Archivio per marzo 2011

Il programma dell’Interlibertarians 2011

30 marzo 2011

Questo è il programma dell’Interlibertarians previsto a Lugano il 2-3 aprile 2011

SABATO 2 aprile

● h 14:30 – 14:35 presentazione della conferenza da parte di Franco Bertelli,rappresentante del Partito dei liberisti ticinesi I Liberisti

● h 14:40 – 15:10 intervento di apertura di Rt Hon Philip Davies MP (Freedom Association): Libertà dal crimine

● h 15:15 – 15:30 Domande e risposte

● h 15:35 – 15:50 Giorgio Fidenato (Agricoltori federati): Biotech, la libertà di impresa in agricoltura

● h 15:55 – 16:10 Leonardo Facco (Movimento Libertario): Il sostituto di imposta, tutti i soldi nelle tasche dei dipendenti

● h 16:15 – 16:30 Elisa Serafini (ConfContribuenti): Tax Payers Vs Tax Consumers: sottoscrivere un contratto!

● h 16:35 – 16:50 Paolo Pamini (Liberales Institut Zürich): Due proposte per comunalizzare il potere politico

● 16:55 – 17:25 Coffee break

● h 17:30 – 17:45 Jan Krepelka: Sanità statale come collettivazione della vita quotidiana

● h 17:50 – 18:05 Rivo Cortonesi (Liberisti ticinesi): Dalla scuola pubblica alla libera scelta della scuola

● h 18:10- 18:25 Francesco Carbone (Associazione Usemlab): Verso un mercato competitivo del denaro

● h 18:30- 18:45 Thomas Jacob: Franco aureo: un progetto storico

● h 18:30 – 19:00 intervento di chiusura di Bertrand Lemennicier, professore di economia liberista: Il diritto di ignorare lo stato tra teoria e pratica (sponsorizzato dall’Associazione Liberisti Ticinesi)

● h 19:05 – 19:20 Domande e risposte

DOMENICA 3 aprile

● h 9:00 – 12:00 Dibattito e conclusioni

● h 12:00 – 13:00 Lunch standing buffet

Sarà presente all’Interlibertarians come relatore dell’evento anche Mathias Müller, vicepresidente dell’UDC/SVP di Bienne.
Nelle due giornate verranno proiettati come videomessaggi o letti i contributi provenienti dai seguenti relatori esterni:

● Mark Hinkle, Presidente del Libertarian Party statunitense

● Juan Pina, Presidente del Partido de la libertad Individual spagnolo

● Andrew Withers, Presidente del United Kingdom Libertarian Party britannico

● Sean Gabb, direttore della Libertarian Alliance (UK)

——————————————————————————————-

This is the program of Interlibertarians that will be organized in Lugano, 2-3 April 2011

Saturday, April 2

● h 14:30 to 14:35 Presentation of the conference by Franco Bertelli, representing of the Liberist Party of Ticino

● h 14:40 to 15:10 opening speech by Rt Hon Philip Davies MP (Freedom Association): Freedom from crime

● h 15:15 to 15:30 Questions and answers

● h 15:35 to 15:50 Giorgio Fidenato (Italian Federated Farmers): Biotech, freedom of enterprise in agriculture

● h 15:55 to 16:10 Leonardo Facco (Italian Libertarian Movement Managing Director): The withholding tax

● h 16:15 – 16:30 Elisa Serafini (ConfContribuenti): Tax Payers Vs Tax Consumers: sign a contract!

● h 16:35 – 16:50 Paolo Pamini (Liberales Institut Zürich): Two proposals to give political power to the Town Council

● 16:55 – 17:25 Coffee break

● h 17:30 to 17:45 Jan Krepelka: Health as a collective state of life daily

● h 17:50 to 18:05 Rivo Cortonesi (Secretary of the Liberist Party of Ticino): From the free public school choice of school

● h 18:10- 18:25 Francesco Carbone (Associazione Usemlab): Towards a competitive money market

● h 18:30 to 18:45 Thomas Jacob Franco: Aurous: a historical project

● h 18:30 to 19:00 closing remarks of Bertrand Lemennicier, professor of liberism economics: The right to ignore the state of theory and practice (sponsored by ‘ The Freedom Liberist  Association of Ticino)

● h 19:05 to 19:20 Questions and answers

Sunday, April 3

● 9:00 to 12:00 Debate and conclusions

● h 12:00 to 13:00 Lunch standing buffet

During the days of conference, there will be also the relator’s speech of Mathias Müller, vice president UDC/SVP in Bienne (Switzerland).

It will be also screened as video messages or read the contributions from the following relators:

● Mark Hinkle, Chairman of the U.S. Libertarian Party

● Juan Pina, President of the Partido de la Libertad Individual (Spain)

● Andrew Withers, President of the United Kingdom UK Libertarian Party

● Sean Gabb, Director of the Libertarian Alliance (UK)

Sito ufficiale dell’evento/ Official website of the event: http://www.interlibertarians.org/

english language section: http://web.mac.com/rcortonesi/INTERLIB/Sito/E1.html

Informazioni tratte da / Program of the event  from:

http://web.mac.com/rcortonesi/INTERLIB/Sito/I3/Voci/2011/3/20_Programma_della_conferenza.html

Pagina ufficiale Facebook dell’evento / Official Facebook page:

http://www.facebook.com/pages/Interlibertarians-2011/170558942986619

Pagina Facebook dell’evento in calendario / Facebook page of the event on calendar:

http://www.facebook.com/event.php?eid=171630562872386

Libertari di tutto il mondo incontriamoci a Lugano

30 marzo 2011

Articolo di Rivo Cortonesi (membro del Comitato organizzatore)

“Non c’è modo di evitare il collasso finale di un boom indotto da un’espansione creditizia.

La scelta è solo se la crisi debba avvenire prima come risultato dell’abbandono volontario di un’ulteriore espansione del debito o più tardi con la totale catastrofe del sistema monetario coinvolto.” (Ludwig von Mises)

Egregi lettori, la “profezia” di Ludwig von Mises, uno dei maggiori esponenti della scuola austriaca di economia, sui cui fondamenti teorici si regge tutto l’impianto intellettuale del liberismo, sembra allungare la sua ombra poco rassicurante sul nuovo anno.
Le politiche keynesiane messe in atto dagli Stati e dalle banche centrali per mantenere acceso il motore della cosiddetta “crescita”, nonostante il tam tam mediatico che le accompagna, si stanno rivelando fallimentari e lo sconquasso monetario e finanziario che ne consegue rischia di minare alla base le condizioni minime per un libero scambio di merci e di servizi fondato su condizioni al contorno “sufficientemente stabili nel lungo periodo”.
Mai come oggi risulta problematico fare l’imprenditore e progettare lo sviluppo di un’azienda: si sta giocando una partita dove le regole del gioco vengono mutate in continuazione (nuove e sempre più invasive regolamentazioni, con conseguente accresciuto peso della burocrazia) e quelle del mercato sono sempre più ridicolizzate da monete “disoneste”, che non rappresentano più nessun bene reale, ma sono solo frutto dell’arbitrio dei monopolisti della stampa di denaro falso: le banche centrali.
In queste condizioni il capitalismo in generale e le aziende in particolare rischiano di prendersi anche le colpe che non hanno, perché, prima o poi, non saranno più in grado di arginare l’inflazione o la deflazione che si scateneranno, con evidenti ricadute sociali negative, alle quali si cercherà di porre un freno con il solito modo cui sono avvezzi gli uomini dello Stato: tasse e balzelli.

Gli imprenditori che hanno davvero a cuore la libertà credono dunque che sia giunto il momento di rivedere un modello economico, ostacolato dall’iper-regolamentazione, drogato attraverso il debito pubblico e privato, e condizionato dal nervosismo finanziario e valutario, per tornare ad un’economia “sana”, fondata sulla responsabilità individuale, la difesa del risparmio, il lavoro “vero” e la stabilità monetaria.

Con questo spirito costruttivo i Liberisti Ticinesi ed il Movimento Libertario si sono fatti promotori dell’organizzazione a Lugano, nei giorni 2 e 3 aprile, della prima conferenza internazionale dei partiti e dei movimenti libertari Interlibertarians 2011, affinché si possano dare risposte positive al diffuso disagio e alla manifesta apprensione che comincia a serpeggiare nella società civile.

La ricetta: la difesa integrale della “libertà individuale”, della “proprietà privata” e del “libero scambio” dall’eccessiva ingerenza dei regolamentatori e dei tartassatori, e il ritorno a “monete oneste”,  fondate cioè sulla parità aurea.

Come raggiungere questi obiettivi, riassunti nella slogan della conferenza “Trovare una via di uscita per ridare speranza ai cittadini”, sarà appunto il compito di quanti, svizzeri e stranieri, parteciperanno ad Interlibertarians 2011.

L’evento dovrebbe avere cadenza annuale e richiamare dunque ogni anno su Lugano e sul Ticino l’attenzione della comunità internazionale.

Ci auguriamo che possiate partecipare numerosi per il successo di Interlibertarians 2011.

Grazie per l’attenzione.
Cordiali saluti.

Tratto da http://www.movimentolibertario.it/

Interlibertarians: 1° Congresso internazionale dei libertari!

30 marzo 2011

Articolo di Leonardo Facco

Il libertarismo cresce! E’ un dato di fatto.

Sul sito del Movimento Libertario una sfilza di link (collegamenti online) ne danno la conferma.

Da qui, è nata un’idea.

L’idea, che nasce in collaborazione tra i Liberisti Ticinesi ed il Movimento Libertario, è quella di riuscire a convogliare, una volta all’anno, tutti i Movimenti o Partiti politici di ispirazione libertaria in un solo luogo (è stata scelta Lugano, in Svizzera) per un confronto serio sui problemi concreti e reali che, in maniera diversa, coinvolgono il mondo che abitiamo.

L’appuntamento è previsto per la primavera del 2011.

L’invito è rivolto a tutti i movimenti e partiti che si riconoscono nei seguenti obiettivi fondamentali:

1) difesa della proprietà privata dagli attacchi dello statalismo legiferante dei costruttivisti di destra e di sinistra

2) difesa della libertà di impresa, contro le iper-regolamentazioni che imprigionano l’ingegno umano

3) difesa della libertà di commercio, contro il protezionismo, i dazi e le imposte doganali

4) difesa della concorrenza fiscale, per una società futura finalmente libera dalle tasse, fondata sulla  sussidiarietà, il volontariato, il libero associazionismo, la responsabilità e la concordia civica

5) difesa del valore del risparmio, contro i monopolisti della moneta

6) difesa della libertà di istruzione, per liberare i nostri figli dal servilismo istituzionale inculcato dalla scuola pubblica

7) difesa della libertà di assicurazione,  per porre fine alla gestione statale dell’assistenza sanitaria, della disoccupazione, degli infortuni e delle pensioni

La conferenza, che avrà cadenza annuale, offrirà ai partecipanti l’opportunità di:

a) testimoniare sulle iniziative intraprese nel proprio paese per il raggiungimento degli obiettivi fondamentali sopra esposti

b) scambiarsi le reciproche esperienze

c) concordare azioni pratiche comuni, a livello mondiale, per il conseguimento di uno o più degli obiettivi fondamentali sopra esposti

Il sito  al quale fare riferimento è: http://www.interlibertarians.org/

Tratto da http://www.movimentolibertario.it/

Lugano 2-3 Aprile 2011: Interlibertarians 2011

30 marzo 2011

Interlibertarians 2011 vuole essere la prima conferenza internazionale dei partiti, delle associazioni e dei movimenti liberisti e libertari, una importante occasione per incontrare le principali organizzazioni internazionali liberali classiche, liberiste e libertarie presenti nel mondo  per un dibattito serio sui problemi reali che interessano e  che affliggono il mondo oggi, in una prospettiva di libertà libertarian.

L’evento prenderà avvio dalle ore 14:30 di sabato 2 aprile sino alle ore 13:30 del giorno seguente 3 aprile presso il Palazzo dei congressi stanza B1 di Lugano, Svizzera.

L’ingresso è gratuito.

Interlibertarians 2011 will want to be the first international conference of libertarian parties and movements, an important occasion to meet in an international meeting free market organizations, classic liberals an libertarians movements, associations and political parties in the world, for a serious debate about real problems that affecting the world today in a libertarian freedom perspective.

The event will begin Saturday, April 2 (h.14:30) until the following day, April 3rd (h.13:30) at the Congress Palace room B1 of Lugano, Switzerland

The entrance to the conference is free.

Interlibertarians 2011 sarà organizzato da/ Interlibertarians 2011 will be organized by:

* Partito I Liberisti del Canton Ticino (Svizzera) http://www.liberisti.org/

* Movimento Libertario (Italia) http://www.movimentolibertario.it/

Con la partecipazione di/With the partecipation of:

* The Freedom Association (UK) http://www.tfa.net/

* Confcontribuenti/Confederation Italian Taxpayers (Italia) http://confcontribuenti.eu/

* Unione Democratica di Centro (Svizzera) http://www.svp.ch/ e http://www.udc-ticino.ch/

* Usemlab (Italia) http://www.usemlab.com/

* Agricoltori Federati (Italia) http://agricoltorifederati .it/

* The Liberist Association (Svizzera) http://www.alt-ch.org/

* Liberales Institut Zürich (Svizzera) http://www.libinst.ch/

Con i contributi di/With contributions from:

* United States Libertarian Party (USA) http://www.lp.org/

* The United Kingdom Libertarian Party (UK) http://lpuk.org/

* The Libertarian Alliance (UK) http://www.libertarian.co.uk/

* Partido de la Libertard Individual (Spagna) http://www.p-lib.es/

E’ presente su Facebook anche la pagina ufficiale della manifestazione al seguente indirizzo/ The official Facebook page of the event at the following address:

http://www.facebook.com/pages/Interlibertarians-2011/170558942986619

Qui il gruppo Fb dedicato all’evento / The group dedicated to the event on Facebook:

http://www.facebook.com/home.php?sk=group_154465447938646

Qui l’evento Fb in calendario (qualora vogliate già confermare la vostra presenza) /The calendar event on Facebook (if you wish to confirm your presence already):

http://www.facebook.com/event.php?eid=171630562872386


View Larger Map

Per maggiori informazioni consultate il sito ufficiale dell’evento / For more informations about the event here the official website: http://www.interlibertarians.org/

They hate us because we bomb them, says Libertarian Chair

25 marzo 2011

Giving little thought to the lessons of history, President Obama has begun attacking Libya with the full support of virtually every member of Congress, both Democrats and Republicans.

Libertarian Party Chair Mark Hinkle issued the following statement today:

“President Obama’s decision to order military attacks on Libya is only surprising to those who actually think he deserved the Nobel Peace Prize.

He has now ordered bombing strikes in six different countries, adding Libya to Afghanistan, Iraq, Pakistan, Somalia, and Yemen.

While the justifications vary in each case, the disturbing common thread is that these are all predominantly Muslim countries.

And the goodwill expressed by Arab people about Obama in opinion polls early in his administration has completely vanished: in the most recent Zogby survey, 85% expressed an unfavorable opinion toward the United States, eclipsing the 83% negative opinion in the final year of the Bush administration.

Libyan President Muammar Gadaffi is no friend of liberty, but the military involvement of the United States in the rebellion against him threatens to undermine the credibility of the resistance to his rule and turn him into a hero.

As news of both actual and rumored killings of innocent civilians by American bombs spreads throughout the Arab world, the hatred which spawned the 9/11 murderers will continue to grow.

Finally, what if Gadaffi still manages to defeat the rebels? Faced with the choice of losing face or upping the ante with an escalation of military involvement, this could turn into yet another disastrous campaign.

And as Steve Chapman put it in an article in Reason magazine, ‘Most of the people endorsing an attack know less about Libya than they do about playing the oboe.’ When will we ever learn?

“Libertarians advocate the foreign policy eloquently described by Thomas Jefferson at his inauguration: ‘Peace, commerce, and honest friendship with all nations, entangling alliances with none.’

