Archivio per ottobre 2009
Il candidato del governo italiano come futuro ministro degli esteri UERSS: D’Alemolotov
31 ottobre 2009Tony Blair is unfit
31 ottobre 2009Articolo di Pasquale Annicchino
Non ce ne vogliano gli amici de Il Foglio che hanno lanciato la campagna per la candidatura di Tony Blair alla guida del Consiglio Europeo.
Chi scrive ha già espresso, mesi fa, la sua contrarietà. Se gli argomenti sul comportamento di Tony Blair durante la guerra in Iraq possono non convincere tutti i lettori, un liberale dovrebbe almeno preoccuparsi immaginando l’ex premier inglese a capo del Consiglio Europeo.
Se il record sulle politiche economiche può essere in larga parte condivisibile quello che preoccupa è la filosofia di governo che ha ispirato il partito laburista inglese durante gli anni di governo.
La Convention on Modern Liberty tenutasi a Londra lo scorso febbraio ha ampiamente dimostrato le violazioni sistematiche dei diritti civili compiute dal governo laburista durante le due legislature.
Per questo David Cameron rispondendo al report da noi redatto* (date un’occhiata ne vale la pena) dichiarò alla Convention:
When academics look back on Labour’s time in power the erosion of our historic liberties will surely be one of its most defining, and damning, aspects. Things we have long thought were part of the fabric of liberty in this country – such as trial by jury, habeas corpus with strict limits on the time that people can be held without charge, the protection of parliament against intrusion by the executive – have been whittled away.
Mentre Conor Gearty accademico vicino alle posizioni laburiste definì la Convention come un insieme di “covered right-wingers”, l’ Economist dedicò ampio spazio alla manifestazione.
Non siamo sorpresi dunque che statalisti del calibro di Walter Veltroni, Luciano Violante, e Andrea Romano (sul cui ruolo di direttore di Italiafutura abbiamo già riflettuto) sostengano oggi la candidatura di Tony Blair.
Ah, dimenticavo Silvio Berlusconi.
No, un liberale non voterebbe mai per Tony Blair.
*Anche il programma Taking Liberties di Channel 4 ha ampiamente dimostrato le sistematiche violazioni dei diritti civili da parte del New Labour.
Tratto da Chicago-blog.it
Europa, la riforma passerà. Purtroppo
31 ottobre 2009L’Europa è stata grande perché divisa: il processo di unificazione rischia di snaturarla nel profondo
Articolo di Carlo Lottieri
Molti commentatori prevedono che, tra non molto, con la firma di Vaclav Klaus il Trattato di Lisbona finirà per essere definitivamente ratificato.
Gli stessi conservatori inglesi di David Cameron hanno espresso una sostanziale accettazione e d’altro canto da tempo le istituzioni comunitarie stanno acquisendo competenze sempre maggiori (in tema di bilancio, e non solo: basti pensare a questioni come l’agricoltura o l’ambiente). L’orientamento prevalente, è chiaro, mira a consolidare tale tendenza.
Certamente in alcune parti d’Europa permangono orientamenti più o meno esplicitamente anti-europeisti, ma a ben guardare si alimentano di argomenti fragili o poco significativi.
L’ostilità verso l’Unione è dettata essenzialmente da ragioni nazionalistiche, che in qualche modo si squalificano da sole.
E anche quando l’avversione non nasce dalla difesa del proprio universo patriottico, le tesi euroscettiche veicolate dai media non sempre puntano al cuore del problema.
Sottolineare quanto l’apparato dell’Unione sia oneroso sul piano finanziario, ad esempio, significa sviare l’attenzione dalla questione principale.
Perché non c’è dubbio che oggi Bruxelles sia la capitale della burocrazia più inutile e parassitaria e il centro di irradiazione di direttive che intralciano la nostra vita quotidiana, generando leggi e leggine.
Ed è anche vero che i funzionari comunitari incistati nella capitale belga sono eccessivamente retribuiti e, in molti casi, hanno una produttività bassissima.
