Archivio per giugno 2010

Tirannia fiscale a portata di mano!

29 giugno 2010

Articolo di Leonardo Facco

L’evasione è sintomo di un disagio sociale, e quanto più è estesa l’evasione, tanto più diffuso è il disagio.

Di più, per Charles Adams l’evasione è “una forma di rivolta fiscale pacifica”.

Per lo Stato, invece, è criminalità e non passa giorno che il refrane contro chi non paga le tasse sia proposto dai media in stile “untori di manzoniana memoria”.

Così, il governo della “rivoluzione liberale stuprata” imita Visco e Padoa Schioppa, riunendo il peggio dei due personaggi in un solo figuro: Giulio Tremonti, che adotta la tracciabilità dei pagamenti, il nuovo redditometro e trasforma le banche in sostituti d’imposta.

Lo conferma anche Sergio Rizzo, notista del Corriere della Sera, il quale sostiene che: “Il nuovo fisco, va detto, comprende provvedimenti oggettivamente senza precedenti per una maggioranza che nel passato aveva sostenuto la politica scriteriata dei condoni e delle sanatorie.

Rispolverano il principio, anche se in forma più morbida della tracciabilità dei pagamenti su cui aveva puntato il centrosinistra, unita ad altri due meccanismi come il nuovo redditometro e la fattura telematica, un deterrente micidiale per l’evasione”.

Gongola Rizzo e gongolano i milioni di schiavi e invidiosi che pullulano nella penisola e che – molto spesso – vivono alle spalle degli altri.

Il commercialista valtellinese, inoltre, rafforza gli studi di settore (ma non avevano promesso di abolirli?) trasformati in redditometro, con il quale in base a quello che spendi dovrai pagare le tasse in futuro, visto che l’Agenzia delle Entrate vi starà alle calcagna.

In questo mondo “fiscalmente perfetto” – sostiene sempre Rizzo – non verranno risparmiate nemmeno le società che chiudono regolarmente in perdita.

Altro capitolo, quello delle ristrutturazioni edilizie che ottengono il beneficio fiscale di uno sgravio del 36% a patto che i pagamenti avvengano tramite bonifico bancario.

Il fatto è che i bonifici materialmente si fanno, e anche le fatture si emettono.

Ma poi alcune di loro spariscono nelle nebbie.

Che fare per arginare il fenomeno senza abolire l’agevolazione per chi rimette a posto casa? Con la manovra le banche diventeranno sostituto d’imposta (ma non Tremonti non ne chiedeva l’abolizione un tempo, considerandolo una corvée medievale?).

Fatto sta che le banche tratterranno il 20% dell’importo del bonifico, che verrà automaticamente girato al Fisco.

Se pagare il 70% di imposte non fosse abbastanza, se il diabolico sistema fiscale non fosse già di per sé oppressivo, se la burocrazia non rovinasse la vita in continuazione a chi vuole intraprendere beh, don’t worry, ora ci pensa il “governo liberale di massa” ad imboccare l’ultima uscita verso lo Stato tributario poliziesco.

La tirannia fiscale, per parafrasare Pascal Salin, non sarà un’opera perfettamente compiuta… per chi deciderà di restare in questa cloaca maxima!

Tratto da http://www.movimentolibertario.it

Tea Party ad Alessandria!

29 giugno 2010

Tratto da Movimentolibertario.it

Sotto la pioggia, un raggio di sole

29 giugno 2010

Articolo di Andrea Mancia

Pioggia, tanta pioggia.

Ma soprattutto tanti amici e tanti, bellissimi, happy warriors anti-tasse.

Il Tea Party di Roma ha dovuto combattere contro mille avversità (il tempo inclemente, il comune che ci ha spostato in un’altra piazza a meno di ventiquattr’ore dall’evento, il “ponte” che ha portato fuori città molti cittadini romani), ma ha raggiunto pienamente il suo obiettivo primario: quello di “farsi vedere”, riportando in mezzo alla gente il tema fiscale, da sempre uno cavalli da battaglia del centrodestra (non solo in Italia) ma che negli ultimi anni è stato ridotto a slogan elettorale senza mai trovare riscontri nella politica di governo.

Nei prossimi giorni, su Tocqueville.it (e su YouTube), saranno messi online gli interventi registrati al nostro “video corner”, compreso il saluto di uno dei turisti americani appartenenti all’Ohio Tea Party che si sono fermati a chiacchierare con noi, regalandoci un raggio di sole (soprattutto in vista delle elezioni americane di mid-term).

Intanto, con la speranza che la troupe del Tg1 arrivata a riprendere la manifestazione non sia passata invano, notiamo che sui giornali lo spazio maggiore al Tea Party l’ha dedicato un quotidiano di sinistra come Il Riformista, mentre gli organi di stampa vicini al centrodestra (a parte un discreto articolo pubblicato nella cronaca romana de Il Giornale) si sono fatti notare per la propria assenza.

Continuate così, fatevi del male.

Tratto da http://ideazione.blogspot.com

I Tea Party sbarcano a Roma

29 giugno 2010

Articolo di FG

Come i coloni americani, contro le tasse, anche se sotto una pioggia battente.

I Tea Party sono sbarcati in Italia.

Dopo un esordio a Prato, erano a Roma, in piazza del Popolo, nati da un’idea di Andrea Mancia, uno dei fondatori dell’aggregatore di blog liberali Tocqueville.it: «Domani saremo ad Aversa e Alessandria, poi fino a ottobre abbiamo previsto una decina di manifestazioni».

Si professano tutti o quasi di centrodestra, ma del centrodestra non apprezzano la strategia economica.

Generazione Italia, Libertiamo, Confcontribuenti, Ultima Thule, le associazioni aderenti protestano: «È il lato liberista italiano dimenticato dal centrodestra, siamo quelli che ancora credono alla rivoluzione liberale del 1994».

Eppure, un primo passo sembrebbe fatto: la modifica dell’articolo 41.

«Non è quello il motivo per cui le imprese italiane sono poco concorrenziali, ci sono altre priorità che devono essere affrontate prima di questa», ricorda Mancia.

Ma cosa chiede il Tea Party? «Chiederemo di avere il lordo in busta paga, in modo che i lavoratori possano pagarsi da soli le tasse, come ha chiesto l’imprenditore Giorgio Fidenato», dicono gli organizzatori.
L’evento di ieri non è passato inosservato.

Nonostante l’esodo vacanziero dei romani e un meteo ballerino, sono stati molti i passanti che, incuriositi, si sono fermati ad ascoltare il comizio.

«L’attuale carico tributario è troppo elevato, le imprese sono bloccate», dicono gli organizzatori.

E, citando il peso fiscale, oltre il 43 per cento, spiegano che la ripresa economica può consolidarsi solamente tramite un abbassamento delle aliquote.

Del resto, sarebbe un’eccezione nel panorama macroeconomico europeo.

Tutti o quasi i paesi dell’Eurozona stanno fronteggiando la peggior crisi dalla nascita dell’euro con misure di austerity.

Il Tea Party invece propone l’alternativa della tassazione leggera per incentivare il ciclo economico e spingere sull’acceleratore della ripresa.

Da Il Riformista del 27 giugno 2010

Tasse di destra?

29 giugno 2010

Articolo di Antonio Martino

In un articolo del 24 giugno a firma di Danilo Taino il Corriere della sera ipotizza la nascita della “destra delle tasse”.