Just as the Founding Fathers expressed admiration for the ‘Swiss Model’ of armed neutrality that has managed to keep Switzerland out of the vicious wars of Europe for hundreds of years, we should embrace the idea that the purpose of an American military is the defense of American soil, period.

As Senator Barack Obama said in criticizing the Bush administration, ‘The President does not have power under the Constitution to unilaterally authorize a military attack in a situation that does not involve stopping an actual or imminent threat to the nation.’

The Constitution of the United States requires an explicit Declaration of War in order for this country to engage in hostilities with foreign nations.

Obama, after dithering for two weeks, has joined the list of presidents who chose to launch wars on their personal say-so in direct contravention of the Constitution.

I don’t know how many times we have to endure administrations, both Republican and Democratic, who shoot first and ask questions later. Probably for as long as we continue to elect Republicans and Democrats to office.”

The Libertarian Party platform includes the following:

3.1 National Defense
We support the maintenance of a sufficient military to defend the United States against aggression.

The United States should both avoid entangling alliances and abandon its attempts to act as policeman for the world.

We oppose any form of compulsory national service.

Tratto da http://www.lp.org/

Un’Altra Guerra di Obama

25 marzo 2011

Interessante cosa il vento del “cambiamento” ha portato nel corso della storia e soprattutto dove ha “deciso” di soffiare ora.

Stiamo per osservare un nuovo infognamento da parte dell’allegra brigata NATO in una nuova operazione bellica che costerà fior di quattrini (anche tutti voi la volete, ho indovinato?) a tutti i paesi che vi parteciperanno.

Nonostante siano indebitati fino al collo hanno questa gran voglia di fare i “buoni samaritani” ed esportare un pò di “democrazia”.

Ma i buoni samaritani in questione non vogliono una ricompensa “spontanea”, la pretendono.

E forse è per questo motivo che in primis hanno deciso di fare i “buoni samaritani”.
____________________________________________

Articolo di Llewellyn H. Rockwell, Jr.

Seguendo l’autorizzazione delle Nazioni Unite (pressate dagli Stati Uniti) per l’omicidio bellico in Libia, il regno portatore di morte del colonnello Gheddafi ha fatto sapere immediatamente che avrebbe smesso di uccidere.

Ciò ha messo in pausa la guerra di Obama, per un pò.

Il colonnello pazzo ha imparato una cosa o due sulla politica estera americana.

Se fingi di favorire gli scopi stabiliti dell’impero e sei accondiscendente con i suoi dettami dichiarati, puoi fare qualsiasi cosa per cui un governo è strutturato: rimanere al potere a tutti i costi.
Gheddafi ha imparato questa lezione circa un decennio fa, quando, con molta più appariscenza, annunciò che avrebbe fermato il suo programma sulle armi nucleari e si sarebbe unito alla guerra contro il terorre.

Gli Stati Uniti decisero quindi di classificare lui ed il suo governo tra i buoni del mondo ed iniziarono a sostenerlo come un esempio di saggia abilità di statista.

Procedettero poi ad insediarlo ancora più in profondità ed a rafforzare il suo controllo dispotico sui cittadini, il tutto con la benedizione degli Stati Uniti.
Ma questa volta potrebbe non funzionare.

Per settimane i funzionari americani hanno sminuito gli attacchi sanguinari di Gheddafi sulla sua gente, ma gli Stati Uniti hanno davvero un problema con dittature simili? Questo fatto è sconosciuto agli americani, ma nel Medio Oriente, e nelle nazioni arabe in particolare, gli interessi commerciali americani sono considerati come una forza di liberazione ma non il governo degli Stati Uniti.

Per decenni gli Stati Uniti sono stati la chiave del potere delle dittature nel Medio Oriente, tra le quali troviamo l’Arabia Saudita, la Giordania e lo Yemen.

Lascio da parte l’uccisione di centinaia di migliaia di civili iracheni per liberarli.
Così sarebbe quasi uno scherzo che gli Stati Uniti spingano per andare in guerra contro la Libia in modo da salvare questo paese dalla dittatura.

Molto probabilmente il vero movente qui è lo stesso che ha ispirato la guerra contro l’Iraq: il possedimento ed il controllo del petrolio.

Ed anche se la libertà fosse il motivo dominante, quando mai nella storia moderna è stata effettivamente portata alle persone? Tutte le guerre degli Stati-nazione oggi finiscono in bagni di sangue di civili, distruzione delle infrastrutture, sconvolgimento politico senza fine (vedi l’Afghanistan e l’Iraq), grandi spese ed amarezza tutt’intorno.

La guerra non raggiungerà il suo obiettivo dichiarato.

Potrebbe anche finire col radicare il potere di Gheddafi.

Ma ipotizziamo che alla fine morirà, come Saddam Hussein. Che succede dopo? Il nuovo governo sarà scelto attentamente dal vincitore e non guadagnerà mai alcuna credibilità, proprio come in Iraq.

Le persone non sopportano i conquistatori esteri anche peggio dei despota locali, e questo risentimento non è una buona base per un futuro di libertà.

Il presidente Obama probabilmente guarda alla prospettiva di guerra con un certo desiderio, proprio come Bush, Clinton, Bush, Reagan ed altri, fecero prima di lui.

Ma questa volta c’è un problema. Gli Stati Uniti non possono semplicemente permettersi di essere considerati ancora una volta come promotori di una guerra nei confronti di un paese musulmano, sebbene è quello che stanno facendo, in un tempo in cui tutto il mondo sa che la politica estera degli Stati Uniti è basata principalmente sull’incitamento di sentimenti anti-islamici e nel possesso del petrolio.
Per questa ragione l’amministrazione Obama deve cercare la copertura delle Nazioni Unite e la cooperazione degli altri Stati arabi.

L’Inghilterra e la Francia sono affidabili, ma non la Germania e nemmeno gli altri Stati arabi, quindi l’operazione potrebbe essere più complicata di quello che si supponesse.

Immaginiamo per un momento che il governo degli Stati Uniti voglia davvero liberare le persone della Libia da un uomo malvagio.

Qual’è il modo giusto di farlo? C’è l’opzione assassinio, alla quale mi oppongo ma che sarebbe nondimeno una possibilità migliore della guerra.

Che dire dei killer leggendari della CIA che possono sopprimere qualunque persona sul pianeta eseguendo pochi ordini dall’alto? Dove sono ora?

Ricordo che negli ultimi giorni prima dell’ultima guerra in Iraq, un portavoce di Saddam propose praticamente un duello tra Bush o Cheney e Saddam o il suo vice-presidente.

Non fu una proposta poco seria.

Questa sarebbe stata un’opzione migliore sia per l’Iraq che per l’America, ma poi il governo non avrebbe preso ciò che veramente voleva dalla guerra, che è una possibilità di distruggere le cose, spendere un mucchio di denaro, attizzare gli animi della popolazione nella frenesia della guerra ed inspirare un altro attacco di isteria nazionalista che aiuta a consolidare il potere del governo che muove guerra.

E’ possibile opporsi a Gheddafi ed allo stesso tempo opporsi alla guerra contro Gheddafi? Assolutamente.

Questa è una posizione che tutti gli americani dovrebbero adottare.

Allo stesso modo, è possibile opporsi all’amministrazione Obama ma anche opporsi ad un esercito straniero che abbia intenzione di spodestarlo per liberarci.

Nei primi giorni di proteste in Libia contro Gheddafi, i manifestanti mostravano chiari segnali di opposizione a qualsiasi intervento estero.

Questo è ancora il giusto approccio.

Non ci dovrebbe essere nessuna guerra, nessun blocco, nessuna imposizione di una “no-fly zone” o di qualsiasi altra cosa.

Gli Stati Uniti sono stati dei sostenitori di Gheddafi per un decennio.

Il danno è già fatto.

Andare in guerra aggraverà soltanto le cose.

Nell’interesse della libertà e dei diritti umani, dobbiamo dire no alla guerra.

Dobbiamo anche dire no a tutte le forme di intervento estero che sostengono le dittature, finchè esse non diventano politicamente imbarazzanti per Washington D.C.

Originale tratto da http://www.lewrockwell.com/

Traduzione tratta da http://johnnycloaca.blogspot.com

Ron Paul on Libya and Unintended Consequences: Why Obama Is Wrong on Libya

25 marzo 2011

Il commento: Io dico che questo è un conflitto sbagliato

25 marzo 2011

Bombardare oggi è un atto di terrorismo. Meglio la non belligeranza scelta da Malta e dalla Germania

Articolo di Vittorio Sgarbi

Illustre Presidente ritengo mio dovere scrivere oggi, per futura me­moria, il mio pensiero sulla vicen­da libica.

Non c’è nessuna buona ra­gione per aderire alla posizione dei volenterosi accettando la risoluzio­ne Onu e seguendo la Nato e gli americani.

Obama è ancora una volta, come Bush e Clinton, pronto a un’azione militare.

In molti Stati della civile America c’è ancora la pe­na di morte.

L’illuminismo si è fer­mato.

Ciò che era chiaro a Cesare Beccaria e ad Alessandro Manzoni non è stato completamente com­preso dalla democrazia america­na.

Lo Stato che uccide non risarci­sce il torto subito.

Impone la sua for­za con lo stesso arbitrio del crimina­le.

Nessuno può disporre della vita di un altro.

Perché dovendo distinguere gli italiani dagli americani, risalgo a po­sizioni così lontane? Perché è evi­dente che la retorica con cui si fa ri­ferimento alle inermi e indifese po­polazioni civili sotto l’attacco mili­ta­re di Gheddafi esclude che lo stes­so comportamento, con analoghi ri­schi, possa essere assunto con la no­bile motivazione di difendere il po­polo libico.

Non parlo per questio­ni di principio.

Mi riferisco alle tan­te azioni, in particolare in Irak, che hanno reso odiosi gli americani per­ché le loro bombe contro il dittato­re hanno, non raramente, colpito ci­vili.

Il delirio guerrafondaio di Sarkozy oggi, e il rigore di Obama minacciano identici rischi.

Si può bombardare senza uccidere, an­che con le migliori intenzioni.

Bom­bardare anche senza milizie di ter­ra, cui almeno si risparmia la vita (quanti italiani sono morti nelle missioni di pace?) vuol dire essere in guerra.

E non c’è nessuna buona ragione di concedere ad americani e francesi le nostre basi di Gioia del Colle, Trapani, Sigonella. Malta che, con noi è il Paese più vicino e più a rischio, non consentirà l’uso delle basi.Perché l’Italia sì?Sarà op­portuno ricordare che già la Libia ha sopportato un lunghissimo em­bargo e già si era imposta dall’Onu una no fly zone.

Ecco perché scrivo ora.

Quell’embargo,quella no fly zone io li violai nel 1998 con una impresa temeraria che ful’iniziodello scon­gelamento dei rapporti fra l’Italia e la Libia prima con Prodi e Dini, poi con D’Alema, poi con Berlusconi e ancora con Prodi e con Berlusconi.

Tutto il mondo ha assistito a questa evoluzione che ha interessato an­che Francia, Inghilterra e persino l’America.

Gheddafi, sempre lo stesso, era diventato buono? No.

Si era preso atto di una situazione con­solidata e della necessità di trovare un alleato sicuro contro gli sbarchi di clandestini che interessano pre­valentemente se non esclusivamen­te l’Italia, non l’America.

Anche in questo diverso.

Perché allora oggi scoprire che Gheddafi non è un leader democra­tico? Non lo è mai stato.

Come non è una insurrezione di popolo, per un risorgimento (come si illude non so quanto credendoci Napoli­tano), la rivolta delle città libiche contro Gheddafi.

Si tratta come san­no gli osservatori più informati di una guerra fra tribù in un complica­t­issimo sistema che muove interes­si del tutto estranei a quelli del po­polo.

Se Gheddafi cade non sarà una democrazia a determinare il nuovo potere ma un intreccio di alleanze di famiglie che prenderan­no il potere contro il popolo stabi­lendo un altro regime.

Voglio ricor­dare che quando andai la prima vol­ta inLibia prima di violare l’embar­go con un lunghissimo ed estenuan­te viaggio, prima ancora di mostra­re a me e alla mia delegazione i su­blimi siti archeologici di Leptis Ma­gna, di Sabratha, di Cirene, Ghedda­fi ci indirizzò come a un santuario al «museo» cui più teneva: la sua ca­sa bombardata dagli americani, mi pare nel 1987, per tentare di cacciar­lo come vogliono fare ora.

Non ci riuscirono, come si è visto.

Ma in quella casa morì, con altri libici, an­che la figlia di Gheddafi.

La morte di un soldato in guerra è tragica, ma è nelle cose; la morte di un cittadino inerme o di un bambi­no, non è accettabile.

Bombardare equivale a un atto di terrorismo: è colpire alla cieca, colpire chi non si può difendere e colpire chi è inno­cente.

Far pagare ai cittadini, come con le limitazioni derivate dagli em­barghi, le colpe del dittatore.

Se tale era, come fu a partire dal suo colpo di Stato, e come è, non bisognava in nessun momento scendere a patti con lui.

L’abbiamo ricevuto,onora­to.

È stato visitato e ossequiato, da D’Alema come da Berlusconi.

Oggi noi, che siamo i più esposti, non ci possiamo permettere di voltargli le spalle riconoscendolo improvvisa­mente come criminale di guerra, quale era già stato, per esempio, con il caso Lockerbie. Dopo Gheddafi non c’è la demo­crazia, c’è la deriva come in Soma­lia.

Ci saranno altri colonnelli.

E le nostre coste sempre più indifese.

Ma soprattutto, concedendo le ba­si, saremmo complici di tutte le morti inevitabilmente causate dai bombardamenti.

Per difendere i li­bici da Gheddafi, diventeremmo come lui.

Potrà così avvenire che lui si salvi e che noi uccidiamo inno­centi, esattamente quello che si attribuisce alla sua azione militare in casa.

Per eliminare Gheddafi, usan­do le stesse armi (di aria, certo, non di terra!) diventeremo come Ghed­dafi.

L’unica strada resta dichiarare come la Germania e Malta la non belligeranza e lasciare a francesi e americani la decisione di un altro scellerato attacco in nome della de­mocrazia e della libertà (la loro, non quella del popolo libico).

Tratto da http://www.ilgiornale.it

“Ma la Libia non è il Ruanda”

25 marzo 2011

Articolo di Mario Seminerio

Su Dissent (dove non scrive solo il falco interventista progressista Paul Berman, tanto caro ai neocon), il condirettore Michael Walzer esprime tutti i suoi dubbi sull’azione occidentale in Libia e sulla indeterminatezza dell’obiettivo ultimo.

L’occasione è opportuna anche per stigmatizzare l’abituale levantinismo della Lega Araba, che tanto ha entusiasmato Hillary Clinton, spingendola a forzare la mano a Obama e ad emarginare il capo del Pentagono, Bob Gates:

«La Lega Araba ha richiesto la creazione di una no-fly zone, ma alcuni dei suoi leader stanno già criticando gli attacchi necessari per farla funzionare.

E, ancora, nessuno tra i principali stati arabi sta partecipando.

E’ un vecchio schema che pensavamo fosse finito dopo le sollevazioni in Egitto e Tunisia – quello in cui gli stati arabi (ed anche altri stati) non si assumono la responsabilità di fare ciò che vogliono sia fatto…da altri»

Ma soprattutto, a Walzer la motivazione “umanitaria” suona alquanto ipocrita:

«Nessuna di queste obiezioni conterebbe se questo fosse un intervento umanitario per fermare un massacro.

Ma questo non è ciò che sta accadendo in Libia oggi. (…)

Guardare la repressione non sarebbe facile (sebbene pare che oggi stiamo facendo proprio questo, senza difficoltà, in Bahrain ed in Yemen).

Ma il rovesciamento di tiranni e l’affermazione della democrazia devono essere lavoro locale ed in questo caso, tristemente, i locali non ci stavano riuscendo.

