Archivio per novembre 2009

What is Morally Right About Economic Freedom

30 novembre 2009

The 2009 Lou Church Memorial Lecture in Religion and Economics, presented by Rabbi Daniel Lapin.

Recorded at the annual Austrian Scholars Conference, Ludwig von Mises Institute, 12 March 2009. Includes a Welcome and Introduction by Joseph T. Salerno.

Tratto da

http://www.youtube.com/user/misesmedia

L’indice grattacieli e il Capitale di Bazoli

30 novembre 2009

L’enciclica di Bazoli conduce su piste pericolose. Riduce la religione a un’etica pubblica

Articolo di Alberto Mingardi

Nel 1999, l’economista Andrew Lawrence si inventò lo “Skyscraper Index”, l’indice dei grattacieli.
Il grattacielo è il regalo del capitalismo moderno all’architettura.
Evoca la baldanza dello spirito creativo, il senso della sfida ai limiti delle cose, il bisogno di andare “oltre”.
Lawrence però collega la costruzione dei più grandi grattacieli, alla fase di massimo boom del ciclo economico che precede il crollo.
Il panico del 1907 aveva avuto per presagio l’apertura dei cantieri del Singer Building, 187 metri d’altezza, e poi della Metropolitan Life Insurance Company Tower (213 metri).
Entrambi a Manhattan, va da sé.
A pochi mesi dal grande crollo, si lavorava per tagliare i nastri a tre meraviglie: il numero 40 di Wall Street altrimenti noto come Trump Building (1929, alto 282 metri), poi l’eleganza Art Decò del Chrysler Building progettato da William van Alen (1930, 319 metri), infine e per la gioia di King Kong l’Empire State Building (1931, 381 metri).
Toccare il cielo con un dito causa sconquassi? C’è una punizione divina, per chi gioca col mito della torre di Babele? A vedere cosa è successo questa settimana a Dubai, verrebbe da sospettarlo.
Ma ovviamente le correlazioni sono altre.
Come ha spiegato, commentando il lavoro di Lawrence, Mark Thornton, si potrebbe sostenere che la costruzione di edifici che hanno “per limite il cielo”  può indicare una bolla immobiliare che cova.
Come avviso, non è perfetto.
I grattacieli, spesso e volentieri, servono: non sono frutto di una allocazione esuberante ed errata delle risorse, risultante da una distorsione causata da cambiamenti artificiali nel tasso d’interesse. Il grattacielo è effettivamente un simbolo positivo del capitalismo, non riflette solo la sua estetica: ma esso stesso è funzionale ad una economia  complessa, che si articola in imprese di grandi dimensioni, suddivise e specializzate in diverse unità operative al loro interno, cui la logica suggerisce di mediare fra la necessità dell’accentramento (tutti gli uffici in un unico posto) e quelle della specializzazione (diverse funzioni “accorpate” su diversi piani).
Eppure, l’illusione di avere a disposizione più risparmi di quanti ve ne siano direttamente porta a un errore di coordinamento fra piani d’investimento e risparmi.
Con l’espansione creditizia, si ha un boom degli investimenti: ma a un certo punto si capisce che gli investimenti intrapresi erano insostenibili.
Questa è, a sciabolate, la teoria austriaca del ciclo economico (per un’introduzione, raccomando le “lezioni” di Pietro Monsurrò su www.brunoleoni.it) – con cui Thornton ha “riletto” l’indice di Lawrence.
E questo è quello che è avvenuto, non solo nel 1929, ma anche questa volta, con la grande crisi detonata a partire dal crac dei mutui subprime.
L’indice dei grattacieli, allora, di cui ci aspettiamo una prossima applicazione a Dubai, parte col righello in mano ma può suggerirci riflessioni su temi come l’offerta di moneta, e le caratteristiche di un ciclo economico.
Senza indurci affatto a pensare che il grattacielo sia uno scherzo del diavolo nella storia, o un tempio di cemento eretto all’avidità.
Credo che questa sarebbe l’interpretazione che invece ne avrebbe dato volentieri Giovanni Bazoli, se fosse stato a conoscenza dell’indice di Lawrence.
Il 22 novembre il professor Bazoli ha pubblicato su Avvenire un lungo scritto ispirato alla “Caritas in Veritate”.
Se l’uomo non fosse autenticamente fra i più potenti d’Italia, qualcuno avrebbe trovato curioso che a chiedersi se “siamo certi che una concezione dell’economia che assolutizzi il primato del merito ed esalti la competizione al fine di selezionare i più bravi e i più forti sia aderente ai principi evangelici”?, sia non il cardinale Tettamanzi ma un primario banchiere, dal 1982 sulla cresta dell’onda.
Ma fingiamo noi pure di ignorare certi dettagli biografici.
L’anticapitalismo di Bazoli è radicale.
Radicale è la premessa: gli uomini non sono proprietari dei propri talenti, “i talenti individuali sono distribuiti dalla natura in modo disuguale”.
Radicale è la proposta: “il diritto di far valere i propri talenti deve dunque accompagnarsi inscindibilmente a inderogabili doveri di solidarietà”.
Ovvero “i più capaci non meritano di essere premiati illimitatamente”.
Un sistema basato sul “primato del merito” e “la competizione” porta a una “radicalizzazione delle diseguaglianze”.
Mentre va costruita una “democrazia economica”, in cui “l’equità e l’uguaglianza” temperino la stessa crescita.
Bazoli non vuole “redistribuire” e basta.
Non dice: moltiplichiamo i pani e poi sfamiamo più gente.
Con onestà intellettuale, rigetta l’idea che distribuzione e creazione della ricchezza siano analiticamente scindibili.
Il tutto è calato nel quadro di una contrapposizione fra “cattolicesimo” (sociale) e il “protestantesimo” che avrebbe, Bazoli cita Weber, santificato la capitalistica vocazione all’accumulazione.
Una visione storicamente screditata (fu Amintore Fanfani, non un turboliberista, a ricordare contra Weber che il capitalismo si era già affermato due secoli prima della Riforma) e in realtà confusa (Weber pensava ai puritani, non certo a Martin Lutero).
L’enciclica di Bazoli conduce su piste pericolose.
Riduce la religione a un’etica pubblica.
Separa Dio dalla Natura, come se per un cristiano il mondo così com’è l’avesse fatto Zeus, per fondare sul Vangelo il sogno di rifare, meglio, l’uomo.
La solidarietà non è più un dovere della persona ma della polis.
Il regno di Dio diventa una cosa che va costruita sulla Terra.
I chiodi li pianteranno i banchieri? Non gli hedge fund, che Bazoli non gradisce perché sottratti alle regole delle banche commerciali.
Ma gli hedge fund hanno retto bene alla crisi e nessuno di quelli che sono falliti ci ha trascinato sull’orlo del baratro, onore che è spettato alle banche iper-regolate.
Parafrasando quel tale, beati quelli che vengono insultati, perseguitati e su cui si dice ogni sorta di male.

Da Il Riformista, 29 novembre 2009

Noi, l’Altro, Levinas, Marx: la crisi e la stanchezza

30 novembre 2009

Articolo di Oscar Giannino

Per domenica 22 novembre mi avevano chiesto di indirizzare qualche parola all’assemblea della Cdo.

Era dedicata a un tema essenziale, per noi marginalisti.

Al ruolo che l’Altro ha nelle nostre scelte economiche.

E mi vennero in mente spunti messi da parte leggendo Denaro e comunità, del nostro ottimo Carlo Lottieri.

Scelsi dunque le parole di Emmanuel Levinas, colui che più di molti altri nel terribile Novecento, forgiato nell’esperienza di un campo di concentramento nazista dal quale fu l’unico della sua famiglia a sopravvivere, ispirò l’intera sua riflessione partendo dalla Bibbia alla comprensione e all’esperienza dell’Altro.

Per lui la filosofia stessa era conoscenza dell’amore e non amore per la conoscenza, e l’etica stessa era esperienza della conoscenza dell’Altro.

Scriveva Levinas: “nell’avvenimento dello scambio – nel quale il denaro si inserisce e comincia a svolgere quel ruolo di mediatore al quale non smette poi di riferirsi – l’uomo fa ricorso all’altro uomo nell’incontro, che non è semplice giustapposizione di individuo e individuo, né violenza di una conquista o percezione di un oggetto che si offra alla sua verità, ma un faccia-a-faccia con l’altro uomo che, già silenziosamente, in modo preciso l’interpella e al quale dà risposta: dichiarazione di pace nello shalom o saluto augurale nel buongiorno”.

Nel denaro – proseguiva – non può essere dimenticata questa prossimità interumana, trascendenza e socialità che già l’attraversa, da unico a unico, da straniero a straniero, transazione da cui ogni denaro procede e ogni denaro rianima”.

Levinas scriveva queste parole nel suo L’Argent, proprio nei mesi in cui vent’anni fa cadeva il Muro di Berlino, e il mondo diventava “uno” nella globalizzazione.

Mi ha sempre molto colpito, la modalità limpida e tagliente con la quale il grande filosofo ebreo affronta il problema essenziale per me liberista e marginalista austriaco, il problema dell’individuo come attore economico: anche per Levinas esso rappresenta il problema centrale.

Ma nel senso che innanzitutto esso chiede costantemente una conversione.

Per questo secondo Levinas l’etica vanta un primato sull’ontologia, e quest’ultima non è autorizzata a imporsi quale dimensione totalizzante.

A distanza di un anno mezzo dai primi segni della crisi finanziaria che ci ha portato poi alla più grave crisi dell’economia reale nel secondo dopoguerra, mentre siamo alle prese con la dimensione totalmente irrisolta della finanziarizzazione dell’economia e della spersonalizzazione cogente in cui la finanza per la finanza si risolve, mi sembra per tanti versi che Levinas costituisca un buon punto dal quale ripartire.

Sicuramente non è così per coloro che continuano nei grandi intermediari finanziari a realizzare il più dei loro utili da attività frenetiche di trading book, invece che dalle ordinarie attività di banca commerciale, attraverso l’implementazione di software e algoritmi matematici gestiti in automatico, sempre più raffinati e capaci di realizzare miliardi di utili in un trimestre con decine di migliaia di ordini di acquisto e vendita nella dimensione temporale di qualche millisecondo (si chiama high frequency trading, Goldman Sachs a onor del suo conto economico vi fa più ricorso oggi che prima del fallimento di Lehman).

Ma proprio perché a distanza di tanto tempo e dopo migliaia di convegni sul ritorno a una finanza per l’economia reale in realtà non è cambiato assolutamente niente nelle regole e nei princìpi, né Oltreoceano né qui da noi, a maggior ragione non ci dobbiamo tirare indietro dal coraggio e dall’esempio di una testimonianza diversa.

Personalmente non ho avuto molto successo, nel battere l’Italia in decine e decine di assemblee di imprenditori, chiamando aziende e banche a condividere insieme una diversa teoria dello sconto finanziario, basata anche sul capitale umano invece che sui soli rating patrimoniali.

Dopo gli applausi di rito, nessuno o quasi che io sappia ci ha provato per davvero, a elaborare attivi patrimoniali condivisi per filiera nei quali il capitale umano giocasse un ruolo centrale, sui quali incardinare una diversa richiesta di capitale di rischio per ripatrimonializzarsi (vedremo tra poco lo schema su cui sta lavorando Tremonti con le banche, io non lo conosco), di capitale debito per aver garanzia di continuità nel conto economico, di capacità impositiva per un consolidato fiscale capace di divenire – coi tempi che corrono, e il rischio di discontinuità aziendale che molti correranno col bilancio 2009 – un vero e proprio concordato fiscale.

Eppure, per chi ha studiato economia, è dai tempi di Simmel e della sua Filosofia del denaro – 109 anni fa! – che sappiamo come il rischio da cui guardarsi sia esattamente quello di una modernità caratterizzata dal trionfo dello strumentalismo e dal venir meno di ogni scopo.

Il successo del denaro significherebbe proprio lo smarrimento di ogni significato e obiettivo. “Mentre il denaro è privo di ogni valore e di ogni senso, mentre non è che un mezzo in vista dello scambio e della compensazione dei valori, esso è diventato per la maggior parte degli uomini il fine di tutti i fini”, scriveva Simmel.

Egli dava torto a Marx che, nel suo scritto Sulla questione ebraica del 1844, asseriva che “nell’economia capitalistica il denaro è il valore universale, per sé costituito, di tutte le cose. Esso ha perciò spogliato il mondo intero, il mondo dell’uomo e della natura, del loro valore peculiare”. Di qui, il profeta del comunismo collettivista che ancor oggi in tanti elogiano deduceva orrendamente che “il Dio degli Ebrei si è mondanizzato, è divenuto un Dio mondano”. Naturalmente, Marx usava le minuscole.

