Archivio per dicembre 2010

Il discorso che non sentirete stasera in tv a reti unificate….

31 dicembre 2010

Se vivessimo in un Paese libero, stasera ascolteremmo questo discorso da Giorgio Napolitano.
Ma siccome non viviamo in un Paese libero e libertario, dobbiamo ascoltare questo straordinario Leonardo Facco accompagnato da Nereo Villa che ci spiegano perchè Qualcuno è Libertario…

Tratto da Movimentolibertario.it

Farage ed il tracollo dell’Italia dopo Portogallo e Spagna

21 dicembre 2010

Storia della nascita del sistema pensionistico italiano in forma di acuto dialogo tra due luminari della Scienza Politica

21 dicembre 2010

Politico A: Dai, su! Dobbiam far qualcosa per la previdenza sociale, ci son sempre più vecchietti che finiscono a far i barboni in strada.

Politico B: Senti qua, finché lavorano li obblighiamo a versare i soldi in un fondo fiduciario, poi quando smettono di lavorare campano un po’ con gli interessi e un po’ attingendo dal fondo.

Politico A: E se uno non ha lavorato o ha lavorato troppo poco?

Politico B: E allora vorrà dire che gli daremo un minimo per sopravvivere che preleviamo dalla fiscalità generale.

Politico A: Ma non sarebbe dignitoso! Ascolta qua invece: imponiamo ai giovani di versare parte dello stipendio e con quello che versano diamo un piccolo stipendio a chi lascia il lavoro, che chiameremo pensione, solo leggermente più basso di quello che percepiva quando lavorava, diciamo l’80%, quindi basterebbero tre lavoratori per mantenere un pensionato; e più o meno la proporzione che abbiamo oggi è questa, anzi ci avanzano pure un po’ di soldi.

Politico B: Sì, però mi sfugge una cosa, quando quelli che lavorano vanno in pensione come facciamo a trovare i tre lavoratori che li mantengono? La popolazione deve triplicare.

Politico A: Ah! Si vede che non hai mai letto Malthus, vero? La popolazione cresce esponenzialmente, oggi gli italiani sono quaranta milioni, ma prima della grande guerra erano una ventina, e presto saranno sessanta, e pagheranno la pensione a quelli che erano venti milioni nei primi novecento.

Politico B: non fa una piega.

Politico A: questo sistema può continuare a tempo indefinito, prevedo che verrà adottato almeno fino al 2100 quando secondo i miei calcoli la popolazione italiana sarà di circa un miliardo e mezzo di individui e, se ancora non vivremo in una economia della abbondanza che renderà inutile porsi il problema, possiamo farlo arrivare fino al 2200 con i suoi tredici miliardi di Cittadini Italiani.

Politico B: Geniale.

Tratto da http://thenewastrolabio.wordpress.com/

I partiti incassano i finanziamenti anche in caso di elezioni anticipate!

21 dicembre 2010

Articolo di Giancarlo Pagliarini

Aver dato quasi 2 miliardi e mezzo di euro per i “rimborsi” dei costi che i partiti politici hanno sostenuto per le elezioni degli ultimi anni mi sembra una cifra veramente pazzesca.

Considerate che il famoso “scudo fiscale” in totale ci ha fatto incassare 5 miliardi di Euro e che in questi anni i “rimborsi” elettorali ai partiti politici ci sono costati quasi la metà di questa cifra.

La Corte dei Conti ha scritto che “ quello che viene normativamente definito contributo per il rimborso delle spese elettorali è, in realtà, un vero e proprio finanziamento”.

Con buona pace dei 31,2 milioni di italiani che col referendum del 1993 avevano dichiarato di volere l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.

Ho dovuto scrivere che “Ormai l’unica possibilità è fare un tam tam, un passaparola.

E’ necessario che ogni cittadino chieda sempre, a tutti e in tutte le occasioni, una legge che dica chiaro e tondo 1) che l’attività dei partiti politici non è finanziata dalle casse pubbliche, come hanno scritto i 31,2 milioni di italiani che hanno votato SI al referendum radicale del 1993, 2) che dalle prossime elezioni saranno rimborsate solo le spese elettorali accertate dalla Corte dei Conti e supportate da documenti fiscalmente validi, ecc ecc”.

Per capire come funziona pensate che solo nell’anno 2008 i partiti politici hanno avuto il diritto di incassare:
1) 99,9 milioni di euro per la terza rata del contributo pubblico per le elezioni politiche del 2006,
2) 100,6 milioni per la prima rata del contributo per le elezioni politiche del 2008,
3) 41,6 milioni per la quarta rata del contributo per le elezioni regionali del 2005, e
4) 49,4 milioni per la quinta rata del contributo per le elezioni europee del 2004.
In totale 291,5 milio di euro nel solo anno 2008 (fonte: Corte dei Conti referto sulle elezioni politiche del 2008, pagina 180).

E’ una cifra quasi identica ai 300 milioni presi dai fondi FAS per fronteggiare la crisi degli stabilimenti Fiat di Pomigliano d’Arco e Termini Imerese.

E se paga in ritardo lo Stato deve versare ai partiti politici anche gli interessi.

Per il PDL e il PD la Corte dei Conti ha certificato che per le elezioni del 2008 il primo ha speso 54 milioni e ne incasserà 206 mentre il secondo dopo averne speso 18 ne incasserà 180.

La somma del contributo pubblico, solo per questi due partiti, fa 382 milioni: più del doppio del gettito 2008 dell’ imposta sul gioco del Totocalcio e dell’Enalotto (179 milioni. Fonte ISTAT , analisi delle imposte indirette, tavola 18).

Quando la legge era entrata in vigore se non altro prevedeva che “in caso di scioglimento anticipato del Senato della Repubblica o della Camera dei Deputati il versamento delle quote annuali dei relativi rimborsi è interrotto.”

Ma con un emendamento all’inizio del 2006 le parole “il versamento… è interrotto” sono state sostituite dalle parole “il versamento… è comunque effettuato“.

Geniale, vero? Grazie a quella piccola modifica il “rimborso” per le elezioni politiche del 9 e 10 Aprile 2006 (499,6 milioni di euro) è stato incassato per cinque anni, fino al 2010, anche se la legislatura è stata interrotta nel 2008, dopo due soli anni.

E anche il “rimborso” per le elezioni del 13 e 14 aprile 2008 (503,1 milioni) sarà incassato per 5 anni, fino al 2013, anche se la legislatura verrà interrotta prima.

A mio giudizio quello che sta succedendo a Roma in questi giorni è una sceneggiata: forse sbaglio, ma è tutto così illogico … insomma , vi confesso che in certi momenti a me sembra che si stia cercando un alibi per fare delle belle elezioni anticipate e incassare tanti altri bei quattrini.

Una curiosità: il testo della legge “mille proroghe” con dentro questo “emendamento – colpo – di – mano” era stato approvato il 2 Febbraio 2006 al Senato e il 9 Febbraio alla Camera.

Poco dopo, l’ 11 Febbraio, il Presidente della Repubblica aveva firmato il Decreto di Scioglimento delle camere.

Su quel testo il governo Berlusconi aveva chiesto la fiducia, e questo significa che per lo straordinario regalo ricevuto i partiti politici devono ringraziare Berlusconi e i suoi ministri.

Ma dai resoconti stenografici su questo punto non risultano particolari proteste nemmeno da parte dell’opposizione!!!

Tratto da http://www.confcontribuenti.eu

Semantica socialista: Il debito è “di tutti” (ma non è così)

21 dicembre 2010

Articolo di Leonardo Baggiani

Stando ai dati forniti dalla Banca d’Italia e dall’Istat ogni persona residente in Italia, neonati inclusi, è gravata da circa 30.200,00 euro di debito pubblico.

Ovviamente quando leggerete questo articoletto potete star certi che la cifra sopra esposta peccherà per difetto.

In un nucleo familiare di quattro persone, grossomodo quattromila euro annui di imposte, servono semplicemente al pagamento degli interessi.

La metà in una giovane coppia.

Questo dando per assodata la mancata restituzione del capitale, in quanto il continuo processo di rifinanziamento a scadenza trasforma de facto un debito a termine in perpetuum.

Raffigurato in questi termini il debito pubblico pro-capite assomiglia ad una iattura di origine divina controbilanciante la fortuna di essere nati in un Paese sviluppato anziché nell’Africa sub sahariana.

È una questione semantica: lo Stato siamo noi ergo il debito statale è nostro.

Una variegata vulgata composta da nazionalisti prima e social-progressisti poi ha contribuito a instillare nelle nostre menti, di generazione in generazione, decennio dopo decennio, il concetto (qui demolito) che “lo Stato siamo noi”.

Interiorizzata questa assunzione, prendere per buona tutta una serie di corollari – tra cui la nostra compartecipazione alle sventure del Ministero del Tesoro – è un passo piuttosto semplice, nonché estremamente lineare sotto il profilo logico.

Poiché sono le foto, e non gli specchi, a evidenziarci meglio i segni del tempo, facciamo un passo indietro e riprendiamo l’ultima citazione tratta dal saggio Del credito pubblico di David Hume (1711 – 1776) propostaci nell’articolo precedente dal prof. Muscatello:

Occorre certamente che si verifichi uno di questi due eventi: o la nazione per necessità distrugge il credito pubblico, o il credito pubblico distruggerà la nazione.

È impossibile che entrambi possano sopravvivere nel modo in cui finora sono stati amministrati, in questa come in altre nazioni.

Lontani i tempi in cui gli interessi dei governati erano così ben distinti (e distanti) da quelli dei governanti! Come già rilevato, salta subito all’occhio l’espressione “credito pubblico”.

Il debito pubblico, così “smascherato”, non è più l’ottava piaga della Bibbia caricata a mo’ di fardello sulle spalle di ogni cittadino: è semplicemente un credito che alcuni individui vantano in misura e modi differenti nei confronti del Tesoro.

Il fatto che questi risponda al re e alla regina, allo zar o alla Repubblica non muta la natura originaria del rapporto creditorio sottostante.

La legittimità delle pretese di chi detiene titoli del debito pubblico non è alterata minimamente dal fatto che la controparte sia la Repubblica Italiana anziché Vittorio Emanuele III.

Ciò che accomuna queste due epoche è invece il fatto che ora, come allora, i contribuenti sostengono gli oneri connessi attraverso le imposte versate all’erario.

I cittadini pagano/pagavano delle tasse affinché il Governo/Re faccia/facesse fronte alle proprie obbligazioni verso i propri creditori.

Presentare il debito pubblico come un rapporto riflessivo, cioè come una passività di un generico Noi collettivo verso se stesso, è un espediente semantico e truffaldino, politicamente utile soltanto alla causa dell’espansione del potere statale.

Se un vostro amico di nome Gino sostenesse di essere disperato e vi chiedesse una mano perché non sa come pagare un grosso debito contratto da lui con se stesso pensereste che è improvvisamente impazzito o sta tentando di prendervi in giro per fregarvi.

Nel caso sia il Governo a farlo eliminate direttamente la prima delle due ipotesi.

Torniamo adesso all’aspetto economico, a vedere come si costruisce questo immane macigno e perché “o la nazione […] distrugge il credito pubblico, o il credito pubblico distruggerà la nazione”.

Ci aiuta in ciò Ludwig von Mises:

“[…] Se il governo impiega le somme prese a prestito per investimenti in quelle produzioni che servono al meglio i desideri dei consumatori, e se ha successo in queste azioni imprenditoriali concorrendo in maniera libera e paritaria con tutti gli altri privati imprenditori, è nelle stesse condizioni di un uomo di affari; può pagare gli interessi perché ha realizzato un surplus.

Ma se il governo investe i fondi senza successo e senza ricavarne un surplus, o se impiega le somme per le spese correnti, il capitale preso a prestito si contrae o scompare completamente, e non rimane fonte di reddito attraverso la quale interessi e debito possano essere pagati.

Quindi, tassare la popolazione è l’unico metodo disponibile per adempiere alle proprie obbligazioni contrattuali.

Nel raccogliere le imposte per questi pagamenti il governo rende i cittadini responsabili per i denari scialacquati nel passato.

Le tasse pagate non sono compensate da nessun servizio fornito nel presente dall’apparato statale.

Il governo paga interessi su di un capitale che è stato consumato e non esiste più.

Il tesoro è gravato dai disgraziati risultati delle politiche precedenti“. (Human Action, cap 12.5 The Root of the Stabilization Idea)

Il debito pubblico, nella misura in cui questo viene consolidato ed incrementato, rappresenta le distruzioni di capitale effettuate dallo Stato nei suoi interventi “pubblici” e dalla Politica nelle sue spese per la gestione del consenso.

In assenza di un piano di ammortamento del debito pubblico non è populismo affermare che noi paghiamo imposte per fronteggiare gli interessi derivanti da debiti stipulati per costruire cattedrali nel deserto già dismesse, ospedali già chiusi, edifici pubblici vetusti, pensioni liquidate a persone già defunte.

Nella sua persistenza il debito pubblico è una sorta di urna funeraria contente le ceneri di tutte le assurdità compiute nel passato che continua allegramente a intossicarci l’esistenza.

Continuiamo a pagare gli interessi di un qualcosa che non vi è più.

Quando il deficit si cristallizza nel debito, e fintanto che questo perdura, le generazioni future saranno costrette a ripagare nuovamente tutto per un numero potenzialmente illimitato di volte.

Non c’è nulla di divertente nel fatto che a settantacinque anni di distanza si continuino a spendere soldi per la guerra di Abissinia.

Questo non è un debito che noi abbiamo verso noi stessi.

Anche per mere ragioni anagrafiche, nessuno può vantare una profonda amicizia con il generale Badoglio e gli altri membri dello Stato Maggiore del Regio Esercito Italiano del 1935.

Ogni volta che lo Stato si indebita a lungo termine, nel valutare questa scelta, dobbiamo tenere presente che qualsiasi errore commesso, destinato a sfociare in perdite e distruzione del capitale, si procrastinerà per un numero indefinito di volte.

Se il debito a breve termine, volto a soddisfare delle temporanee esigenze di cassa (sfasamenti temporali tra le uscite e le entrate fiscali che si chiudono all’interno di ogni esercizio), ha una sua ragion d’essere, ogni indebitamento a lungo termine che non preveda un piano di rientro si traduce in un’ipoteca sul futuro.

Poiché è evidente che debiti enormi e progressivamente crescenti conducono al fallimento, lo Stato trova un potente alleato nella Banca Centrale.

Svilire la base monetaria e produrre inflazione è un modo subdolo per disattendere i risparmiatori senza infrangere formalmente le proprie promesse.

Ciò che non può essere ottenuto con la tassazione diretta, viene confiscato con la tassazione occulta.

Quando un politico o un dirigente dell’amministrazione statale decide un investimento sopporterà i costi di un eventuale insuccesso in maniera al massimo residuale, mentre viceversa potrà distribuirne i benefici in maniera discrezionale.

Chi ama la spesa pubblica, ama inevitabilmente i politici spendaccioni anche se non riesce ad ammetterlo nemmeno a se stesso.

È piuttosto inutile lamentarsi del fatto che con politici più zelanti e morigerati la spesa sortirebbe gli effetti voluti.

Non ci è possibile conoscere a priori le qualità morali dei governanti, e non vi è motivo particolare per cui questi non debbano avere gli stessi vizi e gli stessi appetiti dei governati.

Anche sul concetto di onestà è concesso un certo scetticismo, dato che ghigliottinare l’Incorruttibile (Robespierre) nel 1794 è stato un male di gran lunga inferiore alla sua permanenza al potere. L’unico sistema certo per evitare che lo Stato distrugga risparmi e capitali è evitare che li spenda.

