tentativi colbertisti protezionisti da parte dello Stato italiano sull’affaire Lactalis-Parmalat).
L’attività di Confcontribuenti vuole cercare di definire il rapporto tra Tax Payers e Tax Consumers cercando di limitare e di definire le aree di spreco di denaro derivante dalla tassazione portata avanti dai politici e dai burocrati al fine di disincentivare tali condotte illiberali e antieconomiche da parte dei secondi una volta eletti.
Un altro interessante intervento nella prima giornata di Interlibertarians 2011, è stato quello di Paolo Pamini, membro del Liberales Institut di Zurigo e del Politecnico federale, il quale ha proposto in chiave pragmatica due proposte per comunalizzare il potere politico in ambito elvetico.
La proposta di Pamini prende spunto da alcuni dati di fatto: le costituzioni, la divisione dei 3 poteri statali sono falliti, il potere pubblico tende ad aumentare.

L’unica soluzione per evitare una deriva statalista di pianificazione totalitaria è la concorrenza istituzionale tra aree e livelli amministrativi.
La tesi del relatore si innesta su un ambito federalista autentico quale è quello elvetico basato sul modello della federazione, dei cantoni e dei comuni.
1) Un primo modello è la trasformazione dei cantoni in una confederazione dei cantoni;
2) La seconda proposta è la frammentazione degli Stati in statuti legislatori detti FOCJ;.
Guardiamo per il momento alla prima delle due ipotesi.
Il primo modello implica che il Ticino diventi una repubblica a confederazione di comuni con al suo interno una rappresentanza cantonale e un livello di coordinamento dei comuni a livello federale.
Questo comporta ovviamente che vi sia una maggior autonomia dei comuni in modo che tali realtà comunali abbiano poi una loro rappresentanza in termini confederali rispondenti al modello delle confederazioni storiche come quella degli Usa prima del 1865 (ovvero antecedenti alla guerra civile), della Svizzera antecedente al 1848 e all’istituzionalizzazione dello Stato contemporaneo e della Ue prima del trattato di Lisbona.
I vantaggi di tali modello sarebbero:
- la creazione di piani istituzionali in competizione tra loro, favorendo una dinamizzazione dei contribuenti tra vari comuni aventi differenti modalità di tassazione (decise ovviamente a livello locale dai cittadini, non dai politici);
- un maggior controllo dei politici e dei burocrati da parte dei cittadini in virtù di una maggior vigilanza e vicinanza dei cittadini sul potere politico;
- verrebbero disincentivate la ricerca di rendite politiche grazie alla piccola estensione territoriale di queste aree di controllo;
- privatizzazione dei servizi pubblici sul mercato con un abbassamento dei costi attualmente sottoposti a monopolio pubblico;
Il secondo modello, quello dei FOCJ (Functional Overlapping Competing Jurisd ovvero giurisdizione funzionali che si sovrappongono in competizione tra loro) è un’ipotesi gradualista pubblica, basata sul concetto di enti erogatori che provvedono ai servizi pubblici.
Tale modello si differenzia per certi versi dal concetto di azienda municipalizzata italiana (in mano pubblica e politicante) in quanto il FOCJ sarebbe un sistema di autonomia anche politica dal basso a vari livelli operativi tendente a sovrapporsi nell’erogazione dei servizi pubblici agli altri soggetti, anche al di là dell’estensione comunale di origine del comune.
Di fatto il modello funzionale sarebbe quello dei consorzi, tesi all’erogazione di un servizio puntando sulla capacità di definire livelli amministrativi che tendono ad essere sì basati sull’amministrazione politica ma slegati e ad un livello parallelo dalla normale funzione pubblica specie di natura elettorale del tradizionale comune.
I vantaggi della FOCJ rispetto ad un comune o ad una azienda municipalizzata tendono ad essere inscrivibili a quelli di un libero mercato offerenti, essi costituiscono per il cittadino-fruitore una comparazione tra varie FOCJ con possibilità di trasferimento e secessione dei cittadini o a livello istituzionale da un tale sistema erogatore di servizi ad un altro.
Il FOCJ è un erogatore di servizio sul quale far affidamento, divenendo ente autonomo rispetto al comune o alle altre strutture federali istituzionali.
Esso riduce il monopolio della territorialità permettendo al cittadino di avere maggior possibilità contrattuale in funzione del servizio offerto al fine di recedere da tale struttura-fornitore.
In pratica attraverso il FOCJ cambia l’idea di cittadinanza non più legata politicamente al comune o al territorio ma in funzione al fornitore del servizio a cui si fa riferimento.
Il FOCJ diventa un meccanismo di concorrenza pubblica e di graduale introduzione di principi di emulazione aziendale di libero mercato, riprendendo le idee di Hayek, che seppur funzionale ad un discorso di libero mercato operante entro un assetto istituzionale pubblico graduale, non è esente da possibili interessanti prospettive future anche di tipo anarcocapitalista a seguito di ipotizzabili loro privatizzazioni, trasformando tale processo di gestione pubblica in una forma di privatopia o enclave economica privata dipendente dal servizio, in competizione o concorrenza panarchica con altre FOCJ pubbliche o private disponibili sul territorio.
