Libia, la parola agli statisti italiani

Articolo di Mario Seminerio

Il nostro premier esce finalmente dalla afasia sulla crisi libica e sul congelamento dei beni di Gheddafi e della sua cricca, ma forse era preferibile la prosecuzione del silenzio.

Sui beni questo è il distillato della pavida saggezza berlusconiana:

«Occorre distinguere bene sulle partecipazioni della Libia in quanto popolo libico e le partecipazioni che invece sono attinenti ad una famiglia: quindi staremo molto attenti ad una distinzione»

Certo, essendo la Libia notoriamente una democrazia modello Westminster, non c’è alcun rischio (come visto) che la famiglia Gheddafi possa essersi impossessata dei beni “del popolo libico”.

E altrettanto certamente, il popolo libico medesimo ed i suoi interessi saranno meglio tutelati dal mantenimento della possibilità, per la cricca Gheddafi, di fare e disfare con gli asset del fondo sovrano e delle agenzie d’investimento.

Evidentemente a Berlusconi non arrivano notizie dal resto del mondo, immaginiamo grazie al poderoso firewall informativo che si è levato a rinchiudere questo paese, alla cui costruzione concorrono in molti, dai Minzolini ai pennivendoli che hanno smesso da tempo di cercare notizie, accontentandosi di veline del gerarchetto di turno.

Ma almeno abbiamo saputo che, a causa della crisi nordafricana e mediorientale, non si possono tenere elezioni anticipate in Italia.

Sarebbe in effetti imperdonabile bloccare proprio ora il decisivo contributo del nostro paese alla gestione degli eventi.

Né manca una delle citazioni classiche del nostro eterno candidato al Nobel per la pace, quella del “piano Marshall” per il Medio Oriente.

Cioè di un piano di investimenti destinati a paesi tra i più ricchi del mondo, grazie alle materie prime energetiche, e che necessitano soprattutto di una distribuzione delle ricchezze meno diseguale, rectius di minor corruzione.

Ma siamo stati fortunati: Berlusconi avrebbe potuto anche sbagliare copione, e affabulare sulla necessità di cambiare l’articolo 41 della costituzione libica, per combattere il comunismo.

Nel frattempo, l’umanista tardo-ottocentesco che regge i destini dell’economia italiana dice la sua sul rapporto con i fondi sovrani.

Sono concetti talmente impegnativi da risultare incomprensibili:

«Uno dei rischi più grandi posti dalla crisi in Nord Africa e Medio Oriente è la possibili­tà che vengano smantellati i fondi sovrani dei Paesi coin­volti che investono nel mondo occidentale.

Noi vogliamo bloccare i fondi di quei Paesi, ma pensa­t­e se lo facessero loro al contra­rio.

Cioè, se fossero quei Pae­si a ritirare i loro fondi sovrani disinvestendo dai mercati G7.

Pensate agli effetti destabili­z­zanti se per caso una rivoluzio­ne dice “quei fondi sono no­stri e li vogliamo indietro“?»

Ha scolpito Giulio Tremonti durante un incontro, tenutosi ad Istanbul, di quella specie di Rotary della geopolitica che è l’Aspen Institute.

Da dove cominciamo? “Smantellare” i fondi sovrani? Ma ministro Tremonti, le hanno mai detto che per ogni venditore esiste un compratore? Se i fondi sovrani vendono, qualcuno comprerà, giusto? E se vendono a prezzo stracciato varrà il famoso detto: “uno sciocco ed i suoi soldi si separano presto”.

E quindi noi dovremmo rinunciare a congelare gli asset italiani del fondo sovrano libico per timore che, quando arriva la rivoluzione, ce li porta via? E se invece “la rivoluzione” disinvestisse per darci una lezione di non aver bloccato la fonte di fondi con cui la famiglia Gheddafi si procura armi e mercenari per restare al potere?

E nel frattempo i nostri neocon alle vongole continuano a tacere.

Dev’essere colpa di Obama, dopo tutto.

Tratto da http://phastidio.net/

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