A questo punto, sull’idea fallace volta a gabbarci convincendoci che il debito pubblico sia “nostro” è utile e gradevole concludere con un inciso tratto sempre da Human Action di Mises:

… Un debito pubblico non è un onere poiché appartiene a noi stessi.

Se ciò fosse vero allora, la (sua) cancellazione in massa […] sarebbe un’operazione innocua, una semplice gesto di ragioneria e contabilità.

Il fatto è che il debito pubblico incorpora i diritti di individui che nel passato hanno affidato i loro risparmi al governo e li contrappone a tutti coloro che ogni giorno producono nuova ricchezza.

Opprime gli strati produttivi a beneficio di una parte della popolazione.

E’ possibile liberare chi produce nuova ricchezza da questo fardello raccogliendo le imposte necessarie al pagamento esclusivamente dai detentori dei titoli di stato.

Ma questo significa senza ombra di dubbio un palese ripudio” (ibidem).

Tratto da http://ideashaveconsequences.org/

Quanto costa davvero lo Stato ai contribuenti?

21 dicembre 2010

Articolo di Paolo Bonacchi

Per quanto riguarda le tasse, le imposte ed i balzelli che ogni lavoratore è obbligato a pagare allo stato, alle regioni, alle province ed ai comuni le cose stanno molto diversamente da come la gente immagina.

Dati alla mano, possiamo dimostrare che fra tasse, imposte, contributi e balzelli vari, lo Stato italiano, ormai diventato una sorta di rapinatore armato, viola il Diritto naturale dei lavoratori-contribuenti prelevando illegittimamente dalle loro tasche ben oltre il 70% del frutto del loro lavoro, per usane buona parte per scopi illeciti e diversi dal bene comune.

Vediamo adesso come stanno davvero le cose.

Nel redigere questo breve articolo mi sono riferito ad uno studio effettuato 2 anni fa dall’economista Samuel Magiar sulle imposte e tasse pagate da un lavoratore dipendente, ma vale anche per gli artigiani e le imprese.

I dati sono stati pubblicati sul “Duemila”, numero di luglio-agosto 2003, e si riferiscono ai costi effettivi che un lavoratore doveva allora sostenere allora sotto forma di detrazioni fiscali e contributive.

Negli anni successivi il prelievo è considerevolmente cresciuto; tuttavia mi riferirò ancora ai dati del 2003.

  • Prima voce: contributi INPS a carico del datore di lavoro e prima mistificazione totale. Ciò che l’azienda paga per il lavoro effettuato, indicato in busta paga come “lordo annuo” (poniamo 1200 euro), non è affatto un “valore lordo” come indicato. Facciamo un esempio concreto: se un lavoratore percepisce uno stipendio lordo mettiamo di 100 euro mensili, i contributi definiti “a carico d’impresa”, sostiene Magiar, ammontano a 53 euro che non appaiono in busta paga. Se il lavoratore costa al datore di lavoro 100 € più 53 €, è evidente che il “vero lordo” è 153 €. Un terzo di questa prima voce (53 euro, che, lo ripetiamo, è denaro di “proprietà” del lavoratore), se ne va solo per questo contributo “garantito” da una “Promessa di pensione” fatta dall’INPS gestito da comitati di burocrati e sindacalisti, pagati profumatamente dai lavoratori stessi, che sanno benissimo che nelle attuali condizioni la “promessa” non potrà essere mantenuta né per tutti i lavoratori attuali né per le generazioni future.
  • La seconda voce del prelievo forzoso dallo stipendio del lavoratore dipendente è costituita dai contributi INPS a carico del lavoratore, sempre definiti “volontari”, del 9% pagati dall’impresa per conto del lavoratore (calcolati sul “falso” lordo di 100 €). Come già riportato sopra, abbiamo chiamato “falso” il “lordo” perché il lavoratore non si rende esattamente conto di quanto viene prelevato dal reddito che produce; prelievo che fino adesso corrisponde esattamente a 62 euro (53+ 9) sui 153 che costa all’azienda per il lavoro da lui svolto; dei 153 euro di sua proprietà adesso gliene restano 91.
  • La terza voce è l’IRPEF che, come è noto, è una tassa calcolata per scaglioni di reddito con aliquote progressive e con una detrazione fissa per il lavoratore dipendente. L’aliquota più bassa è del 19%; se il lavoratore possiede la prima casa, il suo reddito figurato, in sede di calcolo IRPEF, annulla o quasi la detrazione fissa. Il nostro lavoratore pagherà per questo 21 euro di IRPEF allo Stato per ogni 100 euro di “lordo”, oppure per ogni 153 euro del costo di lavoro. Riassumendo: fino adesso abbiamo un prelievo di (53+9+21= 83); ottantatré euro di prelievo sui 153 euro lordi iniziali, sono pari al 55% di quanto “rapinato” dallo Stato. Al lavoratore sono rimaste in busta paga circa 70 € del lordo effettivo da lui guadagnato.
  • La quarta voce è costituita dall’IVA pari al 20% sulla maggior parte dei beni di consumo e sui servizi e si può calcolare che facendo una media fra le diverse aliquote IVA, altri 13 euro se ne vanno con questa “imposta” che colpisce tutti in modo eguale. Così il lavoratore dà allo Stato 96 (83+13) euro dei 153 che l’azienda, il ministero o l’ente spende per lui. In tasca al lavoratore restano 57 euro (70 meno 13) su 153 che ha guadagnato: quasi un terzo di quanto ha prodotto con il suo lavoro! In Italia, dunque, non ci sono “evasori totali” in quanto anche chi evade le tasse sul reddito paga l’iva su tutto ciò che acquista.
  • La quinta voce è costituita dalla tassa sui carburanti, compresa quella relativa ai carburanti per il riscaldamento. La spesa annua per il carburante per il riscaldamento è calcolata mediamente in 750 euro (un milione e mezzo di vecchie lire); mentre la spesa annua per 10.000 km. di percorrenza media della macchina è di altri 800 € (un milione e seicentomila vecchie lire). Complessivamente la spesa per la quinta voce è di 1.550 euro pari a circa tre milioni centomila vecchie lire (in realtà oggi la cifra è più alta, ma ammettiamo che vada bene così). Le tasse pagate su questa voce ammontano a circa 1.050 € (circa due milioni e centomila vecchie lire), che corrispondono a circa 7 euro dei 100 “lordi”, che portano il totale prelevato sui 153 € iniziali del costo del lavoratore per l’azienda a 103 euro (96 + 7); a lui ne restano 50 (57 meno 7) su 153 guadagnati.
  • Sesta voce del prelievo: il bollo auto che aggiunge al prelievo una altro 0,5%.
  • Settima voce l’ICI; la tassa più ingiusta ed assurda che ci sia, perché colpisce soprattutto la prima casa: un Diritto naturale inviolabile garantito dalla costituzione di tutti gli Stati appena degni di questo nome, meno l’Italia. Questa imposta illegittima ed anticostituzionale è giustificata dal fatto di dover mantenere le altissime spese folli dei Comuni. L’ICI è non solo incostituzionale, ma anche chiaramente “predatoria”, in quanto colpisce il patrimonio accumulato da una famiglia attraverso una vita di sacrifici e non è altro che una vera e propria imposta su un reddito presunto. Un altro euro se ne va mediamente per questa imposta che viola il Diritto naturale alla proprietà della prima casa. A questo si aggiunga il fatto che i cittadini costretti a pagare l’ICI nella maggior parte dei casi non sono ancora proprietari a pieno titolo della casa, dovendo ancora estinguere mutui pluridecennali per il suo acquisto.

Complessivamente (153-53-9-21-13-7-0,5 -1= 48,5) al lavoratore restano 48,5 euro sui 153 guadagnati, mentre lo Stato ne preleva 104,5.

Il calcolo fatto fino a questo punto corrisponde quasi al 70% di quanto un lavoratore dipendente paga allo Stato in imposte, tasse e contributi; ma non è finita qui.

Sebbene il dato sia accuratamente nascosto dai giornali e dalla TV in mano ai politici ed ai sindacati che fanno passare solo le notizie favorevoli alla partitocrazia per non spaventare la gente, il dato appare drammaticamente diverso da quello percepito dai lavoratori, perché chiunque sa che ci sono ben altri balzelli che i cittadini sono costretti a pagare, direttamente o indirettamente, allo stato, alle regioni, alle province ed ai comuni.

Basta chiedere un permesso al Comune, parcheggiare la macchina (quasi che le strade non fossero state fatte e mantenute col denaro dei contribuenti), avere bisogno di medicine e di cure non previste dal S.S.N., iscrivere un giovane all’università, pagare le tasse scolastiche, usare le autostrade che abbiamo già profumatamente pagato con i nostri soldi, pagare le tasse sui rifiuti, il passo carrabile, l’addizionale provinciale sull’acqua e sul gas, l’addizionale regionale, l’addizionale comunale, l’imposta sulla pubblicità che le imprese scaricano sui consumatori, l’occupazione del suolo pubblico (idem), il canone RAI, le tasse sulle assicurazioni, le imposte indirette sugli atti amministrativi, di bollo di registro, le concessioni governative, le tasse sull’IVA del riscaldamento e dell’acqua, ecc. ecc., che il totale di ciò che complessivamente lo Stato preleva da quanto guadagnato dal lavoratore, è circa …113,5 euro su 153: quasi tre quarti (114,75 euro) di ciò che guadagna (153 euro).

Eccoci dunque al nocciolo del problema: per cambiare questo stato di cose è necessario che il popolo, la gente, i cittadini, i lavoratori, Lei che legge, abbia non solo la titolarità dello Stato, ma possa anche esercitare la sovranità senza i limiti imposti dalla Costituzione in quanto la “sovranità” è un diritto naturale inalienabile ed inviolabile che appartiene ad ogni persona.

La costituzione italiana recita (art. 1 comma 2): “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nei limiti della Costituzione”.

A nessuno sembra interessare il fatto che la sovranità, in quanto diritto naturale imprescrivibile, inalienabile ed inviolabile delle persone di stabilire il ruolo che lo stato deve avere nei confronti di tutti e di fare le leggi che riguardano tutti, non può essere limitata da una costituzione imposta dall’alto senza legittimazione popolare.

Lo Stato, o è una libera unione di persone associate per comunanza di interessi, oppure è un feudo di alcuni potentati politici, economici, bancari, nobiliari ed elitari che hanno deciso per sempre e per tutti il modo di governare.

In quale modo lo sanno tutti; con quali costi? Spero che adesso risulti più evidente.

Tratto da http://www.legnostorto.com/

Ron Paul: Let’s Stop Feeding the Beast that is Devouring this Country!

21 dicembre 2010

Statement on tax compromise legislation

Article by Ron Paul

I recently voted again in favor of HR 4853, the Middle Class Tax Relief Act, legislation which ensures the continuation of the Bush-era tax cuts, fixes the AMT patch, and significantly reduces the burden of the estate tax in 2011.

If no action had been taken by this Congress, all Americans would have had to pay higher income, dividend, estate, and capital gains taxes beginning on January 1, 2011.

I will always vote to lower taxes at all levels, and I will never vote for tax increases.

Many opponents of this bill labor under the mistaken impression that it contains huge amounts of pork, earmarks, and other spending.

What they are referring to is hundreds of billions of dollars worth of tax credits.

Tax credits are not spending, they are not earmarks, they are not pork: they merely allow people to keep more of their own money.

While the Administration’s desire in extending these particular credits may be to placate certain constituencies or to spur consumption or investment into certain sectors of the economy, the morally correct position is to allow people to keep their hard-earned money.

That money belongs to the people and businesses who earned it, not to the government.

If one wants to make it more equitable, then the amount of tax credits should be increased to include everyone.

Characterizing the tax cuts as fiscally irresponsible, as other opponents of the bill have done, is equally misguided.

Those who wish to see this deal defeated because it “adds nearly $900 billion to the National Debt” are punishing taxpayers for the profligacy of the government.

The National Debt is nearly $14 trillion because of excessive spending, not because of tax cuts. Every dollar added to the National Debt is due to the government’s inability to rein in spending, not because American taxpayers are paying too little of their salaries to the federal government.

This is why I vote against all appropriations bills.

Allowing taxes to rise and provide more money to the federal government would only serve to further feed the beast that is devouring this country.

This bill also reduces the burden of the estate tax, which according to law is set to return in 2011. This unconscionable tax is an insidious form of double taxation and comes into effect in 2011 with a 55% tax rate.

Americans should not be penalized for accumulating savings during their lifetimes.

The estate tax especially harms small and family-owned businesses, which often must be sold to pay the tax bill. HR 4853 reduces this death tax rate from 55% to 35%, and raises the exemption from $1 million to $5 million.

While I would prefer to see this tax eliminated completely, this significant tax cut will help thousands of families.

Many people have urged that this tax bill be rejected and that Republicans come back in January to vote on a clean bill.

Waiting until the next Congress would also mean that taxpayers would have much more of their salary withheld until any tax cuts could be made.

While it is certainly possible to wait until January, we still have a Democratic Senate, and a Democratic president who would likely veto a clean tax bill.

I too would prefer to see a completely clean bill, but that is not what we have been given.

A vote against the bill before us today would be a vote to raise taxes on all Americans.

Much of the debate about this bill only serves to distract people from discussing substantive change and lead to argument about picayune minutiae.

I believe we should abolish the income tax and eliminate the IRS altogether.

Congress funded the government using excise taxes for more than 120 years without an income tax, and the federal government not surprisingly adhered much more closely to the constitutionally-defined limits of its powers during that time.

Real tax reform can only happen when we insist on reducing the size of the federal government and reducing the pork in its bloated budget.

Tratto da http://www.ronpaul.com/

Cronaca di uno sciopero fiscale riuscito

18 dicembre 2010

Articolo di Murray Newton Rothbard

Nei mesi recenti un poderoso sciopero delle tasse sulle proprietà si è esteso nella periferia nord di Chicago e, per una volta, i libertari si sono occupati della leadership organizzativa ed ideologica della ribellione.

Iniziò tutto con un massiccio riesame delle proprietà nel quadrante nord della Contea di Cook, Illinois.

Il riesame aumentò improvvisamente le tasse sulle proprietà per grandi somme: la maggior parte degli incrementi erano del 50-65%; altre cartelle di imposte aumentarono del 300%.

Quando le cartelle delle imposte sulle proprietà furono emesse, la reazione dei cittadini della costa settentrionale fu di shock e di rabbia.

All’inizio la reazione fu di indignazione, ma confusa: le chiamate intasavano l’ufficio dell’assessore della Contea di Cook.

Le lamentele inondarono anche il Chicago Tribune, che diede inizio alla tempesta di fuoco delle lamentele stampando alcune delle stesse in articoli di prima pagina.

Molte delle lettere erano un grido di dolore, chiedendo, in effetti, dov’era la leadership, dov’era l’organizzazione, che poteva organizzare e dare sollievo alle preoccupazioni? Così, un’indignato contribuente scriveva: “Mi risento amaramente per il governo, che sta tentando di rubare la mia casa ed è proprio quello che sta facendo“.

Un altro riversò le sue frustrazioni in un articolo del Chicago Tribune: “Non so proprio cosa fare. Sono dannatamente frustrato.

Sento le persone che parlano di rivoluzione, ma non saprei come ribellarmi“.

Non appena l’articolo fu pubblicato, gli attivisti libertari del Partito Libertario dell’Illinois ed i Contribuenti Nazionali Uniti (gli associati dell’Illinois dell’Unione Nazionale dei Contribuenti) videro tutto ciò come un’opportunità e la colsero.

Fu fissato un meeting ad Evanston tra i rappresentanti del PLI e del CNU ed un residente di Evanston citato nell’articolo del Tribune.