Ma le vere questioni che dovrebbe indurre ad opporsi a una crescente integrazione politica del continente sono altre.
Nell’Europa a ventisette non ancora unificata intorno a Bruxelles, infatti, i poteri nazionali sono chiamati a competere tra loro e tale situazione rappresenta un serio freno (di natura in qualche modo costituzionale) sulla strada di una loro crescita illimitata.
Sia per quanto riguarda le regole che per ciò che concerne la tassazione, ogni governante nazionale è obbligato a fare i conti con i comportamenti degli altri Paesi: e se ad esempio la Francia innalza la pressione fiscale, vi saranno sicuramente imprese che da Parigi si sposteranno a Londra.
Ciò che inibisce il governo francese da adottare un fisco troppo rapace.
Il pluralismo istituzionale rappresenta insomma una garanzia per le libertà di tutti: ed è anche per questo motivo che oggi i paradisi fiscali godono di una stampa tanto cattiva.
La possibilità di spostarsi con facilità da una giurisdizione all’altro impedisce alle classi politiche di costruire regimi oppressivi.
Ma quello dell’Unione è proprio un progetto volto ad “armonizzare” i diversi sistemi giuridici e tributari, rendendo nulla ogni forma di concorrenza: e non a caso da più parti oggi si parla di una tassazione su base “federale” quale premessa a un compiuto Stato europeo, che dovrebbe (nei sogni degli europeisti più accesi) ridurre le varie realtà nazionali al rango di entità subordinate.
Tra l’altro, l’unificazione del Vecchio Continente è un progetto intimamente anti-europeo, dato che sul piano storico il tratto più caratteristico della nostra vicenda è proprio da ricondurre alla frammentazione istituzionale.
Molti studiosi hanno evidenziato che se la civiltà europea ha superato quella cinese, che pure era arrivata a vette (anche tecnologiche) di straordinaria eccellenza, questo è stato effetto del pluralismo delle nostre istituzioni, che hanno evitato la deriva centralizzatrice conosciuta dei grandi imperi dell’Oriente.
L’Europa è stata grande perché divisa: il processo di unificazione rischia di snaturarla nel profondo.
Da Il Giornale, 11 ottobre 2009
La resistenza ceca
31 ottobre 2009Articolo di Stefano Magni
Non si vende la pelle dell’orso prima di averlo ucciso.
E’ questo il messaggio tacito della Repubblica Ceca al vertice europeo di Bruxelles.
Si sta infatti iniziando a discutere su chi sarà il prossimo presidente dell’Ue, un ruolo che verrà istituzionalizzato con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, quando Praga non ha ancora deciso di ratificarlo.
Manca solo la firma del presidente Vaclav Klaus per rendere effettivo il documento che richiede l’unanimità dei 27 membri dell’Unione.
E la suddetta firma non ci sarà prima del verdetto della Corte Suprema ceca, che ha accolto la richiesta esame di 17 senatori, vicini a Klaus.
Il premier svedese Frederick Reinfeldt, il cui Paese è presidente di turno dell’Ue, non nasconde la sua frustrazione: 17 uomini stanno bloccando l’intero processo di integrazione di 500 milioni di europei.
E una risposta da Praga non arriverà prima del 3 novembre, data in cui è prevista la sentenza della Corte Suprema.
Dopodiché è possibile che si attenda ancora, perché Klaus non ha fornito alcuna garanzia su una sua firma dopo la sentenza.
La resistenza a oltranza del presidente liberale ed euroscettico, ex dissidente nella Cecoslovacchia comunista e ora inviso a tutte le cancellerie europee, è spesso sbrigativamente spiegata con la sua ostinazione personale.
Ci si aggrappa ai particolari: si dice che Klaus, dopo l’entrata in vigore di Lisbona, tema il ritorno dei tedeschi espulsi dalla regione dei Sudeti dopo la II Guerra Mondiale e voglia garanzie in merito.