Gli stranieri possono fornire ogni tipo di aiuto – morale, politico, diplomatico, ed anche materiale.

Forse i vicini, che condividono col popolo libico etnia e religione, potrebbero fare di più.

Ma un attacco militare della specie ora in atto è difendibile solo nei casi più estremi.

Rwanda e Darfur, dove non siamo intervenuti, avrebbero risposto a questi requisiti.

La Libia no»

Speriamo che Walzer si sbagli, e noi con lui.

Nei prossimi anni capiremo se questa è stata l’operazione militare peggio ponderata (dagli americani, che pure di queste avventure se intendono) nella storia.

Siamo passati dall’esportazione della democrazia alla protezione umanitaria: gli obiettivi sono ridimensionati, gli esiti ultimi rischiano di non esserlo.

Tratto da http://phastidio.net/

Alcune domande da porre a tutti gli intraprendenti e volenterosi esportatori armati di “pace e diritti umani” in Libia e in medioriente…

25 marzo 2011

http://www.notizieitaliane.it/wp-content/uploads/2011/03/guerra-libia.jpg

Togliamo subito ogni velo di ipocrisia e di idealismo liberal o neocon: l’intervento militare in Libia è completamente tardivo nei tempi e nei modi oltrechè sbagliato in quanto pericoloso nei suoi esiti e come precedente sulla scena internazionale.
Esso è tardivo in quanto è stato deciso un mese dopo lo scoppio delle rivolte, quando la situazione sul campo nella guerra civile è già ampiamente compromessa per i rivoltosi.
Di fatto tale intervento è completamente divenuto obsoleto e maggiormente complicato da portare a termine visto l’andamento proprio della guerra civile.

Tale giudizio quindi non è per nulla motivato da interessi particolari in merito al destino di Gheddafi e del suo sanguinario regime.
La necessità che questi esca di scena è ovviamente auspicata, ma certamente tale prospettiva non è ritenuta sufficiente al fine di giustificare una guerra dall’esterno e un comportamento schizofrenico e ribadisco tardivo della comunità internazionale multilaterale.
Insomma come abbiamo più volte chiaramente fatto intendere su questo sito Gheddafi è stato ampiamente criticato ancora quando sia l’attuale maggioranza che l’attuale opposizione nei mesi e negli anni (se non addirittura decenni) scorsi intrattenevano rapporti amichevoli con questi senza mai criticarne alcun aspetto della sua condotta di despota sanguinario.
L’obiezione all’intervento militare è specificatamente legata ai tempi, alle modalità e alle motivazioni che francamente inducono a ritenerlo overtime e privo di un credibile fondamento e successo.
Sia ben chiaro Gheddafi ieri come oggi in Libia sta massacrando l’opposizione e il suo popolo, prima ancora dello scoppio della guerra civile era un terrorista e un criminale ma questo non basta per scatenare una guerra peraltro con obbiettivi confusi.
A differenza di Iraq e Afghanistan è pur vero che qua vi è un popolo libico che ha mostrato chiaramente di ribellarsi al suo despota da quasi un mese chiedendo l’aiuto dell’Occidente ma proprio il fattore tempo è il principale motivo che induce a credere che questo intervento frettolosamente organizzato non sia per nulla risolutivo al fine di capovolgere l’andamento della guerra civile in favore degli insorti.
Il ruolo stesso degli insorti sul terreno oltre ad essere quasi pressochè sulla difensiva è stato completamente bypassato dalle decisioni della riunione di Parigi, il CNLT nelle settimane precedenti aveva chiesto solo una no fly zone ma l’obbiettivo dei volenterosi benchè loro lo neghino nelle parole, nei fatti pare non essere meramente di tale tipo.
Tale missione è difficilmente risolutiva proprio perchè priva di una correlazione e di una partecipazione attiva delle forze rivoluzionarie al fine di modificare l’egemonia nel frattempo recuperata da Gheddafi in Libia sul territorio.
Nonostante Sarkozy sia stato tra i primi a riconoscere la legittimità dell’opposizione libica, questi è stato il leader europeo che più si è reso responsabile dell’inizio di tale conflitto, si è quindi passati da una formale dichiarata volontà di no-fly zone ad una fattuale guerra aperta dall’armata multilaterale.
Il problema è che tale guerra aperta e questi bombardamenti aerei non sembrano comunque aver modificato il piano della controffensiva di Gheddafi in Cirenaica, anzi Gheddafi al contrario ha accelerato i tempi della riconquista delle varie città ribelli marciando verso Bengasi al fine di sgombrare il terreno dell’opposizione.
I bombardamenti aerei non sono risolutivi militarmente per destabilizzare nè il regime nè il suo esercito, semmai sono controproducenti presso l’opinione pubblica libica, la quale anche in funzione della situazione politico-militare della guerra civile potrebbe presto o tardi riaccodarsi al vecchio regime arrivando addirittura a contestare il ruolo militare della coalizione.
D’altronde qualcuno vuole spiegare come si elimina solo dal cielo Gheddafi asseragliato nel suo bunker di Tripoli?.
Come lo si caccia dalla Libia?
Come si può con una guerra aerea (e suoi relativi bombardamenti) favorire i ribelli sul campo quando ormai le truppe di Gheddafi sono entrate e controllano ampie zone popolose delle città ex rivoltose?.
Come evitare che ci possano essere vittime anche presso gli stessi rivoltosi con tali bombardamenti visto che la situazione sul campo è mutevole di ora in ora in alcune realtà urbane?.
Quali informazioni possiede la coalizione circa gli spostamenti delle truppe lealiste e quelle rivoltose al fine di indirizzare le bombe?.
Come si può pensare che le bombe in un’area urbana popolosa al fine di colpire bersagli mobili o stanziali di tipo militare non possano creare morti tra popolazione o eventuali scudi umani (più o meno volontari)?
E’ inevitabile che prima o poi si parlerà di invasione via terra della Libia e può essere che i tempi di tale invasione siano più ravvicinati del previsto anche per uscire dal pantano in cui si è subito finiti, oltre che per svelare palesemente la vera natura di questo conflitto al di là dell’ipocrisia.
L’invasione di terra è il “segreto di Pulcinella” tenuto ancora per il momento nascosto all’opinione pubblica almeno sino a quando quest’ultima non si sarà passivamente abituata quotidianamente al conflitto, solo allora verrà chiesto con un’altra risoluzione Onu questo ulteriore sforzo bellico via terra, il quale ovviamente non verrà negato (salvo possibili veti da parte dei Paesi astenuti)  dato che verrà illusoriamente definito come “decisivo per le sorti e la stabilizzazione del conflitto” ma che in realtà cercherà di salvare in corner l’immagine di molte potenze occidentali a forte rischio di figuraccia.
Peccato che un’eventuale invasione militare sia malvisto sia dal CLNT (Consiglio Libico Nazionale di Transizione, il governo di opposizione politica a Gheddafi con sede a Bengasi) che dalla Lega araba, entrambi contrari alla presenza di terra di truppe straniere.
Quindi se davvero siamo al servizio del popolo libico dovremmo in ragione di questo rispettare le sue indicazioni di aiuto e di soccorso, ma lo faremo veramente a conflitto già avviato?.
La Lega araba ne dubita tanto che in poche ore ha tolto il suo supporto d’immagine presso il mondo arabo all’intervento occidentale, sebbene questo non significhi la non cooperazione di alcuni paesi arabi alla missione.
Le forze ribelli invece si attendono che il “lavoro sporco” lo compia ora la coalizione Nato dato che essendo loro mal armate e in pratica allo stremo delle forze certo non possono essere una valida opzione sul terreno.
Ma anche ipotizzando che l’invasione di terra non sia necessaria, anche ipotizzando che Gheddafi abbia le settimane se non i giorni contati, come si pacificano gli animi dei rivoltosi e dei lealisti al governo dopo tale guerra?.
Come impedire che dopo la risoluzione del conflitto le due controparti possano vendicarsi dei torti subiti?.
Come si giungerà a stabilizzare la Libia con la fine della guerra se di fatto i popoli della Tripolitania e della Cirenaica sono delle tribù legate ad un odio profondo e reciproco tra loro acuito anche da Gheddafi e dal suo dominio dispotico?
Qualcuno ha tenuto conto che queste due regioni si odiano e si odieranno a maggior ragione anche dopo il rais?.
Come si cercherà allora di far ragionare i clan pro-Gheddafi anche qualora il rais venga ucciso o catturato, al fine di evitare il ripetersi di un dopoguerra simile a quello iracheno?.
Si è già considerata la possibilità di una divisione in due della Libia in due Stati sovrani e indipendenti (Cirenaica e Tripolitania) o di un sistema confederativo quale suo inevitabile esito amministrativo?.
Ovviamente nessuna di queste domande è stata sino ad oggi contemplata dagli “strateghi” volenterosi.
Quel che nel frattempo il Pentagono ha però affermato in termini surreali è che i bombardamenti americani non hanno lo scopo di uccidere o scacciare Gheddafi dalla Libia!!!.
Bisognerebbe capire allora a cosa servono!.
Da quando le bombe sono un messaggio di dialogo e di efficace diplomazia?!.
Dicono taluni che i bombardamenti sono inevitabili in quanto servono per la no-fly zone, ma allora come mai i francesi e le altre forze volenterose stanno bombardando bersagli mobili (carri armati, postazioni, villaggi e città) o edifici governativi se questi di fatto non sono in cielo tra le nuvole?.
Una no-fly zone è uno spazio aereo vietato, essa non ha nulla a che fare con lo spazio terrestre!.
Di fatto una no-fly zone impedisce il sorvolo dei pochi aerei militari libici già peraltro abbattuti nelle prime ore di combattimento aereo dalla coalizione occidentale.
Quindi se davvero fosse questo l’obbiettivo della missione questa sarebbe già pressochè compiuta senza alcun ingente impiego di mezzi e bombe come invece pare evidente nel loro impiego da vari giorni.
E’ evidente invece che tali bombardamenti siano funzionali entro un ottica legata ad un regime change e alla distruzione di quante più unità militari pro-Gheddafi al fine di favorire più che un’avanzata dei rivoltosi una invasione dei volenterosi (davvero qualcuno crede che tutto il dispiegarsi di mezzi militari delle maggiori potenze occidentali sia al servizio disinteressato di alcune tribù beduine?).
Ulteriori problemi derivano però dalla catena di comando e dall’organizzazione di tale missione da parte delle potenze occidentali.
Inizialmente sembrava che i volenterosi agissero in un contesto Nato, poi si è capito che in realtà ognuno agiva per sè, nonostante i vari comandi militari a Napoli e Ramstein-Miesenbach (sedi delle operazioni volenterose e americane rispettivamente), erano prive di una strategia concordata sia sul tipo di missione, sia sugli esiti, che sulle modalità tra gli stessi alleati.
I francesi hanno comandato le manovre in proprio, gli inglesi sono apparsi i partner di riferimento dei primi nella loro scia (seppur più defilata); gli americani hanno preferito per il momento delegare in termini d’immagine il compitino ai francesi e agli europei, pur intervenendo militarmente apparentemente in termini il meno appariscenti possibili (nonostante i loro bombardamenti) mentre gli italiani vista la loro irrilevanza politica ed economica rispetto agli altri alleati supportano in termini logistici e aerei gli altri volenterosi con incursioni (forse e presumibilmente pure con qualche bombardamento aereo), ospitando e allestendo le varie basi militari presenti in Italia.
Gli anglo-francesi hanno preferito puntare su un comando militare autonomo dalla Nato come mandato, gli americani e gli italiani fin da subito pur unendosi nella coalizione volenterosa preferiscono inserire tale missione nel contesto Nato per poter contare di più entro il comando delle operazioni.
L’ora del primo raid aereo francese, (le 17:45 ora locale di Tripoli) è stata indicativa per dimostrare come la guerra di fatto sia voluta essenzialmente sul piano occidentale da Sarkozy.
I caccia francesi sono partiti dal loro territorio nazionale carichi di bombe prima del formale orario di termine del vertice di Parigi.
Fin dall’inizio i francesi hanno ostentato un pressapochismo e una spavalda spacconeria (non a loro estranea) di improvvisazione priva di analisi sul da farsi e addirittura di un raziocinio strategico funzionale allo smantellamento di quelle prime difese libiche funzionali all’avvio poi di una no-fly zone in accordo tra gli stessi volenterosi.
I francesi hanno iniziato i bombardamenti e gli attacchi ai convogli libici a casaccio senza dare prima un segnale di avvertimento intimidatorio sorvolando quelle aree o procedendo con bombardamenti su bersagli militari fissi effettivamente pericolosi e senza mettere neppure fuori uso quelle stesse difese della contraerea utili per mettere in sicurezza lo spazio aereo ed evitare possibili perdite nella coalizione (in primo luogo francese)!!.
Dopo i primi giorni di bombardamenti e il caos tra i volenterosi è partito il tentativo di rendere il tutto più presentabile e credibile a fronte di una opinione pubblica che anche in Italia è alquanto scettica (per non dire contraria) circa tale improvvisata spedizione militare.
Il governo italiano pare però muoversi ancora con parecchia ambiguità nella missione; infatti nonostante l’appoggio logistico e la propria partecipazione tra i volenterosi forse anche in virtù dell’impantanarsi della missione e della resistenza del rais si è tornati (o forse sarebbe più opportuno scrivere, si è continuato) a tener aperto nonostante tutto un qualche canale riservato di empatia nei confronti di Gheddafi.
Forse sono calcoli conseguenti al ruolo irrilevante all’interno della coalizione multilaterale nonostante la concessione delle basi militari oppure ad un calcolo di convenienza e di timore a fronte delle ipotetiche incognite qualora questi venisse destituito o peggio se questi nonostante tutto rimanesse al suo posto.
Non a caso il governo italiano resta in rotta di collisione con i francesi in merito ad un presunto prestigio internazionale non riconosciuto da questi al governo di Roma, inutile ribadire come tali questioni (legate anche a possibili acquisizioni di mercato di aziende italiane da parte delle aziende francesi) non abbiano nulla a che fare circa la presunta messa in discussione della liceità e necessità del conflitto (mai minimamente considerata)!.
D’altronde dopo processi, bunga bunga, liti interne alla maggioranza e una situazione Paese da default davvero qualcuno pensava che l’Italia fosse presa sul serio dagli altri Paesi occidentali?.
Credere che con Berlusconi a fianco di Sarkozy le grandi manovre di questa guerra assumano un bell’aspetto ed esito differente è semplicemente ridicolo.
Se qualcuno crede che Berlusconi e Sarkozy siano degli strateghi sui quali far affidamento visto cosa hanno già combinano in tempo di pace nei loro Paesi e con la stessa Libia (rispettivamente il Trattato di amicizia, affari e strane manovre di finanziamento), bisogna che questi possieda una grandissima forza di autocoinvincimento personale (o meglio ancora, di una grande incoscienza della realtà dei fatti!)  e sarebbe bene che si dedicasse ad argomenti più alla propria portata: calcio e gossip!.
Ecco quindi che per non far naufragare miseramente e istantaneamente con tale missione, i governi e gli Stati partecipanti ad essa sembra che abbiano trovato un accordo (dopo aver stabilito le quote e il peso nella sua rappresentanza) per affidare la missione in mani Nato.
Gli Usa vogliono la Nato per non essere tagliati fuori dal comando della missione nel tentativo di far entrare i paesi arabi Giordania, Egitto, Arabia Saudita e la Turchia (quest’ultima membro Nato) con un ruolo attivo, l’Italia preferisce anch’essa la Nato a tale contesto operativo ma solo perchè mal sopporta di rimanere nelle retrovie a fronte del dinamico duo franco-britannico.
Tale impresa militare resta comunque sbagliata nei modi e non solo da parte dei francesi (i quali hanno agito in proprio in termini premeditati anche a danno dei loro interlocutori occidentali) poiché il richiamo alla Nato resta pur sempre un escamotage retorico d’immagine per spostare la polemica tra i partecipanti in altra sede.
Così dopo la risoluzione Onu 1973 decisa dal Consiglio di sicurezza da quegli stessi Stati partecipanti alla missione, ora sempre questi Stati delegheranno ad una organizzazione militare di fatto sempre da loro composta (ma più larga e meno responsabilizzante) le sorti del difficile conflitto il tutto in uno scaricabarile che la dice lunga sulla credibilità politica e la garanzia in termini di sicurezza anche militare che offrono tali elité politiche al potere in Occidente….
Ma anche in questa occasione il ruolo di coinvolgimento della Nato (sebbene al momento non ancora attivo) sarà forzato e improprio visto che non c’è stata alcuna aggressione ad uno Stato Nato nè alcun paese Nato è coinvolto in tale conflitto in chiave difensiva.

