Archivio per ottobre 2010
Happy Halloween!
31 ottobre 20102 Novembre Usa Midterm 2010: Dalle ore 22:00 inizia il liveblogging su Notapolitica.it
31 ottobre 2010Ricordiamo che nella nottata del midterm americano non ci saremo solo noi della squadra di TVRadicale.it a seguire l’evento ma anche gli amici di Tocqueville.it e Ideazione.blogspot.com/
(Andrea Mancia, Simone Bressan e Jean Philippe Zito) i quali partiranno dalle ore 22:00 (un’ora prima dell’inizio della nostra diretta web-tv) con il liveblogging e le indiscrezioni sugli ultimi sondaggi e previsioni di voto negli Stati chiave di questa tornata elettorale.
Dato che le due redazioni nel corso della nottata collaboreranno con saltuari scambi di informazioni, i due eventi sono interdipendenti e fusionisti nonostante siano ospitati su differenti siti web e con una loro autonomia organizzativa di siti; quindi saranno possibili interventi in diretta saltuari della squadra del liveblogging anche sul nostro canale.
Le due rispettive proposte di copertura dell’evento non devono essere lette entro le distopiche lenti del teatrino politicante italico di “buoni e cattivi, “rossi e ner.. ehm pardòn blu…” e non è neppure un derby tra le componenti dell’area liberale classica, liberista e libertarian con quella conservatrice.
Sono semmai la dimostrazione di una pluralità di offerte culturali e progettuali del web italiano d’area, tendenti a porre su differenti piani di interesse, un’analisi analitica delle elezioni di midterm.
Qua il loro video di promozione (ovviamente ci aspettiamo dalla controparte un ricambio pubblicitario nei nostri confronti sui loro siti):
In conclusione la serata del 2 novembre anzichè guardare la televisione italica “digitalizzata” dallo Stato potete benissimo dalle 22:00 iniziare a seguire sui vostri monitor il liveblogging per poi dalle ore 23:00 aprire un’altra nuova scheda e seguire in diretta l’audio della diretta di TVRadicale.it
Così facendo sarete in grado di seguire i due eventi senza perdervi nulla ma proprio nulla del midterm americano in streaming online senza spendere un euro e senza interruzioni o vuoti chiacchiericci.
Ron Paul invita i Tea Party a spingersi oltre
31 ottobre 2010Il candidato repubblicano alle presidenziali 2008 Ron Paul, attuale candidato deputato a Washington per lo stato del Texas, ha parlato di come vede il movimento dei Tea Parties.
“Non bisogna solo vedere la cosa – ha detto – in termini elettorali, ma sopratutto su cosa condividiamo esattamente.
Non sento cose abbastanza precise su ciò che bisognerebbe tagliare nella spesa pubblica.
Non ho mai sentito dire che la questione militare-industriale dovrebbe essere affrontata.
Mi piacerebbe vedere un consenso che sfida l’istituzione, vorrei che loro contestassero la politica estera interventista.
Vorrei che contestassero la guerra alla droga”.
Mi piacerebbe – ha concluso Paul – sentire queste dichiarazioni provenienti dai Tea Parties, ma non le ho ancora udite. Inoltre vedo che iniziano ad infiltrarsi nel movimento personalità legate all’establishment”.
Anche un altro potenziale candidato repubblicano per le primarie 2012, l’ex governatore del Nuovo Messico, Gary Johnson, ha lanciato un invito ai Tea Parties.
“Si potrebbe – ha detto – discutere sulle istanze comuni.
Ad esempio, la metà di quello che viene speso per applicare la legge, tribunali e prigioni, sono connessi con la droga.
Arrestiamo 1,8 milioni di persone l’anno in questo paese per questioni di criminalità connessa alla droga.
Credo che la legalizzazione della marijuana renderebbe questo paese un posto migliore”.
Tratto da http://ron08.blogspot.com
Così Tea Party e Repubblicani si dividono sul vero “liberismo”
31 ottobre 2010I Tea Parties sono pro market, l’establishment Repubblicano è pro business
Articolo di Carlo Stagnaro
Secondo il 74,7 per cento dei lettori del sito del Wall Street Journal, i Tea Party stanno influenzando positivamente il Grand Old Party.
Probabilmente i dirigenti repubblicani stanno nell’altro 25,3 per cento.
La sintesi più efficace l’ha trovata Mark McKinnon, già consigliere di George W. Bush e John McCain: “La buona notizia per i repubblicani è che il Tea Party sta raccogliendo le energie anti establishment del paese.
La cattiva notizia è che questo include l’establishment repubblicano“.
La dialettica tra i barbari alle porte e gli incumbent repubblicani non è solo una faccenda di uomini, non è mero ricambio generazionale un po’ fracassone, un po’ fisiologico.
Non è correntismo e non è un toc-toc alla porta del potere.
“Non cerchiamo una junior partnership, lanciamo un’opa ostile“, hanno scritto Matt Kibbe e Dick Armey, i fondatori di FreedomWorks, quelli della marcia contro l’Obamacare.
La rivoluzione educata del Tea Party è, dichiaratamente, incompatibile con la linea troppo pragmatica, arrendevole e “politica” del Gop.
Il Tea Party diffida delle lusinghe di Washington: se fossero di sinistra, ai repubblicani di Washington direbbero, con Pierangelo Bertoli, che sono “corrotti delegati” dai “discorsi vuoti e falsi’; se fossero leghisti taglierebbero i ponti al grido che chi va a Roma diventa romano; se fossero riformisti scriverebbero un’agenda Giavazzi più radicale, più nettamente antitasse anti-stato per il loro paese.
Visto da un Gop eccitato dall’appuntamento di midterm, il Tea Party è vento antiobamiano che soffia nella direzione sbagliata; che non gonfia le vele della barca repubblicana, anzi rischia di lasciarla alla mercé di una ciurma fatta da astensionisti abituali, figli populisti dell’America rurale, attivisti libertari, nerd accademici e vecchia guardia reaganiana.
Col comune denominatore, ha scritto Francesco Forte sul Foglio, dei valori vittoriani della responsabilità e libertà individuali.
Il reciproco scambio di accuse è semplice: “Estremisti!”, dicono gli uni agli altri, “Republicrats!”, replicano loro.
Che il Tea Party sia un “game changer” è verità condivisa.
Lo è nella testa degli strateghi democratici che sperano di accreditare un’immagine sciamannata e inaffidabile del Gop.
Lo è anche, per ragioni speculari, agli occhi dei repubblicani trombati, trombandi o salvi per un soffio.
L’agenzia Bloomberg ha diffuso un sondaggio secondo cui due terzi degli investitori americani tifano per l’Elefantino.
Nel 2010 il Gop ha raccolto il 52,2 per cento dei contributi elettorali, rovesciando le proporzioni che nel 2009 vedevano in testa l’Asinello.
Attenzione, però: gran parte delle donazioni vanno ai candidati dell’establishment repubblicano, quasi più per arginare i tea party che per sconfiggere Barack Obama.
In un paese che percepisce con chiarezza il nesso tra tasse e spesa pubblica, in un paese dove il 55 per cento dei cittadini chiede di prolungare i tagli fiscali di Bush anche per gli individui ad alto reddito, la retorica antifisco è tutt’uno con l’avversione per i programmi spendaccioni a favore di questo o quel settore.
Lo scontro radicale, ideologico, irriducibile tra gli outsider del Tea Party e gli insider repubblicani è dunque anche scontro molto concreto e battaglia di posizionamento: il Tea Party è pro market, vuole che il governo stia fuori dai piedi e lasci fare.
Il Gop è pro business: sta bene meno tasse, ma non al costo di danneggiare la propria constituency quando dei trasferimenti pubblici è beneficiaria netta.
L’establishment repubblicano crede nel buon governo, l’avanguardia teapartista sa che l’unico governo buono è il governo piccolo, piccolissimo, così piccolo da poterlo affogare nella vasca da bagno.
Da Il Foglio, 23 settembre 2010
È facile irridere i Tea Party, però è meglio conoscerli
31 ottobre 2010I Tea Party non sono “estremisti”: se lo sono loro, lo è anche la Costituzione americana
Articolo di Alberto Mingardi
Su alcune cose i giornali italiani non si smentiscono mai.
Forse ricorderete le prime pagine l’indomani dell’elezione di Barack Obama.
Dopo aver raccontato per otto anni un’America inquinata dalle lobby e governata da una sorta di cartello fra industriali del petrolio e delle armi, nel corso di una notte si accorsero che gli Stati Uniti erano la più antica democrazia del mondo.
Dalle nostre parti, l’America è sempre buona quando è democratica, e cattiva quando è repubblicana.
Forse è perché la maggioranza dei nostri corrispondenti hanno imparato l’inglese ai tempi di Nixon.
I conservatori sono sempre “tricky Dick”, i democratici i suoi eroici oppositori.
Non stupisce, allora, che i resoconti delle manifestazioni dei Tea Party americani ci restituiscono un movimento elettoralmente irrilevante o peggio ancora controproducente, estremista, razzista, bigotto.
La signora Christine O’Donnell, repubblicana della destra religiosa che ha vinto da outsider le primarie in Delaware (dopo che pure già nel 2008 era stata la candidata ufficiale del partito, perdente contro il democratico Joe Biden), sembra impegnata a confermare i pregiudizi dei nostri corrispondenti.
Le idee che la O’Donnell preferisce mostrare ci lasciano tutti un poco perplessi, e il suo attivismo per l’astinenza sessuale, in Italia non può che far alzare tutti e due i sopraccigli.
Ridiamo pure delle campagne contro la mnasturbazione, ma qualcuno davvero può sostenere che il discorso politico in Italia sia più serio e fecondo di una geremiade contro il «sesso con qualcuno che stimi»?
La questione cruciale però è un’altra.
La signora O’Donnell, che ha sicuramente tutti i limiti che le vengono rinfacciati, ha vinto le primarie perché ha firmato una cosa che si chiama “Contract from America”: in cui non c’è un tema “culturale” ma solo proposte liberiste.
È la versione riveduta e corretta del “Contract with America” che i repubblicani promossero nel 1994.
Solo che stavolta non l’ha scritto un gruppo di candidati della destra: il “contratto” viene invece da associazioni che si sono intestate non la leadership ma il coordinamento dei Tea Party.
Questi signori propongono ai candidati un impegno su punti: se lo sottoscrivono, se un candidato giura di mettere le proprie energie al servizio di quegli obiettivi politici, lo voteranno.
Altrimenti, si guarderanno in giro alla ricerca di altri.
È vero che l’idea è riconducibile a un politico che la stagione del ’94 l’ha vissuta: Dick Armey, ora impegnato con FreedomWorks ed autore, assieme con Matt Kibbe, di Give Me Liberty, libro-manifesto dei consumatori di the.
Ma è anche vero che stavolta Armey non corre in Texas: il suo “contratto” ha tanto più forza perché, oggi, ci sono almeno due parti co-interessate.
Non è più la classe politica che firma ciò che essa stessa desidera.
Per inciso, anche quando i politici sono estensori e firmatari non è detto che tengano fede agli impegni solennemente presi con se stessi: pensate al “contratto” di Berlusconi.
Stavolta le cose sono radicalmente diverse.
Alcune associazioni, al di fuori del partito repubblicano ma forti di un radicamento nella società che è stato provato dal successo dei Tea Party, propongono alla politica una lista della spesa.
Sono un intermediario fra gli elettori e i loro rappresentanti: avranno effettivamente successo, alla prova dei fatti, se dopo le elezioni di novembre riusciranno a non sgonfiarsi.
Sono organizzati sulla base di logiche non nuove nella politica americana: il coinvolgimento di un candidato in un certo programma politico precede il reperimento di fondi e la mobilitazione di persone a vantaggio dello stesso.
Finora cose di questo tipo sono state “indipendenti” dai due grandi partiti ma fino a tiri certo punto.
È più facile fare eleggere un candidato, che costringerlo a ottemperare alle proprie promesse.
I Tea Party promettono di essere differenti per tre ragioni.
La prima è che il partito repubblicano di Bush ha dilatato le dimensioni dello Stato a tal punto da non essere più credibile, di per sé, innanzi a un pezzo importante della sua vecchia base.
I Tea Party non sono “estremisti”: se lo sono loro, lo è anche la Costituzione americana, di cui chiedono un integrale e rigoroso rispetto.
La seconda ragione è che oggi Internet rende possibile un monitoraggio puntuale e scrupoloso di quello che fanno i politici.
La rete e i social network consentono a una società attrezzata di intervenire nel dibattito senza filtri e in presa diretta.
Gli elettori possono essere “sul pezzo” quanto i loro rappresentanti.
Certo, necessitano come sempre di qualche “attivatore”.
Ma nella nostra società gli “attivatori” si moltiplicano, possono essere in concorrenza gli uni con gli altri, non hanno più bisogno dell’intermediazione dei giornali.
La terza ragione. quella più rilevante, è che i Tea Party sono una reazione rispetto all’esondazione dello Stato.
Purtroppo il problema negli Stati Uniti sopravviverà alle elezioni di novembre – quale ne sia l’esito.
Se i repubblicani guadagneranno terreno, un presidente ideologico come Obama non saprà adattarsi con la plasticità di Bill Clinton.
Al contrario, si andrà allo stallo permanente.
Il debito pubblico e previdenziale americano è quello che è.
L’impatto sulla crescita delle riforme obamaniane (a cominciare da quella della sanità) è improbabile sarà positivo.
Lunga vita ai Tea Party.
Da Il Riformista, 26 settembre 2010
Don’t get cocky
31 ottobre 2010Articolo di Luca Bocci
Meno due all’election day ed un nuovo sondaggio mostra come, se tutti i seggi del Senato fossero in gioco, i repubblicani conquisterebbero agilmente la super-maggioranza necessaria per demolire le “riforme” obamiane.
La preghiera è sempre la stessa: niente è ancora deciso, gente.
Tutti alle urne, occhi e telecamere aperti.
It ain’t over, ’til it’s over.
Non mi stancherò mai di ripeterlo.
Nate Silver, guru dei sondaggi democratico, scrive sul suo blog per il New York Times che, se l’intero Senato fosse in ballo, i repubblicani potrebbero arrivare a quel numero che nessuno da tempo immemorabile osa nemmeno pronunciare, quei 67 seggi che garantirebbero il potere assoluto al Congresso (dato che ogni veto del presidente potrebbe essere facilmente superato).
