Archivio per maggio 2010

Facco: Clientelismo, portaborse e auto blu

30 maggio 2010

Tratto da Movimentolibertario.it

Brunetta infila l’amico nell’ente pubblico. A carico nostro

30 maggio 2010

Davide Giacalone, vicino al ministro della Funzione Pubblica e dell’innovazione nella Pubblica Amministrazione, nominato al vertice dell’Agenzia per l’Innovazione. Dopo la bocciatura alla DigitPa da parte del parlamento e il ritiro della candidatura. Ma le competenze dove sono?

Articolo di Dipocheparole

Renato Brunetta non è il tipo da perdersi d’animo.

Per questo, quando una sua nomina finisce in fumo perché qualcuno in Parlamento si mette di traverso, lui trova comunque il modo di aggirare l’ostacolo.

E così il suo consigliere Davide Giacalone, se deve ritirare la candidatura alla DigitPA, poi si ritrova al vertice dell’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’Innovazione, che, riferisce il suo sito internet, “ha la missione di accrescere la capacità competitiva delle piccole e medie imprese, dei distretti industriali e di promuovere l’integrazione fra il sistema della ricerca e il sistema produttivo“.

IL PRIMO TENTATIVO – In gennaio era andata diversamente: Giacalone era stato proposto al vertice della DigitPA, l’ex Cnipa, ma la sua nomina doveva ricevere il parere di Camera e Senato. Da Montecitorio arrivò un sì a maggioranza, da Palazzo Madama il responso fu negativo. Contemporaneamente, comparvero alcune interrogazioni parlamentari che facevano riferimento al passato giudiziario di Giacalone, alle quali il ministro rispose severamente: “Davide Giacalone è stato oggetto, nel 1993, di due inchieste penali, subendo anche provvedimenti cautelari.

Non ha mai riconosciuto od ammesso nessuno dei reati a lui contestati.

Con riferimento al primo filone di indagini (tangenti Ministero poste), nessuna delle accuse inizialmente mosse, per i reati di corruzione e concussione, si è poi concretizzata nella richiesta di rinvio a giudizio.

Per quel che riguarda il secondo filone di indagini (tangenti frequenze Tv), il dott. Giacalone è stato assolto, perché il fatto non sussiste, già al termine dell’udienza preliminare.

Sentenza poi confermata e divenuta definitiva.

Per queste vicende giudiziarie ha due volte chiesto e ottenuto dallo Stato il risarcimento ai sensi della legge n. 89 del 2001, c.d. “Legge Pinto”.

LE VICENDE GIUDIZIARIE – Tutto corretto nella replica di Brunetta (scritta con uno stile e una terminologia davvero giacaloniani, tra laltro) e anche il Corriere, in questo vecchio articolo del 1993, ricorda che i fatti andarono diversamente: Giacalone, allora appena ventottenne, era da poco entrato nello staff del ministro delle Poste Oscar Mammì: un ragazzo destinato a diventare il golden boy delle tv con un contratto di collaborazione da quasi mezzo miliardo in due anni per la Fininvest di Silvio Berlusconi.

E Giacalone, interrogato in carcere dal Pm Paolo Ielo, a raccontare il suo primo incontro con Giuseppe Parrella, direttore dell’ azienda di Stato per i servizi telefonici e gran collettore di mazzette.

E a mettere a verbale molte altre cose.

L’ex collaboratore del ministro “spara a zero sul partito repubblicano.

Parla di miliardi e miliardi di bustarelle che gli furono consegnati dal boss dell’ Asst.

E tira in ballo Mammi’ , Bruno Visentini e Giorgio La Malfa.

Su La Malfa dice: “Nel complesso tre o quattro volte i contributi furono portati da me alla segreteria nazionale del Pri.

Di tali arrivi era informato Giorgio La Malfa, che mi capitava anche di incontrare per colloqui brevi e cordiali.

Una volta, La Malfa mi chiese di dire a Mammi’ se poteva “fare qualche sforzo in piu’ “.

UN UOMO PAZIENTE – Giacalone, siciliano anche se nato a Livorno, 51enne, rinuncia alla nomina prima che il decreto arrivi alla firma del presidente della Repubblica, e diventa responsabile di Free News On Line, la rivista della Fondazione Free, il pensatoio di Brunetta.

E intanto continua la sua collaborazione con Libero e l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa fa una rassegna stampa.

Finché non arriva il posto all’Agenzia per l’Innovazione, che sembra fatto su misura per lui.

La nomina non deve infatti passare per le forche caudine del Parlamento, e quindi nessuno stavolta potrà metterci il carico da 12.

Solo che accade l’inaspettato: Salvatore Vassallo, del Partito Democratico, rivolge un’interrogazione urgente al ministero della Pubblica Innovazione nella quale fa notare un’assenza che brilla nel curriculum di Giacalone.

L’assenza di una laurea.

NON E’ LAUREATO – Il giornalista di Libero vicino a Brunetta non solo non possiede un titolo di studio tecnico che gli assicuri competenza per il ruolo che deve svolgere, ma non ne ha proprio nemmeno uno.

Non solo.

Nella sterminata (cinque pagine) produzione libraria che Giacalone rivendica per sé nel suo sito internet c’è di tutto: libri sulla droga, essendo un seguace di Vincenzo Muccioli e San Patrignano, un’imperdibile storia della federazione giovanile del Partito Repubblicano, un tomo sull’energia nucleare e il movimento ecologia, qualche agiografia di Mammì, un libro sul sistema postale, uno sulle antenne libere, un saggio sul riassetto delle tlc italiane (ma parliamo del 1991: preistoria), e poi titoli quali “Un bel sì per mandare a casa Prodi“, “Il fascino perverso del comunismo“, oltre a partecipazioni, negli ultimi anni, a tutti i pamphlet di Libero sulle varie Coop Rosse, Veltroni, i brogli alle elezioni, la malagiustizia, i fannulloni d’Italia.

Su piccola e media impresa, innovazione, distretti industrali, ricerca e sistema produttivo (i temi di cui si dovrà occupare al ministero) in effetti sembra esserci pochino.

Per dire: non sarà un metodo scientifico, ma sempre nel suo sito internet che raccoglie la sterminata produzione di articoli per Libero, L’Opinione e altri media, una semplice ricerca della parola “Pmi” non restituisce nessun risultato.

“Piccole e medie imprese”, un paio.

Ma alla fine, questi sono dettagli.

Andrea Augello, sottosegretario che si è presentato a rispondere all’interrogazione di Vassallo, ha detto che i suoi requisiti sono “più che adeguati”.

Che altro c’è da aggiungere? Se lo dice un alfiere della meritocrazia come Renato, bisogna crederci e basta.

Tratto da http://www.giornalettismo.com

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30 maggio 2010

I conti in tasca ai politici: oltre 16mila euro al mese ai parlamentari

30 maggio 2010

In tempi di crisi, con le famiglie all’affanno, e la figuraccia di regalie, appartamenti e mazzette, il problema della «dieta» investe i politici.

Ma quanto guadagnano?

Deputati.

All’indennità, già ridotta del 10% nel 2006, di 5486 euro va sommata la diaria di 4003 euro (ridotta di 206 euro per ogni giorno d’assenza) e il rimborso spese di 4190€.

Totale 13.679€.

Ma non finisce qui.

Ogni mese almeno 1100 euro di rimborsi per i trasferimenti da e per Fiumicino (se si è distanti più di 100 km si sale a 1331€ al mese).

Più 3098 euro all’anno per spese telefoniche (nessun cellulare in dotazione).

Le 3100 euro l’anno per viaggi di studio all’estero sono state abolite dal gennaio 2008.

Insomma siamo sui 15 mila euro mensili.

In Francia, con i rimborsi per gli assistenti, si arriva a 20 mila euro mensili, il doppio dei colleghi tedeschi del Bundestag. Irlandesi, olandesi e austriaci superano quota 8 mila; gli spagnoli 4900 e i finlandesi la metà.

Senatori.

Indennità parlamentare 5613 euro, diaria 4003€, rimborso spese 4678. Totale: 14.294.

Poi spese di trasporto: per chi risiede a Roma 7689 euro l’anno; se la distanza è superiore ai 100 km per raggiungere treni o aerei 18.486 euro annui.

Poi 4150 euro annui per spese telefoniche.

Al massimo, per chi risiede più lontano, si arriva ad un totale di 16.179 euro mensili.

Ministri.

I più pagati sono i francesi che superano i 20 mila euro mensili.

Gli italiani sono al quinto posto vicini a 14 mila euro, quindi poco meno dei parlamentari.

Ma hanno tutti benefit, auto blu e viaggi “ministeriali”.

Secondi e terzi, a sorpresa, austriaci e belgi tra i 16 e i 15 mila euro.

Subito dietro irlandesi e tedeschi (a quota 12.800€).

Sotto quota 10 mila, olandesi, finlandesi e spagnoli (6722€).

I più poveri sono i ministri portoghesi (4800€) e i lituani (3855 euro).

Governatori.

I presidenti della giunta regionale e del Consiglio guadagnano stipendi diversi a seconda delle regioni.

Si va dai 7.102 euro dell’Umbria, ai 14 mila€ di Sicilia e Sardegna, ai 12 mila€ di Lazio, Lombardia, Campania.

La Toscana sta a 7498€, il Molise a 12.038€.

Consiglieri regionali.

Si va dai 16.000 euro mensili in Piemonte ai 6597 dell’Umbria.

Sopra la soglia dei 10 mila€ e fino a 12 mila€ Puglia, Abruzzo, Lombardia, Emilia Romagna, Calabria e Campania.

Il Lazio è a quota 12 mila€, il Molise a 10 mila€.

Sindaci.

L’indennità è in proporzione al numero di abitanti e anche alla popolazione stagionale per le località turistiche.

Comunque nei comuni piccoli, fino a mille abitanti, 1291 euro mensili.

Da 3mila€ a 5mila€ abitanti si sale a 2169 euro; si raddoppiano per i comuni da 50 a 100 mila abitanti; dai 100 a 250 mila abitanti si sale a 5mila euro, oltre il mezzo milione di abitanti 7798 euro.

Parlamentari europei.

Gli italiani sono i più ricchi in assoluto, assieme agli inglesi.

La retribuzione base è di 149 mila euro ma tra benefit, indennità di spese generali, viaggi, soggiorno e assistenti parlamentari si vola verso 35 mila euro mensili.

In Gran Bretagna è scoppiato uno scandalo rispetto ai rimborsi spese.

I tedeschi hanno una retribuzione base di 84 mila euro, gli inglesi di 82 mila€, i francesi 63 mila euro, fino agli slovacchi e ungheresi a quota 10 mila euro.

Tratto da http://www.ilmessaggero.it/

Piccolo Guinness della spesa pubblica (II)

30 maggio 2010

Articolo di Ugo Arrigo

Credo non valga per la spesa pubblica il detto ’se la conosci la eviti’, ma conoscerla è importante non fosse altro per non farci ingannare quando ci viene chiesto di mettere mani al portafoglio per finanziarne l’ennesima crescita.

Sollecitato da diversi commenti al precedente post, ritorno sul tema per rispondere a due quesiti: (a) quali voci di spesa concorrono a spiegare gli otto punti in più di spesa pubblica in rapporto al Pil tra il 2000 e il 2009; (b) se la recente manovra influisce o meno sulle voci che sono accresciute di più nel decennio.

Variazione delle spesa pubblica primaria in rapporto al Pil tra il 2000 e il 2009

  1. Consumi intermedi e prestazioni sociali in natura: +3,0 punti %;
  2. Prestazioni sociali in denaro: + 2,8 punti %;
  3. Redditi da lavoro: + 0,9 punti %;
  4. Contributi agli investimenti e altre spese in c/capitale: + 0,5 punti %

Nota: (1) Sono gli aquisti della P.A. (beni e servizi, compresi i servizi per prestazioni sociali di cui beneficiano i cittadini); (2) Sono le erogazioni previdenziali; (3) E’ il costo del lavoro dei dipendenti pubblici; (4) Sono i contributi agli investimenti effettuati da soggetti esterni alla P.A. (più voci residuali in c/capitale).

I dati precedenti rappresentano la differenza assoluta tra quanto pesano queste voci di spesa sul Pil nel 2009 e quanto pesavano nel 2000.

E’ tuttavia importante verificare anche l’incremento percentuale del loro peso sul Pil data la dimensione molto differente delle varie voci.

Come si può osservare, il costo dei dipendenti pubblici scende dal podio.

Variazione % del peso sul Pil delle voci di spesa pubblica primaria tra il 2000 e il 2009

  1. Consumi intermedi e prestazioni sociali in natura: + 41 %;
  2. Contributi agli investimenti e altre spese in c/capitale: + 35 %
  3. Prestazioni sociali in denaro: + 17 %;
  4. Redditi da lavoro: + 8 %.

Seguendo questa graduatoria la manovra di finanza pubblica avrebbe dovuto mettere mano in primo luogo alla spesa per acquisti della P.A. (che è la vera voce fuori controllo della spesa pubblica), verificare i contributi agli investimenti dati al settore privato (ivi comprese le imprese pubbliche societarizzate), intervenire sulla spesa previdenziale che oltre a essere la più consistente tra la voci di spesa continua a crescere più del Pil.

Non mi sembra che la manovra le abbia prese granché in considerazione e per questo sono piuttosto critico (rimando per un’analisi della manovra al mio contributo per ilsussidiario.net).

Tratto da http://www.chicago-blog.it

Piccolo Guinness della spesa pubblica

30 maggio 2010

Articolo di Ugo Arrigo

Mentre riflettevo, in occasione della manovra di finanza di questi giorni, sulla tendenza apparentemente inesorabile della spesa pubblica  a crescere nel tempo mi è venuta in mente la seguente domanda: in quale decennio la spesa pubblica (espressa in rapporto al Pil) è cresciuta di più?

La risposta che mi sono dato è: ovviamente negli anni ‘80, sia per le scelte dei governi in tema di spesa primaria sia, soprattutto, per il contributo della spesa per interessi, trainata dagli alti tassi conseguenti alle politiche monetarie restrittive di quel periodo.

Poi però la domanda è mutata: se vogliamo valutare i governi, dobbiamo guardare solo alla spesa pubblica primaria, quella decisa da governi e parlamenti nell’ambito del bilancio pubblico.

In quale decennio la spesa pubblica primaria è cresciuta di più? A questo punto, indeciso se si trattasse degli anni ‘70 o degli anni ‘80, sono andato a rivedermi i numeri e ho avuto una sorpresa interessante.

Variazione della spesa pubblica primaria (in rapporto al Pil)

1960-70: + 4,6 punti (dal 27,5% del 1960 al 32,1% nel 1970);

1970-80: + 4,8 punti (dal 32,1% nel 1970 al 36,9% nel 1980);

1980-90: + 7,2 punti (dal 36,9% del 1980 al 44,0 del 1990);

1990-00: – 4,1 punti (dal 44,0 del 1990 al 39,9 del 2000);

2000-09: + 8,0 punti (dal 39,9 del 2000 al 47,9 del 2009).

Il record è dunque del decennio in corso che è riuscito a battere persino gli allegri anni ‘80.

Come sono stati finanziati gli 8 punti di spesa primaria in più?

- per 1,7 punti attraverso minor spesa per interessi;

- per 1,8 punti attraverso maggiori entrate;

- per 4,5 punti attraverso il ricorso al debito pubblico.

Tratto da http://www.chicago-blog.it/

Metteranno le mani nelle tasche degli Italiani!

28 maggio 2010

Articolo di Arturo Doilo

Ricordate questa notizia? “In Italia su 100 euro di entrate tributarie ben 77,5 vanno all’Amministrazione centrale e solo 22,5 agli Enti locali.

In termini assoluti a fronte di 457,4 miliardi di euro di entrate tributarie totali, 354,6 vanno all’erario italiano e “solo” 102,7 miliardi a Regioni, Province e Comuni.

Ciò vuol dire che l’autonomia fiscale dei nostri territori è ridotta al minimo”.

E questa? “Dal 2005 al 2010 sono aumentate le addizionali Irpef nella maggior parte dei capoluoghi italiani”.

E quest’altra? “La Cgia di Mestre, lo ha ricordato non molto tempo fa: la tassazione locale, negli ultimi 15 anni è aumentata del quasi 150%!

Perché rispolvero queste “bad news”? Per il semplice fatto che – alla faccia delle solite boutade di Silvio Berlusconi sulle mani in tasca agli italiani – credo ci si debba preparare ad una prossima aumento della pressione fiscale locale, che alla faccia del “federalismo” si sommerà alla già insopportabile pesantezza del Fisco nostrano.

La manovra approvata ieri, infatti, prevede ulteriori tagli di trasferimenti a Regioni ed enti locali vari, i quali – per nome e conto dei loro rappresentanti – hanno già lanciato alto là all’insegna del “ma come faremo a garantire i servizi”?

Dato che la casta politica soffre di bulimia fiscale (hanno sempre qualche cliente da sistemare e qualche privilegio da salvaguardare) è molto probabile che addizionali Irpef provinciali e regionali si alzeranno ancora di un “tocchetto”.

