Archivio per febbraio 2010

Anche il Corriere vuole uccidere Google

26 febbraio 2010

Massimo Mucchetti, prestigiosa firma di via Solferino, se la prende con i guadagni esentasse del motore di ricerca. E chiede che venga definito “editore” nonostante non faccia quel mestiere.

Articolo di Alessandro D’Amato (Gregorj)

Massimo Mucchetti è uno dei migliori giornalisti economici italiani; ma ultimamente sembra proprio aver deciso di sposare la causa della Fieg (l’associazione degli editori) contro Google, e lo fa con argomenti che sono quantomeno contestabile.

Nell’articolo pubblicato sul Corriere della Sera, Mucchetti critica Mountain View per una questione fiscale:

Google non fattura quanto ricava in Italia dall’Italia, ma da Dublino.

Ed è dunque un problema riconciliare le rilevazioni di mercato, della Nielsen o di altri, con le evidenze ufficiali dei bilanci.

La filiale italiana, Google Italy, dichiara ricavi inferiori ai 20 milioni per lo più derivanti da servizi resi a Google Ireland che, per conto del quartier generale di Mountain View, coordina le attività in Europa, Nord Africa e Medio Oriente.

La Guardia di Finanza di Milano aveva ipotizzato l’evasione fiscale partendo da indagini secondo le quali Google Italy rappresenterebbe una stabile organizzazione della multinazionale in Italia e non solo un punto di appoggio.

Il pm Carlo Nocerino non ha condiviso l’impostazione, e ha chiesto l’archiviazione“.

EVASORE FISCALE? FORSE – Sul punto, inutile dirlo, Mucchetti ha le sue “ragioni”: Google fa pubblicità in Italia, che è rivolta al mercato italiano, e i percettori di reddito condiviso sono italiani.

Sembra piuttosto logico che paghi il dovuto al paese che lo ospita, come del resto sta succedendo in Francia per mezzo di una legge che però l’Italia non ha ancora varato.

Anche se è chiaro che una legge del genere dovrà poi valere anche per le altre multinazionali che fanno dumping attraverso Dublino o altri paesi ancora più “aperti” sulle questioni fiscali.

A quel punto, il contraltare automatico sarà che qualcuno, dopo essersi fatto due conti, deciderà di andarsene dall’Italia, per lo meno formalmente, con tutto ciò che questo comporterà dal punto di vista dell’occupazione. Ma pazienza.

Quel che è “giusto” è “giusto”.

EDITORE? NO – Quello che non è giusto, però, è che Mucchetti continui a confondere mele con pere, accusando la Big G. di essere anche un editore, e chiamando in causa la legge Gasparri-Pilati e il famigerato Sistema integrato delle comunicazioni (SIC):

Il Sistema integrato delle comunicazioni, altrimenti detto Sic, è stato prefigurato dalla legge Gasparri del 2004 per delimitare un mercato mediatico nazionale abbastanza grande da permettere anche al gruppo più rilevante, la Fininvest, di rimanere al di sotto della soglia antitrust del 20% del fatturato.

A tal fine sono state incluse nel Sic perfino le promozioni nei supermercati e il direct marketing.

Ma si è dimenticata la pubblicità online per parole chiave.

Nella relazione annuale, il presidente Calabrò cita tutti i gruppi più importanti e pure quelli di medio rango, ma non il grande motore di ricerca che si aggiudica la quasi totalità della pubblicità connessa alla funzione search“.

Tutto vero, per carità.

Ma è anche vero che la Gasparri sul punto è abbastanza chiara: il Sic è quel settore economico che comprende le seguenti attività: stampa quotidiana e periodica; editoria annuaristica ed elettronica anche per il tramite di internet; radio e televisione; cinema; pubblicità esterna; iniziative di comunicazione di prodotti e servizi; sponsorizzazioni.

E la legge dice anche che “non formano oggetto del Codice le disposizioni in materia di: a) servizi che forniscono contenuti trasmessi utilizzando reti e servizi di comunicazione elettronica o che comportano un controllo editoriale su tali contenuti“.

E Google, nonostante i deliranti esposti della Fieg all’Antitrust sostengano il contrario, non fa attività editoriale, con Google News: semplicemente, aggrega piccole parti di contenuto liberamente fornite dagli stessi giornali on line tramite feed in automatico, fornendone una disposizione in elenco tramite filtri automatici.

Il servizio si appoggia a un servizio dei giornali, e ci si può dissottoscrivere con una semplice operazione via internet.

Chiamare Google editore in base a ciò è semplicemente insostenibile, così come è insostenibile pretendere una tangente per quei contenuti.

Quando gli editori italiani lo capiranno, finalmente comprenderanno che per aumentare i ricavi non devono puntare sul taglieggiamento, ma sulla qualità.

(Ha collaborato Alessandro Guerani)

Tratto da Giornalettismo.com

Internet: Censurarlo è come ucciderlo

26 febbraio 2010

I diritti della persona vanno difesi ma condannare chi non può scegliere i contenuti dei siti è assurdo

Articolo di Carlo Lottieri

Non è agevole esprimersi all’indomani di una sentenza, dato che al momento non si conoscono le motivazioni del giudice.

Sembra però difficile che gli argomenti usati dal magistrato possano molto dinanzi alla constatazione che i dirigenti di Google sono stati condannati a seguito di atti commessi da altri. Infliggere sei mesi di prigione a chi gestisce uno spazio espressamente concepito per ospitare contenuti prodotti dagli utenti (user generated content) sarebbe un po’ come togliere punti alla patente ai dirigenti della Hertz per l’eccesso di velocità di quanti prendono a noleggio un’autovettura.

Come ha rilevato Massimiliano Trovato, se si condanna Google, perché non si colpisce anche «il provider dell’accesso attraverso la cui rete il video è stato diffuso, o persino la compagnia elettrica che alimentava il computer che ha effettuato l’upload»?
In sostanza, qui abbiamo un puro contenitore come YouTube – di proprietà di Google – che rischia di essere equiparato a una testata giornalistica, quasi a ritenere che la responsabilità per ciò che viene messo on-line dagli utenti debba essere attribuita anche ai dirigenti dell’ impresa.

Ed è come se, per continuare con le analogie, il giorno che affittassi una sala di proprietà comunale e mi mettessi a proiettare diapositive che riguardano altre persone venisse inquisito anche il sindaco.

La condanna, in effetti, non è per diffamazione (come avrebbe voluto il pm), ma solo per illecito trattamento dei dati personali.

Quello che dunque sembra profilarsi dopo la sentenza è un mondo in cui ogni sito che accolga immagini debba ottenere l’approvazione di tutti i soggetti coinvolti.

Chi frequenta Facebook comprende subito come ciò sia impossibile.
I diritti della persona offesa vanno sicuramente tutelati, ma non si capisce per quale motivo si debba attribuire una simile responsabilità a un’azienda che in nessun modo sceglie i contenuti del sito.

Impostare le cose in questo modo significherebbe negare la possibilità di quel servizio, che per sua natura offre a ognuno la possibilità di essere un autore e quindi, fino in fondo, chiamato a rispondere di quanto fa.

I dirigenti di Google, avuta notizia della presenza del video offensivo, l’hanno rimosso.

E cos’altro avrebbero dovuto fare? E come potrebbe sopravvivere la rete, con la sua libertà, se si immaginasse una censura preventiva di ogni contenuto che in essa viene pubblicato?
Il diritto è un insieme di pratiche chiamate a disciplinare la società, proteggendo i singoli nei più vari contesti.

Ma questo può avvenire solo se si comprendono le diverse realtà in ciò che hanno di specifico, e se quindi ci si avvicina alla rete con la consapevolezza che è un ambito in cui quella «presunzione di colpevolezza» che ad esempio ci obbliga a mostrare la carta di identità quando entriamo in un Internet point (un’anomalia tutta italiana) è inammissibile.

O si sceglie Internet e le libertà che lo sostanziano, oppure si sarà costretti a fame a meno.

Da Il Giornale, 25 febbraio 2010

Ma Street-View è davvero un problema?

26 febbraio 2010

Articolo di Giovanni Boggero

La scorsa settimana ho dovuto avventurarmi tra le vie di Hannover per raggiungere una conferenza stampa.

Google Maps è come noto un Tuttocittà mondiale di straordinaria efficacia.

A parte l’ira suscitata tempo fa in qualche cartografo, il programma non è ancora finito nel tritacarne politico anti-Google.

Si dà il caso, però, che la visione aerea delle vie non mi aiutasse un granché nel rintracciare effettivamente la destinazione.

Nella mia città, Torino, ogni qual volta abbia bisogno di verificare dove si trovi quel determinato numero civico o che aspetto abbia il palazzo presso il quale devo recarmi, Google mi offre anche il servizio “Street-View”.

Qui in Germania Street-View ha incontrato molti ostacoli e sta provocando ormai da qualche settimana un’ondata di polemiche, a mio avviso del tutto ingiustificate.

Nell’ordine il ministro della Giustizia, la liberale (sic) Sabine Leutheusser-Schnarrenberger e la cristianosociale Ilse Aigner hanno frontalmente attaccato la società di Mountain View per la natura lesiva del programma in termini di diritto alla riservatezza: “Il privato viene trascinato in pubblico, senza alcuna possibilità di difendersi e senza che nessuno possa controllare lo sviluppo di un tale sistema”, ha commentato indignata la signora Aigner.

Non starò a citare la contraddittorietà di un governo, che pretende di agire in nome della riservatezza dei propri cittadini, acquistando cd rubati contenenti i numeri di contocorrente di presunti evasori fiscali, così come non intendo citare tutte le leggi approvate negli ultimi anni nella Repubblica federale che hanno brutalmente ridotto la privacy dei cittadini.

Dal salvataggio di tutte le conversazioni telefoniche a fini penalistici, allo sguinzagliamento di Trojan informatici per individuare terroristi.

Non lo farò.

Sarebbe da polemichetta spicciola.

Ora, “Street-View” è un servizio, il cui fine è quello di rendere più agevole l’esistenza a migliaia di consumatori.

Google stessa provvede a coprire il numero delle targhe e a rendere irriconoscibili i volti dei passanti.

Vietare che un’automobile filmi e metta in rete immagini di una città avrebbe conseguenze logiche devastanti.

Google no, ma foto e filmati messi online da semplici cittadini sì? Vietiamo di fotografare i palazzi delle città? Prima di scattare una foto, chiediamo a chi è intorno a noi di scansarsi dall’obiettivo? Conosco l’obiezione.

Google ha un raggio potenziale di visitatori infinitamente superiore a quello che può avere un filmato amatoriale.

Verissimo, ma ciò non cambia i termini della questione.

Il fine perseguito da Mountain View è più che lecito.

Laddove vi siano reclami, l’azienda stessa mette in bella vista indirizzo e numero di telefono del servizio-clienti.

Io stesso, lo ammetto, sono rimasto piuttosto scosso, quando, sperimentando per la prima volta il programma, ho scoperto che parte degli interni di camera mia (in quanto al pian terreno) erano stati accidentalmente immortalati dalla telecamerina.

Ebbene, ciò detto, non mi sono stracciato le vesti, né mi sono rivolto a chissà quale associazione dei consumatori perché prendesse le mie difese.

Mi sono limitato a scrivere a Google, pregando che l’immagine venisse sfocata.

Detto, fatto. Qualche giorno più tardi, il servizio clienti mi ha gentilmente avvisato che il fotogramma era stato addirittura rimosso.

Nella società di Internet pensare che l’accesso a nostri dati possa essere riportato agli standard di fine ottocento è folle ed è sinonimo di passatismo.

Piuttosto è opportuno concentrarsi sulla trasparenza nell’utilizzo che di quei dati può essere fatto. Dire che Street-View è un regalo ai ladri d’appartamento è un po’ come sostenere che i palazzi di trenta piani rappresentano un incentivo al suicidio.

Tratto da Chicago-blog.it

South Park: Cripple Fight!

26 febbraio 2010

Mettiamo in galera pure Google

26 febbraio 2010

Si vuole colpire un fenomeno che non si capisce, non si controlla e, per questo, fa paura

Articolo di Alberto Mingardi

Ha senso trattare come fosse un editore qualcuno che editore non è? Per dare una valutazione sulla sentenza del Tribunale di Milano, che ieri ha condannato per violazione della privacy tre dirigenti di Google, bisogna partire da questa domanda.

Quattro anni fa, il video delle violenze subite da un ragazzo handicappato venne “caricato” sulla piattaforma di YouTube.

Il contenuto era del genere che non fa onore agli esseri umani coinvolti.

Alcuni teppistelli di un istituto tecnico di Torino si facevano beffe di un loro compagno di scuola gravato da un handicap mentale, ridicolizzandolo davanti alle fanciulle della classe, e sotto gli occhi di una docente inspiegabilmente cieca – o più probabilmente, tanto disperata da abiurare al suo ruolo educativo.

Nel video, veniva citata l’associazione “Vividown”, che muoveva poi guerra a Google (proprietario di YouTube).

Il video, una vera schifezza, veniva rimosso dal web un paio di mesi dopo la pubblicazione – ovvero quando veniva segnalato a YouTube come contenuto inappropriato.