Certo tale meccanismo delle FOCJ prevede un quadro normativo e culturale-economico che limiti dell’ingerenza della politica ben differente da quello oggi giorno presente in Italia a fronte anche di pseudofederalismi leghisti tassaioli selvaggi e di un controllo padronale del territorio da parte della politica e delle sue logiche lobbiste e di spoil system a totale discapito della trasparenza e del controllo dei cittadini di tali processi decisionali economici.
La proposta di Pamini sulle FOCJ comporta che molte attività oggi distribuite e moltiplicate in singole realtà locali in mano al comune e ai politici vengano eliminate proponendo un inglobamento giuridico e territoriale dei comuni più piccoli in aree giuridiche e giurisdizionali più estese al fine di ridurre gli sprechi e i doppioni amministrativi locali con quelli garantiti dall’ente erogatore.

Appare evidente che in Italia ciò sia alquanto difficoltoso dato che non si vuole accorpare i singoli comuni in macrocomuni, abolendo le province e le comunità montane.
Quel che Pamini però rileva è che tali due proposte sono modelli che tendono ad aggiornare forme e modalità istituzionali e giuridiche competitive già presenti in lontane epoche quali ad esempio il medioevo o l’ambito svizzero e statunitense antecedente alla metà dell’Ottocento, tali modelli non sono quindi delle utopie, ma semmai vanno riscoperti e riproposti aggiornandoli agli attuali criteri effettivi di libero mercato al fine di ridurre il monopolio dello Stato (e dei partiti) sui servizi che di fatto comporta non solo una cattiva qualità d’erogazione al netto dei soldi estorti ai contribuenti.
La pianificazione messa in atto dallo Stato welfarista e socialista, comporta un problema di valutazione soggettiva e di valorizzazione dei servizi offerti da parte del legislatore-pianificatore a fronte delle risposte dei cittadini, tutto ciò rientra all’interno della questione del calcolo economico sollevato da Ludwig von Mises sin dagli anni ’20 del XX secolo in merito ai problemi del socialismo e circa l’impossibilità che questo possa funzionare.
In assenza di un libero mercato, con la presenza di un monopolio omologante e omogeneo dei servizi, viene del tutto a mancare un soddisfacimento delle variegate e differenti esigenze dei singoli individui.
A seguito dell’intervento di Pamini, gli organizzatori dell’evento hanno brevemente riportato e letto i saluti di vari movimenti e partiti libertari internazionali, britannici, argentini, messicani, venezuelani, spagnoli e il saluto dell’associazione italiana di centrodestra Gaylib (da sempre vicina sin dalla fondazione del Movimento Libertario nel 2005) agli organizzatori, in merito alla questione delle libertà individuali e dei diritti naturali responsabili di libera scelta da parte degli omosessuali e transessuali.
In seguito è stato proiettato in sala il videomessaggio proveniente dagli Usa da parte di Mark Hinkle, presidente attuale del Libertarian Party statunitense, il principale terzo partito americano, il quale ha voluto gentilmente partecipare all’evento di quest’anno con un suo breve discorso incentrato sull’importanza di questo genere di incontri al fine di far avanzare le idee libertarie di libero mercato e meno Stato nelle varie società e nazioni.
Mark Hinkle ha concluso il suo discorso salutando la platea e gli organizzatori e promettendo a noi tutti in vista della prossima edizione dell’anno prossimo (che si terrà sempre a Lugano al Palazzo dei Congressi in data 31 marzo-1 aprile 2012) di voler partecipare di persona ai lavori del meeting gettando quindi la base per una solida cooperazione tra le sigle organizzatrici dell’evento (Liberisti Ticinesi e Movimento Libertario) e il principale partito libertario al mondo in vista della promozione e la trasformazione dell’evento annuale in quello che gli organizzatori auspicano possa diventare la “Davos del libertarianismo mondiale” con importanti collaborazioni e illustri ospiti.
Dopo l’importante contributo video di Mark Hinkle all’evento, è seguito l’intervento di un giovane economista del Mises Institute, proveniente dalla Repubblica Ceca, Jan Krepelka, il quale nel suo intervento si è soffermato sulla questione della sanità statale come collettivizzazione della vita quotidiana.

Il tema è particolarmente d’attualità non soltanto in merito alla riforma sanitaria promossa da Obama negli Usa, ma anche in merito agli alti costi e ai cattivi servizi degli attuali sistemi sanitari nazionali welfaristici promossi dagli Stati europei.
Il relatore ha inizialmente definito chiaramente in merito al dato americano, come attorno alla questione della salute siano presenti enormi interessi in primo luogo da parte delle assicurazioni e dalle rispettive compagnie.
Ma attenzione, tali interessi non sono stati minimamente colpiti o disincentivati o financo bloccati con l’approvazione della riforma sanitaria di Obama, tutt’altro, essa non solo non è una vera assistenza sanitaria di Stato sul modello di quella europea ma di fatto comporta un doppio livello decisionale basato sul mantenimento vigente (dall’epoca del primo Medicare e Medicaid di LBJ sino alle sue revisioni recenti) del rapporto di cartello tra le lobbies assicurative con il canale di interlocuzione e di intesa (molto spesso in termini elettorali e di finanziamento) con la politica e con l’attuale governo americano.