John Byrne, su The Raw Story, si stupisce di come questa opinione autorevole sia passata inosservata. Io non mi stupisco più di tanto.
Tutto quello che non serve a far vincere i democratici viene sistematicamente ignorato dai media mainstream.
Ormai è un dato di fatto.
Silver trova comunque il modo di lanciare una frecciata nemmeno troppo nascosta nei confronti del Tea Party, dando la colpa di alcune gare insolitamente ravvicinate (Colorado, Nevada, Kentucky) alla scelta di candidati che definisce “non ortodossi”, dimostrando una malizia sottile da vero sinistro DOC.
Anche se rispetto altamente l’opinione del signor Silver, vero mago dei sondaggi USA, mi permetto di dissentire.
I sondaggi sono strumenti potenti ma imprecisi, visto che nessuno, in nessun paese, risponde con assoluta onestà quando viene intervistato.
La tentazione di “indorare la pillola” o la ritrosia ad esprimere posizioni considerate generalmente poco “chic” nessun sondaggio riesce ancora a scontarle in maniera sicura e sistematica.
Quindi le cosiddette gare tra candidati “generici” sono francamente inutili.
Magari un tot di elettori troverebbe qualcosa da ridire anche nei candidati più mainstream.
Magari a disertare le urne in massa sarebbe quel 30 e passa per cento di americani che si identifica con il Tea Party.
Anche se il partito repubblicano avrebbe caldamente preferito decidere altrimenti, il gioco democraticissimo delle primarie ha fatto vincere, spesso con margini rilevanti, alcuni candidati popolari con i Tea Partiers e messo in prima linea la loro politica tutta all’insegna del “roll back” delle riforme obamiane, della disciplina fiscale e del governo minimo.
I Tea Parties si sono dimostrati bravissimi a mobilitare, organizzare e fornire una voce non strumentalizzabile ai milioni di americani che non ne potevano più né dell’estremismo di Obama né delle manfrine dell’establishment del GOP, da decenni sensibile solo al richiamo delle lobbyies.
Nonostante in molti cerchino di convincerli altrimenti, gli attivisti dei Tea Parties sicuramente si recheranno in massa alle urne, garantendo un solido supporto ai candidati del GOP.
Puntare sugli indipendenti, che erano fuggiti in massa nel 2008, attirati dalle sirene obamiane, sarebbe stato un gioco ben più rischioso, considerando che la penetrazione dei media meno controllati dalla sinistra (le tv via cavo ed internet) non ha ancora rotto il monopolio della narrativa di cui continua a godere la sinistra.
A questo punto, non ho la più pallida idea di come andranno le elezioni di martedì prossimo.
Spero in bene, ma ho una gran paura di brogli di proporzioni centro-asiatiche, foraggiati con le centinaia di miliardi di dollari dei vari pacchetti di stimolo che risulterebbero ancora non spesi o addirittura svaniti nel nulla.
Un ladro accorto, una volta messo a segno il furto più clamoroso della storia umana, si guarderebbe bene da tentare di superarsi.
Preferirebbe intascare il maltolto, sparire dalla circolazione e comprarsi una bella isola caraibica per godersi la ricchezza.
I politici non sono ladri normali.
Sono ladri che rapinano in maniera legale e sono convinti di poterla sempre far franca.
Per questo sono disposti a tutto pur di mantenere quel potere che gli garantisce privilegi, ricchezza e la cosa più preziosa di tutte: l’impunità.
Come dice il professor Reynolds, “don’t get cocky”.
Niente è ancora deciso.
Secondo un sondaggio, se l’intero Senato fosse in gioco, il GOP probabilmente avrebbe la super-maggioranza
Articolo di John Byrne
Originale (in inglese): The Raw Story
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci
Se l’intero Senato fosse in gioco il prossimo 2 novembre, i repubblicani probabilmente avrebbero una maggioranza a prova di ostruzionismo, secondo un post che non ha causato grande impressione di Nate Silver, uno dei più conosciuti esperti di sondaggi del paese.
Silver, scrivendo sul blog che tiene sul sito del New York Times, dice che i democratici dovrebbero perdere la Camera ma non il Senato è che solo un terzo dei seggi viene rinnovato ogni due anni.
I suoi commenti riflettono quanto infausta sarà la tornata elettorale per i democratici.
Secondo Silver, “la ragione che permetterà forse ai democratici di mantenere una maggioranza risicata al Senato ma non alla Camera – ragione necessaria e sufficiente – è che solo un terzo del Senato viene eletto ad ogni tornata elettorale.
Se l’intero Senato fosse in gioco, i democratici ne perderebbero il controllo, subendo una batosta storica”.
Silver afferma che i repubblicani, se tutto il senato fosse in gioco, potrebbero anche raggiungere la super-maggioranza di 67 voti necessaria per superare il veto del Presidente.
Guardate alla nostra mappa delle previsioni per il Senato. Parecchio rosso, ovunque.
Parte di esso è dovuto al fatto che i repubblicani tendono ad andare meglio nel centro del paese, dove gli stati sono fisicamente più grandi – ma questo fatto potrebbe trarre in inganno.
In questo momento, tra le 37 gare per il Senato, i repubblicani sono favoriti in 25, i democratici in 11 mentre una (il Colorado) è ancora in bilico.
Se i democratici avessero una nottata relativamente buona, potrebbero forse vincere circa un terzo delle gare per il Senato.
Ma va ricordato che gli stati in ballo quest’anno per il Senato sono tendenzialmente favorevoli ai democratici.
Se l’intero Senato fosse in gioco, in questo clima politico, i repubblicani potrebbero realisticamente ottenere una maggioranza a prova di ostruzionismo, forse perfino una a prova di veto! Fortunatamente per i democratici, il sistema non funziona in questo modo.
(Alcuni dei nostri lettori potrebbero scorrere la lista dei 63 senatori che non devono affrontare la rielezione e provare ad indovinare quali posti sarebbero in bilico. Potrebbe essere divertente.)
I democratici si aspettano ormai di perdere il controllo della Camera dei Rappresentanti, cosa che sicuramente farà deragliare i progetti di riforma importanti per il partito.
Silver aggiunge che “i democratici si stanno comportando in maniera uniforme in entrambe le camere, perdendo buona parte (anche se non tutti) i distretti in bilico, alcuni (ma sicuramente non tutti) i distretti tendenti al blu e quasi tutti (ma non assolutamente tutti) i distretti tendenti al rosso”.
“Ora, questo non vuol dire che i repubblicani non debbano affrontare un problema di qualità intrinseca dei loro candidati.
Il problema esiste.
Penso sia ragionevole affermare, ad esempio, che se un repubblicano qualsiasi dovrebbe battere un democratico qualsiasi in uno stato come il Colorado, visto l’attuale clima politico, la gara che stiamo vivendo in questi giorni è praticamente un testa a testa.
Un repubblicano qualsiasi sarebbe favorito su un democratico qualsiasi in Nevada e quasi sicuramente sarebbe favorito sul non-qualsiasi (e molto impopolare) Harry Reid, ma la corsa al seggio è molto ravvicinata anche lì.
Perfino in Kentucky, che Rand Paul dovrebbe vincere, la gara non sarebbe forse nel raggio di 5 o 6 punti percentuali se i repubblicani avessero scelto un candidato più ortodosso”.
Tratto da http://apolides.wordpress.com
Negli USA possibile il lockdown
31 ottobre 2010Secondo il noto economista Gary North, il nuovo Congresso non riuscirà a combinare granché.
Troppi interessi consolidati, troppe lobbies dalle tasche profonde.
Il rischio è quello di un lockdown come quello del 1995.
Il che non sarebbe male, visto i risultati di allora. Speriamo in bene…
Back to 1995, ovvero ci aspetta un nuovo lockdown, uno scontro frontale tra repubblicani e democratici che bloccherà la politica USA fino al novembre del 2012.
La prospettiva, certo non esaltante, è proposta dall’economista Gary North, tra i più stimati dall’Apolide per capacità analitiche e la sovrannaturale abilità nello spiegare in maniera semplice anche concetti decisamente ostici.
————–
Verso due anni di blocco
Articolo di Gary North
Originale (in inglese): Reality Check (n° 1008 – 26 ottobre 2010)
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci
Il 2 novembre, gli americani andranno alle urne e decideranno quale partito controllerà il Congresso.
È possibile che nessuno dei due partiti ce la farà.
La Camera dovrebbe andare ai repubblicani ma il Senato è ancora in bilico.
La gara che preferisco seguire è quella del Dottor Art Robinson.
Human Events, il sito internet conservatore, la definisce ‘una delle dieci potenziali sorprese alla Camera’.
Oregon-4: lo scienziato e studioso Art Robinson sta raccogliendo somme da record ed attirando contribute anche dagli indipendenti nella sua furiosa battaglia con il veterano democratico, al Congresso da 24 anni, Peter DeFazio http://bit.ly/2010upsets
Robinson dice che voterà come Ron Paul.
Il che vuol dire che voterà “no” spesso e volentieri.
Se venisse eletto, sarebbe l’unico scienziato al Congresso.
È lui il promotore della petizione firmata da oltre 31.000 scienziati contro la teoria che il riscaldamento globale (sempre che esista qualcosa del genere) sia causato da qualsiasi cosa fatta dagli umani.
È convinto che gli Stati Uniti saranno surclassati economicamente dall’Asia perché il governo federale ha messo troppi vincoli alla produzione di energia.
È anche un oppositore dei sussidi governativi alla scienza.
Pensa infatti che il libero mercato finanzi sempre le ricerche scientifiche più produttive (e quindi sia migliore dell’intervento statale ndT).
Robinson è anche il creatore del ‘Robinson Curriculum’, un programma per la scuola dell’obbligo da 200 dollari che la famiglia può comprare una volta sola per tutti i loro figli (che intende educare in casa ndT).
Inoltre, guida un istituto di ricerca scientific ed un allevamento di pecore.
Ha il supporto incondizionato degli elettori delle campagne, ma il suo avversario ha sempre vinto nella contea di Lane, roccaforte democratica dove si trova il campus dell’Università dell’Oregon.
Ora, se il 2 novembre dovesse piovere forte nella contea di Lane…
Sia che vinca o che perda, dice che produrrà un corso per insegnare a tutti come condurre una campagna elettorale con pochi soldi.
Se voleste iscrivervi per ricevere informazioni su questo corso e magari donare qualche soldo alla sua campagna elettorale, andate qui.
Oltre la cascata
Il dato interessante è la possibilità che la Camera del 2011 veda la presenza di una nuova razza di deputati repubblicani; gente come Robinson, intenzionata a tagliare il budget federale sul serio.
Questo è quanto il Partito Repubblicano aveva promesso nel 1994, con il suo “Contract with America”.
Ma Clinton decise di andare a vedere il loro bluff sul budget.
Capitolarono.
Non ha mai avuto più problemi con loro sul budget.
Ma ha anche evitato di spendere come un pazzo.
Per qualche tempo, riuscì perfino ad avere un surplus di bilancio (se non contiamo il deficit delle pensioni pubbliche come deficit del governo).
Quindi, in un certo senso, gli elettori ottennero in parte quello che i repubblicani avevano promesso.
La Camera fece fuori il progetto di riforma sanitaria di Hillary.
Ancora una volta ci sono alcuni candidati repubblicani alla Camera – neoeletti – che promettono di votare sempre no alla spesa pubblica.
Un mucchio di veterani hanno deciso di fare i bravi… almeno fino a quando Obama sarà alla Casa Bianca.
Stavolta il budget è chiaramente fuori controllo.
Non siamo nel 1994.
I repubblicani hanno iniziato il disastro del budget sotto Reagan.
Questo mise fine al mito che i repubblicani potevano garantire un budget in equilibrio.
Bush II aumentò le spese in maniera drammatica, con il consenso dei democratici.
Nel suo primo mandato, non mise il veto ad un solo progetto di legge.
Poi i democratici, sotto la guida di Obama, aumentarono i deficit di Bush, stavolta con l’opposizione dei repubblicani, sapendo che non avrebbero potuto impedire ai progetti di legge di diventare legge e che quindi Obama sarebbe stato visto come il responsabile in ogni caso.
Ora ci stiamo dirigendo verso la cascata.
Tutti possono sentire il rombo delle acque che precipitano.
Nessuno sa bene come portare la canoa nazionale verso la riva.
Tutti vogliamo scendere, a parte Paul Krugman ed i pazzi keynesiani che, invece, vorrebbero che ci mettessimo tutti a pagaiare furiosamente verso la cascata.
Il 2 novembre, gli elettori decideranno quali politici avranno la possibilità di avere la pagaia in mano.
Per come la vedo io, ci saranno due anni di governo bloccato.
Questo impedirà al governo federale di pagaiare ancora più forte verso la cascata.
Ma, anche con il blocco, continueremo ad andare verso il disastro.
Gli elettori hanno capito che i deficit di bilancio sono un pericolo.
Erano contrari al Grande Bailout delle Banche nel 2008.
Erano contrari all’Obamacare.
Ma il Congresso ha preferito ignorare gli elettori.
Ha votato a favore di 1.500 miliardi di dollari per salvare le banche e stimolare l’economia; poi ha passato l’Obamacare.
I repubblicani hanno prodotto i bailout negli ultimi mesi del 2008, poi hanno cambiato opinione nel 2009 per calcolo politico.
Eppure la legge che garantisce la copertura pubblica per i medicinali ha un peso sul budget ben più grande di quanto potrà mai essere l’Obamacare.
Agli elettori questi sussidi per i medicinali sono piaciuti parecchio.
Gli elettori hanno messo il paese in questa canoa, permettendo al Congresso di iniziare a pagaiare tanto tempo fa.
Gli elettori non sentivano ancora il rumore della cascata.
Chiunque avesse dato un’occhiata alla mappa che tracciava il corso del fiume di debiti poteva vedere dove eravamo diretti, ma entrambi i partiti avevano un incentivo politico a nascondere questa mappa agli elettori.
Il paese è diviso.
Nessuno sa quali budget tagliare.
I gruppi di potere sono bene organizzati.
Non fanno altro che dire “non tagliare qui. Spendi più soldi”.