Viene ricordato che il cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, conservatore, presenterà un bilancio basato su “tagli di spesa ma soprattutto tasse”; il ministro tedesco Wolfang Schauble che nella manovra da 80 miliardi varata due settimane fa da Angela Merkel ha introdotto “tagli alla spesa ma anche imposte sulle banche, sulla produzione di energia nucleare, sui biglietti aerei”; il governo conservatore ungherese che “cerca di evitare la catastrofe finanziaria anche con il prelievo speciale sui profitti delle banche”; il governo di centrodestra svedese che alle elezioni del prossimo autunno andrà con “un programma meno aggressivo in fatto di riduzione delle imposte”.

La conclusione di Taino è che “i partiti conservatori seguono, con moderazione, i modelli socialdemocratici sul versante delle imposte ma non su quello della spesa: quella la tagliano.”

Il titolo del pezzo sintetizza la sua essenza: Thatcher addio. Nasce la destra delle tasse.

Bisogna dire, ad onore dell’autore del pezzo, che egli riconosce che la sua analisi non si applica ovunque: il primo ministro conservatore canadese Stephen Harper “ha tagliato l’Iva, le tasse sul reddito e quelle sulle imprese … tanto che gli avversari lo accusano di avere reso il termine tasse”.

Ricorda anche la tesi avanzata da Arthur Laffer in un bell’articolo sul Wall Street Journal secondo cui nel 2011 gli Stati Uniti “entreranno in recessione”.

Laffer infatti è convinto che i contribuenti, se prevedono un aumento delle imposte in futuro, cercano di anticipare la dichiarazione di redditi futuri per usufruire di un trattamento fiscale meno esoso.

Questo spiegherebbe perché i dati del 2010 sono meno preoccupanti del previsto: dal primo gennaio dell’anno prossimo, infatti, “finiscono i tagli alle imposte effettuati da Bush”.

Meglio quindi pagare le imposte sui redditi dell’anno prossimo subito anziché attendere che nell’anno prossimo siano più alte.

Nell’articolo Laffer spiega alcuni fra gli innumerevoli modi in cui imprese e individui possono spostare i loro redditi del 2011facendoli apparire come maturati nel 2010.

Il reddito dell’anno in corso appare quindi maggiore di quanto non sia in realtà, quello dell’anno prossimo minore.

Taino ricorda anche che il premier conservatore ungherese ha introdotto una tassa sui redditi “uguale per tutti, al 16%, per convincere i cittadini a pagare le imposte”.

Sembrerebbe quindi eccessivo considerare il governo conservatore ungherese un affiliato della “destra delle tasse”.

Detto questo, tuttavia, ritengo, a differenza di Taino, che si debba anche includere il governo italiano nell’elenco di quelli che amano le tasse di destra.

Nessuna forza politica europea nell’ultimo mezzo secolo ha mai propugnato con tanto vigore la necessità etica prima che politica di ridimensionare l’invadenza, anche fiscale, del settore pubblico nella vita dei cittadini; nessun governo in Europa è stato eletto col preciso e vincolante mandato di tagliare le tasse quanto i governi Berlusconi del 1994, 2001 e 2008.

Il risultato è che la pressione fiscale, lungi dal diminuire, è aumentata, le aliquote, quando non sono aumentate, sono rimaste invariate, e della riforma complessiva del nostro fisco non si parla più.

In compenso, questo irremovibile conservatorismo ha fruttato al ministro dell’Economia – chissà perché considerato “ganzo” dal Foglio – le lodi sperticate del suo predecessore (che peraltro egli aveva violentemente criticato dai banchi dell’opposizione).

Temo che, se continua così, sui muri di Roma compariranno le scritte “arridatece Visco”!

E’ possibile distinguere fra tasse “di destra” e tasse “di sinistra”? A me non sembra.

Né credo che in politica economica abbia molto senso la distinzione fra destra e sinistra.

Sono convinto che, con tutti gli adattamenti imposti dalle circostanze, ci siano solo due partiti: il conservatore, che vuole gestire l’esistente lasciandolo immutato, e il riformista, convinto che l’esistente vada cambiato, non migliorato.

La maggioranza degli elettori italiani nel 1994, 2001 e 2008 ha votato per il centrodestra non perché voleva che l’esistente venisse gestito ma perché gli era stato promesso che sarebbe stato cambiato.

Gli italiani non volevano altre manovre, volevano riforme; sapevano per lunghissima esperienza che le prime non funzionano, servono solo ad arraffare quattrini dalle loro tasche per impedire cambiamenti, e volevano ciò che era stato loro promesso: il cambiamento.

Da questo punto di vista, i governi di Silvio Berlusconi sono stati deludenti e, se ciò non si è ancora tradotto in una decisa richiesta di svolta, è solo per l’inesistenza di una opposizione credibile – la sopravvivenza dell’attuale è il regalo maggiore che si possa fare al centrodestra – e per le indubbie qualità di comunicazione ma anche di realizzazione del leader.

Il governo e l’opposizione nell’Italia di oggi sono entrambi conservatori: non vogliono o non possono cambiare l’esistente.

Tutto ciò non può durare indefinitamente e lo dico con amarezza, essendo stato uno dei protagonisti della svolta del 1994.

Cercare di prolungare l’esistente è solo un costosissimo accanimento terapeutico: lo stato sociale catto-comunista, inefficiente e corrotto, che abbiamo ereditato, non sopravvivrà a lungo, manovre o non manovre.

La sua fine potrebbe non essere indolore ma nessuno lo rimpiangerà: ha un passato, anche se inglorioso, ma non ha un futuro.

Quanto alle tasse di destra, valgono quanto quelle di sinistra.

Suggerire altrimenti significa avere una visione della realtà scarsamente condivisibile.

Tratto da http://ilblogdiantoniomartino.blogspot.com

Quelli che… al governo si spacciano per “liberisti” e nel frattempo continuano a “mettere le mani in tasca agli Italiani” (aspettando l’inevitabile default)

29 giugno 2010

Facco: Crisi, Stato, Banche & Banda Bassotti!

27 giugno 2010

Tratto da Movimentolibertario.it

G8 a Toronto: costa un miliardo di dollari, pagano i canadesi

27 giugno 2010

Forti polemiche nel paese nordamericano sulle spese necessarie a mettere in piedi il vertice dei grandi della terra che si apre oggi. Un meeting “necessario” dicono, ma certo troppo costoso.

Articolo di Tommaso Caldarelli

C’è la crisi, certo, ma ci sono anche le priorità: sulle necessità di sicurezza dei grandi della terra, che si riuniscono a Toronto, in Canada, per l’apertura del G8-G20, sono state messe in piedi misure di sicurezza per oltre un miliardo di dollari.

Tutto scaricato sulle spalle dei contribuenti canadesi, che sono un po’ perplessi.

Lo riporta Le Figaro,  sottolineando inoltre come “in questi tempi di austerità, questi meeting eccessivamente sfarzosi potrebbero costare molto caro politicamente al governo dei conservatori canadesi”.

GIUBBE ROSSE – Sono state messe in piedi, infatti, contromisure a dir poco mostruose.

“Siamo pronti ad affrontare qualsiasi pericolo, pagando qualsiasi prezzo”, spiegano le forze di polizia canadesi al Globe and Mail.

Saranno installate delle paratie alte tre metri, che sembra costeranno cinque milioni dollari al pezzo; saranno mobilitati “migliaia” di agenti – e un tribunale canadese ha stabilito oggi che le giubbe rosse in servizio saranno autorizzate ad usare i “cannoni acustici“, strumenti in grado di diffondere suoni fortissimi ad un chilometro e mezzo di distanza.

Il consiglio provinciale di Toronto ha approvato “segretamente” una legge definita “senza precedenti”: il solo avvicinarsi alla zona rossa comporta l’arresto immediato.

