Archivio per dicembre 2009

Person of the Year: Ron Paul

31 dicembre 2009

Article by Jack Hunter

People often mistake being named Time’s “Person of the Year” as an honor, but that men as sinister as Adolph Hitler, Josef Stalin and Rudy Giuliani have all been given the title suggests otherwise. According to Time, the award is primarily a recognition of influence and by that measure the 2009 selection of Federal Reserve Chairman Ben Bernanke makes sense.

Explains Time, the Fed is “an independent government agency that conducts monetary policy, which means it sets short-term interest rates – which means it has immense influence over inflation, unemployment, the strength of the dollar and the strength of your wallet.”

Powerful and influential indeed.

But using Time’s reasoning, the same award could have been given to Alan Greenspan, Paul Volcker or any other chairman in the history of the Fed.

It is amusing that if simply being in charge of the powerful institution warrants such recognition, a Fed Chairman has now received it during a time of serious economic downturn and Bernanke likely won the award because his celebrity had been elevated due to the economy going south.

It’s sort of like giving special recognition to Tiger Woods for making so many headlines recently, while ignoring that it is his personal recklessness and infidelity that has contributed most to his career and marriage going south.

So instead of giving props to Fed chairman who’ve screwed up the economy, why not praise someone who’s spent his entire career opposing the central bank, not to mention being ahead of the curve-often alone–on some of the most pressing political issues of our day? In terms of elevated profile and increased influence, it’s hard to imagine a better candidate worth recognizing as “Person of the Year” than Texas Congressman Ron Paul.

For starters, Paul agrees with Time that Bernanke should be “Person of the Year,” because he truly is “the most powerful man in the world.”

Paul notes that Bernanke can “create a trillion dollars in secret without any monitoring of the Congress, so there’s no transparency, and I think he’s more powerful than the president.

And yet for years, decades even, Paul was virtually alone on Capitol Hill in calling to rein in the Fed. Today, the once “extreme” notion of auditing the Federal Reserve has become mainstream amongst Republicans and more than a few Democrats, due in no-small-part to Paul’s lead. Reports the Houston Chronicle:

As odd as it may seem, (Paul) has become one of the most influential Republicans in a capital city dominated by liberal Democrats… The subject that has brought him to prominence is the same issue that subjected him to ridicule from establishment Republicans for years: his long-standing opposition to the nation’s monetary system and the Federal Reserve Board that prints money and controls its supply. ‘On economic matters, he was seen as a way outside the mainstream,’ University of Houston political scientist Richard Murray said. ‘His views were somewhat 19th century in the view of a lot of economists.’ Well, they say history repeats itself, and suddenly Paul’s “19th-century” thinking seems appealing to those suffering through the first economic meltdown of the 21st century.

While many now embrace Paul’s “fringe” thinking on the Fed, many Americans have also migrated closer to the Congressman’s thinking on foreign policy.

When during the George W. Bush years, the Republican Party exchanged its traditional limited government rhetoric to advocate for war, Paul vocally opposed nation building in Afghanistan and the invasion of Iraq, ventures he believed were unjustified, unwinnable and too costly.

When running for president in 2008, many saw Paul as simply the antiwar Republican, a seemingly oddball position at the time, particularly amongst a field of GOP candidates whose platforms consisted mainly of trying to outdo each other in their enthusiasm for war.

And yet as Obama continues with an almost identical foreign policy agenda as Bush, polls show that many Americans-including many Republicans-are now war weary and skeptical as to what the US endgame might be in the Middle East.

Many are realizing there probably is no real “end” or no true “victory” in Afghanistan or Iraq.

And many now realize that Paul had been right all along.

Given the anxiety over economic downturn and costly military overstretch, it is not farfetched to say that popular American opinion is likely now closer to Paul’s thinking on those two major issues than that of either major party nominee for president in 2008 and particularly President Obama, whose poll numbers continue to plummet.

Says the Houston Chronicleit’s not that Paul has gone mainstream. Rather, the mainstream has gone Paul-ite.”

Not bad for a guy who just two years ago was considered persona non grata by his own party.

And not bad for a man who continues to change hearts and minds, not because of any grand strategy or particular political savvy, but mostly because against overwhelming odds–he’s refused to change one bit.

Tratto da http://www.amconmag.com

Il pericolo di fallimento degli Stati!

31 dicembre 2009

Gli Stati diventano un pericolo per la libera circolazione di capitale.

Nell’attuale situazione di stress, come conseguenza della crisi finanziaria, gli Stati assumono una tendenza sempre più aggressiva: attaccano altri Stati o addirittura i propri cittadini e violano i principi di diritto internazionale con lo scopo di riguadagnare il controllo sui flussi di capitale.

Le piazze finanziarie internazionali come la Svizzera vengono messe alle strette.

Il nuovo bollettino finanziario di Wegelin & Co. dal titolo “Stati sotto stress” consiglia un “punto di ritrovo” strategicamente ben definito con lo scopo di proteggere ed estendere la gestione patrimoniale oltre confine per salvaguardare la libera circolazione del capitale mondiale.

La fiducia nei meccanismi di mercato è calata e i sistemi politici sfruttano la crisi per creare protezionismo di capitale. Questo controllo e la riconduzione dei mezzi finanziari nel proprio ambito d’influenza sono contrari alla gestione patrimoniale oltre confine attualmente praticata sulle piazze finanziarie. Tuttavia, a causa della prevalenza della libera circolazione del capitale, al più tardi entro tre o cinque anni, il pendolo dovrebbe nuovamente oscillare a favore del mercato.

Di fronte a tale retroscena l’autore del bollettino finanziario, il dottor Konrad Hummler, consiglia urgentemente alla Svizzera di definire delle direttive strategiche per un “punto di ritrovo”: sulla componente fiscale del segreto bancario; in merito alla componente fiscale del segreto bancario si potrebbe condurre delle trattative nell’ambito di un’imposta alla fonte equivalente, ma anonima.

La tutela della privacy e l’esclusione di una criminalizzazione retroattiva dovrebbero però rimanere garantite. Contemporaneamente sarebbe da esigere in cambio una completa libertà di servizi per le banche svizzere all’estero. Tramite un ritiro regolamentato in un “punto di ritrovo” strategicamente definito, la Svizzera mostrerebbe le sue chiare intenzioni e in tal modo riacquisterebbe la capacità di imporre i propri obiettivi.

Lo stress degli ultimi mesi è apparentemente passato dalle banche ai sistemi politici. Lo dimostra l’ultimo aumento degli interessi a lungo termine.

Un impressionante servizio di debiti e una complessità dei compiti statali, che si estende sempre più velocemente, sono diventati una morsa stressante.

Perciò gli Stati, con un “presentimento di fallimento”, diventono essi stessi un pericolo del sistema.

Si osserva un atteggiamento sempre più aggressivo: un presidente di Stato dà ordini al suo parlamento per decreto (Francia), la sfera d’influenza fiscale viene estesa all’estero in una campagna egemonica (USA) ed organizzazioni internazionali rivendicano un nuovo diritto nonostante manchi una legittimità democratica e contratti validi (OCSE).

Il bollettino finanziario di Wegelin & Co. Banchieri Privati viene pubblicato dal 1909, sette volte all’anno, con una tiratura di più di 70’000 esemplari. L’autore del bollettino finanziario è il dottor Konrad Hummler, socio accomandatario di Wegelin & Co. I bollettini finanziari di Wegelin si possono scaricare in versione stampata (pdf) e podcast su www.wegelin.ch.

Tratto da Movimentolibertario.it

Peter Schiff on Fox News: Will the Government to solve the economic crisis in 2010?

31 dicembre 2009

http://www.schiffforsenate.com

2010: L’anno in cui toccheremo con mano la crisi!

31 dicembre 2009

Articolo di Roger Wiegand

Prevediamo che il 2010 sarà uno dei peggiori anni della seconda grande depressione, o meglio, suggeriamo che il 2010 sarà il secondo ciclo di svariate fasi depressive.
Il fallimento di Lehman e i crolli ad esso correlati furono solo la prima fase.
Prima che la seconda fase terrorizzi i mercati globali, consigliamo di correre ai ripari.
I debiti, sia pubblici che privati, non sono stati pagati in alcuna misura. A peggiorare la situazione, nuovi debiti continuano ad affliggere le banche centrali, le banche nazionali, i consumatori e il commercio. Per poter trovare una base comune e rendere possibile un recupero, questi debiti devono essere pagati, ci si può rifiutare di pagarli o cancellarli con l’inflazione. Per ora tutte queste soluzioni si stanno mettendo in pratica, ma, per quanto in fretta si risolvano i vecchi problemi, altri continuano ad accumularsi aggravando le difficoltà.

Mentre i governi sono impegnati a cancellare il debito con l’inflazione, attraverso la creazione di moneta; ovvero stampando grandi quantità di dollari, banconote e obbligazioni privi di copertura, il loro peso è semplicemente insostenibile dal punto di vista matematico.

Gli aggiotatori hanno superato il punto di non ritorno.

Non ci sarà ripresa fintanto che non avverrà un’importante crollo.

Questa soluzione è la risposta rapida e sleale alla cancellazione finale di tutti quei debiti.

Pensiamo che avverrà in fasi e in modo spasmodico. 

Il Giappone è nelle condizioni peggiori, con un rapporto debito pubblico su PIL che si attesta oggi al 270%.

Con una popolazione invecchiata e senza il numero sufficiente di giovani che occupino i posti di lavoro lasciati liberi, la deflazione è tornata e il mercato immobiliare giapponese sta ottenendo grandi successi.

Gli Stati Uniti e l’Europa, esclusa la Gran Bretagna, hanno il 125% di debito su PIL, con la Gran Bretagna al 105%. (fonte: Societe Generale) 

Il dollaro statunitense gioca un ruolo molto importante in questo contesto.

Dal momento che corrisponde circa all’85% della valuta di riserva, a seconda di come va il dollaro andrà il sistema globale.

Sfortunatamente il dollaro può cadere ancora molto.

Ci aspettiamo che nell’arco dei prossimi tre anni il dollaro possa arrivare ad un minimo storico di circa 40-46 rispetto ai prezzi odierni.

I titoli di borsa sono malridotti, e subiranno a breve un calo del 5-20%.

Ci aspettiamo che il prossimo calo sarà blando e che i nuovi acquisti potranno ricominciare a Gennaio 2010 e proseguire durante la primavera.