Il patto atlantico afferma che solo qualora un Paese Nato subisca un attacco da parte di un paese straniero (all’interno del settore di competenza Nato, ovvero quello euro-atlantico), tutti i membri dell’alleanza hanno il dovere di intervenire in difesa dell’alleato.

La Libia al momento non ha attaccato nessun paese Nato e la Libia non è membro della Nato.

Semmai bisogna riconoscere che la Francia e in seguito anche le altre potenze volenterose, hanno deliberatamente attaccato il territorio della Libia in ottemperanza della famosa risoluzione Onu, ma la Libia non ha attaccato la Francia sul territorio di quest’ultima, ergo non c’è alcun estremo perchè la Nato intervenga dato che è una guerra di offesa e non di difesa.

Come mai la Nato deve intervenire in un ambito offensivo quando la sua funzione originaria era puramente difensiva all’interno del contesto euro-atlantico di alleanza tra paesi?.

Tale risoluzione Onu di fatto non impone  nè obbliga necessariamente la Nato e sempre e solo le potenze occidentali ad agire, specie in uno scenario geopolitico in mutamento e certamente non europeo o all’interno del patto euro-atlantico.

Inoltre non si vede come mai la Nato che è una alleanza difensiva debba farsi carico di azioni offensive decise o per conto di un ente come l’Onu da cui non dovrebbe dipendere nè per risoluzioni nè per funzionamento interno.

Qualcuno mi vuole spiegare come mai l’Italia, anche in un futuro contesto della missione quale sarà quello della Nato, debba intervenire come “poliziotta del mondo” al servizio dell’Onu (ovvero di tutti i Paesi del mondo, dittature comprese)?.
E in virtù di cosa interveniamo?.
Gli astratti “diritti umani”, peccato che gli Stati non si preoccupino a priori dei diritti umani e dei diritti civili dato che lo Stato è una stuttura dispotica avente su un territorio il monopolio della forza e certo la Democrazia come regime non lo migliora di molto in tal senso come possiamo vedere anche in casa nostra.
Ergo non si capisce quale interesse questa struttura debba avere nel limitare il proprio potere coercitivo sugli individui al fine di garantire a loro i diritti.
Gli individui di fatto non avranno mai modo di poter far valere i loro diritti naturali (gli unici diritti umani razionalmente concepibili oggettivamente) dato che tali diritti naturali sono in contrasto con le intenzioni e interessi sostenuti dai governi e dai politici nella loro azione.
Ma quale credibilità ha l’Onu dopo gli scandali del passato e una burocrazia interna atta solamente a fare affari con le peggiori dittature del mondo (ricordiamo che la Libia aveva un seggio nel Consiglio per i diritti umani di tale organizzazione internazionale)?.
Da quando abbbiamo il governo mondiale ufficialmente operante?.
Qualche cittadino ha forse votato tale governo mondiale?.
Se tale governo mondiale è in funzione e regge i destini del pianeta come mai abbiamo ancora un governo nazionale in carica?.

L’Italia e altre nazioni sono state commissariate dall’Onu?.

Vi sono nei singoli Paesi occidentali dei meri “mandarini” al servizio del Palazzo di Vetro?.
Qualcuno mi spiega come mai gli Stati abbiano prontamente obbedito alla risoluzione Onu (decisa da loro stessi a livello esecutivo)  senza aver prima votato nei loro rispettivi parlamenti competenti  livello di sovranità nazionale l’autorizzazione al via libera alla missione?.
Da quando i singoli esecutivi nazionali obbediscono all’Onu anzichè ai loro parlamenti?.
Ma una missione militare operativa fuori dalla propria Nazione a scopo offensivo (quindi di guerra) è legittima e legale in assenza di un voto del Parlamento nazionale?.
Nella frenesia guerrafondaia nazionalista post 17 marzo tutti non si stanno rendendo conto che di fatto non esiste alcun piano militare finalizzato a un obbiettivo concreto, nè alcuna analisi disponibile sul terreno libico circa l’organizzazione delle forze militari pro-Gheddafi e antiGheddafi, l’entità del loro numero dislocate sul territorio.
Tutti stanno strepitando su una missione senza ne capo nè coda che di fatto non è umanitaria visti i tempi ormai tardivi e che certamente al fine di rendersi risolutiva è inevitabilmente di regime change nei mezzi e molto probabilmente visto che l’Occidente diffida del CLNT (o non ha interesse a considerarlo interlocutore valido al fine di operare strategie neocoloniali di tipo economiche sul terreno libico anche a loro insaputa), vista l’aria progressista e keynesiana che si respira nelle cancellerie internazionali è altamente probabile l’ennesimo tentativo fallimentare di Nation building all’orizzonte con l’occupazione inevitabile della Libia nelle prossime settimane o mesi.
E’ un conflitto senza dubbio costoso sia in termini di possibili vite da ambedue le parti ma anche sul piano economico visto in particolare  il nosto debito pubblico italiano astronomico e una guerra ancora aperta in Afghanistan non meno onerosa e priva di senso.
Non mi pare molto saggio tale ennesima avventura belligerante priva di un effettivo scopo preciso anche sul piano economico.
Inoltre non mi pare siano state convenute procedure o forme di adeguata analisi per quanto riguarda la difesa di Lampedusa e della Sicilia in termini di radar o sistemi antimissili in caso di eventuali reazioni libiche, dovrebbe essere buona cosa prima di iniziare un conflitto quantomeno porre delle contromisure efficaci sul campo al fine di evitare ritorsioni.
Non mi pare però che si sia presa alcuna precauzione o preventiva adeguata contromisura difensiva.
E questo perchè Silvio Berlusconi e i vertici di Stato maggiore italiano presumono (e sottolineo presumono) che Gheddafi non possieda armi militari a lungo raggio.
Nonostante il precedente degli scud lanciati a Lampedusa il governo italiano si illude che solo perchè non ha in precedenza venduto tali tipologie di armamenti specifici a Gheddafi, che questi non abbia modo di reperirli in altri Paesi.

Ma come dall’Italia e dagli Usa negli anni scorsi ha comprato le armi utilizzate oggi nelle repressioni, allo stesso modo Gheddafi potrebbe aver comprato armi più offensive in caso di serio pericolo di caduta del suo regime, il fatto che questi sino ad oggi non le abbia usate non significa necessariamente che questi non le abbia in dotazione.
Crediamo davvero che Gheddafi minacci l’occidente (e l’Italia in primo luogo) senza avere ancora scorte di armi chimiche (iprite e armi batteriologiche non smantellate) e forse qualche missile di lunga gittata nei suoi armamenti comprato dalla Nord Korea o dall’Iran?
Se Gheddafi è riuscito a capovolgere l’offensiva dei rivoltosi in pochi giorni significa che questi è certamente ben fornito di armi (precedentemente vendute dagli Usa e dall’Italia negli anni scorsi) è davvero così assurdo ipotizzare il suo possesso di armi a lungo raggio?.
Ma siamo sicuri che Gheddafi non possa resistere con almeno la Tripolitania a lungo sotto il suo controllo?.
E’ assurdo credere che questi possa solo dopo il fallimento della guerra aerea la chiusura della missione e il possibile sterminio degli oppositori sul piano interno, una volta riacquistato una certa sicurezza sul piano interno, operare la sua vendetta estera?.
E’ inimmaginabile che un dittatore con una carriera di terrorista di lungo corso possa mandare  in giro nel Mediterraneo suoi kamikaze o suoi agenti dei servizi segreti e piazzare bombe in aereoporti e stazioni ferroviarie delle Nazioni da lui considerate nemiche come già avvenuto in passato..?.
Davvero qualcuno pensa che Gheddafi e i suoi mercenari stranieri dopo aver massacrato uomini e donne libiche possa tirarsi indietro di fronte alla minaccia militare rappresentata dagli (odiati) italiani?.
Noi siamo certamente la nazione più a rischio sia in termini geografici di vicinanza sia viste anche le accuse di tradimento più volte rilanciate nelle settimane scorse come minaccie da parte del rais e dei suoi figli visto anche la rottura/inadempienza dei contenuti del famoso Trattato d’amicizia (specie nel paragrafo 4) in precedenza sottoscritti e ora stralciati in modo goffo.
La posizione dei politici italiani si riassume in un passivo conformismo attorno al “Sacro ruolo dell’Onu e delle sue risoluzioni”, ad una logica ambigua e di ragion di Stato o di mero interesse elettorale.
Nel primo caso troviamo la sinistra e la pseudodestra berlusconiana i quali assieme ai radical chic delle loro intellighenzie giustificano tale conflitto come doveroso e necessario.
Se la pseudodestra cerca di giocare sul doppio binario dei favorevoli e presunti contrari tra PDL e Lega, la sinistra invece è compatta nel difendere tale conflitto.
La sinistra, quella che ama la Costituzione italiana “senza se e senza ma” (la quale ripudia la guerra) si è messa il casco militare e passeggia a passo dell’oca dietro all’italico tricolore in assetto di guerra.
Qualcuno mi spiega che fine hanno fatto i pacifisti fricchettoni arcobaleno di sinistra da quando negli Usa sono tornati i Democrats al potere?.
Ma davvero i dirigenti politici della sinistra italiana si illudono delle loro stesse panzane che raccontano ai loro militanti e sostenitori ideologici sui loro giornali?
Davvero credono che con Obama alla Casa Bianca il senso di una guerra cambi miracolosamente solo perchè questa è condotta da un afroamericano di sinistra?.
Dov’è finito il loro “”senso di precauzione”" nei confronti della guerra?.
Temono che dire di no ad Obama circa la partecipazione dell’Italia in una guerra da lui sostenuta e avvallata equivalga forse ad essere razzisti nei confronti degli afroamericani?.
Qualcuno vuole spiegare a loro che di fatto Obama è entrato in guerra con portaerei, navi e sommergibili militari e li sta già usando!.
Obama sta facendo sperimentare agli americani una novità per loro storica nell’ambito militare: la guerra su 3 fronti aperti in contemporanea!!.
Mai accaduto prima, neppure con Bush jr!.
Ovviamente solo un premio Nobel per la pace qual’è il “Messiah dei liberal“, può dare il proprio consenso (o dovrei scrivere forse benedizione) per una simil situazione militarmente insostenibile.
Ma lo sanno i pacifinti a governi alterni che Obama è entrato in guerra senza autorizzazione del Congresso degli Stati Uniti l’unico organo politico che può decidere sulla dichiarazione di guerra  in un paese straniero (non l’Onu, visto che l’Onu non ha una sovranità data dal popolo americano ma solo diplomaticamente dai governi ergo sempre dal potere esecutivo) da parte della Nazione a stelle e strisce?.
Lo sanno che l’unica persona che ha ragione sulla Libia in merito al non intervento militare è un repubblicano libertarian conservatore congressista per il Texas, Ron Paul, il quale condanna senza appello tale intervento ritenendo che Obama si stia muovendo sul piano politico istituzionale  in continuità con l’epoca di Bush jr (vista la presenza alla difesa di Robert Gates) e financo di Bill Clinton (visto l’entourage clintoniano a partire dall’attuale segretario di Stato) con tutto ciò che ne consegue in merito all’illegalità e illegittimità incostituzionale della guerra sul piano politico interno di consenso (a tal punto che si palesa anche la possibilità di un impeachment presidenziale!)?.

Il governo italiano per ipocrisia circa la sua partecipazione evidente al conflitto non è da meno di Obama!.

Davvero l’esecutivo pensa che si possano salvare gli interessi e gli investimenti libici nelle nostre corporazioni caldeggiando ai quattro venti prima un Trattato d’amicizia con Gheddafi, salvo poi sospenderlo momentaneamente in attesa della vittoria del rais, salvo poi romperlo dopo che la comunità internazionale ha deciso l’intervento militare in Libia pur restando forse ancora empatici verso Gheddafi?.
Pensiamo che il popolo libico non se lo ricorderà?.
E i danni di questo ennesimo conflitto in Libia, qualcuno li dovrà pagare, immaginatevi dopo tale partecipazione bellica a chi spetterà gran parte dei risarcimenti da dover sborsare viste anche le basi da cui partono gli attacchi?….
E se Gheddafi dovesse resistere come resistette quando vi fu il bombardamento di Reagan, pensiamo davvero di poter tornare a fare affari con lui?.
Bisogna ricordare che in quell’occasione parte preminente del fallito attacco mirato fu responsabilità del governo italiano, a causa della soffiata craxiana al rais che lo salvò eliminando l’effetto sorpresa (è probabile che i volenterosi si fidino poco di Berlusconi anche visto tale precedente socialista “ravvicinato”).
In questo caso il fattore tempo è anche in questo frangente un optional non disponibile, dato che nonostante i bersagli restino top secret, questi bombardamenti non sono per il rais una sorpresa, non a caso si è già preparato per tempo da circa un mese a tale azione militare occidentale nei suoi confronti.
Ma l’Italia anche in funzione della sua vicinanza strategica e di un passato coloniale in Libia alquanto poco virtuoso (di cui quest’anno ricorre peraltro il centenario) in quel Paese doveva proprio intervenire come membro attivo della coalizione multilaterale dei volenterosi riverdendo le precedenti “gesta tricolore”?.