Del resto, hanno già cominciato a mettere le mani avanti in molti, dai soliti commentatori di regime di Radio24 (assai impegnati a sentire i pareri di quel demiurgo di nome Mastella).

W L’Itaglia!!!!

P.S.: Si accettano scommesse sull’abolizione delle 10 province annunciata da Tremonti & Co.!

Traduzione a fronte

28 maggio 2010

Nel tardo pomeriggio dell’altro ieri il premier si è presentato ai giornalisti per illustrare la manovra correttiva 2011-2012.

Ed ha esordito leggendo diligentemente un comunicato, forse scritto (certamente ispirato) da Tremonti stesso.

E’ utile decrittare il messaggio contenuto in questa informativa, potrà servire per demistificare alcune leggende metropolitane che continuano ad esserci somministrate quotidianamente.

Procediamo quindi con testo del comunicato e analisi critica a seguire:

«Questa crisi provocata dalla speculazione è diversa da tutte le precedenti.

Non è una crisi, come quella del 2008-2009, provocata dalla bolla immobiliare, che il governo ha saputo superare con risultati riconosciuti da tutti»

Queste sono balle fiorite.

La crisi non ha soluzione di continuità, ed evolve come ci si aspetta evolva una crisi finanziaria, con relativa deflazione di debito.

La conferma circa la continuità di una crisi proteiforme viene dallo stesso Tremonti, che ancora ieri ribadiva la sua tesi sulla crisi-videogame.

Il governo italiano non ha superato alcunché, visto che da noi non c’era nessuna bolla immobiliare. Ed è stata la speculazione, vero? E noi che pensavamo che fossero le contraddizioni e le incoerenze di Eurolandia.

«Parlare, come fanno alcuni, di pessimismo contro ottimismo significa non avere capito nulla»

Giusto, perbacco, era un problema psicosomatico: «Il governo, quando ha cercato di diffondere ottimismo, non aveva gli occhi chiusi sulla crisi ma ha dato importanza al fattore psicologico.

Dobbiamo cavalcare questo ottimismo» (Silvio Berlusconi, 11 marzo 2010)

«Oggi in Italia abbiamo uno Stato che intermedia più del 50% della ricchezza prodotta ogni anno dai suoi cittadini e dalle sue imprese.

Un costo non più sostenibile.

Ed una spesa pubblica così ingente, capillare e scarsamente responsabilizzata è fatalmente soggetta a pessime gestioni e malversazioni.

Ne portano la responsabilità sia i “governi consociativi” della prima Repubblica, che negli Anni Ottanta hanno moltiplicato per otto il debito pubblico, sia il governo della sinistra che poco più di dieci anni fa, con soli quattro voti di scarto, ha modificato il Titolo quinto della Costituzione e attribuito alle Regioni un potere di spesa nella sanità sganciato da ogni vincolo di responsabilità»

Giustissimo, perdio.

Il problema è che la spesa pubblica ha continuato a crescere in tutti gli anni Duemila, anni in cui il centrodestra ha governato quaasi ininterrottamente, salvo i due disgraziati anni prodiani.

La radice delle malversazioni sta negli Anni Ottanta? Quelli dell’amico Bettino, ripetiamolo.

Oppure i comunisti erano al governo, a quei tempi? La riforma del Titolo V, è avvenuta nel 2001.

Non c’era un governo Berlusconi, dal 2001 al 2006, con schiacciante maggioranza parlamentare, in grado quindi di agire su quella asserita aberrazione? Vai a saperlo.

«La speculazione ha ora posto nel mirino i debiti sovrani degli Stati. Vale a dire la stabilità dei nostri Bot e Btp: assieme alla casa, al risparmio ed al patrimonio delle nostre famiglie.

Per questo, così come un anno fa abbiamo messo in sicurezza i depositi dei risparmiatori ed imposto un tetto ai mutui, ora abbiamo deciso di intervenire per riportare il rapporto deficit-Pil dal 5% di adesso al 2,7 nel 2012»

Ancora la speculazione? Ma non sono in realtà i mercati ad aver messo sotto il riflettore l’eccesso di debito? E sul fatto di mettere in sicurezza i depositi, la misura è stata presa praticamente da tutti i paesi occidentali, perchè era una mossa obbligata.

La fortuna italiana è stata quella di aver un sistema bancario non esposto all’immobiliare e famiglie non indebitate, e di conseguenza i crediti di firma non si sono trasformati in crediti per cassa, altrimenti oggi saremmo in default.

Ancora una volta, difficile assegnarsi meriti politici per una situazione frutto di consolidate tradizioni delle famiglie, oltre che di prassi del sistema bancario.

«Infine, grazie a tutto questo e grazie al nostro governo, a imprese e banche solide, abbiamo il tasso di disoccupazione più basso rispetto alla media europea»

Anche qui, semplicemente non è vero.

Abbiamo un tasso di partecipazione alla forza lavoro che è di nove punti percentuali inferiore alla media Ue, e già questo occulta disoccupazione.

Poi abbiamo un ricorso esteso e continuamente prorogato alla cassa integrazione, che maschera ulteriore disoccupazione.

Continueremo a pagare la Cassa anche ad aziende morte, per avere “il tasso di disoccupazione più basso rispetto alla media europea”?

Nel comunicato del premier non c’è traccia di misure per favorire la crescita di lungo termine del paese, come richiesto ancora ieri dal Fondo Monetario Internazionale.

Come si fa gettito, se non c’è crescita? Ora ci attende la traversata nel deserto di questi provvedimenti, ed il tradizionale assalto alla diligenza.

Le danze le ha aperte Umberto Bossi, che è riuscito a far sparire dal sito del MEF il documento con il riferimento al taglio delle province.

Le ultime notizie dicono che il taglio ci sarà, ma servirà un altro decreto ministeriale attuativo.

E’ un passo avanti rispetto alla smentita tremontiana di ieri sera, che tirava in ballo addirittura una presunta incostituzionalità del taglio.

Ad ogni buon conto, noi teniamo copia di tutte le versioni successive di questa grida manzoniana à la Orwell, con la riscrittura dei quotidiani in funzione delle cangianti alleanze con Oceania, Eurasia ed Estasia.

Persino quella comunista di Emma Marcegaglia giudica la manovra non strutturale, non prima di aver segnalato che la produzione industriale italiana durante la crisi ha perso 700.000 posti di lavoro e 100 trimestri di produzione industriale.

Un consiglio: tenete gli occhi sui mercati.

E’ probabile che “la speculazione” giudichi la manovra italiana di qualità scadente.

Tratto da http://phastidio.net/

“Una serie di taglietti più che vere riforme”

28 maggio 2010

Mancano riforme di struttura

Articolo di Marco Bertoncini

Tutti i torti Pier Luigi Bersani non li ha, quando si duole che manchino riforme di struttura.

La manovra che viene avanti resta nel solco di decenni di finanziarie, decretoni, manovrone, che spaziano dagli aumenti di benzina e sigarette in voga negli anni settanta, alla rapina perpetrata dal primo governo Amato col prelievo forzoso del 6 per mille dai risparmi, sino alle ripetute e vacue dichiarazioni di lotta all’evasione e di tagli agli sprechi, comuni a centro-destra e centro-sinistra.

Si può stare certi, considerato quanto sostenuto dallo stesso Berlusconi, che non saranno intaccate pensioni, scuola, sanità, università.

In altre parole, non si faranno proprio quelle autentiche riforme che attuano strutturalmente i tagli, che riducono nel tempo la spesa, che tolgono spazio alla mano pubblica.

Riforme, detto brutalmente, che vadano in direzione opposta al socialismo da decenni praticato in Italia.

I tagli si possono attuare veramente soltanto incidendo sulle grandi fonti di spesa: sanità, enti locali, pensioni, la stessa istruzione (chi ha mai detto che gli studi superiori debbano essere per tutti, impartiti in atenei aventi sede in centri minori nemmeno capoluoghi?).

Certo, anche i costi della politica vanno ridotti, se non altro per ragioni di civiltà.

È mai possibile che non ci si renda conto dell’impopolarità di liquidazione (alias premio di reinserimento) e pensione (alias assegno vitalizio) per parlamentari e consiglieri regionali? Quando l’ex presidente del Lazio, Francesco Storace, lamenta che un segretario del Consiglio regionale possa assumere nove dipendenti, un Paese serio baderebbe a cassare simile latrocinio, senza indugio.

Invece, si procede come sempre, senza mai risolvere il problema della spesa pubblica.

Che si ripresenterà fra un anno, e poi fra due, fra un lustro.

Fin quando non si agirà sul serio.

Da Italia Oggi, 25 maggio 2010

Rivolta fiscale come rivolta di Classe

28 maggio 2010

Due classi: antistatalisti e statalisti, la nuova prospettiva di classe.

Leggo:

La rivolta fiscale non è espressione del populismo, bensì di una coscienza di classe che va maturando.

E non è nata di recente, nè come cieca reazione “antipolitica” alla corruzione e all’inefficienza di una generica classe politica, bensì va più in profondo, arrivando a chiedersi dell’intera organizzazione dello stato, degli enti pubblici.

In cio è autenticamente progressista.

(Leonardo Facco, Elogio dell’evasore fiscale, pag 52)

Tratto da http://anarchismoliberale.wordpress.com

Sulla speculazione finanziaria italiana da 24 miliardi di euro…

28 maggio 2010

La manovra finanziaria da 24 miliardi di euro (spalmati nei due anni 2011 e 2012) approvata dal governo italiano nei giorni scorsi è il manifesto dell’ipocrisia disinformativa e neolinguistica sviluppato dalla pseudodestra capeggiata da Silvio Berlusconi.

Tale manovra economica è il punto di non ritorno per l’Italia in quanto non soltanto mette definitivamente una pietra tombale ad ogni ipotesi di taglio delle tasse sino alla fine della legislatura (ponendo quindi fine alla leggenda metropolitana della “rivoluzione liberale berlusconiana” in politica) ma mostra anche il vero volto socialista di questo esecutivo accentuando concretamente il peso dello Stato nelle vite degli italiani a fronte di una politica degli annunci promossa ad arte a fianco di reali provvedimenti statalisti e vessatori.

Questa manovra non impedirà l’aggravarsi del debito pubblico annuo e complessivo del nostro Paese, non ridurrà i rischi di default, questa manovra è solo una operazione di cosmesi dirigista a favore degli organi di valutazione economica finanziaria (FMI, OCSE, UE, agenzie di rating) utile per negare gli evidenti segnali di crisi e di fallimento della politica italiana e dello Stato, nel tentativo di salvaguardare/ rassicurare i creditori stranieri a fronte dell’approssimarsi del “rischio Grecia” anche sulle nostre sponde.

La manovra allora serve alla casta politica per prendere del tempo, per tirare a campare mediante l’approvazione di provvedimenti demagogici e populisti che nulla garantiscono in termini di efficienza e riduzione dei conti pubblici dello Stato se non l’ennesima illiberale rapina fiscale posta dall’alto a danno dei contribuenti.

Perchè questa manovra tremontian-berlusconiana ha quale unico scopo quello di far cassa e per far ciò rispolvera la fantomatica storia dell’evasione fiscale, del lavoro nero che c’è al sud, dell’elusione di alcune categorie lavorative quali responsabili del dissesto dei conti e della crisi del sistema Italia, insomma la storiellina già sentita nelle settimane scorse adottata quale nuovo credo ideologico da Merkel, Sarkozy e addirittura da Papandreou (insomma dai soliti tromboni continentali in crisi di consenso) per giustificare ai loro popoli il dissesto e il fallimento dei conti pubblici dei Paesi dell’Eurozona.

Anzichè assumersi le proprie responsabilità la casta dei politici italiana ed europea scarica attraverso i loro media disinformativi di regime le colpe sulla fantomatica “evasione fiscale” e sulla “speculazione”, arrivando ad affermare addirittura che questa provoca il debito pubblico, evitando invece di spiegare più onestamente ai cittadini come in realtà sia il Governo a spendere più di quanto incamera concretamente e come le previsioni di spesa da parte di questo si rivelino sempre più sbagliate e completamente al di fuori di ogni credibile e seria valutazione oggettiva.

Questo atteggiamento da “burocrati agli ultimi giorni” in Italia e in Europa ricorda parecchio l’URSS a fronte del fallimento dei piani quinquennali di Stato, non a caso anche questa manovra bis è di fatto un piano biennale di regolamentazione e di dirigismo statalista con la piena approvazione e plauso di dirigenti e burocrati dell’eurocasta di Bruxelles, dell’OCSE e del FMI (ovvero di chi non ha nulla da perdere da tale situazione e dai propri errori).

Da Lenin in poi la pianificazione sovietica e collettiva dell’agricoltura portava il politburò ad assumere mediante un calcolo irreale delle entrate medie di produzione degli standard statistici d’obbiettivo totalmente privi di quella tangenza con la realtà delle condizioni climatiche, morfologiche e agrarie dei terreni e sopratutto con le condizioni reali di lavoro degli stessi contadini.

Il risultato ovviamente era la carestia, un impoverimento generale della produzione e delle coltivazioni e una presa di mira dei contadini i quali venivano ritenuti a torto e strumentalmente i veri responsabili degli scarsi raccolti accusandoli di essere dei cospiratori del nemico e addirittura dei possibili contrabbandieri di derrate alimentari allo scopo di affamare il popolo e creare il dissesto della “Grande Madre Russia”.

Come descrisse spietatamente anche Ludwig Von Mises nei suoi libri i burocrati sovietici non ammettevano colpe, non consideravano fallimentare la loro politica e il loro paradigma socialista, le loro responsabilità venivano scaricate su categorie come i kulaki, i lavoratori e i contadini ritenuti responsabili e “nemici del popolo”.

Nel 2010, nell’Italia di Silvio Berlusconi ritorna questo mantra di dispotico dirigismo statalista e poliziesco solo che al posto di contadini e dei kulaki troviamo i contribuenti italiani e i presunti evasori fiscali.

Questi sono due volte vittime dell’operato dei burocati del Palazzo, già vessati con una tassazione nazionale e locale che arriva al 43% senza Iva (con Iva si arriva ad oltre il 68%) ora definiti collettivamente e strumentalmente quali “evasori fiscali” o “speculatori” nel tentativo di nascondere ai più l’incondizionata rapina fiscale indiscriminata attuata dal governo nei confronti di tutti gli italiani.

L’esecutivo di Silvio Berlusconi attua lo stesso erroneo ragionamento dei sovietici (e non è un caso viste le sue frequentazioni…), spende più delle sue reali entrate computate teoricamente e ovviamente a seguito dei conti fuori controllo si intestardisce verso un fantomatico capro espiatorio (l’evasione fiscale) puntando ad una caccia senza quartiere a livello locale e nazionale attraverso l’Agenzia delle Entrate contro i contribuenti e i presunti “evasori/speculatori” al solo scopo di aumentare le tasse per coprire i buchi di bilancio, senza per questo venir direttamente fischiato da tutti quanti per manifesta incapacità gestionale.

Il governo cerca così di tamponare i malumori della popolazione attraverso un opera di delazione pubblica e di odio di classe immotivata e irreale basata sull’odio e sull’invidia.

Il paradigma del governo è chiaro: chiunque riesca a produrre e a resistere al parassitismo statale e alla ricerca di prebende pubbliche è un “evasore/speculatore”, chiunque riesca a produrre in proprio e a valorizzare da sè i propri investimenti e introiti è un “evasore/speculatore”, chiunque non sia a capo del governo e mostri uno stile di vita sopra le righe è un “evasore/speculatore”, chi decide di destinare il frutto del proprio lavoro all’estero o in altri investimenti che non siano controllati o monopolizzati dallo Stato e dalla logica collettivista nazionale è un “evasore/speculatore”.

Chiunque non vuole essere schiavo dello Stato è un “evasore/speculatore”…..

Insomma il governo se la prende con i fantomatici evasori  nonostante oggi l’evasione fiscale in Italia sia fenomeno marginale e poco rilevante sul piano nazionale, il Governo lo sa ma evita di parlarne cercando di rendersi più accomodante e friendly nei confronti dell’opposizione e dell’elettorato di questa.

La volontà è quella di realizzare a partire da tale retorico e ideologico cavallo di battaglia una comunque poco gradita rapina fiscale per tutta la popolazione.

Perchè (lo ripetiamo un altra volta!) questa manovra aumenterà le tasse al ceto che produce, in particolare quegli elettori autonomi e delle piccole medie imprese che speravano votando PDL o Lega Nord alle ultime legislative e regionali di vedersi calare l’onere fiscale a fronte dei duri anni del centrosinistra.

Invece nonostante la crisi economica il governo vuole aumentare le imposte andando contro ogni buona logica e senso economico capitalista.

La manovra colpirà soprattutto chi oggi non evade alcun soldo allo Stato in quanto i sistematici sussidiati dallo Stato, i grandi reali speculatori o i ricchi parassiti corporativi e industriali di Confindustria o dei palazzinari romani vicini al governo non verranno minimamente toccati (anzi sono gentilmente invitati ad entrare al Governo nella più evidente e spudorata manifestazione di corporativismo consociativo).