Un trentenne canadese è già stato fermato e recluso mentre faceva una semplice passeggiata intorno al perimetro dell’area off limits: lo riporta il Toronto Star.

E pare che il sindaco della città abbia vietato ai commercianti di hot dog di aggirarsi per le strade durante i giorni del G8-G20.

Quale è il limite di budget per queste necessità di sicurezza? “Un barile senza fondo”, spiega uno studioso.

TROPPI SOLDI – Barile senza fondo che, nel concreto, ammonta a 1,2 miliardi di dollari, ovvero 960 milioni di euro.

Il G8 poi, che si terrà in contemporanea al G20 nella cittadella di Huntsville, a 200 km da Toronto, dove è stata costruito “un centro congressi” completo di “laghetto artificiale”, per una spesa complessiva di altri 2 milioni di dollari, avrebbe già provocato “la collera della popolazione”.

Solo per il comparto di sicurezza, e per pagare, fra le altre cose, le camere d’albergo alle giubbe rosse mobilitate per l’occasione, se ne andranno via 930 milioni di dollari.

E oltre ai soldi spesi per le necessità organizzative, secondo molti analisti il governo conservatore canadese non avrebbe tenuto nel giusto conto l’idea di organizzare il meeting nel principale centro finanziario canadese, che in questo modo rimarrà completamente bloccato per due giorni, tenendo chiuse imprese ed università.

Un vero e proprio “errore economico”, mormora qualcuno.

Tratto da http://www.giornalettismo.com

Costruire il Nuovo Ordine Mondiale

27 giugno 2010

The Creature from Jekyll Island: A Second Look at the Federal Reserve è senz’altro uno dei libri più rivelatori sul sistema monetario internazionale e in particolare sulla FED.

In esso G. Edward Griffin si avventura anche in alcune previsioni su quale dovrebbe essere il corso degli eventi in quello che chiama “finale di partita.”

Rileggendole oggi, a 16 anni di distanza dalla pubblicazione del libro, la precisione di quelle previsioni è raggelante.
Quelli che seguono sono alcuni brani tratti dal sesto capitolo.

Articolo di G. Edward Griffin

Torniamo ora al gioco chiamato salvataggi (bailout).

Tutte quelle contenute nel capitolo precedente erano soltanto informazioni di base per capire il gioco così come viene giocato sulla scena internazionale.

Queste, finalmente, sono le regole:

1. Le banche commerciali nelle nazioni industrializzate, appoggiate dalle loro rispettive banche centrali, creano i soldi dal nulla e li prestano ai governi delle nazioni sottosviluppate.

Sanno che questi sono prestiti rischiosi, così caricano un tasso d’interesse abbastanza alto per compensare.

È più di quanto pensano di ricevere a lungo termine.

2. Quando le nazioni sottosviluppate non possono pagare l’interesse sui loro prestiti, la banca mondiale e lo FMI (Fondo Monetario Internazionale) entrano in gioco sia come giocatori che come arbitri.

Usando denaro supplementare creato dal nulla dalle banche centrali delle loro nazioni membri, anticipano prestiti per lo “sviluppo” ai governi che hanno ora abbastanza per pagare l’interesse sui prestiti originari con un’eccedenza sufficiente per i loro scopi politici.

3. Il paese beneficiario esaurisce rapidamente il nuovo rifornimento di denaro ed il gioco ritorna al punto numero due.

Questa volta, tuttavia, i nuovi prestiti sono garantiti dalla Banca Mondiale e dalle banche centrali delle nazioni industrializzate.

Ora che il rischio di default è rimosso, le banche commerciali acconsentono a ridurre l’interesse al punto previsto all’inizio.

I governi del debitore riprendono i pagamenti.

4. La mossa finale è – be’, in questa versione del gioco non sembra esserci mossa finale, perché il programma è di far continuare il gioco all’infinito.

Per rendere questo possibile, devono avvenire determinate cose che sono effettivamente molto definitive.

Tra queste la conversione dello FMI in una banca centrale mondiale come Keynes aveva progettato, che emette quindi una moneta fiat internazionale.

Una volta che questa “Banca di Emissione” è stabilita, lo FMI può raccogliere risorse illimitate dai cittadini del mondo con la tassa indiretta chiamata inflazione.

Il flusso di denaro può allora essere sostenuto indefinitamente – con o senza l’approvazione delle diverse nazioni – perché non avranno più moneta propria.

Dato che questo gioco risulta in un’emorragia di ricchezza per le nazioni industrializzate, le loro economie sono condannate ad essere sempre più svalutate, un processo che sta avendo luogo da Bretton Woods.

Il risultato sarà un severo abbassamento del loro livello di vita e la loro dismissione come nazioni indipendenti.

La realtà nascosta dietro i cosiddetti prestiti per lo sviluppo è che l’America e le altre nazioni industrializzate vengono sovvertite con questo processo.

Non è un caso; è l’essenza del piano.

Una forte nazione è improbabile che ceda la propria sovranità.

Gli americani non acconsentirebbero a cedere il loro sistema monetario, il loro esercito, o le loro corti ad un organismo mondiale composto da governi che sono stati dispotici verso i loro stessi popoli, specialmente poiché la maggior parte di quei regimi già hanno rivelato un’ostilità anti-americana.

Ma se gli americani possono essere portati al punto in cui soffrono per il crollo della loro economia e dell’ordine civile, le cose saranno diverse.

Quando si troveranno nelle code per il pane ed affronteranno l’anarchia nelle loro strade, saranno più disposti a cedere la sovranità in cambio di “assistenza” dalla banca mondiale e dalle forze di “peacekeeping” dell’ONU.

Questo diventerà ancora più accettabile se un crollo strutturato del comunismo può essere organizzato anticipatamente per far sembrare che i principali sistemi politici mondiali convergono nel comune denominatore della “socialdemocrazia.”
Le nazioni sottosviluppate, dall’altro lato, non vengono sollevate.

Ciò che sta accadendo loro è che i loro capi politici stanno diventando dipendenti dal flusso di denaro dello FMI e non potranno smettere l’abitudine.

Questi paesi vengono conquistati con il denaro anziché con le armi.

Presto non saranno più nazioni davvero indipendenti.

Stanno diventando semplici componenti nel sistema del socialismo mondiale progettato da Harry Dexter White e da John Maynard Keynes.

I loro capi sono addestrati per diventare potentati in un nuovo feudalesimo high-tech, rendendo omaggio ai loro Signori a New York.

E sono desiderosi di farlo in cambio del privilegio e del potere all’interno del “Nuovo Ordine Mondiale.”

Quella è la mossa finale.

Tratto da http://gongoro.blogspot.com

Le nuove regolamentazioni faranno ancora più danni

27 giugno 2010

Pubblichiamo la traduzione di questa lettera di Peter Schiff, un autore che come noi non solo aveva visto la crisi arrivare, ma ne aveva identificato correttamente le cause e le ragioni, all’incirca le stesse spiegate nel libro Prevedibile e Inevitabile e sempre riconducibili a un attento studio dell’economia come spiegata dalla Scuola Austriaca.

Sotto il video trovate gli interventi pubblici di Peter Schiff in TV sottotitolati, e contrapposti agli interventi di chi allora pompava bolle e distorsioni del mercato (soprattutto quello immobiliare) spacciandole per benessere.

Articolo di Peter Schiff del 22 aprile 2010, traduzione di Paxtibi

In un discorso di oggi a Wall Street, il presidente Obama ha parlato di un “fallimento di responsabilità” a Washington e a Wall Street.