Il Dow Jones potrà facilmente raggiungere un valore base di 8850 per poi tornare a risalire. L’indice S&P dovrebbe attestarsi a 950.

Nel frattempo, potremmo assistere ad un taglio dell’11-12% di Dow Jones ed S&P.
Il picco massimo del prezzo dei titoli potrebbe arrivare tra fine Maggio e Luglio 2010.

In questo periodo, cinque eventi particolarmente negativi colpiranno l’economia e i mercati globali simultaneamente.

E sono:

1) la perdita di 40-50 miliardi in dollari statunitensi attraverso malfunzionamenti di carte di credito;

2) le vendite di case, nuove e di seconda mano crollerà con tale violenza nella prima metà del 2010, che questo mercato si potrà considerare letteralmente in caduta libera. Ci saranno tra i 7 e i 10 milioni di nuovi mutui inadempienti, la maggior parte dei quali nella categoria standard (non di tipo subprime,), a causa di perdite di lavoro;

3) le vendite di auto nella prima metà dell’anno saranno così basse che i produttori presenteranno istanza di fallimento;

4) i prestiti per beni immobili commerciali manderanno in rovina le società immobiliari e i loro progetti, tra quelli esistenti, in via di realizzazione e quelli solo pianificati; 

5) le compagnie di assicurazione avranno un numero talmente alto di contratti inadempienti nel settore immobiliare che rischieranno di venir meno ai propri obblighi nei confronti di qualche direttiva d’emergenza del governo nel secondo TARP (Troubled Assets Relief Program, il piano di sostegno del governoamericano per il settore finanziario, ndt). Ad un certo punto, anni fa, le prime 20 compagnie assicurative potevano letteralmente controllare l’economia degli Stati Uniti. Possiedono grandi quantità di risorse in beni mobili, immobili ed obbligazioni a breve termine.

Le valutazioni immobiliari crolleranno in media, su tutto il territorio degli Stati Uniti, di un altro 30%.

Un anno fa credevamo che i prezzi degli anni ’80 si sarebbero attestati come quelli minimi.

Oggi si prendono in considerazione quelli degli anni ’70.

Il numero di case per cui è stato precluso il riscatto dell’ipoteca è maggiore negli ultimi 12 mesi che nell’intera decade della prima grande depressione degli anni ’30. 

La mattina di lunedì 23 Novembre 2009, è stata riportata la notizia di una crescita del 10.1% nella vendita delle case.

Questo non è nient’altro che l’effetto di vendite a prezzi bassi sollecitate da prestiti privati, aiuti del governo per abbassare i pagamenti degli acconti iniziali e le politiche di crollo dei prezzi ottenute dalle classi sociali più disagiate.

Il mercato immobiliare rimane in uno stato di collasso internazionale.

L’ultimo grande creditore, l’FHA (Federal Housing Administration, ndt) versa in gravi condizioni. 
L’inflazione è ora al valore non segnalato del 7% ed è in crescita.

A partire da Maggio 2010 comincerà a colpire duramente, in primo luogo su quel terzo di popolazione statunitense con salario base e disoccupata.

Gran parte dei loro introiti sono spesi in cibo ed energia.

Queste due voci sono tra le prime ad essere colpite dall’inflazione. 
Coloro che possiedono auto nuove e acquistate in leasing faranno uso del cosiddetto “jingle mail”. Dovranno riportare macchine e camion nuovi ai parcheggi dei commercianti, restituire le chiavi e smettere di pagare.

Abbiamo visto questo meccanismo verificarsi con le case negli ultimi 2 anni.

I parcheggi si riempiranno di auto e camion nuovi o seminuovi.

Il loro valore precipiterà.

Molte di queste restituzioni verranno dal programma “Cash for Clunkers” (letteralmente “contanti in cambio di vecchi macinini”, ndt) per chi è rimasto incastrato da pagamenti di auto e camion che non possono permettersi.
I fabbricanti di auto GM (General Motors, ndt) hanno previsto vendite negli Stati Uniti di 11 milioni nel 2010 con una nuova ripresa.

Non ci sarà alcuna ripresa e le vendite potrebbero far scivolare l’intera industria fino a 7 milioni o meno per il 2010.

E nel 2011 le cose si metteranno anche peggio.
Le rinunce alle auto cresceranno e i sindacati lanceranno il loro grido d’allarme al presidente Obama.

Lui troverà un rimedio finanziario temporaneo per l’industria moribonda.

I consumatori non avranno potere d’acquisto, a credito o in contanti non fa alcuna differenza. Quelli con contanti li conserveranno, si metteranno al riparo e aspetteranno che la fine delle difficoltà.

Le iscrizioni ai sindacati delle auto diminuiranno rapidamente.

Gli acquisti di auto a credito si ridurranno ad un numero sempre più esiguo.
Il settore del petrolio greggio e dell’energia ha un ruolo fondamentale in entrambe le direzioni. Oggi vediamo che il prezzo del petrolio si attesta ad 80$ con limiti inferiori appena sotto i 70$.

I principi di base mostrano che un eccesso di offerta durante un periodo di depressione/recessione ha come effetto di diminuire la domanda.

D’altra parte, l’inflazione dei prezzi sta crescendo su un dollaro sempre più debole e continuerà a crescere.

Ci aspettiamo di vedere il greggio raggiungere i 50$, e poi tornare indietro e risalire a 100$ a causa dell’inflazione.

La benzina seguirà questo andamento, dato che alcune raffinerie stanno chiudendo per via di perdite operative e non se ne stanno aprendo di nuove.

Fondamentalmente sarà l’inflazione a vincere sull’aumento dei prezzi.

Infine, tornerà ad esserci scarsità di prodotti.
La depressione normalmente e storicamente dura dieci anni.

Potrebbe volerci esattamente lo stesso tempo affinché i consumatori possano saldare i propri debiti e tornare in condizioni di normalità.

I tassi d’interesse sono cresciuti, ma con debiti così alti e aumenti di salario piccoli o nulli di fronte ad un’inflazione nuova e così violenta, i consumatori saranno economicamente massacrati.
I creditori e le banche attraverseranno nuovamente un periodo di difficoltà.

Alle banche sono rimaste ben poche idee su come ottenere entrate da prestiti concessi, a parte la compravendita.

Mentre la Goldman Sachs guadagna milioni di dollari alla settimana in questo modo, la maggior parte delle banche non sono attrezzate e si sono pochi operatori finanziari in grado di fare questo lavoro.

Poiché chi si occupa di questi problemi per conto di Obama sta affliggendo i grandi operatori imponendo limiti alle entrate, questo rende le cose più complicate, al punto che queste persone preferiscono andarsene a lavorare all’estero, dove possono avere salari illimitati.
Il mercato obbligazionario è così immenso che gli ci vuole tempo per rovesciarsi e colare a picco. Le banche centrali dell’Asia e degli Stati Uniti sono state le nostre principali acquirenti di valuta estera.

Se da un lato continuano ad aquistarne per poter mantenere uniti i mercati, dall’altro stanno:

1) preferendo le valute a breve scadenza rispetto a quelle a lunga scadenza,

2) convertendone parzialmente l’acquisto al settore delle materie prime. 

Con lo Yen più forte, il Giappone è sempre più impegnato in complicati viaggi per l’acquisto di risorse, come la Corea del Sud.

Sono entrambi in cerca di grano, oro, olio, gas naturali ed altre materie prime che non possiedono.
Le obbligazioni ad alto rischio e ad alto rendimento potrebbero perdere fino ad un terzo del loro valore attuale solo il prossimo anno.

L’acquisto di buoni del tesoro e di obbligazioni continuerà fino a che “la fiducia e il credito totale” verranno meno.

Alla fine collasseranno, ma in tempi molto lenti, a causa delle dimensioni di questi mercati.

Siamo convinti del fatto che nessuna obbligazione sia sicura.

Quelle municipali sono considerate tra le più sicure.

Ma cosa succederà quando città, paesi, contee e stati saranno così in bancarotta da non poter pagare gli interessi? Le loro imposte fiscali precipiteranno.

Alcune sono più sicure di altre, ma per quanto tempo? Chi è in grado di indicare un limite? Nessuno, perché sarebbe una mossa troppo politica.
Molti stati che fanno parte degli USA sono finanziariamente falliti o stanno per esserlo.

Si è scoperto che almeno un terzo dei soldi ottenuti attraverso il TARP è stato usato per salvare gli stati dalla bancarotta.

Questo provocherà un’escalation, perché i soldi federali del TARP non possono aiutarli abbastanza in fretta e in quantità sufficiente a mantenerli uniti.

Ci si aspetta che l’occupazione nei vigili del fuoco e nella polizia diventerà sempre più scarsa, a discapito della sicurezza in varie comunità.

Dieci Stati si trovano in condizioni finanziariamente critiche e 47 sono in lista per diventarlo.

New York, New Jersey, Connecticut, Michigan, Ohio, Florida, Arizona, Nevada e California sono gli stati che versano nelle condizioni peggiori, poiché soffrono la mancanza di entrate fiscali da parte di aziende e consumatori falliti.

Ci si aspetta che la California sarà tra i primi ad andare fuori controllo.

Continuano ad escogitare nuove tasse e non lavorano sulla riduzione delle spese.

Quando alcuni stati affronteranno il collasso totale ci troveremo in breve tempo in condizioni pessime.

Il Michigan è tra gli stati in condizioni peggiori.

La maggior parte degli stati stanno spendendo fino all’ultimo centesimo.

Si rifiutano di ridurre i costi, poiché lo considerano un suicidio politico.

Spenderanno fino a che non avranno più nulla, e quindi chiederanno aiuto al governo federale. 

La Cina si trova nei guai, poiché i consumatori statunitensi hanno smesso di acquistare da loro.

Il loro TARP per la prima parte dell’anno era superiore a quello degli Stati Uniti sia in quantità che in rapidità di spesa.

Si stima che abbiano speso in quattro mesi, tra Gennaio e Maggio 2009, all’incirca 600 miliardi di dollari, la maggior parte dei quali indirizzati a progetti che si trovano in condizioni di sovracapacità.

La mancanza di acquisti da parte degli Stati Uniti ha causato un crollo delle esportazioni per la Cina di circa il 25%.

Inoltre, è da notare che l’economia cinese è circa un quarto di quella statunitense.
Ci sono centinaia di fabbriche cinesi inattive e milioni di lavoratori licenziati senza nuovo impiego e senza grandi prospettive di lavoro.