Chi vuol tagliare i costi, si presenta con una piattaforma elettorale semplice: “dobbiamo tagliare il budget, ma non dirò cosa taglierò”.
In questo modo, si finisce per non tagliare mai niente.
Il deficit di bilancio continua a crescere.
Se la Camera dovesse passare ai repubblicani, Obama non proporrà più grandiosi piani di spesa.
Ha ottenuto quello che poteva ottenere.
Il cambiamento è finito.
La speranza pure.
Ora è preoccupato da questo slogan: ‘Change Back 2012’.
Sanità fiscale
L’aumento costante del debito federale è un cancro.
I politici hanno continuato a dire agli elettori “non preoccupatevi di quel bozzo.
Non c’è bisogno di rimuoverlo.
Aspettate.
Se ne andrà per conto suo o troveremo una cura economica e senza controindicazioni.
Ci sono nuove tecniche per curare il cancro in arrivo.
Fidatevi di noi”.
Anche se non ci fossero altri grandi programmi di spesa, saremmo sempre minacciati dal cancro fiscale.
Gli aumenti della spesa automatici già approvati sono sufficienti a mantenere il deficit sopra i 1.000 miliardi di dollari all’anno per il prossimo decennio.
Questo nel migliore dei casi possibili, ovvero senza una nuova recessione economica.
Che invece ci sarà.
Forse ce ne saranno addirittura due (nel prossimo decennio).
Quindi, nei prossimi due anni, il Congresso non riuscirà a dare agli elettori quello che vogliono – o almeno dicono di volere.
Il Congresso non abrogherà l’Obamacare.
I repubblicani alla Camera potranno presentare un progetto di legge per farlo.
Sarebbe una mossa politica intelligente, ma non ce la farà a passare al Senato.
Anche se ci riuscisse, Obama metterebbe il veto.
Questo significa che le spese del governo continueranno a rimanere fuori controllo.
Il deficit dovrà essere finanziato da denari che altrimenti sarebbero stati destinati al settore privato.
I conti continueranno ad arrivare e gli investitori, incluse le banche centrali straniere, continueranno a fornire al Tesoro la possibilità di estendere i debiti.
L’economista chiede ‘a che prezzo?”.
La domanda include due questioni: la prima è ‘a quale tasso di interesse?’, la seconda, meno ovvia, ‘quanto influirà sulla produttività del sistema paese?’.
I tassi di interesse del Tesoro sono bassi.
Questo consente al governo di rinnovare il proprio debito a tassi bassi.
Questo è quello che ha consentito al Giappone di accumulare sempre più debiti per due decenni.
Gli investitori pagano per questi debiti, ri-finanziando il debito esistente e quello nuovo, anno dopo anno, decennio dopo decennio.
Il risultato di questa politica è stato un tasso di crescita economica inferiore per due decenni.
Questo è stato il vero costo nascosto dei deficit di bilancio giapponesi (ed italiani ndApo).
Cos’è che non va in Giappone? Ecco cosa: è uno stato profondamente keynesiano.
I migliori giovani, i più intelligenti, coloro che volevano diventare degli economisti sono venuti negli Stati Uniti per studiare economia.
Sono tornati a casa come convinti keynesiani.
Di fronte al rallentamento della crescita economica, hanno solo due risposte standard: aumentare il deficit del governo e l’inflazione pilotata dalla banca centrale per consentire l’acquisto dei buoni del tesoro necessari per finanziare la spesa del governo.
La Banca del Giappone è stata molto cauta, rifiutandosi di aumentare la massa monetaria, ma gli investitori privati hanno comprato i buoni del tesoro.
Quindi il governo ha aumentato la spesa, indebitandosi sempre di più.
Perché quindi i tassi di interesse non sono cresciuti? Per la stessa ragione dietro alla stabilità dei tassi negli ultimi 12 mesi negli Stati Uniti: le banche commerciali non prestano più soldi a nessuno.
Li usano per aumentare le proprie riserve tecniche (e quindi sembrare più solide ndApo).
Il risultato è la bassa crescita economica: l’economia giapponese non è in depressione, ma non è più un’economia che cresce rapidamente.
Inoltre è un’economia che sta invecchiando.
Questo potrebbe essere un grosso problema in futuro.
Gli anziani non risparmiano più, spendono i risparmi accumulati.
Hanno bisogno di redditi ma non possono averli possedendo il debito pubblico giapponese, visto che i tassi sono troppo bassi.
Quindi, sono costretti a vendere beni tangibili.
Il governo giapponese paga i suoi debiti: la sua solvibilità è leggendaria.
La questione viene vista come un fatto legato al prestigio del paese.
Per questo l’enorme debito pubblico viene percepito come sicuro.
Per qualche altro anno, questa percezione è corretta, ma prima o poi arriverà una crisi.
Il debito diventerà troppo grande per essere esteso a tassi bassi.
A quel punto i tassi di interesse sui buoni del Tesoro aumenteranno, trascinando l’economia giapponese in una recessione eterna.
Il problema non riguarda solo il Giappone: anche l’Europa deve affrontare la stessa minaccia, una popolazione che invecchia in fretta.
L’Europa cerca di allontanare il giorno del giudizio permettendo un’alta immigrazione dai paesi musulmani.
Il Giappone non permette niente del genere.
Quindi, rimandare il giorno del giudizio consente ai politici di cedere alla tentazione di continuare con le solite, vecchie ricette keynesiane fatte di deficit continui.
Il conto da pagare continua a crescere, ma nessuno sembra accorgersene.
Il costo politico non esiste, perché continua ad essere rimandato nel futuro.
Consentitemi un’analogia con il caos dei mutui immobiliari.
Visto che i tassi di interesse calano, i proprietari di case sono tentati dall’idea di ri-finanziare i mutui.
Questa procedura ha spese non irrilevanti, ma se le pagano aumentando la somma chiesta in prestito, possono tranquillamente continuare a ri-finanziare il mutuo.
Sembra il giochino perfetto, visto che non c’è nessun doloroso disincentivo a breve termine.
Ma il costo esiste eccome: la somma da ripagare aumenta sempre di più.
Questo è un rischio serio per il proprietario, ma non ci fa attenzione.
Pensa di essere in grado di guadagnare da questo giochino per sempre.
Poi, invecchiando, ha un problema: si rende conto che deve lasciare la forza lavoro.
Non ha beni propri.
Vuole tagliare le spese.
Come? Vendendo la casa.
A chi?
Il debito nazionale è un mutuo che ha come garanzia gli incassi delle tasse future.
Se, per qualsiasi ragione – paura dell’inflazione, paura che il governo non paghi i suoi debiti, paura di una rivolta fiscale – il tasso di interesse sui buoni del Tesoro aumentasse, il peso complessivo del debito aumenterebbe.
Il denaro extra richiesto per pagare gli interessi più alti si aggiungerà al debito che deve essere continuamente rifinanziato.
Prima o poi, quindi, ci sarà il default.
Questo avverrà dovunque nel mondo occidentale, che include anche il Giappone.
Chiamatelo “cadere dalla cascata”.
Chiamatelo “un cancro che va in metastasi”.
Chiamatelo “il Grande Default”.
Chiamatelo come vi pare, vuol dire sempre tre possibili risultati:
O lo stato non sarà più in grado di spendere
O la banca centrale stamperà sempre più moneta
O i vecchietti lo prenderanno in quel posto.
Le conseguenze politiche di questi eventi sarebbero enormi.
Ci sarà una guerra tra le generazioni su dove far andare i soldi.
Penso che a spuntarla saranno comunque i lavoratori.
Lavoratori unitevi!
Penso che i lavoratori abbiano davvero iniziato ad unirsi.
Penso che questo è gran parte del significato del Tea Party.
Questa gente ha capito come andranno a finire le cose.
Sono determinati a fermare ogni nuovo programma di spesa da parte del governo federale.
Ogni politico che non ha ancora capito che la politica della spesa perpetua è finita, lo capirà la prossima settimana.
Penso che il Tea Party rappresenti una ampia minoranza di elettori che hanno la sensazione che le cose non vadano per il verso giusto, anche se non sono sicuri al 100% di cosa si tratti.
Si sono fidati del governo per tutta la vita.
Hanno creduto che il governo fosse in grado di superare una recessione economica, anche se non sanno bene come.
Hanno permesso al Congresso di staccare assegni usando i loro redditi futuri come garanzia.
Chi partecipa ai Tea Parties sono lavoratori normali.
Chi è veramente a rischio sono invece il 20% più ricco della popolazione, in termini di reddito.
Sono loro che pagano gran parte delle tasse federali.
Sono loro che investono nel debito pubblico.
I loro beni sono quelli più facili da confiscare.
Ma loro si fidano del sistema.
Sono andati all’università.
Hanno studiato l’economia keynesiana.
Hanno seguito lezioni di storia Americana dove gli hanno spiegato che Roosevelt ha salvato il capitalismo da sé stesso.
Continuano a crederlo anche oggi.
Credono inoltre che il sistema economico gestito dallo stato funzioni ancora bene per loro.
Sono democratici e repubblicani centristi.
Continuano a credere nel sistema.
Vedono gli attivisti del Tea Party come dilettanti naif che potrebbero far rovesciare la canoa.
I politici favoriti dal Tea Party saranno i nuovi arrivati alla Camera.
I centristi li metteranno in minoranza.
Ma questo potrebbe rivelarsi pericoloso per i politici mainstream.
I nuovi elettori, che non avevano mai fatto politica prima di oggi, potrebbero rappresentare un cambiamento epocale della politica.
Potrebbe anche darsi che gli elettori hanno deciso che è il momento di pestare forte sul pedale del freno.
Questo non servirà a granché.
I deficit federali sono integrati nel sistema, sono nelle condutture fiscali.
Invertire la rotta tagliando programmi di spesa vorrebbe dire mettersi in rotta di collisione con elites politiche ricche e bene organizzate.
Non succederà.
Ma gli elettori potranno esercitare pressione sui nuovi eletti per non votare nuovi modi per sprecare soldi.
Sarà più difficile co-optarli nel network dei Good Old Boys.
Internet ormai consente agli elettori di controllare facilmente come si comportano i propri rappresentanti a Washington.
Nascondersi è più difficile.
I lavoratori hanno i voti.
Se i politici appoggiati dal Tea Party riusciranno a stuzzicare lo spirito di auto-conservazione degli elettori bloccando le spese, saranno in grado di battere i politici mainstream quando proporranno nuovi programmi di spesa.
Conclusioni
Siamo ancora diretti verso le cascate.
I programmi già approvati porteranno alla bancarotta il governo federale.
Ma ora c’è un movimento che dice “basta”.
Vedremo se i nuovi eletti saranno in grado di combattere in maniera disciplinata e guadagnarsi la ri-elezione nel 2012.
Prima o poi, la rivolta contro le tasse arriverà.
Questi potrebbero essere solo i segnali preliminari.
Non lo sapremo fino alla fine di novembre del 2012.
La canoa, alla fine, precipiterà dalla cascata.
La domanda che dovrete porvi è semplice: sarete tra quelli che salteranno nell’acqua e raggiungeranno la riva prima che la corrente vi trascini nel precipizio?
Tratto da http://apolides.wordpress.com
Europa e Usa, un gap incolmabile. Noi schiavi del “Debt Party”
28 ottobre 2010Il divario è prima di tutto culturale: l’ideale americano è un governo che stia fuori dai piedi
Articolo di Carlo Stagnaro
Mentre la Spagna si rivolta contro le misure di austerità decise dal governo Zapatero, gli Usa insorgono per le ragioni opposte: il popolo dei tea party scende in piazza per chiedere meno spesa, sapendo che questo è l’unico modo per avere meno tasse.
In questa differenza di maturità politica sta tutta la differenza tra un vecchio continente ancorato alle sue paure, al suo bisogno di sicurezza, alla pensione pubblica e la sanità gratis, e un nuovo continente ancora vitale.
Un’Europa che s’incazza quando alla società civile si chiede di rimboccarsi le maniche, e un’America che non accetta l’interferenza governativa nei suoi affari.
La peculiarità dei Tea Party è che si tratta di un fenomeno spontaneo che ha trovato solo gradualmente una traduzione politica.
Inizialmente era, o appariva, come la reazione istintiva, di pancia, dell’America profonda al “change” di Barack Obama: solo in seguito si è capito che la pancia aveva una testa, e che il fermento spontaneo si è incanalato in un progetto senza precedenti – almeno dai tempi di Ronald Reagan.
Cioè il progetto – così hanno scritto Dick Armey e Matt Kibbe nel loro manifesto – di “lanciare un’opa ostile sul partito repubblicano“.
La scalata dei Tea Party a un partito giudicato immobile e incoerente («chi va a Roma diventa romano», diceva Umberto Bossi tanti anni fa: ecco, metteteci Washington) è resa possibile dalle particolarità del sistema politico a stelle e strisce, dove la leadership è davvero contendibile.
Ma non raggiungerebbe i risultati che ottiene se non incontrasse una richiesta vera, profonda.
Lo dimostra il sondaggio diffusodal Wall Street Joumal, secondo cui il 71 per cento degli elettori dell’Elefantino si definiscono come consumatori di té.
Insomma: l’establishment repubblicano, vittima dei Tea Party prima ancora, e più ancora, dalla maggioranza democratica, non si trova di fronte una congiura di Palazzo, ma una sollevazione di popolo.
Così, del resto, si suppone la democrazia debba funzionare.
La chiave del successo dei Tea Party, però, non è neppure questa.
Queste sono solo le condizioni al contorno che trasformano in fenomeno di primo piano quella che, visto dall’Europa, può apparire come la manifestazione un po’ bizzarra di un paese tanto grande da contenere, e dar voce, a un estremismo che noi non capiamo, non fino in fondo.
Dietro i Tea Party sta quell’etica vittoriana, come ha scritto Francesco Forte sul Foglio, in virtù della quale negli Usa il conservatorismo economico (meno tasse, meno spesa) si salda al conservatorismo sociale.
Con la specificità che quest’ultimo non fa perno su un governo bacchettone, ma su un governo che stia fuori dai piedi: la società può essere “buona” solo se viene lasciata in grado di auto-organizzarsi.
Così, ha perfettamente ragione il Wall Street Journal a contrapporre l’Europa e l’America: di là dell’oceano il Tea Part, di qua il Debt Party, il partito del debito.