Tuttavia in ambito economico il settore finanziario è quello più regolato di tutti, quindi la responsabilità non può che ricadere principalmente proprio su Washington.

È stato il governo federale a creare l’assicurazione sui depositi, che ha rimosso i rischi (e quindi ogni tipo di cautele) legati ai depositi bancari.

Sono sempre stati i funzionari federali a inventarsi il “troppo grande per fallire,” il nostro nuovo sistema di privatizzazione dei profitti e di socializzazione delle perdite.

Per di più, le imposte federali e le regolamentazioni federali hanno indebolito la nostra capacità produttiva, rendendoci più fragili di fronte agli shock finanziari.

In questo discorso che castiga l’ingordigia privata, non è stata fatta menzione di Fannie, Freddie, o del ruolo della FHA nell’incoraggiare i prestiti sub-prime, né dei bassissimi tassi d’interesse della Fed che hanno reso possibile i cosiddetti tassi “teaser” offerti nei mutui.

Il denigrato “mercato dei derivati senza regole” in gran parte si è sviluppato proprio intorno ai prestiti garantiti dal governo.

Obama afferma di volere stabilire “regole di buonsenso.”

Tuttavia, la sua proposta di riforma è una sfida al buonsenso.

La nuova “autorità di risoluzione” è un tentativo di sostituire il sistema giuridico tradizionale della corte fallimentare con una burocrazia di prestiti che subordina la norma di legge alla convenienza politica.

Il risultato di questa riforma sarà quella di aumentare l’incertezza per tutti gli attori onesti del mercato – e di generare una zona protetta per le imprese collegate al ramo esecutivo di carattere politico.

La “Regola di Volcker” per ridimensionare le grandi aziende tramite scorpori va in senso contrario rispetto all’incoraggiamento, sia di questa amministrazione che della passata, perché le banche acquisiscano le concorrenti più deboli.

Ironicamente, le regolamentazioni supplementari richieste dalla nuova legge creeranno delle tremende barriere all’entrata per le nuove imprese, favorendo invece quelle che possono sfruttare le grandi economie di scala.

Fin tanto che la Fed continua a tenere i tassi d’interesse artificialmente troppo bassi e il governo continua a garantire i mutui, i prezzi degli immobili rimarranno distorti, il credito mal allocato, il moral hazard aumenterà e le sottostanti fondamenta della nostra economia continueranno a deteriorarsi.

Contrariamente alle asserzioni del presidente, i salvataggi e lo stimolo del governo non hanno salvato le fondamenta della nostra economia, le hanno indebolite.

Di conseguenza, la prossima crisi economica, che è probabile colpisca entro pochi anni, sarà molto peggiore.

Non solo questa nuova regolamentazione non farà niente per impedire la seconda fase della crisi, molto probabilmente ne aumenterà la gravità.

Il presidente sembra dire di aver visto la crisi arrivare.

Bene, io spiegavo il problema e avvertivo di un crollo imminente alla tv nazionale fin dal 2005.

Questo quando ancora il senatore Obama votava a favore di quelle leggi che hanno contribuito a scatenare la crisi.

Tratto da http://www.usemlab.com

Tremonti: Marx sarebbe sorpreso da risultati su regole

27 giugno 2010

Sarebbe rimasto sopreso da collaborazione e armonia parti sociali

Se Karl Marx avesse visto l’armonia con cui anche i rappresentanti delle imprese e dei sindacati hanno collaborato alla dichiarazione sarebbe rimasto sorpreso“.

Ad affermarlo il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, alla conferenza stampa al termine della riunione ministeriale tenutasi (poche settimane fa n.d.w.) all’Ocse a proposito della dichiarazione sui Global legal standard e dell’intesa in 10 punti firmata a Parigi nelle settimane scorse.

Il documento impone regole comuni sull’economia e la finanza basate sulla trasparenza.

Il nuovo codice di regole per l’economia e la finanza è stato infatti concordato anche con le organizzazioni internazionali di imprenditori e sindacati, Biac e Tuac.

I 34 Paesi membri dell’Ocse si sono impegnati a ridurre il deficit senza penalizzare la crescita, per evitare nuove crisi economiche globali.

La dichiarazione è stata firmata dai 34 Paesi più Brasile e Russia, verrà discussa durante il G20, il vertice che riunisce le più grandi economie mondiali.

Notizia tratta da http://economia.virgilio.it e da http://www.blitzquotidiano.it

Marx o Mises

27 giugno 2010

Articolo di James Cook

Di questi tempi l’odio per il capitalismo pare essere molto diffuso fra i progressisti.

In effetti, tale animosità sembra essere più virulenta che mai.

È necessario affrontare e neutralizzare questa inquietante tendenza affinché non si diffonda ulteriormente.

Se troppe persone cominciano a vedere il capitalismo come un male voteranno per politici che lo distruggeranno ed il paese andrà verso una sicura rovina.

I sentimenti dell’attuale amministrazione a Washington sono decisamente anti-capitalisti.

Denigrano il capitalismo e promuovono il socialismo in ogni occasione.

Tendono a vedere il commercio come predatore ed i clienti come vittime.

Vedono l’impresa libera soprattutto come sistema per approfittare della gente.

Parlano di avidità, egoismo e disonestà come fossero parti integranti del fare affari.

Pensano che profitto sia una parolaccia.

Condividono il punto di vista economico di Karl Marx.

Chiamarli marxisti non è un’esagerazione anche se la maggior parte di essi non sarebbero d’accordo.

Marx odiava il capitalismo.

Era la base delle sue opinioni.

Non si può evitare l’etichetta marxista sostenendo che il capitalismo ha difetti che soltanto il governo può correggere.

L’idea di un’economia guidata per metà dallo stato e metà per mezzo della libera impresa è un sogno socialista.

Una economia tale è semplicemente in una fase di transizione dal capitalismo al socialismo.

Un’economia mista è un piano inclinato verso il collettivismo.

L’economista Hayek la chiamò la via della schiavitù.

Chi crede che lo stato debba tenere il suo stivale sul collo del capitalismo e sottrarre la maggior parte della ricchezza che esso produce sta sposando il marxismo.

Si può pensare di non essere marxisti ma se si sostengono i principi marxisti e si denigra il sistema di mercato, come tanti fanno, non si può evitare l’etichetta.

Non c’è via di mezzo.

Il keynesismo, per esempio, è soltanto una tappa del percorso che porta verso lo statalismo ed il collettivismo.
I keynesiani possono negare con veemenza di avere un punto di vista marxista ma hanno molto più in comune con Marx che con Adam Smith.

E non hanno niente in comune con il primo nemico del pensiero marxista, il grande economista del mercato libero, Ludwig von Mises, (1881 – 1973).

A poco a poco gli americani stanno acquisendo dimestichezza con la tremenda forza di pensiero che sostiene il capitalismo, costruita dalla scuola economica austriaca e dal suo primo pensatore, Mises.

Negli anni ’20 Mises fece a pezzi il pensiero comunista con l’argomento che nessuna economia potrebbe mai funzionare senza il sistema di prezzi del mercato.

Affermò che la pianificazione centrale avrebbe fallito in Russia così come di fatto avvenne.
Il nostro governo non controlla i mezzi di produzione come in Russia.

Il sistema di prezzi del mercato ancora prevale, tuttavia, una combinazione di capitalismo e di socialismo nota come economia mista permette al governo di estrarre gran parte dei redditi della nazione dal mercato e dai lavoratori.

Questo semi-socialismo permette al governo di regolare molto strettamente il mercato per scopi sociali e di sottrarre ai benestanti i loro guadagni.