Per una volta, non ho preferito parlare di economia, ma di filosofia.

Prendetela se volete anche come una manifestazione di stanchezza, dopo che ogni giorno da un anno e mezzo tento di difendere ciò che mi sta a cuore dall’accusa di aver provocato la crisi.

No.

Noi che crediamo nella persona e non nello Stato come attore essenziale dell’economia, del lavoro e dello scambio, noi non siamo responsabili né delle scelte errate del regolatore monetario americano, né della cattura del regolatore finanziario americano da parte del big business.

Noi non siamo responsabili di ciò da cui è derivata la crisi che ci colpisce tanto duramente.

Ed è invece a noi che tocca, coi fatti e non solo con la filosofia, dimostrare che un’altra economia è possibile.

Non statalista, e contemporaneamente in nulla simile al persistere asintotico dell’asimmetria informativa e del sostegno unilaterale alle grandi banche in cui sembra risolversi per molti la grande paura del 2008-2009.

Centinaia di milioni di esseri umani attendono ancora di essere strappati alla mera sussistenza, e possono avere dalle nostre opere la chiave per entrare in un mondo fatto di maggior benessere e dignità.

Tuttavia, ammetto l’impazienza.

A volte vorrei rotture più profonde su questi valori, nel nostro Paese e in tutto l’Occidente.

Meno finte convergenze di maniera, più denunce di chi continua esattamente come prima.

L’Uomo che ci sta a cuore deve vivere nella grandezza di ciò a cui dobbiamo sentirci ogni giorno chiamati.

Tratto da Chicago-blog.it

I sensi di colpa (sbagliati) sul terzo mondo

30 novembre 2009

Peter Bauer (Dalla sussistenza allo scambio) e i miti dell’economia dello sviluppo

Articolo di Gianfranco Fabi

Come minimo siamo di fronte a un libro che può conquistare il premio “politicamente scorretto”. Criticare in maniera lucida e costruttiva molta parte dei luoghi comuni che contraddistinguono il dibattito economico è infatti un’arte difficile, quanto fortemente utile per passare in questo momento al setaccio le tradizionali categorie di giudizio dopo la crisi più grave dal 1929.

Passando attraverso i grandi temi del dibattito economico: come consolidare i piccoli segnali di ripresa, come ridurre le disuguaglianze tra Nord e Sud del mondo, come aiutare i paesi poveri, come affrontare il tema della demografia e di quella che viene troppo facilmente chiamata sovrappopolazione?

Entrare in questi problemi equivale spesso a inoltrarsi nella giungla dei pensieri scontati e dei processi sommari.

E altrettanto spesso sottomettere anche l’economia alle pressioni dell’ideologia e della politica.

Appare allora significativa la scelta dell’Istituto Bruno Leoni di rendere disponibile per il pubblico italiano una raccolta degli scritti di Peter T. Bauer, economista ungherese di nascita e britannico di adozione, docente fino al 1983 alla London School of Economics, tra i maggiori studiosi dell’economia dello sviluppo quelle con le quali e, da buon liberista classico, convinto sostenitore del ruolo svolto dall’economia di mercato nel promuovere la crescita e il benessere nelle diverse aree mondiali.

I punti forti dell’analisi di Bauer stanno infatti nella critica radicale a quel terzomondismo che vede nella povertà del Sud del mondo un frutto della rapina da parte dei paesi occidentali colonialisti prima con gli eserciti e poi con le multinazionali.

Se questo fosse vero, sottolinea Bauer «i paesi del Terzo mondo dovrebbero essere più poveri oggi di quanto non lo fossero prima di aver contatti con l’Occidente, ma in realtà le loro condizioni sono alquanto migliorate».

E infatti «le società e le regioni materialmente più avanzate sono quelle con le quali l’Occidente ha i rapporti più vasti, numerosi e diversificati».

È quindi solo un malcelato senso di colpa, unito alla pressione delle ideologie di derivazione marxista, quello che porta a credere che la ricchezza degli uni sia responsabile della povertà degli altri.

Il gioco a somma zero è peraltro facilmente confutabile pensando alla capacità dei sistemi economici e dell’intelligenza umana di creare le condizioni per uno sviluppo anche e soprattutto qualitativo.

E insieme riflettendo sul fatto che se si giudicano negativamente le politiche occidentali è opportuno mettere almeno sullo stesso piano le scelte dei paesi poveri che, per esempio, ostacolano i commerci con alti dazi alle esportazioni.

Senza dimenticare un altro luogo comune che Bauer contrasta con decisione: quello secondo cui l’aumento della popolazione sia un fattore di squilibrio e di povertà perla necessità di dividere tra un numero maggiore di persone le ricchezze prodotte.

E allora, come spiega Amartya Sen nella prefazione al libro, «è necessario esaminare il problema della popolazione senza perdere di vista il fatto che è proprio la presenza e la creatività degli individui che fa di questo pianeta inerte l’ambiente vitale che conosciamo».

Da Il Sole 24 Ore, 26 novembre 2009

La fame? Meno aiuti e più economia

30 novembre 2009

Ad aiutarci a comprendere meglio le cose viene in nostro aiuto, ora, la recente traduzione di un volume di Peter Bauer: Dalla sussistenza allo scambio (edito da Ibl Libri)

Articolo di Carlo Lottieri

Quando la Fao occupa la scena, se ne vedono di tutti i colori.
Il più delle volte la rappresentazione ha toni patetici, dato che ci costringe ad ascoltare funzionari super-pagati di un organismo quanto mai parassitario che tengono sermoni laici (ma intrisi di moralismo) sulla necessità che gli Stati aumentino il loro contributo a quella medesima greppia. Sul palco romano è apparso perfino Robert Mugabe, che ha messo i panni dell’inquisitore, attaccando i Paesi occidentali per quella povertà dell’Africa di cui egli, da un trentennio, è uno dei primi responsabili.
Fortunatamente questo miserevole spettacolo sta iniziando a disgustare un po’ tutti.
Manca ancora, però, la consapevolezza che non soltanto si è fatto un cattivo uso degli aiuti al Terzo Mondo, ma che l’idea stessa degli aiuti è sbagliata.
Ad aiutarci a comprendere meglio le cose viene in nostro aiuto, ora, la recente traduzione di un volume di Peter Bauer: Dalla sussistenza allo scambio: uno sguardo critico sugli aiuti allo sviluppo (edito da Ibl Libri).
Ungherese di nascita e inglese d’adozione, Bauer è l’economista che per primo ha studiato in maniera rigorosa le logiche dello sviluppo post-coloniale, arrivando alla conclusione che gli aiuti pubblici – nella maggior parte dei casi – aggravano la situazione.
I sussidi da Stato a Stato «aumentano le risorse, 1e clientele e il potere dei governi (ossia dei governanti)», quando invece il maggiore ostacolo alla crescita è dato proprio da un eccesso di potere pubblico.
Esaminando da vicino la realtà della Malesia e di alcune economie dell’Africa occidentale, fin dagli anni Sessanta Bauer vide come vi fosse uno straordinario potenziale imprenditoriale in ogni società, ma come esso fosse quasi sempre compresso dalle. politiche fiscali e regolatone.
In questo senso, fare affluire risorse ai governi significa aumentare la dipendenza dell’economia dai politici e l’intermediazione gestita dall’apparato burocratico.
Invece che regalare soldi, dice Bauer, dobbiamo offrire ai Paesi poveri nuove opportunità: in primo luogo, aprendo i nostri mercati ai loro prodotti agricoli e di altro tipo.
Nella sua riflessione lo studioso mostra come tanto la sinistra quanto certo cattolicesimo progressista abbiano dato un contributo decisivo all’edificazione di un meccanismo di redistribuzione globale che ha causato più danni che benefici, generando pure debiti pubblici altissimi in larga parte dell’Africa.
È normale: quanti non hanno compreso come solo l’intrapresa e lo scambio generano ricchezza, non sono in grado di capire quali siano le giuste ricette per uscire dalla povertà.
Nel libro egli esamina anche uno straordinario caso di successo: Hong Kong.
Senza materie prime e con un’alta densità demografica, da molti decenni la città cinese ha vinto la povertà non con sostegni esterni (che non ci sono stati), ma invece grazie all’adozione di un ordine giuridico volto a tutelare al meglio la proprietà e a ridurre ogni pressione tributaria e regolamentare.
In questo modo, la città ha progredito a straordinaria velocità, rappresentando la punta di un iceberg che da tempo include pure Singapore, Taiwan e la Corea del Sud.
Bauer non si limita a spiegare che gli aiuti tolgono l’incentivo a lavorare.
Egli mostra anche come tale afflusso di denaro ostacoli la realizzazione di quel quadro normativo e, insomma, delle buone regole necessarie a ogni popolo per progredire.
Non solo, in altre parole, con gli aiuti al Terzo Mondo abbiamo puntellato regimi sanguinari e dittatorelli socialisti, ma abbiamo anche favorito la dilatazione degli apparati burocratici che pesano sulle economie dei Páesi poveri.
Oggi la lezione di Bauer inizia ad essere ascoltata.
Negli anni scorsi, importanti studiosi come Paul Collier e William Easterly hanno sviluppato quelle intuizioni, e di recente una giovane economista originaria dello Zambia e addottorata a Oxford, Dambisa Moyo, ha fatto molto rumore con un libro di successo: Dead Aid: Why Aid Is Not Working and How There is a Better Way for Africa (L’aiuto fatale. Perché gli aiuti non funzionano e cosa è meglio per l’Africa).
È la parte migliore del Terzo Mondo, oggi, a capire le ragioni di Bauer.

Da Il Giornale, 19 novembre 2009

Perchè il fallimento del vertice Fao non fa più notizia

30 novembre 2009

Fallimento del vertice Fao tra inefficienze e sprechi

Articolo di Carlo Stagnaro

Un cane che morde un uomo non fa notizia.

E neppure il fallimento del vertice Fao.

L’inadeguatezza di questa organizzazione delle Nazioni Unite è resa evidente non solo dalla sua storia e dal suo bilancio, ma anche e soprattutto dal presupposto su cui la sua esistenza si regge.

Il suo costo spropositato – nel biennio 2008/2009 gli Stati membri hanno promesso 930 milioni di euro, a cui se ne aggiungono altrettanti da fonti diverse – serve soprattutto a mantenerne la struttura, che solo per i suoi costi diretti assorbe circa un terzo del budget.

Il suo funzionamento è talmente inefficiente che il direttore generale, Jacques Diouf, ha dovuto commissionare un rapporto indipendente, che ha evidenziato sprechi e una governance barocca e inefficace.

Ma il vero problema va cercato, per così dire, nella sua natura: erogare aiuti ai paesi in via di sviluppo.

Per quanto in alcuni e molto limitati casi l’aiuto diretto possa contribuire a risolvere situazioni critiche, la verità è che si tratta di uno strumento usurato, specie quando da intervento eccezionale diventa strumento ordinario di sussidio a favore di realtà critiche e tessuti sociali deboli.

La letteratura sull’economia dello sviluppo ha ormai chiarito che l’approccio della Fao è più controproducente che inutile.

Le sacche di povertà che affliggono gran parte del mondo sono frutto di una carenza istituzionale, che distrugge gli incentivi alla crescita economica e tende a deresponsabilizzare gli attori sociali. L’unico modo di uscire dalla povertà è quello di avviare il processo per la creazione di ricchezza, che richiede appunto di introdurre vera libertà di mercato.

I paesi occidentali non sono privi di colpe: il passato coloniale lascia un’eredità che è difficile cancellare, e le politiche commerciali europee e americane, tutte centrate sui dazi contro le importazioni, costituisce una formidabile barriera allo sviluppo.

Che il libero scambio sia la ricetta più rapida ed efficace per lo sviluppo non è più oggetto del dibattito.

E’ una verità assodata, e confermata da tonnellate di ricerca empirica, come il lavoro del 1995 di Jeffrey Sachs e Andrew Warner.

Gli aiuti allo sviluppo, di cui la Fao è campione e promotrice, sono nocivi per varie ragioni.

Una, non banale, è che rappresentano un modo con cui i paesi sviluppati si lavano la coscienza: grazie all’elemosina degli aiuti, si sentono legittimati a cingersi di una barriera tariffaria, che impedisce alle economie dei paesi in via di sviluppo di spiccare il volo.