Il meeting formò la Commissione di Protesta dei Contribuenti, con a capo Leonard Hartman, il residente sopracitato di Evanston.

James Tobin, il trentunenne economista e contabile di banca e capo del CNU che era diventato il leader principale della ribellione delle imposte, suggerì un chiaro e netto scipero delle tasse; egli era abilmente appoggiato da Milton Mueller, presidente del Partito Libertario dell’Illinois.

La commissione decise di convocare un meeting nel “municipio” di Evanston per vedere se i contribuenti legati alle proprietà prese in esame erano disposti ad aderire ad uno chiaro sciopero delle tasse — un rifiuto di pagare le tasse imposte.

La notizia del meeting si vide solo nelle prime edizioni del Chicago Tribune; in generale gli organizzatori contavano sul passaparola.
La commissione si aspettava che circa 50 persone si presentassero al meeting, il quale fu tenuto la notte del 3 agosto nella biblioteca pubblica di Evanston.

Invece si presentarono 200 cittadini. Harmann, senza un background libertario, discusse per una protesta legale: pagare le tasse mentre si protestava e ci si appellava ad accertamenti.

Ma James Tobin espresse molto meglio lo spirito radicale del meeting, incoraggiando uno sciopero delle tasse.

Sappiamo tutti che le nostre spalle sono state caricate pesantemente di tasse“, accusò Tobin.

Ed ora siamo arrivati ad un bivio in cui bisogna decidere che fare.

Lasceremo che il municipio controlli le nostre vite, o faremo abbastanza rumore affinchè ci ascoltino?“.

E’ particolarmente gratificante per me che il mio Conceived in Liberty fosse brandito in alto da Tobin, mentre spiegava il perchè non fosse “non patriottico” rifiutare di pagare le tasse prendendo, dal suddetto libro, esempi delle prime rivolte americane contro le tasse.

Tobin affermò che: “Siamo arrivati al punto in cui siamo terrorizzati dal nostro governo, terrorizzati da quello che ci può fare.

E’ tempo che qualcuno si alzi e punti il dito!“.

Tobin presentò anche una serie di richieste ben pensate per lo sciopero delle tasse.

Le richieste includevano:

  1. estendere la scadenza del 15 agosto a tre mesi per i pagamenti della tasse sulla proprietà;
  2. congelare le stime al vecchio tasso, cosicché le tasse non salissero insieme all’inflazione del governo;
  3. nessun aumento nei tassi delle imposte senza un referendum pubblicamente annunciato;
  4. permettere a piccoli gruppi di contribuenti di ottenere referendum per la riduzione dei tassi delle imposte;
  5. piena amnistia per gli scioperanti delle tasse.

Il sentimento della folla era travolgemntemente a favore dello sciopero delle tasse, al quale si opposero solo due persone.

Il sentimento caratteristico della folla era rappresentato dall’accusa di un’immigrante tedesco di Evanston, che quando tentò di controbattere alle stime incrementate, l’assessore gli disse che avrebbe dovuto aspettare finchè non avesse ricevuto la sua cartella; ma dopo che ricevette quest’ultima, l’ufficio gli disse che avrebbe dovuto controbattere le stime prima che la cartella fosse arrivata.

Sono tattiche naziste!“, accusò l’uomo.

Gli organizzatori fecero passare il cappello al meeting e raccolsero 400$ per far stampare un’inserzione in un giornale locale.

Più importante fu l’eccellente pubblicità generata dal meeting: un articolo nel Tribune, tre pagine d’articolo nel Chicago Daily News riempito con foto e reportage da parte di due stazioni televisive e differenti stazioni radio.

Mentre il resto della costa settentrionale fu riempito di volantini, i meeting germogliarono in altri paesi come Glenview, Palatine e Wilmette.

Il New York Times fece un reportage completo, compreso di foto, ad un successivo meeting ad Evanston, tenuto il 18 agosto nella Prima Chiesa Metodista Unita.

Al meeting 350 possessori di case “gridarono la loro approvazione” mentre Tobin sosteneva che le “tasse sono immorali” ed un reportage della TV mostrò all’intera nazione i cartelloni con su scritto “la tassazione è un furto“, mentre erano branditi in questi meeting di protesta nell’Illinois.

Tobin disse alla calca acclamante che: “non potete chiamare mai una tassa giusta, quando siete forzati a pagarla contro la vostra volontà.

E’ immorale forzarmi a pagare per strutture scolastiche quando io non ho bambini da mandare a scuola.

E’ immorale forzare gli anziani ed i pensionati a pagare le scuole che non sono usate da loro“.

In questo modo Tobin intensificò l’analisi e sollevò la coscienza libertaria di coloro che lo ascoltavano, allargando l’attacco al sistema scolastico pubblico stesso — il “consumatore” della maggior parte di tutte le tasse sulle proprietà nel paese.

Nella sua edizione di agosto che annunciava lo sciopero, l’Illinois Libertarian, il bollettino d’informazione del Partito Libertario dell’Illinois, concluse il suo articolo informativo dicendo che:

L’efficacia dello sciopero dipenderà da molte cose imprevedibili.

A parte ogni standard, i nostri sforzi finora sono stati estremamente ricompensati e se i politici non presteranno attenzione se ne pentiranno.

Lo sciopero non potrebbe danneggiare il governo di contea o nemmeno andarci vicino a danneggiarlo, ma anche così migliaia di persone hanno agito o sono stati esposti ad idee che fanno mettere in discussione la legittimità del governo“.

Ma in un certo senso questa conclusione ponderata, sottovalutava l’impatto dello sciopero delle tasse nell’Illinois.

In un articolo successivo il New York Times indicava chiaramente che i politici avevano, davvero, prestato attenzione ed erano morti di paura.

Il modello del movimento di protesta contro l’imposta sul reddito nel New Jersey dell’ultimo anno ripropose la stessa situazione, con i politici che si azzuffavano per coprire i loro fianchi.

Così quando Tobin ed una calca di dimostranti si presentarono davanti l’ufficio del governatore a Chicago per richiedergli una sessione speciale della legislatura per alleviare le lamentele, lo “sconfitto” governatore James Thompson promise di considerare la rischiesta ed “espresse solidarietà per lo scopo del gruppo“.

Al meeting del 18 agosto di Evanston, si presentarono diversi funzionari del governo per provare a spiegare l’incremento delle imposte.

Furono ricevuti con “fischi e scherni”, ma a parte ciò “i funzionari diedero risposte comprensive ed alcune concessioni alle richeste dei contribuenti”.

Così George Dunne, amministratore delegato della Contea di Cook, giurò al meeting di sostenere una mozione nella legislatura per far ritirare le tasse sulle proprietà.

La stessa promessa fu fatta da un consigliere per Thomas M. Tully, l’assessore della Contea di Cook.

Il consigliere, Dan Pierce, concordava con i dimostranti, poichè anche lui non capiva perchè il budget della contea fosse così alto.

Non c’è dubbio che le tasse sono molto alte”, disse Pierce; egli non capiva particolarmente perchè i budget del distretto scolastico della Contea di Cook fosse raddoppiato negli ultimi sette anni, in un periodo in cui le iscrizioni scolastiche erano in declino.

Così i libertari sono sobbalzati nello scoprire e nel dare voce alle lamentele anti-governative ed anti-tasse dei loro concittadini.

Non solo si sono mobilitati per compiere azioni libertarie e diffondere idee libertarie, inclusa l’opposizione alla scuole pubbliche e l’idea che la tassazione sia un furto, ma i politici hanno iniziato a sottomettersi alle loro chiassose richieste ed azioni.

I politici, spaventati per i loro lavori e per i loro elettori, hanno ceduto.

Questo è stato dimostrato nell’Illinois.

Infine la ribellione delle tasse mostrò la grande importanza degli organizzatori e degli attivisti libertari — come il PLI ed il CNU –, che già erano sul posto per trarre vantaggio e prendere la testa dei movimenti di massa e delle proteste di massa.

(Questo articolo apparve originariamente con il titolo Are We Going to Let City Hall Ruin Our Lives? Illinois Tax Payers Get Militant sul Libertarian Review, novembre del 1977, pp. 26-27)

Tratto da http://www.confcontribuenti.eu

Fisco: Meglio Befera o Lysander Spooner?

18 dicembre 2010

Articolo di Matteo Corsini

Non bastano più i controlli per raggiungere la stabilità nei conti pubblici.

Ci vuole una rivoluzione culturale del sistema fiscale.
L’evasione è radicata nella mentalità del paese.

E’ necessario inculcare nei cittadini l’idea che il fisco non va visto come un nemico, ma come un elemento di democrazia.

Tutto questo deve passare necessariamente attraverso una riforma fiscale efficiente.” (A. Befera)

Pur essendo soggetto a ritenuta alla fonte – avendo, quindi, meno probabilità di altri individui di avere a che fare con i collaboratori di Attilio Befera – quando sento parlare il direttore dell’Agenzia delle Entrate mi vengono i brividi.

E non è solo per il fatto che, da libertario, non fornisco alcuna giustificazione etica al prelievo fiscale.
Quando ho letto che ci vuole una “rivoluzione culturale del sistema fiscale”, mi è venuto il dubbio che il modello di riferimento di Befera sia la Cina dei tempi di Mao.

E quel dubbio non mi è certo passato quando, poco dopo, ho letto che è “necessario inculcare nei cittadini l’idea che il fisco non va visto come un nemico, ma come un elemento di democrazia”.

In senso stretto, inculcare significa “introdurre a forza”, mentre uno dei suoi sinonimi è “indottrinare”.

Non molto rassicurante, direi.

Peraltro, nessuno dubita che il fisco sia un elemento presente in ogni democrazia, ma questo è proprio uno dei motivi per cui, per dirla con Hoppe, la democrazia è il dio che ha fallito.

E non mi pare un dettaglio il fatto che il fisco esista anche nelle altre forme di organizzazione dello Stato.

Tutto ciò detto, non credo sia un caso se i cittadini percepiscono il fisco come un nemico.

Di “riforma fiscale efficiente” se ne sente parlare da anni, senza che le cose migliorino.

Questo fa sì che oltre al danno di avere una pressione fiscale asfissiante, i cittadini subiscono anche la beffa di spendere molto tempo e altrettanto denaro per adeguarsi ai dettami del fisco.

Per di più, avendo l’onere della prova nel caso in cui i collaboratori di Befera, solitamente con fare poco amichevole, contestino delle presunte irregolarità.

Voglio allora concludere citando l’autore che mi viene puntualmente in mente ogni volta che leggo qualcuno sostenere che il fisco deve essere visto come un amico.

Si tratta di Lysander Spooner (si veda No Treason, tradotto in italiano e pubblicato da Liberilibri nella raccolta “I Vizi non sono Crimini”):

E’ vero che secondo la teoria della nostra Costituzione, tutte le tasse vengono pagate volontariamente e che il nostro Stato è una compagnia di mutua assicurazione, alla quale le persone aderiscono volontariamente.

Ma questa teoria del nostro sistema di governo è del tutto differente da quel che si verifica in pratica.

Il fatto è che lo Stato, come un bandito di strada, intima alle persone “o la borsa o la vita.

E molte se non tutte le tasse vengono pagate sotto il peso di questa
minaccia.

Lo Stato, in effetti, non tende un agguato a un uomo in un luogo solitario, balzando dal ciglio della strada, per puntargli la pistola alla tempia e svuotargli le tasche.

Ma non per questo la rapina cessa di essere una rapina a tutti gli effetti, anzi, è ben più codarda e vergognosa.

Il bandito di strada assume su di sé tutta la responsabilità, il pericolo e la criminalità del suo atto.

Egli non pretende di avere un giusto titolo al vostro denaro, né di volerlo usare a vostro beneficio.

Non pretende di essere altro che un rapinatore.

Non è tanto impudente da affermare di essere semplicemente un “protettore” e di prendere il denaro dei passanti contro la loro volontà solo per essere in grado di “proteggere” quei viaggiatori che si illudono di essere perfettamente capaci di difendersi da soli o che non apprezzano il suo peculiare sistema di protezione.

Il ladro si limita a rapinarvi: non cerca di rendervi il suo zimbello e il suo schiavo, come fa lo Stato ogni qualvolta vi obbliga a fare qualcosa dicendo che è per il vostro bene, ergendosi ad arbitro morale delle vostre vite”.

Vi pare più convincente Befera o Spooner?

Tratto da http://www.movimentolibertario.it

Disintossicare la bestia

18 dicembre 2010

Nei circoli liberal-libertari-conservatori da sempre si usa l’espressione “affamare la bestia”, riferendosi all’apparato politico-burocratico e ai suoi amici furbetti, drogati di spesa pubblica. Gary North la vede in maniera diversa: bisogna disintossicare la bestia.

La ricetta non cambia: tagliare le tasse.

Prima che sia tardi.

Articolo di Luca Bocci

Nevica forte da tutto il giorno.

Avrei una gran voglia di giocare a qualche bello strategico ma nonostante tutto preferisco onorare il “debito” con i frequentatori dell’antro e tradurre uno degli ultimi numeri della newsletter Reality Check di Gary North.

Argomento? Tagli alla spesa pubblica, deficit, economia e politica.

Tutto quello che ci vuole per prepararvi adeguatamente ad una delle inevitabili discussioni della cena della vigilia di Natale con i parenti sinistri (li abbiamo tutti).

Se poi, gentilmente, voleste indicarmi una ricetta decente per un Weihnachtsstollen, ve ne sarei estremamente grato.

Cuore anglosassone con stomaco tedesco.

E poi la gente si chiede come abbia fatto a venir fuori così “strano”.

Nota finale post-traduzione: se qualcuno sa come fare arrivare questo articolo sul tavolo di Tremendino, glielo faccia avere.

Speriamo in un miracolo di Natale, che non costa niente.

Disintossicare la bestia

Articolo di Gary North
Originale (in inglese): Gary North’s Reality Check (n° 1018 – 30/11/2010)
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Avete mai sentito l’espressione “affamare la bestia”? Si riferisce al governo federale.

Afferma che se il Congresso taglia le tasse, i tagli alla spesa pubblica seguiranno di conseguenza.

Il problema di questa metafora è che fa venire in mente l’immagine di una persona sovrappeso che non riesce a smettere di mangiare.

Non ha un Richard Simmons interno (uno dei primi e più famosi telefanatici del fitness, per i quali l’Apolide prova da sempre un gran disprezzo ndApo) che cerca in ogni modo di venire fuori.

Il problema è questo: la persona obesa in questione ha un’eredità alla quale può accedere ogni qual volta i soldi scarseggiano; il sistema della Federal Reserve.

Ecco perché continua ad ingrassare.

La metafora dell’obeso è sbagliata.

Quella giusta mostra un consiglio comunale pieno di ubriaconi.

Solo uno di loro è rimasto sobrio negli ultimi 30 anni.

Continua a dire agli elettori che i suoi colleghi non possono smettere di bere da soli.

Gli elettori non lo considerano.

Questo succede perché i consiglieri comunali continuano a comprare bevute gratis ai cittadini che vivono nei loro distretti, i quali non disdegnano una bella festa.

Barista, un altro giro per i miei amici!”.

Ma questi soldi, il consiglio comunale dove li prende? Dagli elettori.

Quelli che non bevono dicono che non gli piace quando i consiglieri comunali comprano bevute per i loro vicini e le mettono sul conto della città.

Ma, bevuta dopo bevuta, casa dopo casa, buona parte dei cittadini sta diventando alcoolizzata quanto i consiglieri comunali.

Convincere un ubriacone da solo ad andare dagli Alcolisti Anonimi è già difficile.

