Archivio per aprile 2010

L’Italia e il rischio post-greco

30 aprile 2010

Articolo di Oscar Giannino

Sono d’accordo con Ugo Arrigo: il venticello che spira potentemente nel mix politico-mediatico sull’Italia “tedesca e virtuosa” si fonda su elementi largamente esagerati, manifestamente politici più che oggettivi.

Contemporaneamente, mi sembra utile approfondire il vero stato dell’arte comparata tra paesi dell’euroarea.

Con una convinzione.

Se salta Grecia e poi Iberia, noi saremmo i prossimi per le ragioni che dice Arrigo.

Per inciso, io penso che un default di chi ha fatto moral hazard inibisca più moral hazard futuro di quanto ne incoraggi invece ogni salvataggio, si parli di una banca o di uno Stato.

Penso al contempo che ai tedeschi converrebbe, un euro ristretto all’area franco-renana-olandese più paesi a Est in cui Berlino ha delocalizzato.

Eppure, penso che alla fine i tedeschi non perseguiranno tale obiettivo: ma il rischio che la situazione sfugga di mano, prima e dopo il 9 maggio quando si vota in Nord-Renania Westfalia, c’è eccome.

E’ chiaro per altro che all’Italia l’euro conviene, anche se abbiamo completamente buttato nel water i 7 punti di Pil di minor spesa pubbluica per interessi che l’euro ha rappresentato per il nostro Paese: invece di meno tasse, i politici di ambo i colori hanno alzato la spesa corrente.

Anche ieri i mercati hanno continuato a scommettere contro la tenuta del duplice accordo intervenuto nell’ultimo mese tra l’Unione europea e il Fondo Monetario Internazionale a sostegno della Grecia.

I cds, i credit-default swap che sono strumenti finanziari trattati fuori dai mercati regolamentati con i quali ci si assicura dal rischio insolvenza di emittenti di titoli di debito pubblico o privato, sui titoli pubblici greci in un solo colpo ieri sono saliti in poche ore di un altro 14%, toccando il massimo di 713 punti.

Anche se tecnicamente è sbagliato metterla così, è come se per ogni euro di debito pubblico greco in scadenza il mercato consideri che le possibilità di default siano superiori al 70%.

La graduatoria dei Paesi più esposti a contagio è presto fatta.

I cds sul Portogallo sono saliti a 318 punti.

Quelli sull’Irlanda a 200 punti.

Quelli sulla Spagna a 184 punti.

I cds sull’Italia hanno toccato un massimo di soli 139 punti.

Se osserviamo i differenziali sui rendimenti dei titoli pubblici decennali, ecco la conferma.

I titoli portoghesi ieri hanno visto un tasso superiore di 220 punti base rispetto a quelli tedeschi, quelli irlandesi di 184 punti.

I tassi italiani sul Btp decennale ieri erano più alti dell’equivalente titolo germanico solo di 90 punti.

Cerchiamo di capire da cosa dipende la tenuta italiana.
Primo: che cosa unisce i Paesi dell’euro“a rischio”? Il fatto di avere, grazie all’euro comune, una moneta sopravvalutata rispetto al loro doppio deficit, fiscale e di parte corrente della bilancia dei pagamenti.

Grecia e Portogallo hanno bassi tassi di risparmio delle famiglie, e ciò li espone a maggior necessità di afflussi di capitale dall’estero.

Spagna e Irlanda hanno propensioni al risparmio più elevate, ma entrambi sono troppo cresciuti a debito, da bolla immobiliare e finanziaria.

Per Grecia e Portogallo dunque il problema è la bassa solvibilità.

Per Spagna e Irlanda, di bassa liquidità.

L’Italia ha tradizionalmente tra le più elevate propensioni al risparmio in area Ocse – le famiglie sono formiche e non cicale – ed è il secondo Paese manifatturiero ed esportatore in area Ue dopo la Germania.

In più, abbiamo tenuto basso il deficit pubblico anche nella grande crisi, a livelli “tedeschi”. Avendo un tasso di crescita inferiore agli altri Paesi oggi nel ciclone, la politica italiana è stata costretta a un avanzo primario nei conti pubblici, per evitare che il costo del debito, intorno al 4% del Pil, sopravanzasse la crescita dell’1% medio della nostra economia, aggravando il debito.

Chi cresceva del 7% l’anno come la Grecia poteva anche tenere un deficit primario di diversi punti di Pil, senza che per questo peggiorasse il debito pubblico, visto che il costo del debito era analogo a quello italiano.

Purtroppo, negli ultimi anni la politica dell’avanzo primario italiano è stata prima erosa e poi abbandonata, per la crescita della spesa pubblica corrente puntualmente avvenuta sotto sinistra e destra, più volte documentata da Arrigo.
Secondo: la relazione tra crescita e costo del debito determina i diversi costi nazionali per l’aggiustamento.

Gli effetti variano per la consistenza e caratteristiche delle diverse economie reali.

Una manovra di aggiustamento chiesta alla Grecia pari al 9% del suo Pil – il deficit pubblico 2010 sarà altrimenti pari a quasi il 14% – può costare alla sua economia reale un effetto deflattivo-recessivo pari fino fino a un quinto del suo prodotto.

Le manovre sin qui annunciate dal governo greco vedono una diminuzione della spesa in deficit di circa 4 punti di Pil, proprio per evitare che il Paese precipiti.

L’effetto è pesante, perché la parte pubblica pesa molto sull’economia greca.

I 7,5 punti di Pil di minore deficit che servirebbero all’Irlanda, potrebbero comportare una diminuzione del suo prodotto di quasi 9 punti.

I 4 punti chiesti alla Spagna, potrebbero significare fino a un meno 8% di prodotto.

Queste proiezioni dipendono da che moltiplicatore usate per la spesa pubblica sulle diverse composizioni di output nazionale, ne trovate un esempio nel recente paper di Cinzia Alcidi e Daniel Gros.

Per questo le opinioni pubbliche greche e iberiche protestano, contro la Germania rigorista.
Infine non conta solo il debito pubblico, ma il totale del debito al netto contratto da pubblico e privato sull’estero.

E su questo l’Italia sta effettivamente, al di là della propaganda politica, molto meglio.

Se si ricalcola su questa base il debito estero sommando i capitali in entrata e uscita dell’ultimo decenni, la Grecia ha un debito estero netto pari al 104% del suo Pil, il Portogallo al 122%, la Spagna scende al 65%. L’Italia lo ha vede del tutto trascurabile, solo l’8% del Pil.

Il debito netto estero equivale a più di 5 volte l’intero export nazionale annuale di Atene, quello portoghese a più di 4 volte, quello spagnolo a due volte e mezza.

Nel caso italiano, l’export italiano anche nel terribile 2009 supera del 54% il totale del debito netto estero del nostro Paese.

Su questa base siamo creditori netti, non debitori.

Ecco perché stiamo meglio degli altri.

Anche se è inutile illudersi.

Se dall’euro saltassero Grecia prima e Paesi iberici poi, le cose cambierebbero drasticfamente e subito anche per noi.

Tratto da http://www.chicago-blog.it

Uno scenario esplosivo, da buona notte a tutti

30 aprile 2010

Articolo di Oscar Giannino

Prima un antipasto, questo bel Martin Feldstein che Dio ce lo preservi a lungo, in cui aritmetica alla mano spiega come e qualmente la Grecia ormai non ce la può fare, e andrà comunque al default dopo aver aspettato tanto.

Ma dopo che vi siete appena appena amareggiati il palato, fatevi andare tutta la cena per traverso con queste 65 pagine di spietato realismo.

Ve le raccomando davvero.

L’autore è William Buiter, ex professore alla LSE, poi al Financial Times e da gennaio 2010 capoeconomista a Citi.

E’ la più completa, analitica e documentata analisi comparata e complessiva della situazione di finanza pubblica mondiale che abbia letto recentemente.

Se i politici italiani frequentassero consimili letture, avrebbero un dato di cui menar vanto e 65 pagine di cui spaventarsi.

Il dato è quello della figura 7 a pagina 16: che ci crediate o no, per dare stabilità alla sua finanza pubblica l’Italia deve correggere il suo deficit tendenziale con misure strutturali non superiori a 4 punti di Pil tra 2010 e 2020 per giungere al 60% di debito pubblico al 2030, cioè meno della metà di quanto ormai serva alla media dei Paesi Ocse.

Ma la notizia è che Stati Uniti, Regno Unito e Giappone hanno tutti bisogno di aggiustanmenti strutturali superiori al 10% di Pil, cioè – sì, avete capito bene – maggiori di quelli che servano alla Grecia per evitare il default.

Buiter stima che sia la peggior situazione che si sia mai vista, dal punto di vista delle finanze pubbliche mondiali.

Ritiene che la risposta di un massiccio way out inflazionistico sia improbabile, per quanto la FED sia attualmente tra le grandi banche centrali quella più dipendente dal governo e dalla politica.

E ne conclude che l’unica soluzione sia quella del panico fiscale, con massicci aumenti di imposte e minori spese che deprimeranno sicuramente per un biennio ma perfino a un un quinquennio a venire ogni prospettiva di sostenuta crescita dei Paesi avanzati.

Di qui il terrore che deve venirci comunque, come italiani: perché da Paesi Ocse in brusca correzione e bassa domanda per ragioni fiscali, il nostro export avrà di che piangere e la nostra crescita si appiattirebbe ulteriormente.

Serissimo il capitolo sulla Grecia, e sul nuovo patto di stabilità europeo – un Fondo monetario europeo più meccanismi di  default-a tempo dichiarati ex ante per le istituzioni finanziarie in difficoltà – di cui c’è bisogno nella crisi attuale.

Altro che fine della crisi.

Tratto da Chicago-blog.it

Grecia: gli aiuti arrivano, il fallimento è rimandato. All’anno prossimo ?

30 aprile 2010

Dopo l’abbassamento del rating greco da parte di Moody’s e la valutazione negativa del deficit di Eurostat, l’Unione Europea approva in grande fretta i prestiti al paese ellenico, che risultano però solo un palliativo.

Articolo di Alessandro D’Amato

Il paese è nel bel mezzo di una nuova Odissea”.

Non poteva scegliere una metafora migliore il premier greco George Papandreu nel discorso televisivo in cui ha deciso di annunciare che chiederà ad Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale di far scattare il meccanismo di prestiti approntato dalle due istituzioni per un totale di 45 miliardi di euro.

All’Italia il computo totale degli aiuti costerà 3,7 miliardi.

TANTI, MALEDETTI E SUBITO – Probabilmente il piano sarà anticipato da un prestito ponte, una treasury facility, una anticipazione di cassa della Bce o dell’Fmi che avranno come garanzia i prestiti bilaterali dei 15 paesi dell’eurozona che ora devono essere approvati dai rispettivi parlamenti.

La somma serve a fronteggiare la scadenza immediata del 19 maggio e dovrebbe ammontare a 11,3 miliardi di euro come anticipazione d’emergenza.

Successivamente non è comunque ancora esclusa una ristrutturazione del debito ordinata e volontaria e gestita dalle banche.

Secondo il ministro delle finanze, lo sblocco dei fondi per gli aiuti alla Grecia si avrà nel giro di qualche giorno.

Papaconstantinou ha escluso, inoltre, che in attesa dei fondi la Grecia possa avere problemi di finanziamento: «La Grecia troverà i fondi senza dubbio attraverso il meccanismo di aiuti Ue-Fmi e forse anche sul mercato».

Il ministro greco dovrebbe incontrare domani a Washington il direttore generale del Fmi, Dominique Strass-Kahn ed anche il commissario europeo agli affari economici, Olli Rehn.

SOLO BRUTTE NOTIZIE – La mossa era obbligata.

Sulla Grecia si erano nuovamente esacerbate le tensioni di mercato, dopo che Eurostat ha rivisto in peggio i dati sul deficit di bilancio del 2009 mentre l’agenzia Moody’s ha abbassato di un gradino il rating che assegna ai suoi titoli di Stato.

E soprattutto, l’istituto di statistiche europeo aveva scritto nel suo bollettino che continuava ad esprimere riserve “sulla qualità dei dati riportati dalla Grecia, a causa di incertezze sul surplus della Sicurezza sociale, alla classificazione di alcune entità pubbliche ed alla registrazione contabile degli swap fuori mercato.

A seguito del completamento dell’investigazione che Eurostat sta conducendo su questi aspetti, in collaborazione con le autorità statistiche greche, ciò potrebbe condurre ad una revisione per l’anno 2009 dell’ordine di 0,3-0,5 punti percentuali di Pil per il deficit e di 5-7 punti percentuali di Pil per il debito”.

Insomma, traducendo brutalmente: se ci saranno sorprese dai conti del paese ellenico, saranno soltanto negative.

NON SO ANCORA COME E QUANDO – A stretto giro di posta dalla Ue è arrivato il sì.

La Ue e l’Fmi “agiranno in maniera rapida ed efficace”, ha detto il portavoce del commissario Ue agli Affari Economici e monetari, Olli Rehn, commentando la richiesta.

Il portavoce ha spiegato che saranno presto avviate le varie tappe della procedura, precisando però che al momento però non ci sono scadenze o date fisse.

Se necessario siamo pronti ad intervenire” in soccorso di Atene, aveva già annunciato invece da parte sua il portavoce del ministero delle Finanze tedesco.

La Germania mostrerà la sua solidarietà con la Grecia”.

E l’effetto sui mercati non ha tardato ad arrivare.

L’annuncio di Atene ha fatto scendere il costo per assicurare il debito greco dal default: il cds a cinque anni è scivolato a 584,9 puti base da 634 punti, secondo CMA DataVision.

Dopo l’annuncio i futures Bund hanno esteso il calo toccando i minimi di seduta.

L’euro non ha mostrato particolari reazioni contro il dollaro, essendo già rimbalzato sulle voci di un’attivazione degli aiuti.

Anche le borse europee hanno mantenuto i guadagni.

Lo spread del rendimento tra i titoli di stato decennali greci e tedeschi si è stretto a 530 punti base da 609 punti base della chiusura del giorno prima.

A OGNUNO LA SUA PARTE – Francia e Germania hanno atteso il pomeriggio per commentare: “A questo punto ognuno dovrà fare i propri compiti”, ha annunciato Christine Lagarde, ministro delle finanze francese.

Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha dichiarato che il piano di aiuti alla Grecia sarà attivato “solo se la stabilità dell’euro dovesse essere minacciata nel suo complesso” e se il governo greco presenterà “un progetto economico credibile”.

La Merkel ha spiegato che “quando la Grecia avrà presentato un piano, la Commissione Ue, la Bce e Il Fondo Monetario dovranno determinare se si è in presenza di una situazione che, per la stabilità dell’euro, impone di accordare gli aiuti alla Grecia”.

Il cancelliere tedesco ha insistito sul fatto che il governo di Atene deve sottostare a “condizioni rigide” sotto forma di un programma economico credibile per intervenire sul deficit pubblico, aggiungendo che al momento attuale “non è possibile dare informazioni sulla natura e sull’ammontare degli aiuti”.

SPOSTARE IL PROBLEMA – Anche se a guardare lungo, non c’è nulla di cui essere così tranquilli. Se i prestiti dell’Eurogruppo e del Fondo monetario verranno utilizzati a pieno già nel primo anno, la Grecia è già quasi certa di evitare il default nel 2010.

Con 40 miliardi di euro a disposizione su 53 miliardi di bond in scadenza, i problemi sono rimandati al 2011, quando la disponibilità dei vicini, visto lo sforzo già compiuto, sarà proporzionale al miglioramento dei conti pubblici.

Alcuni economisti hanno calcolato che la Grecia avrebbe bisogno di un periodo di rigore simile a quello sperimentato dall’Italia all’inizio degli anni ’90: un avanzo primario del 5-6% del Pil, una crescita economica costantemente superiore all’1% e una bilancia commerciale in attivo.

Ma con una congiuntura internazionale depressa, una bilancia commerciale strutturalmente debole (specie sul fronte delle esportazioni) e un contesto sociale molto conflittuale, sarà difficile. Il responso è che quindi, nonostante tutti gli sforzi, il default arriverà probabilmente l’anno prossimo. Senza contare che il Portogallo, nel frattempo, continua pericolosamente a scricchiolare.

L’Odissea è appena all’inizio, tanto per restare nella metafora.

Tratto da http://www.giornalettismo.com

Facco e Carbone: La crisi greca, un’analisi!

30 aprile 2010

Tratto da Movimentolibertario.it e Usemlab.com

Ma la colpa non è dei CDS

30 aprile 2010

Articolo di Mario Seminerio

Cosa c’è di meglio, per la classe politica, che trovare un capro espiatorio eclatante come la speculazione? E’ perfetta, si porta in tutte le stagioni, crea un discreto ricompattamento del campo domestico, anche in caso di adozione di misure impopolari.

Ecco spiegato il motivo della caccia alle streghe nei confronti dei Credit Default Swap (CDS), lo strumento più citato (e meno capito) da media ed eletti, in questo periodo.

Nei giorni scorsi vi è stata una vasta chiamata alle armi contro i CDS, responsabili (secondo alcuni) dell’aggravamento della crisi greca, in termini di maggiori oneri di servizio del debito, tali da soffocare nella culla ogni tentativo di risanamento fiscale.

Il grido di battaglia di George Papandreou e del governo di Atene è “la Grecia deve indebitarsi sui mercati allo stesso costo degli altri paesi europei“.

Proposito lodevole, che tuttavia prescinde dal fatto che il costo del debito è legato alle prospettive di rimborso, cioè al rischio di credito.

Quest’ultimo ha fatto irruzione in Eurolandia come un elefante nella cristalleria, ed è destinato a restarvi.

Papandreou ha finito col credere, non è dato sapere se in buona fede o meno, che ogni differenziale nel costo del debito greco rispetto al resto della zona Euro sia imputabile all’attività degli “speculatori”, segnatamente di quelli in CDS.

Per qualche giorno anche gli altri governi europei hanno fatto mostra di credergli, ed hanno minacciato neppure troppo velatamente di bandire il trading sui CDS.

L’operazione, che fosse studiata a tavolino o meno, è servita nel breve terminecash, cioè i titoli di stato greci, sono stati interessati da correnti di acquisto e riacquisto, ed hanno visto stringere significativamente (pur se ancora su livelli molto elevati) il differenziale con i Bund tedeschi.

Negli stessi giorni in cui in Eurolandia si discuteva del divieto di trading sui CDS “naked” (“nudi”,cioè quelle situazioni in cui si compra protezione su una entità creditizia senza possedere i titoli sottostanti), il Dipartimento della Giustizia statunitense si è messo ad investigare sulla possibilità che “alcuni hedge funds” (pare non più di quattro o cinque) abbiano “cospirato” per provocare un indebolimento dell’euro. perché molti “speculatori” hanno deciso di chiudere le posizioni ribassiste sul rischio sovrano greco, vendendo cioè la protezione che avevano in precedenza acquistato.

In parallelo a ciò (vedremo tra poco il flusso causale), anche il cosiddetto mercato

Questa tesi è quasi surreale: quanto può “muovere” un hedge fund, inclusa la propria leva finanziaria? Diciamo cinquanta miliardi di euro? Cento? Duecento? Moltiplicate per cinque, e riflettete sul fatto che ogni giorno, sui mercati valutari, vengono movimentate alcune migliaia di miliardi di euro.

E’ realistico pensare che sia possibile “attaccare l’euro” orchestrando vendite per una frazione trascurabile dell’interscambio giornaliero del mercato valutario? E peraltro, indebolire la moneta unica avrebbe fatto solo un favore ai governi di Eurolandia, desiderosi di far respirare il proprio export.

Forse non è un caso che l’indagine sia partita dagli Stati Uniti, che dall’indebolimento dell’euro hanno solo da perdere.

Ma qui scadremmo nel cospirazionismo.

Tornando all’epica lotta dei greci contro i CDS, la criminalizzazione dei derivati creditizi deriverebbe dal fatto che gli stessi sono visti come driver delle discese di prezzo dei titoli di stato. Le cose non stanno così, spesso anzi accade il contrario: si inizia con correnti di vendita sul cash che innescano acquisti di protezione sul CDS, che a loro volta frenano la tendenza principale.

E’ necessario, a questo punto, introdurre una tecnicalità: si dice base (basis, in inglese) la differenza tra il livello del CDS e quello del bond fisico.

Quando la base è negativa (cioè lo spread del bond è più ampio di quello del CDS), gli arbitraggisti comprano il titolo e si coprono comprando protezione.

Così facendo si blocca un profitto pari all’ampiezza della base.

In natura le basi negative non durano molto, vengono cioè molto rapidamente arbitraggiate.

Ciò che può durare indefinitamente sono invece le basi positive, cioè situazioni in cui il CDS è più largo dello spread sul bond sottostante.

In questi casi per eseguire l’arbitraggio servirebbe vendere allo scoperto il titolo fisico e vendere protezione sul CDS.