Le tasse sono usate per raggiungere gli obiettivi dello stato sociale.

Il socialismo non controlla precisamente le decisioni economiche ma controlla strettamente il flusso del denaro proveniente dalle imposte nei propri forzieri.

Il governo munge il capitalismo per ridistribuire.

Mises chiamò questo procedimento interventismo.

La sua conclusione fu che “l’interventismo non può essere considerato un sistema economico stabile.

E’ solo un metodo per trasformare gradualmente il capitalismo nel socialismo“.

Mises è il più grande nemico dei socialismi.

Considererebbe gli odierni politici liberal come socialisti e direbbe loro, “il socialismo non è per niente quello che finge di essere.

Non è il pioniere di un mondo migliore, ma il distruttore di ciò che migliaia di anni di civiltà hanno creato.

Non costruisce; distrugge.

Perché la sua essenza è la distruzione.

Non produce niente, consuma soltanto ciò che l’ordine sociale basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione ha generato.

Mises era implacabile nella sua certezza che il socialismo fosse non solo inattuabile ma anche un veleno per la società.

Scriveva, “un uomo che sceglie fra bere un bicchiere di latte e un bicchiere di soluzione di cianuro non sceglie fra due bevande; sceglie fra la vita e la morte.

Una società che sceglie fra il capitalismo ed il socialismo non sceglie fra due sistemi sociali; sceglie fra la cooperazione sociale e la disintegrazione della società.

Il socialismo non è un’alternativa al capitalismo, è un’alternativa ad ogni sistema nel cui ambito gli uomini possono vivere come esseri umani.

Mises sapeva che il capitalismo era il liberatore dell’umanità.

Disse che “il capitalismo è essenzialmente un sistema di produzione di massa per la soddisfazione dei bisogni delle masse.

Riversa un corno dell’abbondanza sull’uomo comune.

Ha alzato il tenore di vita medio ad altezze mai nemmeno sognate in ere precedenti.”

Purtroppo, i nemici del capitalismo controllano i media, il sistema educativo ed il governo.

Predicano il vangelo di Marx e di Keynes.

Mirano all’onnipotenza del governo.

Potete essere certi di una cosa: la loro agenda progressista è un progetto per la rovina nazionale.

Siamo alla fine del gioco.

Siamo molto avanti sulla via della schiavitù.

L’unico barlume di speranza sta in una crescente comprensione della scuola austriaca di economia custodita nei numerosi libri e pubblicazioni di Ludwig von Mises.

Non si può discutere efficacemente contro la sinistra a meno di capire i saldi principi del libero mercato di Mises.
Per questo vi indirizzo al sito del Mises Institute alla Auburn University: www.mises.org.

Non crediate di sbagliare, qua stiamo combattendo per il nostro stile di vita basato sulle libertà. Partecipare è assolutamente necessario.

Questa è la questione centrale dei nostri tempi e forse di ogni tempo.

Traduzione di Paxtibi, autore del Blog, La voce del Gongoro. Testo originale: Marx or Mises

Tratto da http://www.usemlab.com

Cambio luogo incontro Tea Party Roma

26 giugno 2010

Articolo di Tea Party Roma

L’autorizzazione comunale per il banchetto dal quale verranno distribuiti i moduli necessari per chiedere al proprio datore di lavoro di ricevere il lordo dello stipendio in busta paga è stata concessa per lo spazio adiacente la chiesa di Santa Maria dei Miracoli, spazio sito tra Via del Corso e Piazza del Popolo.

L’appuntamento quindi per il Tea Party di Roma è stato spostato da Piazza San Lorenzo in Lucina allo spazio adiacente la chiesa di Santa Maria dei Miracoli, tra Via del Corso e Piazza del Popolo, sempre per le ore 18 (vedere per chi venisse da fuori Roma la nuova mappa aggiornata e disponibile in questo sito n.d.w.).

Scusateci per l’inconveniente non dipeso dalle nostre volontà.

Tratto da http://www.t-party.it

Una considerazione a margine

25 giugno 2010

Articolo di Antonio Martino

L’attuale ministro dell’Economia ha significativamente incassato gli elogi del suo predecessore, il cui vice-ministro è convinto che le decisioni assunte con la manovra dimostrino la bontà delle sue ragioni.

Per ciò che riguarda la politica economica, le possibilità a me sembrano quattro:

1) Un governo che si dice liberale e che fa una politica liberale (Reagan, Thatcher);

2) Un governo che si dice socialista ma fa una politica liberale (Blair?);

3) Un governo che si dice socialista e fa una politica socialista (Zapatero, Obama);

4) Un governo che si dice liberale ma fa una politica socialista (il nostro).

La scala ideale è appunto 1,2,3,4.

Un governo che fa una politica socialista va incontro al fallimento e danneggia il paese, se poi si dice liberale, tutti crederanno che sia stato il liberalismo a fallire.

Il peggiore dei mondi possibili!

Tratto da http://ilblogdiantoniomartino.blogspot.com

Facco: L’annuario del contribuente!

25 giugno 2010

Tratto da Movimentolibertario.it

Tremonti non rappresenta i contribuenti

25 giugno 2010

Articolo di Gionata Pacor

La crisi economica ha messo in evidenza la fragilità degli Stati occidentali: è bastato un anno di crisi economica per mandare in crisi i bilanci pubblici di diversi paesi.

In seguito alla crisi gli Stati incassano meno tasse e non riescono a far quadrare i bilanci.

Per tornare nella norma è quindi indispensabile aumentare le tasse e/o ridurre le spese.

L’alternativa è quella di finire come la Grecia.

In Italia, dove le tasse sono già troppo alte, l’unica soluzione è la riduzione della spesa pubblica.

Questo cosa vuol dire? tagli a scuola, sanità, pensioni, giustizia, difesa ecc.

Nella manovra appena varata viene adottato il modo più equo possibile per “tagliare” le spese in tutti i settori pubblici: quello di bloccare gli aumenti di stipendi dei dipendenti pubblici.

In realtà non si tratta nemmeno di un taglio ma solo di un mancato aumento di stipendio.

Però, visto che le previsioni di spesa dello Stato mettono in conto degli aumenti per tutti i dipendenti pubblici, il non concedere questi aumenti migliora le previsioni sui bilanci dei prossimi anni.

Oltre a questa fondamentale misura, sono previsti dei tagli agli stipendi più alti di manager pubblici, magistrati e parlamentari.

Sono tagli poco più che simbolici, ma sono bastati per far scatenare quella che qualcuno ha chiamato “la rivolta delle caste”.

La punta dell’iceberg è costituita dai magistrati, che hanno annunciato uno sciopero, ma in realtà tutte le categorie dei lavoratori pubblici stanno remando contro questa manovra.

E i sindacati della funzione pubblica si sono naturalmente opposti anche al blocco degli aumenti.

Sui media a Giulio Tremonti, che per la funzione che riveste deve far quadrare i conti e far capire a tutte le mani tese che non ci sono soldi, viene affibbiata la parte del cattivo, del “signor no”.

A leggere i giornali sembra che si tratti di una questione tra il ministro Tremonti e gli altri membri del Governo (che non vogliono rinunciare ai fondi assegnati ai loro ministeri) oppure tra Giulio Tremonti ed i lavoratori pubblici (che non vogliono rinunciare ai loro aumenti di stipendio e, a maggior ragione, si oppongono alle riduzioni).

Questo modo di rappresentare le cose è gravemente fuorviante, per un semplice motivo: manca l’altra faccia della medaglia, la voce di quelli che ci mettono i soldi, ossia i contribuenti.