Secondariamente, gli aiuti da Stato a Stato molto spesso finiscono per consolidare regimi odiosi, che li utilizzano per erigere monumenti equestri a sé o armare i propri eserciti, a dispetto delle loro finalità teoriche.

Lord Bauer, che ha raccolto le sue idee nell’aureo Dalla sussistenza allo scambio (appena edito da IBL Libri), parlava di un trasferimento di denaro “dai poveri dei paesi ricchi ai ricchi dei paesi poveri”.

Gli uni finanziano gli aiuti con le loro tasse, gli altri li ricevono e li gestiscono a piacimento.

Da questo punto di vista, che manchino le risorse per i programmi di aiuto, sovrastati dai loro effetti perversi, non è necessariamente una cattiva notizia.

Semmai, viene da chiedersi che senso abbia continuare a mantenere una burocrazia ingessata come la Fao, la cui stessa esistenza rappresenta uno sperpero offensivo proprio verso i più poveri.

Se i paesi occidentali vogliono risultare convincenti quando si lamentano della fame nel mondo, la smettano di dare cattivi consigli e inizino col buon esempio: chiudere la bocca, aprire le frontiere.

Da L’Occidentale, 18 Novembre 2009

Irlanda: Rapporto choc, Chiesa coprì abusi sessuali per 40 anni

29 novembre 2009

Centinaia di abusi sessuali su bambini compiuti per 40 anni da sacerdoti nei riformatori di tutta l’Irlanda e coperti “in maniera quasi ossessiva” dalla Chiesa.

E’ la denuncia di un rapporto ‘choc’ pubblicato nei giorni scorsi dalla Commissione di inchiesta dell’Arcidiocesi di Dublino, presentato dal ministro della Giustizia Dermot Ahern, che accusa senza mezzi termini i vertici del Vaticano di non aver punito le pratiche pedofile di alcuni suoi membri ma, al contrario, “di averli coperti almeno fino a meta’ degli anni Novanta per evitare lo scandalo e proteggere la reputazione della Chiesa“.

Tutte le altre considerazioni – prosegue il rapporto – incluso il benessere dei bambini e la giustizia da rendere alle vittime furono subordinate a queste priorita“.
Il rapporto – ha spiegato il ministro - elenca tutti i mali commessi nel nome di cio’ che invece era perversamente definito uno dei beni piu’ grandi“.

Il rapporto, di 700 pagine e che si occupa di 46 preti, era stato commissionato dal governo per indagare sugli abusi sessuali commessi tra il 1975 e il 2004.
Secondo quanto anticipato dal Telegraph quattro arcivescovi, tra cui il cardinale Desmond Connell, verranno citati per come hanno gestito centinaia di accuse contro i sacerdoti senza allertare in alcun modo la polizia bensi’ nel totale rispetto della politica “non chiedere, non dire“. Al contrario i preti sospettati venivano dalla Chiesa “spostati da una parrocchia all’altra“. “Qualsiasi sia la ragione storica e sociale per questi fatti – ha detto il ministro – il governo, per conto dello Stato, si scusa senza riserve“.

L’indagine, partita nel marzo 2006, e’ stata completata il 21 luglio scorso per essere mandato per due volte consecutive davanti alla Corte costituzionale per evitare accuse che avrebbero potuto pregiudicare procedimenti gia’ in corso. Alla base dell’inchiesta anche 320 denunce.

Si tratta comunque della terza inchiesta aperta sul caso in quattro anni.

Tratto da http://www.agi.it

La Ru-486 in pillole

29 novembre 2009

Articolo di Filippo Facci

Seguite tutta la storia e poi rendetevi conto.

Allora, la pillola Ru486 è stata inventata in Francia, dove è in uso da 22 anni, e nel frattempo è entrata in uso in tutta l’Unione Europea tranne in Polonia e Lituania e Malta, che assieme a Città del Vaticano sono ormai le nazioni di riferimento di alcuni tardo-clericali del nostro governo.

Il farmaco, che negli Usa è adottato da oltre diec’anni, è stato oggetto di infinite sperimentazioni tanto che anche l’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2003, ne ha stabilito alcune linee guida.

Dati e statistiche dicono questo: a dispetto di quanti temevano che il farmaco potesse comportare una sottovalutazione dell’aborto, e incrementarne perciò massicciamente il ricorso, gli aborti non sono aumentati e la pillola è stata adottata da una minoranza; l’unico dato significativo riguarda una tendenza a ricorrere all’interruzione di gravidanza in una fase gestazionale più precoce, con minori rischi di complicanze: l’Ru486 infatti può essere presa nelle prime settimane di gravidanza mentre l’aborto per aspirazione è possibile solo dalla sesta settimana

Questo nel mondo normale: ora veniamo all’Italia.

Nel 2002, già in ritardo su tutti, una prima sperimentazione fu bloccata dal ministro della Salute Girolamo Sirchia.

Nel 2005 un’altra sperimentazione a Torino sfociò in un’ispezione dall’omologo ministro Francesco Storace.

Poi, siccome siamo capaci di bipolarizzare ogni cosa, la sperimentazione partì autonomamente ma solo in alcune regioni governate dal centrosinistra.

E poi la magistratura – quella non manca mai – avviò indagini a Torino e a Milano per presunta violazione della Legge 194: ne seguì la sospensione della sperimentazione nel primo caso e un’archiviazione nel secondo.

Sempre nel 2005 partì l’offensiva del Vaticano: il Papa disse che «la Ru486 nasconde la gravità dell’aborto» e il cardinale Ruini che «tende a non farne percepire la reale natura».

Posizioni culturali, queste, che alcuni parlamentari evo-con indirizzeranno progressivamente verso un obiettivo sostanziale:  far sì che l’aborto resti una pratica il più possibile pubblica, ospedaliera e traumatica fisicamente e socialmente.

Nel giugno 2007 l’uso della pillola veniva approvato e regolato pur tardivamente anche dall’Enea (l’agenzia europea per i medicinali) ma neppure questo spingeva il governo italiano a registrare e utilizzare finalmente il farmaco: nel novembre 2007, a bloccare ulteriormente la procedura, fu il ministro Livia Turco che decise di chiedere un parere del Consiglio superiore di sanità per riscontrare il «pieno rispetto della legge 194», peraltro già indagato da due inchieste giudiziarie. Non solo: si procedeva a un’altra sperimentazione e se ne incaricava l’Aifa, ossia l’agenzia italiana del farmaco che ha tutti i requisiti tecnico-scientifici per valutare sicurezza e idoneità dei medicinali.

Il 30 luglio 2008, ancora, dopo anni di sperimentazione – dalla quale è risultato, paradossalmente, che l’aborto chirurgico è più rischioso di quello fatto con la Ru486 – l’agenzia l’Aifa ha infine deliberato l’idoneità del farmaco: purché sia utilizzato con ricovero ospedaliero, ha detto, che è esattamente ciò che il governo di centrodestra voleva; negli altri paesi, quelli normali, l’uso è infatti privato e domiciliare.

Finita? No: si annunciava che si dovevano attendere le «linee guida» del governo.

In agosto, poi, Maurizio Gasparri proponeva un’ulteriore inchiesta parlamentare.

E siamo finalmente alla comica finale di ieri: la commissione Sanità del Senato – poco prima della pubblicazione in gazzetta del provvedimento per la messa in commercio della Ru486 – ha fermato tutto e, circa la compatibilità con la Legge 194, questa volta ha ri-chiesto un parere al ministero della Salute.

Ora: definirli dei pagliacci non è più sufficiente.

E neppure il ripetere che nel nostro Paese è in corso una palese offensiva per ridiscutere o sabotare la Legge 194, ridimensionarla sollevando continui polveroni, invitare alla moltiplicazione di quei truffatori dello Stato che sono spesso gli obiettori di coscienza, ipotizzare la presenza di militanti religiosi nei consultori, raccontare che siano in corso complotti ideologici per smontare la stessa 194 quando in realtà sono proprio loro a volerla smontare.

Non basta più.

E neppure può bastare la facile irrisione di chi straparla di «salute delle donne» e di una «pericolosità» ignota alla realtà scientifica mondiale, visto che l’Oms, solo due anni fa, ha inserito la Ru486 nell’elenco dei farmaci essenziali: si parla di una pillola che ha evidenziato nocività inferìori non solo rispetto all’aborto chirurgico, ma rispetto a una comune aspirina.

Ciò che va succedendo, appunto, è più grave: la propensione di una parte minoritaria del centrodestra, infatti, non è più solo una propaganda infarcita di dati scientifici letteralmente inventati o falsificati, ma – peggio – ormai tende a correggere le verità scientifiche con l’azione legislativa.

Memorabile, a piccolo titolo di esempio, un’uscita di Maurizio Gasparri dell’agosto scorso: «I tecnici dell’Agenzia del farmaco sono privi di legittimazione democratica», disse.

Allo stesso modo, a proposito di testamento biologico, ricordiamo come il Senato abbia stabilito che idratazione e alimentazione assistita non siano cure mediche:  e pazienza se frattanto lo stesso ministero della Sanità – e tutti gli organismi d’occidente – seguiti a definirli trattamenti sanitari sottoposti al consenso del paziente.

A costoro non importa di questo.

E neppure gl’importa dell’opinione degli italiani su questi temi.

Molti di questi legislatori – spesso ex radicali, ex laicisti riformisti, ex mangiapreti di sinistra – sono in autentica folgorazione pre-senile.

Vanno semplicemente fermati.

E’ vero, è tutta fuffa: perché la Ru486 è già comunemente in vendita sottobanco nelle farmacie e perché forme simili all’eutanasia sono giù praticate da migliaia di medici.

La legislazione materiale se ne fotte da anni di quella ufficiale, è vero.

Ma vanno fermati lo stesso, perché questa è una democrazia.

Tratto da http://www.libero-news.it

Sfama il mondo vendi il Vaticano

29 novembre 2009

Articolo di Stefano Marucci

Negli USA, Sarah Silverman si prende la libertà di sbeffeggiare il Vaticano proponendo una nuova soluzione per il problema della fame nel mondo: in Italia non la passerebbe certo liscia

Sarah Silverman, una comica in ascesa negli Stati Uniti politicamente corretti di Obama, è sempre stata controcorrente.

Ha sempre fatto a modo suo, pagandone le conseguenze in prima persona.

Ma la sua verve e la sua satira non si fermano di fronte a nulla.

In questi giorni ha lanciato una nuova campagna dal programma del giornalista Bill Mahler: “Sfama il mondo, vendi il Vaticano”.

Storia di un video che non vedrete nelle nostre tv.

Sarah Silverman è stata già cacciata in passato dal Saturday Night Live per essere stata una che “colpiva sotto la cintura”, ed il suo incipit non vuole deludere nessuno dei suoi fan.

In tv ci bombardano con queste “tristi” pubblicità di bambini denutriti, con le pance gonfie: sono milioni le persone che non hanno cibo, e l’effetto che fanno sui tv al plasma in alta definizione è davvero vivido e sembrano proprio che riempiano il proprio appartamento.

“Ho deciso che bisogna far qualcosa per evitare che squattino da me, e quindi ecco la mia proposta”.

Quale?

Il mondo ha bisogno di eroi.

E quale migliore eroe del papa? Un nuovo crociato che potrà così smettere di vivere dentro una città.

Il Vaticano potrebbe fruttare qualcosa come 500 miliardi di dollari, e con una piccola fetta di quella somma si potrebbe sfamare ogni singolo “fottutissimo” essere vivente del pianeta.

Con il resto ci si può sempre costruire una mega villa, con tanto di piscine campi da tennis e scivoli.
Potrebbero andarci ad abitare tutti gli amici del papa, e vivere felici e contenti.

Ci dite che i cattolici dovrebbero vivere senza eccessi, e in umiltà, e noi siamo d’accordo con voi.

Vi è di più.

Incalza la Silverman, “è il momento di farci vedere che siete in grado di traslocare da quella casa grossa un’intera città”.

Insomma rispetto al nulla che hanno in Etiopia, non si può certo stare a pensare alle persone che lavorano in Vaticano e che perderanno il loro lavoro.

In più, se proprio dovessimo cercare altre ragioni per cui il Papa dovrebbe vendere il Vaticano, è che potrà avere tutta la “figa” che vorrà.

In ogni momento che desidererà, ci sarà sempre della figa fresca per lui.

La campagna, lanciata attraverso il canale satellitare della Warner HBO, non può non concludersi con un grande “Amen”.

In Italia la satira sul Vaticano è ancora tabù.

Tratto da http://www.giornalettismo.com

“Il pesante fardello dell’umiltà”

29 novembre 2009

It started with Plato

29 novembre 2009

Article by S. Harcourt-Rivington

Our modern civilization is ravaged not only by the aftermaths of a global war but by a political controversy.