Un inciso. Se quello che si teme, dalla trasmissione di immagini di questo tipo, è un effetto-emulazione, è appena il caso di ricordare che esse hanno raggiunto un pubblico ben più ampio rimbalzando nei telegiornali dopo l’ “esplosione” del caso.

L’ambasciata americana, e i portavoce di Google, hanno protestato contro una sentenza che leggono come una restrizione della libertà della rete.

Gli si risponde dicendo che si tratta di timori ingiustificati, che abbiamo a che fare con un caso di censura in buona fede, che il problema vero è la circolazione di certi contenuti.

La censura in buona fede non esiste.

YouTube non è un’impresa editoriale.

Non c’è un direttore – responsabile, alla stregua di quello di questo giornale, di ciò che pubblica.

I contenuti sono autopubblicati dagli utenti: basta un clic.

A loro volta, sono gli utenti stessi a fare da censore.

Il potere di decidere cosa sia appropriato e cosa no è diffuso, parcellizzato, a disposizione di tutti. E’ un sistema nuovo, non del tutto inefficiente: il video in questione è stato reso inaccessibile, a poche ore da quando Google ricevette segnalazione della sua esistenza.

Troppo tardi? Può darsi, ma esistono modelli perfetti? La sentenza di Milano, diciamo le cose come stanno, acquista rilievo soprattutto in virtù delle tensioni fra Google e la carta stampata. Oggi, la quasi totalità dei quotidiani l’accoglierà come un trionfo della civiltà sulla barbarie.

Per un motivo semplicissimo. Mentre il numero dei lettori paganti si rattrappisce, aumentano sempre più coloro che scelgono d’informarsi e di formarsi un’opinione attraverso Internet.

Calano le copie, crescono gli accessi ai siti web.

Gli editori non sono ancora capaci a monetizzare questi flussi di visite.

Google si, e su questa sua capacità ha costruito un modello di business di successo.

Per questo motivo, gli editori sono interessati a qualsiasi forma di disciplina dei contenuti sulla rete.

E accolgono la sentenza di Milano (non importa se con loro non ha, a rigore, nulla da spartire) come una prima vittoria, in quella che si annuncia come una lunga guerra di posizione.

Bizzarra è inver la scena. I quotidiani, che hanno fatto della violazione della privacy un genere letterario, alzano i calici per la condanna di Google in nome della privacy. Siamo, come sempre in Italia, al paradosso.

Il giudice monocratico, accogliendo parzialmente le tesi del procuratore aggiunto Robledo e del pm Cajani, ha creato un precedente pericoloso.

Ha trattato Google/ YouTube come fossero, come dovessero essere, un editore.

Fingendo di non comprendere che Google non è un editore: è un’autostrada.

Se guidando io infrango i limiti di velocità, la colpa è mia – non del concessionario autostradale. Abbiamo a che fare con una “traslazione” impropria di responsabilità, basata sulla falsa analogia fra YouTube e un canale tv tradizionale.

Ma non c’è direttore, non c’è palinsesto, la programmazione cambia in tempo reale a seconda delle preferenze degli utenti.

Che ogni tanto sono stupidi, gretti, e ignoranti – come tutti gli esseri umani.

Facciamo causa al padreterno?

Da Il Riformista, 25 febbraio 2010

La sentenza di Milano su Google non ha precedenti

26 febbraio 2010

A Milano si è celebrato un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito Internet

Google nella bufera.

Ieri la Commissione europea ha confermato l’indagine sulle presunte pratiche anticoncorrenziali della società di Mountain View.

E soprattutto, sempre ieri, il Tribunale di Milano ha condannato i vertici del gruppo per violazione della legge della privacy (ma non per diffamazione) per la pubblicazione, su Google Video, di un filmato in cui un ragazzo down veniva malmenato dai compagni di scuola.

Tre dei quattro imputati – David Carl Drummond, già presidente e amministratore delegato di Google Italy, George De Los Reyes, ex membro del cda e poi ad di Google Italy, e Peter Fleischer, responsabile della privacy per l’Europa – sono stati condannati a sei mesi di reclusione (pena sospesa).
Il video coi maltrattamenti a un giovane disabile restò online dall’8 settembre al 7 novembre 2006, quando fu rimosso poche ore dopo una segnalazione.

Il 24 novembre, una denuncia dell’associazione Vivi Down avviò il processo che si è concluso ieri. Il giudice monocratico, Oscar Magi, ha parzialmente confermato le accuse del procuratore aggiunto, Alfredo Robledo, e del pm, Francesco Cajani.

Alle parti civili non è stato riconosciuto alcun risarcimento, perché non è stata accolta la tesi della diffamazione, mentre i capi di Google sono stati ritenuti responsabili dell’illecito trattamento dei dati personali del giovane.

Il diritto d’impresa non può prevalere sulla persona – ha commentato il procuratore Robledo - al centro di questo procedimento era la tutela della persona attraverso, appunto, la tutela della privacy“.

Teoricamente, questo parrebbe implicare l’obbligo di acquisire il consenso di qualunque soggetto coinvolto nei video pubblicati.
La linea difensiva di Google, che probabilmente verrà ribadita nell’appello dopo che le motivazioni della sentenza diventeranno pubbliche, si basa sull’impossibilità, per il provider dei servizi, di conoscere in anticipo tutti i dati che sono caricati quotidianamente.

Inoltre, “noi forniamo gli strumenti agli utenti, la responsabilità di quello che mettono online è loro“, ha sostenuto Marco Pancini, responsabile dei rapporti istituzionali per Google Italia.

Anzi: a Milano si è celebrato “un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito Internet“, temperato solo dal rifiuto “dell’obbligo di una censura preventiva“.

Opposta la lettura di Vivi Down: “Quello che a noi interessava – ha spiegato l’avvocato Guido Camera – era l’affermazione della responsabilità penale dei dirigenti di Google, e questa è stata riconosciuta dal giudice“.
La sentenza milanese non ha precedenti, tanto che l’ambasciatore statunitense a Roma, David Thorne, si è detto “negativamente colpito”.

Alcuni casi avevano lambito la questione – per esempio quando un tribunale di Parigi ordinò al colosso delle aste online, Ebay, di risarcire il gruppo del lusso, Lvmh, per la vendita di prodotti contraffatti.

Il caso, oggi pendente presso la Corte di giustizia europea, si distanzia però da quello di Google sia perché Ebay non è un intermediario puro, sia perché si trattava di un processo civile verso un’azienda e non di un’azione penale contro i suoi dirigenti.

E’ difficile sottostimare le potenziali conseguenze della decisione, se non verrà rovesciata nei successivi gradi di giudizio.

Il nostro paese ottiene così un triste primato – commenta Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni – Si stanno diffondendo atteggiamenti contrari alla libertà del Web, basati sull’incapacità di comprendere la differenza fra Internet e un tipico prodotto editoriale. Le conseguenze di lungo periodo potrebbero essere preoccupanti per la libertà d’espressione e per lo stesso tessuto economico“.

Intanto, Google deve affilare le armi anche contro l’indagine della Commissione europea, relativa ai ricorsi del sito britannico Foundem, del motore di ricerca Ejustice.fr e del portale Microsoft Ciao! I primi lamentano le basse posizioni ottenute nei risultati delle ricerche su Google, il terzo considera iniquo il contratto standard per il servizio di pubblicità Adsense.

Da Il Foglio, 25 febbraio 2010

It’s Time to Leave Afghanistan

24 febbraio 2010

Statement before the House of Representatives’ Foreign Affairs Committee on December 10, 2009.

Article by Ron Paul

Mr. Speaker thank you for holding these important hearings on US policy in Afghanistan.

I would like to welcome the witnesses, Ambassador Karl W. Eikenberry and General Stanley A. McChrystal, and thank them for appearing before this Committee.

I have serious concerns, however, about the president’s decision to add some 30,000 troops and an as yet undisclosed number of civilian personnel to escalate our Afghan operation.

This “surge” will bring US troop levels to approximately those of the Soviets when they occupied Afghanistan with disastrous result back in the 1980s.

I fear the US military occupation of Afghanistan may end up similarly unsuccessful.

In late 1986 Soviet armed forces commander, Marshal Sergei Akhromeev, told then-Soviet General Secretary Mikhail Gorbachev, “Military actions in Afghanistan will soon be seven years old. There is no single piece of land in this country which has not been occupied by a Soviet soldier. Nonetheless, the majority of the territory remains in the hands of rebels.”

Soon Gorbachev began the Soviet withdrawal from its Afghan misadventure.

Thousands were dead on both sides, yet the occupation failed to produce a stable national Afghan government.

Eight years into our own war in Afghanistan the Soviet commander’s words ring eerily familiar. Part of the problem stems from a fundamental misunderstanding of the situation.

It is our presence as occupiers that feeds the insurgency.

As would be the case if we were invaded and occupied, diverse groups have put aside their disagreements to unify against foreign occupation.

Adding more US troops will only assist those who recruit fighters to attack our soldiers and who use the US occupation to convince villages to side with the Taliban.

Proponents of the president’s Afghanistan escalation cite the successful “surge” in Iraq as evidence that this second surge will have similar results.

I fear they might be correct about the similar result, but I dispute the success propaganda about Iraq.

In fact, the violence in Iraq only temporarily subsided with the completion of the ethnic cleansing of Shi’ites from Sunni neighborhoods and vice versa – and all neighborhoods of Christians.

Those Sunni fighters who remained were easily turned against the foreign al-Qaeda presence when offered US money and weapons.

We are increasingly seeing this “success” breaking down: sectarian violence is flaring up and this time the various groups are better armed with US-provided weapons.

Similarly, the insurgents paid by the US to stop their attacks are increasingly restive now that the Iraqi government is no longer paying bribes on a regular basis.

So I am skeptical about reports on the success of the Iraqi surge.

Likewise, we are told that we have to “win” in Afghanistan so that al-Qaeda cannot use Afghan territory to plan further attacks against the US.

We need to remember that the attack on the United States on September 11, 2001, was, according to the 9/11 Commission Report, largely planned in the United States (and Germany) by terrorists who were in our country legally.

According to the logic of those who endorse military action against Afghanistan because al-Qaeda was physically present, one could argue in favor of US airstrikes against several US states and Germany! It makes no sense.

The Taliban allowed al-Qaeda to remain in Afghanistan because both had been engaged, with US assistance, in the insurgency against the Soviet occupation.

Nevertheless, the president’s National Security Advisor, Gen. James Jones, USMC (Ret.), said in a recent interview that less than 100 al-Qaeda remain in Afghanistan and that the chance they would reconstitute a significant presence there was slim.

Are we to believe that 30,000 more troops are needed to defeat 100 al-Qaeda fighters? I fear that there will be increasing pressure for the US to invade Pakistan, to where many Taliban and al-Qaeda have escaped.

Already CIA drone attacks on Pakistan have destabilized that country and have killed scores of innocents, producing strong anti-American feelings and calls for revenge.

I do not see how that contributes to our national security.

The president’s top advisor for Afghanistan and Pakistan, Richard Holbrooke, said recently, “I would say this about defining success in Afghanistan and Pakistan. In the simplest sense, the Supreme Court test for another issue, we’ll know it when we see it.”

That does not inspire much confidence.

Supporters of this surge argue that we must train an Afghan national army to take over and strengthen the rule and authority of Kabul.

But experts have noted that the ranks of the Afghan national army are increasingly being filled by the Tajik minority at the expense of the Pashtun plurality. US diplomat Matthew Hoh, who resigned as Senior Civilian Representative for the U.S. Government in Zabul Province, noted in his resignation letter that he “fail[s] to see the value or the worth in continued U.S. casualties or expenditures of resources in support of the Afghan government in what is, truly, a 35-year old civil war.”

Mr. Hoh went on to write that “[L]ike the Soviets, we continue to secure and bolster a failing state, while encouraging an ideology and system of government unknown and unwanted by [the Afghan] people.”

I have always opposed nation-building as unconstitutional and ineffective.

Afghanistan is no different.

Without a real strategy in Afghanistan, without a vision of what victory will look like, we are left with the empty rhetoric of the last administration that “when the Afghan people stand up, the US will stand down.”

I am afraid the only solution to the Afghanistan quagmire is a rapid and complete US withdrawal from that country and the region.

We cannot afford to maintain this empire and our occupation of these foreign lands is not making us any safer.

It is time to leave Afghanistan.

Tratto da  http://original.antiwar.com

Dr. Paul Discusses U.S. Foreign Policy in Afghanistan

24 febbraio 2010

The Democrat empire continues to strike!

24 febbraio 2010

Obama Wars

Perché persistiamo

24 febbraio 2010

Articolo di Justin Raimondo

I nostri motivi sono spesso stati messi in dubbio, ma non è davvero un mistero il perché noi anti-interventisti continuiamo a sostenere le nostre idee sotto il presidente Obama come abbiamo fatto durante gli anni di Bush.

Come libertari, ci opponiamo all’espansione ed all’espressione del potere dello Stato in tutte le sue manifestazioni, ma in special modo quando si tratta della guerra.

Questa è l’estrema espressione dello statalismo – ovvero, il culto dello Stato – e il modo di porsi di fronte ad essa è cruciale.