Da Libero, 30 settembre 2010
De Carlo: Un tè freddo per Obama
28 ottobre 2010
Cesare De Carlo esce nelle librerie italiane con un ottimo volume che ci racconta, in maniera lucida e illuminante, come il movimento dei Tea Party Usa stia cambiando “dal basso” il quadro poltico americano, dettandone sempre più spesso l’agenda e raccogliendo sempre più consenso in tutto il paese.
Un intero paragrafo è dedicato all’esperienza dei Tea Party Italia.
Dopo l’elezione trionfale, il premio Nobel e la forte ripresa dell’immagine degli Stati Uniti nel resto del mondo, Barack Obama sembra arrancare.
Una riforma della sanità figlia di troppi compromessi e impopolare, un debito pubblico alle stelle e l’indecisione dimostrata in politica estera e nella gestione della fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico lo relegano a indici di popolarità degni dei momenti più bui del suo predecessore, George W. Bush.
E se, in Europa, ha ricevuto più attenzione la favola dell’elezione del primo presidente americano di colore che non la sua parabola discendente, ci pensa Cesare De Carlo, editorialista del Quotidiano Nazionale (Giorno, Nazione, Resto del Carlino), a raccogliere e interpretare i sentimenti di quella che l’economista Franco Bruni, nella prefazione, definisce “la pancia dell’America profonda” in Un tè freddo per Obama (Università Bocconi 2010, 242 pagine, 16 euro).
Il crollo di popolarità di Barack Obama tra gli americani che lo hanno eletto meno di due anni fa è stato accompagnato dall’ascesa del Tea Party, il movimento popolare di destra – o meglio, la lasca coalizione di movimenti – che sta condizionando le elezioni di medio termine del prossimo 2 novembre.
Il Tea Party ha saputo imporre molti propri candidati nelle primarie repubblicane.
De Carlo subisce il fascino di un movimento spontaneo, nato e cresciuto in nome della libertà e in opposizione al dilagante ruolo del governo nell’economia americana, così come il Boston Tea Party del 1773 era stato innescato dalle pretese economiche della Corona inglese.
Racconta le storie dei suoi leader e ne analizza la percezione e la ricezione da parte dei media in un continuo parallelismo con la parabola discendente di Obama.
Il Tea Party potrebbe passare alla storia come il primo movimento politico nato sulle pagine elettroniche di un sito internet finanziario, market-ticker.org, dalle quali un piccolo operatore, il 19 gennaio 2009, ha invitato tutti i lettori a inviare bustine di tè al congresso, al senato e a chiunque si fosse reso complice delle operazioni di salvataggio delle grandi istituzioni finanziarie negli ultimi mesi dell’anno precedente.
Nei mesi successivi, quando Obama ha confermato i salvataggi voluti da Bush e ha chiesto ulteriore denaro per altri pacchetti di stimolo economico, la protesta si è radicalizzata e il sentimento anti-establishment si è rafforzato.
Crescendo, il movimento dei Tea Party ha incontrato le prime difficoltà di coordinamento territoriale, ma rimane la realtà politica più interessante degli ultimi anni.
De Carlo non nasconde il suo apprezzamento e non finge di trattare il tema da osservatore neutrale, ma vuole far conoscere anche in Europa gli stati d’animo di una fetta importante dell’elettorato americano.
Università Bocconi editore, 2010, 242 pagine, 16 €
TP 101: Fedeli all’Ideale, non ai partiti
28 ottobre 2010Articolo di Luca Bocci
Glenn Reynolds scrive che il dominio dei Tea Parties era inevitabile e che il movimento è fuori ed oltre i partiti, tanto da essere in grado di inviare un ultimatum al GOP: o fate i bravi o facciamo da soli.
Da noi ci si chiede ancora se Tea Party Italia sia un trucco di Berlusconi.
Santa pazienza…
Oggi parliamo di un tema che mi sta molto a cuore: il rapporto del Tea Party con i partiti politici tradizionali.
La scusa per l’ennesima dispensa del corso accelerato dell’Apolide su cosa sia il Tea Party è l’editoriale del grandissimo professor Glenn Reynolds, meglio conosciuto come l’Instapundit, che trovate tradotto qui sotto.
Il pezzo non è particolarmente nuovo, visto che è uscito sul “Washington Examiner” più di due settimane fa ed è rimasto nel limbo delle bozze dell’antro per altrettanto tempo, superato giorno dopo giorno da notizie più interessanti o urgenti.
A farmi decidere a tradurlo è stata una combinazione di fattori, non ultimo il vergognoso servizio-killer trasmesso lunedì sera (di due settimane fa n.d.w.) in coda alla riunione dei reduci del collettivo marxista-leninista altrimenti conosciuta come L’infedele di Gad Lerner su La7.
Trovarsi di fronte ad un tale condensato di menzogne, imprecisioni, fandonie, calunnie e character assassination è stata un’esperienza particolarmente spiacevole.
Fossi stato in studio al posto del serafico David Mazzerelli, coordinatore nazionale di Tea Party Italia, non so se sarei riuscito a trattenermi dal cercare l’autore di tale mostruosità e, a telecamere spente, esprimergli coi fatti tutta la mia stima per la sua altissima professionalità.
Eppure le cose dette durante quei pochi minuti che andrebbero fissati per sempre nella bacheca del peggio del peggio della propaganda sinistra sono il Bignami della montagna di panzane propinate dalla stampa europea ai suoi poco curiosi lettori sul movimento politico più significativo degli ultimi due secoli.
Da qui alle poche, sommamente ottuse domande poste da Lerner ed i suoi accoliti all’esportatore dei Tea Parties in Italia (guardate il video, l’ha detto sul serio) il passo è brevissimo.
Urge un intervento.
Non parlerò di America; per illustrare la situazione basta ed avanza l’ottimo editoriale dell’Instapundit.
Quello che i commentatori ed esperti di politica italiana non riescono proprio a capire è che il Tea Party italiano non è un trucco di un politico in crisi o la trovata di un astuto pubblicitario, ma un movimento che sta crescendo proprio perché ripropone in maniera quasi letterale il dirompente messaggio dei nostri amici americani.
Il Tea Party nasce come movimento guidato da ideali ben precisi, sui quali nessuno si sognerebbe mai di scendere a compromessi.
In America sembrano trasmettersi per intervento divino, come se l’idea di libertà individuale, il rispetto per la proprietà privata, la coscienza di essere gli unici in grado di provvedere ai bisogni della propria famiglia, l’ostilità verso tutti quei politici che promettono sicurezza in cambio di libertà arrivasse ai cittadini dal latte della madre.
Da noi, evidentemente, le cose sono diverse ed il compito è ben più gravoso. Eppure l’obiettivo del Tea Party, anche in un ambiente ostile come quello dell’Europa drogata di welfare e dirigismo, non cambia.
Come si fa a chiedere se sarebbe possibile per un politico come Silvio Berlusconi co-optare o addirittura comprare l’idea del Tea Party? Possibile che il cinismo ed il relativismo morale abbiano talmente corrotto le menti degli osservatori della politica da non riuscire più nemmeno a concepire un gruppo di persone che dedicano il loro tempo e le loro risorse umane, intellettuali, finanziarie alla realizzazione di ideali che ritengono preziosi per sé e per gli altri individui, loro concittadini? La risposta di David è emblematica ma ancora di più lo è la sua faccia stupita, come se Lerner gli avesse chiesto se sia possibile che il sole si metta a girare attorno alla terra.
Qui è il baratro morale, intellettuale ed ideologico che divide chi sceglie di impegnarsi in una battaglia difficile come quella dei Tea Parties e chi continua a sperare che il sistema di potere finanziario-politico-intellettuale si possa ancora riformare dall’interno.
Il sottoscritto ha fatto parte di quest’ultima categoria fino all’anno scorso, passando buona parte della propria giovinezza all’interno di quell’unico partito abbastanza vicino ai suoi ideali da poter sperare di ricondurlo, un giorno, sulla retta via.
Ho passato anni ed anni ad aiutare personaggi francamente impresentabili, ne ho viste combinare di cotte e di crude, ho sentito quello che i politici pensano dei loro elettori e dei loro sostenitori entusiasti quando sono sicuri che nessuno li sta spiando.
Cose che voi umani non potete nemmeno immaginare.
Poi mi sono svegliato un giorno e mi sono reso conto che il sistema non si può cambiare, che è fatto e pensato per garantire non un governo efficace della cosa pubblica ma il semplice mantenimento dello status quo e la cristallizzazione della stratificazione sociale ed economica del paese.
A quel punto non potevo più continuare a partecipare alla sciarada e me ne sono andato. Tranquillamente, senza sbattere la porta, come mio solito.
Dopo qualche tempo, le telefonate si sono diradate; alla fine solo il silenzio.
‘Fuori un altro? Meglio, più spazio per me’.
E la ruota continua a girare.
Poi succede qualcosa di nuovo: qualcuno su Facebook mi gira un manifestino con una teiera sopra.
Tea Party in Italia? Pensa te! A Prato? Nemmeno troppo lontano.
Sicuramente sarà la solita manfrina di partito, gente scornata che cerca di riciclarsi, chiacchieroni buoni a nulla.
Il solito cinismo da politico navigato che emerge puntuale come un orologio svizzero.
All’ultimo momento sto quasi per rinunciare; poi mi convinco, prendo la telecamera e partecipo al primo Tea Party.
Il resto, verrebbe da dire, è storia.
Dopo aver tentennato per anni apro questo piccolo blog.
Conosco decine, centinaia di persone che condividono quegli ideali che pensavo ormai defunti in questo paese.
Alla fine, sempre per caso, mi ritrovo coinvolto nell’organizzazione, anche se in maniera periferica.
Le cose cambiano, gli appuntamenti si infittiscono.
Tutte le volte che rispunta il cinismo, che temo il peggio, uno scivolamento, un accomodamento, vengo puntualmente smentito dai fatti.
Non si scherza, gente.
Qui si fa davvero la rivoluzione.
Quella vera, non il massacro d’oltralpe.
Quella di Thomas Paine, Mazzei, Jefferson, Franklin, Madison, Washington.
Ecco perché quando sento Marco Travaglio chiedere se abbiamo “politici di riferimento”, ansioso di incasellarci, farci uscire allo scoperto, triturarci nel frullatore del teatrino della politica politicante, mi viene da sorridere.
Non avete ancora capito.
Meglio così, altrimenti, per non correre rischi, trovereste il modo per sbatterci tutti in galera.
Il Tea Party, in Italia come in America, non scende a compromessi.
Conta solo l’Ideale.
Contano solo i risultati.
Il tempo delle chiacchiere è finito.
Le promesse non bastano, ora ci vogliono i fatti.
Se avete il coraggio e gli attributi per fare quelle riforme radicali e traumatiche di cui il paese ha bisogno, fatele.
Altrimenti fatevi da parte e lasciate il posto a chi ha ancora l’incoscienza e la lucida follia di pensare che un’altra politica sia possibile, che non ci sia bisogno di una nuova Weimar per far crollare il mostro statalista totalitario che ci sta strangolando.
Caro signor Lerner, ecco perché il Tea Party non potrà mai essere fatto da Berlusconi, da Fini, da Urso, Montezemolo, Formigoni o chicchessia.
Il Tea Party, quello vero, si è rotto le scatole del politichese, degli accademici prezzolati che coi paroloni pensano di intortare la gente e continuare a tenerla in schiavitù con tasse, leggi, regolamenti e burocrazia.
Il Tea Party non pensa al “leader”, perché crede che ogni individuo sappia cosa è meglio per sé stesso e per la sua famiglia e perché sa che se a questi individui viene data la possibilità di organizzarsi e operare in maniera politica senza secondi fini, senza poltrone da occupare, senza torte da spartirsi, le soluzioni vere, quelle semplici, comprensibili da tutti, non solo si trovano ma si fanno anche diventare legge della Repubblica.
Lei dice, con una supponenza stomachevole, che non è sicuro che il Tea Party sia importabile in Italia.
Lo dice sogghignando sotto i baffi, certo di trovarsi di fronte a pochi ragazzotti illusi, malati di americanismo.
Spiacente di rovinarle l’ennesima delusione clinica, ma di Nando Moriconi qui da noi ne troverà ben pochi.
Giovani che citano Rothbard, Von Mises, Bastiat, Von Hayek e Schumpeter quanti ne vuole.
Gente che non ha timore nel definirsi liberale di nome e di fatto ancora di più.
Altri che credono che una politica conservatrice sia possibile e necessaria anche in Italia? Certo, ci sono pure loro, come i libertari duri e puri o gli ex radicali stanchi delle giravolte di Bonino-Pannella.
Soprattutto troverà tanti imprenditori che non ne possono più, liberi professionisti stanchi del ricatto “evadi o chiudi”, commercianti che vorrebbero bruciare il libro nero della contabilità parallela, giovani neo-laureati che rifiutano la prospettiva di aspettare anni ed anni di entrare nel “meraviglioso” mondo del lavoro, sicuri di pagare contributi per una vita per poi ricevere una miseria di pensione.
Lei pensa che siamo quattro gatti spelacchiati.
Noi pensiamo che tanti, tantissimi italiani saranno non solo ricettivi ma addirittura entusiasti quando si renderanno conto che il Tea Party se ne frega delle regole della politica, delle leggi immutabili, del finanziamento pubblico, dei media ma è solo interessato a far emergere quella spasmodica voglia di rivoluzione che bolle sotto la superficie di questo disgraziato paese.
Vedremo chi ha ragione.
Una cosa è certa.
Come dice Glenn Reynolds alla fine del suo editoriale, speri solo che tra qualche anno non debba scrivere un altro pezzo nel quale le ricordi come le avevo predetto come sarebbero andate a finire le cose.
Viste le infinite sofferenze che la cosiddetta classe dirigente ha inflitto al popolo italiano, dubito che le cose andranno a finire a tarallucci e vino.
You don’t want that, trust me.
Il dominio del Tea Party era inevitabile – e ve l’avevo detto
Articolo di Glenn Harlan Reynolds
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci
Ve l’avevo detto.
Il 15 aprile 2009, mentre la prima ondata nazionale di proteste del Tea Party si infrangeva sul paese, ebbi a scrivere: “Quello che colpisce di più del movimento del tea-party è che gran parte degli organizzatori non erano mai stati impegnati nell’organizzare o magari non avevano mai partecipato ad un incontro di protesta prima di oggi.