This latter concerns the proper functions of government — a subject of crucial importance to human welfare.

No other national problem has ever produced so deep and unbridgeable a cleavage in public opinion.

The issue is, to use a sporting metaphor, whether in the game of life the government shall captain the national team or shall act as referee.

That is to say, whether the government shall take the principal part in the activities of the community and control with plenary powers the movements and welfare of the members, or whether it shall stand apart from the struggle, arbitrating upon its issues, guaranteeing fair play to all, and insuring that the rules of the game shall be faithfully carried out.

To be more specific, whether the government shall take upon itself the power and functions of the old-time slave owner, or shall leave the community free to sort themselves out into employer and employed, while the government acts as the judge, ready in the community interest to use its influence and authority against the wrongdoer.

Plato, the First “Planner”

Many people believe that this issue arose with the advent of socialism a century or so ago and was given its impetus and virulence by the communist class war dogma of Karl Marx.

That is not so.

The controversy is almost as old as civilization.

It began in ancient Greece, almost four hundred years before the Christian era, with the doctrines of Plato.

He was the first of the “planners” and the true founder of the communist economy which deifies the state.

In his Republic the Athenian philosopher set out a virtual blueprint for the evolution of what has come to be called the “Welfare State.”

Plato’s ideal republic was founded upon two primary assumptions: (1) that the community must be comprised of only two classes, those who govern and those who are governed (the latter owing implicit obedience to the former), and (2) that human qualities are mainly hereditary and therefore that rulers must beget future rulers.

(It should be noted that Plato belonged by birth to the aristocratic governing class who hated the democracy no less than the principles upon which the democratic system is founded.)

The ancient philosopher’s proposals followed logically from these assumptions.

They were simple, albeit sensational.

He advocated the procreation of a privileged governing class — a sort of brain trust — to be produced by a system of selective breeding which approximates stud farming and the rearing of pedigreed prize stock.

The “wise men” so born and trained would be the backbone of the state administration.

To secure a virile race and to keep the population within predetermined limits, Plato counseled the segregation of the sexes, state-arranged cohabitation, communism in wives, and the state ownership of children.

From birth onward children would be reared in public nurseries where mothers would have to feed whatever child the state officials directed, to assure that no mother would be able to identify her own child, and no child would know its own parents.

State Direction of Labor

To secure maximum economic progress, Plato advocated the specialization of labor under state administration.

Each person would be given work according to, and commensurate with, his proven abilities.

The choice of work would, however, not be the individual’s own: it would be decided by the “wise men.”

Rewards in prestige, property in trust, and material assets generally would be determined by the rulers following the individual’s needs — these being fixed according to his preordained status in the regime.

To give effect to these proposals the philosopher argued logically that property must be held by the state, that is to say, there must be overall “nationalization” of production, including labor as well as materials and finance.

This epoch-making conception of the state control of all human activities was the inspiration of all subsequent “welfare” schemes.

It was the philosophy upon which Sir Thomas More evolved his fantasy Utopia; it was the basis of Bacon’s economic system as set out in his The New Atlantis.

It was the prime source of the socialist nationalization doctrine and the foundation of the class war dogma of Karl Marx, which was merely Platonism in reverse, with the revolutionaries as rulers.

Moreover, it was the fount from which both Hitler and Mussolini imbibed their system of totalitarian planning — although those dictators may conceivably have been unaware of their indebtedness to the old Platonic philosophy.

The methods differ but the final objective is always the same: state planning and control of all human activities from the cradle to the grave.

None of these schemes has ever won universal acceptance because each embodies ideas that are contrary to some of the deepest concepts of human intercourse.

Moreover, all such proposals constitute a frontal attack upon private initiative.

They can be brought into practical shape only by an intolerable intervention of compulsion.

Such state control of activities is the antithesis of the democratic ideal which assumes that the individual shall be the arbiter and architect of his own career, and be thus free to organize his life and that of his family in any manner which suits his needs.

Two Irreconcilable Ideologies

If I read aright the implications of modern events, particularly in view of the aggressive developments of Soviet Russia, this issue between individual responsibility and state direction of human effort is the main one before the world today.

Ideas concerning it seem to be in a chronic state of confusion.

Let us therefore be clear about the full meaning of these opposing ideologies.

Now, the democratic system makes the state the servant of man; the socialist system makes man the servant of the State.

One preserves the liberty and independent action of the individual; the other annihilates it.

One allows the myriads of transactions which make up the national life to be the respective affairs of the individuals who compose the nation; the other makes them into a vast monopoly over which no one has any jurisdiction except the head of the state and the officials he appoints and controls.

In the one, man is free; in the other he is a prisoner of the regime.

These ideologies are irreconcilable.

A prisoner has no real freedom.

An animal in a zoo is a captive.

His compound may be large and his surroundings may simulate his natural conditions.

But for all that he is a prisoner.

He cannot seek his own destiny.

He is not free to lead the life for which he was created.

Now, in these days nearly all peoples, even in the so-called democracies, live in a sort of national zoo.

They are captives of a state planned economy.

Their “compound” is their country.

They cannot leave it except under financial conditions which compel their speedy return.

They are rationed and regulated and have to endure the restrictions which the authorities impose, since the alternative is to starve.

Nobody objects to that state of affairs in time of national emergency and peril, but it is one thing to submit voluntarily to captivity during a grave crisis and quite another to be forced to endure it forever.

All these restrictions have arisen since the outbreak of the First World War.

The choice at base, therefore, is whether the world shall go back to the principle of freedom (not necessarily the conditions) of pre-1914, which unhappily no one under forty years of age remembers, or on to closer confinement in captivity as the socialistic system develops.

The two systems have nothing in common.

They cannot co-exist since no one can be a prisoner and a free man at the same time.

Attempts have been made to combine the individual freedom of a democratic society with state direction in a “socialist planned economy,” but they have failed.

Like fire and water they cannot be united.

As soon as they come into mutual contact the qualities of both are destroyed.

That being so, we have to weigh the pros and cons of each of these radically different ideologies and decide under which we prefer to live.

Having made our choice we must, so far as is humanly possible, free the system we prefer from its inherent disadvantages and probable abuses.

To that course there is no alternative unless it be anarchy and chaos.

S. Harcourt-Rivington as a British economist and regular contributor to the Daily Mail and other London publications, and also to French and South American journals.

His books include The Evolution of Industry and The Great Menace, an exposition of the evils of collectivist regimes.

This article was originally published as It Started with Plato in The Freeman, August 13, 1951.

Tratto da Mises.org

Profumo di Ior. E di riciclaggio

29 novembre 2009

Un’indagine della procura di Roma su Unicredit e la Banca del Vaticano. Un conto da 60 milioni di euro all’anno i cui titolari sono “protetti”. Si muove anche Bankitalia. Che ipotizza un reato gravissimo per la Chiesa.

Articolo della Redazione di Giornalettismo.com

Un conto da milioni di euro i cui veri titolari sono per ora sconosciuti e “protetti” da uno”schermo opaco“, come lo hanno definito gli investigatori, costituito dallo Ior, l’Istituto di opere religiose. Ora la procura di Roma vuol conoscere chi si cela sotto l’acronimo della Banca del Vaticano che dal 2003, questa la scoperta, ha aperto un conto corrente presso una filiale Unicredit della Capitale.

Un conto da 60 milioni

La banca in questione è una succursale di Via della Conciliazione al confine con le Mura Leonine e il conto è stato aperto quando quella filiale era ancora sotto il marchio della Banca di Roma, istituto tradizionalmente vicino agli interessi del Vaticano (e guidato dal piissimo Cesare Geronzi), prima che arrivasse la fusione con Unicredit.

Dietro quel conto potrebbe esserci chiunque, osservano in procura. Su quella provvista, una sorta di bacino finanziario che assicurerebbe flussi di denaro da e per i correntisti protetti dalla discrezione che caratterizza la finanza Oltretevere, transitano dal 2003 circa 60 milioni di euro all’anno.

Per ora la procura ha aperto un fascicolo con l’ipotesi di reato che riguarda la violazione della legge 231 del 2007 che disciplina, per gli istituti di credito, una serie di norme antiriciclaggio, tra cui la trasparenza della titolarità, sul deposito di conti correnti.

L’indagine è appena agli inizi e coinvolge i rapporti tra l’Istituto Opere di religione e Unicredit. L’istituto guidato da Alessandro Profumo si sarebbe quindi fatto da tramite, ereditando il ruolo di Capitalia.

Inchiesta riservata

Si tratta di una inchiesta, coperta dal massimo riserbo, che riguarda secondo quanto si è appreso uno o più conti correnti, nella titolarità dello Ior, aperti in una filiale Unicredit di Roma.

Depositi su cui sarebbero transitati almeno negli ultimi tre anni somme di circa 60 milioni di euro all’anno.

La segnalazione della «non trasparenza» della titolarità dei conti correnti è stata fatta dall’Unità di informazione finanziaria, la struttura di «Financial intelligence» italiana della Banca d’Italia al Nucleo speciale di Polizia valutaria della Guardia di finanza che indaga su delega del procuratore aggiunto della Capitale Nello Rossi e del pm Stefano Rocco Fava.

L’indagine della procura di Roma, per il momento senza indagati, mira a svelare la effettiva titolarità del conto aperto sulla filiale Unicredit di Roma e intestato all’Istituto opere di religione.

Chi c’è Dietro?

Il sospetto di chi indaga è che dietro la sigla Ior, che costituisce secondo gli investigatori «uno schermo opaco», si possano celare persone fisiche o società che tramite il conto presso la ex Banca di Roma – il periodo preso in esame risale appunto a quando la filiale che si trova in via della Conciliazione era ancora della Banca di Roma – abbiano costituito un canale per il flusso di risorse tra la banca del Vaticano e l’Italia.

Secondo quanto si è appreso, per l’indagine non sarà necessario attivare richiesta di rogatoria con lo Stato Vaticano per indagare sulla titolarità dei conti correnti.

Lo Ior, secondo le indagini, ha emesso assegni e bonifici intestati sempre all‘Istituto di opere di religione.

Anche su questo aspetto sono in corso indagini del nucleo speciale di polizia valutaria della guardia di finanza per risalire ai beneficiari dei titoli bancari e anche a chi ha emesso sia bonifici, sia assegni.

Tratto da Giornalettismo.com

Peter Schiff was right about Subprime Crisis (2002-2009 videos)

28 novembre 2009

http://www.schiffforsenate.com

Molti non avevano capito, ma qualcuno sì

28 novembre 2009

Articolo di Carlo Lottieri

“(…) the special privileges granted to Fannie and Freddie have distorted the housing market by allowing them to attract capital they could not attract under pure market conditions.

As a result, capital is diverted from its most productive use into housing.

This reduces the efficacy of the entire market and thus reduces the standard of living of all Americans.

Despite the long-term damage to the economy inflicted by the government’s interference in the housing market, the government’s policy of diverting capital to other uses creates a short-term boom in housing.

Like all artificially-created bubbles, the boom in housing prices cannot last forever.

When housing prices fall, homeowners will experience difficulty as their equity is wiped out.

Furthermore, the holders of the mortgage debt will also have a loss.

These losses will be greater than they would have otherwise been had government policy not actively encouraged over-investment in housing”.

Così parlò il deputato libertario Ron Paul, il 10 settembre 2003, nel corso di una relazione dinanzi al Financial Services Committee.

(Di Ron Paul è ora disponibile in lingua italiana The Revolution: A Manifesto, che è stato al centro della sua campagna elettorale del 2008: Ron Paul, La terza America. Un manifesto, Macerata, Liberilibri, 2009).

Tratto da Chicago-blog.it

Joseph Stiglitz & Fannie Mae: la miopia degli economisti celebrati e le virtù della rete

28 novembre 2009

Articolo di Carlo Lottieri

Nel 2002, l’economista Joseph Stigler – allora fresco vincitore del Premio Nobel – pubblicò (insieme a Jonathan Orszag and Peter Orszag) un articolo sui Fannie Mae Papers.

Il paper riguardava proprio le due agenzie Fannie Mae e Freddie Mac (imprese finanziarie private, ma sorrette da una garanzia pubblica) impegnate nell’erogazione di mutui ipotecari, le quali saranno travolte dalla recente crisi finanziaria e quindi salvate dall’amministrazione americana nel luglio del 2008.  

A detta degli autori, però, entrambe queste realtà difficilmente avrebbero mai avuto bisogno di un “bailout” pubblico: i risultati del modello econometrico sviluppato nel testo suggerivano infatti che, sulla base dell’evidenza storica, il rischio di un crollo di queste “sponsored government enterprises” era sostanzialmente nullo.