La domanda non è solo “sei a favore della guerra, o contro?” Poiché quello che realmente si sta chiedendo è: da che parte stai – dalla parte della gente, o con la gente al potere?
In tempo di guerra, lo Stato si eleva in tutta la sua ostile magnificenza, come un grande drago sputafuoco, e coloro che – istintivamente – si prostrano e l’adorano sono i servitori naturali del potere, che eccitati dalla sua visibile esibizione godono indirettamente di ogni morte nemica come se l’avessero inflitta con le loro mani.
Dal grande drago in tempo di guerra spunta ogni specie di tentacoli supplementari, che si avvolgono come una specie di anaconda istituzionale intorno al settore privato e – se gli viene concesso tempo a sufficienza – lo soffoca a morte.

E non intendo solo l’impresa privata, anche se quella è la sua funzione economica, ma anche le varianti di ciò che chiamiamo “la società civile,” le organizzazioni non governative che compongono il tessuto della civiltà umana, dai pulpiti alla Società di Giardinaggio per Signore e tutto ciò che sta tra queste.
In tempo di guerra, lo spirito militarista pervade la società come una nebbia tossica, che erode i legami che normalmente legano gli esseri umani uno all’altro e sostituendoli con dei nuovi: il volontarismo lascia il posto all’autoritarismo e la scelta alle catene in ogni aspetto della vita.
In tempo di guerra, le motivazioni per l’espansione del potere del governo di tassare, regolare ed imporre misure “d’emergenza” che normalmente sarebbero considerate intollerabili passano in gran parte senza discussioni.

Quanti membri del congresso hanno votato contro il cosiddetto Patriot Act? E se, durante il tempo di guerra, un singolo membro della Società di Giardinaggio per Signore disapprova quando il club decide di mettere in palio dei Titoli di Guerra, non osa alzare la sua voce.
Uno stordente conformismo intellettuale e politico è una necessità, perché l’intera nazione essenzialmente si trasforma in in un’appendice delle forze armate, ovvero, si organizza seguendo linee militari e questo è il vero obiettivo della propaganda di guerra: ammorbidire la popolazione quanto basta perché l’accetti.
Resoconti dissidenti sul perché stiamo combattendo, e su chi ne trae vantaggi, sono malvisti durante il tempo di guerra e spesso sono vietati.

Gli spazi “democratici” permessi dal regime si restringono e le occasioni di protesta sono severamente limitate se non completamente vietate.

L’albero della libertà appassisce inevitabilmente quando le nubi di guerra ostruiscono il sole ed il lungo conflitto che ora stiamo combattendo lo ucciderà definitivamente – a meno di sottrarre la nostra politica estera al Partito della Guerra.
Ecco perché persistiamo, attraverso le amministrazioni democratiche e repubblicane, con lo stesso messaggio e lo stesso avvertimento contro quel tipo di arroganza che tenta tutti coloro che hanno in mano un grande potere, e li attira nel peccato dell’hybris.
Leggendo il resoconto del New York Times della grande armada americana mentre discende nella provincia di Helmand, in Afghanistan, l’ultimo “surge” della potenza militare americana nell’Asia centrale, sono colpito dalla ripetitività dell’intera operazione: ricorda tutti i grandi disastri militari del passato, dall’Armada spagnola all’invasione napoleonica della Russia, alla strategia della controinsurrezione che provammo in Vietnam, fino alla presunta invasione finale dell’Iraq, il supposto successo di cui l’amministrazione Obama sta ora bizzarramente prendendosi i “meriti.” Sento la stessa grandiosità, espressa con la stessa lugubre fiducia: “Abbiamo un governo in scatola, pronto ad entrare in funzione,” annuncia il generale Stanley McChrystal, comandante statunitense in Afghanistan e architetto della nuova strategia della controinsurrezione, che è “ripulire, mantenere e costruire.”
Ciò che costruiscono è un nuovo stato afgano, e ce l’hanno in scatola, come dice il generale, e sono pronti a metterlo in opera.

Proprio come voi montereste un giocattolo per bambini e lo mettereste sotto l’albero di Natale.
In che mondo vive questa gente? Il reporter di Times ci dà qualche indizio:

“La scommessa è che una volta che gli afgani vedranno prendere forma la parvenza di uno stato a Marja, i combattenti talebani cominceranno a prendere più seriamente le offerte che Karzai e gli occidentali offrono per comprarli. Attratti dall’offerta di un qualche ruolo politico nella società afgana – e di uno stipendio regolare – ci penseranno due volte prima di provare a riprendere la città.

‘Pensiamo che molti dei soldati di fanteria combattano per soldi, non per l’ideologia,’ ha detto recentemente un funzionario britannico.

‘Dobbiamo verificare l’idea che è meno costoso arricchirli un poco che combatterli ogni primavera ed estate.’”

Il mondo in cui questa gente vive è lo stesso in cui viviamo noi: l’occidente del ventunesimo secolo, dove la promessa di uno stipendio regolare è sufficiente per convincere chiunque di qualsiasi cosa. Ideologia? Cos’è? Tutto può essere comprato: è solo una questione di prezzo.
Questo è un caso dove la corruzione morale è il suo stesso nemico peggiore: presupponendo che siano tutti amorali e privi di idealismo come noi, gli strateghi americani stanno forse per ricevere uno shock.

“Arretrato” com’è l’Afghanistan, il popolo afgano potrebbe esserlo abbastanza da rifiutare un appello per vendersi con il disprezzo che merita.
Più probabilmente prenderanno i soldi e rifiuteranno il “governo” afgano comunque. Karzai continuerà a sostenere – piuttosto ragionevolmente – di non potersi reggere sulle proprie gambe e di aver bisogno della presenza delle truppe degli Stati Uniti, e resteremo in Afghanistan per i prossimi dieci o vent’anni, o finché il popolo americano non sceglierà un presidente che finalmente li districhi da questa crociata assolutamente inutile.
La grande armada di Helmand sarà senza dubbio dichiarata vittoriosa e le legioni di Obama saranno acclamate come i portatori di luce nelle tenebre afgane: presto sentiremo racconti ispirati su come i nostri soldati stiano costruendo scuole, strade e dighe, come pure uno stato afgano nuovo di pacca – non è meraviglioso?!
La chiara risposta è: no. Non è meraviglioso: è orribile.

Stiamo rovesciando milioni di dollari e migliaia di vite giù in un pozzo senza fondo, un pozzo che non si riempirà mai e che invece ci svuoterà fino a che non ci fermeremo.

Il “governo” afgano non avrà mai niente di lontanamente simile alla legittimità agli occhi del suo popolo, non importa con quanti soldi cercherete di corromperlo.

Prenderanno i vostri soldi e rideranno di voi.
Poi, vi spareranno.
Immaginate se un paese straniero invadesse e conquistasse gli Stati Uniti.

Le forze di occupazione installano un “governo” guidato dall’equivalente americano di Hamid Karzai – diciamo, Rod Blagojevich.

E i generali ed i politici del paese d’occupazione si riuniscono per un incontro strategico e decidono che il migliore modo per pacificare quei chiassosi americani è di comprarli.

Appena date loro uno stipendio regolare,” dice un generale, “ci penseranno due volte prima di resistere.”
Sarebbe un’idea ragionevole da parte sua? Ne dubito.

Ma so che è molto lontano dall’essere ragionevole quando si parla degli afgani, come uno breve sguardo alla loro storia potrà dirvi.
Anche i sovietici avevano un “governo in scatola,” o pensavano di averlo.

Ma quando arrivò la resa dei conti, i loro burattini non furono di grande aiuto sul campo di battaglia, o fuori da esso: c’erano tante di quelle lotte intestine fra i comunisti afgani, che, se avessero ucciso i mujahideen con l’efficienza e l’energia che usarono per uccidersi a vicenda, la loro sconfitta avrebbe potuto non essere tanto rapida e spietata.

Così vennero spazzati via entro pochi mesi dal ritiro sovietico, proprio come Karzai, o chiunque altro decidessimo di installare a Kabul come “presidente,” non sopravviverebbe mai senza una sostanziosa presenza militare degli Stati Uniti.

Questa guerra non è che l’inizio di una serie di guerre cominciata in Iraq e che ora sta continuando attraverso il fronte dell’Asia centrale, dirigendosi verso il Pakistan, e l’Iran.

Il Partito della Guerra non ha ancora finito con noi – nemmeno per sogno.

Articolo tratto da http://original.antiwar.com

Traduzione tratta da http://gongoro.blogspot.com

President Barack Obama: Time for Washington to do less abroad

24 febbraio 2010

Article by Doug Bandow

President Barack Obama was elected proposing to do what most every other modern presidential candidate proposes doing: more.

His international agenda involves the standard litany.

The U.S. must strengthen alliances, browbeat adversaries, resolve crises, ameliorate conflicts, protect friends, negotiate agreements, deter wars, combat disease, promote prosperity, and more.

The normal result is an agenda without end — and almost as long a list of failures.

Presidents leave office having suffered multiple frustrations, broken numerous promises, proposed extraordinary outlays, and caused occasional wars.

President Obama seems set to repeat the pattern, unless he learns from his predecessors.

The answer is simple, though counterintuitive: do less.

Barack Obama entered office with an ambitious foreign policy.

He was aided by the positive international response to his election.

No one could deny that he was different from his unpopular, confrontational predecessor.

For the first time in years, there was widespread optimism around the globe about an American administration.

However, the president has quickly learned the limitations facing even the world’s most powerful nation.

Again and again, Washington has failed to achieve its objectives. In some instances the results are delayed or the costs are inflated. In other cases success appears unlikely or well-nigh impossible.

Perhaps the administration’s highest current priority is Afghanistan.

Yet the military situation continues to deteriorate, with combat commanders requesting more troops.

Air strikes continue to cost civilian lives and undercut popular backing for the allied cause. Attacking the expansive drug trade risks increasing support for insurgents.

The Karzai government’s credibility, already at low ebb due to corruption and incompetence, fell even further with the recent fraud-ridden election.

President Obama has been in office for less than eight months and already he appears to be channeling Lyndon Johnson in Vietnam.

The endgame in Iraq appears increasingly likely to be a stalemate at best.

Violence remains distressingly high: the latest spate of bombings underlies the weaknesses of the security forces, limits on political reconciliation, and dangers for the future.

Baghdad is unlikely to be either a liberal democracy or an American ally.

There isn’t much for the Obama administration to do but draw down U.S. forces and watch the denouement.

One of the president’s most dramatic breaks with the Bush administration was a willingness to talk to America’s adversaries.

Yet the wheels came off the Barack express with the fraudulent Iranian election and ensuing popular protests.

Unsure whether criticism or silence was more prudent, the administration looked ineffective and confused.

While engagement remains possible — and, frankly, essential — Washington has found it hard to negotiate with an Iranian government that so recently was breaking demonstrators’ heads in the streets and even now is conducting Stalinesque show trials in its courtrooms.

North Korea wasn’t even supposed to be on the administration’s early agenda.

But “Dear Leader” Kim Jong-il had other ideas, testing a nuclear weapon, shooting off missiles, and arresting two U.S. journalists.

Pyongyang now is proposing negotiation, leaving President Obama, who sharply criticized his predecessor’s intransigence, to appear to put procedure before principle in refusing to engage outside of the so-called Six-Party Talks.

Yet it isn’t clear that negotiation in any setting would be more effective under this administration than the last one.

To his credit, the president is determined to reset relations with Russia.

However, talking sweetly has had only limited practical impact on Moscow’s attitudes since Washington continues to proclaim its support for NATO membership for Georgia and Ukraine.

Yet the administration’s best efforts to promote more responsible governance in those two states, including a visit by Vice President Joe Biden, have had equally little effect.

Georgia’s Mikheil Saakashvili seems chastened neither by his military defeat last year nor growing political unrest at home; politics in Kiev retains its soap opera-like quality as America’s favorite, President Viktor Yushchenko, blunders his way towards likely defeat in next year’s election.

Europe should be an area of expanded cooperation, given President Obama’s popularity throughout much of the continent.

However, as part of the European Union the Europeans failed to follow his advice to engage in an American-style spending orgy in the name of stimulating the economy.

As part of NATO the Europeans affirmed the importance of Afghanistan but refused to commit substantially more troops or resources; to the contrary, even the British now are talking about drawing down their forces.

An international film version of American Alone appears to be in the offing.

Washington continues to push its stalled project for an independent Kosovo, with the half-recognized state divided by the unrecognized secession of ethnic Serbs in its north.

Stubborn controversies between Macedonia and Greece and surrounding Cyprus have grown no less stubborn over the last eight months.

After having embraced participation in America’s missile defense project, Poland has been estranged by the administration’s plan to drop the system.

The U.S. has had no more success winning cooperation from Israel, a nation which has received largely unconditional support in the form of money, weapons, and political backing for decades. Insistence on a freeze in settlement expansion, one of the most serious barriers to peace between Israelis and Palestinians, has been met with shock, hostility, and scorn.

Along with the demand to keep writing the blank checks, if you please.

The administration has brought its power and prestige to bear on little Honduras and yet has been unable to force Tegucigalpa to restore Manuel Zelaya to the presidency.

President Obama risks going from the sublime to the ridiculous by threatening not to recognize the results of the upcoming, regularly scheduled election which would replace Zelaya even if he was reinstated.

The administration appears to be intent on destroying democracy to save it.

It is still early, but the incoming foreign policy team has not been able to turn a friendlier attitude towards Caracas into any relaxation of Hugo Chavez’s tightening restrictions on opposition activity.

