5 novembre: Guy Fawkes, “l’anarchico” prima dell’anarchismo

By LucaF.

plotters gunpowderLa cosa più interessante del 5 novembre è la connessione realizzatasi e consolidatasi grazie anche al film V per Vendetta, tra le due figure di Guy Fawkes e quella di V.

Era un passaggio logico importante da dover realizzare, e a nostro parere il film dei fratelli Wachowsky è riuscito pienamente nell’intento, aggiungendo anche un ulteriore spessore di contenuto rispetto al fumetto di Lloyd e Moore.

I due personaggi sono senz’altro in apparenza discutibili e ovviamente da tratteggiare con le dovute ragioni; ma ciò non vuol dire esimerci da poterli considerare validi all’interno di un immaginario archetipico culturale.

Ovviamente Fawkes non è riducibile al contrario di V (un simbolo), egli deve essere inserito nel suo contesto storico!.

Guy Fawkes è figura contradditoria, e provocatoria in questi tempi di integralismo religioso, fanatismo e fondamentalismo valoriale (visto sempre come una minaccia esterna a danno delle nostre presunte radici).

Fawkes rovescia molti cliché e presunzioni d’apparenza sulla religione e sulla politica.

Eppure a noi resta simbolicamente simpatico.

Il caso di Fawkes è importante anche per comprendere ed evitare future possibili forme di intolleranza, all’interno delle nostre società, imparando dalle lezioni che ci giungono dal nostro passato cristiano e occidentale.

Guy Fawkes era un militare inglese combattente volontario presso le Fiandre contro i protestanti, cattolico papista membro di un gruppo di cospiratori cattolici inglesi che tentarono di assassinare con un’esplosione il re protestante Giacomo I d’Inghilterra e tutti i membri del Parlamento inglese mentre questi erano riuniti nella Camera dei Lord per l’apertura delle sessioni parlamentari nell’anno 1605 (la famosa “congiura delle polveri”).

Nella notte tra il 4 e il 5 novembre 1605 il complotto fu sventato tramite la corrispondenza scoperta nei giorni precedenti tra Fawkes e alcuni esponenti politici cattolici del parlamento (nell’intento di avvisarli e salvare loro la vita) venendo così prontamente arrestato, torturato, impiccato, decapitato e squartato assieme agli altri congiurati, senza regolare processo.

Ancora oggi il 5 novembre viene ricordato come la Guy Fawkes Night, nell’usanza di bruciare in un falò un fantoccio acquistato nei negozi con i soldi ricevuti casa per casa dai bambini (con modalità simili ad Halloween), mentre i più grandicelli micciette e fuochi d’artificio da far esplodere in cielo nel tardo pomeriggio.

E’ ovvio che questa festa tradizionale (il cui significato monarchico è mutato nei tempi recenti in termini di un richiamo antistatalista contro l’oppressione e lo Stato) richiama un passato antecedente ai fatti del 1605, legato alle persecuzioni religiose, ai roghi e alle guerre tra protestanti e papisti, all’interno del Regno Unito ma in generale nel quadro degli scontri europei che porteranno alla Guerra dei Trent’anni in Germania e alla Guerra degli Ottant’anni nelle Fiandre/ Paesi Bassi.

Tali tensioni raggiunsero vette di vere e proprie caccie all’uomo, con tentativi di limitazione delle libertà individuali e personali da parte dei presunti credenti della fazione avversa, con possibili processi e vere e proprie purghe a scopo religioso da parte dei governanti.

Molto spesso a farne le spese non erano cattolici papisti e clericali, ma meri cristiani cattolici, che nulla c’entravano con le perverse macchinazioni papaline.

Allo stesso modo, anche le comunità protestanti venivano perseguitate in quanto ritenute eretiche promotrici di falsi valori, all’interno dei Paesi cattolici (Italia compresa).

In un clima del XVII secolo, a livello europeo cupo e fortemente condizionato dal senso identitario e di appartenenza valoriale, Fawkes appare come personaggio mosso più che dall’odio papista, da un forte senso d’indignazione nei confronti di un torto manifesto subìto dalla minoranza religiosa cattolica da parte di una maggioranza pur sempre cristiana ma di fede protestante.