Il disgusto generalizzato ha attirato un gran numero di persone che finora sedevano ai margini dell’arena politica ed ora stanno già progettando azioni politiche dopo i meeting di oggi…
Questo afflusso di energie e talenti nuovi probabilmente fornirà nuovo vigore a chi si batte per limitare l’influenza del governo in tutto il paese.
Il partito repubblicano ed il suo establishment sembrano ancora oggi deboli e disorganizzati.
Questo movimento grassroots potrebbe rivitalizzarlo.
Oppure il movimento del tea-party potrebbe portare ad un nuovo partito che potrebbe in prospettiva prendere il posto del GOP, come il GOP, a suo tempo, prese il posto dei rissosi ed incapaci Whigs”.
Tornando ad oggi vediamo come il movimento del Tea Party — che in effetti non esisteva ancora quando scrissi quell’articolo — è la singola forza più potente nel panorama politico nazionale.
I politici democratici e repubblicani lo temono ed un numero crescente di americani (inclusi, specie negli ultimi mesi, sempre più afro-americani, secondo il tracking poll sul Tea Party di PJTV) si identificano con il movimento e dicono che sono più propensi a votare i candidati che esso appoggia e meno propensi a votare per i candidati cui si oppone.
Anche sinistri della vecchia guardia come Stanley Fish stanno lanciando segnali d’allarme ai democratici (ed all’establishment repubblicano), avvertendoli che il loro aperto disprezzo per il movimento del Tea Party non solo gli sta impedendo di capire cosa stia succedendo davvero nel paese, ma addirittura sta rafforzando il movimento.
Fish scrive che “la forza del Tea Party viene dalla sua retorica semplice, dal rispondere a domande terra-terra con risposte chiare ed ogni qual volta i cosiddetti ‘esperti’ disprezzano e prendono in giro il Tea Party, il potere del movimento aumenta”.
Ha ragione, anche se ha torto quando pensa che il movimento del Tea Party sarebbe indebolito se i leader della cultura mainstream si dimostrassero aperti ad un dibattito razionale: un buon numero degli intellettuali legati al Tea Party è abbastanza colto e bene informato mentre la leadership intellettuale dell’establishment politico odierno, in entrambi i partiti, non è che sia particolarmente brillante.
Se questa leadership fosse stata brillante, avrebbe intuito il pericolo di questo fenomeno e lo avrebbe reso innocuo tanto tempo fa.
O, magari, avrebbe evitato di condurre il paese ad un passo dalla bancarotta.
Nonostante provi molto piacere nel dire “ve l’avevo detto”, non merito chissà quali lodi.
Era semplice accorgersi di questo movimento: bastava prestare un minimo d’attenzione.
Entrambi i partiti politici sono fuori dal mondo, rinchiusi nel loro piccolo mondo privilegiato e gli americani normali sono molto scontenti di questo, specialmente quando vedono le casse del Tesoro saccheggiate, l’economia che sprofonda e le figure della classe dominante politica, giornalistica e finanziaria che la fanno franca, evitando le conseguenze delle loro scelte egoiste e dilettantesche.
Eppure, anche se gli americani normali sono incavolati neri, stavolta non sono costretti a subire in silenzio.
Le istituzioni li hanno traditi ma gli strumenti che Internet mette a loro disposizione, i blog, Twitter, Facebook oppure altri strumenti personali — come le economiche telecamere che hanno battuto volta dopo volta le accuse false di razzismo lanciate contro i Tea Parties — li rendono in grado di affrancarsi dalla schiavitù nei confronti di quelle istituzioni democratiche in rovina.
Come avevo predetto nel mio libro An Army of Davids, le persone normali sono state in grado di organizzarsi in maniera autonoma, affrontare quelle istituzioni che avrebbero preferito ignorarli, per poi sconfiggerle.
Per ora, i beneficiari di questo movimento sono (forse) i repubblicani.
Anche se i Tea Partiers sono molto critici verso il GOP, ce l’hanno ancora di più con i democratici. In questo ciclo elettorale, saranno i repubblicani ad avvantaggiarsi.
Ma allo stesso tempo i Tea Partiers stanno conquistando il GOP dal basso, partecipando alle elezioni per i rappresentanti di distretto ed i posti nei comitati statali.
L’approccio sembra sensato: visto che ci sono limiti di sistema all’ingresso di nuovi partiti, è molto più ragionevole prendere il controllo di un partito esistente, piuttosto che crearne uno nuovo da zero, sempre che sia possibile.
Ma quelle figure dell’establishment del GOP che pensano di veleggiare tranquilli verso la vittoria per tornare al vecchio status quo, alla vecchia politica del riempiamoci-le-tasche che ha caratterizzato l’ultima volta che il GOP ha avuto la maggioranza, faranno bene a cambiare idea in fretta.
Questo ciclo elettorale è, in senso veramente letterale, l’ultima spiaggia per i repubblicani.
Se sprecano questa opportunità, nel 2012 vedremo spuntare ovunque candidati di un nuovo partito, non solo alla presidenza ma anche in numerose gare per il Congresso.
Per il partito repubblicano si tratta del momento della verità.
Quindi, gente, sarà bene che rispettiate le promesse — sempre che non vogliate che scriva un altro editoriale nel 2013 titolato “ve l’avevo detto”.
Fidatevi, è meglio per voi che non lo scriva.
Articolo tradotto da Washington Examiner
Tratto da http://apolides.wordpress.com
Cicuta Parties
28 ottobre 2010Articolo di Mario Seminerio
Non è dato sapere se questa notizia è vera o è solo l’ennesima trovata di quei burloni di Repubblica. Però, pensateci: un premier, che è tale da molti anni, e che da altrettanto tempo manca clamorosamente alle proprie promesse elettorali si inventa, dall’interno dell’establishment, un movimento populista contro quello stesso sistema che egli rappresenta ed alla cui decomposizione ha così egregiamente contribuito.
Sarebbe solo l’ultimo atto di una impotenza riformatrice che in un paese meno stolto di questo avrebbe spedito Berlusconi a giocare coi nipotini in una delle sue ville caraibiche.
Ma il Cav. sa che questo è un paese per vecchi rintronati dalla televisione, con un livello culturale che non si è mai realmente discostato (mutatis mutandis) da quello dell’altro Ventennio della nostra storia, con buona pace della fibra ottica e delle autostrade dell’informazione, e quindi prosegue per la sua strada, fatta di morfina ed effetti speciali.
E’ aiutato in questo da un’opposizione dotata di una visione della società e dell’economia come non ne se trova più neppure a Cuba, e può quindi sempre sventolare il drappo rosso della minaccia al portafoglio dei sudditi.
Dal Predellino ai brambilleschi Promotori della Libertà alla virago Santanché, che dovrebbe quindi risultare la caricatura di colei che è già naturaliter una caricatura: la piccola pescivendola di Wasilla.
La dose deve continuamente essere aumentata, come ogni sostanza psicotropa che si rispetti. L’amaro calice continueranno a berlo gli italiani, spacciato da the.
Ma è interessante anche la saldatura tra rivolta fiscale e i cosiddetti “temi etici”: costruire un modello simile a quello dei Tea Parties americani necessita anche di una visione ultraconservatrice e reazionaria della società, come diciamo da tempo.
Non può esistere una banale rivendicazione di minori tasse senza un progetto “culturale” complessivo, e questo sarebbe già dovuto essere chiaro anche ai nostri entusiasti replicanti.
Non chiedete il taglio dell’Irap, cari imprenditori, è tempo perso.
Non chiedete asili nido e quozienti familiari, cari sudditi anticomunisti: non ci sono soldi e anche questo avreste dovuto saperlo da tempo.
Non chiedete risorse, cari ricercatori colpiti dalla “riforma” dell’università, quelle stesse risorse che vi spetterebbero perché esplicitamente previste dall’esecutivo, la discriminante tra una riforma e il definitivo smantellamento della ricerca italiana, perché anche qui non ci sono soldi, e non è un problema di calendarizzazione di lavori parlamentari.
In cambio, avrete la lotta alle caste (tutte meno quella alla classe politica che vi ha regalato questo governo e questa maggioranza) e la “difesa della vita”, o meglio dello stile di vita di questi signori che vi prendono per il culo da quasi un Ventennio, ormai.
Anche questo con la maiuscola.
Tratto da http://phastidio.net/
In Italia i Tea Party li potrebbe (forse) fare Berlusconi
28 ottobre 2010Prospettive per un Tea Party italiano
Articolo di Alberto Mingardi
Mano a mano che le elezioni di mid term si avvicinano, è sempre più aperta la discussione su quale sarà il ruolo giocato dai Tea Party.
Movimento magmatico e contraddittorio, il Tp ha più facce e più anime.
Quella preponderante, schiettamente antistatalista, gioca a tenere assieme il mondo conservatore seguendo le orme della “leave us alone” coalition di Grover Norquist.
Norquist, forse il più importante attivista politico repubblicano degli ultimi trent’anni, sostiene da sempre che la non-sinistra statunitense possa coagularsi solamente attorno a un principio di non-interferenza.
I suoi animatori sono divisi in gruppi che perseguono ciascuno fini diversi dall’altro, che hanno differenti stelle polari, dai sostenitori del diritto di portare armi ai antiabortisti, dai libertari ai “socialmente conservatori”, ma convergono su un principio di fondo: pensano che la loro identità, il diritto alla loro peculiare ricerca della felicità, sia messo in pericolo dall’interferenza dello Stato.
Dopo gli anni di Bush, nei quali alla spesa pubblica non sono stati messi freni e il peso del governo federale è cresciuto (anche, si capisce, sotto la spinta della “guerra al terrorismo”), quella “leave us alone coalition” si compatta ora attorno ai Tea Party – cercando di condizionare da fuori il partito repubblicano.
Le condizioni per cui questo fenomeno si è potuto verificare sono sostanzialmente tre: il fatto che i repubblicani siano all’opposizione e quindi siano venuti a cadere timori reverenziali e convenienze dei gruppi grassroots e dei singoli attivisti verso “gli amici al governo”; un’onda lunga di insoddisfazione verso l’espansione della sfera dei pubblici poteri tramite bail-out e nuovi interventi regolatori, chiunque sia al potere; un sistema elettorale che permette ai supporter, anche quelli fino a ieri più apatici e defilati, di una forza politica di dire la loro nelle primarie.
Se questi sono i tre semi della pianta del tè, è possibile che essi attecchiscano anche in Italia? Temo di no.
La coalizione degli elettori di centrodestra da noi non è tenuta assieme dal desiderio di “essere lasciata in pace” dallo Stato, che semmai appartiene più che altro a un certo segmento di elettorato del Nord: gente che, comunque, ha ormai un atteggiamento talmente distratto nei confronti della politica da votare per abitudine (il Pdl o più spesso la Lega, partito che pare ormai convinto che dei cittadini ci si debba occupare attivamente, altro che lasciarli in pace).
Ciò detto, se da noi lo statalismo è una malattia cronica, bisogna ammettere che non ci sono stati negli ultimi anni (diversamente che in America) episodi particolarmente eclatanti di nazionalizzazione o rinazionalizzazione.
Di questo governo si può dire tutto ma non che non pensi ai conti pubblici.
Il sistema elettorale, poi, rende del tutto improponibile qualsiasi tentativo di “opa” su questo o quel partito.
Non sono contendibili: da una parte c’è un gruppo dirigente chiuso a riccio, e che comunque non sarebbe credibile come interprete di qualsivoglia istanza liberale.
Dall’altra, c’è un signore che del partito è il proprietario e che si comporta come tale, mettendo in campo criteri di selezione dei suoi collaboratori che chiariscono quale sia il suo orizzonte temporale.
In mezzo, ci sono gruppuscoli e uomini politici che vengono dalla, e torneranno alla, tradizione del voto di scambio e delle clientele.
Per completare il quadro, anche i portatori di interessi legittimi che potrebbero (potrebbero) essere contrari all’espansione della sfera pubblica hanno i loro “amici” al governo: ragion per cui a Tremonti sono state perdonate misure di “lotta all’evasione” che avevano destato una profonda irritazione, quando erano state avanzate da Visco.
Le prospettive per un Tea Party italiano sono quelle che sono.
Ciononostante c’è chi ci sta provando, un gruppo di giovani attivisti riuniti attorno all’associazione Tea Party Italia, con un buon successo almeno d’immagine.
All’improvviso, si spalanca il mar Rosso.
Si fa largo il rumor che i Tea Party se li farà, da solo, il presidente del Consiglio.
Il Cavaliere capisce che il Pdl è in crisi d’identità, e cerca di sparigliare.
Il trucco è vecchio, ma è difficile mimare la Lega “di lotta e di governo” quando si regnerebbe tranquillamente, con l’unico ostacolo di un ex amico divenuto nemico, e ieri e oggi seraficamente sprovvisto di un’idea che sia una.
I repubblicani Usa che cercano di guadagnare seggi al Senato e al Congresso si affidano a una leadership di quarantenni, il più noto è forse Paul Ryan, che non sono compromessi con l’esperienza di Bush, che possono ricostruire la credibilità del Grand Old Party e che soprattutto hanno un messaggio, un’idea, una prospettiva da offrire.
Fuori, fra i Tea Party c’è un “senatore” come Dick Armey: che però è almeno formalmente uscito di scena da un po’ di tempo.
Il fatto che accarezzi il sogno di farsi l’opposizione di sua maestà prova quanto è preoccupato Berlusconi.
Preoccupato dalla tenuta di un partito che si squaglia proprio laddove dovrebbe avere le radici più solide.
Se ne capisce persino l’ambizione di intestarsi almeno l’opposizione, dopo aver esternalizzato il governo a Tremonti.
Ma un movimento di protesta che ha come burattinaio il capo del governo non s’è mai visto, se non in qualche repubblichetta sudamericana.
C’è troppo latte, in questo tè.