Il governo collettivizzando la sanità impone il proprio “padrinato” su tale settore obbligando tali lobbies a scendere a patti con lui e non certo con maggior trasparenza e minor costo per i contribuenti; lo Stato imponendo l’obbligatorietà dell’assicurazione (si pensi alla RC auto italiana) permette alle assicurazioni e a questi cartelli di arricchirsi in funzione dell’obbligatorietà legislativa, in cambio di cospicui finanziamenti durante le campagne elettorali.
Nel caso sanitario il governo non rinunciando al proprio monopolio redditizio (specie a livello di spoil system e di nomine elettorali) sulla sanità, illude gli elettori che tali costi possano dipendere dalla condotta e dai comportamenti “”irresponsabili”" degli individui.
Esso aumenta quindi (con sommo spreco di denaro pubblico) le campagne pubblicitarie salutiste e le proibizioni legislative legate all’alimentazione, al fumo, all’alcool e alle droghe volendo far credere che tali comportamenti comportino un rischio sociale e un danno economico per la collettività atto a giustificare il deficit e i costi della sanità pubblica.
In realtà non solo tali proibizioni sono costose in termini di propaganda massmediatica, ma oltre a non essere minimamente funzionali ad indurre gli individui a cambiare il loro stile di vita (senza vere e proprie coatte imposizioni), non lo sono neppure allo scopo di far calare i costi sanitari costantemente inflazionati in quanto ricco bacino di interessi politici ed economici extra-sanitari, come i recenti scandali italiani a livello regionale degli ultimi anni hanno dimostrato palesemente.
Quindi non solo è del tutto inverosimile che con le norme proibizioniste cali il costo del servizio sanitario, e vi sia un abbassamento del costo delle spese e delle prestazioni mediche.
Semmai è il suo contrario dato che aumentando per legge le proibizioni salutiste, le compagnie assicurative aumentano proporzionalmente al rialzo i costi delle assicurazioni giustificati dal trend proibizionista e colpevolizzante proposto dallo Stato e dal governo in funzione del quadro biologico e comportamentale dell’individuo, adeguando al rialzo il costo del bonus assicurativo da versare in relazione allo stile di vita deciso dalla legge (molto spesso senza alcun riscontro medico e sanitario evidente di nocività).
Ma l’intento del governo non è solo il tentativo pseudoeconomico di ridurre i costi sanitari, non è solo paternalista ma anzitutto totalitario (ricordiamo che Hitler e il partito nazista fu il primo partito nel XX secolo a introdurre campagne di prevenzione sull’obesità e contro il fumo, come ottimizzazione non solo del sistema previdenziale bismarckiano ereditato ma anche in riferimento ad una visione di costruzione dell’”uomo ariano sano e puro”) di voler controllare il corpo degli individui, negando la libertà e la proprietà individuale di ciascun individuo sul proprio corpo.
Se in passato i governi al fine di giungere a tale scopo si erano appoggiati sulle religioni, il nazionalismo, il servizio militare, motivazioni sanitarie-assistenziali, oggi esistono forme di delazioni e di impedimenti legalitari approvati dai parlamenti e per legge tendenti a disincentivare o approvare tramite gli spot: l’immigrazione, le droghe, l’alcool, il tabacco, gli sport sani da quelli “pericolosi”, il cibo, la vita sessuale, campagne anti-infortunistiche come con i caschi e le cinture di sicurezza.
Al contempo lo Stato a fronte di tutto ciò “in nome della salute pubblica della società” oltre ad offrire servizi sempre più scadenti a livello medico nonostante i continui aumenti delle prestazioni sanitarie pubbliche, propone moratorie per meno ospedali e meno posti letto e meno dottori, con una maggior attesa nelle visite e riduzione dei rimborsi assicurativi.
Insomma c’è qualcosa che non quadra!.
Se lo Stato fosse davvero preoccupato della nostra salute come mai riduce i posti letto e fa di tutto al fine di impedire le visite mediche aumentando i tempi di attesa?.
Semplice, perchè lo Stato non solo non spende i soldi dei contribuenti per servizi sanitari di qualità (per quale scopo lo dovrebbe fare avendo il monopolio sulla salute?), ma adopera tali motivazioni salutiste per operare solo un’invasione della sfera personale degli individui laddove non è necessario lasciando gli individui malati e bisognosi di cure con scarsi servizi o in assenza di adeguata assistenza laddove servirebbe.