Non verranno sfiorati da simili provvedimenti neppure gli unici “grandi milionari senza indotto” presenti nel nostro Paese: i politici, gli unici ad arricchirsi in tempo di crisi speculando con il keynesismo e lo statalismo.

Aumentando lo statalismo nel nostro paese (dato che il criterio di ricchezza e di evasione è solo una neolinguistica scusa per aumentare le tasse motivandolo attraverso un presunto fine etico o collettivo) non si farà altro che colpire tutta la residua e malconcia classe media italiana e quelle categorie autonome e delle partite IVA che producono ricchezza nel nostro Paese impoverendo ancor di più gli italiani e depredandoli dei loro capitali.

Il Governo punta a parlare di “evasori” e di lotta rigorosa da parte del fisco contro questi presunti “uomini in nero” solo per nascondere ai cittadini, ai suoi elettori e a tutte le fascie lavorative ed economiche il salasso che li colpirà duramente con tale manovra.

La stangata aumenterà le tasse inevitabilmente dato che lo Stato e il Governo hanno disperato bisogno di soldi, quindi “metteranno le mani nelle vostre tasche”, negare ciò equivale a negare il senso di tale manovra e il surplus di soldi complementari previsti da Governo quale introito extra a livello locale e in parallelo alla manovra biennale nazionale.

Non potendo nè stampare nè svalutare la moneta, Berlusconi anzichè ridurre il peso dello Stato e delle sue spese mediante un taglio della pressione fiscale ha mal pensato di aumentarle senza ridurre seriamente nessuno dei principali capitoli di spesa,  il tutto mascherato da “provvedimento contro l’evasione fiscale”.

Insomma tutto nel pieno assioma socialista statalista che lo contraddistingue, altro che liberismo e libertà!.

Non a caso questa manovra a fronte dei tagli poco credibili e marginali tra i politici della casta e i vari enti pubblici ad essi connessi punta direttamente sulla tracciabilità elettronica dei pagamenti (riducendo la soglia disponibile da 12.500 € a 5.000€) , ad un nuovo redditometro che rovescia l’onere della prova (nel tentativo di dimostrare la propria innocenza) verso i sospettati evasori a fronte del dilagare degli strozzini improduttivi di Equitalia o delle Fiamme Gialle sul territorio.

Insomma provvedimenti degni da stato totalitario, da regime fiscale poliziesco con tanto di negazione delle più basilari norme del diritto liberale, non a caso i media di regime continuano da qualche giorno a martellare e terrorizzare gli italiani con notizie di retate e caccie agli “evasori”.

La mafia statuale italiana ha aumentato la richiesta di pizzo agli italiani.

Berlusconi e Tremonti assetati come non mai di soldi, alla ricerca disperata di una scappatoia dal fallimento prossimo venturo, non hanno deciso di ridurre il peso dello Stato ma hanno invece inflazionato la pressione fiscale e i controlli nel tentativo irreale di tamponare i buchi di bilancio senza ridurre prima il peso dello Stato.

Questa manovra non è neppure neoclassica o miniarchica dato che le tasse aumenteranno e con esse la spesa pubblica di bilancio.

Il dogma fideistico tremontiano è “tutti paghino perchè poi cali la pressione fiscale”, il che equivale a dire keynesianamente che “tanto in futuro saremo tutti morti”; simili affermazioni oltre ad essere inverosimili sono pure surreali dato che già oggi tutti gli italiani a parte forse un 5% della popolazione italiana (tra furbetti dei quartierini, politici, corporativisti vicini ai governi, grande impresa e capi sindacali) già pagano le tasse senza ottenere nè servizi nè vantaggi da tale operazione coattiva e coercitiva di Stato.

Non si comprende perchè mai il governo dovrebbe rinunciare in futuro a questi aumenti delle tasse (e quindi dei propri introiti) tagliandoli entro lo scenario di un collettivo pagamento delle tasse (già oggi comunque presente) dato che l’aumento garantisce ai politici la possibilità di manipolare maggior denaro da redistribuire a clientele e per voti di scambio, visto inoltre che le spese continueranno allegramente a pesare sulle spalle dei contribuenti.

Aumentare le tasse nel tentativo di incamerare con questi anche quel poco di “nero” oggigiorno presente come surplus di entrate (utili per arrotondare il magro stipendio mensile) equivale a un cinismo e a un disegno criminale assurdo che solo il “ragioniere più pagato d’Italia” poteva pensare e pianificare.

Quello stesso ragioniere che ora accusa il Sud d’Italia di evasione e che appena un anno fa esaltava la social card e la realizzazione pochi mesi orsono della Banca per il Sud.

Colui che scrisse decenni orsono il saggio Lo stato criminogeno e che ora invece fa l’apologia del comunismo fiscale è a tutti gli effetti il maggior pericolo criminogeno per le tasche dei contribuenti italiani.

La criminalità di tale manovra è nell’apologia dello statalismo e del fiscalismo selvaggio quale panacea per uscire dalla crisi, spremere di più i portafogli degli italiani in una compulsiva corsa allo Stato totalitario, all’abolizione della moneta nelle transazioni e al pieno controllo nella privacy degli individui delle spese correnti.

Altro che decreto anti-intercettazioni!.

La casta preferisce mettere sotto controllo il suo popolo a livello economico, pretendendo per sè le immunità, maggiori poteri e l’assenza di ogni controllo e limite del suo operato.

L’insostenibilità di questo colpo di coda finale di uno Stato allo sbando e privo di credibilità economica è evidente a fronte di una crisi causata dai governi stessi e che peggiorerà ulteriormente con queste nuove inutili e controproducenti iniziative approvate.

Certamente non mancheranno chi nei media e sulla rete propaganda come “cosa buona e giusta” simil provvedimenti, che si illuderà di vedere il bicchiere riformatore come “mezzo pieno” a fronte della magra realtà, chi esalterà per ragioni ideologiche o filistee di parte la manovra di Tremonti scambiando il socialismo reale messo in pratica per liberismo rivoluzionario, tutto questo forse nella psicologica ricerca/necessità di mettersi l’animo (e non solo quello!) in pace davanti ai propri e-lettori, nonostante la dura realtà dei fatti e la palese mancanza di requisiti liberali e liberisti presenti in questo pseudodestra di governo.

Il sottoscritto non essendo nè un illuso nè uno stolto non scambia una rapina bis legalizzata per un provvedimento erogatore di libertà, non amo illudermi con la propaganda nè considerare come svolte di mercato e di meno Stato delle opzioni che vanno in senso opposto a quanto il Paese necessiterebbe.

Non sono così in astinenza culturale e cognitiva di Libertà (come invece i vari gazzettieri o commentatori/notisti politici di Palazzo) per non comprendere cosa sia in realtà la vera Libertà e come invece questo Stato italiano berlusconiano stia continuando scientemente alla sua negazione palese.

Ritengo quindi strumentali e poco pertinenti  le opinioni e i giudizi positivi dati a questa manovra che nella realtà delle cose pone Berlusconi in perfetta continuità con Romano Prodi.

Entrambi parlano di scenari e di realtà inesistenti, guardano all’antistatalismo, all’evasione fiscale e all’odio per il fisco degli italiani quali fenomeni dilaganti, pericolosi, sopravvalutandoli e ritenendoli moralmente e mortalmente pericolosi hic et nunc per i cittadini stessi.

In realtà gli unici a venir lesi da tali fenomeni sono proprio i parassiti di palazzo e lo Stato italiano.

Bisogna anche far notare come oggi in Italia l’antistatalismo e l’evasione fiscale siano ancora approcci culturali e individuali poco presenti, se davvero il Meridione d’Italia evadesse le tasse alla pari delle stime propinate in questi giorni dal Ministero delle Finanze (allo scopo di render contenti i somari leghisti padani per la rapina che subiranno) lo Stato Italiano sarebbe già fallito da tempo, se l’anti-statalismo e la cultura del rischio assieme alla difesa della propria proprietà privata e della libertà individuale di scelta fossero dilaganti in Italia non avremmo un socialista travestito da liberale per 15 anni a capo di un partito che si ostina a definirsi di centrodestra nè i problemi che ci attanaglieranno nel prossimo futuro.

Non saremmo messi come siamo oggi in termini di disoccupazione, prospettive lavorative per i giovani e a livello di debito pubblico nazionale e regionale.

Se fossimo un Paese di antistatalisti e di libertari coerenti ora gli italiani non pagherebbero a livello pecuniario le colpe dei politici invocando quale antitetica erronea soluzione quella degli scioperi generali sindacali a fronte di presunte pseudorivoluzioni “liberali” inesistenti a livello di corso d’opera.

Se fossimo un Paese di antistatalisti saremmo un Paese più serio e più responsabile nelle spese a fronte del solito teatrino delle parti e dei partiti utile solo a conservare le due armate sino al prossimo appuntamento elettorale.

Cercando di tratteggiare e di criminalizzare i liberali, i liberisti e i libertari quali “evasori” e ai margini della legittimità a prescindere (ben al di là poi delle effettive giuste provocazioni), presentandoli come individui contro i poveri (in quanto contro lo Stato e il welfare) e in a favore dei ricchi (in quanto favorevoli a meno Stato e meno tasse) non solo si riutilizza demagogicamente l’intero armamentario ideologico da Guerra Fredda usato oltre cortina dai sovietici contro i capitalisti e le Libertà ma si demonizzano le legittime aspirazioni di milioni di individui che ritengono necessario un contenimento della spesa e del ruolo dello Stato nella società e nell’economia.

L’enunciazione della difesa dei diritti naturali degli individui nell’Italia di Berlusconi si rivela ogni giorno che passa sempre più una situazione da codice penale e da linciaggio mediatico (e non).

Progressivamente si sta arrivando alla negazione agli individui della libertà e di ogni loro diritto giusnaturale di difesa della proprietà, del proprio capitale e del proprio lavoro a fronte della coercizione e strozzinaggio del Governo attraverso i suoi strumenti d’imposizione e oppressione.

Hayek lo descrisse bene nel suo libro La via della servitù, se si rinuncia alla difesa della proprietà dei mezzi, del diritto di scelta e del legittimo diritto sul frutto del proprio onesto e sudato lavoro in nome di un progressivo aumento del diritto positivo e della logica redistributiva sociale e giustizialista economica statuale si perde non soltanto i diritti economici ma infine anche i propri diritti civili di Libertà.

PDL e Lega Nord stanno compiendo statualmente questo crimine su milioni di italiani, cercando di inscenare una fantomatica lotta di classe sessantottina tra “Stato buono ed evasori cattivi” all’interno della società, instillando odio verso l’evasore e il cittadino benestante, cercando di imbarbarire la società nel tentativo di distogliere l’attenzione dalle loro mancate promesse e gravi responsabilità a fronte anche dei fallimenti del Welfare State italiano e dell’azione dello Stato da loro impersonato in tutti questi anni.

La redistribuzione della ricchezza ha impoverito gli italiani a fronte della retorica ideologia di palazzo tendente a valorizzare “l’unità e il bene comune collettivista della Nazione” manco fossimo a Cuba o in Corea del Nord!.

Berlusconi si rivela ancora una volta il solito mentitore comunista che ormai da parecchi anni è capace solo di razzolare male il proprio potere.

Vi ricordate appena qualche mese fa i comizi elettorali durante le ultime elezioni regionali?.

Vi ricordate le promesse contro le tasse e i regimi di polizia fiscali?.

Bene, tutto ciò si è rivelato l’ennesimo inganno, l’ennesima truffa ai danni in primis del proprio elettorato e dei ceti produttivi votanti, proprio come avevamo previsto anche qua.

A fronte di una opposizione, di una stampa di sinistra e di un sindacato che invoca scioperi o manifestazioni contro i tagli e per maggior lotta agli “evasori”, la realtà mostra ben altri colori.

A fronte della rapina fiscale messa in opera la CGIL, l’IDV e il PD si stracciano apparentemente i vestiti lamentandosi per i presunti tagli alla magistratura e ai parlamentari e ai loro serbatoi di voti; tutto questo rientra nel teatrino della faziosità di parte inscenato da chi è preoccupato solo di difendere propri settori elettorali dal seducente assalto ideologico mosso dal governo verso sinistre categorie di riferimento.

La vecchia sinistra a livello di establishment o non vuole vedere o ha già valutato in disparte da occhi indiscreti (distinguendo il rischio minimo nei fatti a livello economico da quello massimo a livello di consenso politico presso l’elettorato) il vero tenore della manovra finanziaria e l’incontrovertibile realtà: la trasformazione del PDL in un nuovo partito socialista di sinistra.

D’altronde basterebbe guardare il passato politico e sindacale dei ministri dell’attuale governo Berlusconi (a partire da Tremonti, Brunetta, Frattini e Sacconi) per rendersi conto della loro vera natura ideologica.

Berlusconi alla pari di Papandreou e Zapatero propone lacrime e sangue verso i propri elettori e cittadini per reponsabilità sue e del suo governo a fronte di 15 anni di politica di centrodestra basata sulle promesse e sulle menzogne, ora Berlusconi aumenta le tasse e lo fa entro un incremento dei controlli e della pressione fiscale locale (primo segnale dello pseudofederalismo fiscale leghista) che presumibilmente riproporrà capitoli di spesa e tasse locali calmierate dallo Stato a seconda del colore politico delle amministrazioni.

La sinistra d’opposizione a fronte di tutto questo trincera il proprio elettorato nel proprio irreale mondo di propaganda, dichiarando come “liberista” e “liberale” una manovra che appare chiaramente tendente ad ingraziarsi settori elettorali a loro vicini senza minimamente ridurre il Welfare State.

Di thatcheriano questa manovra non ha nulla non a caso è previsto il ritorno dell’ICI a livello locale mentre l’IRAP è destinata a cambiare solo di nome entro il progetto di imposte regionali leghiste.

Ma per la sinistra tutto questo non conta, dato che a fronte di questa pseudodestra il suo unico obbiettivo è quello di estremizzare ancor di più il baricentro della politica italiana verso sinistra e un conservatorismo dello status quo sociale.

Ci si accorge (forse) solo ora come manchi in Italia un vero centrodestra con idee coerentemente liberali e liberiste in grado di rispettare gli impegni assunti presso i propri elettori a fronte dei deliri di Berlusconi a livello ideologico e culturale.

Nelle regioni di confine (leggasi Nord) dentro la manovra sono previste agevolazioni di spesa che porteranno in Piemonte, Lombardia e Veneto ad un aumento del deficit regionali sulla falsa riga di quanto avvenuto già in Sicilia (unica regione a livello mondiale a rischio di default ma neppure menzionata dai media e dalla propaganda di regime informativo italico).

Praticamente la Lega Nord e le sue clientele politiche potranno spendere largamente indisturbate a fronte comunque di un aumento delle imposte locali e nazionali, la redistribuzione di soldi al sud resta inevitabile a fronte degli introiti maltolti diretti verso il meridione e a Roma in particolare entro la questione di “Roma capitale” (un antipasto di quel che sarà lo schema base dello pseudofederalismo fiscale leghista).

Le regioni del sud che solo qualche mese fa votarono in massa Berlusconi e il PDL ora dovranno a livello di popolazione stringere la cinghia in merito ai costi della sanità eppure nonostante ciò i quadri politici locali beneficeranno comunque della redistribuzione verso di loro e le loro clientele del bottino estorto al Nord (oltre a quello dei loro stessi concittadini di regione) senza subire alcuna minima riduzione degli sprechi o una effettiva riduzione del debito regionale a fronte dell’aumento della pressione fiscale locale.

Il governo ha riproposto anche la prodiana aggregazione degli enti previdenziali e statali entro un unico grande Moloch (molto probabilmente lottizzato partitocraticamente) negando quindi la necessità di una loro eliminazione e di un loro forte ridimensionamento a livello di assunzioni e di sindacati amici attraverso una riforma delle pensioni a capitalizzazione.

La banda bassotti berlusconiana ha previsto tagli fittizi sulla diaria e sullo stipendio dei parlamentari, una riduzione dei finanziamenti pubblici dei partiti e una annunciata riduzione delle auto blu italiane.

Il problema di tali annunci è che rimarranno presumibilmente solo buone intenzioni sulla carta, le resistenze dentro ai partiti di Governo sono fortissime (così come il rischio di possibili franchi tiratori a livello di futuri voti di fiducia) e già si sentono smentite o rinvii per alcuni capitoli di spesa come il famoso taglio delle province.

Basta questo esempio clamorosamente smentito nelle ultime ore da Berlusconi per dare il senso dell’intera operazione comunicativa farsa.

Inizialmente l’esecutivo aveva proposto il taglio iniziale di alcune province al di sotto dei 200mila abitanti, attualmente presenti o in creazione per via parlamentare, tale taglio avrebbe colpito solo 10 delle 110 province inutilmente presenti sul territorio.