Tali limitazioni di spostamento, attività, libertà di fede e di parola, anche all’interno delle attività non connesse alla religione, come la politica di fatto erano considerate angherie e tentativi di demonizzazione preventiva, messe in atto dal Governo londinese quale strumentale forma preventiva espiatoria per ricevere consenso e consolidare il proprio potere, prima ancora di una loro inscrizione nei torti reciproci realizzati coi papisti e i regnanti cattolici nei confronti delle minoranze protestanti (ad esempio nelle Fiandre meridionali, in Francia e nelle regioni alpine in Italia).

Insomma entro le guerre di religione tra comunità cristiane, che insanguinarono, sino a tempi recenti il suolo europeo, non è mai esistita la coincidenza di valori sul messaggio di Cristo a livello di giudizio e interpretazione, divergendo ampiamente e risultando di fatto difficilmente formalizzabile entro una unica formula religiosa.

Anche in tempi recenti i tentativi di ricomposizione unitaria conciliare di scismi e di fratture entro la galassia cristiana europea, resta più un’utopia, dietro la quale si nasconde e cela l’ombra dell’omologazione dogmatica unica.

Non esistono quindi valori cristiani o radici cristiane uniche; ma esiste una tendenza al pluralismo e all’anarchia religiosa.

Molto spesso, (sempre e solo) i nostri politicanti, quando parlano dell’Europa o della religione, si dimenticano di tali aspetti, volendo promuovere per scopo politico-clientelare una visione fideistica omologante e discriminante nei confronti delle altrui confessioni, privilegiando sempre la solita non religione: il papismo.

Come dimostrano anche recentissime sentenze, non esistono condivisioni neppure sui simboli cristiani a livello inter-confessionale cristiano europeo, (senza dover scomodare quale pretesto la già egemonica Ue); figurarsi con altre confessioni!.

L’intolleranza e il fanatismo tendono ad essere arma a doppiotaglio, combattuto all’estero e promosso all’interno dei nostri confini.

Ricordiamo quindi che la politica farebbe bene a disinteressarsi dal sostegno o rappresentazione fanatica di una fede religiosa piuttosto che un’altra.

Gli eventi che scaturirono in Inghilterra ai tempi di Fawkes oggigiorno sono relazionabili con le numerose discriminazioni a danno di minoranze etniche, religiose che nel corso del XX e di inizio XXI secolo vennero e vengono compiute all’interno delle nostre società, ponendo come giustificazioni a riguardo la difesa di pseudodiritti originari e tradizionali locali a fronte delle nuove religioni e confessioni provenienti dall’oriente.

Vogliamo ricordare provocatoriamente come anche il cristianesimo provenga dall’oriente, proprio da quelle sponde del Mediterraneo da cui oggigiorno provengono le presunte minaccie alla nostra identità.

Ma poi può un diritto religioso, assumere rilevanza e preminenza normativa su tutti gli altri attraverso un suo uso e abuso strumentale da parte della politica o dei suoi alti adepti?.

In questo scenario, Fawkes più che essere una pedina al “soldo di Roma” come dichiararono in seguito gli inglesi, o mero “uomo-utile” da parte dei cospiratori che in seguito ne ridussero la sua stessa immagine sino all’Ottocento, diviene la massima denuncia individuale di un torto e di una situazione ormai colma e insopportabile causata proprio dalla politica e dalla sua paranoica quanto mistificante coercizione, a detrimento in primis dell’autonomia religiosa in seguito della libertà stessa di pensiero e di confessione per tutti coloro che sono diversamente credenti o atei.

Fawkes in quanto appartenente di una minoranza religiosa vide nell’attentato nei confronti del sovrano e della sua corte, la soluzione per risolvere un problema di libertà che la politica stessa aveva creato non risolvendolo, anzi acuendolo progressivamente, operando più che l’ipotesi di un cambio del “cuius regio eius et religio” a favore di un eventuale sovrano cattolico, una prima vera rivoluzione libertaria.

Le sue motivazioni appaiono di tipo eversive in termini ontologici (ma non dogmatici di anarchismo ottocentesco, per ovvia ragione), più come atteggiamento esistenziale di risultato che come strategia finalizzata.

Vivere in Inghilterra nel ‘600 come cattolico equivaleva ad essere un alieno.

Ovviamente la stessa cosa capitava (e capita oggi ancora) per molte confessioni presenti in Italia non in grado di ricevere un trattamento degno da Paese laico e tollerante (come dovremmo essere) in termini pluralisti e liberali nelle fedi.