D’altra parte, milioni di fattorie di sussistenza sono state vendute per cercare lavoro in città.

Ora che il lavoro non c’è più, e non ci sono nemmeno le fattorie che avrebbero potuto garantire cibo, nel 2010 ci aspettiamo un collasso più o meno rapido della Cina, con disordini e altri problemi sociali.

La Cina ha bisogno di 24 milioni di nuovi posti di lavoro all’anno solo per rimanere in pari e sono ben lontani dal poter realizzare numeri come questi; non basta che la crescita di nuovi impieghi migliori.
Se la preoccupazione che la Cina non sia più in grado di acquistare i nostri (degli USA, ndt) buoni del tesoro diventasse reale, il governo degli Stati Uniti potrebbe fermare gran parte delle importazioni premendo sulle tariffe doganali.

A quel punto la Cina si ritroverebbe con una disoccupazione alle stelle, beni ammucchiati senza possibilità di vendita e con un trilione di dollari in obbligazioni e carta moneta statunitense di pochissimo o nessun valore.

Subirebbero un colpo da 1 trilione di dollari statunitensi e rimarrebbero bloccati con montagne di merce invendibile.

La ricaduta sociale sarebbe catastrofica.

La Cina deve continuare ad acquistare obbligazioni statunitensi per poter mantenere le esportazioni in movimento; sebbene ad un livello ridotto.
Se le importazioni dalla Cina dovessero cessare, i lavoratori americani potrebbero trovare qualche forma di impiego a salari bassi nelle industrie statunitensi riaperte, con un ritorno alla manifattura.

Dopo tutto, dove troverebbe la Wal-Mart i beni da vendere nei propri negozi? 
Ci auguriamo il meglio, speriamo che la Cina riesca a sopravvivere affrontando solo una lieve recessione.

Con le finanze e i mercati globali così fragili e distrutti gli concediamo una possibilità su cinque di farcela.

Piuttosto, in un’economia sotto il comando del comunismo cinese, l’imminente dislocazione potrebbe essere leggendaria.

Ambrose-Evan Pritchard, lo stimato autore per The London Telegraph ha detto: “L’economia mondiale sta ancora pattinando su una sottile lastra di ghiaccio.

L’ovest è saziato dal debito, l’est dai (troppi) stabilimenti.

La crisi è stata (apparentemente) contenuta azzerando le tasse e creando una bufera fiscale, distruggendo così gli equilibri di sovranità.

Ma il cuore del problema rimane.

I paesi anglosassoni e i Club Med stanno stringendo la cinghia, tuttavia l’Asia non sta producendo abbastanza domanda (interna) per compensare. Sta producendo scorte.“(fonte: “organic Chinese demand is barely beginning“.

Dal mio punto di vista i mercati continuano a negare la rovina strutturale dovuta alla bolla di credito.

Ci sono altre due problemi da affrontare: la bolla di investimenti in Cina e lo scandalo delle banche in Europa.

Temo che solo dopo potremo fare piazza pulita e ricominciare, molto lentamente, un nuovo ciclo.”

Siamo d’accordo con il signor Pritchard, ma la Cina ha anche altre bolle speculative, nelle auto, nei beni immobiliari, nel mercato azionario, nell’immensa carenza di acqua e nell’inquinamento. Se queste dovessero scoppiare una per volta, potrebbe essere gestibile.

Ma potremmo vederne scoppiare più di una alla volta.

In questo caso, la Cina potrebbe smantellare l’intero sistema globale.

Si faccia caso agli effetti della recente paura derivata dall’inadempienza di Dubai per 80 milioni di dollari.

L’istruzione, specialmente tra i college e le università, ha subito un duro colpo poiché gli studenti si domandano se spese dell’ordine di 40.000 fino a 80.000 dollari valgano la pena in queste condizioni economiche.

I ragazzi appena laureati, con buoni voti, ma nessuna esperienza lavorativa, fanno più fatica a trovare lavoro. 
Le persone con esperienza ottengono i pochi lavori rimasti, dato che i datori di lavoro hanno un ventaglio di scelte più ampio e possono essere molto esigenti.

Inoltre, non hanno tempo né soldi per la formazione.

Molti ragazzi ottengono istruzione tramite internet, fanno formazione lavorando e accettano ogni tipo di lavoro pur di avere una busta paga.

Gli insegnanti delle scuole pubbliche con più anni di esperienza che lavorano nell’istruzione primaria e secondaria sono stati sfoltiti per assumere nuovi e più economici neolaureati.

Gli insegnanti di lingue straniere, assieme a quelli di matematica e scienze sono ancora i preferiti. Ci si aspetta un aumento nell’istruzione domestica, dato che gli insegnanti licenziati lavorano a casa con i propri figli e accolgono altri ragazzi dietro pagamento.

Il sistema dell’istruzione pubblica è in serio pericolo.

La gente non può più permettersela.

Poiché il governo statunitense ha permesso anni fa che si accumulassero pile di carte burocratiche, almeno un terzo del budget rivolto alla scuola pubblica deve essere devoluto a lavoro stupido, costoso e politicamente corretto.

È un’enorme perdita di cui soffrono studenti ed insegnanti.
Ci aspettiamo inoltre un aumento degli incidenti stradali, dovuti a lavori e riparazioni stradali procrastinati.

I ponti possono cadere e le pavimentazioni danneggarsi, causando altri danni.

Le comunità con le tasse più alte verranno abbandonate, soprattutto dagli adulti con figli già fuori casa.

In questo modo New York ha perso circa 6 miliardi di dollari in tasse non riscosse.
Questa tendenza è ancora più veloce.

Assistiamo a pensionati che vendono le proprie case perché non possono permettersi di pagare le tasse sui beni immobiliari.

Si spostano verso stati con tasse più basse e comunità più piccole che offrono meno servizi.

Gran parte dei servizi offerti dalle grandi città non sono necessari e i consumatori non sono in grado di pagarli.

Immaginate la città di Detroit tremenamente desertica. 

Bisogna occuparsi del commercio di oro e argento 

I manager e gli operatori finanziari non sono sposati ai mercati e si muovono a seconda di dove si trovano idee che fruttano.

I titolo di oro ed argento possono crescere e calare nel breve termine, ma poi decolleranno nelle controtendenze del 2010.

I grandi investitori hanno scommesso sulle merci sicure, come oro, argento, grano, rame, platino e altri.

Acquistano regolarmente a partire dal Labor Day fino a Maggio, sopportano le flessioni e negoziano in media ogni 50 e 200 giorni.

Con il dollaro in caduta, tali manager prevedono grossi guadagni in questi mercati.

I futures dell’oro erano scambiati a circa 1.200 dollari questa mattina (1 Dicembre).

Prevediamo un lieve calo nel breve termine, seguito da un’altra ondata di acquisti.

Le politiche governative per lo più falliscono

Il programma liberal e innovatore studiato da Obama per trasferire ricchezza non funziona.

La popolarità del presidente sta sprofondando insieme al suo programma.

Il problema principale è l’incapacità del governo ad uscire dalla crisi dell’occupazione. Continuano a scavare, mentre mettono le basi per le idee sbagliate, creando confusione maggiore e più profonda.

Questo aumenta l’attrattiva dei metalli preziosi e altri beni di questo tipo.

La disoccupazione è il problema economico prioritario.

Tratto da Movimentolibertario.it

Trends Research Institute founder predicts that the worst is yet to come

31 dicembre 2009

Article by Naresh Vissa

Our society tends to take the Nostradamus-type forecasters with a grain of salt, but Trends Research Institute founder Gerald Celente’s record of predictions is nearly flawless.

His accurate forecasts include the 1987 stock market crash, the collapse of the Soviet Union, the 1997 Asian currency crash, the sub-prime mortgage scandal and the latest economic downturn caused by the breakdown of major corporate giants.

Dubbed as the world’s greatest trends forecaster by CNN, USA Today and CNBC, Celente insists that despite the latest market bounce, and increase in consumer confidence, the economy’s fundamentals are broken.

This is a sucker’s flame,” Celente said from his office in Kingston, N.Y. “It’s a false-flag recovery. The stimulus, bailout and buyout packages being forced on the nation, by an administration that misread how bad the economy was, will only lead to Obamageddon: The Fall of Empire America.

Celente cites the global financial system as terminally ill because it has been built on endless supplies of cheap money, rampant speculation, fraud, greed and delusion.

He sees a collapse coming, and predicts that by 2012 everyone will face the truth, and we will be in the midst of the Greatest Depression of them all.

Washington is inflating the biggest bubble ever: the bailout bubble,” Celente said.

This is much bigger than the dot-com and real estate bubbles. When the bailout bubble bursts, it should be understood that a major war could follow.

The economist expects tax and food riots to pervade the country.

People will be giving each other food stamps for Christmas.

Crime will increase to all-time highs.

Then the worst possible situation will arise: the United States of America will disunite.

There could be a day the U.S. goes the way of the former Soviet Union,” Celente said.

It’s going to start breaking up because people are going to realize Washington does not have the answers.

Nonetheless, Celente’s predictions are still grossly speculative.

He is leading the pack during a time when “doom and gloomers” are stealing the spotlight.

The attention he’s getting is helping him and his business.

I’d personally put down more of my money on the Mayan Calendar, which says that 2012 will mark the end of the world and the beginning of a new era.

As outlandish as Celente’s claims may be, he does bring up some legitimate points.

The comparisons we hear in the media of this crisis to the Great Depression are not logical.

During the Depression era, most people didn’t own homes or credit cards.

The country was not $15 trillion in debt.

We led the world in manufacturing and had trade and budget surpluses.
Today, we have a service economy highly dependent on foreign nations for quality products at affordable prices.

What we need is a new Industrial Revolution, or dot-com-type innovation, that will create jobs and increase productive capacity.

Otherwise, unemployment will continue to increase and the government won’t be able to create sustainable jobs that in turn can create wealth.

The Federal Reserve can continue to throw money at the problem, but that would end up stagflating the economy and putting us in an even more unfavorable position.
Prepare for the worst, then you have the luxury to pull back,” Celente said.

It costs nothing to prepare.”

Tratto da http://media.www.dailyorange.com/

A Hell of a Decade

31 dicembre 2009

Article by Peter Schiff

In its recent look back on the first ten years of the century, Time magazine proclaimed the period to be “the decade from hell.”