La Lega Nord da sempre favorevole al mantenimento di questi enti inutili (in quanto fonte di clientele locali) sta facendo le barricate dentro all’esecutivo e sul proprio giornale di partito in quanto teme che dopo un eventuale taglio verso il Sud possa esserci una riduzione o cancellazione di province quali quelle di Como, Monza e Lecco proposte dallo stesso Carroccio negli anni e decenni scorsi e storicamente bacino elettorale di riferimento del partito.

Così neppure queste 10 province verranno cancellate; non si comprende allora quale credito possano avere le altre dichiarazioni di contenimento delle spese di Palazzo visto che molto probabilmente tali tagli verranno frenati prossimamente in via d’approvazione o nella loro attuazione a fronte dei diktat di alcune forze o fazioni politiche o da parte degli interessi locali

I politici grazie poi all’aumento delle norme e delle pratiche burocratiche e centraliste della manovra diventeranno sempre più centri di spesa pubblica clandestina con un aumento dei favori erogati per corporazioni e clientele amiche (sostituendo quindi le solite entrate di stipendio parlamentare con i benefici dati dalla regolarizzazione delle gare d’appalto e altri giochetti simili di favore emersi anche pubblicamente dalle ultime inchieste giudiziarie negli ultimi mesi).

Inoltre se già oggi i politici rubano con uno stipendio mensile superiore ai 15mila euro, sicuramente con una presunta riduzione dello stipendio (ammesso che sia vero) e un aumento della centralità dirigista e regolamentativa sul fisco nei confronti di imprese e privati i fenomeni di corruzione aumenteranno nei prossimi mesi e anni inevitabilmente: con tanti saluti al fantomatico decreto anti-corruzione.

D’altronde le statistiche internazionali dimostrano come i Paesi più statalisti e con la più alta pressione fiscale siano anche quelli con maggior tasso di corruzione nella società e in politica (e guardacaso l’Italia figura in tali classifiche in pessima posizione).

Sul finanziamento pubblico dei partiti Tremonti ha operato un taglietto marginale di una decina di punti percentuali, dimenticandosi come gli italiani si siano espressi contro il finanziamento pubblico dei partiti già con il famoso referendum promosso e vinto a livello popolare dai Radicali.

Se Tremonti voleva fare realmente il fiscale anche con la Casta avrebbe dovuto riconoscere il risultato del referendum cancellando qualsiasi finanziamento pubblico statale ai partiti e alla stampa ad essa connessa; ma siccome Tremonti nel suo operare criminale così scemo non è quando si tratta di toccare gli interessi della propria categoria, ha ben pensato di procedere ad una minimale e populistica operazione d’immagine (pari a quella sugli stipendi dei parlamentari) al solo scopo di calmare il malumore dei cittadini e dei contribuenti fuori dal palazzo.

Non è stato eliminato neppure il famigerato 5*1000 per i partiti denunciato in altri tempi da Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella ne La Casta.

A fronte della rapina sicura nei confronti dei contribuenti, Tremonti ha voluto “addolcire” apparentemente la cosa mediante un retorico richiamo/contentino al contenimento del costo dei partiti italiani.

Molto probabilmente se questo taglio andrà in porto, questo verrà compensato e controbilanciato entro la creazione di nuove voci di spese e attraverso un aumento del clientelismo e della corruzione diretta da parte dei partiti (sulla falsariga di quanto avvenuto sul finire della prima Repubblica) nell’economia e nel settore pubblico.

Sulla riduzione delle auto blu, la questione risulta evidente in tutta la sua retoricità, il ministero degli Interni non conosce neppure il numero preciso di auto blu presenti in Italia (in questo caso a fronte dei numeri propinati fittiziamente sull’evasione con certosina e arficiosa certezza qua lo Stato si basa su stime e approssimazioni stranamente per difetto ancor meno precise, nell’ordine del mezzo milione di automobili all’incirca).

Appare quindi evidente come anche la loro riduzione sarà più che altro una stima annunciata (per chi ci crede)…

D’altronde la questione del problema resta sempre quello: chi controlla il controllore?.

Chi impedirà il mantenimento dei capitoli di spesa promuovendone la loro rigorosa eliminazione a fronte di tale promesse tremontiane e alle probabili rinomine entro il bilancio dello Stato?.

Nessuno, neppure la Corte dei Conti.

Quel che è certo in questa manovra è che lo Stato può inscenare dalla bocca dell’esecutivo un idilliaca pseudoriduzione miniarchica a fronte della reale e sicura campagna di repressione fiscale e di coercitiva contribuzione mossa contro tutti gli italiani.

Il governo in profondo calo di consensi presso il proprio elettorato cerca di propinare l’ennesima fregatura statalista e collettivista etichettandola come “liberista e liberale”, nonostante il fallimento del sistema e delle sue stesse mancate politiche attuate in tal senso in tutti questi anni.

Il governo non ha operato alcuna riforma per la crescita in tutti questi anni, nè lo farà con questa manovra, non ha ridotto la sua presenza nella società, non ha posto le basi per una seria riforma autenticamente liberale e liberista del fisco, della sanità, dell’istruzione, dell’università e delle pensioni per i prossimi anni.

Tremonti ha dichiarato come tali questioni non siano all’ordine del giorno e come tali spese (i veri baluardi del socialismo reale di questo Paese) non verranno minimamente toccati dall’azione del governo; appare evidente come allora all’opposizione parlamentare e al sindacato resti poco da criticare e da stracciarsi le vesti…

Tutt’altro, Tremonti e Berlusconi ripropongono i prodromi ideologici della coppia Visco e Prodi di qualche anno fa, non a caso l’ex ministro “vampiro” del Tesoro e delle Finanze negli ultimi giorni si è speso pubblicamente in complimenti e apprezzamenti verso la manovra e le proposte dell’esecutivo.

C’è qualcosa allora che non va in tutto questo!.

E’ palese!.

Come può un ex ministro delle Finanze di sinistra apprezzare un governo di centrodestra se quest’ultimo fosse effettivamente liberista e liberale nelle sue proposte e orientamenti esecutivi?.

Come può un simil personaggio da sempre favorevole all’aumento delle tasse (e in precedenza sbeffeggiato da Berlusconi e da alcune manifestazioni pubbliche del PDL) oggi dare ragione a Tremonti e a Berlusconi se davvero le proposte del governo non mirassero all’aumento della pressione fiscale in pieno accordo con le costanti idee del “vampiro”?.

Sveglia a tutti quanti!.

Appare evidente allora (a maggior ragione) come tale manovra bis di fatto segni la legislatura e irrimediabilmente connoti il PDL per quel che andiamo dicendo da parecchio tempo: è un partito socialista intento ad aumentare le tasse.

Altro che scioperi e proteste della PA o del sindacato!!.

Qui bisogna fare rivolte fiscali e manifestazioni Tea Party permanenti contro le tasse e questo governo!!!.

Questo sito spera allora che il prossimo Tea Party a Roma il 26 giugno 2010 possa diventare una vera e propria manifestazione spontanea organizzata anche sul piano nazionale contro questa manovra e questo esecutivo, criticandolo da un punto di vista della crescita liberista, libertaria e liberale oggi assente ma necessaria per il nostro Paese.

Berlusconi cerca di ingannare gli italiani riproponendosi quale promotore di bislacche rivoluzioni “liberali” aventi però nella sostanza i caratteri e i toni di concrete manifestazioni di socialismo reale o di comunismo di guerra.

Berlusconi alla pari di Obama, Merkel, Papandreou, Zapatero e Sarkozy è un keynesiano, è un socialista e non propone nè proporrà nessuna seria ricetta per uscire dalla crisi, tali provvedimenti sono solo “pannicelli caldi” utili per ingannare gli investitori e i cittadini, non sono mirati a contenere lo Stato quanto semmai al suo soccorso entro una logica da filisteo che rischia di condurci in un inevitabile baratro e impoverimento generale degli individui assieme allo Stato stesso (proprio come in Grecia).

Tale manovra è allora l’ennesimo quanto inutile sacrificio di lacrime e sangue verso un Leviatano destinato comunque a fallire.

L’invocazione per l’Euro e la stessa UE data da Berlusconi in conferenza stampa appare tragicomica, stando a quanto dichiara la stessa Merkel l’Euro è a rischio di fallimento in futuro comunque, e non sarà certo l’Italia (paese che ha il debito pubblico 4 volte più grande della Grecia e il 3° debito pubblico al mondo) ad impedire i fallimenti degli altri PIGS e dell’Eurozona.

Inoltre appare evidente l’inversione ad U(E) di Berlusconi e Bossi, i quali sino a qualche decennio fa erano contrari alla moneta unica e alla sua introduzione, mentre oggi sono prodianamente i difensori di un perverso quanto fallito esperimento di ingegneria sociale e monetaria che già ai tempi di Prodi e Amato costò agli italiani fiumi di denaro per entrare nell’eurocricca.

Ora l’esecutivo ripristina tali salassi bis nei portafogli dei contribuenti italiani; questa manovra segna allora ufficialmente la morte del centrodestra italiana, lo avevamo già annunciato nei mesi e anni scorsi a fronte di manovre e piani quinquennali o biennali continuamente annunciati e proposti ogni anno, ad ogni finanziaria e sempre più fallimentari.

La repressione fiscale degli individui e delle ricchezze di questi è lo scopo ufficiale del PDL e di Silvio Berlusconi e del suo sodale Giulio Tremonti (trait d’union con la Lega Nord).

I ceti produttivi e attualmente già tartassati e vessati verranno ulteriormente impoveriti, la logica marxista “dell’evasore fiscale in quanto nemico di classe” promossa da questo governo fin dal famoso “scudo fiscale” contro i capitali esteri (di fatto una vera e propria deportazione fiscale in Italia) e l’ideologia che guida i suoi numerosi ministri dal passato socialista dimostrano come il Governo persegua una via sbagliata verso la schiavitù fiscale collettivista che non eviterà un peggioramento della situazione economica italiana nè un aumento dell’impoverimento e della disoccupazione giovanile come gli indicatori stanno oggettivamente dimostrando.

Senza riforme di libero mercato, senza liberalizzazioni (sempre più affossate) e le privatizzazioni di larghi settori pubblici, senza una riduzione della spesa e degli sprechi a fronte di una contemporanea riduzione della pressione fiscale questo governo non farà altro che giocare sugli istinti dell’odio e dell’invidia sociale tra poveri tartassati a fronte di nuove prossime menzogne elettorali e del contemporaneo arricchimento della casta di parassiti e di palazzo (i veri e unici speculatori della situazione e dei vostri soldi).

Quelli che oggi chiedono a chi già sacrifica buona parte del proprio stipendio annuale per ulteriori elargizioni coattive nei confronti dello Stato sono quelle stesse persone che dichiaravano ancora qualche settimana fa la non necessità di una manovra bis finanziaria, erano gli stessi che annunciavano baldanzosi e sorridenti come la crisi economica fosse finita o mai giunta nel nostro Paese (a seconda delle situazioni e delle convenienze), erano quegli stessi che negli anni scorsi fecero cadere (per potere) Prodi e i sinistrati allo scopo retorico di ridurre le tasse ed impedire la polizia tributaria in Italia dei comunisti.

Oggi quelle persone mostrano il loro vero volto criminale dedito allo strozzinaggio, all’inganno e all’impoverimento del loro stesso elettorato.

Oggi Silvio Berlusconi (ri)entra ufficialmente nell’album di famiglia della sinistra italiana approvando proposte e leggi atte ad instaurare un regno del terrore fiscale mandando in soffitta qualsiasi possibile e credibile richiamo al 1994.

L’unica cosa concreta di questa manovra resta allora un effettivo aumento della pressione fiscale per i cittadini.

Questa è la politica, questa è l’Italia che retoricamente festeggia con i vostri soldi estorti la sua Unità.

E’ sempre più necessario proporre forme di lotta nonviolenta gandhiana contro questo Governo, questo Stato Italiano e questo fisco in costante crescita in tutti questi anni (come certifica pure l’Istat, non certo una componente aderente al Movimento Libertario di Leonardo Facco!).

Ormai deve cadere la discriminante buonista che da troppo tempo a destra e da destra ha salvato sempre Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti  da critiche e da possibili contestazioni del proprio elettorato nonostante i palesi errori di governance e gli scarsi o inesistenti risultati di questo quindicennio.

Ora questo governo mostra il suo vero volto prodiano e vischiano e francamente penso che in pochi tra coloro che amano le vere Libertà e che producono ricchezza con il loro lavoro amino difendere o ricordare positivamente tali personaggi.

Bene, tali personaggi sono ora tornati al governo sottoforma di politicanti di “centrodestra”, Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti sono replicanti di Prodi e Visco e continueranno sotto l’etichetta di “centrodestra” e di “Popolo della Libertà” a derubarvi del vostro denaro.

Volete farvi derubare indisturbatamente?.

Cosa aspettate a protestare e a disobbedire?.

Non penserete che Berlusconi e Tremonti solo perchè non sono fisicamente Prodi o Visco e non si nascondano dietro i simboli di sinistra non siano anch’essi pericolosi e da fermare?.

Non penserete che delle fallimentari idee possano essere risolutive e giuste nella loro applicazione solo perchè a farle c’è un governo o delle persone nominalmente di centrodestra e fisicamente differenti da Prodi?.

Se vi siete indignati con Prodi e Visco preparatevi ad indignarvi e a scendere in piazza assieme ai Tea Party e ai libertari del ML contro lo statalismo antropologico di Berlusconi e Tremonti!!!.

Il governo e il suo bilancio pubblico sono ormai fuori controllo, la propaganda dei media continua a nascondere la realtà, con la scusa di nuove tasse e nuovi introiti a livello locale e nazionale aumenteranno anche le multe, le proibizioni, i controlli sia elettronici che di videosorveglianza, i costi delle sigarette e della benzina (come dimostra anche il tentativo di porre dei posti di blocco/caselli di pedaggio a pagamento a Roma presso il grande raccordo anulare e in altre strade).

Colpiranno anche le vostre libertà individuali non soltanto direttamente quelle economiche pur di far cassa.

Il governo mira al duplice e contradditorio obbiettivo di aumentare la propria credibilità interna mirando a confiscare i risparmi degli italiani e cercando di favorire l’acquisto di titoli di Stato (spazzatura) da parte dei finanziatori stranieri.

Questi ultimi a loro volta verranno colpiti una volta messo il piede nel nostro Paese come turisti imponendo a loro entro la questione “Roma Capitale” una tassa di soggiorno (la quale colpirà comunque anche gli stessi italiani in trasferta) pur di guadagnare soldi (con tanti saluti all’industria e al settore terziario alberghiero e turistico italiano, a fronte anche dei fallimentari esperimenti di turismo di Stato della pescivendola Brambilla e alle sue proposte di estensione per decreto legge della stagione estiva per le scuole e gli studenti).

Il modello sovietico descritto in 1984 da Orwell si conferma come modello putiniano da seguire letteralmente dal partito dell’Amore al potere.

Lo Stato vuole operare una stretta fiscale alle famiglie e agli individui cercando di raggranellare gli ultimi spiccioli disponibili.

Con la tassazione diretta sui consumi di prossima approvazione (dopo le ferie estive) e la messa in opera dello pseudofederalismo fiscale leghista (che permetterà ai leghisti di signoraggiare al Nord i tributi) questo governo arriverà ad un passo dalla redistribuire delle tessere pubbliche per i pasti abolendo la moneta e qualsiasi transazione tra privati cittadini proprio come nella fallita URSS.

Al contempo il debito pubblico nazionale e regionale anche con lo pseudofederalismo leghista in vigore per come è ideato, segnerà un pesante aumento che produrrà notevoli e serie conseguenze future, stando anche a quanto scrivono le previsioni internazionali di alcuni seri economisti ed editoriali economici di importanti giornali stranieri.

A fronte del fallimento di ogni tentativo o alternativa possibile e credibile disponibile a livello politico e partitico da opporre verso tale governo, una massiccia disobbedienza civile con secessione individuale di massa che si richiami alla difesa dei principi giusnaturali del diritto liberale classico e del libertarianismo diventa l’unica soluzione possibile, l’unica forma di legittima difesa arrivando a realizzare una opposizione libertarian financo agorista e di vero contrasto al Big Government da parte di chi produce verso gli obblighi nei confronti di uno Stato e una casta politica parassitaria e criminale avente numerosi adepti al loro servizio intenti solamente a impoverirci e schiavizzarci giorno dopo giorno.

Questo articolo è apparso anche su movimentolibertario.it

Manovra da 24 miliardi: Il parere del Movimento Libertario!

28 maggio 2010

Qui sotto, la scheda pubblicata dall’Ansa, inerente la manovra finanziaria approvata dal governo. Dopo ogni voce, seguirà in corsivo il parere del Movimento Libertario sulle misure adottate.

Articolo di Leonardo Facco

SUBITO STOP CONTRATTI PUBBLICO IMPIEGO – Stop agli aumenti degli stipendi dei dipendenti pubblici già a partire da quest’anno. Il congelamento vale quattro anni, fino al 2013.