A new and long overdue American openness to dialogue with Cuba has not accelerated reform in that impoverished, oppressed land.

China and India are no more willing today to slow their economies to reduce CO2 emissions at American insistence than when George W. Bush was president.

The Japanese election result is likely to reduce Tokyo’s readiness to underwrite U.S. geopolitical priorities.

Egypt’s politics remains as corrupt and authoritarian as ever, despite President Obama’s high-profile visit and speech.

In short, the world has turned out to be a lot less malleable and willing to adjust to American preferences than the president may have thought before taking office.

The administration could continue muddling along like most of its predecessors. Just not creating any new policy disasters would be a welcome change from President George W. Bush, who bungled an unnecessary war in Iraq, oversaw North Korea’s move towards full nuclear status, and damaged relations with both Europe and Russia.

Heck of job, George!

Another option is more intensive intervention.

More troops for Afghanistan, more lecturing of Georgia and Ukraine, more pressure on Israel, more threats against Honduras, more sanctions on Iran, more recalcitrance with North Korea, more pleas to Russia, more advice for Iraq.

Unfortunately, most of these won’t work, and their collective cost is likely to be far higher than the benefits of one or another isolated success.

The better choice would be to do less. Involvement in some issues obviously is inescapable: the U.S. is heavily engaged in Afghanistan, for instance.

However, Washington should moderate its objectives.

The goal of ousting and weakening al-Qaeda has been achieved.

Bringing good governance to Kabul, making Afghanistan drug free, and spreading American culture to Pashtuns, whatever their value, are not worth war.

Washington should be working to escape, not escalate.

Expanding NATO into the Caucasus and further along Russia’s border reduces rather than increases U.S. security.

Washington has no reason to meddle in Honduras’ political imbroglio.

Rather than badger Israel over its policies, the U.S. should cut official support for the Israeli government and step back from the conflict.

Kosovo was never an important concern warranting meddling let alone war.

And so on.

World War II and the Cold War turned the American republic into a quasi-empire, engaged in constant intervention and war.

The demise of hegemonic communism and rise of populous and prosperous democratic states in Asia and Europe allow the U.S. to return to a more traditional role.

President Obama should seize the opportunity and initiate real change in U.S. foreign policy.

The president will suffer the usual failures of his predecessors if he continues to attempt to micro-manage global affairs.

To leave a positive legacy, he should move in the other direction, returning America to, in Jeane Kirkpatrick’s words, the status of “a normal country in a normal time.”

Doug Bandow is a senior fellow at the Cato Institute.

This article appeared in the Huffington Post on September 8, 2009.

Added to Cato.org on September 8, 2009

$400 per gallon gas to drive debate over cost of war in Afghanistan

24 febbraio 2010

Article by Roxana Tiron

The Pentagon pays an average of $400 to put a gallon of fuel into a combat vehicle or aircraft in Afghanistan.

The statistic is likely to play into the escalating debate in Congress over the cost of a war that entered its ninth year last weeks.

Pentagon officials have told the House Appropriations  Defense Subcommittee a gallon of fuel costs the military about $400 by the time it arrives in the remote locations in Afghanistan where U.S. troops operate.

It is a number that we were not aware of and it is worrisome,” Rep. John Murtha (D-Pa.), the chairman of the House Appropriations Defense panel, said in an interview with The Hill.

When I heard that figure from the Defense Department, we started looking into it.”

The Pentagon comptroller’s office provided the fuel statistic to the committee staff when it was asked for a breakdown of why every 1,000 troops deployed to Afghanistan costs $1 billion.

The Obama administration uses this estimate in calculating the cost of sending more troops to Afghanistan.

The Obama administration is engaged in an internal debate over its future strategy in Afghanistan. Part of this debate concerns whether to increase the number of U.S. troops in that country.

The top U.S. general in Afghanistan, Stanley McChrystal, reportedly has requested that about 40,000 additional troops be sent.
Democrats in Congress are divided over whether to send more combat troops to stabilize Afghanistan in the face of waning public support for the war.

Any additional troops and operations likely will have to be paid for through a supplemental spending bill next year, something Murtha has said he already anticipates.

Afghanistan — with its lack of infrastructure, challenging geography and increased roadside bomb attacks — is a logistical nightmare for the U.S. military, according to congressional sources, and it is expensive to transport fuel and other supplies.

A landlocked country, Afghanistan has no seaports and a shortage of airports and navigable roads. The nearest port is in Karachi, Pakistan, where fuel for U.S. troops is shipped.

From there, commercial trucks transport the fuel through Pakistan and Afghanistan, sometimes changing carriers.

Fuel is then transferred to storage locations in Afghanistan for movement within the country. Military transport is used to distribute fuel to forward operating bases.

For many remote locations, this means fuel supplies must be provided by air.

One of the most expensive ways to supply fuel is by transporting it in bladders carried by helicopter; the amount that can be flown at one time can barely satisfy the need for fuel.

The cheapest way to transport fuel is usually by ship.

Other reasonable methods to provide fuel are by rail and pipeline.

The prices go up exponentially when aircraft are used, according to congressional sources.

The $400 per gallon reflects what in Pentagon parlance is known as the “fully burdened cost of fuel.

The fully burdened cost of fuel is a recognition that there are a lot of other factors that come into play,” said Mark Iden, the deputy director of operations at the Defense Energy Support Center (DESC), which provides fuel and energy to all U.S. military services worldwide.

The DESC provides one gallon of JP8 fuel, which is used for both aircraft and ground vehicles, at a standard price of $2.78, said Iden.

The Commandant of the Marine Corps, Gen. James Conway, told a Navy Energy Forum this week that transporting fuel miles into Afghanistan and Iraq along risky and dangerous routes can raise the cost of a $1.04 gallon up to $400, according to Aviation Week which covered the forum.

These are fairly major problems for us,” Conway said, according to the publication.

The fully burdened cost of fuel accounts for the cost of transporting it to where it is needed, said Kevin Geiss, program director for energy security in the Office of the Assistant Secretary of the Army for Installations and Environment.

And moving fuel by convoy or even airlift is expensive, according to the Army news release from July 16, which quoted Geiss. In some places, Geiss said, analysts have estimated the fully burdened cost of fuel might even be as high as $1,000 per gallon.

Energy consumed by a combat vehicle may not even be for actual mobility of the vehicle, Geiss said, but instead to run the systems onboard the vehicle, including the communications equipment and the cooling systems to protect the electronics onboard.

Some 8o percent of U.S. military casualties in Afghanistan are due to improvised explosive devices,  many of which are placed in the path of supply convoys — making it even more imperative to use aircraft for transportation.
According to a Government Accountability Office report published earlier this year, 44 trucks and 220,000 gallons of fuel were lost due to attacks or other events while delivering fuel to Bagram Air Field in Afghanistan in June 2008 alone.

High fuel demand, coupled with the volatility of fuel prices, also have significant implications for the Department of Defense’s operating costs, the GAO said.

The fully burdened cost of fuel — that is, the total ownership cost of buying, moving and protecting fuel in systems during combat — has been reported to be many times higher than the price of a gallon of fuel itself, according to the report.

The Marines in Afghanistan, for example, reportedly run through some 800,000 gallons of fuel a day.

That reflects the logistical challenges of running the counterinsurgency operations but also the need for fuel during the extreme weather conditions in Afghanistan — hot summers and freezing winters.

With the military boosting the number of the all-terrain-mine resistant ambush-protected vehicles  (M-ATVs) in Afghanistan meant to survive roadside bombs, the fuel consumption will likely rise even higher, since those vehicles are considered gas-guzzlers.

The Pentagon comptroller’s office did not return requests for comment by press time.

Tratto da http://thehill.com

Stimulus for recession

22 febbraio 2010

Volevate lo Stato? Eccovi servito il conto del deficit

22 febbraio 2010

A Hong Kong i regolatori hanno mantenuto la calma, senza scendere la china del populismo. In Occidente lo Stato neointerventista semina promesse e raccoglie catastrofi

Articolo di Alberto Mingardi

I mercati falliscono? Provate lo Stato.

Alla fine le notizie di questa settimana potrebbero riassumersi così.

Dopo un anno e mezzo nel quale la grande crisi economica globale era servita come spauracchio per propiziare un “ritorno dello Stato” che a dir la verità non se n’era mai andato, ci viene presentato il conto.
Anche al di fuori dei momenti di crisi economica, gli Stati esibiscono sempre un certo senso d’impunità.

I parametri morali con cui si confrontano sono altri da quelli in cui è costretto il singolo.

Per esempio, se un individuo si procura delle fotografie, dal Fabrizio Corona di turno, per ricattare un’altra persona, è reato.

Se uno Stato si procura in spregio alle norme di un altro Stato la lista dei clienti di una banca, per giunta ottenuta illegalmente da chi gliela vende, sta combattendo l’evasione fiscale.
Questo senso d’impunità, quest’idea che lo Stato, nascendo “sovrano” e quindi libero dalle leggi che a sua volta impone ai suoi sudditi, possa tutto, ha portato negli anni a una perversione intellettuale di cui siamo, chi più chi meno, tutti vittime.

Quella per cui la legge di gravità, semplicemente, non vale nel recinto del “pubblico”, dove puntualmente i fiumi s’ingegnano a scorrere in salita.
Più di ogni altro, ne era ottenebrato Keynes, per cui spendere senza costrutto, “ciò che ridurrebbe un individuo alla povertà”, paradossalmente “porterebbe una nazione alla prosperità”.

Sana ricetta da riesumare dopo anni di “liberismo selvaggio”? Chiedetelo ai greci.

Nouriel Roubini e Arnad Das, sul Financial Times, hanno proposto una “amara medicina” per il Sud d’Europa – si scrive Grecia perché Spagna intenda.

Lasciamo perdere il farmaco (una robusta riduzione della spesa pubblica per rientrare del debito), e concentriamoci sulla loro descrizione della malattia.

I sintomi sono “incontinenza fiscale e assenza di competitività”, cui sopravvengono “una burocrazia eccessiva e rigidità nei mercati della lavoro, manifatturieri e dei servizi” che “scoraggiano l’investimento in settori ad alto valore aggiunto, a dispetto di salari ben sotto la media europea”.

Nulla di tutto questo dipende dalla grande crisi. I greci erano così prima, e lo sono adesso.

Le turbolenze nei mercati internazionali, l’incertezza e la paura, possono averli spinti a fare qualche passo più lungo della gamba.

Ma le scelte politiche che ora sono venute al pettine sono di lungo periodo.

Per un anno, ci è stata ricordata praticamente ogni giorno una banale verità: gli operatori economici sbagliano.

Più di rado si è rammentato un dettaglio per nulla trascurabile: c’è un problema di scala.

Fra gli esecrati e sregolati hedge fund, si stima che nel 2008-2009 siano stati 327 i casi di bancarotta.

Eppure, l’effetto “sistemico” è stato risibile – mentre non lo è stato il crac di una manciata di banche: visibili e stringentemente regolate.

La dimensione di un’impresa finanziaria, ma soprattutto la tipologia dei rischi presi, fanno la differenza.

Il genere di pericolo che rappresento per gli altri è diverso se corro in un autodromo, oppure nel centro di Milano alle due del pomeriggio.
Cè una rischiosità dei comportamenti, ma c’è anche una pericolosità che è correlata al numero di persone che potrebbero subire i costi di una scelta.

E’ diverso se gli errori di pochi vengono pagati da un numero ristretto e consapevole di sottoscrittori di un fondo, oppure da un vasto numero di azionisti, impiegati e creditori.

Nel caso dello Stato, gli errori di pochi vengono pagati da tutti.

Sia o meno una premonizione sul futuro prossimo del nostro Paese, quello che sta accadendo in Spagna e in Grecia ci ricorda che la pretesa della classe politica di offrire pasti gratis è sempre illusoria.

Lo è quando la mensa è apparecchiata a beneficio di pochi banchieri, lo è quando si vorrebbe sfamare la popolazione in generale.

Per Luigi Einaudi (La mia crisi non è quella di Keynes), il risanamento della congiuntura è impossibile finché “gli scemi, farabutti e i superbi [fra gli imprenditori] non sono stati cacciati via [dal mercato]… Non l’euforia della carta moneta occorre, ma il pentimento la contrizione e la punizione dei peccatori. Fuor del catechismo di santa romana chiesa non c’è salvezza: dalla crisi non si esce se non allontanandosi dal vizio e praticando la virtù”.

Nell’ultimo anno, gli Stati occidentali hanno fatto di tutto e di più per evitare di “purificarsi”. Vittime ancora di un’illusione di stampo keynesiano: quella per cui si deve cercare di avere un “boom economico permanente”, senza comprendere che le ragioni del boom affondano in valutazioni sbagliate, errori imprenditoriali possibili proprio perché si erano ingarbugliati i segnali di mercato.
Gli errori politici di alcuni sono opportunità per altri.

Nel 2009, le borse di Hong Kong e Shanghai hanno assieme visto 52 miliardi di euro fluire in offerte pubbliche iniziali, contro i 27 miliardi di New York e Nasdaq, e i 2 miliardi di Londra.

E’ stato un anno particolarmente, nel quale sicuramente a pochi imprenditori è balenata l’idea di quotarsi in bocca, per raccogliere capitale? Può darsi, ma il fatto che le IPO nell’orbita cinese siano valse poco meno del doppio di quelle che hanno avuto luogo in casa americana non è un dato privo di significato.