Da Il Riformista, 18 ottobre 2010
2-3 Novembre: Usa Midterm 2010 Election Day. Lo speciale della web-tv TVRadicale.it
28 ottobre 2010Dalle ore 23:00 (a causa dell’alto numero di ospiti partecipanti diversamente da quanto inizialmente previsto nel 1° video promo, la trasmissione inizierà un’ora prima) del 2 novembre 2010 sino alle ore 6:00 circa del 3 novembre, TVRadicale.it (la web tv dei Radicali) dedica l’intera nottata della propria programmazione a uno speciale fusionista in streaming online sulle elezioni di medio termine negli Stati Uniti.
Per tutta la nottata sino a mattina, interviste, dibattiti, interventi di prestigiosi ospiti liberali classici, liberisti free market, libertarian anarco-capitalisti e miniarchici, conservatori fiscali, tea partier, oggettivisti e ovviamente radicali; con collegamenti in diretta via satellite con i nostri inviati dagli USA e molto altro…
E’ prevista per l’intera lunga diretta non-stop l’interazione della chat con la quale il pubblico potrà da casa proporre le proprie domande e opinioni in tempo reale agli ospiti online e allo staff.
Durante la nottata in base allo spoglio e alla sua durata verranno seguite in tempo reale via web le seguenti gare chiave:
Senato 2010
Angle (R) – Reid (D) (Senate Nevada)
Paul (R) – Conway (D) (Senate – Kentucky)
O’Donnell (R) – Coons (D) (Senato – Delaware)
Fiorina (R) – Boxer (D) (Senato – California)
Buck (R) vs. Bennet (D) (Senato – Colorado)
Miller (R) – Murkowski (I) – Scott McAdams (D) (Senato – Alaska)
Rubio (R) – Crist (I) – Meek (D) (Senato – Florida)
Raese (R) – Manchin D (Senato – West Virginia)
Rossi (R) – Murray (D) (Senato – Washington State)
Johnson (R) – Feingold (D) – (Senato – Wisconsin)
Toomey (R) – Sestak (D) (Senato – Pennsylvania)
Governatori 2010
Whitman (R) – Brown (D) (Governatore – California)
Paladino (R) – Cuomo (D) – Davis (I) (Governatore – New York)
Brady (R) – Quinn (D) (Governatore – Illinois)
Dudley (R) – Kitzhaber (D) (Governatore -Oregon)
Camera 2010
Dennis (R) – Pelosi (D) (Camera – California)
Seguiremo anche lo scontato trionfo di Ron Paul nel suo distretto congressuale del Texas.
A queste si aggiunge anche il referendum sulla Proposition 19 in merito alla legalizzazione della marijuana in California e quello sul clima.
La programmazione seguirà la seguente scaletta: la prima parte della trasmissione dalle ore 23:00 sino alle ore 01:30 circa, sarà dedicata agli ospiti e ai loro interventi.
Seguirà poi dalle ore 01:30 alle 2:30 circa la chatline per gli spettatori in streaming qualora volessero chiedere agli ospiti presenti domande e notizie in merito agli argomenti discussi o sulle elezioni americane.
Dalle ore 2.30 alle 3:00 circa presentazione delle gare della nottata e collegamenti con i nostri inviati negli Usa.
Dalle ore 3:00 alle ore 6:00 circa tutti gli aggiornamenti delle varie gare in tempo reale attraverso la squadra dei monitori con collegamenti via satellite e interazione anche con alcuni nostri amici di Tocqueville.it per uno scambio di informazione.
Mi raccomando non mancate, diffondete la notizia sia fuori che sulla rete ad amici e conoscenti.
Lasciate perdere le solite trasmissioni televisive dis-”informative” sulle elezioni americane, venite a vedere, ascoltare e conoscere gente seria e vere notizie.
Post: Ah un piccolo particolare!.
Il sottoscritto oltre ad essere uno degli organizzatori responsabili dell’evento parteciperà come staff in merito al monitoraggio di una delle gare (tenuta della mia connessione Skype audio permettendo!).
Quindi una ragione in più per essere presenti!.
Il Tea Party Italia: “A Berlusconi chiediamo di abolire l’INPS”
25 ottobre 2010Mazzarelli, l’INPS dice che se facesse delle proiezioni sulle pensioni dei parasubordinati in Italia scoppierebbe la rivoluzione
Sai che novità. Lo sappiamo tutti che l’INPS è un castello di carta che prima o poi verrà giù.
Cosa propone il Tea Party Italia?
Siamo per la libertà di scelta, anche sulle pensioni.
Devo essere io a decidere di voler versare i contributi all’INPS, non lo Stato a impormelo.
Ognuno fa come gli pare?
Non ho detto questo.
Non saremmo liberi di buttare al vento i nostri soldi, ma semplicemente avremmo il diritto di metterli sul libretto di risparmio.
Invece navighiamo nel limbo della “gestione separata”…
Esattamente.
Per me l’INPS andrebbe abolita.
Addirittura.
Ma in passato c’è qualcuno che ha realizzato riforme radicali come questa?
Gli economisti della Scuola di Chicago in Cile, e sono riforme che hanno dato un grande slancio al Paese.
Purtroppo all’epoca in Cile c’era Pinochet.
Chi sono i vostri alleati?
Il mondo dei precari, almeno quelli che sfuggono alla retorica della sinistra.
Il “popolo delle partite IVA”, i piccoli e piccolissimi imprenditori.
Tutti quelli che si sono sentiti e si sentono derubati del loro lavoro.
I precari protestano contro la riforma Gelmini.
Perché, ha cambiato qualcosa?
Lei che farebbe?
Privatizzerei gli Atenei.
Venderei le scuole.
Aprirei un mercato dei professori e dei ricercatori.
E’ una questione di qualità.
Nel Tea Party non c’e’ posto per i lavoratori dipendenti?
E’ vero il contrario.
Il lavoratore dipendente sente che non è giusto che lo Stato ti tolga quasi la metà di quello che guadagni in contributi, tasse e balzelli, ma ancora non reagisce con una bella scossa.
Il mondo del lavoro dipendente deve svegliarsi.
Proprio sicuro, eh?
Guardi che anch’io sono un lavoratore dipendente.
Ci sono buone speranze allora
Noi del Tea Party siamo giovani e il tema delle pensioni è molto sentito.
Ci siamo resi conto che le cose stanno andando a rotoli e che tra qualche decennio saremo molto più poveri dei nostri genitori.
L’Italia si è impoverita e i grandi carrozzoni statali come l’INPS sono i primi colpevoli di questa situazione.
Il Cavaliere ha messo il cappello sul Tea Party.
Vi fa gioco?
Mi spiace per Berlusconi ma arriva tardi.
Tratto da http://www.loccidentale.it
Carlo Stagnaro: Tea Party Italia, un fenomeno anti-sistema
25 ottobre 2010Articolo di David Mazzerelli
Tea Party Italia intervista in esclusiva l’amico Carlo Stagnaro, Direttore dell’Istituto Bruno Leoni prossimo ospite al Tea Party di Parma il 13 novembre 2010.
Media Italiani e Tea Party: sembra sia in atto una vera e propria campagna mediatica atta a screditare il movimento USA, con accuse di becero estremismo.
Quali sono le ragioni dietro tanto livore?
Credo che, semplicemente, molta parte dei media italiani non siano in grado di comprendere il fenomeno dei tea party.
Noi siamo abituati a manifestazioni in cui la gente chiede al governo di fare qualcosa – chiede lavoro, salario, tutele, eccetera.
Non abbiamo mai avuto qualcuno che manifesta contro la spesa pubblica, e per giunta non lo fa in relazione alla destinazione del denaro pubblico, bensì perché ritiene che la spesa sia un male in sé. Inoltre, i Tea Party sono chiaramente un fenomeno fuori dal sistema e anti-sistema, cioè qualcosa che un paese dove la politica è autoreferenziale come il nostro equivale a un elefante in chiesa.
Non credo, dunque, che ci sia una sorta di “strategia del complotto”: al massimo, la gara a sminuire, o infamare, i Tea Party è la reazione pavloviana di un paese troppo assuefatto alla spesa pubblica: che, come ogni droga, genera dipendenza.
I Tea Party sbarcano in Italia il 20 maggio.
In poco più di 4 mesi già molte tappe da nord a sud, un marchio riconsociuto, un portale, una rete regionale che si va strutturando.
Prima ci han dato di finiani, poi di berlusconiani, poi dopo Glenn Beck ha detto che siamo solo estremisti.
Cosa si poteva far di meglio e cosa si può ancora fare per migliorare?
L’esperienza italiana dei Tea Party, tenendo conto della povertà di risorse e delle enormi differenze culturali tra l’Italia e gli Usa, mi sembra sostanzialmente positiva.
Si può sempre fare meglio, ma chi non fa non sbaglia.
E il fatto che il tentativo di etichettare questo fenomeno sia sostanzialmente fallito (anche per l’oggettivo disinteresse dei tenutari delle etichette) è il sintomo del fatto che si è lavorato abbastanza bene.
In particolare, trovo molto apprezzabile la scelta di essere dialoganti con tutti, alleati con nessuno.
E’ fondamentale, per la credibilità di lungo termine dell’iniziativa, non essere né marionette, né settari.
A chi dovrebbe rivolgersi il Tea Party Italiano e con chi dovrebbe dialogare?
I Tea Party dovrebbero rivolgersi alla società nel suo complesso, e trasformarsi in una sorta di “sindacato dei contribuenti” – si tratta di un oggetto parzialmente diverso da quello che i Tea Party sono negli Usa, ma mi pare più adatto al nostro contesto politico e culturale.
Molto banalmente, Matt Kibbe e Dick Armey possono scrivere che la loro è “un’opa ostile sul partito Repubblicano” perché hanno un partito che vale la pena colonizzare, e lo strumento per renderlo contendibile (le primarie).
Da noi, i partiti sono poco interessanti e per nulla contendibili, quindi quel tipo di strategia è semplicemente impossibile.
La conseguenza è che bisogna farsi movimento d’opinione – un po’ sul modello delle associazioni dei consumatori (pur con tutte le differenze del caso).
E per far questo bisogna dialogare con tutti, compresi quelli che non condividono interamente il vostro messaggio e quelli che non lo condividono per nulla ma sono disposti e interessati ad ascoltarlo e confrontarsi.
Libertari e conservatori.
Una distinzione vera tra i Tea Party negli USA, da noi solo diletto intellettuale.
A fronte di pochi libertari, in Italia abbiamo milioni di (inconsapevoli) conservatori a cui comunicare?
Non sono sicuro che abbiamo conservatori in Italia, anche perché essere conservatori in un paese che nasce – appunto – col Boston Tea Party e che ha la dichiarazione di indipendenza del 1776 è molto diverso dall’essere conservatori in un paese che ha la nostra storia e i nostri punti di riferimento.
Cioè, un conto è conservare l’eredità di Thomas Jefferson, altra cosa è conservare la salma di Giuseppe Mazzini…
Credo però che ci sia in Italia un terreno fertile per coltivare il “fiscal conservatism”, che in fondo è stato il tentativo iniziale sia della Lega, sia di Forza Italia; e c’è spazio, come dimostra l’esperienza di Bersani ministro dello sviluppo economico nel 2006, per usare con profitto politico una retorica sulle liberalizzazioni.
Il problema è che tutti questi tentativi sono naufragati, tra l’altro, per la debolezza intellettuale di chi li portava avanti e per la carenza di progettualità.
Dunque, compito di una realtà come la vostra può essere quello di contribuire a stimolare e rendere visibile questo humus che oggi c’è, ma non è politicamente rappresentato (oppure si fa rappresentare da chi, di volta in volta, è ritenuto il “meno peggio”).
Francesco Forte sul Foglio ha recentemente declinato così i Tea Party: “L’etica della responsabilità dei Tea Party comporta invece che la base dell’economia sia costituita dalla parsimonia e dall’efficienza, e quindi dal lavoro e dal risparmio, che la moneta deve essere stabile e il bilancio in pareggio per tutelare il risparmio, che il big government non è la soluzione giusta, ma… anche che la famiglia è la base della società, che l’aborto non è lecito, che è insensato il matrimonio fra persone dello stesso sesso, ed altri principi che si collegano alla concezione della “right nation”, fra i quali il patriottismo e che gli altri immigrati regolari debbono meritarsi l’integrazione e quelli clandestini vanno espulsi“.
Basta questo anche in Italia? O sono altre le issue che andrebbero tolte/aggiunte da questo elenco?
Penso che l’analisi di Forte sia largamente corretta.
In Italia è probabilmente molto meno forte il senso di appartenenza – noi la bandiera la tiriamo fuori per i mondiali e solo dopo i quarti, in America molta gente la espone ogni giorno – e anche la società civile è meno forte e meno coesa, in parte perché molti compiti sono stati appropriati dallo stato (penso a gran parte delle iniziative solidaristiche).
Quindi il percorso è più complesso: si può essere “tea partisti” senza il nazionalismo (anzi, non è una grande perdita…) mentre è difficile esserlo senza avere in mente una visione della società nella quale è la società, e non lo stato, a prendersi cura degli ultimi, dei deboli, di chi si trova in difficoltà.
Nel senso che, contro la spesa pubblica, non basta dire che è inefficiente: bisogna anche far vedere che è inutile o dannosa, e che risultati migliori possono essere raggiunti facendo leva sull’auto-organizzazione degli individui.
Detto questo, a me pare evidnete che in Italia le issue prioritarie, oltre a quelle fiscali e alle distorsioni e distruzioni di ricchezza operate dalla spesa pubblica, siano il peso enorme della burocrazia e le complessità del nostro sistema legale e fiscale.
La complessità è una tassa, in un certo senso, ed è un problema che tutti viviamo quotidianamente.
I tea party devono saper cogliere i problemi reali e declinare delle risposte, oltre che indicare un sistema di valori e una serie di parole d’ordine “ideologiche” (nel senso buono del termine).
Tratto da http://www.teapartyitalia.it
13 Novembre 2010: Tea Party Parma
25 ottobre 2010Sabato, 13 novembre 2010 dalle 18:30 alle ore 21:00 presso “Pane, Vino & S. Daniele”, Piazza Garibaldi.
L’evento si terrà nell’accogliente gazebo (chiuso e riscaldato!) di uno dei locali più frequentati di Parma, proprio nella piazza principale della città.
Durante l’incontro: musica, aperitivo e specialità parmigiane!