Molti protestanti erano alquanto scocciati dal re e dalle sue iniziative repressive e assolutiste, ricordiamo che gli Stuart erano una monarchia fortemente influenzata dal pensiero assolutista di Luigi XIV sia in termini politici che economici e se il Re Sole, in Francia, perseguitava gli ugonotti (protestanti francesi) in quanto il suo potere doveva essere assoluto e privo di contrasti interni religiosi (solo il Re poteva creare dissidi e contrasti gallicani con il Papa in relazione al pagamento delle tasse e al controllo dei vescovi in chiave statalista), al di là della Manica le cose non erano migliori seppur in termini inversi a danno dei cattolici.

Il tutto entro una giustificazione sacramentale della ragionevolezza regale data dalla monarchia.

Ovviamente furono i cattolici ad essere i più estremisti e risolutivi nei confronti di Giacomo I Stuart, un re che ereditò il trono di Elisabetta I e che certamente non aveva le qualità della precedente regnante, nè le capacità di farsi amare dai propri sudditi così pure dagli stessi protestanti.

Il re promise un allentamento delle norme antipapiste già parzialmente in vigore sotto i Tudor (a partire dallo scisma di Enrico VIII, passando per le lotte tra Spagna e Inghilterra con la figlia Elisabetta I) che penalizzavano i cattolici, ma anche a causa della situazione finanziaria in deficit (a causa del suo tenore di vita di stampo assolutista) queste promesse di moderazione caddero nel vuoto, aumentando il malumore dei cattolici, i quali si sentirono traditi da un sovrano che durante il suo governo scozzese (prima di ereditare il trono da Elisabbetta I) era a loro sembrato molto vicino.

E’ evidente che per puro calcolo politico Giacomo I, preferì abbandonare l’esigua minoranza cattolica per puntare, una volta a Londra, sull’estamblishment politico maggioritario e dominante di tipo protestante.

Dovendo conquistare la loro fiducia decise di aumentare le tasse e le repressioni nei confronti dei cattolici, che videro così di fatto svanire ogni possibilità di miglioramento del loro status sociale e religioso; peggiorando ulteriormente la loro situazione.

I cattolici quindi non avevano molto da perdere nel contrapporsi al loro Re, anche se furono davvero in pochi a complottare contro di lui.

Ironia della sorte quando morì Giacomo I ereditò il trono il figlio, Carlo I, il quale capovolse la situazione, scontentando i protestanti, non più tutelati neppure loro, dalle imposte e dal fisco sempre più oppressivo per via delle sue spese folli.

Il parlamento si ribellò al Sovrano e mosso anche da impulsi protestanti puritano-religiosi repubblicani, decapitò il Sovrano.

Quindi paradossalmente l’insuccesso cattolico di Fawkes rispetto a quello protestante di Cromwell fu solo dettato dalla tempistica degli eventi, dal numero esiguo dei partecipanti al complotto e dal clima meno ricettivo nei confronti delle proposte cattoliche.

Nel primo caso i pochi congiurati non riuscirono a costituire uno schieramento vasto contro il sovrano e il suo governo dispotico (prevedibilmente se anche l’attentato fosse riuscito, in mancanza dei figli del sovrano alla cerimonia di inaugurazione in Parlamento difficilmente si sarebbe potuto creare un vuoto di potere tale da condurre all’anarchia e a una insurrezione generale tale da porre un cattolico sul trono, si sarebbe solamente anticipata la successione al trono del figlio Carlo I a nostro parere) anche a causa delle forti pressioni repressive a danno della comunità cattolica ghettizzata.

Nel caso di Cromwell essendo protestante e avendo dalla sua parte un vasto strato di connessioni politiche ed economiche ambientali amiche, potè con i i rivoltosi resistere militarmente e politicamente alle pretese del re, sconfiggendolo sul suo stesso terreno.

Senza dubbio però difficilmente tale episodio protestante si sarebbe potuto immaginare, senza il precedente tentativo di Fawkes, in quanto questi svegliò i parlamentari dal loro torpore e dalla cieca fiducia che per il solo fatto di essere in termini maggioritari protestanti e lontani da Roma, ciò fosse sufficiente per impedire l’affermazione di un dispotismo governativo assolutista anche ai loro danni.

Tra i due personaggi esistono comunque delle chiare e palesi differenze.