A Hong Kong i regolatori hanno mantenuto la calma, senza scendere la china del populismo.

In Occidente lo Stato neointerventista semina promesse e raccoglie catastrofi. Si salvi (almeno) chi può.

Da Il Riformista, 7 febbraio 2010

10 riforme low cost per l’Italia

22 febbraio 2010

II Pil in Italia crescerà più della media Ue. Bisogna approfittarne per ammodernare e snellire le istituzioni economiche

Articolo di Piercamillo Falasca e Alberto Mingardi

Nessun Paese Ue rispetterà i limiti del Patto di stabilità e crescita dei prossimi anni, probabilmente fino al 2014.

E per Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna la situazione è davvero delicata, per l’elevata incidenza del debito pubblico sul Pil e il rischio di effetti-contagio dell’eventuale deterioramento della finanza pubblica.

La spesa pubblica continua strutturalmente ad aumentare nei grandi comparti delle pensioni, della sanità e del pubblico impiego, i «pezzi» di bílancio pubblico che più cessiterebbero di riforme.
Se è vero che si prevede che l’Italia nel 2010 cresca a un tasso superiiore alla media europea (1,1% contro 0,9), è opportuno ricordare che, con questo tasso, il valore del Pii tornerebbe al livello del 2007 solo nel 2015.

Il sorpasso sulla media Ue allora andrebbe visto come un’occasione per ammodernare e snellire le regole e le istituzioni economiche.

Partendo dalle tesi di Dopo! Come ripartire dopo la crisi, proponiamo un decalogo di rivoluzioni possibili, che non riporterebbero il nostro Paese sul binario morto del deficit spending, ma che potrebbero aiutarci a fare sviluppo.

  • Il recupero di maggiori spazi di autonomia delle parti sociali e delle parti individuali nei contratti di lavoro. II contratto collettivo dovrebbe diventare un accordo-quadro, lasciando al livello decentrato un ruolo predominante. Solo in questo modo si potranno legare i guadagni di produttività ai salari.
  • L’ammodernamento delle relazioni industriali, con il superamento del criterio dell’efficacia erga omnes dei contratti di lavoro stipulati con le organizzazioni più rappresentative. I contratti collettivi dovrebbero avere efficacia per i soli iscritti al sindacato che li sigla. I sindacati ne verrebbero rafforzati, perché sarebbero «costretti» ad accorgersi di quei nuovi lavori che oggi non riescono a interpretare.
  • Infrastrutture e trasporti hanno un’importanza cruciale: occorre la liberalizzazione del comparto. Le priorità sono gli aeroporti e la rete ferroviaria: vanno introdotti meccanismi di mercato nell’allocazione degli slot, va promossa la privatizzazione degli scali e – in attesa dell’ingresso di nuovi operatori nell’alta velocità ferroviaria – quella di Trenitalia, affinché lo Stato resti come solo arbitro e titolare della rete.
  • Va ripensato il modello della pianificazione delle infrastrutture, pletorica e aliena da criteri di efficienza, attraverso il trasferimento alle Regioni delle competenze amministrative e stabilendo l’obbligo di una preventiva analisi dei costi e dei benefici di ogni nuova opera. «Gli investimenti in grandi opere» scrive in Dopo! Luigi Ceffalo «hanno trovato nella stratificazione dei diversi strumenti pianificatori un ostacolo che ha complicato e rallentato i processi decisionali e aumentato il potere di veto delle comunità locali».
  • L’elevata pressione fiscale è un ostacolo alla crescita economica. Dopo la Germania, in Europa abbiamo la maggiore tassazione sui profitti d’impresa (37,5%,17 punti in più della media Ue), ma a differenza di Berlino anche la pressione sul capitale è penalizzante. Ridurre le tasse sui profitti e sul capitale, attraverso uno «scambio», meno tasse e meno sussidi alle imprese, non è un favore ai padroni, ma una spinta alla creazione di ricchezza e all’attrazione di nuovi investimenti.
  • Accanto alla riduzione del quantum fiscale, è opportuna una semplificazione degli adempimenti. I dati della Banca mondiale (Doing Business 2009) sono impietosi: una media impresa italiana impiega 336 ore per adempiere agli obblighi con il fisco, contro le 76 irlandesi, le 105 ore del Regno Unito o le 131 francesi. Un fisco più semplice è già un fisco più equo.
  • Oltre alla tassazione, le imprese soffrono dell’incertezza delle regole vigenti. L’ambiente normativo va bonificato e reso più trasparente da un miglioramento della qualità delle proposte legislative e regolatorie, in modo che le regole applicabili siano d’immediata percezione e comprensione.
  • Quando si parla di riforma della giustizia, si dimentica spesso che – ben al di là delle misure «tagliola» per ridurre la lunghezza dei processi – la chiave di volta potrebbe essere l’attivazione in ogni tribunale di meccanismi premiali e competitivi per aumentare l’efficacia del lavoro di cancellieri e magistrati. In Dopo!, Serena Sileoni suggerisce l’estensione a livello nazionale dei vademecum del Tribunale di Torino, uno strumento che ha consentito lo smaltimento del lavoro arretrato senza interventi legislativi, ma con l’applicazione di un metodo di lavoro aziendale all’interno dell’amministrazione della giustizia.
  • La riforma degli strumenti di protezione del lavoratore non è resa inattuale dalla buona tenuta dei sistema della cassa integrazione durante la crisi. In un mondo che cambia sempre più rapidamente, l’impresa va valorizzata come soggetto formativo. Come il governo già sta facendo, vanno incentivate forme di investimento sul capitale umano le più diverse, ma finalmente slegate da una logica burocratica. II lavoratore, fuori dalle logiche della lotta di classe, deve poter diventare imprenditore delle proprie competenze. In quest’ambito è urgente una robusta deburocratizzazione.
  • Le pensioni assorbono una quota enorme della spesa sociale, lasciando gli spiccioli alle politiche per la maternità, l’infanzia e la vecchiaia, per la formazione e la riqualificazione professionale. L’aumento dell’età pensionabile, anche attraverso la piena equiparazione tra uomini e donne, libererebbe risorse utili per favorire l’occupazione giovanile e femminile. Andrebbe favorito l’opting-out volontario dei giovani dalla previdenza pubblica, in favore di più remunerative forme obbligatorie di previdenza privata.

Da Economy, 30 dicembre 2009

Lo statalismo è la causa, non la soluzione

22 febbraio 2010

La lezione è semplice: se lo Stato non ci mette lo zampino l’economia è perfettamente in grado di risolvere i suoi problemi. Come diceva Reagan, lo Stato è il problema non la soluzione

Articolo di Antonio Martino

Lo scorso 24 agosto il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo di Alan Reynolds del Cato Institute intitolato Big goverment, big recession.

Con big goverment in America si intende l’interventismo statale caratterizzato da aumento delle spese pubbliche accompagnato da aumenti di tasse o del deficit.

L’autore richiama la tesi di Paul Krugman che sul New York Times la settimana prima aveva sostenuto che l’America aveva evitato una seconda Grande Depressione grazie al big government, all’aumento delle spese pubbliche.

I sostenitori della tesi di Krugman sono in genere convinti che la crisi degli anni Trenta sia stata causata dai tagli alle spese pubbliche.
Reynolds fa a pezzi entrambe queste idee.

Anzitutto, non è vero che all’inizio degli anni Trenta le spese pubbliche vennero ridotte, aumentarono del 6,2% nel 1930, del 7,7% nel ’31 e del 30,2% nel 1932.

Se si tiene conto che in quegli anni i prezzi erano in calo, l’aumento in termini reali delle spese pubbliche appare in tutta la sua enormità.

In secondo luogo è difficile credere che un aumento effettivo delle spese statali di $120 miliardi (meno dell’uno per cento del pil) possa davvero avere impedito il ripetersi della catastrofe dei Trenta.

E’ vero che l’amministrazione Obama ha assunto impegni di spesa enormi ma le spese future non possono avere conseguenze prima di essere state effettuate.
La verità è che le recessioni sono state molto più profonde e durature dopo la seconda guerra mondiale di quanto non siano state negli anni precedenti la prima.

Questa tesi è stata proposta e confermata da uno studio pionieristico di Christina Romer, che attualmente è a capo del consiglio di economisti di Obama.

Ora, prima della prima guerra le dimensioni della spesa erano infinitamente minori e soggette a più basse variazioni che non dopo la seconda guerra, quando anche per via dell’influenza delle teorie di Keynes le dimensioni complessive delle spese pubbliche sono state molto maggiori e le politiche marcatamente interventiste.

Big government quindi non rappresenta la cura per le recessioni che vengono invece aggravate e prolungate dalle politiche di finanza allegra.
Del resto in un elenco di 13 fra le maggiori economie del mondo la crisi in corso è stata molto più acuta nei paesi ad alta spesa pubblica che non in quelli dove lo Stato è meno spendaccione.

Svezia, Francia, Italia, Inghilterra e Germania, dove nel 2007 la spesa ha assorbito fra il 42% ed il 53% del reddito nazionale sono i paesi che hanno avuto la più marcata contrazione del reddito: fra il 2,6% (Francia) ed il 6,2% (Svezia). Australia, Cina ed India dove le spese pubbliche rappresentano fra il 20 ed il 35% del pil hanno invece avuto tassi di crescita positivi.

Nel mezzo fra questi due gruppi di paesi, Canada, Spagna, USA, Giappone e Svizzera, dove le spese pubbliche ammontano a valori compresi fra il 35 e il 40% del pil, dove la recessione ha colpito ma meno che nel primo gruppo di paesi: i tassi di diminuzione del reddito nazionale sono stati compresi fra il 2 e il 4%.
La lezione è semplice: se lo Stato non ci mette lo zampino l’economia è perfettamente in grado di risolvere i suoi problemi. Come diceva Reagan, lo Stato è il problema non la soluzione.

Tratto da Brunoleoni.it

L’economia algerina va di male in peggio. E ora sposa il protezionismo

22 febbraio 2010

Articolo di Carlo Lottieri

La situazione economica dell’Algeria è da tempo piuttosto dura, anche a causa delle molte difficoltà politiche conosciute da un Paese uscito in maniera drammatica dal dominio francese e poi governato per decenni da un’élite corrotta, che con il suo comportamento ha favorito l’ascesa di movimenti fondamentalisti.

Da qui tensioni, violenze efferate da una parte e dall’altra, elezioni annullate e così via.

Da qualche tempo, pur tra molti problemi, la società e l’economia algerine stavano cercando di muoversi verso uno sviluppo che permettesse di sganciare il Paese dalla dipendenza rispetto agli idrocarburi.

Ma la crisi ha finito per portare alla luce e radicalizzare i terribili ritardi storici di un’economia che – come evidenzia il giovane economista Youcef Maouchi in un suo intervento intitolato Le virage protectionniste apparso sul sito www.unmondelibre.org – resta agli ultimi posti di tutte le principali classifiche riguardanti la libertà d’impresa, la competitività, la trasparenza.

Maouchi evidenzia, in particolare, come a seguito delle ultime difficoltà il governo di Algeri abbia deciso di introdurre riforme che si muovono tutte nella direzione del protezionismo e della chiusura di fronte alla globalizzazione.

A seguito di queste nuove norme, “tutti i futuri investimenti stranieri dovranno essere effettuati in associazione con azionisti algerini, i quali dovranno controllare almeno il 51% del capitale. Sapendo che le imprese locali hanno difficoltà a finanziarsi, questa regola finirà senza dubbio per uccidere sul nascere molte ipotesi di collaborazione”.

Un rafforzamento del protezionismo, ovviamente, si accompagna spesso con un aumento del controllo burocratico.

E infatti “ogni progetto d’investimento diretto straniero ora dovrà innanzi tutto essere approvato dal Consiglio nazionale per gli investimenti, aggiungendo in tal modo un altro po’ di burocrazia. E siccome le strutture per trattare tutti i dossier mancano, ciò rafforzerà soltanto la corruzione”.

La conclusione a cui giunge Maouchi è chiara: “invece che liberare l’iniziativa economica, il governo algerino sta per restringere gli spazi di autonomia, burocratizzando la decisione d’investire”.

Riuniti in un convegno tenutosi ad Algeri nello scorso settembre, gli imprenditori algerini si erano molto lamentati del triste stato della situazione dell’economia nazionale, ma non è certo adottando queste misure protezioniste che ci si può illudere di aiutare l’economia.

Lo dimostra lo sfacelo dell’Argentina, che su logiche analoghe aveva investito moltissimo.

Già il 4 luglio scorso il gruppo EMAAR Properties, un gigante nel settore immobiliare (sotto il controllo degli Emirati), aveva deciso di chiudere la propria filiale algerina.

Il gruppo – a cui deve ad esempio la realizzazione della gigantesca torre di Burj Dubai – ha lasciato il Paese mediterraneo probabilmente a causa delle enormi difficoltà a operare.

L’Algeria appare insomma dominata da un nazionalismo economico che è destinato “a impedire il rinnovamento dell’apparato produttivo e la diversificazione degli investimenti in Algeria, con il risultato che si accrescerà la dipendenza di quest’ultima dal petrolio e dal gas: ciò che la chiuderà in maniera duratura nella ‘maledizione delle risorse naturali’”.