The editors made their case based on what they saw as the signature events of the last ten years, notably the ravages of terrorism, failed wars, and a global financial crisis.

Taken together, these factors produced an era that Time is convinced will be remembered as one of the low points in our history.

As the media hates to dwell on the negative, the commentary was rife with notes of optimism about pending recovery.

It could hardly be accidental that in the very next issue, Fed Chairman Ben Bernanke was named “Man of the Year” for his supposedly Herculean efforts to keep the economy afloat as we departed the Naughty Aughties.

Although Time takes pains to point out that the “Person of the Year” honor reflects impact rather than adulation, its profile of the chairman was triumphant.

Even if you believe the “survived the worst/turned the corner” narrative offered by Time, it still should strike anyone as ironic that Chairman Bernanke, a chief architect of the economic problems that surfaced in 2007, should be held in such high esteem.

Apart from its misplaced reverence for the Fed Chairman, I would take issue with Time‘s entire characterization of what has now become history.

Under no circumstances could the past ten years be described as “the decade from hell.”

In fact, in terms of economic good fortune, the period shares parallels with the Roaring Twenties.

I would describe this as a decade of sin that paved the way to hell.

Yes, we had spectacular problems like September 11th and the invasion of Iraq – which were horrific for those who were directly affected – but for most Americans, it was a time of unexpected wealth and unearned prosperity.

Up to the days of the stock market crash, the economics of the decade will be remembered for cash-out refinancing for millions of homeowners, no-doc liar loans, no-money-down car purchases, eight-figure Wall Street bonuses, cheap Chinese imports, and trample-to-death holiday sales.

In other words, the decade now closing gave us the biggest and most irresponsible spending orgy in U.S. history.

The past decade was the party; the one ahead will be the hangover.

The fact that Time completely ignored these issues shows how poorly the mainstream media understands the forces bearing down on our economy.

Yes, they were able to identify some of the adverse consequences we experienced this decade.

That’s the easy part. But as far as seeing the causes behind the effects, they haven’t a clue.

As a result, Time has no ability to see the underlying pattern and will happily encourage our leaders to repeat the mistakes of the past on a grander scale.

For now, Congress and the President remain as clueless as Time.

To show its resolve to “get to the bottom of things,” the Obama Administration has impaneled a commission to investigate the causes of the financial crisis.

Do not expect the proceedings, which are just getting underway, to come up with anything but the most politically useful explanations.

Blame will be laid at the feet of “ineffective regulators” who failed to “get tough” with industry, banks, and corporate leaders who held the “public good” hostage to their “personal greed.”

There is no hope that anyone who actually saw the crisis coming will actually be asked to testify.

If they called me, I would be happy to give them an earful.

Unfortunately, the only way my views will ever be heard by the powers-that-be is if I am elected to the Senate – which is exactly what I plan to do next fall in my home state of Connecticut.

My sincere hope for the coming decade is that I can help our leaders see what Time cannot: we need to stop committing the economic sins that are leading us to hell, so that our stay down there will be as brief as possible.

We need everyone to stop spending more than they earn.

That is true not just for individuals, but for our government as well.

Just this week, the Treasury Department removed its internal caps on bailout funds to Fannie Mae and Freddie Mac.

Meanwhile, another bailout was proffered to ailing GMAC.

If we continue the same bad behavior, it might not just be one decade from hell, but several.

However, if we can confess our sins, and vow to reform our ways, perhaps this will merely be a decade in purgatory.

Perhaps we can turn it into the decade of hope, hard work, individual liberty, savings, production, investment, sound money, de-regulation, exports, budget surpluses, capitalism, limited government, and respect for the Constitution.

These traits will harden us to withstand the fallout from our reckless past.

As of yet, our troubles continue to snowball – and I don’t like a snowball’s chances if we have a real decade from hell.

December 31, 2009

Peter Schiff is president of Euro Pacific Capital and author of The Little Book of Bull Moves in Bear Markets and Crash Proof: How to Profit from the Coming Economic Collapse. In 2010, is running for the mid-term seat of  Connecticut for the  U.S Senate with the GOP.

Tratto da Lewrockwell.com

Ron Paul for a sensible foreign policy and on terrorism policy

30 dicembre 2009

Congressman Ron Paul points out the need to also keep paying attention to developments in foreign policy and discusses recent events that could have long-term effects.

Congressman Ron Paul gives his thoughts on Yemen, the attempted airline bombing, the motivations of Al Qaeda, the radicalization of the Middle East, and the negation of our liberties to government provided “security.”

Obama apre un fronte nello Yemen

30 dicembre 2009

Gli uomini della Cia contro Al Qaeda. Settanta milioni per battere il terrore

Mentre sono ancora alle prese con due grandi conflitti non ancora conclusi, gli Stati Uniti hanno discretamente aperto un terzo fronte contro Al Qaeda in Yemen.

A scriverlo oggi, mentre a Washington si sta cercando di appurare se il responsabile del fallito attentato sul volo Delta da Amsterdam a Detroit sia stato effettivamente addestrato ed equipaggiato dai leader di Al Qaeda in Yemen, è il New York Times, che cita alti responsabili militari statunitensi.

Un anno fa – spiega il quotidiano – la Cia ha inviato nel paese alcuni dei suoi migliori agenti antiterrorismo e commando Speciali sulle cui attività viene mantenuto il massimo riserbo hanno iniziato ad addestrare alle tattiche dell’antiterrorismo le forze di sicurezza yemenite.

Il Pentagono inoltre spenderà più di 70 milioni di dollari nei prossimi 18 mesi, ed userà le sue Forze Speciali per addestrare ed equipaggiare i militari yemeniti, più che raddoppiando il livello di aiuti militari assicurati finora.

Lo Yemen, scrive il New York Times, ha offerto per lungo tempo un rifugio per i jihadisti, in parte perchè il governo di Sanàa ha accolto i combattenti islamici che avevano combattutto in Afghanistan durante gli anni Ottanta.

Il porto yemenita di Aden fu teatro di un attentato di Al Qaeda contro il cacciatorpediniere americano Cole costato nel mese di ottobre 2000 la vita a 17 militari americani.

Ma – scrive il giornale – i militanti di Al Qaeda hanno intensificato di gran lunga gli sforzi per costruire una base in Yemen negli ultimi anni, cercando reclute in tutta la regione e moltiplicando gli attacchi contro ambasciate straniere ed altri bersagli.

La Casa Bianca sta cercando di rafforzare i legami con il governo del presidente Ali Abdullah Saleh, che incita a combattere i militanti locali legati ad Al Qaeda.

Funzionari dell’amministrazione e parlamentari americani credono che lo Yemen – anche in presenza di un estremismo islamico in crescita in Somalia e nell’Africa orientale – possa trasformarsi nel futuro centro operativo e di addestramento di Al Qaeda, e in qualche modo rivaleggiare con le aree tribali del Pakistan dove attualmente operano i vertici dell’organizzazione.

Tratto da Lastampa.it

Black Bombs Down

30 dicembre 2009

US Attacking Yemen After All

30 dicembre 2009

Cruise Missiles Hit Multiple Sites in Concert With Yemeni Govt

Article Jason Ditz

Just one day after a very public denial that American forces were in the process of attacking sites in Northern Yemen, President Barack Obama ordered multiple cruise missile attacks on sites across the tiny, coastal nation.

The air strikes were coordinated with the government of President Ali Abdallah Saleh and the attacks left 120 killed, many of them civilians according to witnesses. President Obama called Saleh after the attack to “congratulate” him on the killings.

The Yemeni government denied any US role in the attacks, despite American officials’ admissions. This is largely in keeping with the Saleh government’s policy, as they angrily denied reports of Saudi attacks in the north as a myth even as the Saudi government was giving a press conference detailing the attack.

One Yemeni official however claimed that a local al-Qaeda “deputy” named Mohammed Saleh Mohammed Ali Al-Kazemi was slain, and that “scores” of al-Qaeda members were killed in the assorted attacks.

The conflict with al-Qaeda is just one of many conflicts currently going on in Yemen, including an enduring separatist movement in the south and an increasingly violent insurrection in the Shi’ite north.

Technically Wednesday’s State Department denials appear to have been accurate, as the missile strikes were in a completely unrelated conflict from the one they were accused of taking part in.

Tratto da http://news.antiwar.com

Il bilancio della difesa al tempo di Obama

30 dicembre 2009

Articolo di Antonio Albanese

La spesa militare degli States è storicamente ai suoi livelli più alti in assoluto ed è assai improbabile che cambi nel 2010.

L’amministrazione democratica di Obama sta delineando un bilancio di previsione della Difesa per il 2010 che non si discosterebbe molto dai 527 miliardi di dollari previsti un anno fa dall’amministrazione Bush (cifra più alta in assoluto dalla Seconda guerra mondiale).

Si tratterebbe di una cifra cifra superiore di ben 12 miliardi a quella dell’era Bush che ammontava a 515 miliardi di dollari.

Ci sarà sicuramente un maggior stanziamento per le guerre in Iraq ed in Afghanistan.

Nel 2009, i costi bellici dovrebbero attestarsi a 138,2 miliardi di dollari; nel 2008 tale cifra ammontava a 171 miliardi.

La definizione del bilancio di previsione è resa ancora più complessa da un piano di spesa ufficioso del Pentagono dello scorso autunno che dava al Dipartimento della Difesa fino a 72 miliardi extra bilancio per il 2010.

Questo nuovo bilancio non era mai stato approvato dalla Casa Bianca, ma ciò nonostante, i servizi finanziari lo hanno usato come base per modellare il bilancio di previsione per i prossimi sei anni, ogni anno maggiore del precedente.

Secondo i revisori del bilancio Usa dell’era  Clinton, questa operazione è stata fatta per mettere in crisi la nuova amministrazione, la definizione di come sarà gestita la differenza tra le cifre del bilancio di previsione dell’era Bush (527 miliardi) e quello previsto dal Pentagono (584 miliardi) è lo snodo critico delle decisioni della Casa Bianca.

Occorre ricordare che il bilancio della Difesa è oggi il 20 per cento più alto della sua massima espansione durante la Guerra fredda nel 1985, e, cosa più importante, è riferito a forze armate che sono di un terzo più piccole.