Ciò difficilmente avviene, perché non sempre è possibile vendere allo scoperto l’obbligazione sottostante: spesso la richiesta di prestito del titolo è talmente elevata che il medesimo diventa “special” sul mercato repo, ed il canale di arbitraggio salta.

Da un grafico pubblicato nei giorni scorsi da FT-Alphaville, si evince che i principali debitori europei hanno tutti la base positiva, in modo più o meno accentuato, in particolare Italia e Spagna, mentre la Grecia ha (o aveva, la scorsa settimana) una base nulla.

In concreto, che significa? Che mentre è possibile guidare al rialzo il prezzo di un titolo in presenza di base negativa, la presenza di una base positiva non trasmette direttamente il movimento ribassista ai titoli sottostanti.

In altri termini, nel caso greco il mercato ha cominciato a vendere i bond fisici, creando così una base negativa che è stata arbitraggiata dai trader, che hanno comprato protezione sui CDS.

Senza questa operazione, la corrente di vendita dei titoli di stato greci non avrebbe trovato alcun elemento frenante.

Detto in altri ed ulteriori termini, la magnitudine di una base positiva ha relativamente poco effetto sul livello dei bond sottostanti.

Ciò significa che incolpare i CDS per la discesa di prezzo di titoli di stato di un paese con ampi e crescenti deficit e debito pubblico ha assai poco senso.

Ora anche il regolatore finanziario tedesco, BaFin, è giunto a concludere che i CDS non sono stati usati per condurre un attacco speculativo contro la Grecia (qualsiasi cosa significhi l’espressione “attacco speculativo”), ma George Papandreou non si arrende ed è tornato a chiedere al mondo un intervento di repressione contro il trading speculativo.

Programma mediamente impegnativo.

E’ possibile che si giunga a vietare l’operatività “nuda” sui CDS, cioè l’acquisto di protezione senza possedere i titoli sottostanti da proteggere.

Lo stesso Mario Draghi, in sede di Financial Stability Board, ha detto che i CDS suscitano “disagio” (uneasiness); ma anche in questo caso non si eviterà l’allargamento degli spread su entità il cui merito di credito sta deteriorandosi.

Il governo greco, ed i politici di ogni latitudine, farebbero meglio ad acquisire questo concetto. Solo il risanamento e il ritorno alla crescita tengono lontana la “speculazione”.

E mai come in questa circostanza le virgolette sono state più appropriate.

Tratto da http://www.chicago-blog.it

La cicuta greca

30 aprile 2010

L’intervento berlinese nella disastrata situazione economica greca, dopo le prime euforiche raccomandazioni, assume sempre più la consistenza di un credito comunitario a fondo perduto per l’indebitamento selvaggio (perché di questo in fondo si tratta) greco.

Di fatto una follia che accelererà solamente il sicuro effetto domino di default futuro a livello comunitario e porterà anche in Europa l’attuale situazione di bilancio greca (ma anche statunitense obamiano in prospettiva).
Bisogna notare come voler leggere la situazione europea (e greca in particolare) con il metro di giudizio keynesiano e monetarista (friedmaniano) sia un errore fondamentale oltreché contraddittorio in particolare nel caso dei discussi CDS e in merito al ruolo attivo di Goldman Sachs anche in questa crisi (proprio come in quella economica statunitense ancora in corso).

La lettura e l’interpretazione della situazione greca entro parametri  “too big to fail” rischia di scoperchiare un vero e proprio vaso di Pandora.
E’ ovvio che alcuni monetaristi di Bruxelles vedano favorevolmente un aumento di liquidità nel breve periodo erogato dalla BCE, dal FMI e dagli altri paesi europei alla Grecia (Germania in testa), ciò costituirebbe di fatto la via maestra di Milton Friedman e Schwartz per fronteggiare il rischio di una “Grande Depressione Europea”, ovviamente i monetaristi si preoccupano solo della liquidità (in questo caso non di imprese ma addirittura di uno Stato…!) proponendo addirittura (contro ogni buona logica) la realizzazione-passaggio verso una piena e affermata politica centrale economica europea (camuffata da intervento economico straordinario), che di fatto costituirebbe la premessa per una situazione statalista di dirigismo politico diretto da Bruxelles dai sicuri effetti fallimentari.

L’intervento monetarista sul suolo greco si dice che serva per tutelare la moneta europea, ma tale retorica appare molto simile ad una vera e propria lottizzazione europea della Grecia nel post-bailout.

Esattamente come è avvenuto in questi anni a livello di Bond e titoli di Stato greci.

L’analogia con quelli subprime americani è anche qua evidente in primis nei suoi protagonisti (Goldman Sachs e Banca centrale).
Trasformando un intervento eccezionale friedmaniano in pura normale routine keynesiana di spesa pubblica ed incremento del debito pubblico nazionale e comunitario per opera dei politicanti burocrati nazionali o di Bruxelles entro l’ipotetica realizzazione di un consenso plebiscitario comunitario e verso una futuribile “democrazia europea” la Grecia sarà continuamente rifinanziata per i prossimi mesi e anni a spese dei contribuenti europei.

Al contempo tale sostegno finanziario europeo verrà sempre rivisto al rialzo senza alcuna minima garanzia di restituzione e quindi con la creazione di una immensa bolla finanziaria statale che coinvolgerà i creditori oltre al già spacciato debitore greco.

A maggior ragione se verrà usato simil criterio per i comunque distinti casi di Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia nel breve periodo prossimo venturo.

Quindi a mio parere se non si può che criticare giustamente le mosse di Obama e della Fed (di questi decenni), non si può che contestare qualsiasi intervento auspicato dalla BCE e promosso fattivamente da Berlino e soci all’interno del contesto europeo, per analoghi interventi sul piano poi meramente istituzionale (neppure entro un contesto economico-industriale!).

I tedeschi giocano da qualche giorno un doppio ruolo nella partita greca: quello dei creditori e quello dei moralizzatori.

In entrambi i ruoli stanno già perdendo la faccia, in particolare se raffrontato all’iniziale assennata prudenza da loro stessi enunciata.

Se fino a qualche giorno fa sposavano responsabilmente l’idea di un rigore e parsimonia nelle spese per lo meno esterne alla loro nazione, dopo la telefonata di Obama e l’incontro con i “big di Bruxelles e Francoforte” hanno cambiato totalmente i toni della voce finendo per ripetere gli stessi discorsi concilianti dei francesi verso gli impenitenti indebitati ellenici.
Ovviamente anche il loro indebitamento pubblico interno alla Germania è preoccupante alla pari di altre nazioni (UK e Francia), quindi non sembra granchè intelligente (ammesso che la cosa lo fosse e di fatto non lo è) dover approvare una opzione di salvataggio (paragonabile a quelle bancarie e assicurative americane) a livello istituzionale anche sul suolo greco (oltre che a livello nazionale interno nei settori bancario-assicurativo), da parte di questi governi.

L’apertura verso un governo straniero di Papandreou e verso un paese seppur interno alla Ue e all’euro-gruppo totalmente insolvente, con titoli privi di garanzia che equivalgono a carta igienica, appare una non soluzione ai problemi destinati solo ad aumentare in termini esponenziali.

Ciò equivale ad un avvallo ufficiale della formula di “too big to fail” degli Stati e di fatto accelerare involontariamente il crack finale di sistema.

Ovviamente tra i paesi creditori nel caso grecia figura anche l’Italia, la quale tutta è fuorchè saggia, parsimoniosa e ben guidata politicamente ed economicamente.

Se l’uscita dall’euro è opzione non preventivata da nessun paese europeo (neppure ufficialmente dal governo della Merkel) nei confronti dei Paesi debitori questo deriva più che altro dall’incapacità dei burocrati nel vedere una crisi evidente agli occhi dei meno stolti da tempo.

Il processo politico europeo sorto in questi anni e confluito nella visione di un trattato comune europeo di Lisbona privo di tale evenienza o exit option.

E così ora Bruxelles esporta capitali in Grecia nell’utopico intento di salvare la Grecia.

Non so se la doppia circolazione euro-dracma fosse una cosa intelligente (d’altronde se la Grecia è fallita che credibilità potrebbe avere una moneta di Stato nazionale?) e utile nel caso greco, né se l’euro col caso Grecia si svaluterà nei confronti del dollaro; sicuramente se i Paesi dell’Euro-area continuano con tali dispendiose politiche, il fallimento dell’Euro è certo e vicino in futuro, quindi sarà inevitabile una qualche forma di circolazione monetaria alternativa almeno a livello locale (difficilmente però potrebbe dare benefici il ritorno ad una moneta nazionale da parte di un Paese con i conti pubblici fuori controllo non a caso nei meeting internazionali dei governi già alcuni prospettano nuove patacche monetarie pancontinentali per il 2015…).
Temo piuttosto che la deresponsabilizzazione del patto di stabilità (tanto invocato nel caso greco quale facile soluzione per uscire dall’impasse) sia cosa più grave del mero mancato (o realizzato) salvataggio greco.
Che gli economisti “tassa e spendi” notoriamente statalisti italiani siano stati in questo caso sulla linea formalmente teoricamente “rigorista” almeno in apparenza per quanto riguarda il caso greco, rischia di essere più un effetto involontario del loro fiducioso “rigorismo deontologico da tecnocrati” che un voluto e preciso calcolo economico o addirittura politico (resto comunque curioso di conoscere se lor signori sono altrettanto rigorosi per Spagna e Portogallo in particolare, visti anche i colori dei governi e le alte amicizie in sede di Commissione Europea).
La questione greca, è inutile nasconderlo, preoccupa o dovrebbe preoccupare anche noi italiani, quindi parlar di Grecia in questi giorni dovrebbe essere già una prova generale di quanto accadrà nei prossimi mesi o anni all’Italia.

E i risultati neppure a livello di responsabilizzazione della popolazione greca sono confortanti…

Come scrive Oscar Giannino in Italia c’è meno debito nelle famiglie e nel sistema privato e industriale italiano rispetto a quello dei paesi “PIGS”, ma alla lunga si rischia causa debito pubblico spaventoso simile situazione in particolare in mancanza di vere riforme strutturali liberiste e di una minor presenza dello Stato nella vita del Paese.

Purtroppo tali soluzioni sono assenti da qualsiasi agenda politica di palazzo e di partito (e aggiungiamo pure di “corrente”!).

Il caso di bailout di un paese europeo allora da mero dato fenomenico rischia di diventare dato strutturale ed endemico (se non pandemico con un possibile effetto domino) se questo ennesimo tentativo di compromesso al ribasso tra i fautori della linea rigorista e quelli della linea assistenzialista diverrà prevedibilmente la “regola standard” per i prossimi grossi crack nazionali.
Il compromesso greco delle ultime ore risulta favorevole alla seconda opzione, con una richiesta di rientro dal deficit (attualmente intorno al 14% del rapporto deficit/pil) di 10 punti percentuali, di fatto una impresa irrealizzabile da un governo per lo più socialista vittorioso alle ultime elezioni interne con la promessa di maggior redistribuzione e assistenzialismo ai sindacati e proprie lobbies.

La scommessa è persa in partenza e il denaro prestato dai creditori tedeschi (ma anche paradossalmente dagli indebitati italiani) andrà quasi certamente perso.

A spreco di denaro se ne aggiungerà così altro.

Quel che non è stato detto in tal crisi è la responsabilità delle istituzioni comunitarie nel verificare in maniera indipendente e scrupolosa il bilancio e il vero ammontare del deficit degli Stati aderenti nell’Unione Europea.

Se le agenzie di rating come Moody’s e SP sono riuscite nell’opera, Bruxelles ha miseramente fallito.

E non è un caso.

La percezione dello sforamento e del rientro dilazionato nel patto di stabilità (con delega agli Stati e agli altri organi più politici dell’Unione europea di tali questione) è la motivazione/causa di fallimento.

Anche i CDS sono una conseguenza e non una vera causa dell’attuale crisi dovuta ad una mentalità di indebitamento congenito presente nei euroburocrati.

Praticamente le regole comunitarie, quelle che dovrebbero tutelare gli europei e gli investitori nei paesi dell’area Euro si sono rivelati inefficaci nonostante la loro tecnoburocraticità e il loro “regolismo” (per dirla come un famigerato ministro dell’economia)  perchè basate su parametri poco attente alla crescita e alla parsimonia ma più sul debito.

La procedura tanto invocata a livello ordinario per quanto riguarda il rapporto deficit/pil era già fallita in partenza ai tempi di Maastricht  non con l’avvento di tale crisi (consequenziale a tale scelte).
Quindi quando si parla di scappatoia degli aiuti comunitari o dei sussidi europei per risolvere (o meglio tamponare) i deficit interni dei singoli paesi ci si deve ricordare come tale pratica non solo non è eccezionale ma da sempre è di fatto l’unica soluzione contemplata culturalmente e “normalmente” dai burocrati di Bruxelles.

Quindi un alto tasso di fallimento indice di deresponsabilizzazione voluta dalle istituzioni comunitarie.
L’incremento dell’ossigeno al malato greco (ma vale anche per quello spagnolo, portoghese, irlandese) può risultare fatale più che una seria decisione di rigore nel medio-lungo periodo a monte (anzichè a valle) nell’erogazione dei fondi.

Per quale ragione Papandreou dovrebbe porre mano alle riforme se questi riceve anticipatamente i soldi dai tedeschi pur avendo combinato solo disastri?.

L’assistenzialismo non ha mai aiutato e noi italiani lo dovremmo ben sapere visto come siamo messi come Paese.

Ovviamente Bruxelles ha fatto il contrario strizzando l’occhio a Papandreou e facendo buon viso a cattivo gioco, pensando furbescamente di salvarsi la faccia scaricando le proprie responsabilità buoniste attuali e future sull’inetto Papandreou.

A sua volta Papandreou spera di tirare avanti la baracca di governo con continue richieste di prestiti e redistribuzione alle proprie clientele per evitare l’acutizzarsi di tensioni sociali all’interno del Paese.

Di fatto entrambi i soggetti intenti a fregare l’un l’altro  molto probabilmente rischiano di perdere entrambi ben più della credibilità oggi già esigua presso gli europei e i propri connazionali.

La dipendenza da aiuti nei confronti dei paesi europei più virtuosi (Germania) o già attualmente indebitati (Italia) non ancora nel mirino (come è il caso italiano) della procedura di declassamento provocherà un aumento dei debiti pubblici e una minor trasparenza dei conti pubblici nazionali anche da parte dei Paesi “donatori”  i quali hanno già intrapreso all’interno della crisi economica globale delle decisioni alquanto discutibili di aumento del deficit nazionale con l’estensione della spesa pubblica.

Tali aiuti rischiano di mandare fuori controllo i deficit/pil dei  Paesi donatori.
Voler puntare oggi a salvataggi comunitari non si fa altro che aumentare il debito pubblico nazionale spalmandolo sui vari paesi non a rischio immediato (Francia, UK ma anche la stessa Germania noti creditori della Grecia già prima della crisi), il tutto nel solo tentativo di recuperare i propri soldi perduti prima della crisi e di distribuire colpe e fette di rischio.

La prospettiva però resta una possibile penalizzazione del rating dei titoli nazionali anche di questi paesi oggi creditori nel lungo termine.

Si è parlato anche di una erogazione di bond europei, della creazione di un FME interno alle UE e ovviamente ad un ipotetico debito pubblico comunitario europeo, inutile ribadire come tutte queste  ipotesi tremontiane siano pericolose e non prive di rischi (come dimostra anche il caso Usa).

Nel caso italiano pensare di promuovere l’intervento greco su base comunitario non solo è una miopia di per sè a livello economica, ma anche una sfacciata e ipocrita giustificazione su un piano politico dato l’andamento disastroso dei nostri conti pubblici e dello Status quo attuale nel medio-breve periodo.
Appare di fatto una richiesta anticipata di salvataggio, un assegno in bianco (è il caso di dirlo) alla nostra classe politica già poco propensa a fare riforme per il domani.
Il fallimento della Grecia priva di aiuti poteva essere un importante segnale di richiamo per tutti gli altri a cavarsela da soli, invece se si seguirà (ora e in futuro) la soluzione berlinese anche per gli altri paesi insolventi l’impoverimento degli europei e a livello di economie nazionali aumenterà.

Le responsabilità comunitarie e nazionali verranno scaricate sui cittadini in primis dei Paesi non ancora nell’occhio del ciclone del default o privi al momento di tale situazione.

Ribadiamo come anche con l’erogazione di denaro tedesco, Atene è e rimane ancora in futuro con due piedi nell’Ade sia per ragioni strutturali che per ragioni culturali e socio-politiche interne alla Grecia.

All’orizzonte benchè i rimbalzi alla borsa greca tendano a nasconderlo nell’euforia keynesiana di fresco denaro in arrivo, non sono previste nessun tipo di vere e serie riforme del sistema da Papandreou & Co.

Non  una diminuzione del peso dello Stato, nessun taglio della spesa pubblica interna, nessuna trasparenza dei conti pubblici.

Anzi molto probabilmente si cercherà di aumentare le tasse e di fare manovrine per ripianare il deficit greco senza eliminare il superfluo “politicamente corretto” nel sistema.

Il rischio maggiore paventato da molti politici panellenici in questi giorni era un abbandono della Grecia a sè stessa senza rendersi conto che avverrà comunque una medesima situazione dopo che Berlino capirà di essere stata defraudata nel breve periodo anche di queste somme di denaro erogate, quindi quando sarà palese che ci siamo impoveriti (e indebitati ulteriormente) per niente.

Si cercherà allora di riutilizzare le medesime regole di favore greche, nel tentativo di favorire/salvare  altre economie ritenute più dinamiche e importanti ma comunque indebitate come quella spagnola o portoghese (non fosse altro per interesse della stessa Commissione europea) e anche irlandese (come contentino all’approvazione del trattato di Lisbona).
Anche in questi casi però la lezione greca prevarrà nei governi più nei suoi effetti negativi che nei suoi aspetti idealmente virtuosi.

La situazione rischia di degenerare sicuramente in un circolo vizioso di indebitamento a catena.

La Grecia non sarà un monito così come non lo è per i nostri politici e in primis per il ministro dell’economia italiana Tremonti.

L’Italia  non è certo un Paese “locomotiva europea” come invece va blaterando in giro per le stanze del FMI (in cerca forse di qualche prestito sottobanco per evitare nuovi salassi fiscali dopo l’ennesima riuscita truffa dei Bond italiani ovviamente!) il ministro dell’italica economia.

Quindi si rischia grosso anche nel paese dell’ottimismo retorizzato!.

Quale potrà essere allora l’esito della crisi dei PIIGS?.

L’Ue diverrebbe un sistema a doppia velocità con una selezione dei propri soci tra paesi virtuosi e non (ma utili alla tenuta e credibilità di facciata dell’intera Unione) e un terzomondo europeo (dove oltre la Grecia quasi sicuramente anche l’Italia potrebbe in futuro facilmente fare capolino)?.

La Francia e la Germania sarebbero realmente le due teste pensanti della “nuova Europa”?.
Non è detto, in particolare se il debito e le politiche di spesa pubblica in quei paesi non verranno arrestate prima di un irrimediabile incremento del deficit e del rapporto deficit/pil fuori controllo (proprio come nel caso dei PIGS).
Purtroppo la visione obamiana della crisi economica, le istanze socialiste di spesa facile promosse dalla Fed americana di Bernanke sono sempre mainstream anche nel Vecchio continente e ovviamente il rischio futuro è quello di un bue franco-tedesco che da oggi del cornuto all’asino greco per poi in seguito fare analoga sorte nel medio-lungo periodo.
Questa crisi allora risulta essere un “gioco a somma zero”, dove nessuno vince proprio perchè nessun paese è stato virtuoso e poco interventista.

Sul dato monetario, l’Euro è nato ufficialmente più che come una utopica sfida per la virtuosità dei conti pubblici dei Paesi membri (entro un patto di stabilità con soglia del 3% quale nuovo standard “regolista” a cui attenersi scrupolosamente), quale certezza data per scontata alla quale gli Stati avrebbero tenuto conto.
I risultati di questa tecno-finanza pianificata sono messi a nudo oggi.
In realtà ufficiosamente l’Euro è stata una operazione monetaria che di fatto ha permesso un camuffamento e una prima dose di ossigeno ai conti pubblici degli Stati e al loro vero indice di indebitamento.
In questo lo Stato italiano così come altri paesi (tra cui la Grecia) ha tratto parziale e iniziale giovamento a livello di bilanci pubblici (seppur pagato a livello quotidiano da parte dei cittadini a livello d’inflazione monetaria) senza però fare nulla in seguito in termini di riforme per ridurre le perdite e mantenere il saldo virtualmente in apparenza attivo per quanto riguarda la tenuta dei conti pubblici tra prima e dopo l’ingresso.
Senza riforme, governicchiando in modo bipartisan come si è fatto per un decennio sino ad oggi, anche il parziale giovamento della moneta unica, è stato a livello governativo sprecato.
I nodi al pettine si cominciano a vedere oggi per il momento ad Atene…

Vale allora la pena domandarsi a livello di sistema monetario comune europeo se con tale crisi greca vigente (e con quella spagnola e portoghese alle porte) abbia ancora un senso credere nella stabilità garantita dall’Euro, dalla BCE e dai regolamenti comunitari.