Diventa impossibile quando sono tutti assieme al bar, ognuno con una dozzina di elettori al traino. “Riempi i bicchieri, barista! Metti tutto sul mio conto!

Gli elettori astemi si arrabbiano

Non esiste alcuna possibilità che un consiglio comunale del genere si rechi in gruppo agli Alcolisti Anonimi.

Perché mai dovrebbero? Le feste sono divertenti, piacciono a tutti.

Ma cos’è una festa dove si serve solo limonata? Sarebbe una festa dei Battisti, con qualche Mormone invitato giusto per sembrare socievoli.

Ma, dicono i Battisti fiscali, uno di questi giorni gli elettori avranno una sbronza colossale.

La gran massa dei contribuenti troverà difficile rimanere produttiva.

Le entrate caleranno.

A quel punto il consiglio comunale scoprirà di aver esaurito il credito.

Niente più feste!

Questo scenario sembra plausibile, fino a quando non si considera un elemento accessorio: le obbligazioni.

Gli elettori continuano a non considerare i problemi legati ai buoni comunali.

Perché dovrebbero? Quando hai a che fare con una stanza piena di ubriaconi che festeggiano da tre ore, non troverai molta gente preoccupata dal fatto dei costi legati ai prestiti necessari per far arrivare altre bottiglie di birra a tutti.

Le feste incoraggiano il pensare a quello che succederà tra cinque minuti.

Ci saranno sempre soldi! Che ce ne frega! Divertiamoci!

Il barista sa che il consiglio comunale ha sempre pagato i debiti.

Cosa sarà mai qualche dollaro in più? Il proprietario del bar manda il conto alla fine del mese e viene pagato.

Da quando ha il bar, è sempre stato pagato.

Soldi facili.

Dice quindi al barista “continua a riempire quei bicchieri. La città paga sempre i suoi debiti”.

Il resto degli elettori, che sono sia astemi che produttivi, vedono quello che sta per succedere.

Le obbligazioni andranno ripagate e toccherà a loro saldare il conto.

Non hanno abbastanza voti per abbassare le tasse; al massimo riusciranno a mantenerle stabili.

Ma il conto continua a crescere. I proprietari dei bar della città continuano a concedere sempre più credito.

La base tributaria non sarà in grado di coprire questi debiti all’infinito.

Agli elettori che non partecipano alla festa è ovvio che, prima o poi, la città non sarà più in grado di ripagare le obbligazioni.

I perdenti saranno quei fessi che hanno continuato a prestare soldi ad una città i cui membri del consiglio comunale erano, con una sola eccezione, degli ubriaconi.

Se la passeranno altrettanto male i padroni dei bar.

I Battisti fiscali si preparano per il gran giorno del “ve l’avevo detto” che si sta inesorabilmente avvicinando.

Mi spiace, gente, ma lo sapevate che i vostri clienti erano un mucchio di ubriaconi.

Ora dovrete cambiare mestiere.

Ed i vostri clienti soffriranno tutti di un gran mal di testa e avranno i conti correnti azzerati”.

Il problema è che, quando la città andrà in default, un mucchio di servizi saranno tagliati.

Non ci saranno più feste, ma mancheranno anche i soldi per tutti gli altri servizi.

Il consiglio comunale avrà problemi a raccogliere le tasse.

Per non parlare di quando proverà a chiedere altri soldi in prestito.

Quando si inizia a dire “di Dio ci fidiamo; tutti gli altri pagano in contanti” (il riferimento, ovviamente è alla scritta sui dollari americani “In God we trust” ndApo), i contanti in giro saranno molto pochi.

Il Congresso non è un consiglio comunale

Ecco dove l’analogia va a farsi benedire.

Sì, è vero, sono tutti ubriachi, sia gli elettori che i consiglieri.

Quella parte funziona.

La parte che invece non va è il paragonare tutto al consiglio comunale.

Gli ubriaconi con il conto infinito sono al Congresso.

Al contrario di un consiglio comunale, che corre il rischio di una rivolta degli investitori obbligazionari – i famosi vigilantes – il Congresso ha una banca centrale di “riserva”.

Ecco perché è chiamata la Federal Reserve.

La FED continua a comprare il debito emesso dal Tesoro degli Stati Uniti.

Il Congresso, al contrario del consiglio comunale, può continuare all’infinito ad aumentare il conto al bar.

Un altro giro per i miei ospiti, barista!

La Federal Reserve, al contrario dei “vigilantes” dei bond, non sta usando i propri soldi per pagare la festa infinita del Congresso.

Li crea dal nulla per comprare le promesse di pagamento dei festaioli.

Si tratta di un sistema bipartisan.

I democratici invitano i propri elettori alla festa, i repubblicani fanno lo stesso.

Siedono ai lati opposti del bancone ma a nessuno viene mai in mente di smetterla e tornare a casa. Questo vuol dire che la festa può continuare molto più a lungo a Washington che nelle città.

La presenza della Federal Reserve fa contenti i proprietari dei bar.

La gran festa continuerà all’infinito.

O forse no.

Come si dice, “un ubriacone rimane sempre un ubriacone”.

Bere come una spugna ha sempre i soliti effetti, sia nelle città sia a Washington.

I festaioli barcollano fino a casa al mattino, per riprendere a festeggiare alla sera.

Il modello di tutti è il buon Charlie Wilson, come Carl Albert, speaker della Camera dal 1971 al 1977.

Era un alcolizzato ma il pubblico o non lo sapeva o non gliene importava.

I colleghi lo sapevano, ma molti di loro erano nelle sue stesse condizioni (http://bit.ly/DCbooze).

A Washington “se non chiedi, nessuno dice niente” (riferimento alla politica in vigore nelle Forze Armate USA sull’omosessualità ndApo).

Chi vive in una serra dai vetri sporchi non chiama i lavavetri o non si mette certo a tirarci le pietre.

Quando hai a che fare con alcolisti di lungo termine, devi intervenire con forza per farli smettere.

Il problema è che quasi tutti partecipano alla festa, permettendo al Congresso di far crescere a dismisura il conto al bar.

La grande maggioranza degli elettori non vuole un intervento deciso.

Possono lamentarsi del fatto che i giovani bevano troppa birra o del fatto che ci siano i soliti portoghesi che si infilano alla festa senza che nessuno controlli la loro identità, ma quando si toccano le vacche sacre – il Medicare, la Social Security, il Dipartimento della Difesa – tutti tornano festaioli.

Divertiamoci!”

I sempre meno elettori sobri vedono questo fenomeno e dicono tra sé e sé “prima o poi si dovrà tagliare qualcosa”.

Hanno ragione.

Questo solleva un numero di domande:

1.   Cosa?
2.   Quando?
3.   Con quali conseguenze?
4.   Per chi?
5.   In quale ordine?

E, naturalmente, la domanda da mille milioni:

6.   Come faccio a salvarmi dal crollo?

L’ultima volta che il governo federale non ha avuto debiti è stato nel 1836.

Quello è stato l’unico anno fiscale nella storia americana nel quale gli astemi hanno avuto partita vinta.

Questo ci fa pensare che il problema dell’abuso di alcool non si risolverà coi meeting degli Alcolisti Anonimi fiscali dicendo: eliminiamo l’alcool.

Gli americani non sono Battisti fiscali.

Al massimo siamo dei sacrestani che bevono di nascosto.

La soluzione di Laffer

Per 35 anni, i conservatori sono stati testimoni di un dibattito che è infuriato ai margini del movimento conservatore.

Il governo federale dovrebbe pareggiare il bilancio 1) aumentando le tasse o 2) tagliando la spesa pubblica in modo che la crescita economica possa rimpiazzare le entrate mancanti? Questo è il dibattito sulla Curva di Laffer.

Arthur Laffer presentò la sua famosa “curva” a Dick Cheney e Donald Rumsfeld su un tovagliolo di carta.

Era il 1974.

Sosteneva che, quando le tasse sono troppo alte, la gente troverà sempre modo di ridurre la sua produzione ufficiale, facilmente tassabile.

Il governo quindi non raccoglierà tutte quelle tasse che gli economisti keynesiani avevano promesso.

La soluzione, per Laffer, sta nel tagliare le tasse, specialmente le aliquote fiscali più elevate.

A quel punto la produzione aumenterà, insieme agli introiti del fisco.

Meno è di più! Aliquote fiscali meno alte portano più introiti.

Questo farà tornare il bilancio in pareggio.

Wikipedia ha un articolo equilibrato sulla Curva di Laffer.

L’idea, formalmente, è corretta, ma si basa su una premessa: che le aliquote marginali siano ai lati più estremi della curva.

Questa premessa è vera gran parte delle volte.

Questa posizione fa un’altra premessa, che invece non si verifica mai a lungo: “il Congresso non spenderà più soldi di quanto ne incassi dall’aumento delle entrate”.

Questa premessa, politicamente, è del tutto errata. (Neanche quando Laffer pensò la sua curva era vera, figuriamoci oggi).

Ecco cosa non considera.

Non importa quanti soldi siano incassati, il Congresso continuerà a passare nuove leggi di spesa, il che farà riapparire inevitabilmente il deficit, sempre che si sia stati capaci di eliminarlo.

Per dirla in termini più sintetici: “il deficit del governo federale è inevitabile”.

Questa legge è rimasta valida fin dal 1837.

Gli economisti mainstream spesso usano premesse false.

C’è una sola premessa sulla questione fiscale che è una legge della politica: “mettetevi a novanta gradi”.

La politica determina solo chi ci si mette e per quanto tempo.

La soluzione di David Stockman

Stockman è stato il direttore del bilancio di Ronald Reagan dal 1981 al 1985.

Non credeva che la soluzione di Laffer avrebbe mai funzionato.

Lo disse più volte nei consigli dei ministri.

Reagan aveva promesso di fare pressione sul Congresso perché approvasse una legge che riduceva le aliquote fiscali marginali.

Aveva anche promesso di aumentare le spese militari.

Fece entrambe le cose.

Stockman continuava a dire che l’aumento delle entrate non sarebbe stato sufficiente ad annullare l’aumento delle spese.

Aveva ragione.

Reagan non mise mai il veto su un solo progetto di spesa che il Congresso gli sottopose.

La spesa continuò a crescere.

Nel frattempo, la politica di Volcker che prevedeva una riduzione drastica nella crescita della base monetaria diede origine a due recessioni consecutive: quella dell’era Carter del 1980, che gli costò la rielezione e quella dell’era Reagan nel 1981-82, che ridusse il gettito fiscale.

Nel 1983, il deficit federale superò i 200 miliardi di dollari.

Avevo previsto questo numero nella mia newsletter e nel mio libro sui controlli sui prezzi del 1977, all’inizio dell’amministrazione Carter.

Avevo detto che sarebbe successo nel 1984.

Sbagliai di un anno.

Stockman guardò alle politiche sui tagli della spesa e disse “non esiste proprio”.

Aveva ragione.

Non c’era modo per Reagan di ridurre le spese abbastanza in fretta da riportare il bilancio in pareggio.

La domanda fu “avrebbe potuto tagliare la spesa pubblica”? Questa è stata la domanda più importante di politica interna nel mondo del dopoguerra.

La forza motrice delle politiche keynesiane applicate da entrambi i partiti fin dal 1946 è sempre stata di resistere ad ogni tentativo di ridurre le spese o anche di mantenerle stabili.

I reaganiani promisero una “Reagan revolution”.

Dicevano “lasciate che Reagan sia Reagan”.

Ma Reagan era un sostenitore della spesa pubblica.

Non aveva mai perso il gusto per il New Deal, che sostenne in politica interna per tutta la sua vita. Non è mai stato dalla parte dei repubblicani di Taft.

Reagan aveva abbastanza voti per ridurre le aliquote marginali.

Aveva abbastanza voti per aumentare la spesa del Dipartimento della Difesa.

Ma non si preoccupò mai di verificare politicamente se fosse possibile ridurre la spesa interna.

Nel 1983, la Social Security andò in bancarotta tecnica.

Questo fu il momento della verità per Reagan in politica interna.

Avrebbe lasciato affondare il sistema o avrebbe accettato la raccomandazione della commissione presieduta da Greenspan ed aumentare le tasse? Non esitò un secondo.

Appoggiò Greenspan.

Poi, nel 1986, firmò il TEFRA, un grosso aumento delle tasse. (Il Tax Equity and Fiscal Responsibility Act, in effetti, entrò in vigore nel 1982.

Nel 1986 Reagan passò il Tax Reform Act, una riforma che, nonostante fosse considerata un taglio delle tasse, in effetti aumentò la base imponibile eliminando molte deduzioni e detrazioni ndApo). Non ci fu mai una “Reagan revolution”.

Ci fu solo una rivoluzione di Laffer e per di più solo dal lato delle entrate.

Stockman voleva un bilancio in pareggio.

Vide che Reagan non l’avrebbe consentito mettendo il veto ai programmi per la spesa interna. Quindi, si oppose ai tagli delle tasse.

Provò a fermare la “Laffer revolution”.

I conservatori non hanno mai ringraziato Stockman per aver avvertito Reagan che questo sarebbe successo.

Quando rassegnò le dimessioni, nessuno gli disse “se non altro ci hai provato, Dave!”. Se fossi stato Stockman, mi sarei dimesso subito.

Ma mi sarei dimesso quando Reagan si rifiutò di tagliare la spesa pubblica, non quando voleva tagliare le tasse.

Il mio motto è questo: “se proprio devi commettere un suicidio politico, fallo almeno provando a tagliare la spesa pubblica”.

“Tutti in piedi per il deficit!”

Queste sono le scelte politiche disponibili in un sistema politico nazionale basato sullo slogan “un altro giro per i miei amici, barista”.

1.   Tagliare le tasse (il deficit aumenta)
2.   Lasciare le tasse come sono (il deficit aumenta)
3.   Aumentare le tasse (il deficit aumenta)

Questo vuol dire che il deficit aumenterà comunque.

Ora il dibattito cambia bersaglio.

Dal punto di vista dell’elettore americano, chi dovrebbe comprare i buoni del Tesoro?

1.   Investitori privati
2.   Investitori privati stranieri
3.   Banche centrali straniere
4.   La Federal Reserve

Non ho un solo dubbio nel favorire la soluzione 3. Lasciate che siano le banche centrali straniere a comprare i buoni del Tesoro – fino all’ultimo centesimo.

Perché? Perché gli elettori americani accetteranno con gioia lo slogan “freghiamo la Cina!”. Qualcuno sarà fregato.

Non c’è modo di evitarlo.

Potranno essere gli investitori americani o le banche centrali asiatiche o i cittadini americani che saranno ridotti sul lastrico in questi modi:

1.   Default nascosto tramite iper-inflazione
2.   Default nascosto tramite alta inflazione e controlli dei prezzi
3.   Default immediato con dichiarazione di bancarotta pubblica
4.   Default nascosto tramite la negazione del welfare a chi è più ricco
5.   Default nascosto tramite il ripetersi eterno del ciclo boom-crollo

Questo inganno può continuare e continuerà di sicuro.

Ma decidere chi pagherà la gran parte dei costi del default è e resta una questione politica.

Conclusione

Aumentare le tasse non servirà a niente.

Il Congresso spenderà ogni centesimo in più, continuando a chiedere soldi in prestito.

Tagliare la spesa non è politicamente possibile.

Reagan ha avuto una possibilità.

Non l’ha mai nemmeno considerata.

Il deficit non farà altro che rimandare il giorno della sobrietà.

Quel giorno verrà quando il Congresso avrà esaurito il credito a sua disposizione.

Il padrone del bar manderà una nota al barista “niente più credito a questi tipi. O pagano in contanti o niente”.