Sembra quasi che i vertici militari Usa possano ottenere oggi tutto quello che vogliono: lo scorso inverno chiesero  un aumento di spesa di 60 miliardi che avrebbe è portato il bilancio della Difesa nel 2010 a quota 587 miliardi, la questione sembra oggi fuori discussione.

Resta comunque il fatto che i vertici militari stiano creando un “fantasy budget” secondo molti analisti statunitensi.

I vertici del Pentagono non riveleranno le loro richieste per il 2010 fino all’aprile  prossimo, posticipazione della deadline solita che consentirà a Obama e ai suoi di rivedere la spesa per la Difesa; si tratterebbe di un segnale della probabile diminuzione della spesa sulle armi.

Poco tempo fa, Robert Gates, ha detto al Congresso che: «Le scelte per i nuovi sistemi d’arma e le priorità per la difesa saranno fatte esclusivamente in base all’interesse nazionale».

Nel 2008 i desiderata delle forze armate Usa erano i seguenti: l’aeronautica (Us Air Force) voleva oltre 20 miliardi di dollari su base annua per acquistare nuovi aerei; l’esercito (Us Army) tra i 30  e i 40 miliardi in più ogni anno per equipaggiare e pagare 74mila soldati in più; la marina (Us Navy), nel  suo piano trentennale almeno 20 milioni in più ogni anno, oltre ai 14 miliardi già spesa quest’anno.

Nel frattempo il Capo di Stato maggiore statunitense, ammiraglio Michael Mullen, ha chiesta per la Difesa una spesa che fosse inferiore al 4 per cento del Pil statunitese, questo aggiungerebbe 100 miliardi di dollari alla previsione del Pentagono.

L’accelerazione dei costi per la Difesa è anche legata ai costi sociali legati alle forze armate e non solo agli armamenti, all’innovazione tecnologica, ai costi di manutenzione: in media un militare costa oggi più del 45 per cento rispetto ai costi del 1998 perchè le paghe sono aumentate, le pensioni costano di più, la tutela della salute e altri benefit militari si sono gonfiati a dismisura.

Le armi più moderne, inoltre, richiedono una maggiore e migliore manutenzione rispetto a quelle più “vecchie” di cui prendono il posto.

Per esempio, gli F16s sono costati nel 1985 16 miliardi l’uno, circa 30 miliardi odierni, il Jsf, che andrà a rimpiazzare la linea degli F16s, costerà 83 miliardi di dollari l’uno, senza contare i costi di sviluppo.

Lo stesso dicasi per le nuove navi. la Ddg 1000 costerà almeno 3,5 miliardi l’una, un prezzo troppo alto anche per la Marina che ha deciso di acquistarne due massimo tre per poi tornare al modello precedente, e meno costoso, Ddg-51s.

È prassi seguita in tutti i Paesi: quando si vuole tagliare il bilancio della Difesa la scure si abbatte sugli investimenti fatti nella armi e nell’innovazione.

In questa operazione c’è un problema: rallentare l’innovazione, la modernizzazione dei sistemi d’arma conduce inevitabilmente all’invecchiamento dei mezzi stessi e ad una minore capacità operativa a tutti i livelli.

Se questo ragionamento è valido per gli Usa lo è ancor di più per l’Italia.

Tratto da http://www.area-online.it/

Usa non firmeranno trattato per messa al bando mine antiuomo

30 dicembre 2009

Il presidente Usa Barack Obama non ha intenzione di firmare un trattato globale per l’abolizione delle mine antiuomo, perché uno studio ha dimostrato che gli Stati Uniti non posso garantire la propria sicurezza senza queste armi. Lo ha fatto sapere il Dipartimento di Stato.

L’amministrazione Obama ha deciso di non firmare il trattato internazionale che vieta le mine anti-uomo, la loro vendita e il loro uso.
Questa amministrazione ha riesaminato la propria strategia politica e abbiamo deciso che, per quanto riguarda le mine antiuomo, la nostra politica non cambierà da quella dell’amministrazione Bush“, lo ha detto il portavoce Ian Kelly nelle settimane scorse prima della conferenza di Cartagena, che aveva come tema principale proprio il Trattato per la Messa al bando delle Mine Antiuomo, ormai in vigore da dieci anni.

Abbiamo appurato che non saremmo in grado di assicurare la sicurezza nazionale per noi e per i nostri alleati se firmassimo questa convenzione“, ha spiegato Kelly.

Oltre 156 paesi hanno ratificato la convenzione che vieta la produzione, l’uso, lo stoccaggio e il commercio di questi ordigni di distruzione.

I paesi che non firmano sono, oltre agli Stati Uniti sono Cina, Russia, Birmania, India e Pakistan.

Le mine anti-uomo hanno ucciso accidentalmente almeno 1.266 persone nel mondo l’anno scorso, ferendone 3.981.

Il “Mine Ban Treaty”, entrato in vigore il primo marzo del 1999, vieta l’utilizzo, la vendita e la produzione di mine antiuomo.

Secondo Human right watch, l’anno scorso le mine anti uomo hanno fatto 5.179 vittime in tutto il mondo, di cui circa la metà bambini.

Gli Stati uniti, ha lamentato Steve Goose, hanno un arsenale di 10 milioni di mine, e sebbene non le abbiano usate dal 1991, dalla prima guerra del Golfo Persico, si riservano ancora il diritto di farlo.

Ian Kelly ha ribattuto che Washington non esporta più mine anti uomo dal 1998 e che di recente ne ha sospeso la produzione.

Il portavoce ha aggiunto che dal 1993 gli Stati uniti hanno speso un miliardo e mezzo di dollari, molti di più di ogni altro paese, nello smantellamento delle mine sui teatri di guerra e nella prevenzione di incidenti.

La decisione dell’amministrazione Obama di non aderire al trattato ha suscitato aspre critiche nei liberal al Congresso.

Uno di loro, il senatore democratico Patrick Leahy, ha accusato il presidente di seguire la politica del predecessore Bush, venendo meno alla promessa di cambiarla: «Questa è mancanza di leadership» ha protestato.

«Abbiamo perso una buona occasione per dare l’esempio».

Kelly ha respinto le critiche: «Gli Stati uniti devono potersi difendere nelle circostanze più diverse» ha sostenuto.

«Non siamo i soli ad avere questa posizione».

Un’allusione al rifiuto di aderire al trattato di altre potenze come la Russia, la Cina, l’India e il Pakistan.

Tratto da http://it.notizie.yahoo.com

Tremonti, Bonaiuti, il Pil e la dura statistica

29 dicembre 2009

Articolo di Ugo Arrigo

Il ministro Tremonti ci ha dato buone notizie sul Pil atteso per il prossimo anno:

“Può essere che il 2010 chiuda con un segno positivo o particolarmente positivo con 1% o piu’ di 1%”. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti vede la luce in fondo al tunnel e all’assemblea dell’Unione industriali di Roma azzarda una stima sulla ripresa in Italia. Ma, aggiunge, ”notiamo che non è un uno da sopra ma un uno da sotto”. Il ministro ha ricordato che nel 2008 il Pil è calato dell’1% e nel 2009 si ridurrà di circa il 5%. Ecco perché se il 2010 chiuderà con un segno positivo questo vuol dire che “si risale dopo aver perso il 6% in due anni” (RaiNews24, 24 novembre).

Molti hanno ripreso oggi la dichiarazione di Tremonti.

Tra essi il sottosegretario alla Presidenza Bonaiuti:

Nel 2010 addirittura Tremonti prevede un Pil in crescita dell’1%. Bisogna tenere conto anche del fatto che veniamo da dati negativi: -1% l’anno scorso e -5,5% quest’anno. La crisi non investe solo noi ma tutto il mondo, e noi partiamo da un -6% per andare a un +1%”.

Nessuno sembra invece aver rilevato una piccola (ma non trascurabile) particolarità statistica nel positivo annuncio: una cosa è il tasso di variazione di una grandezza (in questo caso il Pil reale dell’Italia), altra ben diversa è il suo livello nel tempo.

Se poniamo il Pil del 2007 pari a 100, nel 2008 il suo livello è sceso a 99, avendo registrato un tasso di variazione del -1%, e poichè nell’anno che sta per chiudersi è attesa una riduzione ulteriore  di circa il 5%, il livello del Pil scenderà a 94 (non uso, volutamente, i decimali).

Nel 2010, invece, se farà come prevede Tremonti e come tutti auspichiamo, un +1%, si riporterà a (circa) quota 95, quindi cinque punti percentuali sotto il livello di partenza e non uno sopra come l’affermazione di Tremonti, se erronenamente interpretata, può indurre a credere.

A questo punto la domanda diventa un’altra: a quali tassi dovrebbe crescere il Pil nel 2011 e 2012 per fare in modo che il livello che l’attuale legislatura lascerà alla successiva sia almeno pari a quello che ha ereditato dalla precedente (quindi il nostro 100 di partenza)? La risposta è: più del 2,5% in ognuno dei due anni.

Si tratta di un obiettivo decisamente fuori portata .

Abbiamo quindi la certezza che la grave recessione in corso, coniugata con l’impossibilità di riforme strutturali rilevanti, farà in modo che la XVII legislatura partirà con un livello di Pil inferiore a quello conseguito al termine della XV.

Considerando che la popolazione residente in Italia è in crescita, il dato si aggrava ulteriormente se facciamo riferimento al Pil pro capite anzichè quello complessivo.

Tratto da Chicago-blog.it

All you need is Ingsoc?

29 dicembre 2009

II bipartitismo del “non fare”

29 dicembre 2009

Destra e sinistra non esistono più. Neanche in economia.

Articolo di Carlo Lottieri

Che antiche categorie come “destra” e “sinistra” ormai dicano poco emerge anche da un confronto sommario delle ultime finanziarie, poiché nella sostanza – a parte qualche dettaglio e talune enfasi propagandistiche – esse non si discostano l’una dall’altra.

Che si tratti di GiulioTremonti, di Domenico Siniscalco, di Tomaso Padoa Schioppa e, infine, ancora di Giulio Tremonti, è difficile vedere cambiamenti significativi o anche solo rilevanti. Eppure da anni l’Italia ha tanti di quei problemi da affrontare che avrebbe bisogno di una svolta nella propria politica economica, liberando quelle energie che possono ridare slancio alla vita sociale.

La forte continuità tra l’azione di un governo e di un altro si spiega, ad ogni modo, se si considera in che modo nel corso degli ultimi anni si sono ristretti i margini di manovra dell’esecutivo. Innanzi tutto, in virtù di Maastricht e quindi dei vincoli imposti dall’appartenenza all’Unione europea, una serie di operazioni di spesa oggi non sono più nel novero delle opzioni possibili.