I tedeschi e la BCE si illudono ancora di salvare il sistema, peccato che la stessa UE con i suoi organi competenti si sia rivelata non garante neppure dei suoi stessi regolamenti e della sua stessa stabilità in questi anni mentre la Grecia continuava a “gonfiare” i propri conti in rosso.

Questo significa di fatto sancire già oggi teoricamente la fine della stessa UE visto che inevitabilmente una UE basata sui debiti è di fatto già da tempo destinata a fallire.
Un progetto monetario prima ancora che politico che di fatto è stato spazzato via dalla fallibilità dei Governi e dei suoi governanti centrali e nazionali, dalla sua incapacità di far fronte alle proprie regole e patti statutari da parte dei controllori burocrati.
Poco importa allora dei trattati comunitari e delle nuove adesioni future se oggi l’area euro (ovvero l’area che teoricamente avrebbe dovuto soppiantare il dollaro e le monete nazionali nel sistema geo-politico internazionale) si rivela maggiormente a rischio di insolvenza rispetto a quelle degli stessi stati nazionali Ue non nell’Eurozona.
Anzi, doppiamente a rischio, in quanto il rischio non è più solamente una questione locale, ma rischia concretamente di assumere il ruolo di “stato dell’Unione”, quale segnale di una vera e propria epidemia monetaria interna in futuro.
Una epidemia che è figlia dell’imperfetta struttura fondativa comunitaria: gli Stati nazionali.
Gli Stati nazionali e le politiche nazionali non si sono rivelati né più virtuosi con l’ingresso nell’Euro-zona, né maggior responsabili e indipendenti rispetto agli stessi organi centrali della stessa comunità europea.
Anziché dimostrare una maggior attenzione e controllo parsimonioso dei bilanci, questi hanno continuato (se non incrementato in quest’ultima crisi economica globale) la loro tradizionale dissoluta opera di indebitamento e distruzione della moneta (comune).
Il piano tecnocratico monetario della UE e dei suoi fautori tedeschi, ora si rivela di fatto una pia illusione; dato che non hanno considerato la imperfetta natura degli Stati e dei politici (vedi Papandreou e politici nostrani) forse per un eccesso di fiducia o per un senso di appartenenza di casta.
I controllori non hanno svolto il loro lavoro sui controllati, e ovviamente i controllori sono oggi chiamati ad interpretare il ruolo dei salvatori!.
Voler però puntare come proposto con varie sfumature da vari economisti anche di area liberale e liberista su un piano (politico-tecnocratico) di salvataggio finanziario europeo per porre rimedio al disastrato funzionamento del sistema comunitario (e ai rischi connessi sul piano monetario), rischia di essere una cura peggiore della malattia.

Il problema è già oggi politico, quello monetario è solo una conseguenza, è poco utile criticare le mosse pan-nazionaliste  alla luce di una retorica europea, per poi puntare speranzosamente sui medesimi protagonisti nazionali (in questo caso la Germania) ammantata ufficialmente con la bandiera blu con le stelle gialle.
Tanto più se a seguito della cura greca, i paesi della zona euro e le istituzioni comunitarie continueranno di comune accordo a spendere denaro nell’intento keynesiano sia di far ripartire i consumi e le singole economie nazionali (e quindi la zona continentale) che ottenere annualmente un utopico pareggio o surplus di bilancio tra risultati in entrata e in uscita (la prima minore rispetto alla seconda), mantenendo tra l’altro alte le tasse e le spese inutili interne.
Semmai bisognerebbe iniziare a considerare lucidamente il fallimento dell’intero sistema-progetto monetario-politico comune dell’Unione Europea, cercando di impedire ulteriori fallimentari e pericolose fughe in avanti politiche ulteriormente eurostataliste ed euro-centraliste che nulla servirebbero in tale crisi di sistema, in particolare sul piano economico.
Se la Ue fallisce nella sua premessa economica-monetaria, è inutile rifugiarsi nella politicizzazione futura dell’Unione (con modus operandi obamiano) come macro Stato, quale nuovo feticcio da gettare ai cittadini europei per far loro digerire un nuovo salasso in nome del ” bene comunitario”.
Se l’Euro si svaluta sul mercato dei cambi questo non è certo per una mancato ruolo politico dell’Europa a livello economico e monetario!.
E’ semmai il contrario, l’Euro è la moneta (dopo il dollaro e yen) più politicizzata, anche per opera della sua stessa banca centrale e del suo sistema di tassi d’interesse bassi (sebbene leggermente più alti rispetto alla sua controparte d’oltreoceano).

Se l’Euro perde peso sui listini dei cambi rispetto al biglietto verde, nonostante la svalutazione del dollaro operato da anni dalla Fed e la presenza di un deficit federale americano fuori controllo (dato che dovrebbe far riflettere tutti coloro che propongono la creazione di eurobond o un sistema di unico debito comunitario come “nuova via sicura per  responsabilizzare la finanza”) con bilanci statali di California, Michigan, Ohio e mezza America in profondo rosso al suo interno; questo dipende solo dalla intrinseca debolezza e fragilità dell’euro sui mercati rispetto al dollaro e dell’economia europea di fronte agli Usa.
Il dollaro resta (nonostante la sua storica svalutazione) la moneta di riferimento per le materie prime e per i maggiori scambi commerciali a livello globale.

Nonostante ciò il dollaro come l’euro perdono rispetto all’oro.

Evidentemente se fino a qualche mese fa si scommetteva più facilmente su un rischio default derivato dal bailout statunitense (rischio non escluso nel prossimo futuro) ora si punta ad un rischio maggiore di default-bailout a catena sul suolo europeo in tempi stretti.

Altro che investimenti e ripartenza dei consumi!.
I rischi e i danni commessi e connessi al bilancio statunitense da Bernanke e da Obama, sono attualmente meno sotto i riflettori non perché meno gravi, quanto piuttosto apparentemente più stabili a fronte della fragilità evidente e connaturata sul mero piano delle valutazioni, della tempistica e della storia monetaria recente del caso europeo.
Quindi il ruolo della Banca Centrale americana non è certo più virtuoso di quella della BCE (anzi…), non è certo allora con la creazione di una pianificazione centrale da parte della BCE di tipo “hamiltoniano” o la realizzazione di una politica storicamente “federalista statunitense” (nel senso di centralista in ambito leghisto-anglosassone) del medesimo tipo a favorire la credibilità della nostra valuta.
Tanto più con una presenza della BCE già attualmente ingombrante, nel suo ruolo sull’Euro.
Bisognerebbe allora evitare questi nuovi involontari assist verso il declino e una peggior situazioni con nuove derive/speculazioni monetariste “eccezionali” che keynesiane “ordinarie” (foriere solo di ulteriori danni e peggioramenti a livello di bilanci e deficit da parte degli Stati) per uscire dalla crisi europea che viene riflessa parzialmente dalla Grecia.
Se l’espansione creditizia e della spesa pubblica ha provocato l’attuale situazione locale, un suo incremento finanziato a livello di politiche comunitarie (operato a beneficio degli stessi responsabili della crisi anche a livello locale) non risolverà certamente i problemi dell’Europa e dei PIIGS.

Quali sono allora le possibili ricette per uscirne con il minor danno possibile?.

Tutti gli Stati europei dovrebbero:

  • iniziare a considerare un loro ridimensionamento interno di ruolo, competenze e funzioni anziché una loro espansione o un facile quanto miope affidamento alla misericordiosa Bruxelles;
  • diminuire la pressione fiscale anziché aumentarla (per rientrare dai debiti e negli standard di stabilità come invece purtroppo pare non essere intenzionata a fare la Grecia) per poter attrarre investimenti e capitali stranieri;
  • fare riforme strutturali interne (riforme delle pensioni a capitalizzazione, tagli alla Pubblica Amministrazione, realizzazione di no-tax aree, privatizzazioni e liberalizzazioni autentiche non soltanto a livello nominale…) e meno promesse retoriche a livello comunitario e ai loro elettori;

La BCE a sua volta dovrebbe:

  • aumentare i tassi d’interesse e diminuire (a maggior ragione) l’erogazione monetaria sul mercato e verso gli Stati indebitati;
  • evitare possibili nuove competenze economiche e politiche;
  • evitare la realizzazione di qualsiasi ipotesi di fondo comune e bond europei;

La Commissione europea dovrebbe:

  • limitarsi a far rispettare le regole comunitarie vigenti, evitando nuove farraginose regole e qualsiasi mossa politica di interventismo all’interno dei debiti pubblici nazionali o a difesa di interessi particolari stranieri.
  • evitare fughe in avanti, verso un maggior centralismo europeo decisionale (che comunque poco risolve i problemi di opacità di regole e di rispetto di queste da parte degli Stati membri nazionali) sfruttando la debolezza degli Stati nazionali;

Difficilmente all’interno di una crisi economica globale ancora in corso causata in origine dai governi e dal loro facile interventismo politico a livello economico e monetario (tutt’ora vigente con continue disastrose conseguenze) si potranno vedere applicate tali soluzioni “austriache” alla crisi economica anche dentro l’area UE-Euro.
La politica nazionale degli Stati non differisce da quella altrettanto politicizzata della Commissione europea di questi anni, credere il contrario vuol dire solo creare un ulteriore bolla-scappatoia per nuove peggiori crisi comunitarie in futuro.
L’Ue di oggi tanto invocata a livello salvifico per il caso greco è uguale alla giustamente disprezzata Ue di ieri (anzi di fatto sono sempre gli stessi Stati membri, Grecia compresa, a recitare due parti dello stesso dramma), è quindi lecito pensare come una soluzione alle sue incoerenze e problemi interni strutturali non possa giungere dal suo interno e dall’attuale classe politica nazionale e della Commissione europea (in particolare se teniamo conto del caso portoghese e le inevitabili conseguenze politiche elettorali, come nel caso spagnolo in Commissione Barroso).
Lo scenario sull’orizzonte comunitario appare quindi a tinte fosche e preoccupante, una resa dei conti è inevitabile a livello di Stati insolventi-debitori nazionali con o senza l’intervento della Ue nei prossimi anni.

Con l’elargizione di denaro europeo alla Grecia si incrementerà il danno sino ad ora realizzato a livello di deficit e allargamento del cordone della borsa (e conseguentemente quasi certamente anche del debito pubblico greco).

In tutta questa situazione vi è quindi  solo la certezza che anche altri Paesi oggi apparentemente “creditori e virtuosi” potranno subire delle dure conseguenze economiche di bilancio e non soltanto nel lungo periodo con o senza il prestito alla Grecia, d’altronde il prestito ai PIGS potrà essere variabile che potrà più o meno accelerare un processo già tutt’oggi irreversibile a livello economico di bilancio.

OGM Day: Domani da Pordenone la diretta sulla web-tv ML della conferenza stampa in attesa dell’inizio della prima semina di mais OGM in Italia

28 aprile 2010

A partire dalle ore 11.00 circa.

Domani 29 aprile 2010 inizierà la diretta della conferenza stampa da Pordenone di Giorgio Fidenato e Leonardo Facco e di Futuragra sulla Web-tv del Movimento Libertario in occasione della prima semina in Italia di mais OGM del giorno dopo.

Per ulteriori notizie consultate la pagina del Movimento Libertario

Ferrante (Pd), Maroni intervenga su annunciata semina mais in Friuli

28 aprile 2010

Roma, 27 apr. (Adnkronos) – ”Due organizzazioni di agricoltori, Agricoltori federati e Movimento libertario, hanno dichiarato alla stampa di volere iniziare il prossimo 30 aprile la semina di mais modificato sul suolo italiano, in provincia di Pordenone: a salvaguardia della salute pubblica e per il rispetto di un decreto interministeriale che pone un paletto ineludibile alla coltivazione di Ogm e’ assolutamente necessario che il ministro dell’Interno si attivi al fine di prevenire e evitare un atto illegale“.

Lo afferma, in una nota, il senatore del Pd Francesco Ferrante, preannunciando in merito un’interrogazione urgente al ministro dell’Interno.

Dopo aver appreso dell’intenzione da parte delle due associazioni di effettuare un atto illegale e potenzialmente dannoso per la salute pubblica – spiega Ferrante – ho personalmente avvertito il Prefetto di Pordenone, il quale con solerzia mi ha comunicato che verra’ investita della questione la Digos” scrive Ferrante.

L’atto illegale preannunciato da questi due gruppi puo’ inoltre costituire un problema di ordine pubblico: considerando – continua Ferrante - la diffusa avversione nell’opinione pubblica, nelle associazioni ambientaliste e nel mondo agricolo, per gli alimenti geneticamente modificati, il rischio che una contrapposizione tra opposte fazioni possa travalicare i limiti del civile confronto non e’ da escludersi.

Il recente decreto interministeriale, firmato dai ministri dell’Agricoltura, della Salute e dell’Ambiente, ha messo nero su bianco l’impossibilita’ di coltivare Ogm sul suolo italiano, e dunque – conclude ferrante – ogni atto di forza ostacola un confronto sereno e proficuo sulla valorizzazione del settore agroalimentare italiano, che ha bisogno di essere valorizzato in virtu’ della sua specificita”’.

Tratto da http://www.libero-news.it

Ogm, venerdì a Pordenone la prima semina che sfida decreto Zaia

28 aprile 2010

Articolo di Federica Rogai

Da qualche parte in provincia di Pordenone, non è ancora dato sapere dove, venerdì ci sarà la prima semina Ogm.

Il dibattito sugli organismi geneticamente modificati torna ancora una volta d’attualità e questa volta per l’iniziativa di Giorgio Fidenato, presidente dell’associazione Agricoltori federati nonché segretario di Futuragra.

La stessa associazione di cui vice presidente è quel Silvano Della Libera che aveva presentato ricorso, poi accolto, al Consiglio di Stato per rivendicare il diritto a piantare colture gm. “Sono state violate tutte le norme di diritto europeo.

Da tre anni faccio richiesta  al ministero delle Politiche agricole per poter seminare organismi transgenici e non mi è stata mai data una risposta.

A questo punto – spiega Fidenato al Velino- vale il principio del silenzio-assenso.

Ci sono termini di risposta certi e molto brevi.

Visto che non si può seminare a ottobre e che ho inoltrato la mia domanda il primo febbraio e nessuno mi ha risposto io semino e basta”.

Addirittura è stato lo stesso Fidenato ad avvertire le forze dell’ordine “nel caso in cui dovessero crearsi dei problemi per l’ordine pubblico”.

Questo spiega anche il riserbo assoluto sul luogo della semina che comunque da quanto fa capire lui stesso potrebbe essere simbolico.

Tanto che alla domanda se il mais sarà seminato anche altrove l’agricoltore si limita a un laconico “no comment”.

Da parte sua Futuragra anche se non condanna “il blitz” di Fidenato tiene a precisare che intende proseguire la sua battaglia per l’introduzione degli Ogm in Italia rigorosamente “attraverso le vie legali, sia in Italia che in sede europea”.

Siamo riusciti a portare all’attenzione dell’opinione pubblica il tema degli Ogm, arrivando fino a una sentenza storica del Consiglio di Stato e informando puntualmente la Commissione Europea sulle infrazioni perpetrate dall’Italia ai danni degli agricoltori”, ricorda il presidente dell’associazione favorevole alle biotecnologie Duilio Campagnolo.
In attesa che si sblocchi la questione dal punto di vista legale Fidenato però passa ai fatti: “Dobbiamo capire ancora dove ma una cosa è certa: la semina ci sarà.

Il decreto di Zaia è totalmente illegale, illegittimo e arbitrario attacca il presidente dell’associazione Agricoltori federati -.

E noi siamo più che convinti di essere dalla parte del giusto.

Siamo stufi e stanchi del modo di agire dell’ex ministro.

Se alla maggioranza degli italiani non piacciono gli Ogm vorrà dire che non li sceglieranno.

Se ai politici non vanno bene faranno a meno di mangiarli ma un paese civile deve ammettere tutte le idee e le possibilità.

E Zaia non ha neanche cercato di capire cosa si diceva nella sentenza del Consiglio di Stato.

Si è limitato a dire che la sentenza non andava bene.

E il suo decreto non è stato neppure notificato all’Unione Europea.

Siamo di fronte a un vero e proprio abuso di potere, un guazzabuglio che dimostra chiaramente l’illegittimità dei provvedimenti presi fin qui. Il diritto è dalla nostra parte.

Sarà poi il mercato a decidere se i prodotti Ogm non piacciono.

Ma è in quel caso vogliamo poter fallire”.

A essere piantati saranno semi della Monsanto contenenti l’evento Mon810 che, ricorda Fidenato, è l’unico ad essere autorizzato in Europa.

Infine l’ultima considerazione: “Pianteremo i semi ogm accanto a un terreno dove si coltiva mais non Ogm.

Fra quattro mesi invitiamo tutti a vedere con i propri occhi la differenza di stato di salute che c’è fra le due piante”.

Tratto da http://www.ilvelino.it

Agricoltura: A Pordenone il primo campo di mais Ogm

28 aprile 2010

Pordenone – Sarà seminato per la prima volta in Italia in un campo, in Friuli, venerdì prossimo, 30 aprile, il mais Ogm (organismo geneticamente modificato).

L’iniziativa è degli Agricoltori federati e del Movimento Libertario che semineranno mais Ogm in un piccolo campo di 2-3 ettari, a Vivaro (Pordenone).

Ad annunciarlo sono il presidente di Agricoltori federati, Giorgio Fidenato, e l’amministratore delegato del Movimento libertario, Leonardo Facco.

La decisione – precisano Fidenato e Facco – è stata presa “nonostante le polemiche strumentali conseguenti alla sentenza del Consiglio di Stato che ha dato il via libera alla semina di mais Ogm, nonostante le intimidazioni avanzate da più di un’associazione e nonostante il decreto dell’ex ministro Zaia“.

Il 19 gennaio scorso, il Consiglio di Stato, accogliendo il ricorso del vicepresidente di Futuragra, Silvano Dalla Libera, imponeva ai ministeri competenti di concludere entro 90 giorni il procedimento “di istruzione e autorizzazione alla coltivazione di mais geneticamente modificato già autorizzato a livello comunitario“, cioé il Mon 810.

Il 7 aprile, i ministri della Salute, Ferruccio Fazio, e dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, hanno controfirmato il decreto predisposto dall’ex ministro dell’Agricoltura e ora presidente del Veneto, Luca Zaia, con cui veniva respinta “la richiesta di messa in coltura di ibridi di mais geneticamente modificati, contenente l’evento Mon 810, formulata dall’Azienda Dalla Libera Silvano“.
Contro il decreto interministeriale, Silvano Dalla Libera ha annunciato ricorso.

Alla coltivazione di mais Ogm in Italia si sono opposti in questi mesi, tra gli altri, la Coldiretti e Legambiente.

Tratto da http://newsfood.com

Prima semina di mais OGM in Italia

28 aprile 2010

Comunicato Stampa Agricoltori Federati e Movimento Libertario

Ciò che è dannoso nel mondo

non sono gli uomini cattivi

ma il silenzio di quelli buoni”!

Martin Luther King

Pordenone, 26 aprile 2010

Oggetto: Friuli, Prima semina di Mais Ogm in Italia

  • Nonostante le polemiche strumentali conseguenti alla sentenza del Consiglio di Stato che ha dato il via libera alla semina di mais O.G.M. (contenente l’evento Mon 810);
  • Nonostante le intimidazioni avanzate da più di una associazione (politica e non) dopo la suddetta sentenza e le dichiarazioni di intenzione di seminare di alcuni agricoltori friulani;
  • Nonostante il decreto dell’ex ministro Luca Zaia

Venerdì prossimo, 30 Aprile 2010, in Friuli, nella provincia di Pordenone, Agricoltori Federati e Movimento Libertario semineranno mais O.G.M.

La S.V. è invitata alla conferenza stampa che si terrà Giovedì 29 aprile 2010 alle ore 11 presso la sede dell’associazione di categoria Agricoltori Federati, in viale Lino Zanussi al n.3, in Pordenone.

Per informazioni, telefonare a:

Leonardo Facco, amministartore delegato Movimento Libertario (335-8082280)

Giorgio Fidenato, presidente Agricoltori Federati (348-4199513)

Cordialmente

Giorgio Fidenato-Leonardo Facco

Il marchio OGM Yielgard e il sacco originale

Tratto da Movimentolibertario.it

Facco: Ogm e cibo biologico!

28 aprile 2010

Tratto da Movimentolibertario.it

Evo Morales: Chi mangia Ogm diventa frocio!