Che di certo non sono rappresentati da Tremonti: i contribuenti vogliono pagare meno tasse, Tremonti deve prelevarne il più possibile per finanziare le enormi spese del bilancio statale.

Tremonti rappresenta lo Stato, non inteso come l’insieme dei cittadini, ma come un soggetto distinto da essi, che segue logiche ed interessi propri.

Non ci interessa in questa sede giudicare l’operato di Tremonti, e dire se svolge bene o male il suo compito di Ministro.

Quello che ci preme sottolineare è che gli interessi dei contribuenti sono ben diversi e non sono soddisfatti dalle misure contenute nella finanziaria.

L’interesse del contribuente è quello di pagare poche tasse e di ricevere servizi efficienti.

In una situazione di pesante deficit di bilancio come quella attuale, l’interesse del contribuente è quello di una drastica riduzione della spesa pubblica per porre le premesse per una riduzione delle tasse.

Quindi sarebbe ad esempio interesse dei contribuenti che i fannulloni del settore pubblico vengano licenziati in tronco, che nessun manager o dipendente pubblico prenda più di 100.000 euro l’anno, l’innalzamento dell’età di pensionamento delle donne a 65 anni da subito e la riduzione delle pensioni d’oro, la riduzione del ciclo scolastico medio superiore da 5 a 4 anni, in modo da consentire un risparmio del 20% sulla scuola superiore, la riduzione del numero di parlamentari, l’abolizione totale delle provincie, la fusione dei comuni per eliminare migliaia di comuni sotto i 5000 abitanti (attualmente abbiamo un esercito di circa 150.000 consiglieri comunali!), la privatizzazione della gestione degli ospedali, la riduzione delle attività svolte dallo Stato ed il licenziamento degli statali che offrono servizi che i contribuenti non vogliono avere, l’eliminazione di progetti culturali che finiscono col finanziare gli hobby di sedicenti intellettuali amici dell’assessore di turno.

Queste istanze non trovano spazio semplicemente perché ai contribuenti non viene data dignità di “parte sociale”.

I contribuenti devono pagare e stare zitti.

Chi potrebbe rappresentare questi interessi? Ci sono diversi movimenti anti-tasse che stanno prendendo piede in Italia: il Movimento Libertario (che da anni porta avanti le sue battaglie antistataliste), ConfContribuenti (il sindacato dei tartassati) ed il tea party (che si ispira all’omonima iniziativa anti tasse in America).

Questi movimenti dovrebbero ricevere a tutti gli effetti lo status di “parte sociale” e partecipare ad esempio alla contrattazione per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, perché non è possibile che a quei tavoli siano rappresentati tutti, tranne quelli che pagano il conto.

La differenza tra questi movimenti ed i partiti o i politici che promettono meno tasse è che questi movimenti non vi chiedono un voto per andare al potere.

Questi movimenti vi chiedono di supportarli per chiedere meno sprechi, meno spesa pubblica e meno tasse, e nient’altro.

Questi movimenti le tasse non le vogliono incassare e spendere, le vogliono solo ridurre.

Ci pare un ottimo motivo per appoggiarli.

Tratto da http://www.neolib.eu/

Dal Tea Party alla rivolta fiscale

25 giugno 2010

Articolo di Leonardo Facco

L’amico LucaF. mi ha suggerito che ai Tea-party “il ML possa farsi portavoce presso i Tea Party italiani della necessità di passare dalla proposta alla protesta fiscale!”.

Musica per le mie orecchie ovviamente.

Il ML si è fatto notare in questi anni per tre motivi:

1° – Perché veniamo da tre lustri di impegno culturale, fatto studio e apprendimento, di incontri pubblici, di tanti libri pubblicati, di articoli sui giornali, convention e altro ancora;

2° – Perché quando abbiamo scelto di calcare le piazze, è successo a Vicenza, a Roma, a Pordenone non siamo andati a raccontare alla gente che pagare le tasse è un dovere civile e vanno abbassate; oppure che lo Stato dovrebbe essere un po’ meno oppressivo; oppure ancora che i politici e i burocrati sono un male necessario.

Eh No!!!

Sui nostri volantini c’era scritto che “le tasse sono un furto e non pagarle e’ legittima difesa!”; “che lo Stato è il nostro nemico”! “che burocrati e politici sono parassiti e vivono alle spalle dei produttori di ricchezza, di chi lavora”!.

Insomma, che “la classe politica è il problema e non la soluzione!”.

3° – Abbiamo applicato le idee che amiamo e diffondiamo con azioni contundenti e coerentemente libertarie: la disobbedienza civile al censimento di Stato; la battaglia contro l’abolizione del sostituto d’imposta; la libertà di semina di mais ogm.

Qualcuno – ahimé anche tra quelli che si professano liberali, dio li stramaledica – ha sostenuto: “Eccoli lì, i soliti utopisti!”.

Nossignori il libertarismo non è affatto un’utopia. l’utopia è quella che invoca sistemi contrari alle leggi di natura. comunismo e fascismo sono utopie, ergo dittature.

La democrazia poi, se possibile, è la peggiore delle utopie, perché ci abitua a pensare che se una posizione viene sostenuta da una maggioranza di individui abbastanza forte questa diventa… quasi per magia.. legittima e legittimamente da imporre!

Il libertarismo è semplicemente la soluzione coerentemente liberale affinchè un individuo, legittimo proprietario dei frutti del proprio lavoro, possa convivere pacificamente insieme ad altri individui, anch’essi proprietari del frutto del proprio lavoro, scambiando volontariamente beni e servizi.

Ovvio, nel dibattito quotidiano, le cose vengono vendute in questi termini: ci dicono che il mercato è un ottima cosa (perché garantisce ricchezza e produttività), ma subito ci aggiungono che fortunatamente c’è l’intervento pubblico (la tassazione, la coercizione statale, la redistribuzione) che introduce un po’ di giustizia, che evita la “macelleria sociale”.

Nossignori!!!!!! Questa è una logica che va rifiutata.

Che il Movimento Libertario invita a rifiutare!!!!.

E lo dico con forza ora, perché è proprio (durante la crisi sistemica che stiamo attraversando) che siamo tenuti a pronunciare parole di verità e a compiere azioni coraggiose.

Tergiversare confonde le idee, fa il gioco degli statalisti.

Gli uomini non hanno bisogno della violenza per realizzare la propria capacità di stare vicini al prossimo e agire in sintonia con gli altri.

La “macelleria sociale” è una prerogativa tutta statale.

Dobbiamo quindi capire, e far capire soprattutto, che bisogna procedere verso una destatalizzazione di molti ambiti, al fine di risocializzarli veramente.

Dobbiamo essere consapevoli, in effetti, che la statalizzazione crescente ha comportato davvero una desocializzazione: essa ha sottratto al gioco sociale risorse e autonomie, regalando privilegi ad un gruppo di persone (e non solo alla casta), che ha puntualmente fatto leva sulle tasse per ottenere i suoi scopi.

Come più volte ho sostenuto LA LIBERTA’ NON LA REGALA NESSUNO, ma accettare passivamente la pressione fiscale di oggi, l’invasività statale odierna, il becero leguleismo romano, la asfissiante burocrazia bizantina è da pavidi, da opportunisti (troppi Giuda ci circondano), oppure da complici del nemico, che per citare Nozick, è lo Stato!

Insistono col dirci: “Ma noi dobbiamo crescere per cambiare le cose, useremo le leggi per dare una sterzata decisa.

Leoni e Bastiat si rivoltano nella tomba sentendo queste affermazioni”.

Chi ci crede ancora è un illuso patentato!