Nel lavoro vengono simulate “le condizioni economiche e finanziarie della Grande Depressione” e se ne conclude che “se una crisi durasse dieci anni, dati i livelli di capitale del 1990, sia Fannie Mae che Freddie Mac avrebbero capitale sufficiente per sopravvivere”.

Il testo non è più disponibile nel sito di Fannie Mae, che dopo aver commissionato il lavoro forse non è ne più tanto soddisfatta.

Anche nel sito personale di Stiglitz non c’è traccia dell’articolo, che pure analizza una questione non secondaria nella complessiva vicenda della crisi.

La sensazione è che il paper manchi non tanto perché considerato irrilevante in virtù del tema trattato, ma semmai imbarazzante per le tesi sostenute.

Specie alla luce di quanto è successo.

Grazie alla rete, però, è facile andare a leggere cosa Stiglitz e i suoi colleghi scrivevano: ad esempio usando Google Scholar.

L’economista libertario Pierre Lemieux, che ha segnalato la cosa, ha messo il paper “incriminato” nel suo stesso sito e quindi esso è direttamente scaricabile qui.

In virtù della libertà delle rete, a ognuno è insomma possibile accedere a questo piccolo ma non insignificante episodio della storia del pensiero economico contemporaneo, e anche delle relazioni tra l’Accademia e il sistema finanziario collassato di recente.

Tratto da Chicago-blog.it

Per i lettori di Taylor: nuove prove dell’instabilità prodotta dai governi

28 novembre 2009

Articolo di Oscar Giannino

Spero che molti di voi abbiano letto Getting Off Track di John Taylor, che abbiamo tradotto e pubblicato per IBL Libri.

Conoscete in quel caso la sua – nostra – tesi.

A portare la responsabilità prevalente della crisi finanziaria sono stati i tassi troppo bassi praticati in USA dal regolatore monetario,  nonché decisioni sbagliate del regolatore politico.

Aggravate infine, dopo la decisione di far fallire Lehman Brothers, dalla richiesta di pieni poteri discrezionali avanzata in Congresso dall’Amministrazione e dalla FED una settimana dopo.

A poteri di guerra richiesti, la reazione dei mercati fu quella classica a ogni rischio di guerra: la paura.

Sul suo blog Taylor continua ad accumulare chart che dimostrano come l’instabilità si produca per influenza di decisioni politiche, o leaks di orientamenti politici in corso di formazione.

Guardate per esempio qui, sul caso Fannie Mae.

Tratto da Chicago-blog.it

Il rischio paese di Dubai sale ancora, Cds alle stelle

28 novembre 2009

Articolo di Alberto Annicchiarico

L’allarme sulla possibile insolvenza di Dubai World, la holding dell’emirato che ha chiesto mercoledì di congelare i propri debiti per sei mesi (che ammontano in totale a 59 miliardi di dollari), si è stemperato sui mercati finanziari europei, che giovedì hanno vissuto una giornata di passione.
La tensione che ha caratterizzato la vigilia non ha cambiato, però, i programmi degli sceicchi, che si apprestano a dare il via al «più grande spettacolo pirotecnico nella storia dell’umanità», come scrive il quotidiano degli Emirati Arabi Uniti al Ittihad.

L’occasione è offerta dai festeggiamenti per il 38° anniversario dell’indipendenza di Abu Dhabi, ma ai festeggiamenti partecipa anche lo sceicco e primo ministro di Dubai, Mohammed Bin Rashid Al Maktoum.

Decolla il costo per assicurare il debito

Eppure non ci sarebbe granché da festeggiare.

Nonostante l’esposizione delle banche nel mondo sia consistente (intorno ai 40 miliardi di dollari) ma alla fine l’incidenza sugli utili non sembri (almeno per quanto delineato da alcuni studi) giustificare il panico di ieri, i credit default swaps (Cds) a cinque anni di Dubai, cioè il costo per assicurare il debito sovrano dell’emirato del Golfo, sono ulteriormente schizzati oggi di 167 punti a 708,96 punti base (+31% rispetto a ieri).

In pratica ci vorrebbero 708mila dollari (contro i 318mila di martedì) per assicurarsi per cinque anni 10 milioni di dollari di debito sovrano.
Dubai è ora al quarto posto nella classifica dei paesi a rischio default con una probabilità del 38,8 per cento.

Precedono l’emirato Ucraina (57,6%), Venezuela (57,1%), Argentina (46,3%).

Oltre a quelli di Dubai i Cds che oggi sono saliti di più in percentuale sono quelli di Hong Kong (+19%, cioè 10 punti a 62,56 punti base), Abu Dhabi (+17,3% o 27,87 punti a 188,29 pb), Australia (+15,9% o 5,5 punti a 40 pb), Corea (+15% a 15,36 punti a 117,46 pb), Slovacchia (+14,1% a 10,54 punti a 84,84 pb), Malaysia (+13,2% o 13,81 punti a 117,8 pb) e Giappone (-12,2% o 8,77 punti a 80,32 pb).

L’evoluzione della crisi

Cosa succederà a questo punto? In attesa di una comunicazione annunciata per l’inizio della prossima settimana circolano varie ipotesi.

Potrebbe, tra l’altro, intervenire in auto il vicino emirato di Abu Dhabi, che a differenza di Dubai fonda la propria ricchezza sul petrolio.

Secondo uno studio della banca elvetica Ubs all’origine dell’annuncio shock di mercoled’ potrebbe esserci stato proprio un sostegno di Abu Dhabi meno generoso, oppure un indebitamento più alto di quanto si pensasse o forse una mossa premeditata per affrontare una volta per tutte i problemi del mondo societario del Dubai.

La richiesta-shock di moratoria del debito di Dubai World avanzata dall’Emirato, del resto, «non può essere stata presa alla leggera, date le gravi implicazioni per la reputazione degli Emirati» sui mercati finanziari, colti di sorpresa.
Vulnerabilità e problemi del Dubai, in realtà, non sono una novità, sottolinea Ubs: niente petrolio, niente risparmi, un debito stimato a 80-90 miliardi di dollari pari al 100% del Pil e una grossa bolla immobiliare.

Tuttavia negli ultimi due mesi la situazione sembrava migliorata e recentemente lo sceicco Mohammed bin Rashid al Maktoum aveva rassicurato gli investitori sull’affidabilità dell’Emirato.

I tre possibili scenari

Data la “mancanza di trasparenza”, si possono avanzare solo scenari sui motivi dell’improvvisa ristrutturazione del debito.

Il primo ipotizza che l’Abu Dhabi intenda soccorrere il Dubai solo dopo che l’Emirato avrà fatto ordine in casa propria, il che solleverebbe preoccupazioni sullo stato delle relazioni tra i due emirati.

Il fondo sovrano dell’Abu Dhabi ha asset per 500 miliardi di dollari e fare fronte alla scadenza di 3,5 miliardi del 14 dicembre del debito Nakheel non avrebbe dovuto essere un grosso sforzo, se ci fosse stata la volontà politica di farlo.
In alternativa potrebbe essere una mossa premeditata da parte di entrambi i Governi, che hanno voluto riportare responsabilità e affidabilità nel settore societario dell’emirato, evitando la scorciatoia dei salvataggi che non avrebbe solo rinviato il problema del moral hazard.

Oppure, ultima ipotesi, i problemi finanziari del Dubai sono peggiori di quanto si pensi e il debito dell’Emirato considerando le passività off-balance, è superiore alle cifre circolate finora, il che potrebbe implicare effettive difficoltà a fare fronte alle scadenze.
Secondo gli analisti di Ubs, è probabile che si tratti di un mix dei tre scenari, che oltre al grave danno che sta causando ora potrebbe tuttavia avere positive implicazioni nel medio termine. Permettendo alle forze di mercato di svolgere il proprio ruolo, il Dubai potrebbe infatti ripartire su basi più solide.

Insomma “un danno adesso, ma un guadagno futuro”.

Il punto interrogativo, tuttavia, é d’obbligo.

Nella City le banche europee più inguaiate

Royal Bank of Scotland è il primo intermediario finanziario di Dubai World, mentre Hsbc è l’istituto più esposto nei confronti degli Emirati Arabi Uniti.

È quanto afferma JPMorgan in un rapporto, citato dall’agenzia Bloomberg, in cui si precisa che Rbs dal gennaio 2007 ha gestito 2,28 miliardi di dollari di investimenti finanziari per conto di Dubai World, e che Hsbc aveva un’esposizione di 17 miliardi di dollari a fine 2008.

Nel rapporto si indica inoltre che le banche estere hanno 47,1 miliardi di dollari a rischio.

Tratto da Ilsole24ore.com

Senza “exit strategy”, nuove bolle in arrivo. Ma stavolta non le si addebiti al mercato

28 novembre 2009

Articolo di Carlo Lottieri

Davvero riesce difficile capire come si farà, la prossima volta che il mondo ci cadrà sulla testa, a buttare di nuovo la croce addosso al mercato selvaggio e agli speculatori.

Le notizie delle ultime settimane ci hanno raccontato di borse di tutto il mondo alle stelle a seguito della decisione dei membri del G20 di rinviare ad un domani del tutto indefinito la “exit strategy”.

In altre parole, il ritorno a logiche economiche responsabili.

Ecco cosa ha scritto Sara Bennewitz sul sito de La Repubblica in un articolo intitolato G20, la proroga degli incentivi fa correre le borse:

Partite in positivo fin dalla mattinata, le Borse europee hanno accelerato sul finale dopo la positiva partenza di Wall Street e sulla scia del G20 concluso.

Le venti maggiori economie del mondo hanno deciso di non andare avanti con la “exit strategy” e quindi proseguiranno sia le politiche monetarie espansive e sia i piani di stimoli economici dei governi.

I titoli salgono perché gli investitori trovano opportuno acquistare le azioni di aziende che sono destinate a ricevere aiuti di Stato e prestiti a tassi nulli.

Ma di chi di è la colpa? Di chi gestisce denaro per investimenti, e ovviamente lo piazza dove può trovare opportunità di profitto, oppure di chi sta drogando in maniera irresponsabile il sistema economico globale e quindi crea un sistema di incentivi del tutto falsato? La domanda è retorica, ovviamente.

Come riporta l’agenzia Associate Press, per Brian Battle (della Performance Trust Capital Partners di Chicago) “c’è denaro a buon mercato che ora viene iniettato nel sistema e che sta dirigendosi verso i mercati delle monete e delle materie prime”.

(Se le cose stessero così non solo adesso ma anche negli ultimi 36 mesi, lo scetticismo espresso da Carlo Stagnaro in questo post risulterebbe ancor più giustificato.)

In realtà, non sappiamo e non è facile sapere se le bolle siano già “in mezzo a noi”, e dove siano.

Ma una cosa appare certa: questo modo di manipolare la politica economica e quella monetaria può solo creare problemi a catena.

Forse i signori del G20 – o almeno alcuni di loro – in parte se ne avvedono, ma certo non è agevole scendere da una vettura in corsa che sta viaggiando a 300 all’ora, specie se ci si rende conto che non si è assolutamente in grado di modificarne il comportamento senza andare a sbattere contro i maggiori interessi coalizzati.

Tratto da Chicago-blog.it

Paura di un effetto contagio sulle nazioni più indebitate

28 novembre 2009

Articolo di Alessandro Merli

La richiesta di moratoria di Dubai World ai suoi creditori ha scosso ieri i mercati obbligazionari, mettendo sotto pressione il debito sovrano di diversi paesi.

Molti osservatori di mercato sono però cauti per ora nel parlare di un vero e proprio contagio. «Non c’è un impatto sistemico - diceva giovedì una fonte monetaria – né per quanto riguarda il debito sovrano, né per quello che riguarda le banche».
Si è diffuso tuttavia un forte nervosismo, dovuto non solo all’incertezza sugli sviluppi della situazione di Dubai World, ma soprattutto al fatto che si tratta di una holding di proprietà dello Stato.

La percezione della sua solvibilità si era sempre retta sulla convinzione che comunque il governo di Dubai sarebbe intervenuto a tenere a galla il gruppo e che Abu Dhabi, il più ricco degli Emirati Arabi, avrebbe spalleggiato il suo vicino.

L’annuncio di mercoledì di un congelamento per sei mesi dei debiti della holding di stato ha spezzato questa catena.
Le autorità dell’emirato hanno cercato di rassicurare gli investitori.
«Comprendiamo i timori dei mercati e dei creditori – ha detto in comunicato lo sceicco Ahmed bin Saeed al-Maktoum, presidente del Consiglio supremo dell’economia – ma dovevamo intervenire per avviare un’azione decisiva sui debiti di Dubai World».