Davvero l’Italia non poteva dare mero supporto logistico alla Nato senza usare propri mezzi entro l’intervento?.
Anzi, come mai l’Italia a differenza della Germania o dei suoi amici moscoviti non ha deciso di astenersi dal supporto di tale missione anche a livello logistico?
Faccio notare come Malta (paese senz’altro più vicino alla Libia e avente anch’essa tutto l’interesse a veder finire gli sbarchi di immigrati) di fatto abbia deciso pur essendo membro Nato di non aderire alla coalizione e di non applicare la risoluzione Onu.
L’Italia a livello geostrategico poteva quindi analogamente non essere coinvolta direttamente nell’impresa franco-britannica.
Il problema è ovviamente nell’atteggiamento precedentemente tenuto dall’italico governo in termini di accondiscendenza e di latente amicizia con Gheddafi sino a pochi giorni fa.
Abbiamo esagerato a sostenere all’inverosimile questo personaggio squallido per meri e miopi calcoli di retrobottega italici (personali, corporativi o in chiave elettorale).
Inutile ribadire come la responsabilità di tale atteggiamento precedente che di quello attuale sia bipartisan anche se ovviamente bisogna imputare a Silvio Berlusconi una colpa non indifferente viste le sue esternazioni di amicizia o vassallaggio verso il rais.
Ora dopo aver fatto tutto questo in pompa magna per paura di apparire a conflitto avviato dagli altri (Uk, Francia e Usa) ancora amici del rais abbiamo deciso di passare badoglianamente e frettolosamente dalla parte dei multilaterali volenterosi.
Se noi avessimo avuto anche negli anni scorsi una politica obbiettiva e maggiormente equilibrata oggi avremmo potutto limitare la nostra partecipazione a un ruolo logistico o financo a nessun coinvolgimento bellico.
Invece non possiamo anche a causa della magra figura dei nostri politici italiani i quali ora tendono con roboanti proclami e scopi umanitari a nascondere tali loro passate responsabilità.
D’altronde in ballo ci sono interessi non indifferenti.
Quali interessi può indurre un governo e un ministro degli esteri italiano che sino a poco tempo prima riteneva Gheddafi “affidabile e amico” a dichiarargli ora guerra?.
Quali interessi se non i pozzi di petrolio e i giacimenti di gas dell’Eni e i contratti commerciali in Libia?.
Peccato che questi accordi al momento siano sospesi comunque a causa della risoluzione Onu e di fatto per quanto riguarda l’Italia non correvano rischi particolari, dato il rapporto storico necessario e obbligato dalla geografia tra il nostro Paese e la Libia.
A differenza della Francia e dell’UK i nostri interessi non erano a rischio neppure in tale guerra civile, nè nel suo dopoguerra se non fossimo intervenuti.
Quindi tale paranoia complottista o neocolonialista per le risorse energetiche da parte dei media e dei politici italiani è del tutto fuori luogo.
Ora ovviamente lo sono e lo saranno specie se Gheddafi resterà al potere.
Purtroppo dopo l’ennesima magra figura che il governo ha contribuito a creare con i suoi baciamani e cammellate varie, ora passiamo da un estremo di amicizia ad un altro.
Addirittura siamo disponibili e possibilisti nel mandare soldati sul territorio sebbene non è possibile pensare a forme di interposizione a maggior ragionei visto anche il nostro passato che ci ritroviamo (non mi pare che i russi siano in Afghanistan nonostante l’osannata risoluzione Onu approvata a suo tempo in merito a quest’altro irrisolto conflitto, visto anche la loro precedente fallimentare esperienza in loco).
L’Italia al di là degli interessi economici e politici internazionali avrebbe dovuto mantenere sin dall’inizio una certa neutralità evitando di ottemperare alla risoluzione Onu per una questione di opportunità e certo di cautela su un intervento che non si comprende nei suoi sviluppi.
Ma questa posizione non interventista nulla ha a che fare con i meri calcoli politicanti con finalità demagogiche ed elettorali della Lega Nord.
Tale partito italiano (e sottolineo italiano) non sta assumendo nelle sue motivazioni reali alcun atteggiamento pacifista o libertario.
Tutt’altro, questi si illudono che il petrolio e financo la fine dei flussi migratori clandestini fossero maggiormente garantiti dalla permanenza al potere di Gheddafi.
La Lega pensa al gas e al  petrolio nonostante di fatto la produzione sia a rischio a causa di bombardamenti o danneggiamenti volontari da parte di Gheddafi non certo a livello di contratti visto che lo stesso CLNT ha più volte ribadito come i vecchi contratti italiani sarebbero stati mantenuti e adempiuti da parte loro anche nello scenario post-Gheddafi.
Inoltre il problema per la Lega Nord non è la guerra in sè, ma l’arrivo ossessivamente enunciato di “milioni e milioni di stranieri in Italia”, il tutto entro una dinamica elettorale utile a catalizzare facili consensi sulla paura e la demagogia xenofobica.
Umberto Bossi preferiva di gran lunga che l’aguzzino beduino li eliminasse prima lui dalla circolazione, al pari del suo ex amico Milosevic nel conflitto dei Balcani.
Umberto Bossi non è quindi diventato improvvisamente libertario e noninterventista sulla Libia anche perchè la Lega ha sempre votato per la missione in Iraq e Afghanistan!.
Inoltre non si comprende al pari del caso del Kosovo, come mai un partito che si dichiara “secessionista e indipendentista” come ancora si spaccia la Lega Nord sia contraria all’autodeterminazione delle popolazioni e tribù della Cirenaica rispetto al giogo schiavista di Tripoli.
Inoltre appare evidente che con la partecipazione dell’Italia nel conflitto i barconi arriveranno prevedibilmente verso le nostre coste (sebbene nell’ordine delle migliaia di profughi non di milioni) a maggior ragione se la guerra e i bombardamenti saranno pesanti e prolungati non indirizzati con precisione a obbiettivi limitati.
E visto che siamo coinvolti nelle operazioni militari direttamente siamo obbligati anche ad accoglierli senza fiatare.

Il problema è che anche nell’accoglienza dei rifugiati e dei profughi, l’Italia sia a Lampedusa che sul territorio nazionale non è riuscita in un mese ad organizzare alcun piano di accoglienza puntando solo su facili chiacchiere, lamentele nei confronti della Ue e uno scaricabarile istituzionale tra enti locali e governo centrale che certo dimostra tutta l’ipocrisia umanitaria della nostra partecipazione alla missione.

A fronte di tutto questo caos presente sia nell’esecutivo italiano che nelle varie cancellerie e Palazzi otre all’apparato militare (che dimostra ulteriormente l’inefficienza e l’approssimazione con cui opera) le conseguenze di tale missione possono andare storicamente dal modello Somalia a quello della crisi di Suez (anche lì con intervento franco-britannico) della prima guerra del golfo, a quello della Serbia-Kosovo e in caso di recrudescenze Nato anche di tipo afghano o della seconda guerra del golfo.
Certo il nome in codice scelto per la missione: “Odissea all’alba” non fa ben sperare sui tempi della missione e assenza di menzogne all’orizzonte…
Non è un caso se la Germania per quanto riguarda la Libia si è prima astenuta all’Onu e poi ha ritirato ogni appoggio logistico in Mediterraneo a tale missione mettendo in dubbio forse anche l’aumento del numero di truppe in Afghanistan in precedenza promesso nel meeting parigino (il che di fatto complica i progetti degli alleati di invadere la Libia dato che l’assenza del ricambio tedesco in Afghanistan molto probabilmente impedirà il ridispiegamento di soldati e mezzi Nato provenienti da quell’altro scenario di guerra in terreno libico).
Al momento è ancora presto per definire una possibile traiettoria del conflitto in analogia a uno di questi modelli certamente la domanda sorge spontanea: da quando una missione di guerra è una missione di pace?.
Da quando “la pace e i diritti umani” si esporta con le bombe sugli aerei?.
Devo desumere che Giorgio Napolitano e altri politici idealisti e “”benpensanti”" preferiscano il detto orwelliano la “Pace è Guerra” desunto dal loro mondo ideale: quello del Grande Fratello.
Il fatto che la neolingua sia attiva è evidente per le analogie semantiche per cui negli anni scorsi si è esportato non la guerra ma la “democrazia” con le armi (tralascio ogni commento circa l’idiozia riguardante l’esportazione in un paese dittatoriale di un’altra forma di tirannia).
Ora però che siamo in un mondo intellettualmente colto, con obbiettivi pianificati e idealmente perseguibili, fatto di premi Nobel e di buoni propositi, la “pace” e i “diritti umani” sono ovviamente divenuti materie all’ordine del giorno di noti esperti quali il Pentagono e la Nato, il tutto con l’alto avvallo enciclico del Consiglio di sicurezza Onu.
Ma quella che si è invece venuta a formare è comunque una coalizione di politicanti con la “coda di paglia” allo sbaraglio.
Obama alla regia manda portaerei, aerei, sommergibili in area ma nega l’evidenza dichiarando che non guida la coalizione per non far votare il Congresso la dichiarazione di guerra.
D’altronde gli Stati Uniti con George Bush jr e con Condoleeza Rice furono i primi a sdoganare in funzione antijihadista Gheddafi dopo l’11 settembre dandogli soldi e armamenti in cambio di uno smantellamento del programma nucleare e una maggior repressione sui possibili terroristi sul piano interno.
Sarkozy è stato finanziato elettoralmente da Gheddafi ed è ai minimi di consenso anche a destra, è quindi intento in tale opera di grandeur guerrafondaia cercare di distrarre l’attenzione sul suo disastroso governo e sui malumori interni all’UMP in vista delle presidenziali francesi dell’anno prossimo.

Egli teme forse che possano saltar fuori documenti compromettenti circa occulti finanziamenti elettorali a lui e al suo partito nelle scorse elezioni presidenziali proprio per mano libica secondo la versione del figlio di Gheddafi, Saif el Islam.

Non è comunque esclusa anche in virtù di queste dichiarazioni (ancora tutte da verificare) l’ipotesi di un ricatto economico da parte del regime libico nei confronti della Francia, quale motivo scatenante la guerra da parte di Sarkozy (d’altronde non tutti i governi europei sono accomodanti come il nostro con Gheddafi…).
Cameron addirittura agisce in nome dei laburisti per nascondere quanto fatto da Blair e Brown (in merito al rilascio del terrorista della strage di Lockerbie in cambio della possibilità per BP di trivellare la costa libica per il petrolio).
Su Berlusconi presumo che abbiamo già a sufficienza ben chiari i suoi ambigui atteggiamenti amichevolmente tenuti (anche attraverso Frattini) sino a pochi giorni fa nei confronti di Gheddafi al fine di tutelare anche i suoi interessi economici personali con Gheddafi (Nessma tv ad esempio).
Tutti questi volenterosi sono personaggi talmente “umanitari” che hanno aspettato più di un mese per intervenire a difesa (retorica) dei libici attendendo che Gheddafi potesse prima riconquistare tutta la Cirenaica e proseguire l’eccido, il tutto al fine di giustificare il loro successivo “eroico” intervento.
Di fatto non hanno mai supportato o finanziato l’opposizione libica dall’esterno e anzi hanno auspicato cinicamente che lo stesso Gheddafi riducesse a zero l’impatto del CLNT sul territorio.
Tutto ciò allo scopo di favorire un ruolo di primo piano dell’Occidente-Nato e ovviamente per aumentare le difficoltà (leggasi spese e costi) sul terreno a livello strategico e militare.
Questo “provvido buonismo umanitario” messo in campo è naturalmente funzionale ad una logica di warfarismo keynesiano.
Dato che dalla no fly zone si è passati ai bombardamenti e attacchi di terra diretti senza  attendere neppure uno studio attento e pianificato della situazione (qua abbiamo Stati che non pianificano ma che agiscono di impulso empatico, e non solo sulla Libia!) è evidente che si ritiene opportuno usare forme non certo invasive di intervento mirato, e certamente non si ha la minima intenzione di ridurre la spesa inerente i mezzi messi a disposizione (il che dimostra come Gheddafi sia tutt’altro che facilmente domabile).
Questo intervento è inoltre un pericoloso precedente dato che di fatto per le sue motivazioni implica che ogni Paese straniero agente contro i propri cittadini o delle minoranze etniche o politiche visibili di fatto è attaccabile dalla comunità internazionale.
Quindi di fatto è attaccabile ogni paese del Terzo mondo non presente stabilmente nel Consiglio di Sicurezza Onu e ritenuto da questo attaccabile in virtù di un suo non adempimento del rispetto dei diritti umani stabiliti dalla comunità internazionale sul piano interno o non avente un regime democratico o una sua statualità riconosciuta.
Quindi è facile come più di un centinaio di Paesi nel mondo aventi dittature al potere, siano potenziali terreni per future guerre militari (o dovremmo dire “missioni umanitarie”).
Ovviamente non la Cina, non la Russia e non gli stessi Usa dato il loro diritto di veto, anche se nulla impedisce di ritenere che tale discriminante non possa essere in futuro sospesa ponendo tali Paesi in analoghe situazioni belliche in caso di gravi rivolte popolari interne nel divenire (molto probabilmente duramente represse) che potrebbero delegittimare la sovranità sul territorio del Governo in carica e quindi il suo ruolo e diritto di veto all’Onu.
Inoltre la presenza ancora da ben inquadrare di alcuni paesi arabi all’interno della nuova coalizione dei volenterosi di fatto implica che Arabia Saudita e altri paesi non propriamente liberali e democratici parteciperanno o beneficeranno alla luce del sole con finalità e scopi differenti degli eventuali risultati conseguiti dai volenterosi o dalla Nato in Libia.
Qualcuno mi spiega come ci si possa alleare sul caso libico con i sauditi che in Bahrein stanno dando man forte con il proprio esercito alle repressioni del sultano sunnita locale nei confronti dei sciiti manifestati?
Quale sarà l’influenza saudita in Libia dopo tale sua interessata partecipazione alla missione di pace?
Qualcuno mi spiega cosa succederà quando l’Onu deciderà analogamente alla Libia, in merito al Golfo Persico, nei casi di Yemen (dove un presidente sta sterminando i suoi oppositori sciiti e semplici sunniti) e in Bahrein (dove un sultano sunnita sta sterminando il suo popolo per lo più di fede sciita manifestante contro di lui)?.
Saranno anch’essi attaccati dalla Nato al fine di salvare le loro popolazioni?.
Secondo l’opinione di Parigi si, ma al momento sembra fortunatamente una voce isolata.
Qualcuno mi spiega cosa succederà se in tale contesto del golfo persico l’Iran con le medesime nostre apparenti motivazioni attaccherà il Bahrein o lo Yemen al fine di tutelare le “minoranze” etniche da tali massacri in virtù di un profondo legame culturale religioso e forse anche politico?.
Con chi ci schiereremo se l’Iran attaccherà lo Yemen e il Bahrein (e quindi indirettamente l’Arabia Saudita) per “”fini umanitari”" allo scopo di aiutare tali popolazioni represse?.
E se l’Iran volesse partecipare ad una “missione umanitaria Onu” in loco?.
Rischiamo paradossalmente o di trovarci alleati con l’Iran o addirittura tra due fuochi qualora intervenissimo in tale possibile conflitto sempre a scopo disinteressatamente umanitario.
Il problema di una prossima guerra Arabia Saudita-Iran però sarebbe analogo a quello della guerra Iraq-Iran, di fatto l’Occidente dovrebbe necessariamente supportare i sauditi ben sapendo però che questi finanziano il terrorismo internazionale della jihad globale.
L’Occidente rischia di dover partecipare a tale conflitto non solo in virtù dell’ombrello nei confronti di Israele (che potrebbe essere comunque coinvolto dalla follia iraniana più che da quella saudita quale incolpevole bersaglio) qualora vi fosse una resa dei conti su tutta la regione, ma anche per via delle sue forniture di petrolio in zona garantite dai sauditi.
I sauditi al pari degli iraniani qualora ne uscissero vincitori potrebbero non soltanto aumentare il loro peso politico nella pensiola arabica ma anche in tutto il resto del medioriente e in particolare nel nordafrica (forse anche in Egitto), Siria e Giordania mettendo in dubbio ogni possibile sviluppo futuro di tipo liberale e democratico nella regione.
Non vorrei che le boutade retoriche di propaganda da parte di Gheddafi sulla presa di potere dei fondamentalisti islamici dopo di lui paradossalmente si avverassero non tanto in merito alla popolazione libica ma alle spinte e forti pressioni che poi queste riceverebbero dai finanziamenti sauditi post-conflitto in termini di ricostruzione a partire dalla loro presenza sin dall’intervento militare a fianco dell’Occidente come loro giustificazione d’ingerenza e “biglietto da visita”.
Si è tenuto conto che di fatto Libia e Arabia Saudita sono storicamente acerrime nemiche e attualmente tra i principali bacini concorrenti di gas e petrolio del mondo specie per l’Occidente?.
Qualcuno sa che Al Jazeera la rete televisiva satellitare araba che dall’inizio della rivolta sta seguendo gli sviluppi (molto spesso con cifre e notizie clamorosamente mistificate e non obbiettive) è co-finanziata dall’Arabia Saudita?.
E’ quindi ipotesi non remota che dietro a tale spinta all’intervento militare occidentale vi sia oltre che gli interssi dei francesi anche quelli dell’Arabia Saudita.
Come si può però pensare a fronte di un’isteria antinuclearista ecofondamentalista dilagante in Occidente di poter crescere economicamente e fronteggiare la crisi se si avranno possibili problemi di approvvigionamento energetico viste le notizie altamente preoccupanti che giungono non dal nordafrica ma sopratutto dal Golfo Persico?.
Qualcuno vuole andare a bombardare per le medesime ragioni umanitarie (a causa delle continue repressioni nei confronti dei loro rispettivi popoli) anche la Siria e l’Iran?
Pensate che tali governi ve lo permetteranno senza gravi conseguenze sul piano regionale?.
L’intervento libico non è solo un caso a sè ma un modello ideologico sbagliato che può creare una serie di conflitti su scala regionale senza fine, tenendo conto anche delle minaccie fondamentaliste e delle ritorsioni possibili di un intervento occidentale sia nei confronti di Israele che delle fonti di approvigionamento energetico.
Personalmente ci andrei molto cauto con tale schema basato sull’interventismo “a scopo umanitario”, dato che le situazioni non sono omogenee in medioriente e sono in continuo fluido movimento e di fatto tutto ciò implica un alto tasso di incoerenza nella sua adizione quale metro ideale nell’evitare a tutti i costi il massacro dall’esterno di popolazioni civili (ovviamente operando al contempo il regime change al vertice di tali Paesi).
Potrebbero esserci situazioni paradossali come quelle del golfo persico che certamente rischiano di mandare in corto tale schema anche tenendo presente la situazione iraniana e il quadro più generale della questione atomica in medioriente (ma non solo, dato che potrebbe valere per Paesi come il Pakistan (il quale ha l’atomica grazie al finanziamento del programma nucleare da parte dei sauditi).
Quindi l’Occidente e i suoi Paesi volenterosi hanno ben presente quale sia il limite di tale loro idealità?.
Sono consci che tale scudo retorico di menzogne se ottemperato per interesse o al fine di non far emergere il bluff che dietro nasconde, di fatto ci può portare a situazioni ben peggiori del preventivato pantano afghano, iracheno o libico?.
Si rendono conto che la loro giustificazione idealista è tardiva per l’intervento che di fatto destabilizza il quadro mediorientale dando fiato ai dittatori anzichè ai movimenti di piazza (i quali solo loro possono jeffersonianamente rovesciare il loro tiranno).
Insomma la Libia è una schermaglia che certo rischia di creare molto probabilmente un pantano visti gli interessi compositi in loco e nella coalizione dei volenterosi; ma rischia anche di essere un precedente per un escalation della guerra in tutto il medioriente.
Di fatto un rischioso “gioco della torre” tra alleati e interessi provvisoriamente utili e utilizzati al fine di giustificare e difendere di volta in volta le possibili innumerevoli missioni sino forse a quando tali costi non porteranno al default di sistema tali Paesi in analogia con quanto accade a suo tempo con l’URSS, oppure sino ad un conflitto generale di carattere mediorientale (molto probabilmente contro l’Iran) che porterebbe ad incontrollabili conseguenze di ordine anzitutto energetiche, militari e geopolitiche non preventivabili a tavolino dall’Occidente.