Per l’Italia, che con l’Algeria ha rapporti tanto stretti e dalla quale tanto dipende, non si tratta davvero di buone notizie.

Tratto da Chicago-blog.it

La libertà economica in tempo di crisi

22 febbraio 2010

E’ ancora presto per verificare quanto la crisi abbia trasformato la mappa delle libertà economiche ma qualche segnale arriva già dall’Index of Economic Freedom 2010

Articolo di Chiara Battistoni

E’ di qualche settimana fa la pubblicazione dell’Indice di Libertà economica (Ief) 2010, sviluppato dalla Heritage Foundation americana in collaborazione con il Wall Street Journal; l’indice è destinato a misurare l’ingerenza dello stato nella vita economica di un paese.

Articolato in dieci sub indici, misura, su una scala da 0 (repressione) a 100 (massima libertà), la libertà del business (utilizzando i dati dello studio Doing Business della World Bank), la libertà del commercio, la libertà fiscale, la dimensione della pubblica amministrazione e dell’apparato burocratico, la libertà monetaria, la libertà di investimento, la libertà finanziaria (che misura la sicurezza e l’indipendenza del sistema bancario), la capacità di tutelare i diritti di proprietà, la libertà dalla corruzione (utilizzando il Corruption Perception Index della Transparency Organization), la libertà del lavoro che misura la flessibilità dell’apparato normativo e legislativo destinato a regolare il mondo del lavoro.

L’effetto della recessione

In un periodo come questo, in cui interventismo statale e deriva protezionista rappresentano per molti paesi la strada maestra per affrontare la crisi, l’indice 2010 fotografa solo in parte lo stato di fatto; i dati su cui è stato costruito sono quelli del periodo Luglio 2008 – Giugno 2009, a cavallo dunque della recessione; per avere un quadro effettivo del dopo crisi dovremo aspettare il rapporto 2011.

Ciò non toglie che lo scenario delineato dalla classifica 2010 non riservi interessanti sorprese, soprattutto tra i paesi europei e quelli in via di sviluppo, dove Mauritius (con l’arcipelago delle Isole Mascarene) ha conquistato la 12esima posizione, guadagnando in un solo anno 2 punti e molte posizioni.

Fa molto riflettere, invece, il quinto posto assoluto dell’Irlanda, paese che insieme a Grecia, Spagna, Italia e Portogallo è stato inserito nei cosiddetti “Piigs”, i paesi cioè per cui è elevato il rischio insolvenza per crisi di liquidità, solvibilità e cambio.

In questa pattuglia considerata da molti analisti ad alto rischio default se non fosse ancorata all’euro e se non fosse per i criteri di tolleranza applicati, ben diversi dai paesi in via di sviluppo, la Spagna è 36esima, il Portogallo 62esimo, la Grecia 73esima e l’Italia solo 74esima (su un panel complessivo di 179 paesi).

L’Irlanda sembrerebbe dunque essere un paese in cui la spiccata libertà economica non è più sufficiente a contenere le criticità (il debito estero irlandese è oggi nove volte il Pil).

Attenzione però; come ho osservato in apertura i dati dell’Ief 2010 non contemplano l’ultimo semestre 2009, quello rivelatosi particolarmente difficile.

Al tempo stesso l’Indice fotografa un paese nelle sue molteplici variabili, delineando di fatto uno scenario evolutivo che mette in luce anche le potenzialità di sviluppo frutto delle infrastrutture e dell’assetto socio-economico del paese.

Ed è proprio in questa prospettiva che va letta la graduatoria Ief.

Torniamo dunque al caso dell’Irlanda, per cui l’allarme deficit pubblico scattò già nell’aprile 2008 ad opera dell’Ocse, con la pubblicazione dell’Economic Survey;  al 31 agosto 2007 il disavanzo era pari a 2,8 miliardi di euro; un anno più tardi, il 31 agosto 2008, il deficit aveva già raggiunto gli 8,4 miliardi di euro; all’epoca si temeva che il debito pubblico potesse raggiungere il 4% del Pil, per sfiorare il 5% nel 2009.

Tuttavia, a rendere l’Irlanda un paese ancora competitivo ci sono proprio quelle variabili che permettono al paese di eccellere nell’Ief 2010. Il sistema di infrastrutture gode di buona salute: negli ultimi 11 anni sono stati fatti ingenti investimenti nelle scuole, nelle strade, nei trasporti pubblici.

L’Irlanda, inoltre, è un paese relativamente giovane; rispetto ad altri paesi europei il problema dell’invecchiamento della popolazione non è ancora una priorità dell’immediato; lo sarà del lungo periodo.

Per questo il governo sta già mettendo mano alla riforma della pensioni; l’ampliamento degli aventi diritto al trattamento pensionistico pubblico (la cosiddetta flat-rate pension) ha ridotto la povertà ma, di fatto, non ha migliorato i redditi più bassi, tuttora numerosi.

Proprio per queste ragioni si sta lavorando alla revisione tanto del “pilastro” pubblico quanto di quello privato.

A far ben sperare, poi, c’è la capacità di conservare un buon livello di trasparenza; l’indice di percezione della corruzione nel 2009 è stato pari a 7,7 su una scala da 1 a 10; ottimo risultato se si pensa che nel 2008 il punteggio di 7,1 aveva fatto reagire il governo con un messaggio di richiamo e allarme ai propri politici perché si tornasse a lavorare insieme per la trasparenza.

La Top Ten Ief 2010

Il punteggio medio globale dell’Indice 2010 è pari a 59,4, ovvero 0,1 punti in meno rispetto al 2009; significa che i paesi sono “mediamente non liberi”; è la seconda volta nella storia dell’indice, calcolato dal 1995, che si registra un risultato al ribasso, per lo più legato alla massiccia partecipazione pubblica all’economia, come risposta alla crisi.

Tra i paesi della Top Ten (tabella 1) il 2010 ha portato parecchie novità; escluse le prime due posizioni, stabilmente occupate da Hong Kong e Singapore, le posizioni rimanenti sono decisamente più mobili.

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La prestazione migliore è quella della Confederazione Elvetica che da nona ora è sesta, ma soprattutto è passata da paese “prevalentemente libero” a paese “libero”; l’Irlanda ha perso una posizione, passando dal quarto al quinto posto ma conservando la posizione migliore tra i paesi europei. Stabili l’Australia e la Nuova Zelanda, in calo invece gli altri Top Ten.

Nel complesso, tengono bene i maggiori paesi a ordinamento federale, ben quattro su dieci.

In Europa, la situazione è più volatile; alle spalle di Irlanda e Danimarca, ci sono rispettivamente il Lussemburgo (14), l’Olanda (15), l’Estonia (16), la Finlandia (17), la Svezia (21), l’Austria (22), la Germania (23) , Cipro (24), la Lituania (29), il Belgio (scivolato dal 20esimo al 30esimo posto), la Repubblica Ceca (34), la Slovacchia (35), la Spagna (36), Malta (48), la Lettonia (50), l’Ungheria (51), la Slovenia (61), il Portogallo (62), la Romania (63), la Francia (64) la Polonia (71), la Grecia (73), la Bulgaria (75).

E l’Italia? Pensate un po’, nell’Ue 27 siamo penultimi, 74esimi nel mondo con un punteggio di 62,7 che ci relega tra i paesi “moderatemante liberi”; un risultato in linea con le prestazioni degli anni precedenti; anzi, nel 2010 abbiamo recuperato 1,3 punti rispetto al 2009 mentre nel 2009 ne avevamo persi 1,2 rispetto al 2008. (tabella 2)

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La mappa delle criticità

Tuttavia a indicare le vere emergenze dei paesi non sono i punteggi assoluti quanto quelli registrati nei sub indici che compongono l’Ief.

Osservate la tavola sinottica; se consideriamo emergenze tutti i punteggi compresi tra 0 e 49,9, a cui corrisponde la condizione di repressione e tra 50 e 59,9, a cui corrisponde una condizione prevalentemente non libera, osserviamo che l’Italia totalizza quattro emergenze, tre identiche al 2009 (libertà fiscale, spesa pubblica e dimensione della Pa, libertà dalla corruzione) e una nuova, che coinvolge la libertà del mercato del lavoro e sottintende una smaccata rigidezza del mercato. Si tratta di variabili che altri indici, tra cui quello di competitività, già denunciano come sofferenti e che da anni costituiscono il nostro vero tallone d’Achille.

Non tutto va male, però; registriamo un modesto progresso nella protezione della proprietà intellettuale che tra l’altro coinvolge il sistema dei brevetti così come nel contenimento della spesa pubblica.

Se diamo un’occhiata alle prestazione dell’Irlanda, invece, troviamo nella fascia “prevalentemente non libero” solo la spesa pubblica (risultato in linea con l’aumento del debito pubblico).

Per la Confederazione Elvetica, infine, solo la spesa pubblica si colloca nella fascia “ moderatamente libero”.

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Tratto da http://www.fbritaly.it

Goldman Sachs, la Grecia e la storia

20 febbraio 2010

Articolo di Oscar Giannino

Giornalisticamente è stato uno scoop e non si discute, quello riportato dal New York Times.

Quando il 14 febbraio Louise Story, Landon Thomas e Nelson Schwarz hanno rivelato che fino a poche settimane prima che la Grecia divenisse l’epicentro dell’eurodramma il presidente di Goldman Sachs, Gary Cohn, e un team dei suoi migliori liabilities arrangers trafficavano incessantemente con il Tesoro di Atene per mascherare decine di miliardi di euro di debito pubblico, in poche ore tutti i media mondiali rimbalzavano la storia in ogni schermo e pagina. Una storia che ci dice insieme delle vecchi ma persistenti strategie di Goldman e delle residue grandi banche d’affari anglosassoni, ma anche dei vizi dei governi.

Perché, da quel punto di vista, i governi purtroppo sono più o meno sempre eguali, da secoli e millenni.

Tendono a mascherare i deficit e debiti pubblici, e a ricercare il compiacente appoggio dei banchieri per riuscire nell’intento.
Solo che, per restare nella modernità e non affondare nella notte dei tempi, il rapporto tra governi e banchieri, in questo, col tempo si è del tutto ribaltato.

In almeno tre fasi.

Agli albori del mercato e della modernità, nei secoli tra il Duecento e il Seicento, era il sovrano a tenere le briglie, e il banchiere a rischiare testa o portafoglio.

La testa, come capitò ai Templari che rifiutavano nei primi anni del Trecento il proprio tesoro a Filippo il Bello, sull’orlo dell’insolvenza.

O comunque la faccia, come capitò alle compagnie fiorentine dei Bardi e dei Peruzzi, andate rovinosamente fallite tra il 1345 e il 1347 quando Edoardo III d’Inghilterra ripudiò selettivamente il suo debito ai prestatori esteri, rifiutando la concessione di servizi commerciali e beni patrimoniali che erano a garanzia del prestito (che “valea il reame”, scrisse Giovanni Villani nelle sue Cronache Fiorentine).
Ma il mercato è fatto apposta per trarre lezione dagli errori.

E i banchieri si fecero furbi.

Dai Fugger tedeschi alle Libere compagnie mercantili di navigazione olandesi e scandinave – ben distinte da quelle “reali” come in Francia – fino all’apogeo dei Rothschild in tutto l’Ottocento, il banchiere prestatore ai governi imparò a diversificare il proprio portafoglio, e a esigere garanzie la cui negazione avrebbe comportato, per il re d’Inghilterra o di Prussia, un vero tracollo internazionale in un mondo che si era fatto mercantilista.

Le coalizioni antinapoleoniche vinsero alla fine per l’oro preminente che le garantiva.

Dal Congresso di Vienna fino al primo conflitto mondiale, i debiti pubblici dell’intera Europa si ressero per due terzi su garanzie di banchieri privati della piazza londinese, e per un terzo di quella francese.

L’Italia Unita senza Roma nacque così, più per quel che i Savoia dovevano finanziariamente a Parigi che per la minaccia degli zuavi.

La Triplice scoprì a sue spese, nella prima come nella seconda guerra mondiale, che credere di sostituire il proprio acciaio all’oro anglofrancese e poi angloamericano era un’illusione.
E siamo al terzo tempo.

Quello della globalizzazione in cui il denaro costa poco o nulla, visto che nel quindicennio precrisi attuale il mondo anglosassone credeva di aver vinto l’inflazione e il debito pubblico, crescendo a debito grazie a tassi bassissimi e ad acquisti massicci di titoli da parte dei cinesi.

In questi anni, swap come quelli proposti da Goldman Sachs alla Grecia non sono affatto uno scoop.

Per dirne solo una, la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, in un intervento del suo capoeconomista all’appuntamento agostano 2007 di tutti i banchieri centrali a Jackson Hole, calcolava che gli swap realizzati dalle prime cinque banche d’affari al mondo ai 32 governi dei Paesi Ocse negli anni tra il 2001 e il 2005 fossero ammontati ad almeno 325 miliari di dollari! Erano gli anni nei quali i governi si proteggevano dal rischio che improvvisamente, dopo la crisi dell’11 settembre, Greenspan potesse mutare i tassi d’interesse tornando ad alzarli, dall’1 e poco più per cento dove li aveva abbassati per evitare la recessione.