In mattinata il governo aveva anche annunciato che dal piano di ristrutturazione della società era esclusa Dp World, colosso che controlla 49 porti in 31 paesi e senza problemi finanziari.

All’inizio del mese, l’agenzia di rating Moody’s aveva diffuso una nota, sottolineando la distinzione fra la capacità di far fronte ai propri impegni finanziari della holding e quella dell’emirato di Dubai, ma sui mercati non tutti erano dello stesso avviso.
I credit default swap, lo strumento usato per assicurare contro l’eventualità di una insolvenza, sono balzati negli ultimi due giorni da 318 a 500 sul debito di Dubai, toccando giovedì anche quota 570.

Questo significa che l’assicurazione contro il default di 10 milioni di dollari di debito dell’emirato costa ora 500mila dollari, contro i 318mila di martedì.

La credibilità di un sostegno di Abu Dhabi a Dubai per le sue necessità di finanziamento è seriamente danneggiata, sostengono gli analisti dei mercati emergenti di Barclays Capital, che fino a qualche settimana fa erano convinti del contrario.

In forte aumento anche i Cds sul debito di Abu Dhabi (a 155, secondo le rilevazioni di Cma), del Bahrain (a 225), del Qatar (a 114) e dell’Arabia saudita (a 108), ma la preoccupazione fondamentale sulle finanze di questi paesi resta tutto sommato limitata.
Le ripercussioni, in parte amplificate dalla chiusura di diversi mercati per la festività islamica dell’Eid al-adha e dall’assenza di liquidità per la vacanza di Thanksgiving negli Stati Uniti, sono andate tuttavia ben al di là della regione del Golfo.

Lo dimostrano la risalita del dollaro, che come sempre viene visto come moneta rifugio nei momenti di maggior avversione al rischio, e i flussi di acquisti di Bund, i titoli di Stato tedeschi. Tendenza opposta per i paesi dell’area dell’euro che da qualche tempo sono nel mirino dei mercati per la preoccupazione sui loro conti pubblici: in primis la Grecia, già sotto pressione nei giorni scorsi per le notizie negative sul bilancio e le incognite sul suo sistema bancario, e il cui spread rispetto alla Germania è salito da 182 a 200 punti base, e in subordine l’Irlanda.
Come sempre avviene in casi di eventi a sorpresa, c’è stato un effetto a cerchi concentrici, che è andato a toccare il debito di alcuni paesi giudicati meno solidi nelle finanze pubbliche o in qualche caso troppo dipendenti da finanziamenti esterni: l’impatto del caso Dubai si è quindi fatto sentire in qualche misura anche sul debito di Turchia, Ungheria e Russia.

Ancora più lontano, su Sudafrica, Vietnam e Indonesia.
Non c’è stata però una vendita indiscriminata di debito sovrano dei paesi emergenti, che anzi, nella recente crisi, era apparso meno vulnerabile di quello dei paesi avanzati.

Molti di questi hanno infatti compiuto sforzi estremamente pesanti a carico dei conti pubblici per salvare i sistemi finanziari, mentre molti emergenti avevano dedicato gli ultimi anni a risanare i bilanci statali dopo le crisi precedenti.

L’ampliamento degli spread sul debito sovrano era già in corso da qualche tempo e l’evento di Dubai ha contributo a fornirgli ulteriore impulso.

Tratto da Ilsole24ore.com

La crisi di Dubai World: Tremano le banche europee

27 novembre 2009

Articolo di Alberto Annicchiarico e Vittorio Carlini

«Su Dubai il sole non tramonta mai», recita lo slogan di Dubai World, la holding statale che controlla colossi del real estate, della logistica, della finanza e dell’energia nel piccolo emirato arabo.

Ma più che con il sole, ora Sua altezza lo sceicco Mohammed bin Rashid Al Maktoum deve fare i conti con lo scoppio della bolla immobiliare.

Anzi, meglio dire con l’evaporare del business del real estate su cui Dubai ha puntato gran parte del suo futuro.

E che adesso rischia di far tramontare il sole sulle immense ricchezze degli emiri, inguaiando anche gli investitori occidentali.
Dubai World, il cuore finanziario dell’emirato, zavorrata da 59 miliardi di dollari di passività (il 70% dell’intero debito statale) ha chiesto ai creditori una moratoria di sei mesi sul debito e sta cercando di rinegoziare le sue posizioni, compreso un bond islamico da 3,52 miliardi della controllata Nakheel Properties, in scadenza il 14 dicembre.
Una mossa che non poteva restare senza conseguenze.

Standard & Poor’s è intervenuta sottolineando che una simile ristrutturazione equivale, nei fatti, a un default.

Risultato? I Credit default swap sul debito sovrano a cinque anni sono letteralmente entrati in orbita a quota 571: il sintomo che cresce il rischio di insolvenza.

In salita anche i Cds a cinque anni del vicino Bahrein.

Sui mercati finanziari è scattato l’allarme, a causa dei timori per il coinvolgimento di grandi banche proprio sulla base di una esposizione al debito dell’emirato. Rispetto a questo tema, è intervenuta di nuovo Standard & Poor’s che ha messo stto Credit Watch negativo (cioè sta valutando la situazione per definire se modificare il merito di credito) alcuni importanti istituti finanziari della zona.

La Emirates Bank International, la National Bank of Dubai, la Mashreqbank e la Dubai Islamic bank. «La rating “action” – si legge nella nota di S&P’s – è la conseguenza della grande esposizione che queste banche hanno nei confronti di Dubai World e della controllata Nakheel, in particolare con riferimento ai rischi che la proroga del debito» crea agli istituti in questione.

Fin qui le istituzioni finanziarie in Medio Oriente.

Ma quale la sitazione nel vecchio Continente?Le prime stime sulle potenziali perdite delle banche più esposte, calcolate da Credit Suisse e riportate dall’agenzia Dow Jones, parlano di circa 40 miliardi di dollari.

Secondo il Financial Times, Hsbc è tra le banche straniere con maggiori investimenti in Dubai(esposizione per 17 miliardi di dollari).

Seguono: Standard Chartered (7,8 miliardi), Barclays (3,6 miliardi), Royal Bank of Scotland (2,2 miliardi), Citi (1,9 miliardi), Bnp Paribas (1,7 miliardi), Lloyds (1,6 miliardi).

Quanto ai portafogli crediti immobiliari/residenziali gli analisti di Ncb Stockbrockers hanno calcolato che Standard Chartered è la più esposta con il 7% del suo totale negli Emirati arabi uniti, poi Hsbc con il 2%, il trio Barclays, Rbs e lloyds con meno dell’1 per cento.

Ovvio che in questa situazione i Cds sono saliti: quello legato a Hsbc è cresciuto a 57 punti (+3), quelli di Standard Chartered a 74 punti (+9), Barclays a 87 punti (+5).

Molte di queste banche hanno sostenuto, nei primi commenti rilasciati, che le esposizioni reali sono limitate.

Così com ‘ è limitata la presenza di Impregilo, tra le aziende italiane che, nelle sale operative, vengono indicate tra quelle attive negli Emirati Arabi Uniti: «Stiamo terminando la costruzionedi un impianto di desalinizzazione, già realizzato al 90% - fanno sapere dall’azienda -. La nostra posizione laggiù è assolutamente marginale».

Tornado al mondo delle banche, se si guarda alla lista di quelle che hanno giocato un ruolo in operazioni di ristrutturazione del debito per conto di Dubai World (la più recente è di giugno 2008, 5,5 miliardi di dollari), ci sono tutti i player più noti, in particolare della City londinese, ma non solo: Hsbc, Rbs, Lloyds, Ing, Calyon (Crédit Agricole), Mitsubishi Ufj, Sumitomo Mitsui, Emirates Bank e Mashreq Bank.

E c’è anche Deutsche Bank, come riporta Dealogic, fra i big continentali coinvolti in bond e finanziamenti a debito nell’area.

Secondo gli analisti di Crédit Suisse gli istituti finanziari potrebbero vedere lievitare del 5% gli accantonamenti per crediti inesigibili nel 2010, pari a 5 miliardi di euro dopo le tasse, se perdessero la metà dell’esposizione stimata.
Una situazione che, giocoforza, ha avuto un’immediata conseguenza sul mercato del credito.

Si è assistito immediatamente al concretizzarsi della strategia “fly to quality”.

Il rendimento del Bund decennale tedesco è sceso a 3,18%, rispetto al 3,24% di ieri: cioè gli investitori sono corsi a comprare il debito dello stato in Europa considerato più solido sotto il profilo economico.

Un boom di domanda che ha fatto salire le quotazioni e, ovviamente, scendere lo yield.

In deciso ampliamento lo spread su Grecia e Irlanda, salito rispettivamente a 200 e 165 punti base. In leggero rialzo anche quello sull’Italia a 87 punti.

Ma per il nostro Paese la situazione è molto migliore a quella del marzo 2008, quando l’Italia era lo stato più a rischio in Europa.

La notizia shock che fa tremare gli investitori è arrivata mercoledì sera attraverso una nota ufficiale del gruppo, senza che vi fossero commenti, né del presidente Ahmed bin Sulayem né dello sceicco Al Maktoum, presidente della compagnia aerea Emirates, celebre oltre che per la sua ricchezza anche per i suoi 17 figli e per avere manifestato di recente interesse per l’acquisto di grandi club di calcio ( Liverpool, Roma e, secondo indiscrezioni di stampa, Milan) oltre al già sponsorizzato Arsenal.
Dubai Wolrd attraverso Nakheel è il gruppo che sta costruendo la famosa isola artificiale delle tre palme e che con il fondo Limitless, lo scorso anno, è stata vicina ad acquistare da Risanamento l’ex area Falck di Sesto San Giovanni.

Il governo dell’emirato sta pagando un prezzo altissimo alla crisi e in particolare a quella del settore immobiliare: aveva già annunciato in passato di avere un debito di 80 miliardi di dollari, di cui 70 miliardi originato dalle aziende pubbliche, in buona parte attive nel settore immobiliare.
Negli ultimi anni, infatti, Dubai – un’area quasi priva di petrolio – aveva cercato di differenziare i suoi ricavi con il real estate, ma adesso rischia di esserne travolto dopo che i prezzi delle case sono scesi del 47% rispetto allo scorso anno.

«Il Dubai financial support fund inizierà a valutare il perimetro della ristrutturazione è necessaria – spiega in una nota il dipartimento finanziario del Dubai – Come primo passo Dubai World intende chiedere a tutti i creditori di Dubai World e Nakheel una moratoria sul debito almeno fino al 30 maggio».
Per tamponare la falla, il governo del Dubai ha annunciato a inizio anno un vasto programma di emissioni obbligazionarie da 20 miliardi, di cui 10 miliardi già effettuate a febbraio.

All’interno di questo piano, l’esecutivo ha annunciato un’emissione da 5 miliardi di dollari che servirà a rimborsare anche i 3,52 miliardi di debiti di Dubai World in scadenza a metà dicembre.