Libia, la parola agli statisti italiani

6 marzo 2011

Articolo di Mario Seminerio

Il nostro premier esce finalmente dalla afasia sulla crisi libica e sul congelamento dei beni di Gheddafi e della sua cricca, ma forse era preferibile la prosecuzione del silenzio.

Sui beni questo è il distillato della pavida saggezza berlusconiana:

«Occorre distinguere bene sulle partecipazioni della Libia in quanto popolo libico e le partecipazioni che invece sono attinenti ad una famiglia: quindi staremo molto attenti ad una distinzione»

Certo, essendo la Libia notoriamente una democrazia modello Westminster, non c’è alcun rischio (come visto) che la famiglia Gheddafi possa essersi impossessata dei beni “del popolo libico”.

E altrettanto certamente, il popolo libico medesimo ed i suoi interessi saranno meglio tutelati dal mantenimento della possibilità, per la cricca Gheddafi, di fare e disfare con gli asset del fondo sovrano e delle agenzie d’investimento.

Evidentemente a Berlusconi non arrivano notizie dal resto del mondo, immaginiamo grazie al poderoso firewall informativo che si è levato a rinchiudere questo paese, alla cui costruzione concorrono in molti, dai Minzolini ai pennivendoli che hanno smesso da tempo di cercare notizie, accontentandosi di veline del gerarchetto di turno.

Ma almeno abbiamo saputo che, a causa della crisi nordafricana e mediorientale, non si possono tenere elezioni anticipate in Italia.

Sarebbe in effetti imperdonabile bloccare proprio ora il decisivo contributo del nostro paese alla gestione degli eventi.

Né manca una delle citazioni classiche del nostro eterno candidato al Nobel per la pace, quella del “piano Marshall” per il Medio Oriente.

Cioè di un piano di investimenti destinati a paesi tra i più ricchi del mondo, grazie alle materie prime energetiche, e che necessitano soprattutto di una distribuzione delle ricchezze meno diseguale, rectius di minor corruzione.

Ma siamo stati fortunati: Berlusconi avrebbe potuto anche sbagliare copione, e affabulare sulla necessità di cambiare l’articolo 41 della costituzione libica, per combattere il comunismo.

Nel frattempo, l’umanista tardo-ottocentesco che regge i destini dell’economia italiana dice la sua sul rapporto con i fondi sovrani.

Sono concetti talmente impegnativi da risultare incomprensibili:

«Uno dei rischi più grandi posti dalla crisi in Nord Africa e Medio Oriente è la possibili­tà che vengano smantellati i fondi sovrani dei Paesi coin­volti che investono nel mondo occidentale.

Noi vogliamo bloccare i fondi di quei Paesi, ma pensa­t­e se lo facessero loro al contra­rio.

Cioè, se fossero quei Pae­si a ritirare i loro fondi sovrani disinvestendo dai mercati G7.

Pensate agli effetti destabili­z­zanti se per caso una rivoluzio­ne dice “quei fondi sono no­stri e li vogliamo indietro“?»

Ha scolpito Giulio Tremonti durante un incontro, tenutosi ad Istanbul, di quella specie di Rotary della geopolitica che è l’Aspen Institute.

Da dove cominciamo? “Smantellare” i fondi sovrani? Ma ministro Tremonti, le hanno mai detto che per ogni venditore esiste un compratore? Se i fondi sovrani vendono, qualcuno comprerà, giusto? E se vendono a prezzo stracciato varrà il famoso detto: “uno sciocco ed i suoi soldi si separano presto”.

E quindi noi dovremmo rinunciare a congelare gli asset italiani del fondo sovrano libico per timore che, quando arriva la rivoluzione, ce li porta via? E se invece “la rivoluzione” disinvestisse per darci una lezione di non aver bloccato la fonte di fondi con cui la famiglia Gheddafi si procura armi e mercenari per restare al potere?

E nel frattempo i nostri neocon alle vongole continuano a tacere.

Dev’essere colpa di Obama, dopo tutto.

Tratto da http://phastidio.net/

Where is Gadhafi’s money?

6 marzo 2011
View this document on Scribd

En attendant Silvio – 2

6 marzo 2011

Articolo di Mario Seminerio

Ancora nessuna notizia del congelamento dei beni posseduti in Italia dal fondo sovrano libico gestito dalla Libyan Investment Autorithy (LIA), malgrado nelle ultime 24 ore alcuni importanti paesi si siano mossi in questa direzione.

Il  Regno Unito ha bloccato gli asset della LIA, pari a 2 miliardi di sterline, dopo che il Segretario al Tesoro statunitense, Timothy Geitnher, ha annunciato un blocco sulla stessa entità per 32 miliardi di dollari.

Nel frattempo, l’Austria ha congelato quelli di un plenipotenziario del fondo sovrano libico.

Come ricorderete, nei giorni scorsi il ministro dell’Interno italiano, Roberto Maroni, ha dichiarato che il blocco degli asset del fondo sovrano e delle altre agenzie d’investimento libiche si presenta complesso e problematico, rimandando bizzarramente la palla nel campo della Consob.

Il punto del contendere è l’apparente (più formale che sostanziale) difficoltà ad identificare legami organici e permanenti tra le persone del clan Gheddafi che sono state oggetto della risoluzione Onu numero 1970 (che ne blocca i beni personali), e le entità d’investimento del paese nordafricano.

Ora pare che stia prendendo piede la proprietà transitiva, anche dopo le dichiarazioni di alcuni banchieri libici, che hanno confermato che la LIA altro non è che il giocattolo di Saif al-Islam Gheddafi, il cosmopolita figlio finanziere della famiglia del Colonnello, vera mente di numerose demenziali operazioni da essa attuate, adottate al termine di processi d’investimento molto strutturati:

“I’ve seen the Godfather.

This is the closest thing in real life,” commented a Libyan investment banker familiar with how the LIA was run.

“It is as if it is his own private farm.

This was almost like a mafia operation.”

Ora, la domanda sorge spontanea: perché il governo italiano, anche alla luce di questi sviluppi internazionali, mantiene quella che il Financial Times definisce “posizione rilassata” in merito al blocco dei beni della LIA nel nostro paese? Peraltro, la situazione di Unicredit rischia di non essere piacevole: il titolo resta sotto la spada di Damocle di vendite d’emergenza da parte della famiglia Gheddafi, e una quota del 7,5 per cento nella banca di Piazza Cordusio in mano alla LIA potrebbe nuocere (e non poco) alla quotazione.

Quindi, che vogliamo fare, Cavaliere? Aspettiamo la Consob, oggi guidata da un uomo di fiducia di Giulio Tremonti? E provare a prendere qualche decisione, ogni tanto? Anche perché, su questa problematica, abbiamo un’elevata probabilità di non ingerenza da parte dell’odiato Fini, o della magistratura sovversiva o, più in generale, dei comunisti.

Sarebbe un peccato non cogliere l’opportunità.

P.S. Ma soprattutto, c’è qualche pennivendolo che scrive su questa vicenda, in Italia?

Tratto da http://phastidio.net/

Aspettando l’invasione

6 marzo 2011

Come nel deserto dei Tartari siamo appostati in attesa dell’esodo di migranti dal Nord Africa dopo l’ondata di rivolte popolari partita dalla Tunisia, infrantasi in Egitto e rifluita con altrettanta forza in Libia.

Articolo di Giulio Zanella

È la Libia, in particolare, a preoccupare.

La questione, se c’è una questione, è ben nota.

I porti libici sono stati negli ultimi anni importanti punti di partenza del tratto finale della migrazione clandestina verso l’Italia.

Il governo Berlusconi è riuscito a ridurre il flusso da questi porti firmando un “trattato di amicizia” con Gheddafi nel 2008.

Sorvoliamo sul costo di questa operazione diplomatica, sia in termini di immagine internazionale (bacini bacetti al dittatore, e la capitale concessa per qualche giorno come parco dei divertimenti dello stesso) sia in termini di denaro pubblico.

Per esempio, nel “trattato di amicizia” il governo italiano ha stanziato 200 milioni di dollari all’anno per 25 anni per placare l’ira di Gheddafi e convincerlo a fermare i motori dei trafficanti di persone che fanno affari nei suoi porti.

Non è difficile immaginare usi alternativi di queste ingenti risorse pubbliche (fate voi la somma, scontando appropriatamente le somme future) per migliorare il controllo delle frontiere marine (lotta al racket), per migliorare il sistema di ricezione di coloro che ricercano asilo (centri di accoglienza), per riportare a casa chi non ha diritto ad asilo politico (rimpatri) o per co-finanziare operazioni umanitarie nelle aree di crisi (prevenzione).

Nei giorni scorsi il governo italiano si è finalmente mosso e ha iniziato a fare almeno questa quarta cosa alla frontiera tra Libia e Tunisia.

Comunque sia, il punto è che adesso il “tappo” è saltato a causa sia del caos sia del fatto che secondo la migliore tradizione nazionale l’Italia ha voltato la gabbana e ha dichiarato sospeso il “trattato di amicizia”.

Ma che si trattano gli amici così? Vabbé, dobbiamo essere comprensivi qui.

Forse hanno pensato che non è saggio essere ancora amici di Gheddafi mentre sta per arrivare un altro a prendere il suo posto.

O forse si sono accorti che il trattato includeva anche imbarazzanti clausole in materia di difese strategiche non esattamente favorevoli alla politica estera dei partners europei e degli USA.

Comunque sia, torniamo al punto: saltato il “tappo” si teme la ripresa massiccia dei flussi migratori dalla Libia verso le coste italiane, rinforzati da cittadini nordafricani in cerca di protezione internazionale (le due questioni — immigrazione clandestina e protezione internazionale — dovrebbero essere tenute ben distinte, eppure sono piuttosto confuse nel dibattito di queste settimane).

Quanti saranno? Il ministro della difesa La Russa, la settimana scorsa, ha parlato di “migrazioni bibliche“: ci sono 2,5 milioni di lavoratori stranieri in Libia, ragionava il ministro, e “una percentuale” di questi arriverà verosimilmente in Italia.

Questa percentuale sconosciuta con la quale il ministro si scervella oscilla tra 0% e 100%, naturalmente.

Non molto utile, davvero.

Possiamo infatti aumentare a piacere il numero di potenziali migranti a 25 o anche 250 milioni, abbassare corrispondentemente la percentuale incognita larussiana, e così impressionare sempre di più lo sbigottito interlocutore mentre si ottiene lo stesso risultato in termini di arrivi attesi.

Pochi giorni dopo il ministro dell’interno Maroni ridimensionava: c’è il rischio che vadano via dalla Libia un milione e mezzo di persone.

A farle venire tutte in Italia, possiamo calcolare, ci vorrebbero circa 8000 barconi da 200 persone l’uno.

Al suo apice, nell’agosto del 1945, la marina degli Stati Uniti d’America disponeva di poco meno di 7000 navi.

Immaginatevi che traffico tra la Libia e la Sicilia! Non verranno tutti in Italia, certo.

Infatti la strangrande maggioranza di questi, se lasciano la Libia se ne tornano a casa propria.

Ma allora cosa li spariamo a fare questi numeri sui milioni di migranti? Siamo così arrivati alla cifra ufficiale, stabilita dal ministro Maroni in 50mila migranti attesi dalla Libia, e dal Nord Africa in generale.

Ma questo numero, 50mila, da dove viene fuori? È ragionevole? Il Ministero dell’Interno ci informa che dal 2005 al 2007 sono sbarcati in Italia poco più di 20mila clandestini all’anno.

Nel 2008 furono 37mila, un’anomalia rispetto agli anni precedenti.

Nel 2009, anno di ratifica del “trattato di amicizia”, furono poco meno di 10mila, cioé la metà del periodo 2005-2007 e poco più di un quarto del livello anomalo del 2008.

Ora il “tappo” è saltato.

Cosa ci fa pensare che il flusso possa essere più del doppio di quello “normale” degli anni dal 2005 al 2007? Forse potrebbe esserci un po’ più di domanda a causa della ricerca di protezione internazionale da parte di cittadini libici che altrimenti sarebbero rimasti ben volentieri a casa propria.

Ma le condizioni del mercato del trasporto clandestino non sono certo le stesse di prima.

Se la domanda aumenta così tanto e il numero di motoscafi e barconi utilizzabili è poco flessibile, il prezzo del viaggio aumenta. Inoltre, il prezzo aumenta anche perché gli scafisti corrono più rischi.

Se ci sono i mercenari che sparano addosso alla gente, allora spareranno anche addosso a loro.

Oppure questi mercenari approfitteranno del caos per estorcere denaro ai trafficanti di persone in cambio di un po’ di protezione del loro business.

Questa “tassa” verrà sommata al prezzo del viaggio.

Inoltre aumenta, per le stesse ragioni, il rischio dei potenziali migranti.

Tutte queste cose, presumibilmente, faranno diminuire, non aumentare, la migrazione clandestina dalla Libia rispetto al livello degli anni precedenti al “trattato di amicizia”.

Considerazioni simili sono apparse su linkiesta.it (vedi qui e qui) dove anche questo post è apparso.

Arriveranno barconi, certo, come è successo stanotte e come è succcesso nei mesi e anni precedenti. Ma piuttosto che fissare ossessivamente il Mediterraneo e piagnucolare perché l’Europa accorra in aiuto, un governo serio farebbe bene a cogliere i segni dei tempi e ripensare radicalmente la propria politica estera e quella dell’immigrazione.