Lo Stato limitando la sanità privata e favorendo l’assistenzialismo demagogico nella società si arroga a sè il monopolio e la decisione sulla salute trasformandola in un’arma di ricatto politico e di ricerca del consenso elettorale durante le elezioni ben sapendo non solo che tali proposte si rivelano perlopiù delle vane promesse, ma anche che tale monopolio sulla salute di fatto impone ai contribuenti-pazienti-elettori la necessità di far riferimento alla politica rimpolpando non solo la discrezionalità decisionale del politico ma anche il suo arbitrio affinchè il servizio peggiori quanto basta affinchè esso possa continuamente essere riproposto come “cavallo di battaglia” elettorale retorico per il suo miglioramento virtuale (in realtà per poter intascare nuovi soldi pubblici, fare spoil system politico-elettorale o prendere finanziamenti dalle lobby, a seconda delle nazioni) e come “munifica elargizione” all’elettore, il quale ingenuamente o si accontenta di un servizio scadente, oppure stupidamente si mette a protesta per un incremento del controllo politico da parte dei politici e dello Stato della sanità (non comprendendo come tale situazione sia volutamente lasciata all’incuria e al degrado proprio dai politici e dai loro “amici”).
Quindi le proposte liberiste di Krepelka in materia sono quelle di limitare l’assistenzialismo welfarista dello Stato sulla sanità, eliminare le leggi sulle assicurazioni sanitarie obbligatorie e privilegiare un libero mercato sanitario aperto a nuovi soggetti (privi di assistenza o copertura statale) al fine di scegliere non solo la propria eventuale assicurazione in piena libertà e responsabilità decisionale individuale ma anche per poter avere un mercato dei prezzi concorrenziale e non bloccato su decisione del governo come avviene negli Usa anche di Obama.
Rivo Cortonesi, segretario dei Liberisti Ticinesi, tra gli organizzatori dell’evento, è intervenuto parlando sul tema della scuola pubblica e della necessità di maggior libertà di scelta educativa rilanciando la proposta miniarchica dei buoni scuola friedmaniani, auspicando la necessità di maggior libertà scolastica non soltanto delegandola alla libera scelta delle famiglie per gli studenti, ma anche come scelta educativa e culturale da parte degli stessi insegnanti.

Thomas Jacob tra i sostenitori delle idee di Hans Hermann Hoppe, ha presentato a livello economico la proposta già attualmente calendarizzata a livello parlamentare nel marzo di quest’anno del ripristino del franco aureo nella confederazione.

Il ripristino del franco aureo in circolazione verrebbe a porsi come emendamento all’interno della modifica in corso della Costituzione svizzera.
Lo scopo della moneta aurea sarebbe quella di garantire gli utenti e i possessori di tale moneta, del valore di tale mezzo di pagamento contro gli effetti dell’inflazione monetaria derivante dalla stampa selvaggia priva di equivalenti d’oro da parte della Banche Centrali (compresa quella svizzera).
Il franco aureo di fatto prevederebbe l’inserimento con un costo di conio di 4 franchi svizzeri attuali (pari a 3,5$), di un grammo d’oro standardizzato al suo interno, tale quantità è sufficiente per garantire una maggior stabilità a prezzo di quotazione di mercato con una progressiva minor presenza di fiat money sul mercato in ottemperanza della legge di Gresham, dato che sarebbe un riscontro evidente non solo dell’onestà di tale moneta ma anche della sua limitata diffusione da parte dello Stato comportando per essa una funzione di corrispondenza diretta tra oro e moneta e quindi un investimento a lungo termine da parte dei suoi detentori (che verrebbero indotti anche a pratiche più virtuose di risparmio).
I costi di conio seppur già irrisori, potrebbero essere compensati e ulteriomente ridotti dalla cessione in appalto ai privati (entro un sistema di free banking aureo) di una loro personalizzazione monetaria (ad esempio gli istituti bancari elvetici potrebbero svolgere la funzione di sponsor con un loro marchio sulla faccia della moneta corrispondente alla parte aurea).
La proposta di franco aureo si collega non solo con le varie leggi in corso di approvazioni negli Usa legate al Constitution Tender Act analizzato dall’intervento successivo di Francesco Carbone, venendo a definire una concorrenzialità legata ai beni esistenti rispetto alla moneta cartacea, permettendo di arrivare al pagamento di pensioni e assicurazioni con franchi aurei e assicurando al contempo un pagamento elettronico digitale con gli attuali mezzi di transazione grazie anche al modello della riserva integrale data dai singoli depositi in oro presso gli istituti di credito.
Certo affinchè questo possa avvenire devono decadere certe questioni come le tasse sull’oro e il meccanismo di riserva frazionaria presente dal 1993 sino ad oggi nel sistema monetario internazionale, bisogna inoltre evitare qualsiasi rischio di confisca dell’oro in stile FDR 1933, reintroducendo non un gold standard statale, ma semmai un gold standard di mercato con riserva integrale legato al free banking in assenza di monopolio monetario imposto coattamente dallo Stato.
L’intervento di Mathias Muller vicepresidente dell’UDC/SVP di Bienne si è focalizzato sulle varie strategie di diffusione del libertarismo.

L’approccio di Muller è di tipo pragmatico, tenendo conto di quanto detto in precedenza circa la crescita dello statalismo, dell’iper-regolamentazione, dell’ipertassazione (la Svizzera ha il 38% di pressione fiscale a livello confederale), del Nanny State, del Welfare State e del debito pubblico l’appello di Muller è quello di un maggior impegno in politica da parte dei libertari al fine di invertire tale preoccupante trend.