Per un Paese come l’Italia, in linea di massima questo è positivo, ma senza dubbio contribuisce a portarci in quella notte oscura in cui tutte le mucche sono nere.
C’è di più.

Bisogna infatti tenere in considerazione che da tempo l’Italia è ingessata da un sistema corporativo e da un intreccio di interessi che finiscono per predefinire, a ogni scadenza di fine anno, una larga parte dei conti pubblici.

Quando un ministro del Tesoro si appresta a disegnare il bilancio a venire, un’ampia parte delle scelte è già stata assunta da altri e non c’è alcun modo di introdurre modifiche.

Questo si deve, in primo luogo, all’inerzia della spesa clientelare e al fatto che – dopo le privatizzazioni degli anni Novanta (contestabili nella forma, ma che almeno sono state fatte) – nessuno ha più avuto il coraggio di intervenire per ridurre l’area dello Stato.

In fondo, se nelle sue “lenzuolata” il centro-sinistra avesse introdotto la cessione delle Poste, dell’Enel e delle Ferrovie (solo per citare alcune imprese che dovrebbero essere al più presto privatizzate), e in tal modo avesse ottenuto risorse grazie alla compressione del debito, avrebbe avuto più denaro da impiegare nel welfare.

Facendosi liberale, sarebbe riuscito ad essere più coerente con se stesso.

A sua volta, lo stesso centro-destra potrebbe avviare un’ampia dismissione di aziende di Stato per soddisfare la richiesta di una minore pressione fiscale, trovando anche le risorse per una riforma radicale del sistema tributario: adottando un’aliquota unica (la fiat-tax) o al massimo le due aliquote già annunciate, anni fa, daTremonti.
Sul piano contabile, le possibilità di incidere significativamente su un sistema economico ingessato, largamente inefficiente e bisognoso di allargare gli spazi di mercato, ci sarebbero.

Ma bisognerebbe vincere le pigrizie di un’economia pubblico-privata in cui i dipendenti di Stato si accontentano del posto a vita e gli imprenditori sono ben contenti di una crescita quasi nulla, se ciò è accompagnato dalla costante possibilità di privatizzare i profitti e socializzare le perdite.

In questo senso, tra vecchio e nuovo governo c’è una continuità impressionante perfino nei dettagli: come attesta la vicenda del ricorso ai fondi del Tfr.

Ma più che quanto viene fatto, pesa sul futuro del Paese la tendenza a “non fare”: una propensione a galleggiare (inventandosi, al massimo, qualche rovinosa occasione di protagonismo: come nel caso della Banca del Sud) che però fa assomigliare sempre più l’Italia a quel povero Titanic che non giunse mai a NewYork.

Da Liberal, 10 Dicembre 2009

Facco: Il furto del TFR!

29 dicembre 2009


Tratto da Movimentolibertario.it

Tremonti ministro della gerontoeconomia, contro i giovani

29 dicembre 2009

Articolo di Cristian Cattalin

Dopo l’annunciato taglio di 24 miliardi di euro di tasse da parte del neo governo tedesco mi chiedevo, provocatoriamente, in quale recondito scantinato fosse finito il file del programma di governo in cui ci veniva spiegata sino alla nausea l’equazione del benessere: meno stato, meno tasse uguale a più sviluppo e più benessere.
Bene, quel file pare non esistere più, per lo meno pare essersi ficcato in un pertugio assai nascosto, non si trova proprio più.
Il ministro Tremonti, quindi, si configura come uno dei principali responsabili del tradimento del programma elettorale.

Poniamo pure l’ipotesi, a mio parere del tutto errata, che sia ragionevole percorrere una politica prettamente “rigorista”, comunque, anche in questo caso, ci si troverebbe in una realtà in cui il governo ha mentito ai propri elettori raccontando balle in campagna elettorale, mentendo sulle reali intenzioni di governo dell’economia: a quel punto non era meglio tenersi l’originale Tommaso Padoa Schioppa (taxi lover number 1) piuttosto che la patacca Tremonti (taxi lover number 2)?

Proprio sul Corriere online si legge un virgolettato del ministro Tremonti che, a proposito dell’ “issue” pensioni ribadisce, per l’ennesima triste volta, che sino a quando egli sarà ministro sulla previdenza non ci saranno tagli.

Anche qui, piuttosto che la patacca Tremonti era meglio l’originale Padoa Schioppa.

Anche in questo caso si rivela che il governo attua una politica in linea con quella del precedente governo, una politica di conservazione.
Mi sono fatto un’idea: il ministro Tremonti con la strategia del “non tocchiamo nulla” rispecchia la vecchia, solita politica italiana della tutela degli interessi incancreniti delle caste storiche del paese: pensionati, sindacati, tutelati, confindustria, associazioni di categoria, associazioni professionali.
Questa politica conservatrice è tradizionalmente ed elettoralmente renumerativa in un Paese come il nostro dove i padri pensano che i figli non debbano crescere e che sia meglio mantenere una sorta di tutela paternalista in cui comunque le risorse è meglio che le mantengano sempre gli stessi.
E’ meglio, secondo Tremonti e molti altri italiani, che la coperta delle risorse stia tutta dalla parte dei vecchi.

E’ meglio, secondo costoro, che le nuove generazioni per avere una casa debbano chiederla a papà, se si vogliono trovare un lavoro che se lo trovino fisso ma anche un po’ sfigato, che la pensione di papà a 58 anni sia bella corposa e quella del figlio a 70 anni sia una miseria, etc. etc.
Cari colleghi delle nuove generazioni, questi signori ci hanno appioppato un debito stratosferico che ci dovremo pagare noi e vogliono continuare con la pacchia!
In tutti gli anni in cui il ministro Tremonti è stato al governo la spesa corrente si è alzata, i giovani tanto pagheranno.
Mi scuso per la lunghezza dell’intervento e concludo con la sempre maggiore consapevolezza che il Ministro Tremonti si riveli sempre di più il ministro per l’Italia vecchia e contro i giovani.

Delude le nostre speranze, carica la nostra schiena di ulteriori fardelli, sterilizza i nostri entusiasmi.
Non togliete alle giovani generazioni le loro speranze, i loro sogni, la loro responsabilità! Liberateci, anzi, liberiamoci!!!

Tratto da Lombardialiberale.it

L’urlo del nulla

29 dicembre 2009

Se la politica strilla non ha alcunché da dire

Articolo di Carlo Lottieri

L’associazione Comunicazione Perbene, impegnata a favore di massmedia più attenti alle esigenze degli spettatori e soprattutto dei minori, ha diffuso i risultati di un suo studio da cui emerge che facendo zapping tra i vari canali – ogni giorno è possibile registrare 38 ore di scene di litigi, strida e intolleranze varie.

Colpisce, in particolare, che l’aggressività prevalga soprattutto nei telegiornali e nei programmi di approfondimento politico, in cui i contrasti tra questa o questa fazione sono una perpetua occasione per sceneggiate da cortile: a detrimento di quel che resta della civiltà del Paese.
Gli insulti e le risse verbali, insomma, dominano l’informazione televisiva, sempre che ancora la si voglia chiamare così, e questo è il segno di un imbarbarimento che ha ragioni ben chiare.

Da tempo, infatti, il confronto delle idee in merito a questioni concrete e possibili riforme (si pensi al debito pubblico, ormai pericolosamente alto) è quasi assente, dato che la voglia di semplificare le situazioni più complesse e il desiderio di trovare una bandiera quale che sia (riconoscendo i propri “amici” e i propri “nemici”) hanno posto le premesse per contrasti tanto duri nella forma quanto insignificanti nella sostanza.

Questa Italia del Palazzo che bisticcia in continuazione, dividendosi tra sostenitori del Cav e suoi spregiatori, non è poco così differenziata in ciò che interessa davvero a noi.

Gli alfieri di una parte e dell’altra hanno pulsioni molto simili e ideali che non è facile distinguere.

Tanto è vero che la scena politica di questi ultimi quindici anni, che ha visto alternarsi centro-destra e centro-sinistra, è stata segnata da una sostanziale continuità (di cui certo non ci si può rallegrare) nelle scelte cruciali, e questo nonostante i frequenti cambi di maggioranza.
La sensazione è che le urla e gli strepiti siano funzionali a coprire il vuoto delle idee e l’insignificanza delle diversità.

L’avvicendamento dei lottizzatori di destra e di sinistra, tanto somiglianti nella determinazione a spartirsi posti e centri di potere, deve essere in qualche modo giustificato: e così ci si fa credere che la lotta sia dura, che ci si batta contro i “mafiosi” oppure contro i “comunisti”, e che la battaglia debba essere condotta fino in fondo.
Se abbassassero i toni, i nostri cari urlatori della politica nostrana mostrerebbero fino in fondo la nullità delle loro idee.

Apparirebbe chiaro che sono tutti statalisti per inerzia, in quanto appassionati cultori della greppia di Stato.

Da Il Tempo, 21 Dicembre 2009

Does Government spending bring prosperity?

28 dicembre 2009

Article by Percy L. Greaves, Jr.

Many leaders in high places now [1955] promise us that our government will never again permit poverty and depression to devastate our land.

They propose more government spending as a cure for every economic evil.

And millions of people believe that such a program will work.

The underlying philosophy behind political spending is not new. Similar ideas have appeared throughout all history.

They came to full flower shortly after the economic collapse of 1929, when unbalanced budgets were generally accepted as necessary economic measures for relieving those in distress.

You could not let innocent people starve, could you?

People pointed to idle factories, unemployed workers and their unsatisfied wants.

All we need to do, they said, is to get the government to start priming the pump.

A little government spending would provide the would-be workers with the wherewithal to buy the things they desperately need.

This would encourage businessmen to put the unemployed to work in the idle factories.

This solution sounded so simple, and its political appeal was apparent. So we tried it.

People just plumb forgot all that economists had ever taught.

Many desperate persons reached for whatever share they could get of the apparent prosperity that followed.

Until war changed the picture, the price they paid was chronic unemployment by the millions.

Are we now asking for a repeat performance?

Most people seem to forget that the government can pay out only what it borrows or collects in taxes.

They also forget one of the most elementary facts of a free economy — men who will not accept going wage rates must remain unemployed.