Tratto da Ilsole24ore.com

La prossima bolla? Le banche “statalizzate”

27 novembre 2009

La crisi non è passata, è stata solo nascosta da scelte politiche azzardate. Che peseranno molto sul futuro

Articolo di Carlo Lottieri

La bolla dei valori mobiliari sta ritornando: e non si tratta certo di una buona notizia.
Ne ha parlato ieri sul Sole 24 Ore Wolfgang Muenchau – noto commentatore del Financial Times - in un articolo che ha evidenziato come dietro al “toro” borsistico di queste settimane ci sia un’economia drogata da scelte politiche assai poco responsabili.
Non già semplicemente il comportamento di speculatori che – come sempre – fanno i loro interessi inseguendo opportunità di profitto (ogni borsa vive di queste pratiche), ma una spinta verso l’alto indotta da decisioni di politica economica e monetaria per lo più sbagliate.
Si potrebbe dire che, nel lungo termine, il mercato sta per prendersi la propria rivincita su Keynes e sui fautori dell’economia di comando.
Se con l’avvento della crisi e l’imporsi di interpretazioni anti-mercatiste si era assistito ad una resurrezione intellettuale dell’economista inglese – e soprattutto ad una nuova legittimazione per spesa pubblica, alti tassi, salvataggi -bancari e deficit astronomici – ora si annuncia un ritorno alla realtà.
E qualcuno certamente vedrà un bel po’ di macerie cadere sulla sua testa.
Le cose si possono mettere in questi termini: il più che annunciato sgonfiarsi dell’ennesima bolla mostrerà presto tutti i limiti di quella politica economica di brevissima durata che nel corso dell’ultimo anno è stata decisa di comune accordo dall’establishment occidentale, il quale ha puntato ad ottenere un falò molto visibile (come quando si brucia un mucchio di carta) piuttosto che un fuoco lento e tenace (che dura nel tempo e scalda) e che – fuor di metafora – ha puntato a risolvere dalla crisi senza risolvere nessuno dei problemi strutturali che l’avevano causata e anzi aggradando la malattia pur di curare i sintomi.
D’altra parte, sono ormai parecchi mesi che si sentiamo dire come si stia per uscire alla crisi, anche se non c’è alcun motivo di nutrire tale fiducia.
A ben guardare, stiamo solo godendo di un mini boom politicamente indotto, grazie ad incentivi, bassi tassi di interesse, nazionalizzazioni e salvataggi.
Proprio di queste ore è la notizia che l’Unione europea ha stanziato 280 milioni di euro per alleviare i problemi agricoli: qualcuno ci guadagnerà (non solo gli allevatori, ma anche l’agroalimentare e le banche); ma l’economia nel suo insieme pagherà un conto salatissimo.
Si continua insomma a distribuire denaro: grazie ai tassi artificiosamente bassi, in particolare.
Ma come ha spiegato ottimamente John B.Taylor in un suo recente studio (Fuori strada. Come lo Stato ha causato, prolungato e aggravato la crisi finanziaria, edito da IBL Libri), il vero problema è che troppi investimenti sono stati sbagliati e ora andrebbero rivisti.
Un denaro non giustamente “prezzato” non filtra i progetti sani e quelli meno sani, con il risultato che – in borsa, ad esempio – è affluito denaro ovunque e presto ci si renderà conto, come sottolinea Muenchau, che non c’è rapporto tra valore delle azioni, fatturato, utili, patrimonio.
In questa situazione quello che dobbiamo attenderci è un triste risveglio.
Ma la questione va ben al di là dell’universo borsistico, così come la crisi dei subprime ebbe effetti che andarono oltre il mondo bancario e quello immobiliare.
È l’economia nel suo insieme che sarà presto chiamata a ripensare le scelte compiute.
Con il manifestarsi della crisi finanziaria, d’altra parte, la politica aveva di fronte a sé due strade. La prima (più impopolare, ma destinata a produrre effetti positivi di lunga durata) consisteva nel proporre una “purificazione”del sistema bancario, evitando salvataggi e nazionalizzazioni, lasciando venire alla luce ogni tossicità e limitandosi, al massimo, ad intervenire a valle: a sostegno delle famiglie in seria difficoltà.
Quell’ipotesi è stata però rigettata, perché la politica vive di sondaggi e demagogia (vedi alla voce “posto fisso”) ed è costantemente condizionata dalle scadenze elettorali.
Si è quindi scelto di individuare un capro espiatorio, puntando il dito sui banchieri e sui loro bonus milionari, e poi immaginando un improbabile”legal standard”globale e mettendo sotto processo i paradisi fiscali.
Si è soprattutto deciso di giocare la carta della spesa pubblica e dei bassi nulli, con il risultato che si è operata una gigantesca redistribuzione delle risorse: essenzialmente, dai politicamente deboli ad politicamente forti.
Tutto questo – ci dice la bolla che sta per esplodere – non può aiutare l’economia, e se anche qualcuno ne ha tratto beneficio, nell’insieme il conto finale sarà molto salato.
Ma questa volta non si potrà certo accusare del dissesto annunciato il libero mercato e chi, nel corso di questi mesi, ha continuato a bocciare le scelte della Fed e dei maggiori governi.
I governi continuano a distribuire denaro grazie ai tassi artificiosamente bassi.
Ma la vera questione è che troppi investimenti sbagliati andrebbero rivisti.

da Liberal, 21 ottobre 2009

Spaccare le grandi banche, dice Bank of England

27 novembre 2009

Articolo di Oscar Giannino

Il governatore della Bank of England Mervyn King ha pronunciato recentemente a Edimburgo un discorso notevole. Qui il testo.

Il punto essenziale è relativo al problema numero uno tra i tanti insoluti del dopo Lehman.

Come risolvere dal punto di vista regolatorio il problema del moral hazard per le istituzioni finanziarie Too Big To Fail, che hanno sperimentato ormai come i governi non le facciano mai fallire e siano pronti perciò a destinare loro pacchi di miliardi dei contribuenti, per rendere comunque sostenibile l’eccesso di rischio che hanno assunto, a leva troppo elevata rispetto al proprio capitale? Solo nel Regno Unito, tra garanzie e interventi diretti di capitale pubblico nel sistema bancario, la cifra pazzesca di denaro del contribuente mobilitato da governo e BOE assomma a quasi mille miliardi di sterline.

Ci sono solo due strade, dice Mervyn King.

La prima è di fissare requisiti di capitale più stringenti per le banche, rispetto alla quantità e qualità di rischi assunti, modificando ulteriormente in tal senso i criteri di Basilea 2, magari attraverso il ricorso a contingent capital, che al di sotto di una certa soglia del core tier 1 si traduca automaticamente in common equity.

Ma King definisce comunque tali criteri arbitrari; con ogni probabilità non in grado di valutare ed equilibrare sul serio i rischi largamente imponderabili collegati all’infinita fattispecie di rischio associabile alla panoplia di strumenti e operazioni finanziarie oggi possibili; nonché sicuramente incapaci di reggere all’urto di eventi talebani alla “cigno nero”.

Ha ragione King, secondo me.

Di conseguenza, esiste solo un’altra strada.

Separare le attività della banca in cui si impiegano e rischiano depositi, che vanno trattate con requisiti di capitale che corrispondano poi alla certezza di salvataggio di fronte all’eventuale insolvenza, dalle attività di propriety trading proprie delle grandi boutique finanziarie, che continuano a dare il più degli utili a banche fittiziamente trasformatesi in “commerciali”, come Goldman Sachs.

King può parlare più liberamente di molti suoi colleghi banchieri centrali, perché nel Regno Unito la supervisione bancaria non spetta a Bank of England, ma alla Financial Services Authority.

Ma  la cosa interessante è che la sua posizione sta facendo breccia nel partito conservatore che dovrebbe vincere le elezioni.

Non sarebbe male, se Londra lo chiedesse ufficialmente a Usa ed Ue.

Perché una cosa è sicura: chiunque adottasse una riforma simile da solo si candiderebbe al suicidio, vedrebbe l’intera industria banco-finanziaria del proprio Paese emigrare in altri lidi, in cui le cose resterebbero come purtroppo sono ora.

Eguali a com’erano prima di Lehman.

Tranne i contribuenti bastonati per decenni a venire, s’intende.

Tratto da Chicago-blog.it

Banche, governi e fallimento delle economie

27 novembre 2009

Con tutte le misure statali e bancarie l’America ha trasformato la sua economia e sta per cadere in ginocchio nell’inconsapevolezza generale

Articolo di Gerardo Coco

Mentre la stampa generalista degli Stati Uniti rassicura sulla ripresa dell’economia, il dibattito fra gli specialisti oscilla tra due opposti scenari: inflazione e deflazione.
Per capire le conseguenze che questi fenomeni possono avere sull’economia bisogna avere una concezione chiara del significato del loro termine e della loro genesi.
L’inflazione è l’aumento della quantità monetaria in relazione alla quantità dei beni prodotti.
Per una lunga tradizione teorica che ha trovato in Milton Friedman il suo più recente e prestigioso interprete, l’inflazione è sempre e dovunque un fenomeno monetario.
Se l’offerta di denaro aumenta le persone hanno più denaro da spendere in beni e servizi, ma se l’offerta di questi ultimi non accresce nella stessa misura dell’aumento della quantità di denaro, i prezzi  aumentano e l’unità monetaria si svaluta.
L’aumento generale dei prezzi e la perdita del potere d’acquisto sono dunque la conseguenza dell’inflazione.
Tuttavia quest’ultima viene definita dai banchieri, dai politici e dalla stampa come aumento generale dei prezzi, cioè in modo tautologico.
Questa nozione è fuorviante perché, separando o volendo separare la causa del fenomeno (l’aumento dell’offerta di moneta) dai suoi effetti (l’aumento dei prezzi dei beni) crea la convinzione che l’inflazione sia conseguenza di fenomeni operanti per proprio esclusivo conto come la speculazione, l’irrazionalità del mercato, l’aumento del costo di alcuni prodotti che devono essere contrastati da misure di stabilizzazione e di controllo.
Il governatore della Banca Centrale Americana (Fed), Ben Bernanke in un famoso discorso definiva l’inflazione, appunto, come l’evidente inesorabile aumento dell’aumento dei prezzi dei beni e dei servizi.
Ma, successivamente, smentiva questa definizione affermando che, per  prevenire una depressione, un governo, in un regime di moneta cartacea, può sempre generare una spesa più elevata e di conseguenza, causare  una esplicita inflazione… perché… il governo dispone di  una tecnologia, chiamata stampa … per produrre  tutti i dollari di cui ha bisogno praticamente a costo zero.
Si può definire l’inflazione con parole più chiare e nello stesso tempo più sfrontate di queste? Bernanke ammetteva che lo Stato ha il potere assoluto e illimitato di contraffare legalmente il denaro.
Per contro, la deflazione è il fenomeno monetario opposto all’inflazione, cioè un processo di contrazione monetaria.
Essa è la conseguenza di una precedente orgia inflazionistica e di un eccesso di indebitamento nell’economia.
Ma arriva sempre il momento in cui i debiti si devono pagare e gli inevitabili aggiustamenti comportano la liquidazione degli investimenti sbagliati che danno origine, appunto, alla deflazione.
Se il processo di aggiustamento dell’economia ritarda, gli effetti della deflazione si trasformano in depressione.
La deflazione è la purga “naturale” che l’economia dovrebbe patire dopo un periodo di intossicazione per essere in grado di ripartire da posizioni più sane.
La deflazione si traduce in una contrazione della domanda e della spesa provocando una diminuzione del livello generale dei prezzi.
Se si lasciasse libero corso a questo processo, esso agirebbe da antidoto alla deflazione permettendo all’economia di risollevarsi.
Infatti, la diminuzione temporanea del livello di tutti i prezzi, compresi salari e stipendi, aumentando – al contrario dell’inflazione – il potere d’acquisto del denaro permetterebbe alla diminuita quantità monetaria di sostenere lo stesso livello di spesa della precedente quantità monetaria inflazionata.
Tuttavia, come è ben noto, ci sono formidabili ostacoli che si oppongono a questo processo di aggiustamento spontaneo.
Non ultimo la fallace definizione della deflazione, intesa come diminuzione generale dei prezzi e dei salari e non, invece, come contrazione monetaria.
Infatti, come avviene per l’inflazione, anche nel caso della deflazione, banche centrali e governi confondono la causa con l’effetto.
Se è vero che la diminuzione del livello generale dei prezzi è una conseguenza della deflazione cioè di una crisi, è anche vero che essa, di per sé, è indice di produttività e di prosperità economica.
La diminuzione dei prezzi è infatti la caratteristica naturale dello sviluppo economico: comportando continui aumenti di produttività, esso crea una maggiore offerta di beni associata a una riduzione di costi e prezzi.
Nel XX secolo è stata la diminuzione dei prezzi dei beni, cioè la produttività dell’economia, a permettere a masse crescenti di consumatori di avere accesso a una maggiore quantità di beni e a migliori standard di vita.
Tuttavia, banche centrali e governi (identificando la deflazione con la diminuzione dei prezzi e ravvisando in quest’ultima il sintomo di una caduta della domanda e della spesa) la contrastano con politiche monetarie espansive “stabilizzatrici”, che hanno come conseguenza il rialzo dei prezzi, e cioè l’inflazione.
Questo è il circolo vizioso dell’interventismo che vanifica i benefici dello sviluppo economico trasformandolo in recessione.
La storia economica del XX secolo può essere vista come la storia di due forze contrapposte: l’inflazione monetaria, pianificata dalle banche centrali e dai governi che spinge al rialzo i prezzi distruggendo il potere d’acquisto, e la produttività dell’economia privata che, invece, abbassa costi e prezzi facendo aumentare il potere d’acquisto.
Pertanto ora si possono comprendere tre cose.
La prima è che la deflazione non esisterebbe se non ci fosse prima l’inflazione.
La seconda è che, con la  fallace definizione dell’inflazione come aumento generale dei prezzi, banchieri e politici cercano di oscurare la sua vera causa: l’aumento artificiale della quantità monetaria, conseguenza del loro interventismo.
Ammettere questa definizione sarebbe riconoscere la causa dell’inflazione e dunque essere costretti a rimuoverla.
Ma questa decisione comporterebbe una semplice misura: bloccare le politiche monetarie espansive e la spesa pubblica che causano bolle speculative e cicli economici.
La terza, meglio approfondita nel prossimo paragrafo, è che l’inflazione è la conseguenza di un processo di contraffazione del denaro.