Il relatore si è focalizzato sulle differenti piattaforme sui cui puntare, tralasciando da questa trattazione le parti più legate al dato politico elvetico e di ambito locale (pur facendo notare come il partito SVP/UDC svizzero non si caratterizzi necessariamente o prettamente nei toni e nei modi nella caratterizzazione “leghista” proposta anche dalla stampa italiana al fine di stereotipare tale soggetto politico con canoni italici, basti pensare che nell’UDC è presente una componente libertaria attenta anche ai diritti civili individuali degli omosessuali, cosa del tutto assente nell’attuale Lega Nord), egli si è focalizzato tenendo conto anche della sua esperienza personale negli Usa, sulla crescente sfiducia e malcontento della popolazione nei confronti dello Stato.
Il fenomeno dei Tea Party americani sono un esempio evidente di questa opposizione variegata e complessa alle proposte socialiste dello Stato.
La gente a fronte di un sistema ormai vecchio e del tutto inadeguato ricerca e guarda ad altre soluzioni e proposte, certamente il libertarianismo e la scuola austriaca di economia sono certamente ambiti di interesse in forte crescita all’estero, non soltanto confinati sul web ma ormai nella società, nel dibattito culturale accademico e politico.
Personaggi come Ron Paul e nuovi politici come il figlio Rand o nell’ambito europeo Nigel Farage e Geert Wilders dimostrano come in vari ambiti e contesti esteri vi sia una rinascita delle tesi liberiste, favorevoli a meno Stato e a più libero mercato.
La possibilità di diffondere il libertarianismo è delegato ad internet, ai think tank (si pensi al Cato Institute), a forme creative (quale può essere Interlibertarians) e a forme più consolidate quali la creazione di un nuovo partito (si pensi al LP) o l’individuazione di un partito già presente ove cercare di attuare se non un fusionismo quantomeno una battaglia culturale (si pensi al GOP negli Usa).
Non bisogna solo convincere i convinti, bisogna creare con buone idee e proposte una qualche penetrazione presso la massa ignara di tali proposte ma propensa sempre più ad affidarsi al cambiamento anzichè al noto e al vecchio.
Il libertarianismo nonostante gli anni è ancora una teoria giuridica ed economica nuova e giovane con un avvenire certamente a suo favore specie se i governi continueranno a far di tutto per autodistruggersi.
Il problema dell’impegno politico (laddove è ancora possibile come in Svizzera e negli Usa) è la coerenza di come si perseguono le proprie idee e ideali, bisogna evitare di proseguire o perseguire nello Stato e con strumenti statali le proprie idee dato che questo impedisce una distinzione dagli altri partiti statalisti e socialisti.
Bisogna al contempo evitare la deriva settaria, esistono troppi tipi di libertarismo (agorismo, paleolibertarismo, neolibertarismo, libertariasmo anarcocapitalista, miniarchico, giusnaturale, utilitarista, right e left libertarian, hoppeiano, blockiano, per certi versi pure l’oggettivismo randiano) bisogna quindi evitare di essere troppo esigenti e valutare i compromessi tattici laddove questi vengono a combinarsi entro una strategia teorica condivisa con altri libertari (non con il sistema) a livello d’obbiettivo.
Per certi versi l’Interlibertarians 2011 è un esempio pratico di questa ultima tesi, visto che ha dato modo di discutere di libertà a vari gradi e livelli di attuazione a soggetti politici partitici e non, di area conservatrice, liberale classica, liberista, anarcocapitalista e miniarchica di varie nazioni e provenienza, riuscendo comunque a definire entro la molteplicità di idee delle linee in linea di massima condivise, una idea chiara basata sulla collaborazione, il chiaro confronto e la consapevolezza che il mondo pur tendendo all’omologazione leviatanica mondiale resta pur sempre variegato e con varie problematiche e differenti tattiche da adottare a seconda dell’ambito geografico.
I libertari non hanno la presuzione dei socialisti di una formula unica e magica da inseguire e applicare in ogni luogo, essi tendono invece ad essere possibilisti fintanto che tale possibilismo tende ad essere coerente con dei principi irrinunciabili quali il principio di non-aggressione, di antistatalismo e la difesa dei diritti naturali e del libero mercato.
A conclusione della prima giornata è intervenuto Bertrand Lemennicier, professore di economia con un suo intervento basato su il diritto di ignorare lo Stato tra teoria e pratica.

Il relatore ponendosi l’obbiettivo della libertà e di una società libera dalla costrizione, ha per certi versi promosso una tesi antitetica a quella sia di Davies che di Muller, ovvero il fallimento del diritto divino del parlamento e quindi della pratica politica elettorale democratica.
La politica è il luogo della dittatura della maggioranza e dell’esercizio di poteri arbitrali decisi dai politici su tutti gli individui, egli ritiene quindi che tale ambito sia poco coerente con la visione libertaria laddove quest’ultima propone la nonaggressione ed è contro ogni forma di coercizione, visto che non si può governare o pretendere dagli altri laddove non vi è da parte di questi spontanea volontà, senza imporre la propria violenza.