Likewise, they fail to understand the real causes of depressions.

A logical examination of pertinent data would show them that it was Federal Reserve money manipulation that brought on the depression we all deplore.

We Americans truly need to know some very simple economic facts.

No free man works, buys or sells unless he fully believes that such action will bring him greater satisfaction than he could enjoy if he did not take that action.

This means that in a free economy no man ever takes a job at any wage unless he believes he is better off working at that wage than he would be if he did not take it.

Likewise, no employer ever employs a man at any wage unless the employer feels that he will better his situation by employing that man at that wage.

So, in a free economy, employees and employers believe that they have the best available terms. When they feel otherwise, they shift jobs or employees.

In the same vein, no woman ever buys a dress unless she believes that dress will bring her more satisfaction than any other use she could make of the same amount of money.

On the other side of the transaction, no storekeeper ever sells a dress unless he places a higher value on the money he receives than he does on the dress he sells.

As a result of the sale, both buyer and seller are happier.

Thus, in a free economy, every freely made transaction benefits all participants.

Consequently, any interference with freely made transactions must result in a decrease in the satisfaction and happiness of all persons concerned.

An economy that is free from restricting regulations thus permits its people to enjoy the greatest happiness they are capable of producing.

The Proper Sphere of Government

However, in order to enjoy the full pleasures of prosperity, it is necessary for peaceful people to be protected from all robbers, thieves and fraudulent schemers who seek something for nothing at the expense of their fellow men.

For this protective purpose, men have instituted governments.

Governments, like all valuable assets, have a price.

This price is collected in some form of taxes.

Reasonable taxes are a legitimate expense for all protected persons, property and production. Taxes are like insurance premiums.

In fact, a good government might be called a form of life, fraud and robbery insurance.

It is as necessary for modern society as accident insurance is for every car driver of moderate means.

Without it, the risk of living, owning property and driving might well involve financial risks that only a few could afford.

Good governments permit people to pursue their pleasures and production while protected from the rascals who would infringe on their rights by force or fraud.

Taxes paid for this protection are an investment which permits men to pursue their personal satisfaction and prosperity as each one sees fit.

When governments spend money for other than protective purposes, they must first get that additional money. They can only get such funds by one or more of three different methods.

They can amass such funds by collecting more ordinary taxes, borrowing from private savers, or simply printing the extra money they want to spend.

Most modern governments use all three methods.

Can such government spending increase the transactions and satisfactions of individuals and, thus, the happiness and prosperity of the people as a whole? A most common economic error is the failure to see or realize the complete price of what one buys.

People are too apt to reach for something they want now, without weighing the costs they cannot visualize at the moment.

Many fail to realize that more beer and merriment today may well mean no bread or meat tomorrow. So it is with government spending.

We see the results of government spending all around us.

Government services are sold at bargain rates below cost.

The bureaucrats are good steady customers, and the subsidy receivers spend money more freely than those who earn it.

But many do not see the complete price.

They do not see the schools, homes, hospitals and factories that could have been erected if the same funds had been left in private hands.

They do not see that present bureaucrats could be private citizens producing goods not now available, and that such an increase in marketable goods would tend to reduce all prices and thus increase the satisfactions and living standards of every buyer.

They do not see the taxes that creep into the prices of every loaf of bread and pair of shoes, placing the prices of such necessities beyond the reach of the most needy.

When the government raises the money it spends by borrowing savings or taxing its citizens, it merely transfers spending power from private owners and earners of the money to the political spenders in power.

This creates no new wealth.

It reduces the amount private citizens can spend while increasing the amount government can spend.

With less money in their pockets and bank accounts, private individuals and corporations must reduce the amounts they spend or invest.

Assuming prices and wages remain the same, they must buy fewer goods and employ fewer workers on private payrolls producing what people want most.

Money spent by governments cannot create any more jobs or produce any more wealth than it can when spent by private persons.

In fact, it creates less, because both the tax collectors and tax spenders must be paid a commission.

Their labors add nothing to the wealth of society.

The shift of the money from private citizens to political spenders must result in fewer productive jobs, and thus a smaller amount of goods and higher prices than if the money had been left in private hands.

Pattern of Production Changed

Political spending also changes the whole pattern of the nation’s productive forces.

If the government spends its money by giving out subsidies to one privileged group, the productive facilities of the country are then partially directed toward satisfying the desires of that group instead of the desires of those who originally earned the money.

Many workers and investors must shift from producing goods and services for consumers who earn their money, to producing goods and services for those who first receive the dollars distributed during the government’s spending spree.

Then, too, much government spending is not based on the economic principle of getting the most for the least.

This permits political spenders to grant privileges to their friends.

Such political plums provide more satisfaction and prosperity for nonproducers at the expense of producers.

The net result must always be a reduction in the production of wealth.

Any such reduction in the quantity of goods and services available in the market tends to raise all prices and thus reduce the satisfactions and living standards of every buyer in that market.

So spending to help one group, laudable as it may seem, does not, and cannot, create general prosperity.

If the government spending is for war or defense, then some of the nation’s investors and workers must go to work producing munitions and military supplies.

All the savings and workers so engaged are withdrawn from industries satisfying the private needs and wants of individual consumers.

The end result, of course, is a reduction in the satisfaction of the needs and desires of all those who prefer consumer goods over war goods.

The nation may have full employment, but individuals must certainly get along with fewer consumer goods.

Such lower personal satisfactions have never been considered greater prosperity.

The only reason men and factories are ever unemployed is that they will not produce what consumers want most at prices consumers can and will pay.

Both men and factories can always be employed, if they will accept market wages and prices. When they consider these too low and rely on government to pay higher than market wages and prices with funds obtained from private citizens, the immediate result must always be unemployment or lower wages for those formerly engaged in satisfying the desires of those whose money the government now spends.

Unless supported in idleness, these workers will soon gravitate to those industries or pursuits that benefit most from the increased government spending.

Their competition will bring wages down to market levels, and then no workers will any longer benefit from the increased government spending.

Any switch of money from private owners to political spenders can only result in a redirection of the nation’s productive forces and temporary gains for those who first receive the government orders or subsidies. In the end, a readjustment of the nation’s productive forces will become necessary.

During the interim, total human satisfactions will be reduced and the general welfare will suffer.

The question now asked is whether a substantial reduction in present government spending would create a depression.

Under the present restrictive labor and monetary laws, the painful readjustment might well be long and severe.

Under a free economy, with free market wages and interest rates, the necessary readjustment could be quickly made and soon everyone would be enjoying a much higher living standard.

If the government reduces both taxes and spending, it will leave more money in private hands. This money then can, and will, employ more people at higher real wages to make more of what people want most.

The nation’s productive forces would be redirected toward satisfying the wants of productive persons, rather than satisfying those who were the recipients of government expenditures.

In a free market economy, every worker and investor tends to seek those outlets which will produce what consumers want most, as indicated by the wages and prices consumers will pay.

So workers and investors now engaged in satisfying political spending would soon find more profitable outlets satisfying the increased spending of private producers.

Everyone would soon have more. That is not a depression.

That is prosperity.

Results of Inflation

In cases where the government prints the money, either directly or indirectly, by first printing bonds and then issuing new money with only its own bonds as security, the result is inflation. Inflation is a tax on everyone who owns or is owed a dollar.

Its effects are more hidden than those of other taxes.

Another important difference is that inflation transfers economic wealth from one group of people to another group, as well as from private citizens to their government.

The inflation tax is a boon to all who owe dollars and a burden on all who are owed dollars.

It changes the values of every contract that specifies a future payment in dollars.

It reduces the value of the money involved.

This is a temporary boon to the payer but, in effect, a tax on the recipient.

Under such inflationary conditions, wise businessmen become hesitant about signing long-term contracts, so necessary for our present-day complicated production system.

Government inflationary spending thus places an additional damper on prosperity, over and above all drawbacks and redirection of productive forces brought about by government spending of funds amassed by taxes or bond sales.

Those who first receive the newly printed money are able to buy a part of the nation’s production without having made any contribution.

They must profit at the expense of all those who have contributed to the total production offered on the market place.

Since the rewards of productive contributors are less, some will retire or reduce their future contributions to the market.

Production will be further reduced by the fact that some of the printed money recipients are supported in nonproductive pursuits.

Total production must, therefore, be lower.

This means there will be less for everyone who spends dollars in the market place.

Taxes which raise prices or curtail private spending cannot increase total human satisfaction. Increased taxes reduce the voluntary transactions of a free people and thus reduce their total satisfactions.

Contrariwise, any reduction in government spending and taxing will increase the individual transactions of a free people and thus their individual satisfactions and prosperity.

The Way to Prosperity

Government spending is an expense or burden on total production and human satisfaction. Government taxes are personal economic sacrifices and should be paid only for the protection of life and private property.

When taxes are so limited, they are an aid and stimulant to total production and human satisfaction.

When they are collected to help some at the expense of others, they are a brake on both production and human satisfaction.

Any reduction in government taxes and spending increases the goods and satisfactions available for all those who have dollars of their own to spend.

Competition in the service of consumers is the one and only sure way to produce a prosperity permanently spiraling upward.

All political spending for purposes beyond the protection of life and property are a snare and a delusion.

They discourage wealth production both by decreasing the rewards of productive workers and by supporting others in idleness or nonproductive pursuits.

In order to keep up the appearances of prosperity, government spending must be constantly increased, with an ever-increasing share of total production going to the nonproductive.

If these constantly increased expenditures are not stopped in time, the result will be a runaway inflation like that which took place in Germany in 1923.

Government budgets balanced by inflationary spending can but bring a national headache, for which the only permanent cure is the intelligent use of our God-given freedom.

Percy L. Greaves, Jr. (1906–1984) was a free-market economist for US News (the forerunner of US News and World Report) and authored several books on economics, including Understanding the Dollar Crisis and Mises Made Easier. He was also a seminar speaker and discussion leader with the Foundation for Economic Education. Percy and his wife Bettina Bien Greaves were long-time associates and friends of Ludwig von Mises, and regular attendants at Mises’s New York University seminar.

This article was originally published as Does Government Spending Bring Prosperity? in The Freeman, February 1955.