Tutto il sistema delle tasse è una forma di servitù involontaria!!! Una servitù garantita per legge! Perciò non dobbiamo usare lo Stato, e i suoi strumenti, per avviare un “moderato processo di destatalizzazione”, dobbiamo invece stroncare sul nascere tutte le manifestazioni di statalismo, dobbiamo resistere al fisco!

Quanti hanno a cuore la libertà della persona (e propria) e quindi ritengono che non ci sia giustizia dove un uomo usa violenza su un proprio simile – e le tasse, lo ribadisco, sono un atto di violenza – dovrebbero iniziare a prendere sul serio taluni temi della tradizione più coerentemente antistatalista.

Eliminiamo, quindi, sprechi e privilegi, facendo pure il possibile per dare un po’ di respiro alla nostra economia, asfissiata dalle imposte.

Ma non dimentichiamo di porci domande più radicali e d’interrogarci seriamente sulla natura dello Stato moderno.

I paesi più liberi sono quelli che di tanto in tanto sanno ribellarsi.

Sono quelli che per rendersi liberi hanno capito che bisogna far crepare di fame la bestia!.

Tratto da http://www.movimentolibertario.it

Tea Party Roma

25 giugno 2010

Tratto da http://www.t-party.it

Tutti in piazza contro la dittatura fiscale

25 giugno 2010

Articolo di Gionata Pacor

Immaginate che ci sia un tizio che ogni giorno viene nel vostro giardino, scava una buca, la riempie e se ne va.

Un lavoro del tutto inutile, anzi, per voi solo un fastidio.

Immaginate poi che ci sia una legge che vi imponga di pagare quel tizio per quel “servizio” che vi sta offrendo.

Ad un certo punto qualcuno “lassù” si accorge che il lavoro di quel tizio è completamente inutile, e che ci sono troppi tizi che lo fanno.

Indipendentemente dal fatto che ci siano tizi che la buca la scavano e la riempiono ogni giorno diligentemente, altri tizi che arrivano nel vostro bel giardino e si mettono a godersi l’ombra e altri tizi ancora che nel vostro giardino non ci vengono nemmeno perché segretamente fanno un altro lavoro (ma niente paura, li dovete pagare comunque!), tutti i tizi che vanno in giro nei giardini a fare (o non fare) un lavoro inutile vengono trasferiti.

Non licenziati: trasferiti.

Perché, dicono, “mica li si può licenziare!”

La legge si preoccupa del fatto che continuino ad avere uno stipendio a tutti i costi, ma se ne frega di voi che dovrete continuare a pagare loro lo stipendio purché facciano “qualcosa” (non si sa cosa e di sicuro non sarete voi a decidere cosa dovranno fare le persone da voi stipendiate).

La legge se ne frega anche del fatto che siete stati obbligati per decenni a pagare lo stipendi a gente che non vi dava nessun servizio utile e vi creava solo fastidi.
A parte il fatto che quel tizio non viene per davvero nel vostro giardino ma va in un ufficio (pagato da voi), la situazione non è affatto immaginaria, ma reale.

Questi tizi sono quei dipendenti pubblici che fanno attività improduttive ed inutili, attività che sul mercato non interesserebbero a nessuno, come scavare e riempire una buca, appunto.

A volte questi tizi percepiscono più di 300.000 euro l’anno per “consulenze”.
Il peggio è che contro questa situazione non potete fare niente: siete obbligati a pagare.

Non pagare è un reato.

Ma non potete nemmeno modificare la situazione per via politica: i referendum in materia di fisco non sono ammessi, le leggi di iniziativa popolare marciscono nei cassetti del Parlamento, i partiti che promettono riduzioni di tasse non mantengono mai le promesse: siete costretti a pagare la metà di quello che guadagnate per finanziare uno Stato che opera come descritto sopra.

Non solo, quello che pagate non basta mai e ogni anno lo Stato fa debiti (a nome vostro, naturalmente) e vi mette in conto pure gli interessi, tanto che, come ogni italiano, pagate più di 1000 euro di interessi all’anno per i debiti che lo Stato ha fatto a nome vostro.
Va di moda dire che il debito pubblico italiano è “sostenibile”.

Sarebbe come se un padre di famiglia dicesse ai suoi figli che se lavoreranno come schiavi per tutta la vita riusciranno a pagare i debiti fatti dal padre e non falliranno.

Si può parlare di libertà in una simile situazione? Noi siamo convinti di no.

Per questo parliamo di dittatura fiscale: una situazione di espropriazione forzata e continuata dei frutti del nostro lavoro.

Per cercare di cambiare le cose abbiamo costituito la ConfContribuenti, un “sindacato dei tartassati”, con l’intenzione di diventare “parte sociale” e di diffondere tra i contribuenti una “coscienza di classe”: perché gli sfruttati, gli oppressi dalla tirannia fiscale siete voi, siamo noi tutti, quelli che paghiamo le tasse, e solo unendoci potremo a lottare per la nostra libertà.
In questo periodo si parla molto di tasse, di riduzione della spesa pubblica, di superamento dei problemi di bilancio dello Stato con meno spesa e senza aumenti di tasse.

Il governo sta facendo qualche passo in questa direzione solo perché è obbligato a farlo: l’alternativa sarebbe quella di finire come la Grecia.

Quelli che si oppongono ai tagli lo fanno per difendere dei privilegi e magari per spostare i sacrifici su altri (cioè su di voi) oppure semplicemente perché hanno interesse a mettere in difficoltà il Governo, per cercare di prendere il suo posto nella gestione di una montagna di soldi.

Noi della ConfContribuenti non ci candidiamo a governare.

Chiediamo meno sprechi, meno tasse e meno spesa pubblica e basta.

Non vogliamo gestire i vostri soldi.

Vogliamo che la politica gestisca i nostri e i vostri soldi in modo accorto e responsabile, come un buon padre di famiglia.

Il 26 giugno porteremo in piazza queste richieste assieme agli altri promotori del Tea Party Italia, un’iniziativa ispirata all’esperienza anti-tasse americana alla quale abbiamo aderito con entusiasmo.
Per lottare con noi contro la dittatura fiscale ti aspettiamo a Roma sabato 26 giugno, in Piazza S.Lorenzo in Lucina nello spazio adiacente la chiesa di Santa Maria dei Miracoli, tra Via del Corso e Piazza del Popolo, sempre alle ore 18.00.

Per maggiori informazioni:http://www.t-party.it

Facco e Mazzerelli: Tea Party, avanti tutta!

23 giugno 2010

Tratto da Movimentolibertario.it

Il primo Tea Party del Nord Italia

23 giugno 2010

Articolo di Arturo Doilo

Domenica prossima, 27 giugno, a partire dalle 16.00, via al “Tea Party” di Alessandria.

Presso l’Agriturismo Amarant di Bergamasco, ai piedi del Monferrato, si terrà il primo tea party del Nord Italia.

Un pomeriggio intero nel bellissimo scenario agreste alessandrino per incontrarsi e confrontarsi insieme uniti contro le troppe tasse e l’invasione dello Stato nelle nostre vite!

All’incontro, parteciperanno Leonardo Facco (amministratore del Movimento Libertario), Giorgio Fidenato (l’imprenditore che si è opposto al sostituto d’imposta) e il padrone di casa Carmelo Miragliotta (disubbidiente civile da sempre), insieme a molti altri, tra cui gli ideatori dei Tea party Italia, che a Prato hanno organizzato il primo raduno contro le tasse!