Cromwell è un politico che usa e “appartiene” al Parlamento, quindi in termini politici adopera tale organo entro una lotta di poteri istituzionali; Cromwell in termini giacobino-napoleonici prese il posto del Re in termini rivoluzionari antimonarchici proclamandosi poi a capo del Commmonwealth (Repubblica) sviluppando di fatto una dittatura puritano-millenarista.

Fawkes non era membro di una establishment politico e non aveva contatti sicuri o potenti appoggi neppure in parlamento, ergo era un individuo solo, assieme agli altri cospiratori (i quali però erano di condizione sociale superiore alla sua), inoltre il suo gesto non aveva uno scopo utilitario personale, non avrebbe mai potuto diventare Re d’Inghilterra, sia in quanto il suo gesto lo avrebbe ucciso (un pò come Pietro Micca altro personaggio del suo tempo antitetico ma simile a Fawkes per certi versi senza compromessi) sia in quanto personaggio senza blasone, e minoritario.

In questo suo essere disinteressato a livello di interessi personali verso la causa portata avanti, troviamo tutto lo spirito ideale pre-anarchico del personaggio, in concordanza con il personaggio V nell’omonimo film, (V non opera per sè, ma perchè le condizioni migliorino in generale per gli altri individui o possano comunque trovare un loro sviluppo differente e nuovo autonomo).

Di Guy Fawkes è stata quindi data sempre un immagine stereotipatamente esagerata per motivi partigiani di contrapposte fazioni (statalisti vs anarchici), sia per via della sua appartenenza religiosa, che per il suo gesto e azione rivoluzionario.

Il primo è servito (in ambienti britannico-monarchici) per sminuire il messaggio e la portata dell’idea che guidava il personaggio; il secondo per la sua riabilitazione nell’esaltare la sua utopia rivoluzionaria esagerata.

Ma quello che a noi interessa è funzionale all’idea anarchica teorica di Fawkes; non il suo piano pragmatico-finalistico, non quindi la violenza, ma il fatto che nei primi del Seicento, quest’uomo abbia pensato che il Governo e il Parlamento fossero un problema e non la soluzione.

Fare esplodere il parlamento con la corte reale diviene allora la manifestazione consequenziale di un male ritenuto assoluto, da cancellare (non soltanto simbolicamente e metaforicamente da parte sua), non relativizzabile mediante la semplice pratica democratica (dato che di fatto i cattolici non potevano partecipare al voto, mentre i nobili cattolici in Inghilterra erano fortemente prudenti e minoritari), nè tantomeno entro una possibile sostituzione o presa del potere “leninista”.

Anzi la stessa presenza del potere, di fatto impediva-giustificava di fatto l’impossibilità di giungere a tale possibile emancipazione anche dal potere stesso.

Fawkes non a caso viene considerato come figura di “anarchico”, prima di Stirner e dell’anarchismo ottocentesco, in particolare di quello “scientifico” bakuniniano anarco-comunista.

Fawkes ha fatto un gesto “anarchico” non con la “consapevolezza dell’anarchico ottocentesco”, ma come mero modus operandi pragmatico per giungere allo scopo.

Certamente bisognerebbe vedere se poi questa “consapevolezza anarchica”, esista in realtà anche a posteriori nell’Ottocento; piuttosto che una sua semplice sete di vendetta/violenza nei confronti di certe categorie di persone a scopo escatologico.

Su questo noi che siamo anarco-capitalisti, (ben altra cosa dagli anarchici tradizionali e anacocomunisti) ne dubitiamo fortemente per quanto riguarda la loro modalità di lotta e azione a riguardo (per non parlare delle modalità antistataliste e loro prospettive futuribili).

Paradossalmente gli stessi anarchici contemporanei hanno riabilitato e scomunicato Fawkes più volte, in varie fasi, sia in quanto personaggio legato a possibili motivazioni religiose violente, (dato che esistono anche gli anarchici religiosi, generalmente nonviolenti), sia nei confronti del dato cronologico in cui questi si colloca, per loro un problema.

Ma proprio quest’ultimo dato è per noi anarco-capitalisti caratteristica interessante del personaggio.

Fawkes è personaggio “anarchico”, prima dell’anarchismo ottocentesco, in particolare quello derivante dalla teoria di Proudhon e Bakunin (avente radici collettiviste e di derivazione marxista); il suo personaggio dimostra che l’anarchismo non è solo di sinistra o contro la proprietà, ma può essere di “neutrale” o di “destra”, (se vogliamo ridurre il tutto a una mera battaglia di posizionamenti politologici) o più specificatamente libertarian in favore della mera libertà e del diritto di proprietà.