Lemennicier dopo tale considerazione spencerian-hoppeiana ha quindi suggerito varie strategie di tipo classiche e radicali per tipo e tipologia per resistere allo Stato.
Nella visione tradizionale classica ha proposto la strada dei think tank anche in funzione di una loro funzione propedeutica per un partito, la realizzazione di proteste e manifestazioni in strada (sul modello dei Tea Party americani) e l’ipotesi di secessione individuale con l’emigrazione o l’ignorare lo Stato e le sue pretese.
Nella visione di radicalismo libertarian anarco-individualista egli ha suggerito:
- la delegittimazione delle azioni dei politici mediante associazioni che portino avanti una battaglia delle idee di contrasto alle loro:
- uso della retorica al fine di far capire i contenuti delle proprie tesi evitando facili demonizzazioni o manipolazioni dei principi libertari;
- organizzazione di proteste fiscali e realizzazione di competizione tra gli Stati e suoi ordinamenti;
- la disobbedienza civile:
- diritto di coesistenza di differenti governi e sistemi di leggi nello stesso territorio (panarchia);
- diritto individuale di separarsi dallo Stato;
- secessione del governo locale e creazione di micro-stati privati;
- diritto di ignorare lo Stato;
- negare ignorare i servizi offerti dallo Stato;
- uso privato di polizie e compagnie di sicurezza privata anzichè avvalersi di quella di Stato;
- avallare l’adozione di corti private di arbitrato;
- non usare conti privati e pagamenti elettronici e portare i propri conti in banche situate in paradisi fiscali;
- delocalizzazre le attività su internet in paesi a bassa tassazione;
- non rispondere ai censimenti di Stato;
- contro-economia agorista, adozione del mercato nero;
- diventare inesistente e cancellare la carta d’identità e ogni dato superfluo dalla propria documentazione;
- creare città private;
- non registrare i propri figli;
- diventare nomade attraverso camper o altri mezzi di trasporto o di residenza (alberghi o hotel);
- non pagare le tasse e l’IVA;
- richiesta dello status di apolide;
- emigrare o partecipare in progetti secessionisti quali il Free State Project del New Hampshire;
Il secondo giorno di Interlibertarians è stato aperto dal video messaggio di Sean Gabb, direttore della Libertarian Alliance britannica, una delle più prestigiose associazioni britanniche libertarian, in merito al ruolo delle idee e alla capacità dei libertari di essere in grado di far fronte ai cambiamenti e mutamenti di portata storica a livello politico-economici internazionali (come la caduta dell’URSS e la fine della guerra fredda) mantenendo la coerenza e il rigore dei propri principi.
Questa considerazione è anche il suo auspicio per il futuro in vista degli scenari prossimi venturi in Occidente.
A seguito del video, si è discusso sopratutto circa il funzionamento e le proposte affinchè l’Interlibertarians diventi un momento internazionale di confronto e di proposte di azioni coordinate a livello globale al fine di sviluppare un know how disponibile e applicabile in vari ambiti geografici e culturali.
Vari relatori partecipanti anche nella prima giornata si sono brevemente succeduti proponendo loro tesi specifiche a riguardo, in particolare è da sottolineare l’intervento di Glenn Cripe del Language of Liberty Institute, associazione che si occupa della diffusione della libertà, dell’inglese, degli insegnamenti imprenditoriali, liberali classici e di ambito austriaco economico in vari paesi del mondo (Lituania, Ghana, Nigeria, Armenia, Slovacchia, Albania, Polonia….).
Cripe si è soffermato sui Liberty English Camps come modello di divulgazione libertaria aperto a studenti e giovanissimi al fine di avvicinare studenti di vari paesi in collaborazione con l’ISIL (International Society for Individual Liberty) e con l’italiana ISFIL (Italian Students for Individual Liberty) ad un modello di convivenza e collaborazione reciproca.
E’ intervenuto anche Ross Kenyon giovane collaboratore di Cripe facente parte anche della Students For Liberty, importante organizzazione studentesca statunitense al fine di spiegare il funzionamento di tali organizzazioni, anche in vista di una loro riproduzione/collaborazione o esportazione a livello italiano da parte del Movimento Libertario (si pensi al seminario Vivien Kellems annualmente realizzato).
In seguito anche il giornalista Stefano Magni, de l’Opinione (di cui abbiamo pubblicato un suo articolo a commento dell’evento su questo sito), ha svolto un breve discorso soffermandosi su quanto in precedenza affermato da Muller il giorno prima a proposito del modello dei Tea Party statunitensi come nuovo modello e piattaforma libertaria sperimentale innovativa e di successo anche rispetto alle forme partitiche e accademiche pur presenti in ambito americano.
Infine Paolo Pamini ha suggerito alcune proposte di implementazione futura del sito dell’Interlibertarians entro la prospettiva del suo restyling di sito web, proponendo la creazione di un archivio open access, teso a contenere i vari aggiornati progetti e proposte suggerite online e dibattute e analizzate per la loro fattibilità realizzativa nel corso delle future manifestazioni Interlibertarians, al fine di ottemperare a due scopi: la creazione/costituzione di gruppi di lavoro libertari trasnazionali operativi, la possibilità di dare informazione e tendere all’interessamento di privati in vista di un fundraising e sostenibilità del progetto da portare avanti in giro per il mondo.