Non accadde – purtroppo! – ma l’occasione rese l’uomo di governo ladro, e il banchiere ancor più furbo.

Pieni di miliardi a basso costo e con revenues e utili stragonfiati dalla finanza sintetica, le big five hanno preso sempre più a ingraziarsi i governi proponendo “finti” swap di copertura valutaria. Non più per proteggersi dai tassi futuri esteri, bensì solo per operazioni di window dressing contabile.

Un deficit sanitario e previdenziale veniva anticipato dalla banca d’affari e trasformato in una scommessa sui cambi a tot anni, et voilà, il debito apparentemente diminuiva, sostituito da denaro fresco, e l’onere sarebbe ricaduto sui governi e le generazioni successive.

In cambio, alle banche prestatrici si aprivano i canali della riconoscenza dei governi, per consorzi di collocamento di titoli pubblici, privatizzazioni, fusioni o privatizzazioni di banche e società pubbliche: hai voglia, quanti incontri a raffica sono avvenuti in tutta Europa come quello famigerato che ancora fa scandalo nelle cronache italiane, sul Britannia, quando si trattò di avviare le grandi privatizzazioni italiane 16 anni fa.
Sono le banche d’affari, colpevoli? No.

Neanche nel caso greco.

Finché le regole resteranno queste, fanno il loro mestiere: tutto l’utile che si può, dove si può e con chi si può.

Sono i governi, che dovrebbero stabilire di limitare gli swap al solo campo esclusivo delle partite patrimoniali i cui valori reali possono mutare al mutare del cambio.

Un conto è swappare cespiti che si detengono fuori dall’euroarea, o obbligazioni verso e da terzi in dollari o yuan.

Altro conto, e dovrebbe essere vietato tassativamente da Eurostat, swappare partite correnti di deficit pubblico domestico di qualunque natura, sanitaria, previdenziale o infrastrutturale.

Tanto per cambiare, a Goldman se la ridono.

E’ l’Europa, a far piangere.

Tratto da Chicago-blog.it

Jp e GS hanno aiutato la Grecia a nascondere il debito

20 febbraio 2010

Il New York Times svela un imbarazzante retroscena sulla crisi del paese ellenico: Wall Street, ed in particolare due grandi banche come GS e JP Morgan Chase lo hanno aiutato a mascherare l’entità del suo debito, mettendo in serie difficoltà l’euro. Lo stesso meccanismo utilizzato con l’Italia

Articolo di Alessandro D’Amato (Gregorj)

E’ una notizia che, se confermata, potrebbe mettere in serio imbarazzo la finanza mondiale e i rapporti tra i paesi e le istituzioni transnazionali.

Lo scrive con ampio rilievo il New York Times con ampio rilievo: una serie di meccanismi swap messi a punto da Goldman Sachs e JP Morgan Chase hanno permesso alla Grecia di ipotecare alcuni settori della propria economia mascherando parte del debito alle autorità comunitarie di Bruxelles, perché le operazioni in questione non sono appaiono come prestiti bancari.

In particolare, la Grecia avrebbe finanziato parte del suo deficit sulla sanità pubblica impegnando i futuri introiti sulle tasse aeroportuali, i pedaggi autostradali e gli incassi legati alle lotterie di stato.

E soprattutto, secondo il Nyt meccanismi analoghi erano stati sfruttati in passato anche dall’Italia per ridurre artificialmente il proprio deficit con prodotti derivati, attraverso meccanismi particolari legati ai tassi di cambio.

OSCURI AIUTI – Con l’aiuto di Wall Street, scrive il Nyt, la Grecia si è impegnata in uno sforzo decennale per aggirare i limiti del debito imposti da Bruxelles.

Un accordo creato da Goldman Sachs ha aiutato il paese ellenico a nascondere i veri numeri del debito all’Unione Europea.

Ai primi di novembre, tre mesi prima che Atene diventasse l’epicentro della crisi mondiale, un team di GS si è presentato alle autorità greche con un piano perfetto per “aiutare” il governo greco, secondo due persone che erano presenti al meeting.

I banchieri, guidati dal presidente di Goldman Gary D. Cohn, hanno proposto al paese degli strumenti derivati per posticipare al futuro parte del debito contratto nella salute pubblica, nello stesso modo in cui hanno operato con i possessori di case americani.

Nel 2001, poco prima che la Grecia entrasse nell’euro, Goldman ha aiutato il governo a prendere in prestito miliardi.

Questi accordi, nascosti al pubblico perché trattati come un “currency trade” invece che un debito, hanno aiutato Atene a rispettare le regole per essere ammessa nell’Unione Europea, e a continuare a spendere più di quanto le fosse permesso. la Grecia non ha accettato le ultime proposte di GS, ma il comportamento della banca americana getta un’ombra sul suo ruolo nei confronti della crisi finanziaria che ha colpito il mondo.

I derivati hanno infatti giocato un ruolo importante nello scoppio della bolla del debito greco, così come avevano fatto, scrive il New York Times, in altre epoche per l’Italia.

Prestando denaro ai governi che in cambio hanno impegnato gli emolumenti futuri di autostrade e lotterie; alcuni dei “piani” proposti da Goldman Sachs sono stati chiamati con nomi degli dei dell’antica mitologia ellenica, come il piano “Eolo” citato dal NYT.

TOO BIG TO FAIL – Oggi la Grecia, scrive il giornale, è “too big to fail”, ovvero un suo default avrebbe conseguenze troppo grandi per il pianeta per permetterlo, visto che i debiti nei confronti del sistema bancario ammontano a 300 miliardi di euro.

Un portavoce del ministero delle finanze ellenico ha detto che la Grecia ha rifiutato le proposte portate ultimamente da Goldman e JP, proprio per favorire la trasparenza come richiesto dall’Ue, mentre le due banche hanno preferito non commentare.

I politici non vedono l’ora di poter procastinare i problemi di finanza pubblica, gettandoli sulle spalle delle generazioni future“, ha commentato l”economista Gikas A. Hardouvelis: Wall Street non ha creato il debito europeo, ma ha aiutato i governi a nasconderlo con metodi perfettamente legali ma che poi hanno finito per ritorcersi contro a chi, come la Grecia, li ha utilizzati.

Se un governo vuole imbrogliare, imbroglierà“, dice Garry Schinasi del Fondo Monetario Internazionale, anche se i metodi costicchiano: il paese ellenico ha pagato 300 milioni di euro di parcelle ai ragazzuoli di GS, secondo fonti interpellate dal giornale.

UN BUCO SENZA FONDO? – I derivati, di cui non si trova traccia nei documenti ufficiali, non consentono quindi di dire con certezza quanto siano grandi i guai in cui si trova la Grecia, e quali altri governi potrebbero aver usato gli stessi metodi.

Quindi, il pericolo non sarebbe soltanto appannaggio del paese ellenico, ma anche di Portogallo, Spagna e Italia. Per questo, la nascita dell’euro sarebbe avvenuta con un “peccato originale”: alcune nazioni, tra cui la nostra, avrebbero nascosto sotto il tappeto parte del loro deficit negli anni tra il 1996 e il 1998 (durante i governi Prodi e D’Alema), riducendo parte dei loro debiti attraverso i derivati.

Uno strumento utilizzato è stato l’interest rate swap, il contratto swap più diffuso, quello con cui due parti si accordano per scambiarsi reciprocamente, per un periodo di tempo predefinito al momento della stipula, pagamenti calcolati sulla base di tassi di interesse differenti e predefiniti (un fisso al posto di un variabile o viceversa), applicati ad un capitale nozionale.

Un altro, il currency swap, serve a minimizzare gli effetti della volatilità dei tassi di cambio delle monete.

Con l’aiuto di JP Morgan, scrive il NYT, il governo italiano nel 1996 ha usato il derivato per portare il proprio budget in linea, con uno swap con JP a un tasso di cambio favorevole; in cambio, l’Italia si è impegnata a futuri pagamenti che non sono finiti nel bilancio come passività.

La vicenda italiana aveva provocato code polemiche fino al 2001.

L’operazione, come dichiararono ufficialmente sia il Tesoro italiano sia le autorità di Bruxelles, aveva superato l’esame di Eurostat, alla quale spetta la valutazione dei criteri per il calcolo del debito pubblico dei paesi europei e che ne aveva certificato la regolarità.

NON UNA NOVITA‘ – Della vicenda si era già occupato Phastidio.net, citando l’articolo di Der Spiegel on line: “il Tesoro greco avrebbe realizzato operazioni di cross currency swap, con l’accensione di debito in dollari e yen la sua immediata conversione in euro, predeterminando il rapporto di cambio di chiusura dell’operazione.

La Grecia avrebbe ottenuto da Goldman di regolare l’operazione con un rapporto di cambio fittizio, necessario ad occultare la reale entità delle nuove passività, destinate a palesarsi al momento del rimborso“.

La storia del derivato italiano a cui fa riferimento il NYT si può leggere qui.

Tratto da Giornalettismo.com

Il Nobel Mundell lancia l’allarme: “L’Italia è a rischio default”

20 febbraio 2010

“L’Italia è la maggior minaccia all’Euro-zona. Un suo salvataggio sarebbe molto difficile”. Il premio Nobel per l’economia, Robert Mundell mette in guardia i mercati internazionali sullo stato del nostro Debito pubblico. Preoccupazione anche da Bankitalia e Commissione Ue.

Articolo di Pietro Salvato

L’Italia è la minaccia più grande per l’economia dei 16 paesi della Zona dell’Euro“.

Parola del premio Nobel per l’economia, Robert Mundell.

L’economista d’origine canadese, intervistato dal network televisivo americano Bloomberg tv ha sostenuto inoltre che “ci sono seri motivi di preoccupazione” per il nostro paese e che un suo eventuale “salvataggio“, visto lo stato attuale dei conti pubblici, sarebbe “molto complicato“.

L’ITALIA È AD ALTO RISCHIO - Mundell, che ha ricevuto il premio Nobel nel 1999 con una ricerca che ha contribuito a gettare le basi per la stessa moneta unica europea, è noto soprattutto per i suoi studi accademici sulla politica monetaria e fiscale in regime di diversi tassi di cambio. Conosce pertanto la situazione italiana molto bene.

Ne ha valutato, nel corso degli anni, sia i pregi, sia i difetti.

La sua preoccupazione, quindi, non appare estemporanea.

Sarebbe molto difficile riuscire a salvare l’Italia – ha chiosato l’economista – qualsiasi cosa si stia facendo per la Grecia e magari per il Portogallo e anche per l’Irlanda, deve anche essere fatto, entro breve tempo, per salvare l’Italia.

L’Italia stessa deve essere preoccupata“.

Gli analisti economici della Tv che fa capo al magnate dell’editoria e sindaco di New York, Michael Bloomberg, hanno poi ricordato come “il governo italiano ha cercato di impedire che l’Italia fosse accomunato con le altre economie deboli della zona dell’euro“, i cosiddetti PIIGS – Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna – che recentemente stanno causando non poche preoccupazioni agli investitori internazionali per la loro scarsa capacità di controllo del deficit e del debito.

Lo stesso Primo ministro italiano, Silvio Berlusconi – ha ricordato il network americano – ha detto lo scorso 10 febbraio che molte altre nazioni stavano facendo ‘molto peggio’ dell’l’Italia e che i mercati gli hanno dato fede“.

Affermazioni però infondate, sostengono gli analisti economici di Bloomberg, poiché l’Italia, che in Europa rappresenta la quarta economia più grande, “non è ancora fuori dalla recessione“, specie dopo “la contrazione dello 0,2% segnata nel quarto trimestre del 2009“.

Il Pil, su base annua, è calato del 5% rispetto a quello registrato nel 2008.

Il Debito pubblico, quest’anno, salirà al 117%.

Cifre, secondo pure Robert Mundell, che fanno del nostro paese “dopo la Grecia, il paese a più alto rischio“.

SOTTO IL TIRO DELLA SPECULAZIONE – Il prestigioso economista d’origine canadese, per di più, sostiene che il nostro elevato Debito pubblico finirà per creare “problemi a tutta la regione dell’euro, specie se dovesse esserci un aumento dei tassi d’interessi” che renderebbero, di fatto, “molto difficile all’Italia far fronte ai suoi prestiti“.

L’Italia – rimarca Mundell – ha circa 1,8 trilioni di euro (1 milione e 800 mila miliardi n.d.a) di Debito pubblicopiù di cinque volte superiore a quello della disastrata Grecia“.

Robert Mundell, che tra l’altro è anche professore all’autorevole Columbia University, sostiene che: “Se l’Italia avrà delle difficoltà, diventerà inevitabilmente un bersaglio della speculazione e allora ci saranno problemi enormi anche per l’euro“.

Riguardo all’Euro-zona, Mundell valuta invece del tutto “ingiustificati gli allarmi di chi preconizza una spaccatura dell’unione monetaria“.

Anzi, a suo parere “l’Euro-zona dovrebbe continuare a crescere arrivando a includere anche l’Inghilterra“.

Nell’immediato, comunque, le autorità monetarie europee “non devono permettere per almeno dieci anni all’euro di superare quota 1,40 sul dollaro” perché, sostiene l’economista, questo rischierebbe di penalizzare fortemente le esportazioni e di conseguenza l’economia continentale. Quanto alla Grecia, Mundell reputa che sia “un problema locale“, così come lo può esserlo “la California per gli Stati Uniti“.