A noi interessa il fatto che la “neutralità anarchica” di Fawkes lo ponga nella dimensione antistatalista, poi ovviamente il suo antistatalismo è moralmente nei mezzi sbagliati, oltre che poco credibile come prospettiva finale, (potrebbe essere definitiva ma anche transitoria questo non lo possiamo dire con certezza, nè dipendeva unicamente da lui, ma dagli eventi decisi anche dagli altri cospiratori) assoluta o relativa che fosse, in funzione delle leggi dello Stato, verso una modifica della considerazione legislativa adottata nei confronti della minoranza cattolica.

Quel che importa è che l’antistatalismo inteso come tirannicidio è un fenomeno storico dalle radici antiche, non solo ottocentesche o anarchiche tradizionali, non a caso deriva dalle tragedie greche, dai corpi dei tirannicidi Armodio e Aristogitone impressi nel marmo, passando per Bruto sino alle opere di Shakespeare (Amleto, Riccardo II e Riccardo III), autore contemporaneo agli eventi violenti che riguardarono Fawkes e l’epoca (la forma di regicidio-tirannicidio classico, di shakespeariano riferimento, in Fawkes diventa operazione su larga scala, quasi stragistica dato che colpisce un intero sistema istituzionale non solo una persona; questo per certi versi è un curioso aspetto che però implicitamente anticipa seppur non in termini attuativi, ogni possibile disamina politica critica sul malfunzionamento e fallimento di lungo corso della Democrazia in Occidente).

Non a caso il personaggio V che trae liberamente ispirazione dalla maschera di Fawkes nel fumetto e all’interno del film cita brani e monologhi tragici di Marlowe (Doctor Faustus) e dello stesso Shakespeare, (tra cui il Macbeth, La dodicesima notte oltre alle opere già citate), mentre interloquisce con i nemici e Evey.

V quindi diventa un filosofo, un teorico, una sorta di istrionico maestro di vita e di “guru” per Evey alla ricerca di sè stessa, un empirista sperimentatore delle proprie teorizzazioni in prima persona.

Un’altro aspetto interessante del personaggio V nel film è che questi trascende sia dalla piena identificazione con il Fawkes storico, sia in parte con lo stesso V del fumetto.

V sia nel film come nel fumetto, risulta citare autori e personaggi quali lo stesso Jefferson, Newton ovvero personaggi che vissero dopo il 1605; quasi a voler ricostruire una genealogia concettuale propria (derivante forse dai numerosi libri accumulati nel suo rifugio) del suo pensiero e della sua filosofia, ponendosi a differenza del Fawkes vissuto realmente, di fatto non solo come uomo d’azione, ma anche come acuto “stratega” consapevole del passato e della lezione della storia; rovesciando di fatto nei confronti dei suoi nemici, le medesime paure indotte da parte loro nella popolazione, anche attraverso i loro stessi media (i quali assumono quindi un ruolo di strumentalizzazione assoluta, sebbene con riflessi finalistici buoni o cattivi a seconda degli utilizzatori, V o il Governo).

Il problema per V resta lo Stato.

Gli eventi se posti in catena tra di loro mostrano la violenza dello Stato in sè, come strumento e causa intrinseca che trascende anche coloro che ne furono diretti comprimari o attori compiacenti o compartecipanti (senza per questo giustificarli), divenendo vittime di un effetto domino, legato alle proprie macchinazioni (come nel caso di Creedy e Sutler) e alla reazione che ne deriva dal popolo.

Lo Stato è sempre fonte di violenza sia per chi lo vuole abbattere, sia per chi lo vuole difendere; lo Stato è quindi fautore di guerre civili permanenti (esattamente come nel XVII secolo ispirate da motivazioni religiose ideologicamente strumentali, sotto vari aspetti) passate e purtroppo anche future sia tra le fazioni interne al potere che da parte del Governo stesso nei confronti del suo stesso popolo.

Una sua eliminazione all’interno di un ottica violenta può rischiare di diventare solo “una reazione uguale contraria” al suo processo di formazione.

La violenza consequenziale per la sua eliminazione e progressiva riduzione, dimostrerebbe comunque solo la violenza di fondo venutasi a creare in origine a danno della proprietà e libertà individuale.

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