Tratto da http://www.noisefromamerika.org/

Int. a M. Mecacci – E se Gheddafi venisse in Italia? «Impossibile consegnarlo all’Aja, non abbiamo ratificato la legge»

6 marzo 2011

Articolo di Walter delle Donne

«Nonostante ciò che dice il ministro Franco Frattini, in linea teorica se Gheddafi dovesse sbarcare a Lampedusa sarebbe impossibile consegnarlo alla corte penale dell’Aja».
Matteo Mecacci rappresenta la pattuglia di deputati radicali che dalla prima ora avevano lanciato l’allarme sulle possibili conseguenze del trattato di amicizia italo-libico.
Onorevole Mecacci, davvero corriamo il rischio di vedere il Raìs in esilio nel nostro Paese? Magari con le tende piazzate a villa Pamphili?
Credo che il governo avrà un minimo di decenza e non si arriverà a questo.
Gli alleati scomodi a un certo punto vanno scaricati.
E adesso Gheddafi è un alleato scomodo per chiunque.
E poi il ministro Frattini ha formalmente escluso l’eventualità che il nostro Paese possa accoglierlo.
A quello che dice il ministro degli Esteri credo fino a un certo punto.
Se pensa che poco più di un mese fa; in un’intervista al Corriere della Sera, riferendosi alla crisi in Tunisia citava come esempio positivo il “modello Gheddafi”…
Allora spieghi come mai se il leader libico entrasse nel nostro Paese sarebbe protetto rispetto da eventuali misure della corte penale internazionale.
Stavolta non c’entra il trattato Italia-Libia.
Sappiamo che la Corte penale dell’Aja ha avviato una indagine su eventuali crimini commessi dal leader libico.
Ma da noi l’attuazione della legge che riconosce la corte dell’Aja è da mesi ancora ferma a Palazzo Chigi.
E quindi se il leader libico venisse incriminato?
Se dovesse venire in Italia le nostre autorità non sarebbero in grado di cooperare con la corte penale internazionale.
Si è fatto un’idea di questa inerzia legislativa da parte dell’esecutivo?
È la scelta di avere le mani libere per poter trattare liberamente con i dittatori.
In questo il premier ha un ricco curriculum.
È stato il primo leader occidentale a legittimare Lukhashenko andando a Minsk.
Ha legittimato il leader kazako Nazarbahiev, in teoria a vantaggio dell’Eni.
Lo ha fatto con la Russia di Putin.
Ma Berlusconi ha sempre spiegato di averlo fatto nell’interesse supremo della nazione.
È un disegno di chi non ha senso dello Stato.
Teniamo presente che queste relazioni internazionali hanno scarsa trasparenza.
Con questi dittatori Berlusconi ha avuto incontri privati ai quali non hanno assistito neanche gli ambasciatori.
Per non parlare dei rapporti di Wikileaks e alcune inchieste giornalistiche che pongono seri interrogativi sulla stessa sostenibilità economica di certi investimenti in Paesi a rischio.
E qui torniamo al trattato Italia-Libia. Ora che cosa rischiamo?
Se investi duecento milioni di euro all’anno in un Paese retto da un dittatore ti può anche capitare che salti tutto.
Con quel trattato il governo ha messo a rischio le nostre aziende.
Secondo il ministro della Difesa, Ignazio La Russa a questo punto il trattato di fatto è sospeso.
Ma i vincoli giuridici rimangono, sono un vincolo formale.
Finché il governo non lo impugna formalmente resta in vigore.
Con quali conseguenze?
Le faccio un esempio.
L’articolo 4 del Trattato ci vincola a non far usare il territorio italiano per atti ostili contro la Libia.
Se domani si imponesse una no-flyzone e le forze Nato dovessero attaccare le forze di Gheddafi, paradossalmente potremmo essere denunciati dalla Libia per violazione del Trattato.
Quindi qual è la soluzione?
Va impugnato formalmente il Trattato ai sensi della convenzione di Vienna per la violazione dell’articolo 6 riferito alla violazione dei diritti umani.
Del resto, se pensa che persino la Lega araba ha sospeso la Libia mi chiedo perché non possiamo farlo noi?
Appunto.
Eppure Berlusconi continua a predicare «cautela».
Siamo un Paese alla berlina.
Siamo nelle mani di quel che decidono a Washington e a Berlino.
Il premier, in un’intervista al Messaggero, replica che non è emarginato dalla diplomazia internazionale.
Ha detto: «Siamo in contatto con tutte le diplomazie europee».
Lo chiamano tutti, sì ma per dirgli quello che deve fare.
Si sono stancati del gioco che sta conducendo.
Lo stanno sollecitando a scaricare in maniera inequivocabile Gheddafi
Dal governo si lascia intendere che dopo il raìs la Libia potrebbe finire in mano ai fondamentalisti.
Questo dipende solo dai governi europei.
Se a Tunisia, Libia ed Egitto la Ue offre una partnership economica e politica e attiva politiche a sostegno dei processi democratici, a quel punto anche il rischio del terrorismo viene ridimensionato.

Articolo pubblicato su Il Secolo d’Italia il 2 marzo 2011

Tratto da http://www.radicalparty.org

Int. a M. Mecacci – E se Gheddafi venisse in Italia? «Impossibile consegnarlo all’Aja, non abbiamo ratificato la legge»

Da Craxi a Pisanu passando per Dini: Il partito del raìs

6 marzo 2011
Articolo di Edoardo Petti
Nessuna interferenza.
È questa la parola d’ordine che ispira il governo italiano sulla rivoluzione in corso contro Muhammar Gheddafi.
Una politica di attesa espressa da Franco Frattini, che preferisce sottolineare il valore di una «riconciliazione nazionale e costituzionale in Libia», ammonendo l’Occidente sulla velleità di «esportare e imporre un proprio modello di democrazia» e agitando lo spettro della «creazione di emirati fondamentalisti nelle coste nordafricane».
Gli interventi del capo del governo e del ministro degli Esteri sulla vicenda libica hanno suscitato indignazione.
Ma essi rappresentano l’espressione forse più clamorosa di una realtà profondamente radicata nel nostro paese, cementata attorno a personalità e sensibilità politiche che coltivano da sempre un rapporto «privilegiato e speciale» con Gheddafi, e che sono sostanzialmente ostili a un radicale cambiamento di regime a Tripoli.
Le ragioni di questi orientamenti vanno ben oltre gli interessi economici e finanziari che uniscono Italia e Libia, e attraversano partiti e schieramenti in modo sorprendente.
Fin dalla sua ascesa al potere nel 1969 il Colonnello, grazie alla connotazione socialista, nazionalista e panaraba impressa alla sua dittatura, in antitesi con una monarchia filo-occidentale corrotta e arretrata, suscitò, anche in una parte della sinistra italiana, un atteggiamento di «interesse», di «non avversione».
Una propensione culturale che si tradusse ben presto in una «strategia di attenzione» da parte dei nostri governi, che indirizzarono la politica internazionale in un senso favorevole ai regimi arabi, e cominciarono a considerare strategici il ruolo e la stabilità del governo libico.
Interpreti per eccellenza dell’equidistanza fra atlantismo e legami con il mondo islamico furono le varie correnti della Democrazia crstiana e il Psi di Bettino Craxi. Fu proprio il segretario socialista, allora presidente del Consiglio, ad «avvertire» il raìs dell’imminente bombardamento aereo su Tripoli e Bengasi deciso da Ronald Reagan nella primavera del 1986, salvandolo da morte sicura.
E fu Giulio Andreotti, più volte capo della Farnesina, a promuovere la fuoriuscita della Libia dall’isolamento internazionale provocata dall’appoggio di Gheddafi al terrorismo.
L’ex capo del governo, che non ha mai risparmiato dure critiche all’intervento americano, ha sempre rivendicato l’importanza della sua “realpolitik” verso il regime di Gheddafi, «effettivo detentore del potere nel suo paese e argine efficace contro l’offensiva islamista».
Altro fautore dell’avvicinamento della Libia al mondo occidentale, da quando era ministro degli Esteri nell’esecutivo di Romano Prodi, fu Lamberto Dini, oggi presidente onorario della Fondazione Italia-Libia, che già nel ’98 incoraggiò la normalizzazione delle relazioni con il Colonnello, in nome della lotta all’integralismo, alla proliferazione delle armi di distruzione di massa, e al controllo dei flussi migratori nel Mediterraneo.
Un tema, quello del contenimento, da parte di Tripoli, delle partenze e degli sbarchi sulle coste italiane degli immigrati e rifugiati africani che attraversano il territorio libico, rivelatosi cruciale per il consolidamento del potere del raìs: e quella dello stop all’ingresso «indiscriminato di clandestini» è forse la ragione principale dell’allineamento della Lega Nord sulle posizioni di Berlusconi e Frattini.
Promettendo e attuando il pugno di ferro contro le migliaia di persone che ogni giorno cercano di fuggire da guerre, fame e malattie, e utilizzando il loro dramma come arma di ricatto verso l’Unione europea, Gheddafi ha convinto il governo italiano a firmare nel 2003 un accordo che intensificava gli scambi commerciali fra i due Stati e garantiva l’impegno per porre fine all’embargo della Libia, a cui riconosceva un ruolo guida in tutta l’Africa.
Sottoscritto da un altro ex democristiano, l’allora titolare degli interni Giuseppe Pisanu, quel testo ha rappresentato la premessa del trattato di amicizia e cooperazione stipulato nell’estate 2008 fra Roma e Tripoli.
Un’intesa assai vasta, e che ha visto l’approvazione quasi unanime di Pdl e Pd.
In occasione della ratifica parlamentare dell’accordo, Massimo D’Alema evidenziò «il carattere strategico della partnership con la Libia», e quando il raìs venne in visita in Italia nel 2009 osservò che «non vi sarebbe stato scandalo se Gheddafi avesse pronunciato il suo discorso al Senato».
Per il parlamentare radicale Matteo Mecacci, quel consenso è stato determinante «nell’offrire al Colonnello un’alleanza privilegiata, che garantisce anche la cooperazione con le forze armate libiche, e rischia di macchiare le mani del governo italiano del sangue che sta scorrendo in Libia».
Per questo, rimarca Mecacci, è indispensabile un’immediata «denuncia unilaterale del trattato da parte di Roma».

Pubblicato su Il Riformista del 22 febbraio 2011

Tratto da http://www.radicali.it/

Gli affari di Berlusconi con Gheddafi nel Maghreb…

1 marzo 2011

L’articolo, dal titolo Berlusconi si associa con Gheddafi e compra il 25% di una televisione tunisina ed a firma di Miguel Mora, (n.d.w: il video qua riportato nei giorni scorsi su questo blog che spiegava quanto qua sotto riportato da El Pais, stranamente ora non è più disponibile in quanto Youtube ha rimosso il canale che lo ospitava a seguito di una denuncia per presunta violazione dei diritti d’autore da parte di Viacom e di Rai per la presenza di immagini di repertorio contenute al suo interno, evidentemente in Rai dà fastidio il diritto di cronaca, specie quando questo è contenuto in un video di vera inchiesta non di loro produzione…) è apparso sul quotidiano spagnolo El Paìs (nel 2009).

La traduzione è stata curata da Italiadall’Estero.

Lo scorso agosto il capo del governo italiano ha concesso un’intervista a Nessma TV in cui ha sottolineato l’importanza di fare «buoni ‘casting’ femminili».

L’oscuro trattato bilaterale di amicizia firmato a Bengasi (Libia) nell’agosto del 2008 da Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi è stato fino ad ora controverso a causa del chiaro baratto di gas e petrolio con gli immigrati clandestini, che l’Italia ora restituisce alla Libia non rispettando il diritto di richiedere d’asilo.

Una piccola notizia secondaria, apparsa a giugno scorso, era passata quasi inosservata. Si tratta dell’acquisto, da parte della compagnia libica Lafitrade, del 10% di Quinta Communications. La Lafitrade, con sede olandese e controllo libico, porta alla famiglia Ghedddafi attraverso la Lafico.

Quinta Communications è un’azienda produttrice e distributrice fondata nel 1990 dal finanziere franco-tunisino Tarak Ben Ammar, socio e amico intimo di Silvio Berlusconi.

La principale società finanziaria del Cavaliere, Fininvest, possedeva alla fine del 2008, il 29,67% delle azioni di Quinta attraverso la sua struttura lussemburghese Trefinance.

Dopo l’aumento del capitale, Berlusconi mantiene circa il 22%.

La notizia dell’accordo privato tra Berlusconi e Gheddafi è stata ora ripresa da The Guardian, che sottolinea lo “sconcertante conflitto di interessi” e “un interesse comune in affari altamente discutibile”.

Durante la sua ultima visita a Tripoli, un giorno prima dei festeggiamenti per il quarantesimo anniversario della rivoluzione di Gheddafi, Berlusconi ha sondato, un po’ per scherzo, un po’ sul serio, la disponibilità del leader libico, su una possibile acquisizione del Milan con fondi controllati dal colonnello.

Tarak Ben Ammar che è stato consigliere di Mediaset e ora è consigliere di Mediobanca (con Marina Berlusconi, figlia maggiore del primo ministro italiano) e di Telecom (principale azionista della televisione privata La 7), è stato uno dei grandi promotori dell’accordo tra Libia e Italia.

Il 10 giugno (2009), Ben Ammar ha partecipato alla cena di gala offerta da Berlusconi a Gheddafi durante la sua visita a Roma. Mesi prima, a febbraio, Ben Ammar aveva partecipato insieme al presidente di Mediobanca Cesare Geronzi, ad un incontro ufficiale con una delegazione libica presieduto da Berlusconi.

Secondo The Guardian, Quinta Communications e Mediaset, l’impero televisivo di Berlusconi, hanno acquisito entrambe il 25% della nuova televisione satellitare maghrebina Nessma TV.

Ben Ammar ha spiegato che Nessma TV è di proprietà sua e di Berlusconi al 25% e di due soci tunisini per il restante 50%.

L’entrata di Gheddafi in Quinta Communications, ha spiegato, è avvenuta solo perché “è interessato a produrre film sul mondo arabo”.

Il 23 agosto, Berlusconi ha visitato Tunisi (dov’è stato girato Baaria, la superproduzione della casa di produzione Medusa, di sua proprietà, che ha debuttato ora a Venezia), e ha rilasciato una lunga intervista in francese a Nessma, in cui ha segnalato che il suo Governo “ha il cuore aperto verso gli immigrati, gli offre casa, lavoro, scuola e ospedali”.

Ha definito la televisione come “il grande veicolo di democrazia per influire sulle masse” e ha sottolineato l’importanza di fare “buoni casting femminili”, materia su cui, ha spiegato, ha “grande competenza”.

Prima di andare via, ha chiesto il numero di telefono alla presentatrice.

Tratto da http://minitrue.it

Promemoria per le prossime riparazioni di guerra

1 marzo 2011

Articolo di Mario Seminerio

Se i dati che seguono sono corretti, c’è solo da pregare che Gheddafi resti al potere e tutto “si aggiusti”, e forse neppure in quel caso.

In caso di regime change, c’è solo da sperare che i nuovi vertici libici si facciano convincere che Berlusconi scherzava, quando diceva di essere “amico personale” di Gheddafi.

Oppure che non era “compos sui“. Non dovrebbe essere difficile, visti i precedenti.

Nei primi 11 mesi del 2010 l’export italiano in Libia si è attestato a 2,4 miliardi di euro.

L’anno scorso Sace ha assicurato circa 13 milioni di tali esportazioni (lo 0,04%, ndPh.).

Nessun investimento diretto nel paese è stato assicurato (e nessuna copertura è stata richiesta).

L’esposizione di Sace nel paese (quindi lo stock di impegni in essere) è comunque inferiore ai 50 milioni.

Anche nel 2010 le aziende italiane che operano in Libia sembrano avere avuto una percezione del rischio estremamente bassa, nonostante la categoria di rischio assegnata alla Libia dall’Ocse (6) e dalla stessa Sace (categoria M3 – che è la sesta categoria su una scala di nove).

Resta da capire perché le imprese italiane considerino la Libia un paese a rischio geopolitico pressoché nullo.