Se la FED continua a gonfiare la massa monetaria, i prezzi prima o poi aumenteranno, fino a quando il padrone del bar dirà al barista “da oggi si accettano solo monete d’argento o d’oro”.

A quel punto, il Congresso dovrà per forza smetterla di bere.

Decine di milioni di americani dovranno per forza disintossicarsi.

Si vedranno tanti elefanti rosa in parata.

Gli elefanti rosa vengono quando si fanno troppi debiti.

Quindi, il mio scopo è di aumentare i debiti, così da costringere gli ubriaconi a smetterla di bere. Voglio tenermi stretto il mio reddito, in modo da investirlo in categorie di assets che mi permetteranno di difendermi dagli ubriaconi, sia quando saranno sobri, sia quando si staranno disintossicando.

Questo si traduce in meno tasse ora, accumulare capitale ora per poi comprare le proprietà a rischio degli ubriaconi quando decideranno di smettere.

La soluzione sarebbe tagliare le tasse e tagliare la spesa pubblica.

Ma se si può avere solo una delle due – cosa sulla quale ci metterei la mano sul fuoco – tagliate le tasse.

Voglio essere ricordato per questo distico:

North marched up the Laffer curve,
And said to all his men:
“Let’s cut the rates till income falls,
And then let’s cut again.

Tratto da http://apolides.wordpress.com

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Nel 2037 ai dipendenti il 47% del reddito, agli artigiani il 43

Articolo di Enrico Marro

Pensioni sempre più basse in rapporto ai redditi da lavoro e bilanci in peggioramento a causa dell’invecchiamento della popolazione.

La «verifica tecnico-attuariale» con le stime fino al 2037 è contenuta in una quarantina di dossier che fotografano l’evoluzione delle pensioni di ciascuna categoria, accompagnati da una relazione generale: documenti licenziati lo scorso settembre ma finora non divulgati dall’Inps.

Decisa dal commissario straordinario, Antonio Mastrapasqua, anche in seguito al decreto del ministro del Lavoro che aveva disposto un esercizio analogo per le casse privatizzate, la verifica mostra come il sistema di calcolo contributivo ( pensioni commisurate ai contributi versati in tutta la vita lavorativa) cominci a mordere, riducendo l’importo degli assegni.

Un effetto che proseguirà anche dopo il 2037, se si tiene conto che solo verso il 2050 l’Inps non pagherà più pensioni calcolate col più vantaggioso metodo retributivo.

Nonostante ciò, l’invecchiamento della società metterà a dura prova i conti, determinando un peggioramento dei bilanci d’esercizio e degli stati patrimoniali.

Va detto però che le ultime riforme decise lo scorso luglio — la «finestra mobile», che ritarda il pensionamento di un anno rispetto alla maturazione dei requisiti, e l’adeguamento dell’età pensionabile alla speranza di vita a partire dal 2015 — non sono calcolate in questi bilanci tecnici, che sono fatti con le norme vigenti al primo gennaio 2009.

Semmai, i dati che emergono dimostrano ancora di più come fosse necessario decidere appunto un ulteriore aumento dell’età di pensionamento.

Resta invece da risolvere il problema della sostenibilità sociale del sistema, cioè dell’adeguatezza delle pensioni rispetto al precedente tenore di vita.

La soluzione della previdenza integrativa appare ancora insufficiente.

Lavoratori dipendenti in rosso dal 2014

Il grado di copertura delle pensioni dei lavoratori dipendenti passerà dall’attuale 52% della retribuzione (54% considerando anche le «gestioni separate» di elettrici, telefonici, trasporti, dirigenti d’azienda) al 54% nel 2015 per poi scendere fino al 46% nel 2037.

L’iniziale aumento delle pensioni medie in rapporto alle retribuzioni medie è dovuto al fatto che nei prossimi anni si ritirerà dal lavoro la generazione del baby boom con una robusta vita lavorativa alle spalle e con l’assegno in buona parte ancora calcolato col retributivo.

Inoltre, va considerato che se si guarda alle sole pensioni di vecchiaia e anzianità, escludendo cioè quelle di invalidità e reversibilità che sono più povere, il grado di copertura è maggiore: si passa infatti dal 62,5% attuale al 51,5% del 2037, comunque con una perdita di 11 punti.

Il bilancio di esercizio del fondo lavoratori dipendenti è previsto in attivo fino al 2013, «ma tale tendenza si invertirà rapidamente già a partire dal 2014», con un rosso di 311 milioni che salirà esponenzialmente fino a toccare 61,6 miliardi nel 2037.

«Conseguentemente la situazione patrimoniale netta peggiora», passando da un disavanzo di 117 miliardi a ben 702 miliardi nel 2037.

Incidono negativamente i pesanti passivi delle «gestioni separate».

Per i prossimi anni a compensare la situazione ci penserà il forte attivo della gestione «prestazioni temporanee», cioè i contributi che affluiscono per far fronte ad assegni familiari, cassa integrazione, disoccupazione, malattia e la maternità.

Qui però le previsioni non vanno oltre il 2017, con un attivo di 8 miliardi.

Dopo non basterà più e si può solo sperare negli effetti dell’ultima riforma, quella di luglio appunto, che però debbono ancora essere misurati.

Artigiani, deficit senza fine

Nel 2010 un artigiano va in pensione in media con la metà di quanto guadagna lavorando: circa 10 mila euro contro 20 mila.

Il grado di copertura salirà fino al 53% nel 2018, anche qui per effetto delle robuste pensioni retributive, per poi scendere fino al 43% nel 2037.

Come per gli altri fondi, le medie nascondo situazioni diverse.

Se si considerano per esempio le sole pensioni di anzianità, che sono le più ricche, il grado di copertura varia dal 73% attuale al 62% del 2037.

Passando ai conti, dalle proiezioni di bilancio «emerge un quadro molto sconfortante», dice la relazione dell’Inps.

«La situazione patrimoniale della gestione peggiora di oltre 24 volte nel corso dei trenta anni considerati (nel 2037 il disavanzo sarà di 334 miliardi, ndr.).

Il risultato economico passa da una perdita di poco più di 3 miliardi e mezzo fino a diventare quasi 5 volte maggiore nel 2037 (15,5 miliardi)».

Il disavanzo dei commercianti

La situazione è analoga a quella degli artigiani.

Il grado di copertura delle pensioni, che attualmente è del 46% in media (cioè considerando insieme le prestazioni di vecchiaia, anzianità, invalidità e reversibilità) salirà fino al 52% nel 2017 per poi scendere fino al 44% nel 2037: 21 mila euro contro 48 mila di reddito da lavoro.

Il peggioramento nel rapporto tra lavoratori attivi e pensionati, comune a tutti i fondi, si scaricherà pure sui conti di questa gestione, anche se bisogna ripetere che la situazione migliorerà per effetto, ancora non calcolato, della riforma dello scorso luglio che aumenta progressivamente l’età di pensionamento.

Le previsioni dell’Inps, al netto di questo effetto, dicono comunque che «lo squilibrio annuale tra entrate ed uscite della gestione appare destinato a crescere».

Il risultato d’esercizio passerà da un deficit di 841 milioni a uno di 8,7 miliardi nel 2037.

Di conseguenza lo stato patrimoniale andrà in rosso dal 2014 e peggiorerà fino a raggiungere 127,5 miliardi nel 2037.

Parasubordinati, pensioni da fame

È uno dei dossier più delicati.

Qui le stime dicono addirittura che nel 2037 la pensione media sarebbe pari al 14% della retribuzione.

Ma si tratta di un dato poco significativo, perché tiene insieme tutto.

Bisogna infatti considerare che nella gestione dei parasubordinati bastano 5 anni di contributi per maturare una pensione, fosse anche di pochi euro al mese.

Si tratta cioè di un calcolo teorico che non distingue tra contribuenti esclusivi e chi ha un lavoro ma versa anche in questa gestione per consulenze o prestazioni accessorie alla sua occupazione principale.

Insomma, per farsi un’idea di quale sarà la pensione di un precario tipo, uno che cambia più volte lavoro con numerosi intervalli di disoccupazione, meglio rifarsi ai vari centri di ricerca che stimano un grado di copertura fra il 36 e il 50-55%.

Molto più interessante, invece, la parte sui conti.

Nato nel ’96, il fondo per i lavoratori atipici è vissuto finora e lo farà ancora a lungo quasi esclusivamente delle entrate contributive.

Solo dal 2031 verranno pagate pensioni con 35 anni di contributi.

Per questo la gestione vede attivi crescenti.

Quello d’esercizio dagli attuali 8 ai 17,6 miliardi del 2037 mentre quello patrimoniale salirà fino a 438 miliardi.

Questi attivi sosterranno ancora a lungo i conti Inps.

Anche se, si sottolinea, «la dinamica dei saldi, per quanto cospicui e in sistematica crescita, non è mai sufficiente ad assorbire l’enorme deficit creato dalle tre gestioni speciali dei lavoratori autonomi»: artigiani, commercianti e coltivatori diretti.

Sarà sufficiente l’ultima stretta? La domanda viene spontanea leggendo i dati complessivi.

Il bilancio dell’insieme delle gestioni Inps andrà in rosso dal 2015 per 41 milioni, che saliranno a 2,5 miliardi nel 2017, dove si fermano queste stime.

Il patrimonio netto resterà in attivo per una quarantina di miliardi all’anno fino al 2017 grazie all’avanzo di 200 miliardi l’anno delle prestazioni temporanee e di altri 130 miliardi della gestione parasubordinati.

Ma dopo? Si spera nella riforma dello scorso luglio.

Già nel 2017 i primi effetti.

In pensione di vecchiaia, stima l’Inps, si andrà allora a 66,3 mesi (61,3 le donne) e di anzianità a 62,3.

Nel 2037 le età saranno salite rispettivamente a 68,6 e 64,6.

E nel 2050 ci si avvicinerà ai 70 anni.

Forse era inevitabile.

Ma resta il problema di come alzare l’importo delle pensioni.

Tratto da http://www.corriere.it/

Debito pubblico: Quei ridicoli difensori dei consumatori!

18 dicembre 2010

Articolo di Matteo Corsini

Il nuovo record del debito pubblico a ottobre, che secondo i dati della Banca d’Italia, si è attestato a 1.867,398 miliardi di euro, contro i 1.844,817 miliardi di settembre e i 1.804,541 miliardi di un anno prima, con un aumento di 22,6 miliardi rispetto al mese precedente, equivale ad un gravame di 31.123 euro per ognuno dei 60 milioni di abitanti, 88.923 euro a carico di ognuna delle 21 milioni di famiglie.

In un anno, dall’ottobre 2009 all’ottobre 2010, il debito è aumentato di 62,857 miliardi di euro, oltre due finanziarie (oggi leggi di stabilità), al ritmo di 87,25 euro al mese, 1.047 euro l’anno per ognuno dei 60 milioni di abitanti, senza che il Governo si sia posto una politica economica per una sua riduzione… il governo abbia il coraggio di tagliare le spese ed i costi della politica, una patrimoniale progressiva sui redditi oltre i 2 milioni di euro, una politica di dismissioni di oro e riserve di Bankitalia, come hanno fatto tutti i paesi aderenti all’area euro.” (E. Lannutti, R. Trefiletti)

Elio Lannutti e Rosario Trefiletti, presidenti rispettivamente di Adusbef e Federconsumatori, snocciolano alcuni numeri relativamente al peso del debito pubblico sui cittadini.

L’italiano è quello che è (sempre che non vi siano stati refusi da parte dell’Ansa, da cui ho tratto le parole di Lannutti e Trefiletti), ma i concetti sono chiari.

E, quando si viene al dunque delle proposte per ridurre il debito, anche deprimenti.
Per inciso, Lannutti è anche senatore dell’Italia dei Valori, partito che finora si è segnalato per un antiberlusconismo duro e puro, che tuttavia non parrebbe animato dalla mancata riduzione del debito pubblico da parte dei governi guidati dal Cavaliere.

Ma, si sa, ognuno ha le sue priorità (politiche).
Sul taglio delle spese e dei costi della politica penso sarebbe d’accordo ogni tax payer e, a parole, anche molti esponenti politici di diversi schieramenti lo sono.

Peccato, però, che quando si tratta di passare ai fatti, quegli stessi parlamentari lascino da parte i buoni propositi da comizio e, non di rado, trovino accordi trasversali per incrementare, anziché ridurre, i costi della politica.

La legge sui rimborsi elettorali è uno solo dei tanti esempi che si potrebbero fare.

Credo, peraltro, che solo con una massiccia dose di ingenuità ci si potrebbe meravigliare di queste cose.
Quanto alle altre proposte, a me fanno cadere le braccia (per non ricorrere a metafore volgari non meno pertinenti).

Da un lato, una non meglio precisata imposta patrimoniale sui redditi oltre i 2 milioni.

Cosa alquanto bizzarra, perché patrimonio e reddito – lo dico a beneficio dei proponenti questo ipotetico balzello – non sono la stessa cosa.

Ma tant’è: evidentemente per Lannutti e Trefiletti l’importante è far capire che bisogna accanirsi contro chi è reo di percepire quei redditi.
Come se ciò non bastasse, i due paladini dei consumatori propongono anche di dismettere le riserve di oro della Banca d’Italia.

Al di là del fatto che la Banca d’Italia fa parte del sistema Europeo di Banche Centrali e che la Bce con ogni probabilità si opporrebbe a un provvedimento lesivo della sua (formale) autonomia (così come avvenne quando si discuteva l’introduzione di una tassazione sulle plusvalenze accumulate sull’oro), non avrebbe un gran senso vendere le riserve auree per ridurre il debito.

Sarebbe come bruciare la casa per vendere la cenere.

La riduzione del debito, dato il contesto italiano, può basarsi solo su tagli strutturali di spesa.

Contrariamente al mainstream politicamente corretto, credo che non sia il caso di andare troppo per il sottile nello stabilire cosa tagliare, altrimenti non si comincia mai e non si incide veramente sull’enorme massa autoalimentantesi del debito.

Al tempo stesso, invece dell’oro bisognerebbe dismettere quei tanti beni demaniali che subiscono l’usura del tempo, producono ingenti costi di gestione e nessun introito.

Non ci sarebbe che l’imbarazzo della scelta.

Basta volerlo.

Ed è per questo che nessun governo lo farà mai.

Tratto da http://www.movimentolibertario.it

Il cenone della politica italiana…

15 dicembre 2010

http://www.awesomebackgrounds.com/templates/by-default-logo.GIFPresumo che quasi tutti coloro i quali hanno deciso di iniziare a leggere questo articolo si aspettino un mio giudizio politico circa quanto venutosi a realizzare ieri pomeriggio tra Camera e Senato circa la rinnovata fiducia al governo Berlusconi….

Come però avrete capito se mi seguite da tempo, le vicende degli ultimi mesi che stanno tediando l’esecutivo e parte dell’opinione pubblica italiana oltre ad essere preventivate da tempo, sono anche di scarso mio interesse ed esulano da qualsiasi particolare analisi supplementare a fronte non solo di una situazione tecnicamente statica ma anche priva di ogni possibile contenuto di sostanza inerente la natura identitaria di questo sito web.

Tali notizie pettegole dai palazzi romani oltre a non essere delle notizie intellettualmente utili e intelligenti non sono neppure stimolanti per essere presentate a voi lettori, nè presumo siano necessari ulteriori miei giudizi puntualmente e oggettivamente esternati più volte e in più occasioni per persuadervi a diffidare di tale pseudodestra (in tutti i suoi partiti costituenti o facenti riferimento a tale presunta collocazione nominale d’area) e ai suoi grotteschi esiti politicanti.

Volendo essere originali ben sapendo che in giro sul web non mancheranno raffinate e seducenti analisi politologiche su tali sceneggiate analizzerò invece un problema focale che dovrebbe preoccuparci tutti quanti.