Positivo: il problema di questo paese (e degli Stati in genere) è la spesa pubblica, di cui i dipendenti statali (ad ogni livello) ne rappresentano un ampio spettro!

TAGLI AI MINISTERI, GIRO VITE SU AUTO BLU -La sforbiciata è del 10% ma su formazione o missioni si arriva al dimezzamento della spesa. Arriva anche un giro di vite sulle auto blu.

Positivo: ogni riduzione di spesa va plaudita.

Sulle insopportabili auto blu aspettiamo azioni concrete però!

GLI ESCLUSI: PRESIDENZA CONSIGLIO E PROTEZIONE CIVILE – Saltano dal testo i tagli alla Presidenza del Consiglio e i limiti alla Protezione Civile.

Negativo: Molte spese tagliate da una parte potrebbero rientrare sotto l’ombrello della “Presidenza del Consiglio”. Sulla Protezione civile, poi, dopo gli scandali in corso che coinvolgono la cricca, il giudizio è ancor peggiore!

TAGLI AI PARTITI – Dimezzato il contributo per le spese elettorali e stop alle quote annuali se c’è uno scioglimento anticipato delle camere.

Il taglio ai rimborsi per i partiti scende dal 50 al 20%.

È quanto prevedrebbe, secondo quanto si apprende, la versione del decreto legge sulla manovra approvata dal Consiglio dei ministri.

La riduzione porterebbe dunque il rimborso da 1 euro a 20 centesimi per elettore.

Cala del 20% (e non viene dimezzato come inizialmente ipotizzato) il contributo per le spese elettorali.

Positivo: Da quando un referendum popolare ha abolito i finanziamenti pubblici ai partiti, questi sono diventati più ingordi di ben 7 volte rispetto ad allora.

Il verbo “prevederebbe” (condizionale) ci fa però pensare che i mal di pancia di questa casta di parassiti potrebbe portare ad un dietro-front. Attendiamo conferme!

PAGAMENTI E TRACCIABILITÀ – Tetto a 5.000 euro (e non 7.000 come da prime ipotesi) per i pagamenti in contanti.

Obbligo di fattura telematica oltre i 3.000 euro.

Molto negativo: come ben spiega il professor Huerta de Soto “più limiti vengon fatti al contante e più possono le banche far leva per espandere gli aggregati”.

Inoltre, lo spettro di uno Stato di polizia tributaria – in stile Visco – si avvicina!

ARRIVA BANCOMAT P.A. - Addio ai libretti di deposito bancari o postali al portatore. In compenso arriva la carta elettronica istituzionale per effettuare i pagamenti da parte delle P.a.

Molto negativo: il risparmio vien messo sotto scacco, il grande fratello fiscale è sempre più all’orizzonte!

COMUNI E LOTTA EVASIONE – I comuni che collaboreranno incasseranno il 33% dei tributi statali incassati.

Molto Negativo: ogni Stato di polizia ha bisogno di delatori. Coinvolgendo il Comune in cui si abita si cerca di trasformare ogni vostro vicino invidioso in delatore.

Avete presente l’uso delle multe da parte dei Comuni per far cassa? In questo caso è assai peggio!

TASSA SU ALBERGHI PER ROMA CAPITALE – Arriva un «contributo di soggiorno» fino a 10 euro per i turisti negli alberghi di Roma per finanziare «Roma Capitale».

Negativo: abbiamo letto che il contributo di 10 euro potrebbe essere giornaliero (voce non confermata).

Non credo che i turisti apprezzeranno.

Certo è che siamo alle solite: Roma, caput mundi? No Roma voragine senza fondo!

STANGATA SU MANAGER E STOCK OPTION – Salgono le tasse sulle stock option ma anche sui bonus dei manager e dei banchieri che eccedono il triplo della parte fissa della retribuzione.

Negativo: sull’onda dell’odio e dell’invidia a cui si appellano gli Epifani d’Italia ecco una tassa nuova per chi guadagna di più, magari per merito.

Certo, non siamo noi a difendere il sistema bancario (e monetario), ma è il principio che non ci piace!

TEMPI SPRINT PER CARTELLE – L’accertamento e l’emissione del ruolo diventano contestuali rendendo più corto il tempo per contestazioni e ricorsi.

Molto Negativo: anche le cartelle pazze avranno tempi corti immaginiamo, il che potete immaginare cosa potrà significare per i ricorrenti.

STRETTA SUL GIOCO CLANDESTINO – L’evasione dell’imposta sui giochi, una volta accertata, avrà riflessi anche ai fini delle imposte dirette.

Nasce l’Agenzia che sostituisce i Monopoli.

Molto Negativo: il gioco va liberalizzato totalmente ed eventualmente tassato con una flat tax ridotta.

La nascita, poi, di una nuova Agenzia mette i brividi al solo pensiero, dato che rifletterà i guatsi ed i mali di ogni agenzia statale di riscossione e non.

CONDONO EDILIZIO E CASE FANTASMA - Confermata invece la sanatoria sugli immobili fantasma.

Si ipotizza però un ampliamento di questa norma.

Come in tutti i condoni la proposta potrebbe arrivare in Parlamento.

La sanatoria andrà fatta entro il 31 dicembre.

Negativo: la solita sanatoria, che dimostra due cose: 1- L’inefficienza statale che permetta che esistano case fantasma; 2- Far cassa è l’unico problema dei governanti.

PENSIONE INVALIDITÀ – Sale a 80% (altre fonti parlano dell’85%).

Sotto questa soglia niente benefici.

Previsti anche 200.000 controlli in più.

Negativo: L’invalidità di Stato è foriera di corruzione e falsificazioni.

Questo provvedimento ne è la riprova, dato che è adottato per via della consapevolezza dell’esistenza di milioni di falsi invalidi. 200.000 controlli in più rappresentano 200.000 occasioni in più di corruzione potenziale!

IRAP ZERO PER NUOVE IMPRESE SUD – Le regioni del Mezzogiorno avranno la possibilità di istituire un tributo proprio sostitutivo dell’Irap per le imprese avviate dopo l’entrata in vigore del dl con l’opportunità di ridurre o azzerare l’Irap.

Positivo: Defiscalizzare è sempre positivo per garantire la facilità d’intrapresa, con ciò che ne consegue di positivo!

RETI IMPRESA E ZONE ‘ZERO BUROCRAZIA’ – Tremonti annuncia la creazione di reti d’impresa, per ottenere benefici fiscali e migliorare la capacità di incidere sui mercati, ma anche zone a burocrazia zero, nelle quale per aprire un’attività ci si potrà rivolgere ad un solo soggetto.

Giudizio sospeso: “Tremonti annuncia…” significa solo che nulla è stato deciso, si parla solo di buone intenzioni che, sappiamo, lastricano le strade per l’inferno!

STOP TURN-OVER P.A. – Confermato per altri due anni.

Positivo, ma…: se adottato veramente però, dato che annunci del genere avvengono da anni, ma poi nella P.A. si infilano sempre amici degli amici.

TAGLI ANCHE A MAGISTRATI - Lo stipendio verrà decurtato per il 10% nella parte eccedente gli 80.000 euro.

Taglio del 10% anche per i magistrati del Csm.

Positivo ma…: abbastanza demagogico, visto che riguarda solo un surplus dello stipendio.

MANAGER P.A., SFORBICIATA 5-10%. Sotto i fari gli stipendi oltre i 90.000 e oltre i 130.000 euro.

Positivo, ma…: per le stesse ragioni di cui sopra!

INSEGNANTI SOSTEGNO – Congelato l’organico.

Positivo: è il minimo che si possa fare per un comparto, la scuola pubblica, che andrebbe abolito!

DIVIDENDI A RIDUZIONE DEBITO – A partire dal 2011 500 milioni di dividendi che arrivano dalle società statali saranno impiegati per la riduzione degli oneri sul debito pubblico.

Insignificante: Da verificare, oggi come oggi rappresentano solo una promessa. Quanti fondi statali sono stati creati e svuotati a seconda dell’esigenza della casta?

TAGLI A COSTI POLITICA PRO CASSA INTEGRAZIONE – Le riduzioni di spesa che decideranno il Quirinale, il Senato, la Camera e la Corte Costituzionale, nella loro autonomia, serviranno a finanziare la Cassa Integrazione.

Insignificante e demagogico! Il solo Quirinale costa oltre un miliardo di euro, 4 volte quando costa agli inglesi mantenere la regina!

PENSIONI – Dalle “finestre fisse” alla finestra “mobile” o ‘”a scorrimento”.

È quanto prevede la manovra per la decorrenza delle pensioni di anzianità o di vecchiaia.

Il provvedimento varato prevede che si possa andare in pensione dodici mesi (contro gli attuali nove per effetto del sistema di finestre vigente) dopo la maturazione dei requisiti vigenti nel caso dei lavoratori dipendenti pubblici e privati.

La decorrenza sale a diciotto mesi (contro i 15 attuali) dopo la maturazione dei requisiti nel caso dei lavoratori autonomi.

I trattamenti pensionistici decorrono inoltre dal primo giorno del mese successivo alla scadenza dei termini del nuovo sistema di decorrenze.

Per le pensioni non è dunque previsto nessun intervento strutturale che riguardi requisiti, età, quote ma solo un cambiamento nel sistema delle finestre.

La novità è invece l’accelerazione dei tempi per l’aumento dell’età pensionabile a 65 anni per le donne dipendenti del pubblica amministrazione che avverrà a gennaio 2016.

Vergognoso: Ancora una volta non si mette mano ad una seria riforma delle pensioni, abolendo il sistema a ripartizione e sostituendolo con quello a totale capitalizzazione (alla cilena per intenderci).

Inoltre, in questo modo, lo Stato dimostra – se ce ne fosse bisogno – che non mantiene mai la parola che dà.

DEFINANZIAMENTO LEGGI INUTILIZZATE – Si recuperano risorse attraverso il definanziamento degli stanziamenti improduttivi.

Saranno destinate al fondo ammortamento dei titoli Stato.

Insignificante, ribadiamo, inoltre, quanto detto poco sopra sulla fine che fanno i “fondi” in Italia!

TAGLIA-ENTI - Vengono soppressi Ipsema,, Ispel e Ipost.

Ma anche l’Isae, l’Ice e l’Ente italiano Montagna.

Salta o viene ridotto inoltre il finanziamento a 72 enti.

Molto positivo se verrà attuato!

CONTROLLO MEF SU PROTEZIONE CIVILE – Si prevede tra l’altro che le ordinanze di Protezione civile con cui viene dichiarato lo stato d’emergenza siano emanate di concerto con il ministero dell’Economia.

Insignificante: ministero e protezione civile, come pappa e ciccia, possono sempre decidere ciò che vogliono.

Certo è che è fatta questa proposta sulla scorta delle “porcate” della cricca che ha coinvolto Bertolaso negli scandali di Anemone & Co.!

CONTROLLO SPESA FARMACI – Acquisti centralizzati per le asl per trattare meglio il prezzo con i fornitori e interventi sui farmaci con una modifica delle quote di spettanza dei grossisti e dei farmacisti sul prezzo di vendita al pubblico delle specialità medicinali di classe a.

Negativo: questa è pianificazione! Per un risparmio a breve, ci ritroveremo con altri nuovi “De Lorenzo e Poggiolini” in futuro!

13 MLD DA AUTONOMIE TERRITORIALI -Alle Regioni vengono chiesti tagli per oltre 10 miliardi in due anni (2011 e 2012); ai Comuni e Province vengono chiesti risparmi di 1 miliardo e 100 nel 2011 e 2 miliardi e 100 nel 2012.

Nulla di nuovo: i tagli agli enti locali sono una costante da anni e non sono mai serviti, come dimostra la situazione economica odierna. L’unico dato politico da rilevare è che il leghismo delle false promesse nuoce gravemente alla salute!

PEDAGGI SU RACCORDI PER AUTOSTRADE – Si inserisce la possibilità di “pedaggiamento” di tratti di strade di connessione con tratti autostradali.

In sé pagare un pedaggio non è sbagliato.

Ma funziona se i due contraenti sono due privati!

ADDIO A SIR E REL – Addio al Comitato Sir costituito per gli interventi nei settori di alta tecnologia e che prese in carico le società chimiche di Nino Rovelli, ed anche alla Rel, la finanziaria pubblica costituita qualche anno più tardi per sostenere il risanamento dell’industria elettronica.

Molto positivo: ogni ente pubblico abolito è un toccasana.

Stiamo a vedere se aboliranno davvero anche le province con meno di 220.000 abitanti.

Tratto da http://www.movimentolibertario.it

Facco e Carbone: Borse a picco, manovra e scenari…

26 maggio 2010

Tratto da Movimentolibertario.it e Usemlab.com

La gestione della realtà

26 maggio 2010

Interessante tecnica (e tattica) di comunicazione da parte del premier.

Nel giorno in cui la cosiddetta Consulta economica nazionale del Pdl approva (e di conseguenza si intesta) l’aggiustamento fiscale tremontiano, Berlusconi manda il fido Gianni Richelieu Letta davanti a telecamere, microfoni e taccuini per annunciare la manovra che dovrebbe salvarci dal “rischio Grecia” ma soprattutto a pronunciare una frase che resterà scolpita nell’immaginario collettivo come la fine ufficiale della ricreazione:

«Capiamolo così e ci capiamo tutti»

E più non dimandate.

Ebbene, nello stesso giorno in cui i poveri sudditi (che ancora stavano festeggiando la “diversità” positiva del nostro paese nella crisi globale) vengono messi di fronte alla realtà, il premier pensa bene di non fare l’uccello del malaugurio ma anzi di mostrare il proprio volto umanamente privato, estraendo dall’ennesimo libro di Bruno Vespa la storia del proprio cancro, a dieci anni di distanza.

Empatia e diversione: l’ultimo capitolo del Manuale del Perfetto Venditore, dal titolo “Cosa fare quando la situazione precipita”.

Ora i cittadini-clienti sanno che, prima di acquistare un leader politico, occorre “rivolgersi almeno a tre specialisti diversi”.

Tratto da http://phastidio.net/

Il Financial Times diffida dell’austerity all’italiana

26 maggio 2010

Mentre il governo s’appresta a varare una manovra correttiva fatta di tagli e sacrifici, il quotidiano economico della City sospetta che dietro la brusca svolta “rigorista” di Tremonti ci siano problemi ben più seri nei nostri Conti pubblici. Gli speculatori mirano al default delle nostre Regioni?

Articolo di Pietro Salvato

Austerity all’italiana, così il Financial Times titola un suo sarcastico articolo sull’improvvisa svolta “rigorista” che dovrebbe materializzarsi ad horas nella manovra correttiva che il governo di Silvio Berlusconi s’appresta a licenziare.

Per il popolare quotidiano della City londinese, tuttavia, questa repentina conversione al “rigore e all’austerità” appare quantomeno sospetta.

Certo, nello scenario europeo di oggi, non siamo i soli a dover “svoltare”.

Infatti, anche altri governi europei annunciano drastici tagli e maggior rigore e controllo delle loro finanze.

In Germania, Francia, Spagna e Regno Unito, per esempio, si annunciano importanti manovre economiche di entità uguale se non maggiore alla nostra.

Sono manovre correttive, tuttavia, giustificate dai pesanti esborsi che quei governi hanno dovuto sostenere per impedire possibili fallimenti nei loro rispettivi sistemi bancari, questi ultimi molto più esposti del nostro ai nuovi strumenti della cosiddetta “finanza creativa”.

In Italia, invece, nessuna banca è fallita.

L’unico provvedimento predisposto dal governo è stato l’istituzione dei cosiddetti “Tremonti bond” che, peraltro, quasi nessuna banca ha poi sottoscritto.

LE PERPLESSITÀ DI FT – La nostra improvvisa conversione sulla “via di Atene” lascia piuttosto perplesso Joseph Cotterill il quale riprende su FT, a sua volta, un lancio della Reuters in cui si annunciano i provvedimenti ancora allo studio dei tecnici del ministero dell’Economia.

Scrive Cotterill: “Il budget di austerity che martedì (oggi, nda) dovrebbe essere approvato dal governo italiano con ogni probabilità taglierà le assunzioni nel settore pubblico e prevedrà il blocco del pensionamento per quanti hanno pensato di ritirarsi dal lavoro.

Inoltre, ci sarà una forte riduzione dei trasferimenti ai governi locali“.

E ancora: “La manovra dovrebbe prevedere che solo il 20% di coloro che abbandonano il settore pubblico nel 2011-2013 sarà sostituito, mentre i tagli dei trasferimenti alle autorità comunali e regionali dovrebbero essere rispettivamente di 2 miliardi di euro nel 2011 e di 3,8 miliardi nel 2012.

La nuova manovra di bilancio, mira a ridurre il disavanzo di circa 13 miliardi di euro nel 2011, che dovrebbero essere ottenuti con pesanti tagli nel settore “politicamente sensibile” della Spesa sanitaria, per circa 400 milioni di euro nel 2011 e di 1,1 miliardi nel 2012“.