Suggerimenti?

Tratto da http://phastidio.net/

L’ombrello amico…

1 marzo 2011

Gheddafi uccide i manifestanti con armi italiane

1 marzo 2011

E’ facile andare indietro nel tempo e scoprire che fra i più importanti fornitori di armamenti del regime libico c’erano gli Usa, fin dal 2004. E poi il nostro paese.

Articolo di Tommaso Caldarelli

Fino al 2004, contro il colonnello Muhammar Gheddafi è rimasto operativo l’embargo commerciale e militare che era stato elevato dopo il colpo di stato militare che lo ha portato al potere nel 1969.

E a riprendere i colloqui con il leader di Tripoli fu l’amministrazione americana di George W. Bush, che inviò l’oggi vicepresidente del’amministrazione di Barack Obama, Joe Biden, a colloquio con il Colonnello.

NEGOZIATI – A bordo dell’Air Force Two, il senatore democratico atterrò in Libia e si intrattenne a colloquio con il Colonnello.

Il Presidente Bush chiuse l’embargo americano contro la Libia nel 2004.

Il Presidente mandò l’allora senatore Biden ad incontrarsi con Gheddafi.

Dell’affare che Biden fece con Gheddafi, il questi disse: “Il presidente degli Stati Uniti mi ha chiesto di andare.

Ha stretto un patto con Gheddafi, direttamente.

Ed è stata una cosa furba da fare”.

Biden definì Gheddafi “il ragazzo più simpatico con cui io abbia mai parlato”.

L’accesso al petrolio è sempre stata la principale ragione per cui le grandi potenze volevano ripristinare le proprie relazioni con Gheddafi ma la vendita delle armi era anche alta nella lista delle priorità.

Nell’ottobre del 2004 i ministri degli esteri dell’unione Europea andarono anche oltre rispetto a Bush e chiusero una restrizione ultradecennale riguardo la vendita di armi alla Libia.

E’ così l’occidente ad essersi occupato di armare il regime del colonnello di Tripoli, e questo ci voleva poco a capirlo.

GRANDI AMICI – Ma WLCentral, un portale che si occupa di raccogliere e produrre materiale derivante dai documenti rivelati da Wikileaks, ripercorre tutta la storia del coinvolgimento occidentale nel rinforzare il regime del Mediterraneo, e sui metodi che oggi gli consentono di fare strage della sua popolazione civile.

Il parlamentare repubblicano della Pennsylvania Curt Weldon diventò uno dei principali contatti americani con Gheddafi all’epoca.(…) “Ho guidato la prima delegazione congressuale in Libia nel gennaio del 2004.

La mia delegazione si è incontrata con il colonnello Gheddafi per circa 3 ore, il che lo ha portato ad invitarmi a ritornare nel successivo Marzo per parlare all’intera popolazione libica all’annuale Grande Jamahiriya. (…) Sono orgoglioso di chiamare Gheddafi mio amico.

Il commercio delle armi tutto a favore del regime di Gheddafi si intensifico all’indomani dell’attacco alle torri gemelle, l’11 settembre del 2001.

GUERRA AL TERRORE – Con l’inizio della guerra globale al terrore, il governo americano cercava alleati sul posto.

Li trovò in tutti i regimi laici dell’Africa che erano disposti, in cambio di forniture militari, a dichiararsi sostenitori del blocco occidentale.

Parte della politica della Guerra Globale al Terrore dell’amministrazione Bush è stata quella di vendere armi ai governi che erano pronti a sottoscrivere l’alleanza alla “guerra al terrore” nonostante essere spesso sotto l’attenzione del Dipartimento di Stato per avere discutibili standard di rispetto dei rapporti umani, per essere non democratici e per aver supportato il terrorismo ad un certo punto.

Il popolo libico oggi paga il terribile costo di questa profittevole politica.

E anche l’Italia ha le sue mani sporche di questo sangue.

BERETTA – Si sa che l’industria delle armi italiane è davvero fiorente.

E negli ultimi anni il nostro paese si è affermato come primo fornitore europeo di armamenti al regime libico.

L’Italia non solo è uno dei principali partner commerciali della Libia, ma è il maggiore esportatore europeo di armamenti al regime di Gheddafi.

I Rapporti dell’Unione europea sulle esportazioni di materiali e sistemi militari. certificano che nel biennio 2008-2009 l’Italia ha autorizzato alle proprie ditte l’invio di armamenti alla Libia per oltre 205 milioni di euro che ricoprono più di un terzo (il 34,5%) di tutte le autorizzazioni rilasciate dall’UE (circa 595 milioni di euro).

Tra gli altri paesi europei che nel recente biennio hanno dato il via libera all’esportazione di armi agli apparati militari di Gheddafi, figurano la Francia (143 milioni di euro), la piccola Malta (quasi 80 milioni di euro), la Germania (57 milioni), il Regno Unito (53 milioni) e il Portogallo (21 milioni).

A differenza dei colleghi europei, il ministro degli Esteri Frattini si è guardato bene dal dichiarare anche solo la sospensione temporanea dei rifornimenti di armi a Gheddafi.

Eppure da quando sono iniziate le manifestazioni di piazza in diversi paesi del nord Africa non sono mancate le dichiarazioni in tal senso delle principali cancellerie europee.

D’altronde, gli affari prima di tutto.

Tratto da http://www.giornalettismo.com

La repressione in Libia si fa con armi italiane

1 marzo 2011

Articolo di Michele Sasso

Finmeccanica è il principale fornitore del regime di Gheddafi.

Sono stati venduti aerei e veicoli terrestri, sistemi missilistici e sistemi di protezione e sicurezza per un mercato di 93 milioni di euro nel 2008 e 112 milioni nel 2009, come certificano le Relazioni della Presidenza del Consiglio.

Un boom favorito dalla firma del “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia” siglato nel 2008.

E gli elicotteri che in questi giorni sorvolano Tripoli sono del gruppo AgustaWestland.

La repressione con le armi made in Italy.

Gli elicotteri che volano nei cieli della Libia nascono alle porte dell’aeroporto lombardo di Malpensa, sede della compagnia del gruppo Finmeccanica AgustaWestland. Tra Roma e Tripoli c’è dunque la holding Finmeccanica (che smentisce la vendita di elicotteri da combattimento) e i rapporti di forza del colosso controllato dal ministero dell’Economia che ha come secondo azionista il fondo sovrano Lybian Investment Authority controllato dal Governo libico.

È infatti l’industria italiana il principale fornitore di armi al regime di Muammar Gheddafi.

Sono stati venduti aerei e veicoli terrestri, sistemi missilistici e sistemi di protezione e sicurezza per un mercato di 93 milioni di euro nel 2008 e 112 milioni nel 2009.

Un vero e proprio boom negli ultimi due anni favorito dalla firma del “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia” siglato nel 2008.

Ecco le Relazioni della Presidenza del Consiglio sulle esportazioni militari verso il Paese di Gheddafi.

Nel rapporto 2006 (tabella P) sono citati aeromobili per 14.970.000 euro, ancora aeromobili e veicoli terrestri nel rapporto 2007 per 56 milioni di euro (tabella 18), e successivamente anche bombe, siluri, razzi, missili e accessori e apparecchiature per la direzione del tiro per oltre 93 milioni (rapporto 2008, tabella 15) e nel 2009 si sono aggiunte apparecchiature elettroniche e per la visione di immagini per altri 111 milioni (rapporto 2009, tabella 15).

Nelle corpose Relazioni annuali si legge dell’altro: nel 2006 è stata autorizzata l’esportazione a Tripoli di due elicotteri AB109 militari dell’AgustaWestland del valore di quasi 15 milioni di euro. Nel 2007 sempre l’azienda che fabbrica elicotteri ha incassato 54 milioni di euro per l’ammodernamento degli aerei CH47.

Nel 2008 è stato dato il via libera per l’esportazione di otto elicotteri A109 per 59,9 milioni di euro e sempre per le controllate Finmeccanica, Agusta e Alenia Aeronautica, per un aereo da pattugliamento marittimo del valore di 29,8 milioni di euro.

Nel 2009 altri due elicotteri per circa 24,9 milioni di euro e quasi 3 milioni per «ricambi e addestramento» per velivoli F260W della Alenia Aermacchi, ma anche una autorizzazione alla MBDA Italiana, azienda leader a livello mondiale nei sistemi missilistici, per materiali dal valore di 2.519.771 euro.

Ma anche più di 2,2 milioni di euro per «ricambi e addestramento» dei velivoli F260W della Alenia Aermacchi: la Libia infatti possiede circa 250 aerei di questo modello.

«Questi velivoli – spiega Enrico Casale autore dell’inchiesta Roma-Tripoli: compagni d’armi- venduti all’Aeronautica libica negli anni Settanta, in Europa vengono utilizzati come addestratori, ma in Africa e America latina sono spesso impiegati come bombardieri.

Ne erano stati acquistati 240, oggi non si sa quanti siano in servizio.

E nel 2006 un certo numero di questi velivoli sono stati ceduti alle forze armate ciadiane che li hanno utilizzati per bombardare i ribelli sulle frontiere con il Sudan».

Nella sua inchiesta il giornalista del mensile Popoli spiega come Finmeccanica e la Libyan Investment Authority hanno stretto ulteriormente i loro rapporti il 28 luglio 2009 con un nuovo accordo: si tratta di un’intesa generale attraverso la quale la holding di piazza Montegrappa e il fondo sovrano si impegnano a creare una nuova joint-venture (con capitale di 270 milioni di euro) attraverso la quale gestiranno gli investimenti industriali e commerciali in Libia, ma anche in altri Paesi africani.

Il primo frutto è stato un accordo siglato da Selex Sistemi Integrati - società amministrata dalla moglie dell’ad di Finmeccanica Pierfrancesco Guarguaglini – e dal governo libico: un contratto da 300 milioni di euro che prevede la creazione di un sistema di «protezione e sicurezza» dei confini meridionali della Libia per frenare l’immigrazione.

«I funzionari di Governo italiani – dice Francesco Vignarca, coordinatore della rete disarmo - ci hanno sempre assicurato che le tipologie dei sistemi d’arma venduti in giro per il mondo non potevano essere usati per violare i diritti umani.

Ma le notizie degli ultimi giorni ci dimostrano come le repressioni di piazza si possono condurre anche con raid aerei contro i manifestanti».

Una notizia che, se confermata dall’uso di altri armamenti made in Italy, dà valore a quanto la rete per il disarmo (coordinamento di 30 organismi italiani sul tema del controllo degli armamenti) sostiene da tempo: una buona parte dell’export militare italiano è contrario alla legge nazionale (la 185 del 1990) perché non tiene conto delle possibili violazioni di diritti umani e dei grandi squilibri sociali che le compravendite milionarie inducono nei paesi compratori.

Anche Amnesty International ha interpellato il Governo.

Il segretario Salil Shetty ha scritto al presidente del Consiglio Berlusconi chiedendo «la sospensione della fornitura di armi, munizioni e veicoli blindati alla Libia fino a quando non sarà cessato completamente il rischio di violazioni dei diritti umani».

Tratto da http://www.linkiesta.it/

«L’invasione esiste solo nelle ‘stime’ di Maroni»

1 marzo 2011

Articolo di Paolo Stefanini

La tragedia libica e le sue ricadute sull’immigrazione, in numeri.

Lorenzo Coslovi, del CeSPI (Centro studi politiche internazionali), mette in luce l’arbitrarietà delle cifre circolate.

«È vero, la Libia è un corridoio per l’Italia: ma attraversarla in una situazione di conflitto è molto difficile».

Inoltre, «i costi di viaggio sono elevatissimi» e non avendo i libici una tradizione di emigrazione «non hanno base d’appoggio in Italia».

Davvero improbabile, insomma, che dalla crisi in corso si possa realizzare l’ondata migratoria paventata dal ministro dell’Interno Roberto Maroni.

Quanti sono gli immigrati che realmente potrebbero arrivare dalla Libia?

È praticamente impossibile fare previsioni sul futuro.

O meglio, le mie varrebbero quanto quelle del ministro Maroni.

Ovvero, scientificamente nulla.

Lui si è basato su un dato (due milioni di immigrati dall’Africa subsahariana presenti in Libia) che non ha nessuna base statistica, ma è il lato più alto della forchetta di una stima circolata in questi anni.

E poi ha tarato nel 10% il tasso di quelli, tra loro, pronti a lasciare la Libia per l’Italia.

Un valore del tutto soggettivo, arbitrario, che ha originato la previsione allarmistica di 200 mila profughi.

Se non si può ragionare sul futuro, di cosa possiamo parlare?
Del presente.

Il grosso del movimento adesso è verso Tunisia ed Egitto.

Io punterei su un dato più interessante del caos dell’immediato.

Il Cairo afferma che gli egiziani che lavorano in Libia (anche qui, prendiamo i numeri con le pinze, perché mancano dati statistici affidabili) sono 900mila.

Le loro rimesse erano fondamentali.

Ci saranno dunque forti ripercussioni economiche e sociali.

E l’immagine del tappo che salta in Libia e dell’autostrada verso l’Italia che si apre per gli immigrati africani?

C’è un punto che mi sembra insensato in questo ragionamento.

È vero che la Libia era una zona di attraversamento, una sorta di corridoio.

Ma questo transito è impedito o fortemente disincentivato dalla situazione di conflitto.

Certo non è incoraggiato.

È vero che c’è anarchia, ma ci sono anche rischi di incolumità.

Per cui il fattore di attrazione della Libia come Paese ponte dovrebbe realisticamente diminuire, e così i flussi dal sud e dal Corno d’Africa.

Diverso il caso di quei forse due milioni di immigrati che sono già lì.

Ma francamente, pur con tutta la realpolitik possibile, credo che dovremmo preoccuparci più per loro che per noi.

Rischiano grosso?

Sì. Vengono assimilati ai mercenari anche quelli che non hanno nessuna colpa, solo per il colore della pelle e grazie alla politica razzista degli ultimi anni di Gheddafi (che da buon trasformista, ha fatto seguire l’odio contro i neri al periodo di retorica sui «fratelli africani» e agli inviti di massa in Libia).

La loro incolumità è a forte rischio e si dovrebbe fare qualcosa per garantirne la sicurezza, visto che non credo che le loro ambasciate abbiano la forza e i mezzi per rimpatriarli.

Quanto al cosiddetto rischio che vengano da noi, il costo del viaggio è molto alto e raramente potranno permetterselo.

Il quadro più realistico è che restino incastrati fra i due fuochi.

E i libici? Non fuggiranno anche loro?

Non avendo una tradizione di emigrazione è più difficile che il fenomeno sia di massa.

Per chi non ha reti strutturate all’estero, la scelta di partire è meno conveniente, meno semplice.

Ci si pensa due volte a fare le valigie se non si ha un cugino, uno zio da raggiungere.

Un punto d’appoggio, insomma.

Ma in questa situazione chi scappa andrebbe trattato come immigrato clandestino o come richiedente asilo?

Mi sembra che ci sia una forte ipocrisia retorica da parte del governo.

Quando il ministro Maroni afferma di voler dividere fin dall’inizio migranti economici da richiedenti asilo, si scontra con una realtà operativa che è molto più complessa delle parole d’ordine.

Questa vicenda sta facendo emergere tutta l’ambiguità latente sia a livello italiano che europeo.

Promettiamo allo stesso tempo emigrazione zero e di essere baluardo erto a difesa dei diritti umani.

Due cose spesso non facilmente conciliabili, se, per esempio adesso, si procedesse a respingimenti in un periodo di conclamato conflitto aperto.

Dovremmo forse sfruttare questa occasione per riaprire un dialogo serio sulle politiche di ingresso, visto che anche il tema delle espulsioni nei Paesi di origine è più che altro un esercizio di immagine politica.

Con la Tunisia, per citare un caso, ha funzionato solo a corrente alterna e con poca efficacia, statisticamente parlando.

Tratto da http://www.linkiesta.it/


Follow

Get every new post delivered to your Inbox.