La California può anche andare in default – ha detto il premio Nobel – ma questo non avrà alcuna conseguenza sul resto del paese“.

LE PREOCCUPAZIONI DI BRUXELLES E DI DRAGHI - “Il Debito pubblico italiano è preoccupante”.

Con queste parole lo scorso dicembre, il commissario Ueuropeo agli Affari Economici, Joaquin Almunia, nel corso della presentazione delle nuove stime della Commissione Ue, confermò che anche il nostro paese è ancora sotto stretta osservazione.

Uno dei problemi fondamentali, secondo Almunia, è quello del peso degli oneri del debito che “sono pari al 5% del prodotto, un livello superiore a qualsiasi altro Paese“.

Nella stessa conferenza, il commissario spagnolo ricordò come: “Il giudizio della Commissione sulla ripresa post-crisi non è dei migliori, una ripresa che sarà moderata e anche quando prenderà piede le debolezze strutturali incluso il debito pubblico molto elevato continueranno a pesare sull’economia.

Complessivamente dal primo trimestre 2008 al secondo trimestre 2009 la perdita cumulativa del Pil in Italia è stata del 6,5%, simile a quella registrata in Germania ma più alta della maggior parte dei paesi dell’Euro-zona“.

Non dissimili sono state le preoccupazioni espresse dal governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi che, intervenendo alla conferenza “The future of finance” organizzata dal Wall Street Journal lo scorso dicembre, affermò: “La maggior preoccupazione per il futuro è l’enorme volume di debito corporate e pubblico in scadenza nei prossimi cinque anni. Se per varie ragioni i tassi di interesse dovessero salire con i bilanci delle banche non ancora risanati, e possono farlo – ha spiegato Draghi - per ragioni di politica monetaria e perché lo spazio per il risanamento durerà ancora diversi anni, allora sarebbe una cosa preoccupante se si considera che i debiti bancari sono dell’ordine dei trilioni, ai quali bisogna aggiungere il Debito pubblico, allora potrebbe materializzarsi un rischio per i debiti degli Stati“.

Analisi – quelle di Almunia e dello stesso Draghi – come si vede, del tutto analoghe a quella fatta dal Nobel canadese.

Tratto da Giornalettismo.com

Porci senza ali: c’è l’Italia tra i grandi malati d’Europa

20 febbraio 2010

Per alcuni facciamo parte dei PIIGS, per altri dei GIPSI. In entrambi i casi siamo “soci” del poco esclusivo club dei cinque paesi europei con i problemi economici più gravi.Intanto la Banca d’Italia segnala che le famiglie italiane sono sempre più povere.

Articolo di Pietro Salvato

Sui grandi giornali economici internazionali come il Financial Times o il Wall Street Journal, un nuovo acronimo sta facendo rapidamente strada: PIIGS sigla composta dalle iniziali dei seguenti cinque paesi europei: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna che, secondo molti osservatori economici internazionali, presentano i problemi più seri nei loro fondamentali economici, a cominciare dal loro debito pubblico.

Non solo, l’acronimo fa il verso al termine inglese “pigs” ovvero maiali, quasi a volerne evidenziare i limiti, le lentezze e, soprattutto, le pesantezze che ne impediscono una rapida reazione all’attuale difficile congiuntura economica mondiale.

MAIALI D’EUROPA – Va detto subito che i cinque paesi pur versando in condizioni serie, sono afflitti da mali, almeno in origine, diversi.

Inoltre, il loro status di paesi fondatori dell’Unione europea, con peraltro la stessa moneta: l’Euro, impedisce di vagliarne la loro debolezza congiunturale usando gli stessi criteri che si applicano, per esempio, alle economie dei paesi emergenti.

In caso contrario, tutti e cinque, sarebbero da considerare a rischio di “default”.

Proprio l’Euro e la presenza di una struttura intergovernativa di controllo come la Bce, di fatto, rende molto improbabile, almeno per ora, i rischi di insolvenza.

Questo, tuttavia, non vuol dire che conti pesantemente sotto pressione non possano determinare gravi ripercussioni sulle singole economie nazionali e, più in generale, nei mercati finanziari continentali e non.

Quando i mercati finanziari vanno sotto pressione, specie per la sistematica presenza della speculazione internazionale, la prima conseguenza evidente si riflette sui differenziali d’interesse pagati sul debito di questi Stati, diciamo così a rischio, rispetto ai titoli di stato tedeschi (considerati quelli più stabili e sicuri).

Si pensi, ad esempio, che per l’ultima crisi del mercato finanziario europeo, l’Euro si è indebolito di quasi 10 punti percentuale rispetto al Dollaro nel breve volgere di appena due mesi.

In questo frangente, i differenziali sono cresciuti di quasi 350 punti per la Grecia, e di oltre i 150 punti per Irlanda sui premi per assicurarsi contro l’insolvenza di questi Stati.

Si tratta dei famosi Spread dei Cds.

I contraccolpi ci sono stati sui mercati azionari europei (ma anche Wall Street e Tokio hanno avvertito lo scossone) ed in particolare, in quelli di quei paesi dove risultano esserci diverse banche esposte nei confronti dei governi, a cominciare dalla Spagna.

SIAMO A RISCHIO? – Facciamo, per prima cosa, una rapida disamina della situazione macroeconomica così come riporta una precisa analisi del sito di informazione economica lavoce.info dei 5 “maiali” d’Europa.

Chi probabilmente sta peggio di tutti è l’Irlanda.

A dircelo è la seguente tabella ricavata dall’ultimo World economic outlook database del FMI, che mette sotto osservazione proprio la vulnerabilità dei PIIGS.

Curiosamente, il Fondo monetario, magari per non urtare la suscettibilità dei cinque paesi, anziché PIIGS li definisce GIPSI, sigla che ricorda il termine l’inglese “gipsy”, ovvero zingari.

Tra i vari fattori di rischio (riportati tutti nella prima colonna) due assumono un fattore fondamentale. La crisi di solvibilità e quella della liquidità.

Dalla tabella risulta che il debito estero irlandese è 9,28 volte il prodotto interno lordo.

Gli altri PIIGS ad eccezione del Portogallo (2.33 volte) sono più o meno allineati.

Il debito pubblico irlandese sull’estero è 2.55 volte le entrate, le riserve della Banca d’Irlanda coprono solo 1/461mo del debito a breve.

Il tasso di cambio irlande si è rivalutato del 13% dal 2005 mentre il Pil è sceso del 7,5% nel 2009.

Analogamente si può notare come l’Italia, tra questi paesi, è quella messa meglio.

In sostanza, siamo primi tra gli ultimi, se vogliamo guardare il bicchiere mezzo pieno.

L’impatto della recessione è evidente. la Spagna nel 2007 aveva un avanzo di bilancio pari a circa il’2% del suo Pil, mentre nel 2009, con l’avvento della crisi che in Spagna ha colpito particolarmente duro, si ritrova con un deficit del 12%!

E ALLORA FESTEGGIAMO? - Ovviamente il fatto che non stiamo “inguaiati” come altri non può essere, di per sé, un motivo per farci rallegrare.

Anzi, il fatto che i principali organi europei d’informazione economica ci mettano tra “zingari o maiali” che dir si voglia, dovrebbe farci riflettere non solo sullo stato della nostra economia ma, anche, su quello della nostra informazione che, spesso e volentieri, certe notizie le cestina o le occulta, magari al solo scopo di non disturbare il disinteressato manovratore.

E’ notizia recente che l’Istat ha rilevato che nel 2009 la produzione industriale è scesa del 17,4% rispetto al 2008, il peggior risultato segnato dal 1991.

La Banca d’Italia, a sua volta, ha invece diffuso i dati relativi alla ricchezza delle famiglie italiane e, pure in questo caso, c’è stato un peggioramento.

Nel 2008 il reddito familiare medio è stato di 2.679 euro, al netto delle tasse sul reddito e dei contributi sociali.

Rispetto al reddito medio registrato nel precedente biennio 2006-2008 si è avuta una diminuzione del 4% del potere d’acquisto delle famiglie.

Secondo i dati di Via Nazionale, il 20% delle famiglie ha un reddito inferiore a 1.281 euro, mentre solo il 10% supera i 4.860 euro.

Inoltre, il 10% delle famiglie italiane detiene il 45% circa della ricchezza, un dato rimasto invariato negli ultimi tre lustri.

Ciò nonostante le disuguaglianze sociali in termini di distribuzione del reddito sono aumentate. L’indebitamento delle famiglie continua a crescere, seppur a ritmi meno sostenuti.

In media lo è una su tre, anche se il dato è inferiore a quello registrato negli altri paesi industrializzati, soprattutto per quanto concerne il livello di diffusione dei mutui sulla casa.

Ma come sappiamo, il credito a consumo nel nostro paese è meno diffuso, storicamente, che altrove.

Secondo Bankitalia, infine, i più penalizzati dalla crisi sono stati i lavoratori autonomi rispetto a quelli dipendenti e gli individui con età inferiore ai 55 anni rispetto a quelli con maggiore età. Particolarmente penalizzata risulta la fascia d’età dai 45 anni in giù.

Tratto da Giornalettismo.com

Peter Schiff Video Blog: Sovereign debt crisis and Greece defaulting

20 febbraio 2010

http://www.schiffforsenate.com/

L’unico aiuto ad Atene è andarci in vacanza

20 febbraio 2010

Se non vogliamo che l’Europa diventi un gigantesco Meridione, dobbiamo resistere alle richieste di Atene

Articolo di Carlo Stagnaro

Con tutto il rispetto, signori di Bruxelles! Prima di salvare la Grecia pensateci due volte, poi altre due, se non bastasse due volte ancora, e poi non fate nulla.

I contorni dell’accordo sbocciato tra i leader europei non sono ancora chiari, ma è chiara una cosa: se l’Ue sceglierà di prestare soccorso finanziario ad Atene, rischiamo di imboccare una via senza ritorno.

Si replicherebbe, su una scala gigantesca, l’errore che ha macchiato le politiche anticrisi.
Il salvataggio di banche, aziende automobilistiche e quant’altro non ha spinto il mondo fuori dalla recessione: ha solo tamponato temporaneamente un’emorragia che inevitabilmente ha finito per aggravarsi.
Peggio ancora, ha lasciato una pesante eredità sui conti pubblici di molti paesi, che i contribuenti dovranno pagare per tanti anni a venire.

Pregiudicando la competitività e le prospettive di crescita.
Tendere la mano a uno Stato è, se possibile, ancora peggio.

Il punto non è tanto la diversa portata finanziaria dell’operazione, che ovviamente avrebbe dimensioni e profondità inedita, né la sua non trascurabile complessità tecnica, che probabilmente l’Ue non è in grado di gestire.

A traballare sarebbe la credibilità stessa dell’Ue come mastino del rigore finanziario.

In fondo, se l’Europa toglie le castagne dal fuoco alla Grecia, sarà più difficile dire di no al Portogallo, quando busserà alla porta.

O alla Spagna.

All’Italia.
E via dicendo.

Scatterà, insomma, l’effetto tana liberi tutti: per cominciare, quelli che – come Dublino hanno scelto la via dell’austerità fiscale, si sentiranno beffati, e inevitabilmente finiranno per mollare le briglie della spesa.

Difficile dargli torto.

Anche qui, non è difficile immaginare un’escalation.

Per limite, il cielo: il processo, cioè, finirà per scontrarsi con la sua stessa sostenibilità finanziaria, e con la disponibilità dei virtuosi a pagare.
Naturalmente, lo scenario non può essere così catastrofico.

Non può esserlo perché anche chi sta relativamente bene non è in grado, oggi, di farsi carico delle sorti di mezza Europa.

Del resto, sarebbe suicida per loro e deleterio per tutti.

Se l’esperienza dell’Ue è servita a qualcosa, infatti, è proprio perché ha inoculato, negli Stati membri in generale e in quelli dell’Eurozona in particolare, una maggiore cautela con la finanza creativa, e un atteggiamento più attento alle conseguenze di lungo termine.

Oggi tutto è messo a repentaglio da un evento parzialmente imprevisto – il collasso greco – e, forse, da un entusiasmo eccessivo ai tempi dell’adesione alla moneta unica.

La quale, tuttavia, non è stata priva di benefici, anzi: probabilmente, senza di essa la situazione sarebbe stata peggiore.
Da questo punto di vista, l’Europa avrebbe molto da imparare guardando alla storia italiana.
La pioggia di aiuti pubblici non ha salvato il Sud dall’arretratezza: semmai l’ha aggravata, caricando contemporaneamente sulle spalle del Settentrione il peso di uno Stato inefficiente e costoso, che oggi più che mai soffoca la parte più produttiva del paese.
Se non vogliamo che l’Europa diventi un gigantesco Meridione, dobbiamo resistere alle richieste di Atene.

Non è facile uscirne, e – va da sé qualcosa bisogna fare. Magari con la collaborazione, non il protagonismo, dell’Europa.

Che i greci si aggrappino a quello che vogliono: al Fondo monetario internazionale, al Padreterno, alle balle di Garibaldi.

Ma nessuno pensi di acquistare, coi nostri soldi, l’indulgenza plenaria per i suoi peccati politici.

Da Libero Mercato, 12 febbraio 2010


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