Tagli ingenti, come si vede, imposti da un governo che, temendo un pesante calo di popolarità, continua a dire che “non metterà le mani nelle tasche degli italiani“.

Tasche, evidentemente, che resteranno vuote visto che molti servizi finora garantiti gratuitamente o a basso prezzo dal settore pubblico d’ora in poi dovranno essere pagati a caro prezzo dagli stessi cittadini.

Per FT, tuttavia, desta molta sorpresa la fretta del nostro governo nel varo di questa manovra.

E’ “Molto impressionante – scritto proprio in italiano – se teniamo conto che il Regno Unito, che pure è sotto esame per la sua pesante situazione finanziaria, presenterà il suo “bilancio di austerità” non prima di un mese“.

E SE SOTTO C’È DELL’ALTRO? – E allora perché tutta questa fretta? Il Financial Times sospetta che dietro questa urgenza – prima smentita e poi ammessa dallo stesso Mr. Berlusconi – ci sia altro.

Conti pubblici peggio del previsto? Certo, lo abbiamo anticipato recentemente proprio noi di Giornalettismo, evidenziando come l’ultima RUEF di fine aprile, ossia la Relazione Unificata sull’Economia e sulla Finanza, si discostasse notevolmente dalla previsione economica contenuta nella “Nota di aggiornamento al Patto di stabilità” di gennaio, ma FT va oltre e lancia un altro pesante macigno nello stagno della nostra Finanza.

I derivati e i titoli obbligazionari sottoscritti dai nostri Enti locali.

In passato, ce ne siamo già occupati e lo hanno fatto anche altri, come la trasmissione televisiva di Rai3, Report e – con riferimento al nostro paese – persino l’autorevole quotidiano economico statunitense, Wall Street Journal.

FT questa volta pone l’accento sul Credit Default Swap della Regione Sicilia che, negli ultimi tempi ha mostrato una preoccupante sofferenza sui mercati.

Tanto è vero che la Regione Sicilia ha fatto il suo ingresso nella top ten dei debiti sovrani a rischio default.

Sì, proprio come la Grecia, il Portogallo o l’Irlanda.

BEDDA MADRE! – La Sicilia, infatti, presenta un rischio default sul suo debito sovrano pari al 23%, ponendosi immediatamente dopo l’Iraq e immediatamente prima dell’Irlanda, paese europeo fortemente esposto al rischio d’insolvenza che proprio per questo ha dovuto – e dovrà ancora – attuare un pesantissimo piano di rientro, così come gli è stato imposto dall’Unione europea.

Nella classifica dei cosiddetti “defaulters” in pole position troviamo ovviamente la Grecia con un rischio sul suo debito sovrano del 52%.

A novembre del 2009, tuttavia, per il paese ellenico il rischio risultava solo del 20%, perciò inferiore al 23% toccato qualche giorno fa dal debito siciliano.

Più cresce questo rischio d’insolvenza più s’alimenta il cosiddetto “Spread” sul Cds, che sostanzialmente rappresenta il credito necessario per assicurarsi contro il rischio di default del proprio debito.

Adesso, il Cds a 5 anni della Regione Sicilia paga oltre 30mila euro per ogni milione.

Per capirci, per assicurarsi per la stessa cifra sul debito greco oggi ci vogliono circa 90.000 euro.

Le autorità siciliane, che godono dal Secondo dopoguerra di un’autonomia analoga a quella che le altre singole regioni dovrebbero avere con il “federalismo” prossimo venturo(?), minimizzano.

Anzi, a chi gli pone domande minacciano querele.

Il dirigente del dipartimento Bilancio e Tesoro della Regione siciliana, Enzo Emanuele dice: “Quando ho appreso la classifica riportata da un’agenzia sono stato preso da un moto di rabbia e ho anche pensato di querelare qualcuno.

Tutto si può dire della Sicilia tranne che non sia in grado di pagare i propri debiti” sic! Secondo l’Alto dirigente, invece sarebbe consigliabile, porre l’attenzione sui i conti di altre regioni italiane, “Come la Lombardia, ad esempio, che ha diversi titoli swap“.

Ha proprio ragione FT.

E’ tutto molto italiano anzi, tutto molto “all’italiana”.

Chissà come si traduce in inglese “scaricabarile”?

Tratto da http://www.giornalettismo.com

Giulio Visco e Romano Berlusconi

26 maggio 2010

In questi giorni il tema che appassiona maggiormente analisti ed editorialisti politici (ognuno si diverte come può) è l’immagine di un Berlusconi preoccupato e irritato nei confronti del suo ministro dell’Economia per qualità e quantità della manovra correttiva che Tremonti si accinge a svelare al mondo.

Gli editoriali raccontano di un premier che accuserebbe Tremonti di voler fare una manovra “leghista”, accantonando risorse per il federalismo fiscale.

Ma soprattutto Berlusconi, che ha passato gli ultimi anni a promettere che con lui (ma quando, esattamente?) l’Italia cesserà di essere uno “stato di polizia tributaria”, deve gestire l’ormai palese inclinazione tremontiana a fregarsene altamente del primato del cittadino, sovraordinandogli la pubblica amministrazione, in quello che con uno slogan potrebbe essere ribattezzata l’operazione “asservire il popolo“.

Dopo il sostanziale congelamento della riforma della P.A., che rischiava nientemeno che di far sorgere diritti in capo ai sudditi, gli ultimi spifferi sulla manovra parlano di inversione dell’onere della prova nei rapporti tra contribuenti e fisco, con i primi costretti a dimostrare al secondo di aver pagato le tasse, e non viceversa.

Già questo basterebbe per invocare il ritorno di Vincenzo Visco, perché è comunque meglio l’originale dell’imitazione; ma è l’ipotesi di reintrodurre misure di tracciabilità dei pagamenti, secondo l’idea dell’ex ministro delle Finanze, che metterebbe una bella pietra tombale sul sedicente liberalismo fiscale di Berlusconi.

Tremonti sta negoziando coi sindacati, voci incontrollabili riportano l’ipotesi di obbligo di tracciabilità per transazioni comprese tra 1500 e 3000 euro, rispetto alla soglia draconiana di 100 euro prevista dall’ultimo governo Prodi.

Se confermata, sarebbe un limite pressoché simbolico e del tutto inefficace per contrastare l’evasione, soprattutto se non affiancato da obblighi quali la gestione telematica dell’elenco di clienti e fornitori.

Inefficacia a fini del gettito, ma massimo danno al simbolismo da Tea Partier di Libero e del Giornale, tre anni addietro, a difesa delle vecchiette costrette a pagare il pane con un bancomat di cui non ricordano il codice? Non fraintendeteci, qui si pensa che uno sforzo straordinario contro l’evasione fiscale vada fatto.

Solo, è interessante questa nemesi storica e questo percorso di risveglio alla realtà di una coalizione che è partita dal poujadismo e sta arrivando al redditometro due-punto-zero fuori tempo massimo del premier.

Rispunta poi un’altra ipotesi prodiana, la mega-fusione tra enti previdenziali, che sta rapidamente diventando un evergreen della nostra classe politica dal versante delle entrate, un po’ come gli asili-nido lo sono da quello della spesa.

Stiamo ovviamente ancora ragionando per ipotesi, ma dai boatos emerge una manovra centrata soprattutto su rinvii di spesa pensionistica (con la rimodulazione delle finestre di uscita per l‘anzianità), oltre che sul blocco dei rinnovi contrattuali del pubblico impiego, con omaggio di una bella riga tirata sulle voci retributive di incentivazione alla produttività ed una spruzzata di demagogia populistica con il taglio delle retribuzioni dei dirigenti pubblici più “ricchi”.

Al momento manca ogni ipotesi di razionalizzazione dei centri di spesa e procurement della P.A., che sono ancora frantumati e frammentati, e dietro ai quali si nasconde l’idra della spesa pubblica, al netto delle varie cricche.

Bisognerebbe chiedersi perché sono lustri che si favoleggia di creare centrali d’acquisto regionali per la Sanità, la cui spesa evidenzia indici di dispersione territoriale del tutto patologici (rectius: delinquenziali), eppure nulla è mai stato fatto al riguardo, neppure dal leggendario “governo dal fare”, quello che non mette le mani nelle tasche dei contribuenti.

Qualcuno riesce a capire perché nel Lazio il deficit della Sanità ha toccato lo scorso anno gli 1,7 miliardi di euro? Forse i cittadini vengono sottoposti a PET ad ogni raffreddore? E non rispondete che è colpa di Marrazzo, cercate di sviluppare il vostro pensiero laterale.

Indipendentemente dal dettaglio dei provvedimenti, quello che appare evidente è che anche a questo giro il paese non potrà contare su riforme di struttura, capaci di stimolare la crescita.

Nella migliore delle ipotesi avremo un remake delle misure di Prodi e Visco, con abituale diluvio retorico capezzoniano sulla “sinistra che rema contro”.

Chissà quando a Palazzo Chigi-Grazioli ci si renderà conto che è cambiato il mondo, nel senso che la crisi ha lasciato come cicatrice profonda una riduzione permanente (in assenza di misure strutturali) del potenziale di crescita.

Non è un caso che i mercati stiano prezzando l’ennesimo gradino nel differenziale tra Btp e Bund, ed ogni volta è all’opera questa isteresi che impedisce di tornare allo status quo ante Lehman.

Ah, e ovviamente non è vero che ne usciremo meglio di altri, perché semplicemente non ne siamo entrati meglio.

Tratto da http://phastidio.net/

Conti pubblici, Tremonti li sbaglia ancora

26 maggio 2010

Puntualmente le anticipazioni del governo vengono smentite dalla realtà. Secondo l’ultima RUEF (Relazione Unificata sull’Economia e sulla Finanza) ancora una volta il ministero dell’Economia ha sbagliato le sue precedenti previsioni. E poi i mercati diffidano di noi…

Articolo di Pietro Salvato

Con la presentazione dell’ultima RUEF, ossia la Relazione Unificata sull’Economia e sulla Finanza, il governo oltre al consuntivo del 2009 ha presentato le previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica per il 2010 e per il 2011.

Il consuntivo 2009 tiene conto delle ultime verifiche dell’Istat che non sono più, ovviamente, stime ma rappresentazioni “finali” delle varie rilevazioni.

In base a questi dati ora disponibili risulta ancora una volta che tutte le previsioni del governo, fornite periodicamente alla stampa e anche alle altre istituzioni come la stessa Unione europea, sono risultate sbagliate.

I MALDESTRI PRESTIGIATORI DEL MEF – A seguito della RUEF, il governo ha dovuto modificare sensibilmente i dati presentati a gennaio di quest’anno nella “Nota di aggiornamento al Patto di stabilità” dallo stesso ministero dell’Economia e della Finanza.

Si tratta di modifiche sostanziali che incidono sia sul consuntivo finale dell’anno passato sia sulle previsioni per il prossimo anno.

In termini generali, l’effetto netto di queste modifiche riportate nella “Relazione Unificata sull’Economia e sulla Finanza” rispetto al quadro tracciato nella “Nota di aggiornamento al Patto di stabilità” presenta differenze rilevanti.

Ad esempio, troviamo un notevole incremento delle Spese primarie pari a ben 2,3 miliardi in più rispetto all’incremento di 4,5 miliardi già previsto nella Nota di gennaio, con un aumento complessivo di 6,8 miliardi sul 2009.

E ancora, nella RUEF si evidenzia una riduzione delle Entrate tributarie per ben -2,3 miliardi rispetto addirittura alla crescita prevista nella Nota d’aggiornamento.

Nel documento contabile, inoltre, si sottolinea un calo consistente dei Contributi per circa -0,7 miliardi, nonché delle altre Entrate correnti per -0,2 miliardi. Dalla RUEF risulta pure che ci sarà un sostanziale azzeramento dell’incremento delle spese per interessi che dovrebbero rimanere pressoché uguali rispetto al 2009.

Questo, mentre la Nota di aggiornamento al Patto di stabilità di soli 5 mesi fa prevedeva invece un aumento per 3,2 miliardi.

Inoltre, si riscontra pure un aumento delle Entrate non tributarie in conto corrente per 1,3 miliardi in più rispetto al 2009, a fronte della riduzione di 1 miliardo prevista sempre nella Nota d’aggiornamento prodotta dai tecnici del ministro Giulio Tremonti appena pochi mesi fa.

ERRORI DI MILIARDI, MICA BRUSCOLINI! – Adesso, se l’incremento delle spese primarie e la riduzione della crescita delle Entrate tributarie tendono a ridurre il Saldo primario e, di conseguenza, ad aumentare l’Indebitamento netto previsti per il 2010, l’azzeramento dell’incremento delle Spese per interessi e l’aumento delle Entrate non tributarie hanno l’effetto opposto.

Nell’insieme, le principali differenze tra le previsioni della RUEF e della vecchia Nota d’aggiornamento sui saldi di finanza pubblica sono riassunte, insieme con i dati di consuntivo, nella Tab. 1 [TAB1] dalla quale si ricava che: “peggiora, il disavanzo primario per il 2010, già previsto a poco più di 1,6 miliardi nella NdA ed adesso stimato dalla nuova RUEF a quasi 6,8 miliardi“.

4632940972 2da6b9a9e5 Conti pubblici, Tremonti li sbaglia ancora

Il peggioramento è perciò di ben 5,2 miliardi.

L’indebitamento netto, invece, risulta sostanzialmente invariato nelle previsioni per il 2010; dovrebbe ammontare secondo la RUEF a 78,1 miliardi a fronte dei 77,9 già previsti nella NdA. Infine, il Debito è previsto in ulteriore aumento rispetto alle previsioni di crescita della Nota di aggiornamento di qualche mese fa appena, e dovrebbe attestarsi al 118,4% del Pil, risentendo anche del fatto che a consuntivo il Pil del 2009 si è rivelato più basso rispetto a quanto previsto nella Nota di aggiornamento al Patto di stabilità. 1520,9 miliardi contro i 1533,2 previsti e, ancora, che la previsione di crescita nominale fatta dalla RUEF è del 2,2% contro il 2,6% previsto nella NdA.

In sintesi, con la RUEF il governo rivede al peggio le previsioni di finanza pubblica per il 2010 contenute nella NdA rilasciata dallo stesso esecutivo appena pochi mesi fa.

Tale revisione non poteva essere evitata, visto lo scostamento tra le stime sul 2009 e i dati di consuntivo presentati dall’Istat e resi noti a marzo di quest’anno.

Inoltre l’Europa ha voluto vederci chiaro, dopo quanto è avvenuto in Grecia.

Le previsioni di finanza pubblica, infatti, sono logicamente concatenate ed essendo cambiata la base di riferimento (il 2009, appunto) non poteva che mutare anche il 2010.

L’entità di queste ultime modifiche, tuttavia, desta più di una perplessità, specie se teniamo distinte le Spese dalle Entrate.

SPESE FUORI CONTROLLO - La RUEF prevede che nel 2010 il saldo primario e l’indebitamento netto peggioreranno rispetto al 2009 di 2,7 miliardi in termini assoluti, derivanti da un incremento di 9,6 miliardi delle Entrate e da un aumento delle Spese correnti per 6,8 miliardi, con interessi passivi sostanzialmente invariati.

Il rapporto indebitamento/Pil dovrebbe rimanere invariato al 5%, mentre il rapporto Debito/Pil dovrebbe aumentare al 118,4% (quasi ai livelli del 1992), ma soprattutto per effetto della revisione al ribasso del Pil nominale.

Queste previsioni sono lievemente più realistiche rispetto a quelle presentate a gennaio nella Nota di aggiornamento al Patto di Stabilità (Nota, peraltro, presentata anche a Bruxelles) che erano basate su stime (per il 2009) rivelatesi poi infondate.

Infatti, anche nel capitolo Spese si trovano previsioni ancora troppo ottimistiche.

Ad esempio, il governo prevede che i Consumi intermedi, rispetto al 2009, dovrebbero aumentare di “soli” 1,7 miliardi di euro (cioè di 1,2 punti percentuale in termini nominali), dopo che sono “esplosi” nello stesso 2009, con uno sforamento di circa 4 miliardi.

Inoltre, l’Istat ha spiegato come l’aumento dei Consumi intermedi nel 2009 è frutto anche dell’incremento delle Spese per Assistenza sanitaria in convenzione e pure in questo caso, visto che sul federalismo nulla di concreto si è mosso, è difficile spiegare come questa voce di spesa possa essere contenuta.

Inoltre, negli ultimi 15 anni la spesa per Consumi intermedi è sempre aumentata annualmente di almeno il 2% con l’unica eccezione del 2006, in cui è rimasta pressoché costante.

PREVISIONI DI ENTRATE POCO CREDIBILI - Nella ultima RUEF si prevedono poi che le entrate (tra tributarie e non) aumentino complessivamente di 9,6 miliardi di euro.

Questo incremento è solo lievemente inferiore a quello previsto dal governo a gennaio, quando ammontava a 10,4 miliardi di euro.