Tratto da Mises.org

IBL: Gli USA seguono la via italiana alla spesa pubblica? Un paper di Vito di Tanzi

28 dicembre 2009
Nel 2023 dal punto di vista dei loro conti Italia e Stati Uniti si assomiglierebbero come due gocce d’acqua
Le politiche anticrisi potrebbero innescare una pericolosa convergenza tra i modelli di finanza pubblica italiano e americano.
Lo sostiene Vito Tanzi, fra i maggiori economisti di finanza pubblica al mondo e già capo del Dipartimento di finanza pubblica del Fondo monetario internazionale, nel nuovo Focus IBL Strade convergenti. La politica fiscale in Italia e negli Stati Uniti (PDF).

Per Vito Tanzi, “Considerati dal punto di vista del debito pubblico e della spesa pubblica, l’anno prossimo i due paesi saranno molto più simili tra loro di quanto non fossero nel 2007.

Il disavanzo fiscale degli Stati Uniti sarà molto più elevato di quello italiano.
Disgraziatamente per l’America, le cattive notizie non si fermano qui: i prevedibili sviluppi futuri della situazione faranno accelerare la convergenza tra il debito pubblico e il deficit di bilancio dei due paesi”.
Già nel 2010, spesa, deficit e debito pubblici americani, se rapportati al Pil, si avvicineranno ai valori italiani.
Paradossalmente, dunque, “Nel 2023, dal punto di vista dei loro conti Italia e Stati Uniti si assomiglierebbero come due gocce d’acqua.
La differenza sarebbe che spesa pubblica e deficit continuerebbero ad aumentare negli Stati Uniti molto più di quanto non avverrebbe in Italia”.

Dice Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni: “questo Focus di Vito Tanzi, che siamo onorati di pubblicare, pone l’accento su un aspetto davvero preoccupante delle politiche anticrisi.

Questa convergenza fra Italia e Stati Uniti è poco incoraggiante.
Speriamo che gli Usa ritornino preso sulla via del rigore”.

Il Focus di Vito Tanzi, Strade convergenti. La politica fiscale in Italia e negli Stati Uniti, è liberamente scaricabile qui: (PDF)

Vito Tanzi è anche autore del volume Questione di tasse, edito da Egea, sulla storia economica dell’Argentina.
Tratto da Brunoleoni.it

Ron Paul on MSNBC Morning Joe speaks about TIME magazine’s appointment of the Fed

28 dicembre 2009

The money is running out

28 dicembre 2009

Occupazione e politica

28 dicembre 2009

Poche cose fanno più danno della filantropia dei politici interessati a fare del bene con soldi degli altri

Articolo di Antonio Martino

La crisi in corso è stata da taluno definita come una tragedia paragonabile alla Grande Depressione degli anni Trenta; ci siamo occupati di smentire su queste colonne la sensatezza del confronto ma, ora che questo grave episodio di patologia economica sembra avviato a conclusione, può forse valere la pena tornare ad occuparsene per appurare se effettivamente la sua entità sia paragonabile a quanto accaduto in passato.

Se guardiamo al tasso di disoccupazione negli Stati Uniti scopriamo che dal dicembre del 2007 all’ottobre di quest’anno è quasi raddoppiato, passando da un po’ meno del 5% al 10,2%, un livello record superato soltanto da quello del 1982 (10,8%).

Inaccettabilmente alto senza dubbio ma non al momento paragonabile a quelli del decennio 1931-1941 che superarono spesso il 25%.

Quanto al costo sociale della disoccupazione non dimentichiamo che negli anni Trenta essere disoccupato equivaleva a restare privi di reddito mentre adesso fra sussidi di disoccupazione e altre provvidenze i disoccupati americani non rischiano la morte per inedia.

I vari programmi di “stimolo” all’economia americana sia di Bush sia del suo successore non hanno quindi impedito l’aumento enorme della disoccupazione, sono riusciti soltanto nell’intento di dilapidare migliaia di miliardi di dollari dei contribuenti, indebitando l’America a livelli che non hanno precedenti con un pauroso disavanzo pubblico che prelude quasi certamente ad aumenti di tasse e conseguente diminuzione di reddito e produzione.

Quanti non si rassegnano a rinunziare alla loro tesi secondo cui questa è una recessione paragonabile a quella dei Trenta sottolineano che a quanti cercano lavoro bisogna aggiungere anche quanti hanno rinunziato a cercare lavoro e quelli che devono accontentarsi di un lavoro part-time mentre preferirebbero lavorare a tempo pieno, i sottoccupati.

Ora, è certamente vero che la misura del tasso di disoccupazione è lungi dall’essere esatta e che quella della sottoccupazione è ancora più problematica ma, anche se guardiamo al numero dei sottoccupati, la conclusione non cambia.

La stima del tasso corrente di sottoccupazione lo colloca al 17,5%, molto maggiore quindi di quello di disoccupazione, ma sostanzialmente simile al 17,2% del dicembre 1982; si tratta del primo caso dal dopoguerra in cui il tasso di sottoccupazione sia più alto di quanto fosse nella depressione precedente ma siamo ancora molto al disotto dei valori raggiunti durante la Grande Depressione.

In genere la diminuzione dell’attività produttiva si arresta prima della disoccupazione, il reddito riprende ad aumentare ma il numero dei disoccupati continua a crescere.

La crisi della produzione si è fermata grosso modo dopo il terzo trimestre dal suo inizio ma in questo caso la ripresa è accompagnata non da un peggioramento del mercato del lavoro ma da alcuni sintomi positivi.

Nel corso del 2008 sono aumentate le ore lavorate e i salari sono cresciuti del 2%, il che significa che non è vero che la recessione abbia prodotto rilevanti tagli alle retribuzioni.

La stranezza della situazione consiste nel fatto che quanti hanno potuto conservare il posto di lavoro guadagnano più di prima mentre il livello di sottoccupazione è il più alto dalla Grande Depressione.

Cosa dovrebbe fare l’amministrazione Obama per stimolare l’aumento dell’occupazione? A mio avviso dovrebbe astenersi dal “creare” lavoro direttamente o indirettamente.

Se, per proteggere l’occupazione di pubblici dipendenti o per creare nuovi impieghi, lo Stato utilizza fondi pubblici, l’operazione distrugge occupazione produttiva (il finanziamento del sussidio implica un aumento di tasse o una diminuzione di risparmio destinabile a investimenti privati) per crearne di improduttiva, con una perdita netta di reddito per il paese.

Se, invece, per impedire licenziamenti da parte di imprese private, lo Stato eroga sovvenzioni agli imprenditori, il risultato è lo stesso perché l’intervento prolunga l’occupazione di dipendenti che le imprese considerano ridondanti ed impedisce ad altre imprese di accrescere il loro livello di occupazione.

Se l’impresa A vuole licenziare lo fa perché convinta che sarebbe più produttiva con un numero minore di dipendenti, se l’impresa B vuole assumere lo fa perché crede che sarebbe più efficiente se disponesse di un maggiore numero di lavoratori.

Impedire alla prima di fare ciò che reputa opportuno inevitabilmente significa impedire anche alla seconda di farlo, condannando entrambe a una minore produttività con danno per tutti.

Se lo Stato si astiene dall’indebitarsi il settore produttivo dispone di maggiori risorse e può realizzare un maggior volume di investimenti, se si esime dall’accrescere il prelievo fiscale imprese e famiglie avranno più soldi da destinare a investimenti e consumi.

Come avrebbe commentato Calvin Coolidge, il governo che governa meno è anche quello che governa meglio! Poche cose fanno più danno della filantropia dei politici interessati a fare del bene con soldi degli altri.

Chi vuole faccia pure del bene ma a spese sue e lasci agli altri la disponibilità di quanto hanno guadagnato.

Tratto da Brunoleoni.it

Attendendo il miracolo

28 dicembre 2009

Articolo di Giorgio Arfaras

Le famiglie statunitensi sono molto indebitate.

Allo stesso tempo, cresce la disoccupazione.

Come potranno tornare a consumare – i consumi sono il 70% della domanda aggregata – come una volta? Con il ritorno della «fiducia», è la risposta.

La quale fiducia – un termine molto vago – ha come barometro la borsa azionaria.

La quale borsa azionaria è salita, da marzo, perché si afferma che gli utili sono in miglioramento. Gli utili in miglioramento dipendono dal taglio dei costi, taglio che tuttavia ha un limite, perché non si ha il caso di una impresa dove restano solo l’amministratore delegato e il suo autista, con tutti gli altri che cercano lavoro.

La ricerca del lavoro mostra un grave limite: nelle crisi precedenti il rapporto fra licenziati (generati dalle imprese in contrazione) e assunti (dalle imprese in crescita) era pari a due volte, nella crisi in corso è pari a sei.

La bassa qualità della disoccupazione mostra come ci siano molte meno imprese disposte a rischiare.

Il quale rischio non è alimentato dai crediti bancari, perché le banche hanno tagliato i crediti e si sono messe a comprare i titoli di stato.

Si attende il miracolo: una crescita dei consumi degli indebitati e dei disoccupati.

Il quale miracolo va naturalmente inteso come un evento che scaturisce indipendentemente dall’ordine naturale delle cose.

Come far salire ancora la borsa? Tecnicamente, questo può avvenire se dei nuovi seguaci del miracolo comprano le azioni che i vecchi seguaci ormai disillusi e gli scettici da sempre vogliono vendere.

In borsa credere nei miracoli vuol dire mettere del denaro al lavoro, non basta avere fede.

A questo punto chi compra deve pensare che sia possibile un’ascesa ulteriore dei corsi, trainata dalle prospettive di ripresa dei consumi delle famiglie.

E siamo tornati all’inizio del ragionamento.

I problemi, purtroppo, non terminano con la borsa.

Una cosa non molto sottolineata è questa: se l’economia reale dipende dagli stimoli pubblici e se le banche comprano i titoli pubblici, si ha un «tasso di socialismo» maggiore, vale a dire un maggior peso del potere politico in campo fiscale e monetario.

Se la crisi si «sgrava», il tasso di socialismo si riduce e il sistema politico non entra sotto tensione, ma, se si aggrava, il tasso di socialismo aumenta e dunque il sistema politico va sotto tensione.

Se la crisi si aggrava, le emissioni di debito pubblico aumentano.

A quel punto, per fermare prima che sia troppo tardi la crescita dell’onere del debito, si dovrà portare il deficit pubblico prima del pagamento degli interessi in campo positivo (= surplus primario).

Ossia, tagliare le spese e/o aumentare le imposte.

In questo modo è alimentata la tensione politica.

Tratto da Chicago-blog.it


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