Un problema che tende ad essere correlato agli eventi che da mesi non solo da ieri si stanno ripetendo fuori e dentro ai palazzi della politica.

La vera notizia del giorno non è certo la pagliacciata della fiducia con stampellatori gentilmente offerti dalle opposizioni politiche parlamentari per far durare ancora per un pò lo show del teatrino.

Non è nemmeno l’assalto di squadre di questuanti facinorosi del socialismo reale no global sinistrato e dei centri sociali nel centro di Roma, i quali hanno dato prova di sè, della loro “cultura sociale” come atto pratico per le strade dell’Urbe.

D’altronde quel che è accaduto in piazza si era già ripetuto anche nelle private proprietà di Giorgio Fidenato e nella sede di Agricoltori Federati di Pordenone quest’estate con somma gioia di noti politici italiani di maggioranza e d’opposizione che invocavano il ripristino di una insana “legalità” e il compiacente benestare di parte della stampa mainstream (paradossalmente ma non a caso di “centrodestra”) nello sminuire e banalizzare questi criminali minaccie ai diritti naturali degli individui anche in merito alla questione degli OGM.

La guerriglia di ieri non è altro che il proseguo degli attacchi di Pordenone o delle rivolte violente studentesche di qualche settimana fa, sono solo l’escalation ideologica importata nella Capitale contro le altrui proprietà private di onesti e laboriosi cittadini romani verso i quali tutti i politici mainstream non hanno speso neppure una parola di solidarietà o di vicinanza, intenti com’erano solamente a condannare retoricamente e allontanare da sè i soliti scomodi sospetti nei confronti di tali facinorosi con falce e martello e bandiere rosse; elogiando al contempo l’ennesimo poco tempestivo intervento delle forze di pubblica sicurezza.

Fanno senza dubbio impressione l’ingente schieramento di reparti (impreparati) della polizia a difesa del Palazzo mentre in via del Corso e in Piazza del Popolo i nazicomunisti sfasciavano bar e vetrine, distruggevano bancomat e bruciavano automobili il tutto senza che la polizia riuscisse a difendere la proprietà privata dei romani, catapultati assieme agli occasionali turisti improvvisamente in una sorta di Repubblica delle Banane tropicale.

Certo sarà dura spiegare che la situazione è sottocontrollo con immagini in mondovisione su tutte le tv internazionali degli scontri in parlamento a seguito della votazione e di quelli fuori da esso tra polizia e black bloc, specie ai potenziali turisti stranieri (che certo diserteranno la prossima estate romana e presumibilmente l’Italia) gli investitori e gli imprenditori stranieri ma anche i titolari-proprietari del nostro debito pubblico italiano.

Perchè il vero problema che dobbbiamo trattare anche in questa occasione è il debito pubblico dello Stato italiano alla vigilia della sosta invernale.

La metafora del cenone nel titolo non è solo in virtù del sopraggiungere delle festività ma la conseguenza del delirio generale prolungato di cui tale attuale Casta politica italiana è direttamente responsabile.

Ebbene questa ha deciso di “regalare” a noi tutti italiani in vista delle feste, nel più assordante silenzio da parte dei zelanti media italici la seguente notizia: un ennesimo cenone di fine anno.

Ovviamente a spese di tutti noi.

Di fatto un balzo in avanti di tipo socialisto-keynesiano verso il default del debito pubblico.

L’orologio del debito pubblico ha già superato i 1.867 miliardi di euro con un aumento di quasi +23 miliardi di euro solo nel mese di ottobre rispetto a settembre di quest’anno (e in aumento rispetto al suo dato antecedente).

Con +63 miliardi di euro spesi nei confronti del dato preso lo stesso mese del 2009.

Queste sono le cifre spaventose che dovrebbero preoccupare, rendere furiosi e insonni gli italiani altro che le cialtronate di Palazzo sul destino politico di Berlusconi o sull’uso o abuso dei poteri del presidente della Camera in chiave politica!.

Questi sono i soldi che dovremmo presumibilmente ri-tirare fuori nuovamente dai portafogli a breve (si parla già di una nuova manovra finanziaria speciale nel primo trimestre del 2011) per rientrare dalle spese folli che questo governo sta operando senza neppur aver ricevuto un riscontro della loro utilità o necessità pubblica!.

Altro che proteste di studenti asini o di orde di zombie rabbiosi del comunismo reale!.

Qui il governo spende e spande e ovviamente tartassa e tartasserà prossimamente ancora selvaggiamente i contribuenti italiani!.

Altro che Tremonti “”liberista”"!.

Altro che “Tremonti premier”!

Altro che “Italia al sicuro con i conti pubblici secondo BCE, Banca Mondiale e OCSE” (istituzioni dal futuro poco certo anche loro….)!.

Tremonti, Berlusconi, Fini e Bossi anche per conto dell’opposizione stanno continuando il saccheggio  dei vostri soldi, del frutto del vostro lavoro non solo per i voti in aula ma anzitutto per i rimborsi pubblici elettorali ai partiti e per il finanziamento di loro blocchi di potere corporativi rappresentati.

Intanto la pseudo-opposizione aiuta gentilmente Berlusconi nel suo mantenimento di mandato invocando come arma di distrazione di massa perlopiù ulteriori salassi e pseudoteorie economiche che neppure lo stesso Krugman (e parliamo dell’economista keynesiano più demenziale del pianeta!) oserebbe proferire.

Ieri sera in televisione da parte di una esponente politica dell’opposizione si è avuto il coraggio di rivendicare al contempo “l’incremento di spesa di 23 miliardi di euro e al contempo la mancanza di spesa pubblica con per giunta (fantomatici) tagli degli investimenti da parte di questo governo!”.

Vorremmo anche sapere da questa indaffarata “lavoratrice politicante” dove pensa siano andati a finire questi soldi estorti con il fisco agli italiani dato che misteriosamente sono evaporati al pari di quelli della 1° finanziaria del 2010 e al pari di quelli della 2° finanziaria approvata appena poche settimane fa a fondo perduto e senza un riscontro da parte dei cittadini?.

Credere che i crocerossini di governo utili per il supporto esterno all’esecutivo valgano così tanto sarebbe un insulto alla nostra intelligenza (e un complimento alla loro)!.

La realtà è che tali soldi sono stati spesi male o peggio intascati da tutti i politici di governo e opposizione al solo scopo di arricchire il loro ingente stipendio di prebende e di regalie natalizie da mettere sotto l’albero.

E i dati resi noti dalla Banca d’Italia lo stanno dimostrando anche in questa occasione in maniera chiara e inconfutabile, la spesa è reale come il socialismo craxiano di questo esecutivo e la mancanza di risultati è solo la conseguenza inevitabile di tale irrazionale quanto bislacca ideologia di governo.

Altre deliranti de-menti hanno ribadito in televisione il noto “”liberismo”" del governo Berlusconi o di Fini a seconda delle bande di appartenenza (ma vogliamo parlare della controriforma forense votata pure da quell’armata di anime prave malassortite dall’acronimo FLI oltre che dai berluscones e leghisti?), ma questi tentativi di propaganda pre-elettorale sono e restano fumo negli occhi a fronte dell’alleggerimento dei portafogli a fine mese da parte dei cittadini contribuenti.

La verità è che il debito pubblico è ormai fuori controllo!.

Lo ridiciamo dato che qualche mese fa non fummo creduti, lo ribadiamo dato che in pochi, (solo IBL, Chicagoblog e in vari articoli sul sito del Movimento Libertario oltre a qualche economista liberista lo affermano apertamente): il debito pubblico italiano è ormai fuori controllo!.

Di fatto ormai andiamo avanti con una finanziaria extra ogni tre mesi circa al solo scopo di nascondere un default ormai prossimo dall’essere diagnosticato sui mercati internazionali.

Il tutto illudendoci (e facendo illudere i contribuenti italiani) di poter evitare un balzo in avanti (comunque inevitabile) dei CDS e dello spread sul bund tedesco proprio a partire dall’indebitamento “”curativo”" proposto come soluzione placebo al sistema e al problema del debito.

Ma in questo Paese ormai con 1 piede e 1/2 nell’abisso non lo si è ancora capito!?.

Di certo non lo hanno capito nè lo possono capire quei ragazzi che anzichè studiare o informarsi sui siti giusti (visto che aspettarsi ciò dalla scuola pubblica o dalle facoltà universitarie di economia italiana è praticamente utopia) vanno in piazza a fare caroselli privi di alcun scopo o consapevole utilità personale anzitutto per il loro immediato futuro.

Non lo capisce certamente la feccia sociale cresciuta con il welfarismo e con l’ideologia dell’assistenzialismo totalitario dalla culla passando al posto fisso pubblico sino alla tomba (precoce).

Una visione mortifera, imbalsamata e alienante della società che certo è tipica di alcuni regimi dittatoriali del Sudamerica da loro esaltati ancor oggi nel XXI secolo e che certamente rivaleggia per idiozia e passatismo con la pratica politica di palazzo della politica istituzionale per populismo demagogico verso le masse (d’altronde provengono anche loro da quella dimensione narrativa avendo pure fatto carriera politica istituzionale nel frattempo…).

Non a caso non lo capisce nè lo vuole capire una classe politica italiana ridicola, cialtronesca in grado di fare discorsi privi di ogni qualsiasi contenuto minimo della cultura economica liberista dato il loro back-ground fermo a prima del lancio dello Sputnik in orbita.

A maggior ragione una pseudodestra che di fatto altro non è che una furbesca cricca di ex trombati social-comunisti la quale da 16 anni prende per i fondelli in primis i suoi elettori d’area spendendo a più non posso al pari se non addirittura più della sinistra ufficiale!.

Quel che è peggio è che lo sta facendo definendosi “destra”, di fatto lentamente ha neolinguisticamente cancellato ogni ragione identitaria, ogni issues nella sua agenda favorevole non solo alle libertà individuali ma anche a quelle economiche liberiste, libertarie e conservatrici fiscali!.

Di fatto viviamo in un regime da socialismo reale senza alternative politiche, con degli eletti privi di qualsiasi rappresentanza e legittimazione popolare (in quanto nominati e ora per giunta ricomprati dalle segreterie), con una opposizione capace da 16 anni solo di attuare nostalgiche forme di cerchiobottismo, con una ambigua tolleranza e accondiscendenza sempre verso forme eversive di collettivismo violento (anch’esse intente ovviamente a santificare lo Status quo).

Una opposizione che legittima e fa le fortune di questo governo e che da sempre ha fatto quelle del suo premier in ogni occasione disponibile.

Qualcuno si aspettava che ieri succedesse davvero qualcosa ?.

Per di più non contenta del lavoro statalista messo alacremente in cantiere dalla “maggioranza”, l’opposizione rincara pure la dose non solo politica ma anche della demagogia sull’economia!.

Certamente i parassiti di ieri fuori e dentro al palazzo non lo denunceranno mai, non si opporranno mai a tale deriva anzi forse sperano in ulteriori recrudescenze elettorali e di spesa pubblica senza precludere di soddisfare o venir incontro economicamente a simili ricatti con ulteriori richieste di assistenzialismo a mano armata!.

Quello di ieri nel centro di Roma a tutti i livelli è stata la dimostrazione del fallimento di un sistema politico-sociale basato su un programma culturale basato sul Welfare State, una agenda già oggi vigente in Italia e non ancora compresa nel suo pieno e manifesto fallimento da parte della piazza ignorante.

La teppaglia che hanno protestato violentemente non hanno compreso (dato il loro Q.I ridotto ai minimi sindacali a causa della lobotomia egalitaria alle loro facoltà cerebrali da tempo subita) che sono in prima battuta loro le duplici vittime e gli “utili idioti del sistema”.

Vittime di sè stesse e delle loro distopiche follie totalitarie e vittime di un sistema criminale chiamato socialismo e Stato italiano da loro rivendicato sincreticamente come panacea anzichè la più clamorosa dimostrazione di un fallimento nei suoi risultati concreti.

In Italia esiste da molto tempo un sistema socialista di tipo partitocratico, poco importa il loro numero, il colore o la forma di governo, questo sistema accentratore determina una redistribuzione pianificata centralmente che di fatto è solo un colossale spreco di risorse a beneficio personale dei soggetti in questione o delle corporazioni-interessi loro soci e amiche.

Data l’incapacità evidente del sistema centrale nell’adempiere all’ottimizzazione delle ingenti risorse, come Mises ben illustrò, più il sistema è centralizzato e pianificato per estensione più è inefficace di soddisfare adegutamente le esigenze dei singoli.

Ciò è inevitabile dato che in virtù della mancanza di informazioni circa le esigenze e le scelte marginali lo Stato non può che adoperare logiche collettiviste e di fatto imperfette e funzionali nei suoi risultati concreti.

In più la burocrazia e la P.A. non fanno altro che alimentare corruzione e sprechi di tale perverso meccanismo fallimentare a priori dato che lo Stato non ne può far a meno (fosse solo anche per esigenze occupazionali di ammortizzatore sociale) di un simile elefantiaco apparato gestionale.

Ora lo Stato italiano dopo una dinamica socialista reale in economia durata da più di 80 anni non-stop non ha più soldi, ha già raschiato da tempo il fondo del barile ed è priva di capacità di solvenza benchè si abbia un’altissima pressione fiscale sulle imprese e sugli individui e un alto tasso di esposizione nazionale con i creditori esteri.

Certo non esiste più una moneta nazionale ma non è certo svalutandola che le cose tornerebbero a loro posto (come il pessimo esempio degli Usa dimostrano nel frattempo con i quantitative easing….).

Lo Stato italiano non può trovare altro denaro perchè di fatto la sua spesa è notevolmente superiore a qualsiasi emissione di titoli di Stato o al taglieggiamento analitico promosso dalla Guardia di Finanza, dall’Agenzia delle Entrate o da Equitalia ai contribuenti.

Protestare per tale dato di fatto è oltrechè infantile, pure inutile.

E’ così, “il brutto del socialismo è quando i soldi finiscono” disse la Thatcher e noi lo stiamo iniziando a sperimentare sulla nostra pelle come cittadini.

Purtroppo in molti non hanno ancora capito le cause e le conseguenze di tutto ciò ma la cosa ancor più importante (e che dovrebbe far preoccupare) non hanno capito la soluzione per uscirne.

D’altronde come diceva Bastiat “lo Stato è quella grande finzione che fa credere a tutti di poter vivere semplicemente stando sulle spalle degli altri“, ebbene il meccanismo keynesiano è arrivato a mostrare le sue pecche, lo schema Ponzi sta per essere svelato in tutta la sua tragica verità a partire dai prossimi mesi.

Le rivolte violente che invocano più Stato e per conseguenza più repressione statalista sono fumo negli occhi del sistema parassitario a fronte delle vere questioni che invece bisogna porsi.

Non è dall’estremismo sinistrato che possono venire le giuste considerazioni che invece devono essere poste per il domani.

Tale guerriglia è solo un ottimo incentivo o scusante per promuovere a dosi ancor più elevate, pessime ricette e soluzioni inconcludenti, coercitive e irrisolutive da parte del Governo.

Altro che più spesa, più tasse e più debito!.

Qua sarebbe necessario in termini urgenti il suo opposto, un radicale taglio della spesa pubblica, delle tasse e finanche la nullificazione del debito pubblico statale!.

Anzichè inutili rivolte violente sono necessarie forme di disobbedienza civile estese e di rivolte fiscali nonviolente gandhiane verso un sistema leviatanico che di fatto è al momento autoreferente anche nel tipo di proteste inscenate nei palazzi oltrechè nelle piazze dai loro prediletti questuanti prolets (che certamente non sono araldi dell’anti-statalismo come invece alcuni commentatori politici hanno subito distopicamente scritto sui loro giornali).