28 aprile 2010

Articolo di Leonardo Facco

Legambiente, WWF, Slow food, PD, sinistra ecologia e libertà (stuprata), comunisti vari e satalisti vari hanno due idoli: Hugo Chavez (presidente del Venezuela) ed Evo Morales (suo omologo in Bolivia), le nuove icone del socialismo terzomondista.

Questi due, a loro volta, hanno come idoli Che Guevara, Marx e Fidel Castro.

Venezuelani e boliviani, nel frattempo, vanno al supermercato con la tessera di Stato nella speranza di trovare il litro di latte necessario ai loro bambini.

Morales, questo ennesimo caudillo da srapazzo, ha sostenuto che omosessualità e calvizie sono causate dagli alimenti transgenici, come riportato dalla stampa.

Le parole del primo mandatario boliviano sono state pronuncite alla prima conferenza mondiale dei Popoli sui Cambiamenti Climatici e la Madre Terra, apertasi a Cochabamba.
Come riporta il quotidiano spagnolo El Pais, Morales “ha difeso l’ecologismo affermando che «o muore il capitalismo o muore la Madre Terra», ed ha elogiato il consumo di «alimenti ecologici» sottolineando la pericolosità della Coca Cola – di cui ha rimarcato la capacità di sturare i lavandini – e di altri «simboli del capitalismo“.
Ancora Morales: “La calvizie, che in Europa sembra normale, è una malattia causata da quello che mangiano, mentre le popolazioni indigene come noi non lo sono, perché mangiamo altre cose”, avvertendo inoltre che “i polli che ci mangiamo sono pieni di ormoni femminili, per questo quando gli uomini li mangiano soffrono di deviazioni nel loro essere uomini“.
La risposta dei collettivi gay non si è fatta attendere: “Questo genere di affermazioni, prive di alcuna base scientifica, costituiscono un messaggio di odio e rifiuto alla popolazione omosessuale, soprattutto quando a farle è il Presidente di uno Stato“, ha dichiarato la Confederazione Spagnola degli Omosessuali.
L’associazione della Comunità omosessuale argentina (Cha) ha rincarato la dose definendo una “bestialità” le dichiarazioni di Morales: “Seguendo quanto ha detto, vorrebbe dire che se un omosessuale mangia pollo con ormoni mascolini, allora diventa eterosessuale“?.

Avete capito chi sono quelli che attaccano le biotecnologie?

Tratto da Movimentolibertario.it

Il socialismo e le rane bollite!

26 aprile 2010

La manipolazione del linguaggio è una delle battaglie che gli amanti dell’intervento dello Stato sulla libertà individuale hanno vinto. Almeno per ora. Le accuse di egoismo, mancanza di solidarietà, l’estremismo, ed altri insulti ancora finiscono sempre per colpire noi liberisti veri!

Anticipazione in esclusiva di un articolo del prossimo numero de I fogli di Enclave

Articolo di Maria Blanco Instituto Juan de Mariana

Chiunque tra quelli che osano esprimere un parere mercatista sulla crisi, il mito del cambiamento climatico, il disastro dei contributi pubblici finisce per essere un fascista, neoliberista, radicale e sostenitore del capitalismo sfrenato.

Al contrario, per quelli che vivono alle spalle degli altri, non vi è un “insulto simile”, tipo “socialismo selvaggio”.

Non importa che il socialismo – come dimostra la storia – ci abbia condannato alla povertà, alla dittatura, alla negazione delle libertà individuali.

Non importa che l’essenza del socialismo è che i lavoratori finanziano con le loro tasse gruppi organizzati in combutta coi governi.

Lo stato è “benessere”, sostengono, non può sbagliare, esso ridistribuisce i soldi dai più ricchi ai più poveri.

Un’idea erronea che sui giornali viene ripetuta all’infinito per inciderla nella mente dei cittadini.

Benché la storia ed i fatti dimostrino il contrario, lo Stato rimane il “benefattore”.

Per contro, il mercato, in quanto è egoista, cerca sempre di far vincere il più ricco, il più forte, il bullo della scuola.

E se Manuel Ayau proclama ai quattro venti che per uscire dalla povertà serve il libero mercato, la proprietà privata, contratti fra liberi individui da far rispettare, macché, rimane un “liberista selvaggio”.

E se Johann Norberg mostra nel suo documentario “La globalizzazione è buona”, che coloro che cercano di sfuggire alla povertà vogliono che li lasciamo competere nei nostri mercati, molto probabilmente verrà tacciato per essere finanziato da qualche multinazionale!

Coloro che sostengono che le azioni interventiste del governo in merito alla crisi dicono solo “sciocchezze”.

Coloro che mettono in dubbio che il denaro assegnato ad un comitato di sospetta moralità per combattere i cambiamenti climatici sia cosa buona, vengono accusati di distruggere la Terra, di voler negare il futuro ai bambini.

Che invece sia il governo ad ipotecare il futuro dei bambini mediante l’emissione continua e smisurata di debito pubblico non si può dire! Questa è la chiave: la solidarietà coercitiva! L’aggressione!

Eppure, ogni giorno che passa, tu ed io abbiamo sempre meno peso sulle decisioni che ci riguardano, sulle nostre azioni, sui nostri soldi.

Ogni giorno, il peso del governo sui media, la necessità di licenze e permessi per fare qualcosa, il pagamento delle imposte sempre più travolgente, ci rendono schiavi, ma moltissimi non si rendono conto.

Il segreto? Lo stesso che si usa per cucinare le rane: alzare la temperatura gradualmente!

Tratto da Movimentolibertario.it

Facco + IBL: La revoluciòn del petrolio. Venezuela, PDVSA e Chavez

26 aprile 2010

Tratto da Movimentolibertario.it

Chavez, Castro, Mc Donald’s e i prigionieri politici

26 aprile 2010

Articolo di Leonardo Facco

Il 30 aprile prossimo, nel centro di Caracas, Hugo Chavez inaugurerà una statua dedicata a Fidel Castro.

Per l’occasione – forse per non disturbare la suscettibilità di bronzo del dittatore cubano – dalla stessa piazza farà sgombrare il ristorante di Mc Donald’s e quello di Wendy, simbolo dell’”imperialismo americano”.

Ai martoriati venezuelani non basta la tragedia dell’essere governati da una canaglia che sta distruggendo il paese (in Venezuela mancano la luce, l’acqua, i generi alimentari principali, per avere i quali si deve fare la coda con un libretto della spesa in mano), ora c’è anche la farsa della celebrazione di un regime, che da cinquant’anni ha abolita la parola libertà dal vocabolario.

Chavez, tra l’altro, per emulare sino in fondo il mentore barbuto, da anni trasforma in prigionieri politici (li mette in galera) tutti coloro che in pubblico se la prendono con lui e la sua “rivoluzione bolivariana”.

L’avvocato Ignacio Alvarez Oswaldo è alle prese con la difesa dell’innocenza di suo padre, il capo dell’opposizione Oswaldo Alvarez Paz, detenuto in un carcere di massima sicurezza di Caracas per aver criticato il presidente Hugo Chávez.

Alvarez ha iniziato, lunedì scorso a Miami, una campagna internazionale per denunciare l’arresto del padre per il reato di opinione: “La nostra intenzione è di visitare ognuno dei paesi membri dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) per pubblicizzare la persecuzione di Oswaldo Alvarez Paz, confermando le accuse di violazione dei diritti umani dei venezuelani”.

Paz Alvarez è stato incriminato a marzo per presunti reati di false informazioni, cospirazione e ansia al pubblico.

In Venezuela, alla faccia di pseudo-giornalisti alla Minà abituati a leccare il culo ai nazi-comunisti di regime, sono decine le persone scomode a Chavez finite in galera (qui una lista http://www.marthacolmenares.com/presos-politicos/).

Nel frattempo, però, Chavez è pappa e ciccia con le Farc, impegnatissimi entrambi a smistare la coca colombiana in mezzo mondo.

Belle contraddizioni di Stato!

Tratto da Movimentolibertario.it

Leopoli ruggisce: Impeachment per Janukovych

26 aprile 2010

Articolo di Matteo Cazzulani

Dai flash-mob degli studenti alla votazione-lampo dei consiglieri comunali: la Rada cittadina ha votato una risoluzione di condanna della permanenza della flotta russa nel porto di Sebastopoli e nelle acque territoriali ucraine.

“Decisione anticostituzionale”.

Prevista una manifestazione a Kyiv per chiedere le dimissioni del presidente.
60 minuti circa di seduta, 15 solo di dichiarazioni di voto, 82 i presenti, 79 i voti a favore, provenienti da tutte le forze politiche rappresentate, nessun contrario.

La città di Leopoli ha condannato a stragrande maggioranza la decisione presa lo scorso venerdì da Janukovych e Medvedev circa il prolungamento della permanenza delle forze della marina militare russa in Crimea fino al 2049, richiedendo ufficialmente al Parlamento, alla Corte Costituzionale, al Consiglio per la Sicurezza e la Difesa e alla Procura Generale di rigettare l’accordo con Mosca e di avviare la procedura di impeachment a carico del presidente.
L’accordo stretto il 21 aprile 2010 - recita il testo approvato – è una diretta infrazione dei principi della Costituzione.

Tale passo testimonia il fatto che le nuove autorità stanno mettendo a repentaglio l’Indipendenza, la sovranità e l’autonomia dell’Ucraina, sempre più asservita al Cremlino“.
L’iniziativa è destinata a non esaurirsi ad una semplice votazione locale.

Infatti, per la giornata di martedì – quando la Rada dovrà ratificare l’accordo – i consiglieri comunali hanno deciso di recarsi a Kyiv per protestare direttamente contro un Capo di Stato che ha infranto i principi costituzionali, e che per questo deve essere sollevato dall’incarico.

In particolare, i leopoliensi sono preoccupati per il progressivo allontanmento dall’Europa, per la sempre maggiore dipendenza da Mosca ed per il terrificante tentativo da parte del governo Azarov, instaurato dallo stesso presidente a propria immagine e somiglianza, di contrastare ogni forma di ucrainicità a favore della lingua e della cultura russa.
Gli accordi stretti a Khar’kiv – ha dichiarato il leader cittadino del Blocco Tymoshenko, Ihor Den’kovych - non sono che l’inizio della fine per l’Indipendenza e la sovranità del nostro Paese.

In pochi mesi abbiamo concesso a Mosca di influire su troppi aspetti della nostra politica estera, in primis nostra collocazione internazionale.

Ho in mente l’integrazione europea, sacrificata in nome di una politica di buon vicinato con la Federazione Russa che tradisce le legittime aspirazioni europee del popolo ucraino.

Ma anche la politica interna risente dei diktat del Cremlino: la decisione di prolungare la presenza della flotta russa nel Mar Nero di altri 25 anni dal 2017 è una decisione apertamente contraria all’articolo 17 della nostra Costituzione [che prevede l'impossibilità dell'esistenza di basi militari straniere in Ucraina, n.d.a.]“
A giustificare l’atteggiamento del Presidente, e a difenderlo dalla richiesta di dimissioni, è la vice capo della sua amministrazione, Hanna Herman, che sottolinea come migliori rapporti con Mosca favoriscono non solo la situazione interna a Kyiv, ma anche la sua posizione internazionale ed i rapporti con la nuova amministrazione americana.
Supporto la decisione di Janukovych di prolungare la presenza della Flotta Russa in Crimea. Del resto, in cambio abbiamo ottenuto pur sempre un prezzo meno caro per il gas.

Inoltre, lo stesso segretario di Stato USA, Hillary Clinton, ha lodato pubblicamente l’intesa con Medvedev in quanto consente all’Ucraina di mantenere una posizione bilanciata tra Mosca e Bruxelles.

Io sto con Janukovych e la Clinton“.
La votazione del consiglio comunale leopoliense consolida il capoluogo della Galizia alla guida di un’opposizione alla verticale del potere sempre più forte.

Nei giorni scorsi, proteste di studenti ed intellettuali hanno spinto Janukovych a non recarsi in città per la nomina del nuovo governatore della regione, Vasyl’ Horbal’ – obbligo che in Ucraina spetta al Presidente – provvedendo con un apposito decreto emanato più comodamente dalla sua residenza nella capitale.

Inoltre, anche il consiglio della regione di Ternopil’ ed altre realtà locali hanno votato una simile richiesta di impeachment a carico del presidente.
Lecito ricordare che il “Patto di Khar’kiv” – come è stato ribattezzato – prevede la permanenza della flotta militare della Federazione Russa nelle acque al largo della Crimea e nel porto ucraino di Sebastopoli fino al 2049.

Tale concessione è stata imposta dal Cremlino in cambio di uno sconto sul prezzo del gas del 30%: un valore troppo basso per giustificare la presenza di soldati stranieri nel territorio nazionale ucraino, situazione che mette a repentaglio l’Indipendenza politica, militare ed energetica di Kyiv.

Tratto da http://matteocazzulani.blogspot.com

Ennesimo “successo” di Janukovych: I Russi nel Mar Nero fino al 2049

26 aprile 2010

Articolo di Matteo Cazzulani

In cambio di un prezzo inferiore sul gas, l’Ucraina ha concesso alla flotta russa del Mar Nero il diritto a permanere nelle proprie acque territoriali e nel porto di Sebastopoli per altri 25 anni.

Sarà utile per l’Europa” si giustifica Janukovych.

Tradimento degli interessi nazionali” spiega l’opposizione.

100 Dollari per mille metri cubi se il gas da pagare supera quota 330, il 30% se la bolletta è meno cara del numero magico sopra citato.

E questa la complicata formula che fissa il nuovo tariffario “di cortesia” che Mosca ha concesso a Kyiv.

Più semplicemente, l’Ucraina ha ottenuto un ribasso sull’acquisto dell’oro blu dalla Russia del 30%, ma mai inferiore a 100 Dollari per mille metri cubi.

Uno sconto ridicolo, che non modifica un costo reso ancora ancora più salato dalla contropartita che nella giornata di mercoledi 21 aprile Janukovych ha concesso a Medvedev: il prolungamento della permanenza della Flotta Russa nel Mar Nero, in acque territoriali ucraine, e nella base militare di Sebastopoli per altri 25 anni a partire dal 2017.

Il nuovo patto di ferro e gas, forse non a caso, è stato stretto a Khar’kiv, già capitale dell’Ucraina sovietica.

Soddisfazione per Medvedev, che con un’operazione da abile scacchista è riuscito a mantenere un piede – armato – nell’ex colonia, inserendo nella trattativa energetica la questione militare della Flotta Russa del Mar Nero.

Lo sconto sul gas è da considerarsi come una parte dell’affitto che paghiamo a Kyiv per l’affitto della base portuale di Sebastopoli” ha dichiarato.

Goffa e sterile la giustificazione del presidente Janukovych, che a margine dell’incontro ha cercato di convincere la platea che l’accordo sullo stazionamento dei russi al largo di Sebastopoli è in realtà un vantaggio per l’intero Vecchio Continente, in quanto parte della costruzione di un sistema di sicurezza comune europeo.

E una questione che affrontiamo nel contesto della formazione di un unico sistema di difesa collettivo UE.

Abbiamo capito che la Flotta del Mar Nero sarà una delle garanzie per la reale sicurezza di tutti i Paesi che si affacciano su quel mare”.

Una spiegazione tanto laconica quanto inconsistente, che subito ha provocato la secca reazione di chi la politica la fa con l’Ucraina – e non con la Russia – nel cuore.

Il primo ministro del governo-ombra dell’opposizione democratica, Serhij Soboljev, ha commentato il prolungamento della presenza dell’esercito navale russo nel mar nero come una decisione infelice, contraria agli interessi nazionali e alla Costituzione ucraina.

A maggior ragione perché legata alla trattativa sul gas, per il quale Kyiv non è nemmeno riuscita ad ottenere il sensibile sconto tanto promesso dal presidente e dal governo Azarov, instaurato da Janukovych in persona.

Tale coincidenza, secondo Soboljev, è indicativa di come la nuova verticale del potere intende tutelare solamente gli interessi delle oligarchie russofone dell’est del Paese, tradizionali sponsor del Partija Rehioniv e dell’attività politica di Janukovych.

Il presidente ha iniziato una guerra contro il suo stesso Paese. il suo scopo è quello di ottenere uno sconto sul gas per favorire i grandi industriali che lo finanziano.

E’ chiaro che il prezzo dell’oro blu per popolazione e settore pubblico non solo non scenderà, ma è destinato ad incrementare.

Per questa ragione, per difendere gli ucraini che investono, guadagnano e lavorano secondo la legge, noi [il Blocco Tymoshenko e gli altri partiti dell'Opposizione Democratica, n.d.a.] adotteremo tutti i metodi di protesta e di lotta nonviolenta contro il regime di Janukovych.

Sia in parlamento che in piazza”.

Manifestazioni dentro e fuori la Rada sono state annunciate da Julija Tymoshenko, energica leader dell’opposizione ed unico, serio, difensore degli interessi di chi si oppone al sistema di potere dell’attuale presidente.

La Lady di Ferro ucraina ha annunciato la presentazione in parlamento di una mozione di sfiducia nei confronti dell’operato del presidente e del governo, ed invitato tutte le opposizioni a riunirsi in una manifestazione nazionale convocata per sabato 24 aprile.

Raccoglieremo le firme di tutti i deputati dell’opposizione per presentare una mozione di sfiducia.

Ce ne occorrono 150.

Ce la faremo.

Ma voglio anche rivolgermi alle altre forze dell’opposizione, affiché si uniscano a noi nell’iniziativa parlamentare e,sabato, in una manifestazione nazionale davanti alla Rada”.

Duro anche Borys Tarasjuk, ministro degli esteri dello shadow-cabinet della Tymoshenko, il quale ha parlato chiaramente della possibilità di avviare la procedura di impeachment per Janukovych.

Il presidente ha ignorato l’articolo 17 della Costituzione che vieta la permanenza di basi militari straniere in territorio ucraino.

Tale violazione richiede l’avvio della procedura di dimissionamento nei confronti del Capo dello Stato”.

A gettare l’allarme per quanto oggi deciso tra Kyiv ed il Cremlino non sono solo politici.

Anche il capo del consorzio energetico “Nuova Energia dell’Ucraina”, Valerij Borovnyk, ha condannato sia la decisione di prolungare la presenza della Flotta russa nel Mar Nero, sia, sopratutto, l’accordo sul gas, bollato come altamente rischioso e dannoso per l’Ucraina.

Giudico tutto quanto un’enorme sconfitta della nuova squadra di governo.

De facto, anziché battersi per ottenere una sensibile diminuzione delle tariffe, si è arresa alle condizioni di Mosca.

Così pagheremo un altissimo prezzo politico senza alcun ritorno economico”.

Gli unici ad esprimere soddisfazione sono i membri del Partija Rehioniv, che per voce del deputato Oleksij Plotnikov invitano a prendere in esame i vantaggi ottenuti dagli accordi nel solo campo energetico, prescindendo dalla trattativa sulla flotta russa. “Le consultazioni sulla Flotta del Mar Nero sono un capitolo separato dei colloqui di Khar’kiv.

Bisogna sottolineare come con le nuove tariffe il presidente Janukovych abbia ottenuto un successo, in quanto permetterà alle casse dello Stato di risparmiare un terzo di quanto pagato precedentemente per il gas”.

Dinnanzi a tali dichiarazioni, alle giustificazioni di Janukovych e alla soddisfazione di Medvedev, non resta che una domanda, tanto spontanea quanto amara: l’indipendenza politica, energetica e militare di Kyiv costa solo un terzo del bilancio?

Tratto da

http://matteocazzulani.blogspot.com

L’esercito dell’”amore”

26 aprile 2010

Michele De Lucia, Il baratto, il PCI e le televisioni: le intese e gli scambi

24 aprile 2010

Il testo riproduce l’intervento orale svolto alla presentazione dell’omonimo libro tenutasi a Ferrara (Biblioteca Ariostea, Sala Agnelli) il 17 settembre 2008, con la partecipazione di Michele De Lucia (Tesoriere di Radicali Italiani), Gian Pietro Testa (Giornalista), Mario Zamorani (Segretario dell’Associazione Radicali Ferrara).

Articolo di Andrea Pugiotto

1.           Temerarietà

Per dirla con il dizionario, «temerario» è colui che non ha timori, che – magari per eccesso di ardimento – non si preoccupa dell’effettiva consistenza di un pericolo.

Non conosco Michele De Lucia, eppure mi sono fatto l’idea che si tratti di un giovane temerario.
Solo un temerario, infatti, può accettare l’elezione a tesoriere di Radicali Italiani, certamente tra i lavori più usuranti sulla piazza.

Solo un temerario può concorrere alla fondazione dell’associazione Anticlericale.net, in un paese come il nostro dove la sudditanza culturale alla Chiesa di Roma si spinge, con gli atei-devoti, all’incarnazione di un ossimoro.
Non stupisce, dunque, che De Lucia abbia scritto un libro temerario per una delle case editrici, la milanese Kaos, a sua volta  temeraria quant’altre mai.