Temi trattati: La complessità e l’entità del sistema fiscale italiano: Quante sono le tasse in Italia? Cosa attende i giovani nel futuro? Quale speranze per professionisti ed imprese? Dalla città emiliana un Tea Party insieme a giovani relatori incentrato su proposte e soluzioni concrete su come tagliare le tasse anche nel nostro paese e rendere più libere le persone.
Ospite della serata: Carlo Stagnaro, Direttore Istituto Bruno Leoni
Interverranno:
- Daniela Gambetta, Imprenditrice, Vicepresidente Giovani Imprenditori di Parma
- Carlo Rossi, Avvocato, Coordinatore Emilia Romagna e Responsabile dell’Osservatorio Nazionale dei rapporti con le imprese Associazione Italiana Giovani Avvocati
- Andrea Azzali, Imprenditore, Consigliere Unione Giovani Industriali di Parma
- Stefano Traversa, Dottore Commercialista
Porterà i propri saluti:
David Mazzerelli, Coordinatore Tea Party Italia
Saranno Presenti:
- Saba Zecchi, Responsabile PR e Segreteria Organizzativa
- Riccardo Cavirani, Vice-Coordinatore Tea Party Italia
- Cosimo Zecchi, Coordinatore Tea Party Toscana
- Luca Bocci, Portavoce Tea Party Italia
- Carlo Cordasco, Resp. Culturale Tea Party Italia
Moderano il dibattito:
- Cinzia Camorali, Coordinatore Tea party Emilia Romagna
e Lorenzo Bellè
Info: Dott. Cinzia Camorali (+39) 333/2941347 E-Mail cinziacamorali@tim.it
Tratto da http://www.teapartyitalia.it/
Per le tasse è l’ora del té anche in Italia
25 ottobre 2010L’atto di fondazione del movimento Tea party italiano va in scena in una fresca serata milanese, nei sotterranei della nuova sede in vetro e cemento dell’Università Bocconi.
Articolo di Antonio Vanuzzo
Location non casuale, l’ateneo dove il rettore Guido Tabellini sta portando avanti la linea culturale del presidente Mario Monti, basata su liberalizzazioni, privatizzazioni e riforme.
Pure la cornice è studiata nei minimi dettagli: la due giorni della European liberty conference, organizzata dagli Studenti libertari della Bocconi e dalla Milton Friedman Society, con i Tea party come succoso spin off serale.
Più che un meeting, una festa per celebrare il teorema “meno tasse più libertà”.
Grazie a due ospiti d’eccezione: Jim Lark, ex presidente del partito libertario americano, e il prof. Antonio Martino, economista liberale, ex ministro degli Esteri del Berlusconi uno e tessera numero due di Forza Italia.
A fare gli onori di casa il coordinatore nazionale David Mazzerelli, allampanato giovanotto di Prato apparso molto emozionato, e il giornalista Marco Respinti, mente e responsabile culturale del movimento.
Ad aprire le danze “l’amico Jim”, perfettamente a suo agio, che esprime tre concetti di una semplicità disarmante: “Keep your focus”, abbiate chiari i vostri obiettivi e rimanete indipendenti dai partiti politici, occhio a non perdere di vista la riduzione della spesa pubblica, oltre al cavallo di battaglia delle tasse, ma soprattutto quell’”higher standard of integrity”, ovviamente rispetto agli avversari, che oltreoceano probabilmente è roba scontata, ma non certamente in Italia.
La platea – centocinquanta giovani tra cui si scorgono i blogger del circuito Toqueville, alcuni ex Circoli del buon governo e quelli del Movimento libertario – comincia a scaldarsi, giusto per godersi un exploit di Alessandro De Nicola, ex docente di Diritto commerciale e columnist del Sole 24 Ore, che esordisce ammettendo di “avere partecipato a più esperienze liberiste – liberali degli anni che ho sulle spalle”.
Insistendo poi sulla necessità di eliminare quella “tendenza elitaria” che ha caratterizzato le precedenti esperienze liberali: “in Usa i Tea party hanno successo perché sono grassroot”, chiosa De Nicola, precisando, a scanso di equivoci, che uno dei punti cardine di un movimento di “policies, non di politics”, è “l’eliminazione dei sussidi alle imprese e alla politica”.
A dire: non siamo amici del big business.
Qualcuno, però, avrà dovuto pur finanziare la serata: “abbiamo dei sostenitori attivi”, rispondono evasivamente gli organizzatori, mentre alcuni sostengono che la corsa per accaparrarsi un testimonial di peso sia appena cominciata.
Dal lato politico, l’endorsement di Antonio Martino è cosa di cui andare fieri.
Il professore non delude.
Incipit: “I politici vedono la luce quando sentono il calore”, e ancora “ho avuto la fortuna di essere allievo di un uomo basso che ha cambiato il mondo con le sue idee”.
Gelo.
“Milton Friedman, le cui idee erano considerate eretiche”.
Applausi a scena aperta, l’economista incalza: “le tasse sono la manifestazione precisa ed esatta della politica nelle nostre vite”.
E via con il ricordo della marcia antifisco del dicembre 1986, quando 35mila lavoratori scesero in piazza a Torino, Martino ricorda che camminò con la valigia, appena arrivato da Roma.
Pausa.
Il discepolo di Friedman rievoca lo spirito del ’94, la prima discesa in campo di Berlusconi, posizione che mette d’accordo tutti: liberali, liberisti e libertari.
Prima del quadruplice affondo, con cui Martino si toglie più di un sassolino.
Contro Tremonti, “le manovre hanno senso quando un sistema economico sano esce temporaneamente dalla carreggiata, oggi servono le riforme”, il federalismo, “ci sono troppi livelli di Governo, Einaudi venne sbeffeggiato dalla sinistra quando calcolò che le Regioni sarebbero costate mille miliardi di vecchie lire l’anno”, ancora Tremonti, “il problema non è l’evasione, ma l’elusione, l’anno scorso un illustre tributarista ha dichiarato un reddito di 39mila euro”, per finire con la malasanità, “le persone vengono ammazzate dallo statalismo”.
Prima di chiudere, una citazione di Guglielmo D’Orange, “non c’è bisogno di sperare per intraprendere né di riuscire per perseverare”.
Ovazione, corsa al buffet.
A margine, il prof. Martino si confessa davanti ad un gruppetto di entusiasti: “come ha scritto il Wall Street Journal qualche giorno fa, è difficile esportare in Europa il fenomeno Tea party, per colpa del proporzionale”.
I candidati, in Usa, sono scelti dal popolo.
Tratto da http://www.ilfoglio.it
Liberali di nome e di fatto
25 ottobre 2010Articolo di Luca Bocci
Sull’antro il reportage semi-serio del primo Tea Party a Milano.
A tutti quelli che non c’erano, posso solo dire: non avete idea di cosa vi siete persi.
Un Martino così combattivo non lo si vedeva almeno dal 1994. Tea Party Italia annuncia il passaggio dalle sale congressi all’attività di piazza.
Si parla di documentazione, struttura e strategia.
You ain’t seen nothin yet.
Piccole rivoluzioni crescono, silenziose ma mortalmente serie.
Nell’aula che l’Università Bocconi di Milano aveva concesso ai ragazzi dell’organizzazione della European Liberty Conference, folla delle grandi occasioni per il primo evento a livello nazionale di Tea Party Italia.
Ospiti di prestigio, tanto interesse, studenti, ex liberali, radicali, conservatori, un piccolo spaccato di quell’umanità resistente che, nonostante tutto in questo paese sembri andare a rotoli, si ostina a credere e lavorare per un futuro migliore, più libero e responsabile.
Insomma, tanta bella gente, non solo in sala ma anche fuori.
Non proprio “standing room only”, ma poco ci mancava.
Visto il periodo e la poca attenzione dei media, impegnati a seguire le solite risse di bottega o di palazzo, non ci si può proprio lamentare.
Il panel dei relatori era decisamente interessante: presenti erano Jim Lark, professore d’ingegneria statunitense segretario nazionale del Partito Libertario dal 2000 al 2002, tuttora molto impegnato nel coordinamento delle attività del partito nei campus universitari; Marco Respinti, saggista, traduttore e giornalista per Libero, Il Tempo e Il Foglio, membro di numerosi centri studi oltreoceano nonché presidente del Columbia Institute di Milano; Antonio Martino, insigne economista a livello mondiale, nonché fondatore di Forza Italia, eminenza grigia del rivoluzionario programma di governo del 1994, ministro degli esteri e della difesa.
Apre le danze, dopo l’introduzione di Luca Mazzoni, rappresentante del comitato organizzatore della European Liberty Conference, Giacomo Zucco, responsabile di Tea Party Milano e del coordinatore nazionale di Tea Party Italia David Mazzerelli, Jim Lark: il suo intervento in inglese (le offerte dell’Apolide per una simultanea al volo sono state rifiutate dicendo “pensa a fare le foto”.
La prossima volta lascio a casa macchina fotografica e telecamera, anche perché il maledetto zainetto pesava mezza tonnellata) è stato incentrato sull’esperienza del Tea Party americano ed ha offerto preziosi consigli ai ragazzi di Tea Party Italia su come muoversi di qui in avanti per ottenere risultati nella difficile realtà italiana.
Il succo dell’interessante intervento, intramezzato da gustose battute, si può riassumere in un consiglio molto saggio: per vincere bisogna curare bene il territorio e resistere alla tentazione di espandere lo scopo del movimento.
Praticamente il “keep your eyes on the ball” che il vostro umile padrone di casa ripete da mesi.
Fa sempre piacere notare che persone con molta più esperienza del sottoscritto la pensino allo stesso modo.
A prendere la palla subito dopo è Marco Respinti, che parla di come il movimento in America stia raggiungendo risultati eccellenti proprio perché riesce a concentrare la propria attenzione esclusivamente su tematiche fiscali e legate alla riduzione dell’interventismo statale nell’economia e nella società. Anche lui fa notare come le battaglie economiche, almeno in questa fase, debbano assorbire tutte le risorse dei Tea Parties sparsi in mezzo mondo: le altrettanto importanti tematiche sociali e morali dovranno attendere il proprio turno.
First things first.
Perfettamente d’accordo, come succede spesso e volentieri.
Viene da pensare che se tutti i giornalisti italiani fossero intellettualmente onesti e sagaci come Marco, trattare con la stampa sarebbe un affare decisamente più piacevole, ma sto divagando come mio solito.
Dopo la chiusura dell’intervento di Marco Respinti, gradita sorpresa: a parlare per un rapido saluto ed un sentito incoraggiamento è Alessandro De Nicola, editorialista del Sole 24 Ore e docente di diritto amministrativo all’Università Bocconi.
Dopo la sua partecipazione al Tea Party di Torino in teleconferenza, De Nicola si è detto finalmente lieto di poter vedere in faccia il pubblico, visto che a Torino non era stato possibile.
Il dipartimento IT di Tea Party Italia ha ancora molto da lavorare, ma stanno migliorando.
Anche lui si è detto lieto di notare come siano i giovani a guidare questo movimento, senza aspettare “il proprio turno”, come spesso succede in politica.
Il resto dell’intervento proprio non me lo ricordo: la vecchiaia avanza…
Infine, il pezzo forte della serata: il pirotecnico intervento di Antonio Martino, liberale di nome e di fatto che ha colto l’occasione del Tea Party di Milano per riprendere il posto di preminenza che gli spetta di diritto nel panorama asfittico del liberalismo italiano.
Riassumere un discorso tanto appassionato, sentito e mortalmente efficace come quello del Professor Martino sembra un crimine, ma mi sforzerò di farlo, sperando che gli amici del Tea Party Milano abbiano provveduto a registrarlo e lo stiano mettendo in rete.
Oltre a ricordare come lo spirito del 1994 non fosse una sceneggiata, ma qualcosa di veramente rivoluzionario, il titolare della tessera numero 2 di Forza Italia (fa sempre piacere ricordarlo, specialmente quando qualcuno, all’interno del PdL, considera noi liberali una specie di corpo estraneo) ha parlato di come anche misure non ideali come la riduzione delle aliquote a tre fossero fallite in Parlamento durante i pochi mesi della splendida esperienza del primo governo Berlusconi.
Finalmente sentiamo il Martino che ricordavamo ed adoravamo ai tempi della rivoluzione liberale. L’evasione? Non è che un problema marginale.
Gli evasori sono pochi temerari che rischiano le conseguenze severe previste dal Codice Penale.
Il problema vero è chi, in maniera perfettamente legale, elude grandissima parte delle imposte, riducendo in maniera spudorata il suo reddito a livelli quasi ridicoli.
Il Professor Martino ricorda come, secondo i dati ufficiali, una persona come lui faccia parte del 2% più ricco del Paese. “Vivo nella stessa casa da 30 anni, affitto la solita casa all’Elba per le vacanze da 30 anni. Mi sono concesso un lusso, una barca di 9 metri aperta. Possibile che sia più ricco di chi ha i mega-yacht?”.
Poi un affondo al vetriolo contro un “famoso tributarista” del quale l’Onorevole Martino tralascia di fare il nome.
“Possibile che il titolare di uno degli studi commercialisti più grandi del Nord Italia, ministro della Repubblica, dichiari solo 39.000 euro di reddito? Com’è possibile, visto che lo stipendio da ministro è quasi dieci volte più alto?”.
Tremendino, impegnato com’è nella spartizione del potere, non se ne sarà nemmeno accorto, ma la sua “contabilità creativa” privata non è passata inosservata.
E per questo non serve nemmeno un dossier, basta leggere i dati pubblicati dal Parlamento.
Chiusura finale da brividi: “mio nonno era liberale, allora il peso dello stato era del 10% del PIL.
Mio padre era liberale; negli anni ’50, il peso dello stato era salito al 30% del PIL.
Io sono liberista, oggi il peso dello stato è al 50% del PIL.
Mia figlia è anarco-capitalista.
Mio nipote sarà anarchico e basta, andrà a tirare le bombe!”.
Applausi a scena aperta, convinti, entusiasti.
E poi dicono che i liberali italiani non sono in grado di produrre politici di livello.
Se questo non è un politico di razza, chi dovrebbe esserlo? I fanfaroni illetterati? I capipopolo tutti cadrega e manuale Cencelli? I populisti sgangherati?
Verità assoluta, professor Martino.
Il fatto che posizioni ragionevoli, che sarebbero considerate di buon senso in un paese normale, siano definite sempre più come estremiste, vuol dire che ad alzare l’asticella non sono i cattivi liberali ma la disastrosa avanzata dello statalismo.