Altro che lotta di classe marxista per il potere e la redistribuzione giustizialista sociale!.

Qua è necessaria una lotta di classe agorista per la difesa della proprietà privata e per la libera autonomia meritocratica degli individui.

Qua servirebbero una moltitudine di John Galt randiani pronti a protestare per le strade davanti a i palazzi della politica contro un Leviatano difeso diabolicamente sia dai parassiti con la loro autoreferente legalità e ritualità cortigiana che da passatisti squadristi con le spranghe!.

Qua in Italia serve una pacifica rivoluzione dei proprietari non un putsch di ulteriori feroci parassiti smaniosi di tiranneggiare sul popolo!.

Siamo verso la fine del 2010 lasciatemi aggiungere questo pensiero: il 2011 sarà un anno molto ma molto peggiore rispetto a quello attuale.

Non sono un mago ma penso che ormai lo abbiate capito anche voi come tutti gli indicatori nazionali e sovranazionali dimostrino che la situazione stia solo per peggiorare ulteriormente.

La situazione europea scricchiola, gli Usa attendono una iperinflazione a doppia cifra e certamente l’Italia raggiungerà presto l’analoga sorte di Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna.

Festeggiatelo, incorniciatelo e addobbatelo questo schifoso 2010 che ci stiamo lasciando alle spalle, perchè il 2011 sarà un anno ancor più orribile dove verseremo (si spera nel “”"migliore”"” dei casi) solo economicamente ulteriori lacrime e sangue.

La situazione non cambierà certo in meglio e questo non certo in funzione di ciò che combineranno i teatranti di palazzo prossimamente dopo la sosta natalizia.

La loro colpa in questa farsa tragica sta nella loro mera inutile presenza a priori, ciò che poi combinano è conseguena logica e inevitabile, il segno della malagestione ormai è evidente anche nei numeri (la matematica non è un’opinione), come pressione fiscale nei confronti dei contribuenti a vari livelli.

Di fatto loro stessi ormai sono arrivati a interpretare una funzione irrilevante e francamente imbarazzante che viene indolentemente recitata davanti a giornali e telecamere come reality show, una patetica forma di intrattenimento atta a nascondere la scomoda verità dei conti pubblici italiani prossimi al disastro.

Le riforme di libero mercato non solo non sono e non saranno mai in agenda ma non verrano e non potranno mai essere attuate in Parlamento a prescindere, in quanto non funzionali ai centri di potere e di spesa rappresentati dagli interessi dei partiti politici italiani.

Anche in Italia “la politica è il problema non la soluzione” a questa crisi economica e allo spettro del default che si sta sensibilmente materializzando.

Lo ripetiamo, la situazione a tali mestieranti della politica è di fatto già sfuggita dal loro controllo dal punto di vista economico prima ancora che politico da parecchio tempo.

Litigare per nome o per conto di tali personaggi come dei fanatici idolatri è quanto di più avvilente dato che il loro lento crepuscolo politico è solo la conseguenza del crepuscolo ben più veloce dell’Italia.

Poco importa di ciò che avverrà politicamente (se ci sarà un governo allargato, un governo tecnico o elezioni anticipate a marzo 2011) l’economia e le dinamiche del mercato finanziario non adoperano nè ottemperano a tali logiche poltroniere o da salotto e certo non sono convertibili con una semplice chiamata nel cuore della notte o con pochi voti (e poche idee) a disposizione sulle quali far leva….

L’economia è spietata con i maiali specie se orwelliani!.

E l’Italia con questo surplus di deficit da 23 miliardi di euro non fa che confermare un trend criminogeno ormai consolidato e inarrestabile che di fatto al di là della durata dell’esecutivo o della legislatura pone la futura bancarotta violenta del Paese come suo inevitabile (e palese) prossimo orizzonte degli eventi.

Italia: Ecco l’unico, vero bipolarismo!

15 dicembre 2010

Articolo di Leonardo Facco

Uno dei punti messi sotto accusa durante il dibattito alla Camera sulla fiducia a Berlusconi, riguarda la bontà, o meno, del bipolarismo affermatosi dall’entrata in politica del tycoon di Arcore, avvenuta nel lontano 1994.

E’ soprattutto Casini, o l’accozzaglia ex-democristiana che si riconosce in un fantomatico “terzo polo”, che ha esortato alla fine della spaccatura in due della politica italiana.
La domanda che anche noi libertari ci poniamo è dunque la seguente: “Esiste o no una contrapposizione bipolare in Italia”?
La risposta ci viene naturale: sì, esiste! Ma non si tratta di quella frammentazione trita e ritrita che tanto piace alla stampa dell’attuale regime – la quale insiste nel parlare di destre e sinistre e centri – bensì di ben altre contrapposizioni.
In primis, esiste la contrapposizione fra Nord e Sud della penisola.

E’ dal lontano 1861, ovvero dal maldestro tentativo di unificare lo stivale da parte di una patetica famiglia di regnanti, che Settentrione e Meridione si sono trasformati in due poli contrapposti, incapaci di attrarsi e interconnettersi.

L’integrazione forzata (che è tutt’altro che integrazione) ha trasformato il Mezzogiorno in una vasta area geografica assistita, il cui “Prodotto Interno Lordo” è quasi totalmente costituito da stipendi pubblici, assistenzialismo perverso, familismo amorale.
La diversità di cui sopra, però, trova sublimazione in ben altro bipolarismo, ovvero quello che contrappone chi pensa di vivere usando sani e legittimi “mezzi economici”, in contrapposizione a chi – al contrario – punta a vivere usando, o forse sarebbe meglio dire, sfruttando i più biechi ed immorali “mezzi politici”, che in ultima istanza si riverberano economicamente sulla spesa pubblica.
Una distinzione questa, lasciataci in eredità da Oppenheimer e ripresa da diversi studiosi coerentemente liberali.

Una dicotomia, quella di cui sopra, che coinvolge pure il senso ultimo della lotta di classe, che diversamente da quando ha teorizzato Marx (fonte degli scontri sociali più criminali della storia) va intesa in questi termini: “La vera lotta di classe non è capitale-lavoro, ma produttori (Nord)-parassiti(Sud), mercato (Nord)-Stato (Sud).

Tutta la storia è la storia di questa lotta di classe. In questo, l’economista de Molinari anticipa (in quel meraviglioso libro che è Le Serate di Rue Saint Lazare, Liberilibri) i fiumi di sangue del Novecento, intuendo che nello Stato di per sé si nasconde la larva del totalitarismo.

Sappiano, i compassati difensori dello status quo, che “Il socialismo – scriveva de Molinari – non è che un’esagerazione radicale, ma perfettamente logica, delle vostre leggi e dei vostri ragionamenti”.
Max Nordau ha rimarcato questo stesso concetto in un bellissimo libro curato da Alessandro Vitale ed intitolato Burocrati e parassiti, che possiamo riassumere così: “La burocratizzazione della vita civile, il parlamentarismo moderno e il parassitismo politico sono strettamente collegati e interdipendenti.

Nei Paesi “democratici” questi gravi problemi vengono occultati da finzioni e da formule di legittimazione del potere che impediscono di intravederne la realtà.

Si tratta invece di fenomeni esasperati dall’evoluzione stessa dello Stato moderno e che possono dare origine, nei casi più degenerativi di quella che Tocqueville definiva un’autentica malattia, a forme impressionanti di distruzione di risorse e di ricchezze prodotte, all’asservimento di intere popolazioni, al collasso di grandi aggregazioni politiche e di intere civiltà.

Il parassitismo in particolare, oggetto di studio espulso dalle scienze sociali e politiche per molto tempo, per Max Nordau era invece addirittura il “fenomeno-chiave” in grado di spiegare la storia universale.

Nello Stato contemporaneo e nelle sue forme welfariste e “sociali” esso trova la sua massima sistematizzazione e organizzazione, con punte allarmanti come nel caso italiano.

Di qui l’interesse di un’opera come quella di Nordau, che su questi temi presenta, oltre a un’evidente capacità di vedere oltre la sua epoca, convergenze interessanti con analisi di studiosi di tendenze culturali, scientifiche e di epoche molto diverse da quella nella quale è vissuto”.

Di tutto questo tipo di bipolarimo, ahinoi, i parassiti che dibattono se dare la fiducia o meno a Berlusconi non parlano quasi mai.

E se lo fanno è solo per evitare che il mercato li spazzi via una volta per tutte.

Non hanno capito, però, che rimarranno sotto le macerie di questo instabile paese, i cui scricchiolii riecheggiano in tutta Europa.

Tratto da http://www.movimentolibertario.it

Carlo Stagnaro: Intervento al Tea Party Parma

15 dicembre 2010

Tratto da http://www.teapartyitalia.it/

Fini, le tasse e Babbo Natale

15 dicembre 2010

Articolo di Matteo Corsini

“Chi crede che da qui a fine legislatura si possano calare le tasse, crede a Babbo Natale… Se è necessario in alcuni settori tagliamo anche 10 punti, ma in altri non si può non investire.” (G. Fini)

Secondo Gianfranco Fini, dunque, non esistono spazi per ridurre la pressione fiscale in Italia.

Lo afferma con la sicumera tipica di chi emette una sentenza senza alcuna prova a sostegno di ciò che dice.

E con lo stesso atteggiamento parla di “alcuni settori” nei quali si possono fare tagli, mentre “in altri non si può non investire”.
Con riferimento ai tagli, negli ultimi mesi a me risulta che Fini e i suoi seguaci abbiano parlato solo dell’abolizione delle province.

A me andrebbe benissimo, ma ho la sensazione che l’argomento sia fin qui servito più per stuzzicare la Lega che per reale convinzione che le province andrebbero abolite.

Vedremo, in futuro, come andranno le cose.

Province a parte, però, non ricordo di aver sentito altri esempi di costi da ridurre, fatta eccezione per i riferimenti ai gettonatissimi tagli agli sprechi, concetto tanto vago quanto inutile se privo di ulteriori specificazioni.
Né Fini risulta più convincente quando parla di settori nei quali “non si può non investire”.

Quali sarebbero questi settori e in base a quali verità oggettive sarebbe indispensabile spendere soldi pubblici in tali settori non viene specificato dal presidente della Camera.
Certamente se l’approccio è questo – ed è un approccio comune a una moltitudine di esponenti politici appartenenti a tutti gli schieramenti – non stupisce che si ritenga impossibile la riduzione delle tasse.

È evidente che la situazione del bilancio pubblico italiano non consente una riduzione delle entrate, se ciò deve significare peggiorare il deficit.

Ma dovrebbe essere altrettanto evidente che l’economia italiana continuerà ad avere una crescita impalpabile se tasse e burocrazia (che sono sempre in coppia) non verranno drasticamente ridimensionate.
Dal 1992 in poi, ogni tentativo di ridurre il rapporto tra debito e Pil è stato effettuato agendo prevalentemente dal lato delle entrate, senza mai ridurre le uscite.

Il fatto è che in Italia il debito pubblico dovrebbe essere ridotto in valore assoluto e non solo in rapporto al Pil, perché al livello raggiunto ormai venti anni fa bastano una recessione o un aumento dei tassi di interesse, anche non enormi, per renderlo insostenibile.

Per questo è indispensabile tagliare la spesa e alienare pezzi di demanio che generano costi e nessuna utilità, uscendo dal pregiudizio statalista per il quale il pubblico opera per il bene di tutti e il privato o è delinquente o specula ai danni dei meno abbienti. Invece si è preferito puntare ad avere un saldo primario (ossia la differenza tra entrate e uscite al netto degli interessi passivi sul debito) positivo senza comprimere le uscite, restando costantemente esposti ai rischi poc’anzi accennati.

Come stupirsi, adesso, se il debito continua a crescere in valore assoluto e il rapporto tra debito e Pil ha ripreso ad aumentare?
Il fatto è che ridurre la spesa pubblica, anche se non lo ammetteranno mai esplicitamente, significa per i politici intaccare ampie fasce di consenso elettorale e ridurre il perimetro nel quale esercitare il potere.

Attività quali procurare posti di lavoro e consulenze inutili, oppure concedere finanziamenti pubblici ad attività prive di una domanda di mercato, consentono di vestire i panni di Babbo Natale.

Ovviamente con i soldi degli altri.
E allora c’è un punto sul quale voglio concordare con Fini: perché credere a Babbo Natale?

Tratto da http://www.movimentolibertario.it/

Bunga Bunga Bonds

15 dicembre 2010

Articolo di Silvano Fait

A giudicare dalle apparenze l’Italia sembra un paese dove c’è ancora tanto grasso che cola: sindacalisti pignoli disposti allo sciopero quando il management rimodula i turni di lavoro, studenti che invocano più soldi alla scuola occupando strade e ferrovie con sommo disagio da parte dei pendolari e senza particolare opposizione da parte delle forze dell’ordine (le quali ovviamente sono “fasciste” per definizione, nonostante una blanda impassibilità nei confronti di chi interrompe pubblici servizi e viola la proprietà privata), politici indecisi se far cadere o far tentennare il governo, andare a nuove elezioni o coagulare nuove coalizioni.

Del resto, come diceva Chuck Prince, l’ex CEO di Citibank, “As long as the music plays you have to get up and dance, and the music is still playing…” (una citazione che da sola spiega meglio di cento paper il moral hazard e la socializzazione delle perdite).

I mercati però devono aver cominciato a gettare un occhio oltre i festini di capodanno, se lo spread BTP–Bund è arrivato a superare i 200 basis point per la prima volta dal 1997.

In primavera, la Spagna dovrà rifinanziarsi pesantemente e nel corso del 2011 la Repubblica Italiana dovrà chiedere, cappello alla mano, oltre 300 miliardi di euro.

Se proprio non vogliamo farci andare a traverso il panettone stiamo pure zitti, ma senza una bella botta di fortuna sarà necessaria l’ennesima manovra correttiva.

Abbonderanno le proposte demagogiche, del tipo: facciamo pagare “la rendita”, aumentiamo l’aliquota sui profitti finanziari.

Diciamo le cose come stanno: soltanto uno stolto può pensare che incrementare le tasse sugli interessi sia la cosa giusta da farsi.

L’unico margine di manovra che attualmente rimane all’Italia è l’elevato livello di risparmio domestico, e chiedere in prestito soldi ai cittadini prospettandogli un aumento di imposta (ovvero una riduzione del rendimento netto) è semplicemente “tafazziano”.

I capitali esteri, da che mondo è mondo, sono più volatili e una politica monetaria estremamente accomodante ha ridotto il costo della speculazione a livelli infimi.

Praticamente nulli, visto che è possibile andare in leva allo zero virgola qualcosa e vendere CDS su debiti sovrani con la garanzia che Trichet interverrà a sostegno.

Sarebbe quindi cosa buona e giusta evitare di creare un clima che ingeneri aspettative fortemente negative, non dico nelle menti di crudeli squali che nuotano nel mercato (i quali sono poco inclini a credere ai politici), ma nei risparmiatori domestici, a partire dal più scafato degli imprenditori fino a includere la nonnina novantenne.

La quale avrà pure la quinta elementare (e non il titolo di “dottò” come i precari aspiranti burocrati) e conoscerà soltanto le quattro operazioni, ma ne ha viste abbastanza da aver sviluppato il fiuto necessario che le consente di sentire quel certo odor di letame attorno allo stato delle finanze pubbliche e dell’economia che spinge gli individui a favorire la prudenza e a preoccuparsi delle proprie sorti a breve termine e poco più.