Non saprei definire altrimenti un editore che, tra le altre cose, pubblica le opere di autori irregolari (come Ernesto Rossi, Giorgio Galli, Sergio Flamigni); fa quella che una volta si sarebbe detta “controinformazione” su cose vaticane (con una collana titolata In nome di dio) o stampa documenti integrali (nella collana Dossier) utili per meglio farsi un’idea di snodi cruciali della recente storia italiana; edita la raccolta degli interventi parlamentari di deputati radicali (come Leonardo Sciascia, Enzo Tortora, Marco Pannella); dedica una collana (Dietro lo schermo della tv) per raccontare biografie non autorizzate di chi in televisione conta davvero o comunque ha potere (come Vespa, Costanzo, Baudo, Ferrara, Sgarbi).
Il baratto ed il suo Autore si trovano certamente a proprio agio – mi pare di poter dire -  in mezzo a questa libertaria compagnia.

2.        Cosa racconta il libro e come lo racconta

Di quale baratto si tratta (o, per meglio dire, baratti: sul preferibile uso del plurale tornerò dopo)? Il sottotitolo del volume ci aiuta come un navigatore satellitare: Il Baratto «Il PCI e le televisioni: le intese e gli scambi fra il comunista Veltroni e l’affarista Berlusconi negli anni Ottanta».
In realtà il libro copre un arco temporale più ampio: il decennio 1980-1990 è certamente il più scandagliato a fondo, ma l’indagine di De Lucia (o, per meglio dire, le sue ipotesi interpretative) si spingono fino ad includere l’esperienza del Berlusconi politico ed a lambire l’ultima campagna elettorale del 2008.
L’indagine muove – io credo – da un’intuizione di fondo.

Quasi banale nella sua ovvietà, eppure ricca di potenzialità euristiche: la circostanza cronologica per cui, negli anni in cui Silvio Berlusconi costruisce il suo monopolio televisivo privato, il suo sparring-partner principale all’interno dell’allora PCI è sempre Walter Veltroni.

Il quale – come ama dire – non sarà mai stato comunista, ma è certamente stato per lungo tempo vice e poi responsabile per il PCI del Dipartimento informazione e comunicazione di massa.

E, in tale veste, ha partecipato in prima persona ad elaborare e gestire le strategie del suo partito in materia televisiva.
L’intuizione viene messa a valore attraverso una mole di informazioni che, con pazienza certosina, l’Autore ricava da fonti dirette: articoli di stampa (prevalentemente di area comunista: Unità, Rinascita, il periodico della corrente migliorista Il Moderno), dispacci ANSA, atti parlamentari, registrazioni di eventi conservate in quel formidabile pozzo di San Patrizio che è l’archivio audio (ora anche video) di Radio Radicale.
L’intervento di De Lucia su questi materiali è ridotto all’essenziale.

La scelta medotologica è di ordinarli e di cucirli in sequenza secondo una linea cronologica, facendoli parlare direttamente senza interventi esegetici dell’Autore e riducendo al minimo le chiose a commento.
Tornerò, alla fine del mio intervento, su questa scelta di metodo.

Aggiungo che in molti casi il libro riproduce la copia anastatica del documento citato, per assicurare l’autenticità della fonte e la veridicità dell’informazione.

Lo fa soprattutto con i documenti – come dire? – più critici.
Giusto qualche esempio, per dare l’idea.

La lettera con cui Berlusconi chiede al leader socialista Craxi di far bloccare un’imminente ispezione della Guardia di Finanza presso il suo gruppo (22 aprile 1980).

Il rapporto della Criminalpol dove si parla delle relazioni pericolose tra Marcello Dell’Utri e il boss mafioso – ma elevato di recente al rango di eroe – Vittorio Mangano (13 aprile 1981).

L’informativa della Guardia di Finanza sul ruolo di Silvio Berlusconi in un intenso traffico di stupefacenti dalla Sicilia al resto della penisola e oltralpe (30 maggio 1983).

La sentenza della Corte d’Appello di Venezia che condanna Berlusconi per falsa testimonianza, avendo mentito – in tribunale e sotto giuramento – sulla data della sua affiliazione alla Loggia P2 (23 ottobre 1990).

Il rapporto della polizia ticinese sul coinvolgimento di Berlusconi in attività di riciclaggio (13 settembre 1991).
Al lettore informato viene in mente una battuta del film Il caimano, quando Nanni Moretti – canticchiando un vecchio motivo, credo, di Adamo – si rivolge sarcastico alla giovane regista che gli propone un copione sull’ascesa imprenditoriale e politica di Silvio Berlusconi: «Si grazie, però guarda, un film su Berlusconi proprio no, tutti sanno già tutto su Berlusconi […].

Chi voleva sapere sa.

Per chi non vuole capire…Dai, cosa vuoi informare di più! Si sa tutto».

E tuttavia, vedendo questi documenti uno dietro l’altro, in ordinata fila indiana, una certa inquietudine sale.

Ed è indubbiamente un merito del libro (ri)metterli in circolo in un paese smemorato come il nostro.
Altrettanto vale per la ricca Appendice finale, che riproduce – come da titolo – una serie di «testuali parole» non agevolmente recuperabili altrove.

Di questa appendice, raccomando la lettura di tre inediti assoluti.
Il primo inedito è la conferenza stampa di Berlusconi, rubricata da De Lucia con l’anacoluto L’anticomunista nella patria del comunismo, che illustra i contenuti dell’accordo – su cui tornerò – tra Fininvest e tv sovietica (4 maggio 1988).
Gli altri inediti sono i due minuetti tra Veltroni e Berlusconi, alla Festa dell’Unità di Milano (12 settembre 1986) e alla Commissione cultura della Camera in occasione dell’audizione del presidente Fininvest (13 aprile 1988): in entrambe le occasioni sembra di assistere – se mi si concede il gioco di parole – ad un Valzer Veltroni.
La narrazione dei fatti così confezionata dall’Autore suggerisce il consumarsi di più baratti tra il funzionario comunista e l’affarista di potere.

Io ne ho contati almeno tre: un baratto riuscito; un baratto tentato, un baratto inesplicato.

3.        Il baratto riuscito

Il baratto riuscito è quello che si consuma tra il 1984 ed il 1985.
Ricostruiamone il contesto.

Nell’agosto del 1984 il monopolio berlusconiano della tv privata è cosa fatta, con l’acquisto di Rete4 da Mondadori, che va ad aggiungersi a Canale5 e ad Italia1 già acquistato da Rusconi.

E’ un trust  cresciuto nell’illegalità: dal 1974 la Corte costituzionale (con la sentenza n. 226) ha liberalizzato le trasmissioni private via etere solamente in ambito locale, conservando il monopolio statale delle trasmissioni via etere su scala nazionale.
Per aggirare il divieto, le televisioni di Berlusconi ricorrono alla tecnica della cd. interconnessione: in pratica, la stessa trasmissione in precedenza videoregistrata, viene trasmessa sull’intero territorio nazionale attraverso la contemporanea messa in onda di identiche videocassette. L’anomalia di tale situazione di fatto, favorita dall’inerzia legislativa in materia ma comunque vietata dall’allora vigente codice postale, viene rilevata dalla Corte costituzionale e poi condannata da alcuni pretori (Torino, Roma, Pescara) che ordinano – si disse allora – di oscurare in ambito locale i relativi impianti televisivi privati.

Oscurare un fico secco: in realtà i tre network nelle tre regioni interessate dai provvedimenti pretorili possono comunque trasmettere a livello locale; ciò che è vietato è l’escamotage adoperato. Ma il Mago di Arcore sa come trasformare ad arte la realtà.

L’incantesimo ce lo ricorda De Lucia:

«La Fininvest mette in scena una specie di “serrata” per impressionare i telespettatori: in Piemonte, Lazio e Abruzzo gli schermi dei tre network di Berlusconi vengono oscurati con la scritta “Per ordine del pretore è vietata la trasmissione in questa città dei programmi di Canale5, Italia1 e Rete4 regolarmente in onda nel resto d’Italia”.

Nelle altre regioni, la Fininvest scatena una martellante campagna di protesta televisiva, accusando la magistratura di un  “gravissimo attentato alle  libertà costituzionalmente garantite”, attentato “che provoca gravissimi danni alle emittenti commerciali e alle industrie utenti di pubblicità”.

Questa demagogica campagna di Berlusconi contro l’inesistente “oscuramento” mira a provocare una rivolta dell’opinione pubblica, e a prevenire il peggio: se anche le Preture di altre regioni applicassero la legge, il monopolio televisivo della Fininvest crollerebbe in brevissimo tempo» [p. 85-86]

In soccorso all’amico Berlusconi interviene il Governo Craxi con un primo decreto legge nel 1984, bocciato però dal Parlamento perché ritenuto incostituzionale.

Ne fa un secondo nel 1985, poi convertito in legge.

Per entrambi i decreti legge (come per il terzo, che verrà emanato nel giugno 1985), si parlerà comunemente di decreti-Berlusconi: l’abitudine del nostro a servirsi di normative ad hoc ha radici lontane….
Vengo al punto.

Carte alla mano, De Lucia argomenta come per la conversione in legge del secondo decreto si riveli decisivo l’atteggiamento parlamentare del PCI.
Come insegno ai miei studenti, il decreto legge è fonte dalla natura provvisoria: entra immediatamente in vigore ma va convertito dalle Camere entro 60 giorni.

In caso contrario, decade e tutti i suoi effetti sono nulli, tamquam non essent (salvo sanatoria legislativa).

Si poteva impedire la conversione in legge del secondo decreto Berlusconi? Si poteva.

Con l’ostruzionismo parlamentare.

Il termine di decadenza era così ravvicinato che sarebbe bastato niente per riuscirci: approvato alla Camera, il testo approda al Senato venerdì 1 febbraio e deve essere convertito entro la mezzanotte di lunedì 4 febbraio.

E’ quanto tentano i parlamentari radicali, demoproletari, della sinistra indipendente, contando anche sul forte disagio politico della sinistra democristiana.
Il PCI no.

Alla Camera rinuncia all’ostruzionismo.

Sceglie la strada dell’opposizione duttile e morbida.

Presenta emendamenti.

Al Senato, dove il Governo Craxi pone la questione di fiducia, garantisce il numero legale delle sedute.

Lascia l’aula del Senato al momento del voto, accertandosi però che la presenza del gruppo missino garantisca la regolarità della seduta.

Salva così le apparenze, assicurando nel contempo la conversione in extremis della normativa a salvataggio del monopolio Fininvest.
Perchè? Ciò a cui il PCI guarda con primario interesse è la rete pubblica, piuttosto che preoccuparsi dell’assetto della tv privata.

Con DC e PSI – mentore l’allora ministro Gava (recentemente scomparso, ma già anche lui santo subito) – il PCI concorda il contenuto di alcuni emendamenti al decreto in conversione, che modificano i poteri di nomina al vertice della RAI: si tratta di un passaggio obbligato, per permettere al partito comunista di avere finalmente propri membri nel nuovo Consiglio di amministrazione della tv di Stato e – a seguire – un nuovo assetto che porti la Rete Tre ed il relativo tg nell’orbita di influenza del PCI.
Ecco il baratto:

«In cambio del controllo della Terza rete Rai con annesso “Tg3”, Veltroni garantisce che il suo partito permetterà alla maggioranza di approvare in tempo utile il decreto-Berlusconi; il Pci otterrà Rai3 attraverso alcune modifiche dei poteri di nomina al vertice della tv di Stato» [p. 95]

La cambiale verrà riscossa nel gennaio 1987, con la nomina di Angelo Guglielmi a direttore della terza rete e di Alessandro Curzi a direttore del relativo telegiornale.

Un baratto riuscito.

4.                 Il baratto tentato

Il secondo scambio configura un baratto tentato (ma non riuscito), che si consuma nella seconda metà degli anni ottanta.
Di questa fase, il libro di De Lucia ci racconta alcune cose, meno note delle precedenti ma egualmente interessanti.

Mettiamole in fila.
1) Il fallimento del progetto veltroniano di creare una rete di televisioni regionali in un grande network nazionale (Net).

Fallimento cui segue la vendita a Fininvest di molte delle relative emittenti distribuite in giro per l’Italia.

In tal modo, il PCI non finisce per alimentare la rete dei network berlusconiani?

2) Le frequenti inserzioni pubblicitarie di Fininvest pubblicate nel già citato Il Moderno. Alcune di queste pagine di pubblicità sono riprodotte nel volume, così come vengono ripresi articoli del periodico, invero più adatti ad un bollettino aziendale Fininvest:

«Il numero di febbraio de “il Moderno” (il mensile della corrente “migliorista” del Pci) scrive che “la Rivoluzione Berlusconi [è] di gran lunga la più importante, cui ancora qualcuno si ostina a non portare il rispetto che merita per essere stato il principale agente di modernizzazione, nelle aziende, nelle agenzie, nei media concorrenti.

Una rivoluzione che ha trasformato Milano in capitale televisiva e che ha fatto nascere, oltre a una cultura pubblicitaria nuova, mille strutture e capacità produttive”» [p. 115]

Il punto è che Il Moderno non arriva a vendere 500 copie: a che pro, allora, investire risorse in una pubblicità priva di ritorni economici?

3) La trasferta in URSS di una delegazione comunista guidata dal compagno Gianni Cervetti (Capogruppo comunista al Parlamento europeo, Membro della Direzione del PCI, coordinatore milanese della corrente migliorista), con al seguito Canale5 che, la sera del 18 aprile 1987, trasmette da Mosca un’epica puntata del Maurizio Costanzo Show (tra gli ospiti: un membro del Comitato centrale del PCUS, il viceministro della tv sovietica, una ballerina del Bolshoi, un astronauta sovietico, naturalmente il compagno Cervetti).

4) Il contratto stipulato tra la tv di stato sovietica e Publitalia, che diventa così la concessionaria esclusiva per le inserzioni pubblicitarie di tutte le aziende europee sulla televisione sovietica.

La conferenza stampa del 4 maggio 1988, con cui Berlusconi annuncia il clamoroso accordo, è interamente trascritta nell’appendice del volume.

Come è anche riprodotto nel libro l’incredibile manifesto, realizzato in puro stile da realismo sovietico, che celebra l’evento.
Questi i fatti.

Osserva, in merito, De Lucia:

«La sbalorditiva intesa fra Berlusconi e il Partito comunista sovietico solleva varie domande, che restano tutte senza risposta.

Perché l’acerrimo anticomunista Berlusconi fa affari con la patria del comunismo? Per quali strade il presidente della Fininvest è arrivato fino a Mosca? Chi ha fatto da trait d’union fra Berlusconi e il Pcus? Perché il Pci ha dato il benestare (impensabile un affare del genere senza il placet di Botteghe Oscure), incrementando ulteriormente il già enorme potere del monopolista della tv privata in Italia? E se è così, in cambio di cosa il partito del compagno Veltroni ha permesso all’ex piduista 1816 di incassare miliardi dall’Urss e di acquisire prestigio sulla scena internazionale?» [p. 138]

Anche il lettore si pone un interrogativo.

Se il baratto è uno scambio diretto di un bene o di un servizio tra due parti, entrambe devono ricavarne un utile.

Quale sia stato il ritorno per le aziende di Silvio Berlusconi è evidente.

Ma quale sarebbe stato il tornaconto per il partito di Veltroni?
Certamente un flusso di finanziamento illegale a favore del PCI: le spese per la pubblicità ospitata da Il Moderno mascheravano contributi illeciti alla corrente migliorista.

In tal senso vanno le testimonianze dei responsabili del periodico e del compagno Greganti, citate nel volume, nonché gli esiti del processo di “Mani pulite” per le tangenti della Metropolitana milanese.

Ma la domanda attiene alla strategia di fondo del PCI.

De Lucia, tra le righe, avanza un’ipotesi.

Il nemico reale di Berlusconi è sempre stato il mercato, alle cui regole si è sistematicamente sottratto bussando alla porta della politica.

Il PCI lo sa e tenta di accreditarsi come sponda più solida e fruttuosa di quanto possano esserlo i tradizionali padrini politici di Berlusconi, PSI in testa.

Magari contando di ottenere in cambio dalla Fininvest (che si avvia ad avere la diretta televisiva) la direzione di uno dei suoi tre telegiornali.
E’ la ripetizione dello schema già proficuamente seguito sul versante RAI, a suggello così di una pax televisiva utile a tutti.

A tutti, tranne al pluralismo dell’informazione, soffocato da un duopolio complementare, consociativo, non concorrenziale.
Alla resa dei conti, si tratta di una strategia che non assegnerà al PCI alcun serio dividendo.

Basta guardare agli eventi successivi.

L’acquisto della Mondadori nel 1989 (che, in quel momento, significa l’acquisizione anche del gruppo Caracciolo-L’Espresso).

L’approvazione della legge Mammì nel 1990 (benché incostituzionale, come sancirà la sentenza n. 420/1994 della Corte).

Sono tutte operazioni condotte in tandem con le forze del pentapartito.
Quando poi le televisioni Fininvest cominciano a trasmettere i telegiornali nazionali in diretta, l’affermazione programmatica di Fedele Confalonieri è inequivoca: «La nostra informazione sarà omogenea al mondo che vede nei Craxi, nei Forlani e negli Andreotti, l’accettazione della libertà».

Infatti alla direzione dei tg berlusconiani andranno giornalisti comunque riconducibili a quella area politica (Mentana, Fede, Liguori).
Così come, in tutte le consultazioni elettorali (europee, nazionali, amministrative) svoltesi in quegli anni, Fininvest – grazie alla trasmissione di spot elettorali, preclusi alla RAI – agevolerà sempre candidati e partiti del CAF.

Un baratto tentato, dunque, ma non riuscito (al PCI).

5.       Il baratto inesplicato

Il libro, infine, ci racconta di un terzo baratto che, in realtà, tale non è.

Ripeto: un baratto distribuisce vantaggi ad entrambi i barattieri.

Qui, invece, il lettore assiste a regali unilaterali a favore dell’affarista Berlusconi, ora “sceso in campo” personalmente con un proprio partito.
Sono gli anni che vanno dal 1984 ad oggi.

E’ in questo arco cronologico che De Lucia ripercorre alcune opzioni politiche tutte favorevoli all’imprenditore e politico Berlusconi, tutte compiute dal centrosinistra (di cui Veltroni è soggetto di primo piano, come vicepresidente del governo Prodi I prima, come segretario DS poi).
Il catalogo è questo.

1) Il voto nella Giunta per le elezioni della Camera dei deputati nel 1994 (a maggioranza centrodestra) e nel 1996 (a maggioranza centrosinistra) sui ricorsi contro l’eleggibilità di Silvio Berlusconi per incompatibilità con il mandato parlamentare (in quanto soggetto beneficiario di concessioni pubbliche in materia televisiva).

In entrambe le occasioni i parlamentari del PDS-DS votano contro la fondatezza dei ricorsi, garantendo così il seggio al leader di Forza Italia.

2) La campagna referendaria della primavera 1995 avente ad oggetto alcuni quesiti abrogativi di norme della legge Mammì, promossa da settori non parlamentari della sinistra.

Campagna referendaria cui il PDS finirà per aderire, ma con scarsa convinzione (fino all’ultimo cercherà di evitare il voto popolare tentando un accordo parlamentare su una nuova legge) e con scarsa mobilitazione (alle urne si recherà solo il 55% degli elettori; i no vinceranno con lo scarto abissale di 3.737.000 voti).

3) L’approvazione, nel 1997, della legge Maccanico di riforma del sistema televisivo.

Osserva De Lucia:

«La normativa è l’approdo di dieci mesi di trattative politiche fra il governo Prodi-Veltroni e il titolare del partito-azienda nonché capo dell’opposizione parlamentare.

La “riforma” è un nuovo baratto, un altro pasticcio partitocratico confezionato per aggirare le misure antitrust, una operazione di pura cosmesi: istituisce una Authority per le telecomunicazioni (lottizzata fra i partiti, compreso quello berlusconiano), e stabilisce che Mediaset trasferisca dall’etere al satellite una delle sue tre reti (Rete4), ma ciò avverrà solo quando le stessa Authority accerterà che in Italia la diffusione di antenne paraboliche sia congrua…E’ una nuova sceneggiata, una riforma che non riforma niente: infatti l’opposizione di centro-destra, raccolta intorno a Berlusconi, in sede di voto parlamentare accorda alla legge Maccanico una docile astensione» [p. 201]

Il giudizio non suoni eccessivamente severo: ricordo che la legge Maccanico sarà dichiarata incostituzionale dalla Corte con sentenza n. 466/2002.

4) La mancata approvazione, nelle due legislature a maggioranza di centrosinistra (1996-2001; 2006-2008), di una adeguata normativa antitrust e sul conflitto di interessi, tali da permettere un necessario aggiornamento delle regole sulla ineleggibilità e incompatibilità parlamentari.