L’origine dell’inflazione

L’inflazione proviene dall’espansione della base creditizia, che è la componente più importante dell’offerta monetaria, cioè dei mezzi di circolazione: depositi a vista e moneta corrente (banconote e moneta metallica).
La tecnica più usata per espandere la base creditizia è rappresentata dalle cosiddette operazioni sul mercato aperto, attraverso cui la Banca Centrale riacquista dalle banche commerciali titoli di Stato già in loro possesso.
Lo scopo finale è aumentare la base creditizia per abbassare il tasso di interesse e incentivare gli investimenti.
Il controvalore dell’acquisto dei titoli versato sui conti delle banche crea la disponibilità di nuovi depositi a vista sulla cui base le banche possono effettuare nuovi prestiti.
Nel momento in cui la banca effettua un nuovo prestito crea nuovo denaro.
Ma ogni singolo deposito non dà origine a un solo prestito, ma a un multiplo la cui grandezza dipende dalla frazione di deposito che la banca, per legge, deve trasformare in riserva al fine di far fronte a richieste di immediata liquidità dei depositanti.
Ad esempio, se il deposito è 100 e il rapporto di riserva è pari al 10%, la banca può prestare 90 perché 10 vanno destinati a riserva.
Tuttavia poiché i soggetti economici spendono e depositano denaro in continuazione, il prestito originario di 90 dà origine ad un altro deposito e quindi ad un altro prestito di 81 che è 90 meno 10% di riserva.
A propria volta, il deposito di 81 dà origine ad un nuovo prestito diminuito della riserva e così via fino ad esaurimento dei riprestati, il cui limite espansivo è 1000 e che si ottiene moltiplicando il deposito originario di 100 per il reciproco del coefficiente di riserva pari 1/0,10.
Il ciclo della crescita si completa appunto quando i depositi raggiungono 1000 rimanendo le riserve al 10%, cioè a 100.
Un singolo deposito è dunque la base per decuplicare il denaro in circolazione.
Ma il denaro complessivamente creato è in realtà molto di più. Infatti, il ciclo di deposti schematizzato nell’esempio va a sommarsi ad un altro identico ciclo, generato in precedenza dall’acquisto da parte della banca centrale del titolo originario di 100 emesso dallo Stato per finanziare la spesa pubblica e che poi è servito per effettuare l’operazione di mercato aperto. Sommando i due cicli di depositi o ripresti, la massa monetaria è aumentata non di 10 ma di 20 volte, cioè il denaro creato è stato di 2000 a fronte di un singolo deposito di 100.
Questa metodologia di moltiplicazione del denaro si chiama sistema di riserva frazionaria, perché la crescita dei depositi è un multiplo della loro riserva.
Se la banca centrale, invece di espandere, volesse ridurre il denaro in circolazione dovrebbe fare l’operazione opposta, cioè vendere titoli alle banche in cambio di denaro, riducendo così i loro depositi da destinare al prestito.
Questa è l’essenza della politica monetaria: espandere e contrarre la massa monetaria e, in corrispondenza, abbassare o alzare rispettivamente il tasso di interesse.
Ma la domanda a questo punto è: con quale denaro la banca centrale ha pagato originariamente allo Stato l’acquisto del suo titolo per permettergli di effettuare la spesa pubblica?
Il denaro proviene forse da risparmio, cioè da potere d’acquisto reale precedentemente creato nel corso di qualche processo produttivo?  No, la Banca lo crea arbitrariamente, iscrivendo simultaneamente nell’attivo del proprio bilancio l’acquisto del titolo e, nel passivo, il credito a favore dello Stato, che così può emettere assegni e spendendo può esercitare un potere d’acquisto extra e fittizio che diluisce tutto il potere d’acquisto preesistente a spese dei soggetti economici privati.
Così tutto il denaro che è stato creato è fittizio perché, sostanzialmente, la banca e lo Stato si scambiano pezzi di carta che avranno un tremendo impatto sull’economia: la costruzione “piramidale” dell’inflazione.
In generale, quando le banche prestano denaro ai privati o allo Stato, non riprestano denaro già esistente che la gente ha risparmiato facendo sacrifici, come si crede.
Esse concedono prestiti creando all’istante i depositi sui loro conti correnti.
Quando si usa l’espressione stampare denaro ci si riferisce proprio a questo processo, che oggi con un termine propagandistico ed elegante come quantitative easing e altro non è che un gigantesco schema inflazionistico basato sulla contraffazione legale del denaro.
Questa è la conseguenza del monopolio dell’emissione del denaro da parte delle Banche Centrali.
Essendo le politiche monetarie e economiche inseparabili, lo Stato e il sistema bancario hanno bisogno l’uno dell’altro per crescere e pertanto la conclamata indipendenza dall’istituto di emissione dal potere politico è una semplice finzione istituzionale.

Il programma inflazionistico americano

Tutto quanto è stato detto può forse aiutare a comprendere la situazione dell’economia americana e a pronosticarne l’evoluzione.
La housing bubble americana del 2008 è stata la conseguenza di un’espansione inflazionistica del credito innescata dalla meccanica sopra descritta (naturalmente con cifre di dodici zeri, essendo ormai il trilione l’unità di misura delle manovre monetarie inflazionistiche).

Per evitare lo sviluppo dei casi di insolvenza causati dall’eccessivo indebitamento, la Fed ha imposto una severa stretta del credito, che ha innescato la deflazione, e cioè la contrazione monetaria: con il suo corollario di fallimenti, calo dell’attività produttiva e del volume della spesa dei consumi, riduzione dell’occupazione.

Da quel momento si è parlato erroneamente di crisi del credito e si è diffusa la convinzione che ciò di cui l’economia avesse bisogno era soltanto credito.

In realtà la crisi era ed è rimasta una crisi del debito.

Per contrastare la recessione il governo federale e la Fed hanno adottato misure di salvataggi aziendali e di antirecessione come il Recovery and Reinvestment Act (2009), un pacchetto di spesa di circa 800 miliardi di dollari che, lungi da includere iniziative per aumentare la capacità produttiva dell’economia, è stato destinato alla creazione di nuovo debito: finanziando sanità, assistenza sociale, formazione, energia.

Non appena questa spesa sarà amplificata dal meccanismo di riserva frazionaria sopra descritto, essa si tradurrà in pura inflazione, perché un’economia in calo non può assorbire gli effetti inflazionistici di una spesa pubblica in crescita.

Alla fine di ogni ciclo di spesa, gli incrementi registrati dal PIL rispecchieranno solo l’espansione monetaria, mentre il loro vero significato economico sarà l’ulteriore contrazione dell’economia privata.

Siccome questo pacchetto non ha prodotto gli esiti sperati di rilancio, il governo si prepara ad approvare altri pacchetti che andranno ad alimentare ancor più il debito pubblico e a creare nuova inflazione.
Per quanto riguarda le misure strettamente monetarie, per evitare il fallimento delle banche la Fed ha scambiato i suoi titoli del Tesoro con i titoli tossici delle banche, riversandoli nell’attivo del proprio bilancio.

Il bilancio delle banche è migliorato, ma quello della Banca Centrale è peggiorato.

Si osservi che se è solido il bilancio di una banca centrale è solido anche l’intero sistema finanziario così come la sua valuta.

Tutta la base monetaria di un paese è infatti inscritta al passivo del bilancio della banca centrale e se l’attivo si deteriora, si deteriora anche il potere d’acquisto della valuta tanto all’interno del Paese come all’esterno, rispetto alle altre valute.

Il primo problema della Fed è stato dunque come risanare il proprio bilancio senza privare di liquidità il sistema finanziario.

All’insieme di questi tentativi è stato dato il nome di exit strategy.

Fra questi tentativi, uno è stato estremamente grave: contravvenendo al suo statuto la Fed ha salvato anche istituzioni finanziarie non bancarie tecnicamente fallite, erogando loro prestiti sempre contro garanzia di titoli tossici, oppure rilevando azioni di aziende insolventi e perseguendo, insomma, una “politica industriale” senza precedenti.

Il Giappone, a partire dal 1990, fece lo stesso e condannò la propria economia a una stagnazione permanente.
Poiché la sola politica di acquisti di titoli e partecipazioni non era sufficiente a salvare il sistema bancario, la Fed si è inventata ulteriori programmi di credito, prestando denaro a istituzioni bancarie e non bancarie contro “carta commerciale”: praticamente cambiali senza garanzie reali e altri strumenti finanziari che ne hanno ulteriormente peggiorato il bilancio senza peraltro riattivare il mercato del credito.

Infatti, la politica di riduzione dei tassi di interesse praticamente a zero non incentiva le banche a offrire credito alla clientela privata.

I depositi che le banche detengono presso la Fed, cioè le loro riserve (in sostanza, i prestiti non garantiti), sono ora retribuiti dalla stessa Fed con un interesse superiore a quello che le banche otterrebbero prestando denaro alla clientela e quindi rischiando qualcosa.

D’altra parte, tassi bassi non richiamano dall’estero credito sotto forma di capitale, né incentivano, all’interno, la formazione di capitale sotto forma di risparmio necessario a fare ripartire l’economia.
Questa, per sommi capi, è stata la politica della Fed: artifici contabili che farebbero approdare una normale banca in tribunale mentre la massa monetaria degli Stati Uniti è raddoppiata in meno di un anno, un fatto senza precedenti nella storia di questo paese.

Intanto l’economia è in declino.

Speriamo che gli economisti capiscano, finalmente, che la moltiplicazione del denaro in un’economia non porta automaticamente alla moltiplicazione dei beni, ma alla loro eliminazione. Alcuni commentatori sostengono che l’attuale ritrosia delle banche a erogare il credito creato ex nihilo dalla Fed potrebbe far riprendere la deflazione, la quale obbligherebbe i soggetti economici a svendere i propri attivi per fare cassa, licenziare o fallire, portando l’economia alla depressione. Altri paventano il contrario: la Fed e il governo federale, considerata l’infruttuosità di tutti i tentativi finora compiuti, potrebbero varare altre misure di stimolo stampando e spendendo denaro senza limiti.

Nel momento in cui le banche riprendessero a erogare credito si scatenerebbe una iperinflazione.

Intanto la “produzione industriale” di dollari da parte della Fed viene comprata dai paesi in cambio di beni reali, come ad esempio fa la Cina, che ripresta questi stessi dollari al governo federale dopo che questi li traveste da titoli.

Ma fino a quando le economie potranno funzionare scambiando “carta” con prodotti? Fino a quando un’economia può indebitarsi più di quanto possa produrre?

Conclusione

La ripresa americana è un miraggio mentre sono stati creati tutti i presupposti per una depressione inflazionistica.

L’America del dilettante Obama e del Mefistofele dell’inflazione, Ben Bernanke, ha perseguito la politica di John Law, il finanziere scozzese del Settecento che, credendo bastasse stampare moneta fiduciaria (cioè cartacea) per dare una solida base finanziaria ai Paesi, distrusse l’economia francese. Ironia della sorte, la Fed, il salvatore di ultima istanza, è tecnicamente fallita.

Se si verificasse un default, solo il governo federale potrebbe salvarla e cosi si compirebbe quel destino che Marx aveva auspicato nel Manifesto del Partito Comunista del 1848: l’accentramento del credito in mano dello Stato mediante una banca nazionale con capitale dello Stato e monopolio esclusivo.

Così si vedrebbero anche realizzate le dottrine di Oscar R. Lange, Abba Lerner e H.D. Dickinson, gli economisti socialisti che insegnavano economia negli Stati Uniti durante gli anni Trenta del secolo scorso e sostenevano che gli investimenti di capitale dovessero essere determinati da funzionari di Stato piuttosto che dal mercato.

Non è forse quello che sta già accadendo?

Con tutte le misure statali e bancarie l’America ha trasformato la sua economia e sta per cadere in ginocchio nell’inconsapevolezza generale.

C’è solo una vera e unica exit strategy da applicare prima che ciò accada.

Restituire l’economia al suo legittimo proprietario: il mercato.

Tratto da Brunoleoni.it

Fed Wor(l)d

27 novembre 2009


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