Adesso, al di là degli slogan, volendo restare a “dati concreti” si pensi che il governo prevede un incremento dei Contributi per 3 miliardi di euro nel 2010 rispetto al 2009, pur prevedendo, contestualmente, una riduzione dell’occupazione dello 0,4% (in termini di ULA) e un incremento del tasso di disoccupazione “ufficiale” dal 7,8 all’8,7%.

Infine, per ragioni non spiegate, il Governo prevede un incremento delle Entrate non tributarie di 1,3 miliardi di euro nel 2010.

Si noti come tutte queste ipotesi di incremento di gettito non abbiano, nel quadro attuale, margini di flessibilità, poiché devono compensare il calo di gettito delle “una tantum” del 2009, in particolare il gettito dello Scudo fiscale pari a circa 5 miliardi e quello dall’Imposta sostitutiva sul riallineamento ai valori contabili oltre 6 miliardi.

E poi dicono che la situazione è sotto controllo! Tanto sotto controllo che si apprestano a varare in settimana una “manovra di correzione” dei Conti pubblici da ben 28 miliardi di euro.

55mila miliardi al vecchio conio.

Tratto da http://www.giornalettismo.com

Tasse, in Italia non le abbasseranno!

26 maggio 2010

Articolo di Rosa Cagliani

Vincenzo Visco, ex ministro delle Finanze del governo Prodi (già condannato per abuso edilizio) è noto per le politiche fiscali vampiresche.

Durante i suoi due anni di mandato al dicastero (tra il 2006 e il 2008) s’è fatto notare per l’introduzione di oltre una sessantina di nuove gabelle.

Il mese scorso, un suo omonimo, che di nome però fa Ignazio, s’è fatto notare sempre per lo stesso motivo: “Ridurre le tasse per il momento non è possibile né in Europa né in Italia ma si può redistribuire il carico fiscale maggiormente sulle rendite per alleggerire la pressione sui fattori legati alla produzione”.

Ignazio Visco è vice direttore generale di Bankitalia ed ha fatto le affermazioni di cui sopra parlando con i cronisti a margine del World economic Outlook Conference and Industry.

Nomen omen, si vede, no? “Le imposte sul lavoro in Europa e in Italia – ha ribadito il bancario – sono particolarmente alte e quindi è molto importante che siano in qualche modo ridotte. Io non credo alla possibilità di ridurre la pressione fiscale nel suo complesso nell’immediato, può essere redistribuita soprattutto spostando eventualmente la attenzione verso le posizioni di rendita e non verso i fattori che sono più importanti per l’attività produttiva”.

E’ chiaro, comunque la si veda, che l’aggressione fiscale è ormai giunta a livelli insopportabili in questo paese, ma per via delle spesa pubblica assurda e incomprensibile (troppo vincolata alle clientele parassitarie) , nessun politico sa andare oltre le dichiarazioni propagandistiche.

Ecco, perchè è inutile credere alle promesse farisaiche della classe politica, e di Silvio Berlusconi in primis (sempre pronto a lanciare rivoluzioni liberali improbabili)!.

Appena un mese fa il segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani rilanciò l’aumento dell’aliquota marginale del 43% al 45%, al fine di rifinanziare la cassa integrazione straordinaria.

Nel frattempo, l’Italia affonda!.

Tratto da http://www.movimentolibertario.it

Liberalizzazioni, il PDL e parte del PD affossano il Paese

24 maggio 2010

Ricordate le famose “lenzuolate” di Bersani? La destra – con l’aiutino di una parte del Pd – fa retromarcia e si prepara a cancellare le liberalizzazioni fatte dal centrosinistra. Una mossa a sostegno delle lobby e delle corporazioni che causerà un danno grave al Paese.

Articolo di Pietro Salvato

Le “lenzuolate” di Bersani, vale a dire quel pacchetto di liberalizzazioni varate dal governo Prodi a cominciare dal gennaio del 2007, stanno per essere rimosse dall’esecutivo di centrodestra.

La motivazione “ufficiale” data dal governo, sostanzialmente, è questa: “Vogliamo tutelare i più deboli“.

In realtà la destra si prepara, in un sol colpo, a cancellare uno dei pochi provvedimenti riformatori in materia, fatti negli ultimi quindici anni in Italia.

Lo scopo tutt’altro che “recondito” appare evidente.

Favorire gli albi professionali – che del Pdl sono una delle travi portanti – e più in generale le varie, tante, troppe rendite di posizione a scapito della concorrenza e quindi degli stessi cittadini consumatori.

BERSANI CI HA PROVATO - Cosa prevedeva il pacchetto di liberalizzazioni varato dal governo Prodi tre anni fa? Diciamolo subito, niente di rivoluzionario eppure, in un paese ingessato da mille corporazioni, dominato dal potere di veto e di blocco dei vari ordini professionali ed associazioni di categoria, ebbe un effetto, quantomeno mediatico, dirompente.

Di quel pacchetto di riforme, tra le altre, molti ricorderanno l’abolizione del costo di ricarica sulle carte telefoniche prepagate; una serie di interventi apripista anche alla grande distribuzione, alla vendita cioè in supermercati ed ipermercati dei carburanti, nuove tutele per gli automobilisti sull’Rc Auto, la scomparsa del Pra, il Pubblico Registro Automobilistico.

Seguirono poi altri importanti provvedimenti che però infastidirono diverse “categorie”.

Fu così, ad esempio, per la liberalizzazione delle licenze dei taxi.

Provvedimento che, proprio per il potere d’interdizione di quelle lobby, difatti fu già svuotato dallo stesso esecutivo prodiano.

Infine, vi fu l’abolizione delle tariffe minime degli avvocati.

Un provvedimento – si disse – che avrebbe aperto alla concorrenza un settore anchilosato e favorito, allo stesso tempo, l’ingresso dei più giovani sul mercato.

Inutile dire che il provvedimento fu duramente osteggiato dall’Ordine forense mentre fu, generalmente, molto apprezzato dai consumatori.

Oggi, come detto, il centrodestra propone la sua cancellazione.

L’intento appare chiaro.

Tornare al regime precedente e, contemporaneamente, stendere il proprio manto protettivo su un’ampia categoria di professionisti, in agitazione per problemi di sovraffollamento e duramente colpiti dalla crisi.

I “LIBERALI” ALLE VONGOLE - Si parte, come detto, dal ritorno alle tariffe minime degli avvocati.

Il ministro Angelino Alfano lo ha detto esplicitamente: “L’abolizione delle tariffe minime ha danneggiato i professionisti italiani.

Si tornerà a tariffe chiare e trasparenti, che assicurino la dignità e il prestigio per chi si è laureato e ha superato un esame di stato“.

Chiacchiere.

In realtà, si andrà a privilegiare chi è già dentro le corporazioni a scapito di chi, soprattutto i giovani, sono fuori e quanti vorrebbero confrontarsi liberamente sul mercato, giocando magari anche sulla leva delle tariffe.

In sostanza, al fine di cementarne un consenso “politico” e favorire una lobby che, a torto o a ragione, è sentita come “propria” dal centrodestra, si rilancia un modello corporativo basato fondamentalmente su barriere all’entrata e vincoli ai comportamenti.

Un balzo all’indietro il cui conto sarà ancora una volta pagato dal paese, anche al prezzo di sacrificare le sorti lavorative delle giovani generazioni.

Allo stato, dati alla mano, non c’è alcuna evidenza che l’abolizione delle tariffe minime, o altri aspetti delle riforme, hanno peggiorato il funzionamento delle professioni.

Al contrario, è già provato come le tariffe minime facilitano i cartelli dei “forti” e costituiscono una barriera difficile da valicare all’entrata dei “new comer” (i nuovi ingressi).

Infatti per chi inizia l’attività, offrire un prezzo più basso e quindi concorrenziale rispetto a quello degli studi già avviati è il modo più efficace per costruirsi una clientela.

Un principio, questo, basilare del pensiero liberale.

Pensiero, evidentemente, sconosciuto ai nostri “liberali alle vongole” di governo e, come vedremo, pure dell’opposizione.

L’intendo del governo, invece, va in senso completamente opposto, poiché tende di nuovo a favorire chi è già nel mercato a scapito dei giovani professionisti, che faticano a crearsi uno spazio, e dei consumatori stessi che, poi, pagano tariffe sempre più alte.

LE PRESSIONI BIPARTIZAN DI UNA LOBBY - A dar man forte alla “controriforma” della maggioranza, è arrivato in commissione giustizia pure un drappello di parlamentari del Pd, guarda caso tutti magistrati ed avvocati, che non si sono opposti alla controriforma forense della maggioranza e sostenuta dallo stesso Ordine professionale.

Del resto, anche la propostaprovvedimento della maggioranza.

Una contraddizione grave e stridente, poiché Bersani non è stato solo l’autore della “lenzuolata” ma è anche l’attuale segretario del Partito democratico.

In un sol colpo, con ogni probabilità, verrà così “alternativa” presentata in commissione dagli stessi esponenti del Pd, a grandi linee, ricalcava il cancellato il divieto delle tariffe minime, in pratica il prezzo minimo da pagare per chi si rivolge a un avvocato e la possibilità del “Patto di quota lite”, ossia l’accordo fra legale e cliente che permette al primo di aggiudicarsi una quota del risultato della causa.

Ma il colpo – politico e mediatico – assestato all’attuale segretario del Pd, anche per mano di alcuni suoi incauti parlamentari, di fatto è ancora più pesante, poiché la controriforma forense voluta da Alfano sarà solo il primo passo verso una più generale “revisione” di tutte le misure di liberalizzazione introdotte dal pacchetto Bersani.

UN PAESE DOMINATO DALLE CORPORAZIONI – Dal dizionario della lingua italiana Devoto-Oli: “Il compito primario di ogni corporazione era la difesa del monopolio dell’ esercizio del proprio mestiere e chi lo praticava pur non essendovi iscritto veniva considerato, dalla corporazione, un lavoratore che costituiva un potenziale pericolo verso gli iscritti“.

E’ la voce “Corporazione”.

Voce fortissima nel nostro paese.

Va detto, ad onor del vero, che la riforma Bersani è stata fin da subito neutralizzata (almeno nella sua portata più liberale) dagli stessi ordini professionali.

I diversi albi, infatti, hanno emanato in breve tempo tutta una serie di codici deontologici per ridurre al minimo i cambiamenti, soprattutto sulla disciplina delle tariffe e della pubblicità.

Del resto, molti sostengono che la cancellazione del “minimo tariffario”, così come previsto da Bersani, avesse più che altro un valore simbolico che di sostanza.

Una liberalizzazione davvero incidente, avrebbe dovuto puntare a smantellare la regola che determina l’onorario degli avvocati secondo il numero degli atti svolti. Per passare alla “parcella a forfait”.

Come avviene, peraltro in diversi paesi d’Europa.

Ciononostante, anche l’abbattimento di un simbolo ha la sua importanza.

L’ha per il governo che può strizzare l’occhio con rinnovata fiducia ad un “blocco di potere” per lui irrinunciabile e lo ha per le stesse lobby che, ancora una volta, vedono riconosciuto il loro abnorme peso e potere di veto.

Anche per il nostro paese, tuttavia, questo balzo all’indietro avrà la sua grave ricaduta.

Tornerà ad essere un paese più chiuso, più vecchio e meno libero, il cui destino è in mano a pochi che, spesso e volentieri, sfuggono alle più elementari forme di controllo democratico.

L’Italia, spiace dirlo, non è un paese per liberalizzatori, né, tanto meno, per i giovani.

Anche da questo si misura il peso del nostro declino.

Tratto da Giornalettismo.com

Facco: Tremonti, dietrofront sullo Stato?

24 maggio 2010

Tratto da Movimentolibertario.it

Manovre, riforme e rivolte fiscali

24 maggio 2010

Riforme non manovre ci vogliono. Solo il coraggio del cambiamento può salvarci

Articolo di Antonio Martino

Su Libero (20 maggio) sono apparsi due articoli apparentemente non correlati ma certamente interessanti, di cui vale la pena occuparsi.
Il primo a firma del direttore Maurizio Belpietro era significativamente intitolato Di manovra in manovra ci siamo rovinati e svolgeva con grande chiarezza considerazioni che non mi stanco di ripetere da molti anni anche su queste colonne.
Data l’incombenza di un’ennesima manovra, credo valga la pena spiegare perché la tesi di Belpietro è ineccepibile, anche se ignorata dalla maggioranza di politici e commentatori.
Una manovra correttiva è appropriata quando l’andamento di un sistema economico fondamentalmente sano devia per circostanze imprevedibili dal suo normale andamento.
La manovra corregge la deviazione, l’economia riprende il suo normale funzionamento e non sono necessari altri interventi.
Se questo fosse il nostro caso, alla prima manovra non ne sarebbero seguite altre per un lungo periodo di tempo.
Ma, come sappiamo tutti, le cose non stanno affatto in questi termini: questi rituali si succedono non meno di una volta l’anno da circa mezzo secolo, e il fatto che debbano continuamente essere ripetuti dimostra che non riescono a correggere gli squilibri che avrebbero dovuto eliminare.
L’ovvia verità è che siamo costretti a reiterare affannosamente, anno dopo anno, manovre correttive che evidentemente lasciano il tempo che trovano, perché i nostri problemi non sono causati da accidentali malfunzionamenti di un sistema sano, sono invece la naturale conseguenza dell’operare di un sistema sbagliato.
Non quindi la fugace patologia di un’economia in buona salute ma la fisiologia di un sistema di rapporti fra politica ed economia profondamente sbagliato.
Per curarne i problemi sono necessarie riforme non manovre, non episodici correttivi ma una radicale modifica.
A non funzionare è l’esistente che non va quindi gestito ma riformato.
Quanto poi al contenuto di queste manovre, è anch’esso disgustosamente ripetitivo: c’è sempre un appello alla lotta all’evasione, mitico Eldorado che risolve ogni problema, e l’eliminazione delle spese pubbliche immancabilmente superflue.
Quanto alla prima non si ripeterà mai abbastanza che, essendo l’evasione un reato, va combattuta sempre, indipendentemente dallo stato delle pubbliche finanze, non solo occasionalmente quando lo Stato ha bisogno di quattrini.
Non solo ma il fatto che venga continuamente reiterata suggerisce che i vari conati non hanno avuto successo e che non sarà quella la via per rimettere in sesto i conti pubblici.
Stranamente, nessuno sembra aver mai pensato che l’esiguità delle entrate fiscali non sia da imputare alla malvagità degli evasori quanto piuttosto a un sistema tributario del tutto inefficiente e iniquo.
Solo da un’autentica e coraggiosa riforma fiscale possiamo attenderci un rimedio, non certo dalle giaculatorie sulla cattiveria dei contribuenti.
Per ciò che riguarda invece il contenimento delle spese, non sarebbe male che i responsabili della nostra politica economica riflettessero sull’ovvia considerazione, recentemente ribadita dalla Corte dei Conti, che le spese pubbliche sulle quali il governo può operare discrezionalmente costituiscono una frazione molto piccola delle spese complessive e sono state già ampiamente compresse dalle manovre precedenti.
Se, quindi, le amministrazioni pubbliche continuano a spendere troppo, se le spese continuano a crescere senza controllo, se la percentuale del reddito nazionale assorbita dalla politica e sottratta alla società si aggira sul 50%, non è togliendo a Forze Armate e forze dell’ordine i mezzi per il carburante, l’addestramento, la manutenzione dei mezzi che si risolverà il problema.
Riforme non manovre ci vogliono.
Solo il coraggio del cambiamento può salvarci; la timidezza dell’ordinaria amministrazione, le ardite operazioni d’ingegneria contabile non impediranno la prosecuzione dell’andazzo di sempre.
E vengo molto brevemente al secondo articolo di Respinti che da notizia del primo “Tea Party” italiano, tenutosi a Prato il 20 maggio con la partecipazione di un centinaio di persone e che sarà seguito da altri.
Rinviando ad altra occasione una più approfondita analisi del movimento, mi piacerebbe che servisse a ricordare ai sullodati responsabili che le rivolte fiscali sono pericolose: si sa come cominciano ma non come finiscono.
Non credo di sbagliarmi: siamo alla vigilia di una rivolta dei contribuenti italiani che non tollerano più l’insensatezza del nostro fisco e rifiutano di continuare a pazientare nell’attesa di una riforma di cui non si vede nemmeno l’ombra.

Tratto da Brunoleoni.it

Disoccupazione al 15,8%

24 maggio 2010

In Spagna? No, no, proprio in Italia. Tra un anno? No, no, proprio adesso. Basta avere la decenza di non nasconderci dietro a un paio di dita e di sommare le percentuali che vanno sommate

Articolo di Giulio Zanella e Michele Boldrin

Le statistiche ufficiali danno il tasso di disoccupazione in Italia all’8,3% durante l’ultimo trimestre per i quali le stime sono disponibili, ossia il quarto trimestre 2009.

Questo numero è inferiore sia alla media dell’area Euro dove è stimato al 10% (con un’impressionante massimo del 19,1% in Spagna a marzo 2010) sia agli Stati Uniti dove il mese scorso si assestava al 9,9%.