Il lettore vorrebbe capire il senso (se ha un senso) di una simile strategia.

E cerca nelle pagine del libro di De Lucia la risposta adeguata, ma non la trova.

Al di là del generico richiamo alla politica della carota e del bastone, come costante nelle strategie della sinistra ex-comunista verso Berlusconi, il libro non si spinge.

Né soddisfa la chiosa finale secondo la quale

«al leader del Partito democratico l’assetto televisivo italiano in fondo pare andar bene così com’è, del resto proprio Veltroni è stato uno egli architetti del duopolio Rai-Mediaset, riunito ormai in un vero e proprio monopolio (“Raiset”)» [p. 208]

Il volume di De Lucia si chiude, così, con la ricostruzione di un gigantesco baratto che resta inesplicato.

E che molto di più assomiglia ad una resa senza condizioni del centrosinistra veltroniano al leader del principale partito della coalizione a lui avversa.

6.            L’affarista di potere e il funzionario comunista

Una volta letto il libro, ci si accorge che ad entrambi i suoi protagonisti De Lucia non fa sconto alcuno.
Di Silvio Berlusconi – fin dal primo capitolo, il più biografico – non si omette nulla.

La ricchezza iniziale dall’origine controversa, utilizzata in spericolati investimenti immobiliari (Milano2, Olbia2).

La minuscola Banca Rasini (dove lavora come funzionario il padre, Berlusconi senior) indicata come sportello del riciclaggio di denaro di Cosa Nostra nel nord Italia.

L’iscrizione alla Loggia P2.

Il liberismo a parole smentito dalla vocazione al trust, creato e difeso grazie all’inerzia legislativa.

Le enormi risorse economiche accumulate attraverso il monopolio del settore pubblicitario (vero hardcore di Fininvest).

L’indebitamento stimabile in circa 4.500 miliardi di lire che, unitamente all’avvio dell’inchiesta “Mani pulite”, lo induce a scendere in politica.

La capacità di ottenere sempre al momento giusto interventi legislativi ad hoc, dapprima per interposti partiti, ora direttamente in proprio.
Impressiona la perfetta simmetria tra le parole, le opere (e le omissioni) dell’imprenditore e del politico Berlusconi.

La Weltanschauung è sempre la stessa.

Il gradimento degli spettatori, come il voto degli elettori, legittima agli occhi del nostro l’aggiramento o la violazione delle regole  («è meglio avere una legge sulla televisione, o è meglio avere la televisione?» domanda sornione Berlusconi).

I pretori che “oscurano” le reti Fininvest, come i giudici che pretendono di processare il Presidente del Consiglio, indicati come faziosi Torquemada di cui il nostro è ovviamente una vittima, perseguitato come imprenditore prima, come politico poi.

Le procedure parlamentari piegate alla bisogna (con la complicità dei Presidenti d’Aula); il Governo amico che ricorre alla decretazione d’urgenza ed al voto di fiducia; l’aggiramento delle sentenze della Corte costituzionale: accade nel 1984-1985 (con i tre decreti in materia radiotelevisiva) non diversamente dal luglio 2008 (con il decreto legge che introduce il cd. lodo Alfano).

La situazione di fatto che diventa prassi e di cui la regola normativa deve limitarsi a prendere atto: vale per il monopolio di tre reti televisive private, come anche per l’enorme conflitto di interessi dell’attuale Presidente del Consiglio.
Berlusconi è Berlusconi.

E’ sempre stato così, suggerisce correttamente De Lucia.

Anche nel 1994 (aggiungo io, perché nel libro non viene ricordato), quando i Radicali gli fecero un’apertura di credito politico, ora fortunatamente ritirata.
Quanto a Veltroni, invece, De Lucia insiste molto – per amore di verità – sulla sua biografia di funzionario comunista.

Ad esempio, ricordandone l’intervista concessa all’Europeo nel 1989:

«Alla domanda se si consideri ancora comunista, il futuro segretario del Partito democratico risponde gonfiando il petto: “Certo. Io sono comunista.

Non ho nessuna abiura o nessuna abdicazione da fare rispetto alla storia di cui anch’io, nel mio piccolo, sono espressione.

Non c’è alcun elemento di trasformismo, insomma, e nessun imbarazzo a essere quello che sono”» [p. 148]

Non lo fa solo come contrappunto alle opposte recenti “prese di distanza” autobiografiche di Veltroni.

Gli serve, semmai, per poter assumere la categoria della cosidetta doppiezza togliattiana come chiave interpretativa delle strategie politiche veltroniane.

Doppiezza togliattiana: si tratta di una categoria molto impegnativa e a suo modo ricca di storia, che non saprei adoperare con proprietà.

Mi limito semplicemente a segnalare che, nella sua versione originaria, la doppiezza togliattiana ottenne (dal punto di vista dell’allora Segretario del PCI, s’intende) risultati anche epocali.

Nella più recente declinazione veltroniana, invece, approda a sconfitte pesanti nel settore radiotelevisivo (e non solo).

7.        Un libro obiettivo?

Questo, in conclusione, è Il baratto.

E’ un libro documentato? Certamente sì.

E’ un libro che merita la lettura? Certamente sì.

E’ un libro obiettivo?
La scelta di metodo fatta da De Lucia intende accreditarlo come tale: ricerca analitica delle fonti, tendenziale separazione del fatto narrato dal commento, riscontro scrupoloso del documento che avvalora gli snodi decisivi della ricostruzione proposta.
La premessa sottintesa è che la descrizione di un evento ha una sua verità, diversamente dalla valutazione dell’evento, inevitabilmente soggettiva.

L’assunto di partenza è che i fatti parlino da soli.

La regola di fondo è che la descrizione della realtà coglie il vero ed offre al lettore il dato da valutare in autonomia.

Secondo questa impostazione, la mediazione dell’Autore interviene solo in seconda battuta, come proposta interpretativa persuasiva proprio perché avvalorata dai dati raccolti.
Si tratta di un atteggiamento epistemologico di nobile tradizione.

Lo si ritrova nel cinema, nella letteratura, nella filosofia, nel giornalismo (la tradizione anglosassone del fatto separato dal commento; l’esperienza – non a caso – di Radio Radicale).
Tanto di cappello.

Eppure inviterei i lettori comunque al disincanto: perché anche il fatto non è mai un dato oggettivo, ma è sempre un accadimento problematico, suscettibile per questo di differenti interpretazioni.

Ce lo ricorda, in una delle sue indagini, il commissario Montalbano:

«Se uno, passando per una strada, vede un omo caduto sul marciapiede, istintivamente è portato a domandarsi: per quale motivo quest’uomo è caduto qui? Ma, sostiene Pessoa, questo è già un errore di ragionamento e quindi una possibilità di errore di fatto.

Quello che passava non ha visto l’uomo cadere lì, l’ha visto già caduto.

Non è un fatto che l’omo sia caduto in quel punto.

Quello che è un fatto è che egli si trova lì per terra.

Può darsi che sia caduto in un altro posto e l’abbiano trasportato sul marciapiede.

Può essere tante altre cose, sostiene Pessoa. (…) Poi gli tornò a mente un altro esempio che confortava il primo.

Sostiene Pessoa (…) che se un signore, mentre fuori piove e lui se ne sta in salotto, vede entrare nella camera un visitatore bagnato, inevitabilmente è portato a pensare che il visitatore sia con gli abiti zuppi d’acqua perché è stato sotto la pioggia.

Ma questo pensiero non può essere considerato un fatto, dato che il signore non ha visto con i suoi occhi il visitatore in strada sotto la pioggia.

Può darsi invece che gli abbiano rovesciato un catino pieno d’acqua dentro casa» [A. Camilleri, Sostiene Pessoa, in Id., Gli arancini di Montalbano, Mondadori, Milano 1999, p. 71-72].

Tratto da  http://www.radicali.it

di Andrea Pugiotto *

1.            Temerarietà

Per dirla con il dizionario, «temerario» è colui che non ha timori, che – magari per eccesso di ardimento – non si preoccupa dell’effettiva consistenza di un pericolo. Non conosco Michele De Lucia, eppure mi sono fatto l’idea che si tratti di un giovane temerario.

Solo un temerario, infatti, può accettare l’elezione a tesoriere di Radicali Italiani, certamente tra i lavori più usuranti sulla piazza. Solo un temerario può concorrere alla fondazione dell’associazione Anticlericale.net, in un paese come il nostro dove la sudditanza culturale alla Chiesa di Roma si spinge, con gli atei-devoti, all’incarnazione di un ossimoro.

Non stupisce, dunque, che De Lucia abbia scritto un libro temerario per una delle case editrici, la milanese Kaos, a sua volta  temeraria quant’altre mai. Non saprei definire altrimenti un editore che, tra le altre cose, pubblica le opere di autori irregolari (come Ernesto Rossi, Giorgio Galli, Sergio Flamigni); fa quella che una volta si sarebbe detta “controinformazione” su cose vaticane (con una collana titolata In nome di dio) o stampa documenti integrali (nella collana Dossier) utili per meglio farsi un’idea di snodi cruciali della recente storia italiana; edita la raccolta degli interventi parlamentari di deputati radicali (come Leonardo Sciascia, Enzo Tortora, Marco Pannella); dedica una collana (Dietro lo schermo della tv) per raccontare biografie non autorizzate di chi in televisione conta davvero o comunque ha potere (come Vespa, Costanzo, Baudo, Ferrara, Sgarbi).

Il baratto ed il suo Autore si trovano certamente a proprio agio – mi pare di poter dire -  in mezzo a questa libertaria compagnia.

2.        Cosa racconta il libro e come lo racconta

Di quale baratto si tratta (o, per meglio dire, baratti: sul preferibile uso del plurale tornerò dopo)? Il sottotitolo del volume ci aiuta come un navigatore satellitare: «Il PCI e le televisioni: le intese e gli scambi fra il comunista Veltroni e l’affarista Berlusconi negli anni Ottanta».

In realtà il libro copre un arco temporale più ampio: il decennio 1980-1990 è certamente il più scandagliato a fondo, ma l’indagine di De Lucia (o, per meglio dire, le sue ipotesi interpretative) si spingono fino ad includere l’esperienza del Berlusconi politico ed a lambire l’ultima campagna elettorale del 2008.

L’indagine muove – io credo – da un’intuizione di fondo. Quasi banale nella sua ovvietà, eppure ricca di potenzialità euristiche: la circostanza cronologica per cui, negli anni in cui Silvio Berlusconi costruisce il suo monopolio televisivo privato, il suo sparring-partner principale all’interno dell’allora PCI è sempre Walter Veltroni. Il quale – come ama dire – non sarà mai stato comunista, ma è certamente stato per lungo tempo vice e poi responsabile per il PCI del Dipartimento informazione e comunicazione di massa. E, in tale veste, ha partecipato in prima persona ad elaborare e gestire le strategie del suo partito in materia televisiva.

L’intuizione viene messa a valore attraverso una mole di informazioni che, con pazienza certosina, l’Autore ricava da fonti dirette: articoli di stampa (prevalentemente di area comunista: Unità, Rinascita, il periodico della corrente migliorista Il Moderno), dispacci ANSA, atti parlamentari, registrazioni di eventi conservate in quel formidabile pozzo di San Patrizio che è l’archivio audio (ora anche video) di Radio Radicale.

L’intervento di De Lucia su questi materiali è ridotto all’essenziale. La scelta medotologica è di ordinarli e di cucirli in sequenza secondo una linea cronologica, facendoli parlare direttamente senza interventi esegetici dell’Autore e riducendo al minimo le chiose a commento.

Tornerò, alla fine del mio intervento, su questa scelta di metodo. Aggiungo che in molti casi il libro riproduce la copia anastatica del documento citato, per assicurare l’autenticità della fonte e la veridicità dell’informazione. Lo fa soprattutto con i documenti – come dire? – più critici.

Giusto qualche esempio, per dare l’idea. La lettera con cui Berlusconi chiede al leader socialista Craxi di far bloccare un’imminente ispezione della Guardia di Finanza presso il suo gruppo (22 aprile 1980). Il rapporto della Criminalpol dove si parla delle relazioni pericolose tra Marcello Dell’Utri e il boss mafioso – ma elevato di recente al rango di eroe – Vittorio Mangano (13 aprile 1981). L’informativa della Guardia di Finanza sul ruolo di Silvio Berlusconi in un intenso traffico di stupefacenti dalla Sicilia al resto della penisola e oltralpe (30 maggio 1983). La sentenza della Corte d’Appello di Venezia che condanna Berlusconi per falsa testimonianza, avendo mentito – in tribunale e sotto giuramento – sulla data della sua affiliazione alla Loggia P2 (23 ottobre 1990). Il rapporto della polizia ticinese sul coinvolgimento di Berlusconi in attività di riciclaggio (13 settembre 1991).

Al lettore informato viene in mente una battuta del film Il caimano, quando Nanni Moretti – canticchiando un vecchio motivo, credo, di Adamo – si rivolge sarcastico alla giovane regista che gli propone un copione sull’ascesa imprenditoriale e politica di Silvio Berlusconi: «Si grazie, però guarda, un film su Berlusconi proprio no, tutti sanno già tutto su Berlusconi []. Chi voleva sapere sa. Per chi non vuole capire…Dai, cosa vuoi informare di più! Si sa tutto». E tuttavia, vedendo questi documenti uno dietro l’altro, in ordinata fila indiana, una certa inquietudine sale. Ed è indubbiamente un merito del libro (ri)metterli in circolo in un paese smemorato come il nostro.

Altrettanto vale per la ricca Appendice finale, che riproduce – come da titolo – una serie di «testuali parole» non agevolmente recuperabili altrove. Di questa appendice, raccomando la lettura di tre inediti assoluti.

Il primo inedito è la conferenza stampa di Berlusconi, rubricata da De Lucia con l’anacoluto L’anticomunista nella patria del comunismo, che illustra i contenuti dell’accordo – su cui tornerò – tra Fininvest e tv sovietica (4 maggio 1988).

Gli altri inediti sono i due minuetti tra Veltroni e Berlusconi, alla Festa dell’Unità di Milano (12 settembre 1986) e alla Commissione cultura della Camera in occasione dell’audizione del presidente Fininvest (13 aprile 1988): in entrambe le occasioni sembra di assistere – se mi si concede il gioco di parole – ad un Valzer Veltroni.

La narrazione dei fatti così confezionata dall’Autore suggerisce il consumarsi di più baratti tra il funzionario comunista e l’affarista di potere. Io ne ho contati almeno tre: un baratto riuscito; un baratto tentato, un baratto inesplicato.

3.        Il baratto riuscito

Il baratto riuscito è quello che si consuma tra il 1984 ed il 1985.

Ricostruiamone il contesto. Nell’agosto del 1984 il monopolio berlusconiano della tv privata è cosa fatta, con l’acquisto di Rete4 da Mondadori, che va ad aggiungersi a Canale5 e ad Italia1 già acquistato da Rusconi. E’ un trust cresciuto nell’illegalità: dal 1974 la Corte costituzionale (con la sentenza n. 226) ha liberalizzato le trasmissioni private via etere solamente in ambito locale, conservando il monopolio statale delle trasmissioni via etere su scala nazionale.

Per aggirare il divieto, le televisioni di Berlusconi ricorrono alla tecnica della cd. interconnessione: in pratica, la stessa trasmissione in precedenza videoregistrata, viene trasmessa sull’intero territorio nazionale attraverso la contemporanea messa in onda di identiche videocassette. L’anomalia di tale situazione di fatto, favorita dall’inerzia legislativa in materia ma comunque vietata dall’allora vigente codice postale, viene rilevata dalla Corte costituzionale e poi condannata da alcuni pretori (Torino, Roma, Pescara) che ordinano – si disse allora – di oscurare in ambito locale i relativi impianti televisivi privati. Oscurare un fico secco: in realtà i tre network nelle tre regioni interessate dai provvedimenti pretorili possono comunque trasmettere a livello locale; ciò che è vietato è l’escamotage adoperato. Ma il Mago di Arcore sa come trasformare ad arte la realtà. L’incantesimo ce lo ricorda De Lucia:

«La Fininvest mette in scena una specie di “serrata” per impressionare i telespettatori: in Piemonte, Lazio e Abruzzo gli schermi dei tre network di Berlusconi vengono oscurati con la scritta “Per ordine del pretore è vietata la trasmissione in questa città dei programmi di Canale5, Italia1 e Rete4 regolarmente in onda nel resto d’Italia”. Nelle altre regioni, la Fininvest scatena una martellante campagna di protesta televisiva, accusando la magistratura di un  “gravissimo attentato alle  libertà costituzionalmente garantite”, attentato “che provoca gravissimi danni alle emittenti commerciali e alle industrie utenti di pubblicità”. Questa demagogica campagna di Berlusconi contro l’inesistente “oscuramento” mira a provocare una rivolta dell’opinione pubblica, e a prevenire il peggio: se anche le Preture di altre regioni applicassero la legge, il monopolio televisivo della Fininvest crollerebbe in brevissimo tempo» [p. 85-86]

In soccorso all’amico Berlusconi interviene il Governo Craxi con un primo decreto legge nel 1984, bocciato però dal Parlamento perché ritenuto incostituzionale. Ne fa un secondo nel 1985, poi convertito in legge. Per entrambi i decreti legge (come per il terzo, che verrà emanato nel giugno 1985), si parlerà comunemente di decreti-Berlusconi: l’abitudine del nostro a servirsi di normative ad hoc ha radici lontane….

Vengo al punto. Carte alla mano, De Lucia argomenta come per la conversione in legge del secondo decreto si riveli decisivo l’atteggiamento parlamentare del PCI.

Come insegno ai miei studenti, il decreto legge è fonte dalla natura provvisoria: entra immediatamente in vigore ma va convertito dalle Camere entro 60 giorni. In caso contrario, decade e tutti i suoi effetti sono nulli, tamquam non essent (salvo sanatoria legislativa). Si poteva impedire la conversione in legge del secondo decreto Berlusconi? Si poteva. Con l’ostruzionismo parlamentare. Il termine di decadenza era così ravvicinato che sarebbe bastato niente per riuscirci: approvato alla Camera, il testo approda al Senato venerdì 1 febbraio e deve essere convertito entro la mezzanotte di lunedì 4 febbraio. E’ quanto tentano i parlamentari radicali, demoproletari, della sinistra indipendente, contando anche sul forte disagio politico della sinistra democristiana.

Il PCI no. Alla Camera rinuncia all’ostruzionismo. Sceglie la strada dell’opposizione duttile e morbida. Presenta emendamenti. Al Senato, dove il Governo Craxi pone la questione di fiducia, garantisce il numero legale delle sedute. Lascia l’aula del Senato al momento del voto, accertandosi però che la presenza del gruppo missino garantisca la regolarità della seduta.  Salva così le apparenze, assicurando nel contempo la conversione in extremis della normativa a salvataggio del monopolio Fininvest.

Perchè? Ciò a cui il PCI guarda con primario interesse è la rete pubblica, piuttosto che preoccuparsi dell’assetto della tv privata. Con DC e PSI – mentore l’allora ministro Gava (recentemente scomparso, ma già anche lui santo subito) – il PCI concorda il contenuto di alcuni emendamenti al decreto in conversione, che modificano i poteri di nomina al vertice della RAI: si tratta di un passaggio obbligato, per permettere al partito comunista di avere finalmente propri membri nel nuovo Consiglio di amministrazione della tv di Stato e – a seguire – un nuovo assetto che porti la Rete Tre ed il relativo tg nell’orbita di influenza del PCI.

Ecco il baratto:

«In cambio del controllo della Terza rete Rai con annesso “Tg3”, Veltroni garantisce che il suo partito permetterà alla maggioranza di approvare in tempo utile il decreto-Berlusconi; il Pci otterrà Rai3 attraverso alcune modifiche dei poteri di nomina al vertice della tv di Stato» [p. 95]

La cambiale verrà riscossa nel gennaio 1987, con la nomina di Angelo Guglielmi a direttore della terza rete e di Alessandro Curzi a direttore del relativo telegiornale. Un baratto riuscito.

4. Il baratto tentato

Il secondo scambio configura un baratto tentato (ma non riuscito), che si consuma nella seconda metà degli anni ottanta.

Di questa fase, il libro di De Lucia ci racconta alcune cose, meno note delle precedenti ma egualmente interessanti. Mettiamole in fila.

1) Il fallimento del progetto veltroniano di creare una rete di televisioni regionali in un grande network nazionale (Net). Fallimento cui segue la vendita a Fininvest di molte delle relative emittenti distribuite in giro per l’Italia. In tal modo, il PCI non finisce per alimentare la rete dei network berlusconiani?