La stazione finale, lo scontro frontale, arriverà per forza, anche se tutti noi la pensiamo in maniera diversa.
Prima o poi, anche la infinita pazienza del popolo italiano si esaurirà ed allora saranno guai seri per statalisti, socialisti, paternalisti, burocrati, raccomandati e figli di.
Le considerazioni dell’Apolide sull’evento le riservo per un prossimo intervento, più ragionato.
Per ora posso solo dirvi di aver incontrato tanta bella gente al Tea Party di Milano.
Niente gne-gne, niente salottieri, niente gente con la puzza sotto il naso, al massimo qualche giovane entusiasta che flirta con l’elitarismo e si atteggia a “minoranza illuminata” ma sono cose che si perdonano, specialmente quando i giovani in questione, oltre all’entusiasmo, portano pure capacità e competenza.
Il resto dei partecipanti? Giornalisti amici come Stefano Magni, gente con tanta politica alle spalle come Salvatore Antonaci o Mario Caputi, giovani liberali in prestito al PdL, ex radicali, cattolici liberali, conservatori.
Nell’aria una gran voglia di darsi da fare, di combattere contro il declino della società e del Paese.
Mentre il resto del mondo si inventa buffonate come il “socialismo liberale” o annuncia l’ennesima rivoluzione liberale di cartapesta, sotto le ceneri del liberalismo italiano riprende vigore la fiamma dell’identità, l’orgoglio degli ideali, il coraggio di testimoniarlo in un mondo drogato di statalismo e perseguitato dalla dittatura del politically correct.
C’è chi si dice liberale per calcolo politico.
A Milano, c’erano tanti liberali di nome e di fatto.
Può sembrare poco, ma di questi tempi può essere la migliore notizia per il nostro sgangherato Paese.
Un’altra politica è possibile.
Coraggio, gente.
Tratto da http://apolides.wordpress.com
Fermo: Registrazione della serata di presentazione dei Libertari delle Marche
25 ottobre 2010La serata di Fermo “Ma le tasse non finiscono mai?“ con gli interventi di Gionni Antonini (Libertari Marche), Serena Sileoni (LiberiLibri) e Leonardo Facco (Movimento Libertario)
Viva l’offshore, abbasso le tasse
22 ottobre 2010Articolo di Oscar Giannino
Mi assumo volentieri un compito in pressoché totale controtendenza.
Mi riferisco alle polemiche intorno alle società offshore alle quali si vorrebbe ridurre la contesa tra Fini e Berlusconi, da una parte chi sostiene sia uno scandalo il velo proprietario posto intorno a quel certo appartamento monegasco, dall’altra chi replica che altrettanto vale per le società schermo intestatarie dell’ennesima villa del Cavaliere ad Antigua.
Consapevole dello scandalo della maggioranza dei lettori, mi accingo dunque all’elogio delle società offshore, dei trust anonimi comunque costituibili secondo le legislazioni di paesi rispettabilissimi come la Svizzera, il Liechtenstein, Antigua e le Cayman, Bahamas e il Delaware, Monaco e Dubai.
Continuo da decenni a pensare che le possibilità offerte da tali ordinamenti siano benefiche e anzi salvifiche, e mi tocca spesso ripeterlo.
Se dovessimo procedere a una stima anche solo spannometrica dei beni e delle attività detenute attraverso veli societari offshore, verrebbero le traveggole.
Alcuni esempi.
Nel 2005 l’IRS, l’Agenzia delle Entrate degli Stati Uniti, stimava approssimativamente in “almeno” 11.500 miliardi di dollari – più dell’80% del Pil, allora – il valore offshore detenuto dalle sole persone fisiche soggette al fisco americano.
Addirittura la Santa Sede – quando già gli Stati nell’esplosione del loro debito pubblico erano famelicamente protesi al massimo recupero di gettito fiscale – nel novembre 2008 presentò alla conferenza promossa a Doha dall’Assemblea generale dell’ONU su finanza e sviluppo un documento in cui si stimava – non so con che precisione, ma ci avevano lavorato banchieri papali assai fini – che le attività offshore detenute da gruppi e persone fisiche dei paesi avanzati rendevano non meno di 860 miliardi di dollari l’anno.
Quando la crisi mondiale ormai era bell’e che esplosa e già gli Stati iniziavano ad accumulare punti su punti di Pil di debito pubblico aggiuntivo, ecco che il professor Avinash Persaud, emerito del Gresham College di Londra e membro della Tassk Force dell’ONU sulla riforma finanziaria internazionale, il 5 marzo 2009 scriveva sul Financial Times che l’attacco ai centri e alle società offshore altro non rappresenta che una pigra e seduttiva distrazione politica rispetto all’obiettivo di affrontare seriamente il problema della regolamentazione finanziaria dei Paesi industrializzati.
Finchè questa resta disomogenea e ogni Paese tenta di arbitrare con più alto fisco a proprio vantaggio, la regola della libertà personale è tentare di deludere le pretese esose degli Stati spreconi e dilapidatori.
Quanto allo studio comparato del meglio che può offrire alla libertà dei capitali la tecnica offshore, non è esattamente materia per manigoldi.
Il manuale di riferimento sui paradisi bancari, dell’avvocato d’affari francese Edoard Chambost, non a caso fu tradotto nel 1980 in italiano dall’avvocato Franzo Grande Stevens, puntualmente non a caso chiamato in causa insieme a Gianluigi Gabetti nelle vicende ereditarie e fiscali collegate al patrimonio dell’Avvocato Agnelli, per il ruolo ricoperto in numerose società “coperte” estere a fini fiscali.
Migliaia di società italiane, hanno per decenni utilizzato il velo di holding per lo più di diritto lussemburghese, per eliminare la tassazione dei dividendi e incorporare ai proprietari il più delle plusvalenze.
Dalla riforma Visco a quella della participation exemption voluta da ultimo da Tremonti, alla ricerca del gettito perduto, la lotta è sempre andata persa: perché la libertà prevale, e tra le massime espressioni della libertà vi è appunto quella dell’organizzazione della proprietà, al fine di ridurne i gravami a cominciare da quelli fiscali.
Come insegna nel suo bellissimo Paradisi e paradossi fiscali il professor Giuseppe Marino, che dirige il master in diritto tributario d’impresa alla Bocconi, un tempo l’invidia fiscale era di sinistra e la libertà fiscale di destra, quell’invidia che secondo Bertrand Russel “è vizio in parte morale, in parte intellettuale, consistente nel non vedere mai le cose in se stesse, ma soltanto in rapporto alle altre”.
Ohimè nell’Italia di oggi l’invidia fiscale da tributi esosi si estende ormai da sinistra a destra.
Il che rende ancor più necessaria la difesa dell’offshore, vero presidio di libertà che sconfiggerà sempre- non illudetevi, cari statalisti – la lega degli Stati ad alto prelievo e bassa crescita.
Tratto da http://www.chicago-blog.it
Ride bene chi non piange per ultimo
22 ottobre 2010Le cose, quando qualcuno si prende la briga di fare i calcoli, risultano essere molto più semplici di quanto le si voglia far apparire.
Articolo di Michele Boldrin
Ricattato dal tempo, m’accontento di un grafico e di poche parole.
Il grafico lo rubo a The Economist che, a sua volta, lo rubò a KPMG.
Il grafico dice che l’Italia ha l’effective tax rate, sui redditi superiori ai 100mila dollari (75mila euro), superiore a tutti i Paesi del Mondo! La tassazione totale imposta dall’Italia è di circa il 43%.
L’India è seconda, a poco meno del 40% e la Svezia, la mitica Svezia delle tasse altissime per i ricchi, è terza con un 38 e qualcosa %.
HK sta all’11-12% ma persino Francia e Germania stanno ad un lontanissimo 35%, decimale più decimale meno!
La morale è sia banale che brutale.
Quelli che guadagnano più di 100mila all’anno non sono – almeno: non sono tutti – delinquenti evasori fiscali padroncini fottuti commercialisti ladri notai parassiti sfruttatori servideipadroni e bottegari lardosi.
Questo è vero, forse, per la maggioranza di quelli che son rimasti in Italia a guadagnare 75mila euro o più all’anno, ed in particolare di quelli fra loro che girano per l’amministrazione pubblica.
Ma non è vero per la totalità di quelli che 100mila dollari (75mila, in euro) guadagnano o potrebbero guadagnare, nel mondo.
La stragrande maggioranza di quelli che guadagnano 100mila e più USD all’anno è composta da gente molto produttiva, molto brava, molto dedita al lavoro, molto istruita ed anche … molto scarsa.
Gente senza la quale gli altri non sanno cosa fare o fanno, al meglio, le cose che facevano una volta, cose di molto poco valore nel mondo d’oggi.
Gente senza la quale la stragrande maggioranza degli “altri” rimane improduttiva e continua a fare cose che valgono 20mila all’anno al più invece di mettersi a fare cose che, magari, valgono 30mila (+50%) o 40mila (+100%!) all’anno.
Che son sempre meno di 100mila, o di 250mila, è vero, ma sono una valanga di benestare in più di 20mila!
Detto altrimenti: questo scum of the earth che guadagna più di 75mila euro all’anno è composto dalla gente che, piaccia o meno, decide del futuro di tutti.
Può renderlo migliore – lavorando con chi non sa cosa fare e spiegandogli cosa, quando e come fare – o peggiore – decidendo che con quel particolare gruppo, di quelli che non sanno che fare, non ci lavora e va a lavorare altrove.
Con degli altri: che il mondo è “pieno” di gente che non sa bene che fare mentre è “vuoto” di gente che sa come fare bene le cose.
E da lì, piaccia o non piaccia, viene la crescita della produttività del lavoro, che è composto, in media, da brava gente che però non sa bene cosa fare di utile se non glielo spiega e magari ordina ed organizza uno di quelli che sanno come si fanno le cose e tendono a guadagnare più di 75mila euro all’anno …, dicevo: da lì, dalla presenza di questo scum of the earth viene la produttività del lavoro e la sua crescita.
Per cui: la prossima volta che vi chiedete, pensierosi e preoccupati, perché mai in Italia la produttività del lavoro non cresca e perché mai abbia cominciato a rallentare la sua crescita da 15 anni circa e forse più, non state a fare ragionamenti tanto complicati e ad inventarvi elaborate teorie sull’euro e la domanda aggregata che non c’è, che non funzionano comunque e vi si annodano sia le dita che i neuroni.
Guardatevi e riguardatevi quella tabellina che The Economist ha scroccato a KPMG, ed avrete il 51% della risposta.
Poi continuate pure a pensare che sia bene che anche i “ricchi”, questo scum of the earth che si permette di guadagnare più di 75mila euro all’anno, piangano.
Per carità, una pia illusione non si nega ad alcuno, specialmente se l’alcuno appartiene al maggioritario gruppo di quelli che, se privati di tali pie illusioni, non saprebbero bene cosa fare di utile …
Simplex sigillum veri, cari i miei sempliciotti … e non venite a dirci che non ve l’avevamo detto.
Se siamo andati via, una ragione c’è e non è certo che non ci piacevano più il risotto e gli spritz …
Tratto da http://www.noisefromamerika.org/
Nessuno può esser costretto a pagare tributi o tasse!
22 ottobre 2010Articolo di Herbert Spencer
Che un uomo possa essere libero di rinunziare ai benefici della qualità di cittadino e di rifiutarne gli oneri può, in verità, esser dedotto dalle ammissioni d’autorità esistenti e dall’opinione attuale.
Sebbene probabilmente non preparati a una dottrina così avanzata come quella qui sostenuta, i radicali d’oggi, benché a loro insaputa, professano la loro fede in una massima che manifestamente incarna questa dottrina.
Non li sentiamo citare continuamente l’asserzione di Blackstone secondo la quale “nessun suddito inglese può esser costretto a pagare contributi o tasse, anche per la difesa del regno o per il mantenimento del governo, salvo quelle che gli sono imposte col suo consenso o con quello del suo rappresentante in Parlamento”? E che significa ciò? Significa, dicono i radicali, che ogni uomo dovrebbe avere il diritto di voto.
Senza dubbio; ma significa anche molto di più.
Se un senso c’è in quelle parole, è l’enunciazione precisa del medesimo diritto per cui qui combattiamo.
Affermando che un uomo non può esser tassato, a meno che non abbia, direttamente o indirettamente, dato il suo consenso, si afferma pure che può rifiutarsi d’esser così tassato, significa rompere ogni relazione con lo Stato.
Si dirà forse che questo consenso non è specifico, ma generale, e che si sottintende che il cittadino abbia dato il suo consenso a ogni cosa che possa fare il suo rappresentante, quando votò per lui.
Ma supponete che non abbia votato per lui e che anzi abbia fatto tutto quanto poteva per eleggere qualcuno che sosteneva idee opposte —e allora? La risposta sarà probabilmente che partecipando ad una simile elezione, egli accettava tacitamente di rimettersi alla decisione della maggioranza.
E se poi non ha votato affatto? Ma allora non può a buon diritto lagnarsi di alcuna tassa, dal momento che non elevò nessuna protesta contro l’imposizione di essa!
Così, abbastanza stranamente, pare che egli dia il suo consenso in qualunque modo agisca —sia che dica “Sì”, sia che dica “No”, sia che resti neutrale! Una dottrina piuttosto imbarazzante! Ecco un disgraziato cittadino a cui si domanda se vuol pagare per un certo vantaggio proposto; e, sia che usi l’unico mezzo d’esprimere il suo rifiuto sia che non lo usi, ci fa sapere che praticamente vi acconsente, se semplicemente il numero degli altri che vi acconsentono è maggiore del numero di quelli che rifiutano.
E così siamo condotti allo strano principio che il consenso di A ad una cosa non è determinato da ciò che dice A, ma da ciò che B può venire a dire!
Quelli che citano Blackstone debbono scegliere tra questa assurdità e la dottrina sopra esposta.
O la sua massima implica il diritto d’ignorare lo Stato o è una volgare sciocchezza.
Tratto da http://www.movimentolibertario.it












































































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