Il tasso di disoccupazione è un indicatore piuttosto povero dello stato del mercato del lavoro, per una serie di ragioni che si spiegano nei corsi base di macroeconomia (e che vanno dalla natura ciclica del fenomeno alla definizione elusiva del concetto stesso di disoccupazione).

Tuttavia è un indicatore di facile comprensione e per questo riceve grande attenzione da parte dei mezzi di informazione e dei politici.

Vale quindi la pena spenderci una parola, anche se scopriamo che l’hanno già fatto Giornalettismo, polisblog.it, e persino la CGIL.

Non importa, repetita iuvant.

Il fatto che in Italia la disoccupazione ufficiale sia rimasta relativamente bassa durante la recessione mentre amentava più rapidamente altrove, ha certamente fatto piacere a molti e comodo a molti altri per poter dire che – in fondo vedete? – non siamo così male e reggiamo bene l’urto rispetto al resto d’Europa.

La figura sotto mostra la disoccupazione annua media dal 2005 al primo trimestre 2010, dalle statistiche del lavoro dell’OCSE.

tassi  annuali disoccupazione

Sembriamo i più virtuosi di questo gruppone dopo la Germania (la stima OCSE per l’Italia, nel primo trimestre 2010, è un ragionevole 8,6%, prendiamo nota).

Ma non è così.

Vediamo perché, mettendo insieme in modo sistematico una varietà di osservazioni già fatte, in modo sparso, da vari altri osservatori ed in altri siti ed aggiungendo un pelino di nostro.

Ora, se prendiamo la definizione tecnica di disoccupazione (non essere impiegati sul mercato ricevendo un salario ed essere in ricerca attiva di tale impiego) non c’è nulla da aggiungere e i numeri sono quelli.

Ma se guardiamo per un momento alla sostanza al di là delle etichette statistiche (chi sono e cosa fanno le persone che ci sono dietro ai numeri, diceva Soru …) allora ci sono due osservazioni rilevanti.

Primo, in Italia nell’ultimo anno si è fatto ricorso massiccio alla cassa integrazione.

I cassintegrati sono de facto disoccupati (sono persone che non lavorano ma vorrebbero lavorare) ma non lo sono secondo la definizione usata dall’istat (che si appoggia sul fatto che non dichiarano di cercare lavoro perché ricevono uno speciale sussidio in virtù del quale sono solo “sospesi” dalla prestazione ma restano legati al datore di lavoro).

L’articolo di Giornalettismo linkato sopra documenta che questi sono il 3,1% della forza lavoro. Prendiamo nota.

L’OCSE pubblica anche (seguendo lo stesso link riportato sopra) interessanti stime dell’incidenza dei lavoratori scoraggiati dal cercare lavoro.

Un lavoratore scoraggiato è una persona che non ha lavoro ma non è nemmeno disoccupata perché non lo sta cercando a causa della situazione economica.

È una indice interessante da osservare perché durante le recessioni il tasso di disoccupazione potrebbe risultare artificialmente basso proprio perché tanti ex-lavoratori non si prendono la briga di cercare lavoro (condizione essenziale per essere elencati fra i disoccupati secondo la definizione usata universalmente).

L’OCSE, come potete verificare, pubblica questa stima considerando quelli che tra questi lavoratori scoraggiati sarebbero disposti a lavorare se ne avessero l’opportunità.

E li quantifica relativamente alla forza lavoro.

Anche questi sono de facto disoccupati allora, se guardiamo alla sostanza del fenomeno.

Quanti sono in Italia? Tanti, stima l’OCSE: il 4,1% della forza lavoro.

E sono molto più che altrove, come mostra la figura sotto.

Non ci dilunghiamo a cercare di spiegare perché è cosi (lo faremo forse a Roma il 27 maggio per chi è nei paraggi).

Prendiamo nota, per ora.

lavoratori scoraggiati

Ora mettiamo insieme le note.

Poiché al denominatore di disoccupati, cassa integrati e scoraggiati c’è sempre lo stesso numero (le forze di lavoro) queste percentuali si possono sommare.

A quanto ammonta nel primo trimestre 2010 il tasso di disoccupazione de facto, quello che considera la sostanza, in Italia? Riposta:

8,6% + 3,1% + 4,1% = 15,8%.

Se non è il 20,3% della Spagna (facendo lo stesso conto per loro che hanno un 1,2% di disoccupati scoraggiati rispetto alla forza lavoro ma non hanno alcuna cassa integrazione) poco ci manca.

Ma non basta.

Se davvero si è interessati alla sostanza di quanta gente lavora e quanta non lavora nel nostro paese, occorre anche ricordarsi che il tasso di disoccupazione viene calcolato nel seguente modo.

Si calcolano gli occupati, O.

Poi si calcolano i disoccupati (definiti come sopra), D.

Poi si sommano gli occupati ed i disoccupati e si ottiene così la forza di lavoro, FV = O + D.

Tutti coloro che sono in età per lavorare (dai 16 ai 64) ma non appartengono alla FV perché o studiano o fanno volontariato o lavorano in altro modo fuori dal mercato (in casa, ad esempio) oppure non fanno assolutamente nulla, non appaiono in queste statistiche.

Questo vuol dire che, se per caso un paese ha tanta gente di età compresa fra i 16 ed i 64 anni che non fa assolutamente nulla, allora in quel paese il tasso di disoccupazione potrebbe essere molto basso anche se i nullafacenti sono tantissimi.

Nel confronto fra Italia e Spagna questo aspetto conta, eccome se conta (per i dettagli dei dati che seguono, ultimo trimestre del 2009, andare alle apposite pagine ISTAT e INE).

Chiamiamo PEL (popolazione in età lavorativa) tutti coloro che hanno fra i 16 ed i 64 anni.

Si dà il caso che in Spagna siano 30 milioni e 850 mila, mentre in Italia sono 40 milioni e 105 mila. Le forze di lavoro sono 25 milioni e 66mila in Italia mentre sono 23 milioni e 6mila in Spagna.

Il lettore attento avrà già notato il problema: gli inattivi, in percentuale di PEL, sono ben il 37,5% in Italia mentre sono solo il 25,91% in Spagna.

Il tasso di inattività è uguale a 1 meno il tasso di attività: gli inattivi, per chi si stesse perdendo nei numeri, sono coloro che potrebbero lavorare (stanno nel PEL) ma non ci provano nemmeno (non sono in FV).

E no, questa differenza non è dovuta al fatto che la frequentazione scolastica ed universitaria è in Italia maggiore che in Spagna nei gruppi di età fra 16 e 25 o anche 30 anni.

I due valori sono praticamente equivalenti (e sulle miracolose statistiche italiane degli ultimi anni, ci sarebbe da discutere, ma lasciamo stare).

Quindi, se ora calcoliamo il tasso di occupazione per, rispettivamente, Spagna ed Italia, facendo il rapporto fra O e PEL, otteniamo: 59,14% e 57,15%! Ma non basta fermarsi qui, occorre ritornare sopra e ricordarsi che, in Italia, quel 3,1% di cassaintegrati (777mila persone circa) viene considerato “occupato”, ossia è compreso in O! Se togliamo quei 777mila finti occupati dai 22 milioni e 922mila occupati ufficiali che l’ISTAT riporta, gli occupati veri italiani sono 22 milioni e 145mila. In percentuale della PEL questo dà il 55,21%.

Siccome in Spagna la CIG non c’è, non c’è bisogno di fare un aggiustamento analogo per i dati di quel paese.

Morale: il tasso di occupazione fra le persone in età lavorativa è del 55,21% in Italia e del 59,14% in Spagna.

Questo non vuol dire che la Spagna stia bene, come qualcuno potrebbe pensare.

La Spagna sta male ed è nei guai seri.

Vuol dire invece che, contrariamente alle trombonate che escono da via XX Settembre e paraggi, l’Italia è ancora più nei guai e sta ancora peggio che la Spagna.

P.S.: Quelli che hanno visto qualche settimana fa la puntata di Annozero con ospite Giulio Tremonti e molto opportunamente intitolata “Il Profeta” ricorderanno che a un certo punto il Ministro ha detto “E poi, guardi, Santoro, le percentuali non si sommano… ma lasciamo perdere, non fatemi fare l’economista“, sorridendo e provocando il sorriso del pubblico divertito.

Ecco, Voltremontone nostro – come si dice dalle parti di uno di noi tra un bicchiere di rosso e un toscano – l’ha buttata in bilia anche stavolta.

Tratto da http://www.noisefromamerika.org

Spesa pubblica da record

24 maggio 2010

Articolo di Ugo Arrigo

Non mi pare sia stato sinora messo in evidenzia sui media ma, sulla base dei dati sui conti trimestrali delle A.P. resi noti dall’Istat lo scorso 2 aprile, l’Italia ha conseguito nel 2009 il record del più elevato rapporto tra spesa pubblica al netto degli interessi e Pil della sua storia.

Nello scorso anno, infatti, la spesa pubblica complessiva si è attestata a 52 punti percentuali del Pil, oltre tre punti sopra il dato 2008.

Per ritrovare un dato altrettanto elevato bisogna tornare al lontano 1996, anno in cui fu presa la decisione di cercare di prendere il treno di Maastricht.

Ma in quell’anno la spesa pubblica complessiva rispetto al Pil fu così alta perchè comprendeva interessi sul debito per 11,5 punti percentuali.

Al netto di tale componente la spesa pubblica primaria fu ’solo’ il 41% del Pil.

Invece nel 2009 se sottraiamo ai 52 punti di spesa pubblica su Pil i 4,6 punti di spesa per interessi, scendiamo solo poco al di sotto del 48%, un valore di quasi sette punti più elevato rispetto al 1996.

Al netto degli interessi, pertanto, è la spesa pubblica più elevata  in rapporto al Pil di tutta la storia d’Italia.

Un secondo aspetto, non meno preoccupante, è che tutto il risparmio nella spesa pubblica per interessi conseguente all’adozione dell’euro (il  ‘dividendo di Maastricht’, cioè il vantaggio derivante dalla convergenza dagli alti tassi d’interesse che gravavano sul debito espresso in lire verso i bassi tassi europei sui debiti in euro), è stato interamente dilapidato.

Dal 1996 al 2009 abbiamo infatti risparmiato grazie all’euro quaso 7 punti di Pil di spesa per interessi.

Cosa ne abbiamo fatto?  A parità di pressione fiscale avremmo potuto portare il bilancio pubblico in attivo, oppure avremmo potuto migliorare solo parzialmente il disavanzo e ridurre sensibilmente le tasse; invece abbiamo integralmente utilizzato il beneficio per spendere di più sull’insieme delle altre voci.

Cosa accadrà quando i tassi d’interesse, e con essi il costo del debito, riprenderanno a salire dagli attuali bassissimi valori?

Tratto da Chicago-blog.it

FMI, in Italia la recessione più grave e la ripresa più difficile

24 maggio 2010

Per il Fondo monetario internazionale la situazione economica del nostro paese è grave e il recupero post crisi sarà il più lento tra quello dei grandi Paesi industrializzati.

Articolo di Pietro Salvato

Alzi la mano chi di voi ha saputo questa notizia dai telegiornali? Eppure, L’Economic Outlook Database del Fmi, il periodico bollettino economico del Fondo monetario internazionale, pubblicato proprio in questi giorni parla chiaro.

Una rappresentazione eloquente di quanto abbia inciso in questi mesi la pesante crisi economica cominciata nel secondo semestre del 2008 e che, ancora oggi, morde pesantemente sul nostro sistema produttivo.

Un’istantanea che fotografa quanto diversa sia la realtà macroeconomica rispetto alla propaganda retorica sparsa dal governo e dai suoi fidati media più proni.

ITALY, THE LAST AND THE LEAST – L’Italia, con buona pace del governo e del premier e del ministro dell’Economia in particolare, non ha risposto meglio degli altri paesi alla grave recessione che ha colpito le varie economie mondiali.

Secondo i dati dell’organizzazione economica con sede a Washington, negli ultimi due anni l’Italia a pari merito col Giappone si contende il “cucchiaio di legno” per la peggiore performance tra le grandi economie avanzate.

Lo dimostra una dettagliata analisi dell’economista Antonio Misiani del Nens dalla quale emerge come “in soli 24 mesi l’Italia ha bruciato 6,3 punti di Prodotto Interno Lordo, a fronte di un calo di 3,5 punti nella Zona Euro, 4,4 punti nel Regno Unito, 2,2 punti in Canada e 2,6 punti negli Stati Uniti“.

Le previsioni per il futuro anche grazie a questo pesante background, non sono affatto rosee.

La ripresa si conferma debole, appena 2 punti nel biennio 2010-2011, con un prodotto interno lordo d un modesto +0,8% (ma c’è chi già prevede calo ad un ancora più accentuato allo 0,5%) rispetto all’annus horribilis 2009.

Nel 2011, a tre anni dallo scoppio della crisi, invece si prevede un “rimbalzo” appena superiore all’unità, +1,2%.

Spostando appena più i là la previsione, sempre l’Fmi, si attende una crescita nel prossimo quadriennio 2012-2015 una crescita del 5,7% (meno di un punto e mezzo l’anno).

E’ il dato peggiore tra le grandi economie. Solo la Spagna, colpita ben più pesantemente di noi dall’esplosione della bolla finanziaria legata al mercato immobiliare, farà peggio.

Un dato – scrive Misiani – “in linea con l’andamento deludente della nostra economia negli ultimi dieci anni“.

La tabella 1 è eloquente [TAB1].

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RITORNO AL PASSATO – Nel 2009 il Pil italiano è ritornato ai livelli raggiunti 9 anni fa, quello dell’anno 2000.

Nessun altro paese del continente ha fatto registrare un arretramento simile.

Nella Zona dell’euro il “fall back” è stato complessivamente di soli 4 anni.

In Giappone di 6, in Canada e negli Stati Uniti di soli 3.

A riprova che il governo si mosso male e in ritardo rispetto agli altri.

Del resto i soli interventi anticrisi varati nel nostro paese sono stati l’allargamento della platea di lavoratori che possono aver diritto alla cassa integrazione e qualche incentivo economico all’acquisto di qualche prodotto.

Incentivi che, come nel caso dell’auto, hanno solo artificiosamente drogato il mercato, oppure come nel caso degli elettrodomestici, sono stati del tutto insufficienti ad ingenerare una qualche pur tangibile ripresa.

Proprio a causa di questo grande ritardo accumulato dal nostro “sistema paese” e dalla ripresa, come detto, molto flebile l’Italia recupererà il livello “pre-crisi, ossia quello raggiunto dal nostro Pil nel 2007 in circa 6 anni, nel ancora lontano 2015.

E’ il tempo di recupero più lungo tra le grandi economie.

Per gli altri paesi della Zona Euro questo tempo sarà mediamente di 3 anni, 4 per il Giappone ed uno solo per il Canada e gli Stati Uniti, poiché per e entrambi i paesi nordamericani, il loro PIL tornerà al livello del 2007 già nel 2010.

Anche in questo caso, la tabella 2 è significativa [TAB2].

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PRO CAPITE È PURE PEGGIO – Se dal Pil complessivo ci spostiamo a quello “pro-capite” ossia il Pil per abitante, le cose vanno ancora meno bene.

La performance relativa alla dinamica sostenuta dall’insieme della popolazione italiana, ci relega a “fanalino di coda” i rispetto alle altre grandi economie avanzate.

Nel biennio 2008-2009, quando la recessione ha colpito più duramente, la crisi è costata ad ogni italiano ben 7,7 punti di Pil, con un impoverimento assai più accentuato rispetto alla Zona Euro che invece ha segnato un -4,4%, al Regno Unito che pure ha subito un calo del -5,7%, al Giappone con un -6,2% e agli stessi Stati Uniti che anno perso in termini pro capite -3,8 punti.

Nei prossimi due anni (2010-2011) negli altri paesi avanzati sarà segnata una buona ripresa, mentre in Italia il Pil per abitante sarà sostanzialmente fermo nel 2010 (+0,1) e crescerà marginalmente nel 2011 (+0,5). Solo la Spagna, ancora una volta, farà peggio.

Molto debole sarà pure la crescita del Pil per abitante prevista nel prossimo quadriennio 2012-2015.

Soli 3,1 punti di crescita cumulata in Italia contro 6,1 punti nella Zona Euro, 8,5 punti nel Regno Unito e in Giappone, 5,9 punti negli Stati Uniti. Vedi tabella 3 [TAB3].

4559800727 c9360c3d76 Fmi, in Italia la recessione più grave e la   ripresa più difficile

IN CONCLUSIONE – Nel complesso, dall’Outlook del Fmi appare ancora una volta evidente come l’Italia esce pesantemente colpita dalla crisi che è tutt’altro che superata e messa alle spalle. Inoltre, per dirla con lo stesso Antonio Misiani “rischia di recuperare il terreno perso molto più lentamente degli altri grandi Paesi avanzati.

Per una ripresa più sostenuta, sono decisive le riforme strutturali: non ad personam, ma nell’interesse generale del Paese“.

Tratto da Giornalettismo.com


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