2) Le frequenti inserzioni pubblicitarie di Fininvest pubblicate nel già citato Il Moderno. Alcune di queste pagine di pubblicità sono riprodotte nel volume, così come vengono ripresi articoli del periodico, invero più adatti ad un bollettino aziendale Fininvest:

«Il numero di febbraio de “il Moderno” (il mensile della corrente “migliorista” del Pci) scrive che “la Rivoluzione Berlusconi [è] di gran lunga la più importante, cui ancora qualcuno si ostina a non portare il rispetto che merita per essere stato il principale agente di modernizzazione, nelle aziende, nelle agenzie, nei media concorrenti. Una rivoluzione che ha trasformato Milano in capitale televisiva e che ha fatto nascere, oltre a una cultura pubblicitaria nuova, mille strutture e capacità produttive”» [p. 115]

Il punto è che Il Moderno non arriva a vendere 500 copie: a che pro, allora, investire risorse in una pubblicità priva di ritorni economici?

3) La trasferta in URSS di una delegazione comunista guidata dal compagno Gianni Cervetti (Capogruppo comunista al Parlamento europeo, Membro della Direzione del PCI, coordinatore milanese della corrente migliorista), con al seguito Canale5 che, la sera del 18 aprile 1987, trasmette da Mosca un’epica puntata del Maurizio Costanzo Show (tra gli ospiti: un membro del Comitato centrale del PCUS, il viceministro della tv sovietica, una ballerina del Bolshoi, un astronauta sovietico, naturalmente il compagno Cervetti).

4) Il contratto stipulato tra la tv di stato sovietica e Publitalia, che diventa così la concessionaria esclusiva per le inserzioni pubblicitarie di tutte le aziende europee sulla televisione sovietica. La conferenza stampa del 4 maggio 1988, con cui Berlusconi annuncia il clamoroso accordo, è interamente trascritta nell’appendice del volume. Come è anche riprodotto nel libro l’incredibile manifesto, realizzato in puro stile da realismo sovietico, che celebra l’evento.

Questi i fatti. Osserva, in merito, De Lucia:

«La sbalorditiva intesa fra Berlusconi e il Partito comunista sovietico solleva varie domande, che restano tutte senza risposta. Perché l’acerrimo anticomunista Berlusconi fa affari con la patria del comunismo? Per quali strade il presidente della Fininvest è arrivato fino a Mosca? Chi ha fatto da trait d’union fra Berlusconi e il Pcus? Perché il Pci ha dato il benestare (impensabile un affare del genere senza il placet di Botteghe Oscure), incrementando ulteriormente il già enorme potere del monopolista della tv privata in Italia? E se è così, in cambio di cosa il partito del compagno Veltroni ha permesso all’ex piduista 1816 di incassare miliardi dall’Urss e di acquisire prestigio sulla scena internazionale?» [p. 138]

Anche il lettore si pone un interrogativo. Se il baratto è uno scambio diretto di un bene o di un servizio tra due parti, entrambe devono ricavarne un utile. Quale sia stato il ritorno per le aziende di Silvio Berlusconi è evidente. Ma quale sarebbe stato il tornaconto per il partito di Veltroni?

Certamente un flusso di finanziamento illegale a favore del PCI: le spese per la pubblicità ospitata da Il Moderno mascheravano contributi illeciti alla corrente migliorista. In tal senso vanno le testimonianze dei responsabili del periodico e del compagno Greganti, citate nel volume, nonché gli esiti del processo di “Mani pulite” per le tangenti della Metropolitana milanese. Ma la domanda attiene alla strategia di fondo del PCI. De Lucia, tra le righe, avanza un’ipotesi. Il nemico reale di Berlusconi è sempre stato il mercato, alle cui regole si è sistematicamente sottratto bussando alla porta della politica. Il PCI lo sa e tenta di accreditarsi come sponda più solida e fruttuosa di quanto possano esserlo i tradizionali padrini politici di Berlusconi, PSI in testa. Magari contando di ottenere in cambio dalla Fininvest (che si avvia ad avere la diretta televisiva) la direzione di uno dei suoi tre telegiornali.

E’ la ripetizione dello schema già proficuamente seguito sul versante RAI, a suggello così di una pax televisiva utile a tutti. A tutti, tranne al pluralismo dell’informazione, soffocato da un duopolio complementare, consociativo, non concorrenziale.

Alla resa dei conti, si tratta di una strategia che non assegnerà al PCI alcun serio dividendo. Basta guardare agli eventi successivi. L’acquisto della Mondadori nel 1989 (che, in quel momento, significa l’acquisizione anche del gruppo Caracciolo-L’Espresso). L’approvazione della legge Mammì nel 1990 (benché incostituzionale, come sancirà la sentenza n. 420/1994 della Corte). Sono tutte operazioni condotte in tandem con le forze del pentapartito.

Quando poi le televisioni Fininvest cominciano a trasmettere i telegiornali nazionali in diretta, l’affermazione programmatica di Fedele Confalonieri è inequivoca: «La nostra informazione sarà omogenea al mondo che vede nei Craxi, nei Forlani e negli Andreotti, l’accettazione della libertà». Infatti alla direzione dei tg berlusconiani andranno giornalisti comunque riconducibili a quella area politica (Mentana, Fede, Liguori).

Così come, in tutte le consultazioni elettorali (europee, nazionali, amministrative) svoltesi in quegli anni, Fininvest – grazie alla trasmissione di spot elettorali, preclusi alla RAI – agevolerà sempre candidati e partiti del CAF. Un baratto tentato, dunque, ma non riuscito (al PCI).

5.        Il baratto inesplicato

Il libro, infine, ci racconta di un terzo baratto che, in realtà, tale non è. Ripeto: un baratto distribuisce vantaggi ad entrambi i barattieri. Qui, invece, il lettore assiste a regali unilaterali a favore dell’affarista Berlusconi, ora “sceso in campo” personalmente con un proprio partito.

Sono gli anni che vanno dal 1984 ad oggi. E’ in questo arco cronologico che De Lucia ripercorre alcune opzioni politiche tutte favorevoli all’imprenditore e politico Berlusconi, tutte compiute dal centrosinistra (di cui Veltroni è soggetto di primo piano, come vicepresidente del governo Prodi I prima, come segretario DS poi).

Il catalogo è questo.

1) Il voto nella Giunta per le elezioni della Camera dei deputati nel 1994 (a maggioranza centrodestra) e nel 1996 (a maggioranza centrosinistra) sui ricorsi contro l’eleggibilità di Silvio Berlusconi per incompatibilità con il mandato parlamentare (in quanto soggetto beneficiario di concessioni pubbliche in materia televisiva). In entrambe le occasioni i parlamentari del PDS-DS votano contro la fondatezza dei ricorsi, garantendo così il seggio al leader di Forza Italia.

2) La campagna referendaria della primavera 1995 avente ad oggetto alcuni quesiti abrogativi di norme della legge Mammì, promossa da settori non parlamentari della sinistra. Campagna referendaria cui il PDS finirà per aderire, ma con scarsa convinzione (fino all’ultimo cercherà di evitare il voto popolare tentando un accordo parlamentare su una nuova legge) e con scarsa mobilitazione (alle urne si recherà solo il 55% degli elettori; i no vinceranno con lo scarto abissale di 3.737.000 voti).

3) L’approvazione, nel 1997, della legge Maccanico di riforma del sistema televisivo. Osserva De Lucia:

«La normativa è l’approdo di dieci mesi di trattative politiche fra il governo Prodi-Veltroni e il titolare del partito-azienda nonché capo dell’opposizione parlamentare. La “riforma” è un nuovo baratto, un altro pasticcio partitocratico confezionato per aggirare le misure antitrust, una operazione di pura cosmesi: istituisce una Authority per le telecomunicazioni (lottizzata fra i partiti, compreso quello berlusconiano), e stabilisce che Mediaset trasferisca dall’etere al satellite una delle sue tre reti (Rete4), ma ciò avverrà solo quando le stessa Authority accerterà che in Italia la diffusione di antenne paraboliche sia congrua…E’ una nuova sceneggiata, una riforma che non riforma niente: infatti l’opposizione di centro-destra, raccolta intorno a Berlusconi, in sede di voto parlamentare accorda alla legge Maccanico una docile astensione» [p. 201]

Il giudizio non suoni eccessivamente severo: ricordo che la legge Maccanico sarà dichiarata incostituzionale dalla Corte con sentenza n. 466/2002.

4) La mancata approvazione, nelle due legislature a maggioranza di centrosinistra (1996-2001; 2006-2008), di una adeguata normativa antitrust e sul conflitto di interessi, tali da permettere un necessario aggiornamento delle regole sulla ineleggibilità e incompatibilità parlamentari.

Il lettore vorrebbe capire il senso (se ha un senso) di una simile strategia. E cerca nelle pagine del libro di De Lucia la risposta adeguata, ma non la trova. Al di là del generico richiamo alla politica della carota e del bastone, come costante nelle strategie della sinistra ex-comunista verso Berlusconi, il libro non si spinge. Né soddisfa la chiosa finale secondo la quale

«al leader del Partito democratico l’assetto televisivo italiano in fondo pare andar bene così com’è, del resto proprio Veltroni è stato uno egli architetti del duopolio Rai-Mediaset, riunito ormai in un vero e proprio monopolio (“Raiset”)» [p. 208]

Il volume di De Lucia si chiude, così, con la ricostruzione di un gigantesco baratto che resta inesplicato. E che molto di più assomiglia ad una resa senza condizioni del centrosinistra veltroniano al leader del principale partito della coalizione a lui avversa.

6.            L’affarista di potere e il funzionario comunista

Una volta letto il libro, ci si accorge che ad entrambi i suoi protagonisti De Lucia non fa sconto alcuno.

Di Silvio Berlusconi – fin dal primo capitolo, il più biografico – non si omette nulla. La ricchezza iniziale dall’origine controversa, utilizzata in spericolati investimenti immobiliari (Milano2, Olbia2). La minuscola Banca Rasini (dove lavora come funzionario il padre, Berlusconi senior) indicata come sportello del riciclaggio di denaro di Cosa Nostra nel nord Italia. L’iscrizione alla Loggia P2. Il liberismo a parole smentito dalla vocazione al trust, creato e difeso grazie all’inerzia legislativa. Le enormi risorse economiche accumulate attraverso il monopolio del settore pubblicitario (vero hardcore di Fininvest). L’indebitamento stimabile in circa 4.500 miliardi di lire che, unitamente all’avvio dell’inchiesta “Mani pulite”, lo induce a scendere in politica. La capacità di ottenere sempre al momento giusto interventi legislativi ad hoc, dapprima per interposti partiti, ora direttamente in proprio.

Impressiona la perfetta simmetria tra le parole, le opere (e le omissioni) dell’imprenditore e del politico Berlusconi. La Weltanschauung è sempre la stessa. Il gradimento degli spettatori, come il voto degli elettori, legittima agli occhi del nostro l’aggiramento o la violazione delle regole  («è meglio avere una legge sulla televisione, o è meglio avere la televisione?» domanda sornione Berlusconi). I pretori che “oscurano” le reti Fininvest, come i giudici che pretendono di processare il Presidente del Consiglio, indicati come faziosi Torquemada di cui il nostro è ovviamente una vittima, perseguitato come imprenditore prima, come politico poi. Le procedure parlamentari piegate alla bisogna (con la complicità dei Presidenti d’Aula); il Governo amico che ricorre alla decretazione d’urgenza ed al voto di fiducia; l’aggiramento delle sentenze della Corte costituzionale: accade nel 1984-1985 (con i tre decreti in materia radiotelevisiva) non diversamente dal luglio 2008 (con il decreto legge che introduce il cd. lodo Alfano). La situazione di fatto che diventa prassi e di cui la regola normativa deve limitarsi a prendere atto: vale per il monopolio di tre reti televisive private, come anche per l’enorme conflitto di interessi dell’attuale Presidente del Consiglio.

Berlusconi è Berlusconi. E’ sempre stato così, suggerisce correttamente De Lucia. Anche nel 1994 (aggiungo io, perché nel libro non viene ricordato), quando i Radicali gli fecero un’apertura di credito politico, ora fortunatamente ritirata.

Quanto a Veltroni, invece, De Lucia insiste molto – per amore di verità – sulla sua biografia di funzionario comunista. Ad esempio, ricordandone l’intervista concessa all’Europeo nel 1989:

«Alla domanda se si consideri ancora comunista, il futuro segretario del Partito democratico risponde gonfiando il petto: “Certo. Io sono comunista. Non ho nessuna abiura o nessuna abdicazione da fare rispetto alla storia di cui anch’io, nel mio piccolo, sono espressione. Non c’è alcun elemento di trasformismo, insomma, e nessun imbarazzo a essere quello che sono”» [p. 148]

Non lo fa solo come contrappunto alle opposte recenti “prese di distanza” autobiografiche di Veltroni. Gli serve, semmai, per poter assumere la categoria della cd. doppiezza togliattiana come chiave interpretativa delle strategie politiche veltroniane. Doppiezza togliattiana: si tratta di una categoria molto impegnativa e a suo modo ricca di storia, che non saprei adoperare con proprietà. Mi limito semplicemente a segnalare che, nella sua versione originaria, la doppiezza togliattiana ottenne (dal punto di vista dell’allora Segretario del PCI, s’intende) risultati anche epocali. Nella più recente declinazione veltroniana, invece, approda a sconfitte pesanti nel settore radiotelevisivo (e non solo).

7.        Un libro obiettivo?

Questo, in conclusione, è Il baratto. E’ un libro documentato? Certamente sì. E’ un libro che merita la lettura? Certamente sì. E’ un libro obiettivo?

La scelta di metodo fatta da De Lucia intende accreditarlo come tale: ricerca analitica delle fonti, tendenziale separazione del fatto narrato dal commento, riscontro scrupoloso del documento che avvalora gli snodi decisivi della ricostruzione proposta.

La premessa sottintesa è che la descrizione di un evento ha una sua verità, diversamente dalla valutazione dell’evento, inevitabilmente soggettiva. L’assunto di partenza è che i fatti parlino da soli. La regola di fondo è che la descrizione della realtà coglie il vero ed offre al lettore il dato da valutare in autonomia. Secondo questa impostazione, la mediazione dell’Autore interviene solo in seconda battuta, come proposta interpretativa persuasiva proprio perché avvalorata dai dati raccolti.

Si tratta di un atteggiamento epistemologico di nobile tradizione. Lo si ritrova nel cinema (il neorealismo), nella letteratura (il verismo), nella filosofia (il positivismo), nel giornalismo (la tradizione anglosassone del fatto separato dal commento; l’esperienza – non a caso – di Radio Radicale).

Tanto di cappello. Eppure inviterei i lettori comunque al disincanto: perché anche il fatto non è mai un dato oggettivo, ma è sempre un accadimento problematico, suscettibile per questo di differenti interpretazioni. Ce lo ricorda, in una delle sue indagini, il commissario Montalbano:

«Se uno, passando per una strada, vede un omo caduto sul marciapiede, istintivamente è portato a domandarsi: per quale motivo quest’uomo è caduto qui? Ma, sostiene Pessoa, questo è già un errore di ragionamento e quindi una possibilità di errore di fatto. Quello che passava non ha visto l’uomo cadere lì, l’ha visto già caduto. Non è un fatto che l’omo sia caduto in quel punto. Quello che è un fatto è che egli si trova lì per terra. Può darsi che sia caduto in un altro posto e l’abbiano trasportato sul marciapiede. Può essere tante altre cose, sostiene Pessoa. (…) Poi gli tornò a mente un altro esempio che confortava il primo. Sostiene Pessoa (…) che se un signore, mentre fuori piove e lui se ne sta in salotto, vede entrare nella camera un visitatore bagnato, inevitabilmente è portato a pensare che il visitatore sia con gli abiti zuppi d’acqua perché è stato sotto la pioggia. Ma questo pensiero non può essere considerato un fatto, dato che il signore non ha visto con i suoi occhi il visitatore in strada sotto la pioggia. Può darsi invece che gli abbiano rovesciato un catino pieno d’acqua dentro casa» [A. Camilleri, Sostiene Pessoa, in Id., Gli arancini di Montalbano, Mondadori, Milano 1999, p. 71-72].


NOTE

* Il testo riproduce l’intervento orale svolto alla presentazione dell’omonimo libro tenutasi a Ferrara (Biblioteca Ariostea, Sala Agnelli) il 17 settembre 2008, con la partecipazione di Michele De Lucia (Tesoriere di Radicali Italiani), Gian Pietro Testa (Giornalista), Mario Zamorani (Segretario dell’Associazione Radicali Ferrara).

Leader SUVietico a bordo!

24 aprile 2010

Il Baratto: Berlusconi e la finta “sinistra” dagli anni ’80 a oggi

24 aprile 2010

Brano tratto da il libro di Michele De Lucia Il Baratto 2008, Kaos edizioni, Milano

Cronologia

1974

1974, luglio: la Corte costituzionale conferma il monopolio statale delle teletrasmissioni via etere (p. 25)

1974, settembre: a Segrate (Milano) entra in funzione la tv condominiale Telemilano, che trasmette informazioni di servizio via cavo agli abitanti di Milano 2 (p. 26).

1975

1975, notte fra il 1° e il 2 novembre: viene assassinato Pier Paolo Pasolini.

1976

1976, giugno, elezioni politiche: Telemilano fa propaganda per Roberto Mazzotta e Massimo De Caro­lis (destra Dc) e per Bettino Craxi (p. 27).

1976, 15 luglio: Craxi diventa segretario del Psi. La Corte costituzionale ribadisce il monopolio Rai, ma dichiara legittime anche le tv private purché trasmettano solo in ambito locale (p. 27).

1976, 21 dicembre: finanziati da Berlusconi, 17 deputati e 8 senatori del Movimento sociale italiano lasciano il partito e fondano Democrazia nazionale (p. 28).

1978

1978, 26 gennaio: Berlusconi formalizza la sua affiliazione alla Loggia massonica segreta Propaganda 2 (P2) (p. 29).

1978, 16 marzo: le Brigate Rosse rapiscono Aldo Moro.

1978, 8 giugno: due fiduciarie della Banca Nazionale del Lavoro infiltrata dalla P2 fondano, per conto di soci anonimi, la Fininvest Roma s.r.l. (p. 31).

1979

1979, 20 marzo: assassinio del giornalista Mino Pecorelli.

1979, 4 agosto: primo governo Cossiga, comprendente 2 ministri e 3 sottosegretari che risulteranno i­scritti alla P2 (p. 31).

1979, 12 novembre: la Fininvest origina canale 5 s.r.l. (pp 31 – 32).

1979, 15 dicembre: cominciano le trasmissioni di Rai 3 (p. 32).

1980

1980: per aggirare il Codice postale e la sentenza 202 della Corte costituzionale, Berlusconi fa tra­smettere a ciascuna tv locale del network Fininvest, con minime differenze di orario rispetto alle altre, gli stessi programmi di Telemilano-Canale 5 e la stessa pubblicità (p. 43).

1980, 4 aprile e 18 ottobre: nel secondo governo Cossiga e nel successivo governo Forlani ci sono 6 mi­nistri e 10 sottosegretari affiliati alla P2 (p. 44).

1980, 22 aprile: Berlusconi scrive a Bettino Craxi per chiedergli di fermare una imminente ispezione della Guardia di finanza al gruppo Fininvest (p. 44).

1980: diretta da Walter Veltroni nasce la Net – Nuova emittenza televisiva , una catena di 18 tv gesti­ta da esponenti della Fgci romana (pp 44 – 46).

1980, 31 ottobre: il Banco Ambrosiano (controllato dalla P2 e in rapporti con lo Ior, l’Istituto opere di religione, la banca vaticana, e con quasi tutti i partiti, compreso il Pci) fa un primo accredito di 3,5 mi­lioni di dollari sul conto cifrato svizzero Protezione (p. 46).

1980, 20 novembre: la Fininvest si assicura i diritti televisivi europei del Mundialito, un torneo calci­stico internazionale organizzato a Montevideo dalla giunta militare che ha preso il potere in Uruguay con un sanguinoso colpo di Stato.

Il venerabile Licio Gelli è di casa a Montevideo, e in Italia la P2 si a­dopera affinché Canale 5 possa utilizzare il satellite Rai per la teletrasmissione in diretta del­le partite.

Mentre prende il via una campagna di stampa contro la Rai, accusata di voler impedire agli sportivi ita­liani di assistere al torneo…, il governo Forlani (formato dalla destra Dc e dal Psi craxiano) sollecita la tv di Stato a comperare dalla Fininvest i diritti televisivi europei del Mundialito

L’accordo Fininvest-Rai rompe di fatto il monopolio della tv di Stato e in pratica legittima il network di Berlusco­ni…

Il Partito comunista sembra inconsapevole della pericolosità di quanto sta capitando nell’etere, e delle gravi implicazioni della scalata berlusconiana, che prosegue senza sosta e senza regole.