Il tea party prenderà il via subito dopo il seminario “Vivien Kellems”, un’importante iniziativa del Movimento Libertario, ovvero una tre giorni di studio (dal 25 al 27 giugno prossimi) ed apprendimento pratico organizzata per quegli individui che della libertà fanno un principio intangibile, un diritto naturale inalienabile.

Sommando tasse dirette e indirette e contributi previdenziali, tra il 60 e il 70% di quanto ognuno di noi produce è assorbito e intermediato dal settore pubblico.

Per pagare tasse e contributi, dobbiamo sgobbare sino a luglio, quando finalmente si è liberi di lavorare per sé stessi.

Chi dice che non possiamo permetterci di abbassare le tasse, perché questo metterebbe a repentaglio la stabilità dei conti dello Stato, non racconta tutta la verità: in un paese in cui la spesa pubblica è superiore al 50 per cento del PIL, è doveroso chiedere allo Stato una “cura dimagrante”.

Ne va della nostra sopravvivenza.

Il tea party di Alessandria è solo il primo di una serie di altri appuntamenti che verranno organizzati durante l’estate.

Non mancate.

Per informazioni logistiche sul tea party Alessandria:
http://www.agriturismoamarant.it/; Azienda Agrituristica AMARANT; Strada Prov. 243 – Km. 5 – Regione Franchigie 17, 15022 Bergamasco (Alessandria) – Tel. / Fax 0131.776561


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Per informazioni sul seminario Vivien Kellems: http://www.movimentolibertario.it

Tratto da http://www.movimentolibertario.it

Anziché andare al fisco, da oggi i soldi guadagnati restano ai contribuenti

23 giugno 2010

Articolo di David Mazzerelli

Oggi siamo soli: sì, perché il 23 giugno 2010 (l’anno scorso era il 22 giugno) è il giorno a partire dal quale lavoriamo esclusivamente per noi stessi e per la nostra famiglia, senza la presenza del nostro socio invisibile che, pur non producendo fatturato né (tanto meno) tenendoci compagnia, pretende ed ottiene comunque – con la minaccia del ricorso alla forza – la metà dei nostri guadagni.

Meglio soli che male accompagnati verrebbe a dire, ma quand’è che ci lasceranno per sempre soli? Probabilmente mai.

L’idea di uno stato padre che debba esserci vicino in tutti i campi della nostra vita – pur senza il nostro esplicito consenso – è radicata nella cultura italica e il Tax Freedom Day rimane una bella data ma celebrata da pochi.

Una provocazione intellettuale (è calcolato su medie, di medie, di medie) che ha ben poca risonanza sui media tradizionali che invece celebrano in pompa magna ricorrenze quali il 2 giugno, ad esempio, o altre festività che la retorica statalista ha forzatamente inculcato nella testa dei propri cittadini-sudditi.

Nessuno dice agli italiani che le loro 4 ore al giorno (su 8 lavorative di media) immolate all’altare della Patria potrebbero essere inutili in un regime di libero mercato: i beni pubblici potrebbero essere infatti prodotti meglio (e a minor costo per tutti) dai privati e la gran parte delle imposte che gravano sulle tasche dei contribuenti rendersi così inutili.

Il mercato potrebbe rimpiazzare agevolmente molte strutture e servizi, ponendole in libera concorrenza tra loro, elevandone la qualità e abbassandone il costo per la gente.

Pensiamo, ad esempio, a come il mercato potrebbe subentrare in maniera più conveniente per tutti nell’istruzione, nella sanità e nelle pensioni, le tre maggiori cause della spesa pubblica italiana.

Una spesa pubblica che, come cita Antonio Martino sul suo blog, lievita in maniera esponenziale negli anni: “nel 1900 (…) assorbiva il 10% del reddito nazionale, negli anni Cinquanta circa il 30%, adesso, se il calcolo è fatto correttamente, superiamo il 50%“.

E il giorno “della libertà fiscale” intanto slitta: nel 1990 il Tax Freedom Day era fissato al 7 giugno, nel 1998 al 17 per poi arretrare un po’ nel 2002 e ritornare adesso ai massimi che conosciamo.

Ma dove possiamo mai andare in un paese dove quando si è cercato di liberalizzare i taxi si è bloccata mezza Italia e che quando si è solo ventilato l’idea di privatizzare l’acqua già tutti si sono fatti trovare pronti a prendere le firme per un referendum abrogativo? Dove non c’è cultura liberale non si festeggia il Tax Freedom Day.

In Italia il 23 giugno più che una festa è la memoria di un lutto.

Considerando accise, Iva etc.. il Movimento Libertario ha recentemente calcolato che ben il 69% dei nostri soldi se ne vanno per mantenere il sistema.

Altro che 23 giugno: considerando queste percentuali la data slitterebbe ancora.

Tanto basterebbe per una rivoluzione.

Il neonato Tea Party Italia si batte a questo scopo contro l’eccessiva tassazione per rimettere al primo posto dell’agenda politica italiana la questione fiscale.

Con questo spirito anche questo weekend post-Tax Freedom Day il movimento che vuole “meno tasse e più libertà” nato a Prato il 20 maggio scorso, manifesterà in ben 3 città da nord a sud in nome della rivolta contro il fisco.

L’appuntamento è quindi a Roma sabato 26 e ad Alessandria e Aversa domenica 27.

(David Mazzarelli è il fondatore del Tea Party italiano)

Tratto da http://www.loccidentale.it

Tea Party Roma: distribuzione dei moduli per chiedere al datore di lavoro lo stipendio lordo in busta paga

23 giugno 2010

Nel corso del Tea Party di Roma (sabato 26 giugno, Piazza S.Lorenzo in Lucina allo spazio adiacente la chiesa di Santa Maria dei Miracoli, tra Via del Corso e Piazza del Popolo, ore 18.00), verranno distribuiti i moduli necessari per chiedere al proprio datore di lavoro di ricevere il lordo dello stipendio in busta paga: un atto di resistenza fiscale contro quella truffa legalizzata che prende il nome di “sostituto d’imposta”.

Con la distribuzione pubblica dei moduli, Tea Party Roma vuole appoggiare la battaglia di Giorgio Fidenato e del Movimento Libertario per l’abolizione del sostituto d’imposta.

L’obiettivo, come ha scritto Antonio Martino, è quello di “accrescere la consapevolezza dei lavoratori dell’entità degli oneri di cui lo stato li grava“.

Si tratta di “una battaglia di civiltà, che faceva parte del programma di Forza Italia del 1994 e che nel 2000 fu oggetto di un referendum (non ammesso) di iniziativa radicale“.

E che oggi viene portata avanti da “Giorgio Fidenato, un imprenditore agricolo friulano che dall’inizio del 2009 versa ai propri dipendenti lo stipendio lordo, inclusivo delle ritenute che a vario titolo devono essere versate all’erario, lasciando ad essi il compito di effettuarne il versamento“.

Non voglio più fare il sostituto d’imposta - dice Fidenato - non sono schiavo dello stato e non voglio lavorare per lui, nemmeno se mi paga!“.

Clicca qui per saperne di più sulla battaglia del Movimento Libertario (e per scaricare il modulo in formato pdf).

Tratto da http://www.t-party.it/

Tea Party, si replica. Appuntamento a Roma il 26 giugno

23 giugno 2010

Dopo la bellissima esperienza del primo Tea Party italiano di Prato, l’iniziativa si replicherà a Roma sabato 26 giugno.

Appuntamento alle ore 18 a Piazza San Lorenzo in Lucina allo spazio adiacente la chiesa di Santa Maria dei Miracoli, tra Via del Corso e Piazza del Popolo.


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Il Tea Party di Roma verrà organizzato da Tocqueville.it.


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