Tale considerazione che condivido, recepita all’unanimità dalla platea dei partecipanti, è a mio parere il vero risultato dell’Interlibertarians come sua prima esperienza, un progetto “working in progress” unico nel suo genere all’interno dell’ambito internazionale anche rispetto all’approccio tradizionale dei libertari sin qui seguito.
Esso vuole essere il primo passo di realizzazione verso una geopolitica libertarian trasnazionale tesa al coordinamento e alla visibilità delle idee e delle proposte libertarie in rapporto al mondo della cultura e alla loro modalità pratica realizzativa.
Una delle questioni da sempre sollevate anche presso i libertari in chiave critica e problematica nei confronti del pensiero di Rothbard nei suoi aspetti post-statuali, è stato quello di essere meramente isolazionista e incapace di definire e realizzare una agenda estera di intese e principi non solo tra partiti, gruppi e movimenti libertari internazionali ma anche in termini più specifici legati all’ambito territoriale tra aree, enclavi tendenti a maggior autonomia, indipendenza (se non secessionismo) dallo Stato-Nazione quale momento di intesa per definire una prospettiva futura di pacifico libero mercato successiva allo scenario inevitabile di un crollo del sistema internazionale (a livello monetario, politico ed economico).
L’accusa che sovente viene mossa ai libertari, in merito alle critiche sollevate nei confronti dello Stato e della sua diplomazia, è l’assenza di una operatività internazionale; tutto questo è certamente vero anche se negli ultimi anni grazie alla diffusione dei libri, di internet e al lavoro dei think tank liberisti e libertari si sono fatti notevoli passi avanti per correggere tale gap e proposizione.
Oggi parlare di libertarianismo a 360° non solo sul piano statunitense ma ache internazionale (e perfino italiano) non è più visto come un qualcosa di “originale” e del tutto irrealistico o inverosimile da attuare.
E’ invece sempre più fondamentale e proficuo al fine di operare delle forme di resistenza nonviolenta anzitutto al procedere espansivo-distruttivo dello Stato, adottare una visione tendente a definire una geopolitica libertaria quale impostazione attraverso cui realizzare mediante occasioni di incontro e di scambio (quale è il meeting internazionale di Lugano sin da questa sua prima edizione) accordi e battaglie di principio tese all’autodifesa individuale e alla promozione del libero mercato.
Oggi lavorare per una geopolitica libertaria diviene possibile grazie ai mezzi telematici, all’uso di una lingua internazionale di confronto comune (quale è l’inglese) e la diffusa consapevolezza in merito alle problematiche che imperversano in termini omologanti in tutte le varie società occidentali in termini di azioni da compiere.
Il sistema vigente dello Stato welfaristico contemporaneo è del tutto irriformabile e certamente i libertari non sono nè potranno mai essere i salvatori dello Stato e dei suoi meccanismi di distopico consenso attualmente vigenti.
Possono invece essere la soluzione e i proponenti di varie proposte ed iniziative affinché sempre più persone possanno salvarsi dallo Stato e dai suoi meccanismi coercitivi di predazione e parassitismo di massa.
Al contempo bisogna rendersi conto come tali meccanismi istituzionali siano ormai giunti al loro naturale capolinea e questa crisi economica ancora in corso nonostante i trilioni di dollari immessi sul mercato non avrà gli esiti auspicati dai pianificatori governativi.
Tale inflazione monetaria, l’aumento delle tasse e del debito pubblico non impedirà ma semmai accelererà il decorso naturale degli eventi.
Tutti noi libertari riteniamo che lo scenario prevedibile non potrà che essere l’implosione del sistema monetario internazionale occidentale e il repentino crollo per debito pubblico dei Stati occidentali.
Cosa devono fare allora i libertari e i partiti libertari al fine di prepararsi a tali eventi all’orizzonte (i cui effetti sono già visibili e in corso d’opera)?.
Attualmente nel mondo nessun partito politico libertario che ha scelto la via elettorale e il percorso e le regole della democrazia è al potere o governa un paese occidentale.
Appare evidente come tale situazione politica tenderà ancora a lungo a mantenersi se pensiamo ad esempio che il Libertarian Party statunitense avente già 40 anni di storia si aggira tutt’oggi attorno allo 0,5% su base nazionale e certamente fenomeni politici come quelli di Ron Paul seppur in crescita e di maggior rilievo rispetto agli altri, non trovano ancora la giusta e decisiva affermazione nelle rispettive loro società e ambiti politici nel processo elettorale.
E’ quindi evidente come i partiti e i movimenti libertari anche per ragioni legate al meccanismo interno di consenso entro l’ambito nazionale democratico (già in precedenza affermate anche in questo articolo), non potranno mai operare con tali percorsi e strumenti quelle scelte politiche necessarie al fine di cambiare il sistema.