Paradossi dei keynesianimo mili–tonto: andare in piazza chiedendo deficit spending a colpi di sanpietrini riduce gli “animal spirits” e aumenta la “preferenza per la liquidità” …

Intanto l’Unione Europea con l’ausilio dell’IMF ha già predisposto l’ennesimo piano sposta-sfiga. Dall’Irlanda al prossimo dei PIIGS (è riapparsa una “I”).

Vi è anche qualche probabilità che i suddetti si trasformino e diventino “BI–PIGS” o “PI–BIGS” visto l’esaltate andamento dei titoli di Stato belgi.

In ogni caso, se le cose dovessero peggiorare e l’unione monetaria dovesse tendere al collasso, per i nostalgici della lira verranno predisposte delle speciali emissioni di Bunga Bunga Bonds (rating BBB ovviamente…) che consentiranno una transizione indolore, un rilancio dell’export grazie al nuovo cambio svalutato, e l’ampliamento delle prestazioni sociali.

I ricercatori del nulla che avanza sono invitati a scendere dai tetti e a sollevare le terga dai binari per prenotare un posto da sottoscrittore in prima fila alle Poste.

Tratto da http://www.chicago-blog.it

Crisi: l’Italia rotola sempre più giù

15 dicembre 2010

Tra le grandi economie, il nostro Paese è il fanalino di coda.

Articolo di Pietro Salvato

Nel 2010, dopo i primi due trimestri che avevano segnato un certo rafforzamento delle ripresa economica su scala globale, le rilevazioni macroeconomiche dell’ultimo trimestre inducono a pensare ad un rallentamento dell’attività produttiva nei paesi più industrializzati, a riprova di quanto sia fragile e dall’andamento incerto l’uscita dalle crisi economica esplosa a cavallo del primo e secondo trimestre del 2008.

Se i paesi emergenti, Cina ed India su tutti, proseguono la loro espansione economica a ritmi sostenuti, così non si può dire per i paesi più avanzati dell’Occidente.

Secondo gli esperti, esistono almeno 5 criticità comuni che spiegano questo procedere col freno a mano tirato. In particolare,  la fine della stagione degli incentivi fiscali; l’esaurirsi del ciclo delle scorte, la debolezza del mercato immobiliare; la fase di “deleveraging”, ossia la riduzione della leva finanziaria di banche e famiglie, ed infine la fragilità dei diversimercati del lavoro.

Se dal piano globale ci spostiamo a quello particolare del nostro Paese, scopriamo che le cose, se possibile, stanno messe pure peggio.

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L’ITALIA CHE ARRANCA NELLA CRISI –  il PIL italiano nel 1° trimestre del 2010, è cresciuto dello 0,4%, mentre nel secondo ha fatto registrare un aumento dello 0,5% con l’1,3% tendenziale.

Tra le grandi economie, l’Italia è il fanalino di coda.

Come se non bastasse, gli ultimi dati segnalano anche nel nostro paese un ulteriore rallentamento della nostra economia.

Inoltre, i dati di macroeconomici disponibili rappresentano abbastanza plasticamente come la nostra economia cresca a ritmi decisamente più  bassi rispetto ai nostri competitors della Zona euro, rendendo evidente come l’Italia non sia stata in grado di agganciare la pur flebile ripresa, spirata sul continente nei primi due trimestri.

Se osserviamo la Tabella 1 in figura (Fonte Nens)  per i passati sei trimestri la crescita del PIL reale è stata complessivamente pari all’1,6% per la UE27, all’1,8% per la UE1 dell’1,7% pere l’Europa a 12.

Quindi sempre più alta del dato italiano.

Secondo l’economista Carmelo Pierpaolo Parello “La lentezza dell’economia italiana rispetto alla media europea rappresenta un fattore di preoccupazione per la crescita di medio/lungo periodo per almeno due motivi.

Primo, la crescita conseguita per il 2010 è la più bassa dell’area euro ad eccezione dei tre paesi dell’eurozona ancora in recessione.

Secondo, il lento ritmo di sviluppo del nostro PIL rischia di allungare nel tempo il processo di recupero del reddito nazionale andato perduto a causa della crisi”.

Quest’ultimo aspetto, peraltro, rischia di aggravarsi se consideriamo che pure le economie del resto del vecchio continente appaiono nell’ultimo trimestre in frenata.

IL BUNGA, BUNGA DELL’ECONOMIA - Se disaggreghiamo il dato della nostra crescita in base alle  arie componenti della domanda, si può evidenziare come la fase di ripresa degli ultimi due trimestri sia dipesa per lo più dall’attività di ricomposizione delle scorte e dalla vivacità della domanda estera netta.

Diversamente dagli altri paesi dell’eurozona, la crescita del PIL italiano nei passati due trimestri ha invece risentito del basso contributo offerto dai consumi interni.

Sempre secondo Parello “Alla formazione di questo dato hanno contribuito sia l’apatia della spesa delle famiglie residenti, rimasta pressoché stazionaria ai livelli del terzo trimestre del 2009, sia la contrazione della spesa della Pubblica Amministrazione dovuta al piano ai tagli predisposti dal governo”.

Inoltre, i bassi consumi delle famiglie sono in parte riconducibili anche alla debolezza del mercato del lavoro.

Se stiamo solo al dato ufficiale dell’Istat (che non tiene conto dei cassaintegrati e degli “scoraggiati”), nell’ultimo anno il tasso di disoccupazione è cresciuto dell’1%.

Se teniamo conto del dato della cosiddetta “disoccupazione reale”, quel dato che il ministro Sacconi definisce “esoterico”, il tasso annuo schizza dal 8,5% al 13%.

Secondo un’analisi del Nens “Le incertezze riguardo le condizioni future dell’occupazione hanno indotto le famiglie italiane a riformulare i propri piani di consumo e ad aumentare di 0,3 punti percentuali la propria propensione al risparmio (oggi vicina al 12,7%)”.

AGGRAPPIAMOCI ALL’EXPORT… – Un’altra importante spia d’allarme è il calo di quasi 3 punti percentuali (2,8%)  su base annua dei cosiddetti “beni di consumo durevole”, calo avvenuto nonostante il pacchetto di incentivi fiscali – in vero modesto – con cui il governo ha provato a stimolare gli acquisti.

A tenerci a galla è stato solo un aumento delle nostre esportazioni, specie nel settore manifatturiero dei macchinari.

Ad aiutare le nostre esportazioni è anche arrivato il tanto inatteso quanto momentaneo indebolimento dell’euro, dovuto all’acuirsi della crisi dei debito sovrani di alcune economie periferiche – i cosiddetti PIGS (con due “I” se consideriamo il nostro Paese).

Insieme alle esportazioni, anche le importazioni hanno subito un repentino incremento.

Tuttavia, lo spread tra import ed export, il cosiddetto export netto, ha continuato ad allargarsi.

Al netto dell’energia, il saldo commerciale mostra un andamento al ribasso, tanto che non riusciamo a tenere il passo con Germania e Francia, che pure non se la passano bene.

Tratto da http://www.giornalettismo.com

Ron Paul Defends Wikileaks: Don’t Kill the Messenger. Stop Lying to the People!

11 dicembre 2010

Pannella: Wikileaks, nelle prossime ore pubblicheremo anche noi i contenuti sotto attacco

11 dicembre 2010

Dichiarazione di Marco Pannella, a nome del Partito radicale, nonviolento, transnazionale e transpartito

A seguito degli attacchi che si stanno moltiplicando contro il sito Wikileaks, i suoi contenuti, i suoi finanziamenti e il suo fondatore, il Partito radicale, con la collaborazione di Radicali italiani e di Agorà digitale, ha deciso di raccogliere l’appello di Wikileaks a ripubblicare il materiale sotto attacco.

I tecnici del Partito radicale sono già al lavoro per caricare le pagine con i documenti digitali sui siti della galassia radicale.

Il Partito radicale è attivo alle Nazioni unite e ovunque nel mondo, per l’affermazione concreta del diritto alla libertà di informazione e conoscenza come parte integrante dei diritti umani fondamentali.

Insieme agli altri soggetti della galassia radicale, il Partito è impegnato per la pubblicità di informazioni istituzionali ad ogni livello (in particolare la campagna di Radicali italiani per l’Anagrafe pubblica degli eletti e quella di pubblicazione dei conti della Camera dei Deputati) che spesso rimangono immotivatamente inaccessibili e segrete per l’opinione pubblica.

Nonostante esistano differenze tra l’impostazione di Wikileaks e la nostra, riteniamo che non solo sia da garantire la libertà di stampa e di informazione, ma che Wikileaks contribuisca positivamente alla riforma di pratiche politiche quantomeno opache, o di vera e propria “doppia verità”, nell’esercizio del potere anche nelle cosiddette “democrazie”, che sempre più corrispondenti a “democrazie reali” quanto il “socialismo reale” corrispondeva agli ideali comunisti.

Un esempio per tutti: la menzogna internazionale usata da Bush, Blair e Berlusconi per impedire la pace possibile in Iraq attraverso l’esilio di Saddam.

Tratto da http://www.radicalparty.org

WikiLeaks: the correct response is not anger, but openness

11 dicembre 2010

Article by Daniel Hannan

The great W F Deedes once told me that the definition of a Tory was someone who could see a case against Freedom of Information Acts.

It was at that moment that I realised that my transition from Tory to Whig was complete.

The authorities have reacted to the Wikileaks revelations by getting angry: blaming the leakers, blaming Julian Assange, even calling for him to be assassinated.

Their irritation is understandable, but it won’t get them anywhere.

No electronic communications are safe anymore. We all have to accommodate ourselves to that idea.

This is not to exculpate those who, in defiance of their contracts, disclose private information. But the free circulation of data cannot be halted by the freezing of bank accounts or the threat of prosecution.

As Hillary Clinton herself put it earlier this year: “Information has never been so free.

Even in authoritarian countries, information networks are helping people discover new facts and making governments more accountable.”

I’m reminded of the way MPs initially responded to the publication of their expenses in this newspaper.

In the early days, they stormed and raged about the abuse of process when, in retrospect, it seems clear that what they should have done was publish all the information themselves, rather than allowing it to dribble out claim by excruciating claim.

There are one or two very specific areas where governments need to act in secret, but most of what has been leaked falls into the Pretty Bloody Obvious category.

The only reason it is of interest is that it was classified.

The days of official secrecy are over; they have been displaced by technological change.

Get used to it.

Daniel Hannan is a writer and journalist, and has been Conservative MEP for South East England since 1999. He speaks French and Spanish and loves Europe, but believes that the European Union is making its constituent nations poorer, less democratic and less free.

Tratto da http://blogs.telegraph.co.uk

1984 by Orwell is now: “If the deceit is universal, telling the truth becomes an act revolutionary”.

11 dicembre 2010

WikiLeaks e la libertà, oggi

11 dicembre 2010

Articolo di Luca Mazzone

Lo stato delle cose, mentre scrivo, è il seguente: Assange si è consegnato alle autorità di Scotland Yard, mentre emergono i dettagli della sua incriminazione svedese e si levano grida di giubilo dalle cancellerie internazionali.

Il fondatore di Wikileaks è accusato di aver avuto rapporti sessuali non protetti e di non aver acconsentito ad effettuare il test di positività per malattie sessualmente trasmissibili: come si capisce immediatamente, il fatto che più di 170 paesi abbiano emesso un mandato di cattura per un fatto del genere non fa che confermare la pretestuosità dell’accusa.

Per essere precisi, l’accusa è tanto più evidentemente pretestuosa quanto più si vuole render chiaro il principio per cui i governi possono limitare la libertà individuale in modo arbitrario, usando le leggi come clave per i propri scopi.

L’atto è così evidentemente deliberato che la quasi totalità della stampa internazionale ne rimarca le caratteristiche, talvolta con l’ironia di chi sa già dove si vuole andare a parare.

Eppure, lo sdegno popolare sembra indirizzarsi altrove, e gli stessi giornali che denunciano la manipolazione sembrano astenersi dal giudicare nel merito l’intenzione dei governi, in prima fila quello americano, di mettere a tacere questo scomodo divulgatore di notizie riservate.

Tanta timidezza è dovuta al fatto che gli stessi giornali che ieri protestavano contro il bavaglio oggi riconoscono che l’etica professionale del giornalista può richiedere spesso un’autocensura – fino al limite estremo di accettare un atto di forza censorio e richiedere un limite internazionale alla libertà di informare? Non credo.

Anche i giornalisti più sprovveduti sanno che la libertà di stampa non è una cosa che, al netto della diffamazione, è possibile circoscrivere senza avere effetti ben peggiori della piena libertà: se la libertà genera giornalisti parziali, la censura fa diventare l’informazione molto simile alla propaganda.

Questo è il motivo per cui la legge non pone, in genere, limiti di merito rispetto alle notizie pubblicabili, posto non siano basate su ricostruzioni tendenziose o informazioni false.

Il principio di Wikileaks, in fondo, è molto banale: in democrazia si suppone che i cittadini siano perfettamente informati al fine di effettuare delle scelte politiche – votare, militare, fare campagne sono decisioni che si prendono in base alle informazioni disponibili.

Oggi, i governi hanno gli strumenti per prendere moltissime decisioni tenendone all’oscuro gli elettori, e questo non deriva dallo stato della tecnologia ma dalla complessità nella quale siamo immersi, che rende complicabili fino all’incomprensibilità le decisioni più importanti.

Ha a che fare con la tecnologia, invece, il fatto che i cittadini vivano in “case di vetro”, totalmente trasparenti agli occhi dell’autorità sovraordinata.

La relativa libertà di mezzi e diffusione offerta da Internet permette di rovesciare di un poco i rapporti di forza, senza risolvere il problema della complessità dovuto alla proliferazione di analisi di cui il web è generatore; si tratta di un contributo prezioso, però, perché non vengono diffuse voci di corridoio, analisi su dati disponibili o visioni paranoiche, ma documenti ufficiali, portatori di un messaggio incontrovertibile.

E’ quindi il caso di chiedersi, ancora una volta, il motivo di una reazione tiepida di fronte al noto stupro (questo sì) di legalità perpetrato dai governi di mezzo mondo per mano delle Corti svedesi.

E’ una conseguenza ovvia a generare una prima perplessità, ossia gli effetti di breve periodo: a fronte di scandali e rivelazioni, è possibile che molti governi democraticamente eletti traballino.

Pare però che valga una congiura del silenzio contro i documenti provenienti da Wikileaks, per cui le opposizioni rinunciano ad approfittarne, evidentemente privilegiando la “ragion di Stato”.

Quella ragion di Stato che ogni liberale dovrebbe considerare subordinata ai diritti individuali, e qui ancora non è sorprendente il fatto che in Italia solo i Radicali e il Movimento Libertario sembrano voler difendere Assange.

Mi è stata suggerita un’interpretazione alternativa, che ripropongo perché mi sembra abbastanza valida.

Una buona spiegazione di tanta accondiscendenza è figlia della guerra al terrorismo.

Negli anni immediatamente successivi all’Undici Settembre molti occidentali hanno acconsentito a una limitazione delle libertà individuali spaventosa (si ricordi il Patriot Act) per rispondere alla richiesta di “maggiore sicurezza”.

Ancora oggi, la paura del terrorismo internazionale sembra essere lo spauracchio utilizzato dai governi nella grande battaglia del ventunesimo secolo: quella che, sullo sfondo dei grandi cambiamenti tecnologici nei quali stiamo vivendo, finirà per costruire una Big Society orizzontale, veramente democratica e aperta, o un Big Government orwelliano, che potrà avvalersi di strumenti di controllo e repressione mai conosciuti prima, e nel quale l’esilio non sarà più una soluzione praticabile per i dissidenti.

A voi, cari lettori, la scelta.

Tratto da http://www.thefrontpage.it/


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