A proposito del­la vicenda del Mundialito, il Pci si limita a parlare di pessima figura che hanno già fatto dinanzi a tut­ta Europa sia la Rai sia il governo italiano… consentendo l’uso del satellite a un costruttore edile [sic!, nota di De Lucia] il cui stesso diritto a occupare frequenze è, in assenza di una regolamentazione legi­slativa, assai opinabile [sic!, nota di De Lucia]” (Rinascita, 9 gennaio 1981) (pp 47 – 48).

1981

1981, 13 aprile: in un rapporto della Criminalpol di Milano sulle propaggini mafiose in Lombardia de­dite al riciclaggio di capitali sporchi, la polizia menziona il mafioso siciliano Vittorio Mangano e il paler­mitano Marcello Dell’Utri (p. 53).

1981, 20 maggio: scoppia lo scandalo P2, con la divulgazione dell’elenco degli affiliati alla loggia mas­sonica segreta (in base ai documenti sequestrati poche settimane prima dalla magistratura milanese a Licio Gelli) (p. 55).

1981, 21 luglio: la Corte costituzionale, con una nuova sentenza in materia televisiva, conferma la le­gittimità del monopolio nazionale Rai e ribadisce la limitazione all’ambito esclusivamente locale dell’e­mittenza privata (p. 56).

1982

1982, gennaio: l’editore Rusconi vara il network Italia 1 (18 emittenti associate) e l’editore Mondadori il network Retequattro (23 emittenti) che cominciano a trasmettere programmi e spot pubblicitari a li­vello nazionale seguendo la tecnica del network di Berlusconi (p. 61).

1982, 1° febbraio: la Rai-tv (che finora non ha osteggiato Canale 5, anzi lo ha legittimato) inoltra alla magistratura romana un ricorso d’urgenza contro i tre network che trasmettono a livello nazionale vio­lando le sentenze della Corte costituzionale (p. 61).

1982, 10 ottobre: a Milano, durante un convegno sull’emittenza televisiva privata organizzato dal Psi, i craxiani rivolgono un minaccioso avvertimento agli editori Rusconi e Mondadori: il Partito socialista pretenderà che la futura legge di regolamentazione dell’emittenza tv vieti alle case editrici di giornali il possesso di reti televisive (p. 65).

1982, novembre: Edilio Rusconi vende alla Fininvest il network Italia 1. “Canale 5 fruiva di un flusso di denaro illimitato,” dirà poi Rusconi, “e noi non potevamo fare concorrenza all’illimitato(p. 65).

Intanto il Pci annuncia che in Emilia Romagna sta per nascere una emittente televisiva del partito so­stenuta dall’azionariato popolare, e che sono in corso “iniziative analoghe in altre regioni.” L’iniziativa, precisano i comunisti, arriva a conclusione di una fase di incertezza – nostra – sul fronte del rapporto pubblico e privato.

È una nuova tappa del progetto Net – Nuova emittenza televisiva, il circuito di tv lo­cali del partito (o filocomuniste) diretto a Roma dal compagno Veltroni… (pp 65 – 66).

1983

1983, marzo: parlando al XVI Congresso del Partito comunista italiano, Enrico Berlinguer dichiara “e­saurita la spinta propulsiva di una esperienza storica del socialismo, quella contrassegnata dal modello politico, statale e ideologico realizzato nellUnione Sovietica.”

A 28 anni, Walter Veltroni entra nel Co­mitato centrale del Pci e viene nominato responsabile della sezione Comunicazioni di massa del Dipar­timento propaganda e informazione (pp 67 – 68).

Mentre Canale 5 spopola, il compagno Veltroni ha occhi solo per la Rai, e dice di temere che il servizio pubblico venga “pesantemente ridimensionato.”

Certo, “noi comunisti non vogliamo partecipare alla spartizione dei posti,” ma il fatto è che “un preoccupante silenzio dei partiti di maggioranza sui proble­mi della Rai sembra accompagnare l’accentuarsi delle gravi difficoltà dell’ente radiotelevisivo.

Il re­sponsabile delle Comunicazioni di massa del Pci è categorico: “È necessario sganciare la Rai dal control­lo dei partiti, e renderne funzionante il consiglio di amministrazione.

È come se l’esperto tv del Pci non capisca che Dc e Psi (i partiti-padroni della tv di Stato) mantengo­no volutamente la Rai in una situazione di precarietà per permettere alle tv berlusconiane di consoli­darsi come monopolio privato.

Da giovane politicante di belle speranze, il compagno Walter non esplici­ta quello che è il vero obiettivo della martellante offensiva polemico-propagandistica del partito: il terzo canale della Rai per i comunisti, un telegiornale controllato dal Pci, così come la Dc controlla Rai 1 e il Tg1 e il Psi Rai 2 e il Tg2 (p. 74).

1984

1984, 19 gennaio: la magistratura di Genova condanna la Fininvest per violazione della norma del Co­dice postale e delle telecomunicazioni che continua a riservare alla sola tv di Stato il diritto di trasmet­tere a livello nazionale…

Ma l’esperto televisivo del Pci è troppo impegnato sul fronte della tv pubblica, per occuparsi dell’emittenza privata: Occorre ripristinare la distinzione tra governo e gestione della Rai,” dichiara Veltroni al settimanale comunista Rinascita il 3 febbraio, “che si è offuscata, in questi anni, nella pratica di un consiglio di amministrazione che ha dilatato a dismisura le sue funzioni.”

Quello comunista è un martello che batte ossessivo soprattutto sul chiodo della tv di Stato (p. 77).

1984, 7 giugno: muore Enrico Berlinguer.

1984, fine luglio: il pretore di Roma condanna i network Canale 5 e Retequattro per violazione della norma che vieta alle tv private di superare l’ambito locale.

1984, fine agosto: la Fininvest compra dalla Mondadori il network Retequattro… Il deficit accumulato da Retequattro per reggere la concorrenza col doppio network berlusconiano era così oneroso che stava mettendo a repentaglio la stessa Mondadori.

Testimonierà il politologo Giorgio Galli: Berlusconi era un competitore di tipo molto particolare. Me ne parlò Mario Formenton [presidente della Mondadori, nota di De Lucia] quando l’avventura di Retequattro volgeva ormai alla fine. Disse che il suo [di Formenton, nota di De Lucia] grande errore era stato quello di non avere compreso subito quanto grande fosse la sproporzione di risorse finanziarie tra la Mondadori e la Fininvest.

Secondo lui, quella berlusconiana non era solo una holding di gestione televisiva: disponeva di fondi praticamente illimitati e di origine o­scura… (p. 80).

1984, settembre: in un salotto di piazza Navona, Achille Occhetto (responsabile del settore Stampa e propaganda del Pci) e il suo vice, Walter Veltroni, incontrano in segreto Silvio Berlusconi per discutere di televisioni (pp 83 – 84).

1984, 16 ottobre: il pretore di Torino dispone la disattivazione e il sequestro degli impianti di intercon­nessione dei tre network Fininvest in Piemonte.

Analogo provvedimento adottano il pretore di Roma e quello di Pescara nelle rispettive regioni (p. 85).

1984, 20 ottobre: con un decreto legge, il governo Craxi autorizza provvisoriamente le trasmissioni a carattere nazionale dei network Fininvest “fino all’approvazione della nuova disciplina del settore ra­diotelevisivo, e comunque per non oltre un anno da oggi” (p. 86).

All’inizio di dicembre, mentre la Fininvest diffonde un sondaggio secondo il quale il 92% degli Italiani sarebbe favorevole alla libertà di antenna senza limitazioni di nessun genere, la magistratura romana e quella torinese rinnovano il provvedimento di sequestro degli impianti di interconnessione dei tre net­work di Berlusconi, con la concreta prospettiva che ciò accada, a catena, anche nelle altre regioni.

La Fi­ninvest grida alla persecuzione, il Psi e la destra Dc attaccano la magistratura, il Pci fa l’equilibrista per bocca del compagno Veltroni: Appare ora ancora più urgente la sollecita approvazione di norme che regolamentino il settore e consentano l’esistenza, in un regime di pluralismo, dell’emittenza pubblica e privata.

Il presidente del Consiglio Craxi intende salvare il suo amico Berlusconi a tutti i costi, il Pci vuole ap­profittare della situazione per ottenere la Terza rete Rai e qualche altro beneficio.

Ed ecco allora che tra la Dc, il Psi e il Pci comincia una febbrile trattativa “riservata”, una corsa contro il tempo.

L’intesa di massima, alla fine, viene trovata: è un vero e proprio baratto da mercanti del potere, un baratto che per il Pci ha il pregio aggiuntivo di salvare le apparenze. (Ma il quotidiano La Repubblica dell’8 dicembre 1984 scrive di accordo Dc-Pci.”)

Il 5 dicembre il governo Craxi vara un secondo decreto-Berlusconi, che contiene la sintesi della tratta­tiva partitocratica: insieme al salvataggio del monopolio berlusconiano, stabilisce infatti una nuova nor­mativa per il vertice della Rai-tv che asseconda in buona parte le richieste del compagno Veltroni; è il primo passo del percorso che porterà il Pci a impossessarsi della Terza rete della tv pubblica.

In sostan­za il secondo decreto-Berlusconi, frutto di un baratto partitico, è la base di una nuova spartizione dell’e­tere pubblico fra i tre maggiori partiti: Dc, Pci e Psi (pp 90 – 91).

1985

Il 10 gennaio 1985 la trattativa per il baratto entra nella fase finale: si incontrano un rappresentante del governo, alcuni della maggioranza, e il responsabile delle comunicazioni di massa del Pci Walter Veltroni…

In cambio del controllo della Terza rete Rai con annesso Tg3, Veltroni garantisce che il suo partito permetterà alla maggioranza di approvare in tempo utile il decreto-Berlusconi; il Pci otterrà Rai 3 attraverso alcune modifiche dei poteri di nomina al vertice della tv di Stato.

È probabile che, in contemporanea con la trattativa partitica, sia in corso (o sia già avvenuta, o stia per aprirsi) anche una trattativa riservata Pci-Berlusconi di tipo affaristico-televisivo.

Lo racconterà anni dopo il funzionario comunista Primo Greganti, amministratore del partito a Torino:

Siamo negli anni compresi tra il 1982 e il 1987… Lì [a Torino] avevamo messo in piedi una televisione, Videouno, e l’avevamo fatta diventare una televisione regionale.

Poi c’era stato il progetto di legarla ad altre emittenti per creare una rete nazionale [Net, nota di De Lucia][Ma a un certo punto il sistema ra­diotelevisivo del Pci è entrato in crisi] perché è fallito il disegno di unificazione nazionale.

Ed è fallito per tre motivi.

Primo, perché non avevamo le risorse finanziarie necessarie.

Secondo, perché la legislazio­ne ha sempre penalizzato le emittenti locali.

Terzo, perché al nostro interno c’era qualche ingenuità di troppo… Alla fine Berlusconi ha comprato alcune delle nostre reti, in giro per l’Italia, a mano a mano che sono entrate in crisi (David Grieco, Parla Greganti, Bompiani, 1995, pp 133 – 134).

Dunque il Pci non solo non ha contrastato con la necessaria fermezza il nascente monopolio berlusco­niano della tv privata; non solo si appresta a legittimarlo permettendone il salvataggio a mezzo decreto-legge; ma addirittura lo alimenta vendendo emittenti locali del partito proprio alla Fininvest (pp 95 – 96).

Con gli estratti da Il Baratto dobbiamo fermarci qui.

Non solo per correttezza, ma perché speriamo che la curiosità, da noi inappagata, di sapere come il baratto sia continuato negli anni successivi (e prosegua ancora oggi) induca il visitatore di questa pagina ad acquistare il volume e a leggerselo tutto d’un fiato come abbiamo fatto noi.

Per poi rileggerlo, magari (come noi stiamo facendo) perché Il Baratto non è so­lo una miniera di dati di straordinaria importanza per comprendere la vera storia d’Italia degli ultimi venticinque anni: è anche una sorta di matrioska (la bambola russa che ne contiene molte altre, via via più piccole) che all’interno offre altri libri al lettore non disattento – via via più cifrati” e “fra le righesu persone, pubblicazioni, istituzioni e avvenimenti che non meno (o forse addirittura più) di Walter To­gliattino Veltroni hanno contribuito a fare del Piccì-Pidièsse-Dièsse-Pidì la finta “sinistra” che oggi è sot­to gli occhi di chiunque desista dal restare cieco.

Un esempio? I brani in cui si accenna alla “destra tecnocratica e filo-craxiana del partito comunista, guidata da Giorgio Napolitano…”

Eccoli:

Ad aprile del 1985 esce a Milano il primo numero de Il Moderno, mensile (poi settimanale) della cor­rente “migliorista” del Pci (cioè la destra tecnocratica e filo-craxiana del partito, guidata da Giorgio Na­politano).

Animato da Gianni Cervetti… all’insegna dello slogan l’innovazione nella società, nell’econo­mia, nella cultura” (p. 104).

Intanto a Milano il numero di febbraio 1986 de Il Moderno (il mensile della corrente “migliorista” del Pci) scrive che “la rivoluzione Berlusconi [è] di gran lunga la più importante, cui ancora qualcuno si o­stina a non portare il rispetto che merita per essere stato il principale agente i modernizzazione, nelle aziende, nelle agenzie, nei media concorrenti.

Una rivoluzione che ha trasformato Milano in capitale te­levisiva e che ha fatto nascere, oltre a una cultura pubblicitaria nuova, mille strutture e capacità pro­duttive” (p. 115).

Il numero di aprile 1987 del mensile comunista Il Moderno esce con un’intera pagina pubblicitaria della Fininvest.

È la prima di una lunga serie di inserzioni pubblicitarie dalla misteriosa utilità per l’in­serzionista, dato che il giornale è semi-clandestino e vende meno di 500 copie…

Intanto uno dei fondato­ri del Moderno, l’onorevole Gianni Cervetti, alla metà di aprile è di nuovo a Mosca…

E il 18 aprile l’a­genzia Ansa da Mosca informa che in Urss, insieme al compagno Cervetti, c’è anche Canale 5… (pp 126 – 127).

Nello stesso mese di febbraio 1988 la destra del Pci, attraverso Il Moderno, difende il monopolio priva­to Fininvest polemizzando col compagno Veltroni…

Poi il giornale della destra comunista inneggia al miracolo imprenditoriale di Berlusconi, proiettato anche all’estero (pp 136 - 137).

A giugno 1989 il settimanale comunista Il Moderno pubblica un megaservizio su Giocare al calcio a Milano.

Con un panegirico sul Berlusconi miracoloso presidente milanista che ha cambiato tutto: ades­so la sua squadra è una vera e propria azienda,” e così via.

Il giornale della corrente di destra del Pci è ormai un bollettino della Fininvest, e le pagine di pubblicità comprate dal gruppo berlusconiano ormai non si contano (p. 148).

Il 21 agosto 1989, a Roma, in occasione del 25° anniversario della morte del leader comunista Palmiro Togliatti, al cimitero del Verano si svolge una cerimonia commemorativa organizzata dal Pci.

Tra i par­tecipanti: la presidente della Camera Nilde Iotti, il leader della destra “migliorista” Giorgio Napolitano, e Walter Veltroni…

Nel numero di fine settembre del 1989, Il Moderno pubblica l’inserto Milanesi a Mosca. Dall’ecologia agli spot nella città di Gorbaciov.

Il settimanale della corrente di destra del Pci inneggia ancora e sem­pre al magico Berlusconi, stavolta capace di mostrare ai sovietici cos’è la pubblicità” (pp 152 – 153).

Nell’inchiesta Mani pulite, al capitolo relativo alle “tangenti rosse,” ci sono il periodico Il Moderno e la Fininvest, nonché il compagno Cervetti (p. 185).

Il 9 marzo 1995 (governo Dini succeduto al primo governo Berlusconi, fatto cadere dalla Lega Nord, nota nostra) l’ex comunista Giorgio Napolitano, già leader della corrente “migliorista” capeggiata a Mi­lano da Gianni Cervetti, viene eletto presidente della Commissione per il riordino del sistema radiotele­visivo (p. 195).

Eccetera, eccetera... Un consiglio: leggendo, tenere un segnalibro alle pagine dell’indice dei nomi…

Tratto da

http://www.scuolanticoli.com

Radio Radicale: Marcello Veneziani conferma i rapporti Berlusconi-DN

24 aprile 2010

Proponiamo attraverso il link la seguente intervista di Marcello Veneziani rilasciata a Radio Radicale l’11 febbraio 2009 in merito alla figura di Pinuccio Tatarella.

All’interno dell’intervista è presente la testimonianza in merito ai legami tra Silvio Berlusconi e Democrazia Nazionale (costola scissionista del MSI)  e all’appoggio dato per il finanziamento/fondazione nel 1976 della scissione all’onorevole Raffaele Delfino (autore del libro Prima di Fini edito da Bastogi nel 2004).

Nell’interessante intervista Democrazia Nazionale viene descritta nei suoi contenuti e riferimenti e obbiettivi politici.

Tale episodio poco noto ai più giovani della vita politica italiana non solo è interessante per il ruolo di Berlusconi nell’impresa (antesignana potenzialmente nei suoi intenti al PDL), non solo dimostra che il Cavaliere ha avuto vari periodi: uno neofascista, uno socialista, uno pseudoliberale sino a quello di oggi comunista, ma è attestazione di un tentativo sperimentale di centrodestra moderato moderno  pre-finiano che potrebbe venir riproposto per certi versi in forme analoghe anche nei prossimi tempi.

Ovviamente il nostro è un interesse di pura cronaca e di mera riproposizione di tali fatti accaduti in passato nella politica italiana per l’attenzione dei nostri lettori, quindi questo articolo non deve essere inteso nè come una condivisione del pensiero di Marcello Veneziani in generale, nè al contempo un qualche consigliato modello di emulazione riproposizione ideale passatista per contenuti e riferimenti per l’oggi e il domani.

Il contenuto è di per sè interessante a proposito degli sviluppi possibili dentro al PDL e in particolare per iniziare a comprendere la conversione finiana al liberalismo.

Non è da escludere l’ipotesi di una riproposizione “ottimizzata” avente forti analogie con il passato DN  (pur all’interno di un contesto differente) in futuro.

D’altronde la politica italiana è un teatrino che a volte ammette repliche e remake con versioni differite del passato spacciate per novità differenti davanti al grande ingenuo pubblico elettorale italiano.

Delfino: Prima di Fini

24 aprile 2010

Nel dicembre 1976 la maggioranza dei parlamentari del Msi uscì dal partito per costituire gruppi parlamentari autonomi.

Aveva così avvio la breve vicenda di Democrazia Nazionale, che – per impostazione politica, metodo seguito, strutture usate – anticipò l’esperienza vissuta dalla destra politica con Alleanza Nazionale.

La storia di Dn rivive nell’intervista di Raffaele Delfino, che del partito fu prima capogruppo alla Camera e poi segretario generale, inserita nella rievocazione dei tentativi di favorire, fin dall’immediato dopoguerra, una destra democratica partecipe del gioco politico.
DN seguì la via dell’accreditamento internazionale, sia verso gli Stati Uniti (repubblicani) sia verso l’Europa (cristiano sociali bavaresi di Strauss, popolari spagnoli di Fraga Iribarne e neogollisti di Chirac).

In politica interna tentò collegamenti con settori politici contrari al compromesso storico DC-PCI.
L’operazione era difficilmente comprensibile dagli elettori, soprattutto dalla base missina.

Le elezioni anticipate del ’79 troncarono l’esperienza demonazionale.
Silvio Berlusconi, elemento decisivo per il cosiddetto sdoganamento del MSI nel ’93, fu presente pure nella storia di DN, come finanziatore (con un prestito restituito di 100 milioni di lire) della destra democratica, alla quale già negli anni settanta era favorevole.

Recensione tratta da http://www.bastogi.it

Raffaele Delfino nasce nel 1931 a Pescara, città nella quale è consigliere comunale dal 1956 al 1980 e poi nuovamente nei primi anni del 2000.

Milita nel Msi dal 1948, impegnandosi inizialmente nel Fronte universitario di azione nazionale, di cui diventa vicepresidente.

Nel 1958 è eletto deputato nella circoscrizione dell’Abruzzo e successivamente rieletto per altre quattro legislature, fino al 1979.

Nel Msi fa parte dell’Esecutivo nazionale e dirige il settore elettorale, quello della propaganda e quello giovanile.

Sul finire del 1976 è fra i promotori della scissione del Msi che dà vita a Democrazia Nazionale, di cui è presidente del Gruppo parlamentare alla Camera e poi segretario generale.

Attualmente è consigliere della Corte dei conti.

Marco Bertoncini (Piacenza, 1950) è notista politico di vari giornali, fra i quali ItaliaOggi, Il Tempo e L’Unione Sarda.

Francesco Perfetti è ordinario di Storia contemporanea presso la Luiss e direttore della rivista Nuova Storia Contemporanea.

Raffaele Delfino Prima di Fini Intervista a cura di Marco Bertoncini. Prefazione di Francesco Perfetti; Bastogi 2004; pag. 152, 10,00 €,


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