Al massimo la via elettorale e politica risulta essere una forma di promozione e pubblicizzazione delle idee libertarie ma non è certamente lo strumento primario per giungere alla risoluzione dei problemi.
E’ evidente che se lo Stato (e quindi il potere) non è obbiettivo dei libertari, se lo scopo dei libertari è il ripristino delle libertà individuali ed economiche queste affinchè possano essere riscoperte e riportate in auge nella società, non potranno utilizzare quei mezzi e quei meccanismi statuali utilizzati al giorno d’oggi per la loro negazione.
Al contempo i libertari da lungo tempo già presenti sulla scena politica e culturale, hanno un know how e un’esperienza accumulata la quale se non potrà trovare sbocchi a livello politicante di consenso elettorale nei rispettivi Stati nazione, certamente può fornire e contribuire enormemente paradossalmente in altri contesti quale il piano internazionale e della collaborazione trasnazionale per la crescita dell’intero movimento libertario mondiale anche nelle singole realtà nazionali estere.
Anche per questo l’Interlibertarians diventa quindi non solo un esempio di geopolitica libertarian, ma anche uno straordinario laboratorio globale di idee volontariste da scambiare per il raggiungimento e il realizzarsi di una società libera di libero mercato da porre oggi per il nostro domani, al fine di delineare come procedere coerentemente e in modo coordinato alle dure sfide che ci aspetteranno.
L’evento ottimamente realizzato e organizzato dal Movimento Libertario e dai Liberisti Ticinesi (al quale il sottoscritto ha contribuito alla sua organizzazione ad onor di cronaca con dei contributi logistici e di promozione in termini non indifferenti) vuole essere stato non solo un momento di incontro e di dibattito ma in prospettiva anche uno strumento decisionale e propositivo per i libertari al fine di definire presso le varie sigle e associazioni libertarie aderenti dei limiti e delle priorità al proprio operato e sforzi.
Per limiti intendo ovviamente ribadire la questione delle regole, i libertari sono liberali classici radicali ed è evidente che il principio di nonaggressione del prossimo e della proprietà privata altrui, oltre alla promozione del libero mercato e del meno Stato siano requisiti d’operato imprescindibili anche entro ipotesi di intese, azioni e progetti tesi alla cooperazione con altri gruppi e movimenti libertari, autonomisti e indipendentisti sul territorio; inoltre è evidente che in una prospettiva sia di panarchismo che di disgregazione degli Stati nazione sia necessario porre delle carte dei valori o dei contratti (non necessariamente Costituzioni) riconosciute dai vari soggetti promotori, tesi al perseguimento pacifico e nonviolento di un libero scambio e movimento degli individui.
La cosiddetta realtà istituzionale vigente è quindi una realtà distopica ma transitoria tendente verso il crack di sistema e la sua ingloriosa fine; appare quindi in sè evidente che entro gli scenari futuri tesi alla definizione di un ordine spontaneo naturale si debba giungere con il massimo confronto possibile a proposte e soluzioni operative prioritarie tese alla definizione di sue valide alternative.
La questione economica monetaria e delle libertà economiche risultano essere prioritarie per gli impatti enormi diretti e indiretti nelle dinamiche che già in parte osserviamo in alcuni Paesi europei, è quindi focale operarsi al fine di divulgare correttamente le ragioni della scuola austriaca di economia cercando al contempo di sostenere e ricevere il sostegno da tutti coloro i quali hanno interesse nel portare avanti la nostra visione economica.
E’ quindi auspicabile che l’appuntamento di Lugano, grazie al riscontro video e al passaparola dei partecipanti possa crescere di adesioni e presenze rispetto a questa prima edizione, divenendo quantomeno un importante evento in primo luogo a livello libertario europeo.
Grazie alle possibilità offerte da internet e dalle piattaforme di social network è possibile ipotizzare in futuro qualora sia possibile ottenere maggiori sponsorizzazioni e finanziatori, la riproduzione e l’esportazione di questi momenti di incontro e di discussione con modalità simili di presentazione delle proposte pratiche in esse presentate anche in altri Paesi, realizzando se possibile nel corso dell’anno a fronte dell’evento principale di Lugano anche altre iniziative organizzate assieme agli altri movimenti e partiti aderenti del progetto Interlibertarians, quali momenti di interscambio coi gruppi operativi tesi a presentare tali idee nei rispettivi ambiti nazionali affinchè si possa giungere consapevoli preparati ad affrontare i futuri scenari.
In conclusione l’Interlibertarians vuole diventare per i libertari e per tutti gli amanti della libertà la nuova frontiera pionieristica verso la libertà.
Lugano al pari del burrone di John Galt nel romanzo La rivolta d’Atlante di Ayn Rand, vuole diventare la località dove numerosi difensori delle libertà vogliono lanciare la loro sfida internazionale agli Stati e ai detrattori del capitalismo di libero mercato, preparando e costruendo per tempo possibili scenari e proposte per una nuova società del domani, più libera, più responsabile, più individualista, più di libero mercato.






































































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