Ma questa è una spiegazione molto riduttiva: quello del ritorno dei tedeschi era solo un esempio, provocatorio e retorico, che nasconde ben altra critica all’Ue.
Per Klaus, infatti, firmare il Trattato vuol dire rinunciare all’indipendenza della Repubblica Ceca. Lo ha spiegato a chiare lettere nella sua nota inviata alla Corte Suprema per l’esame di costituzionalità del testo di Lisbona, lo ha ribadito durante la celebrazione dell’indipendenza del 28 ottobre: “La Corte Suprema” – scrive il presidente ceco – “sta decidendo su una materia fondamentale per il futuro del nostro Paese.
Sta decidendo sul futuro dello Stato, della sovranità per cui le nostre precedenti generazioni si sono battute in due guerre mondiali, una sovranità che è stata riconquistata dopo che ci era stata sottratta dal potere totalitario comunista.
Venti anni dopo la restaurazione della nostra democrazia, ora dobbiamo ancora decidere, questa volta liberamente e volontariamente, se disfarci della nostra indipendenza cedendola nelle mani di istituzioni europee al di fuori dal controllo dei nostri cittadini”.
Altro che Sudeti! Quel che contesta Klaus è l’intera legittimità dell’Unione Europea.
Posta in questi termini, è possibile dunque che la sua resistenza a Lisbona possa durare ancora a lungo.
Almeno fino alla prossima primavera, quando potranno arrivare rinforzi freschi alla causa euroscettica.
Quando, cioè, è prevista una vittoria dei conservatori britannici: il loro leader, David Cameron, ha già espresso l’intenzione di rimettere in discussione il Trattato con un referendum popolare.
Tratto da L’Opinione 30 ottobre 2009
Klaus, il liberista che dà fastidio all’Europa
31 ottobre 2009Il Presidente ceco costretto a firmare il Trattato di Lisbona cui si è sempre opposto.
Articolo di Carlo Lottieri
In molti, tra gli euroscettici, hanno sperato che il presidente ceco Vaclav Klaus si ponesse quale pietra d’inciampo sulla strada di un potere europeo che procede a tappe forzate verso la costruzione dello Stato continentale e che vede nel Trattato di Lisbona una tappa cruciale nel perseguimento di tale obiettivo.
Ma la speranza che egli imiti quel giovane che sulla piazza di Tienanmen, nel 1989, bloccò l’avanzata di un carro armato dell’ esercito cinese, è destinata ad essere delusa: ieri ha ammesso che sarà costretto a cedere.
Non si tratta di mancanza di coraggio, ma dell`ovvia considerazione che una piccola nazione non può impedire il funzionamento dell’intera Unione.
Forte del sostegno popolare (gli ultimi sondaggi parlano di due cechi su tre che ne condividono la battaglia), Klaus cercherà di ottenere qualche eccezione per la Cechia e poi lascerà che gli europei -se lo vogliono-proseguano sulla loro cattiva strada.
La lezione che in queste settimane ha impartito è però importante, perché ricorda un po’ a tutti che si può fare politica a partire da solidi principi.
E d’altra parte – insieme all’estone Mart Laar, al polacco Leszek Balcerowicz, al georgiano Kakha Benduckize e a pochi altri egli fa parte di quella pattuglia di ardimentosi che, dopo il crollo del Muro, hanno avuto l’audacia di battersi per riforme vere: nella direzione del mercato e della proprietà privata.
Economista cecoslovacco non allineato all’inizio degli anni Settanta, e quindi messo da parte dal regime, Klaus ha conosciuto le idee liberali in Italia, nel corso di un periodo di studi passato a Napoli. Antonio Martino ama raccontare che quando il collega boemo gli spiegò tutto ciò, egli obiettò che la cosa gli suonava strana, data la scarsità di studiosi favorevoli al libero mercato, in quella come in ogni altra città italiana.
Ma Klaus gli rispose che a Napoli, in verità, aveva avuto modo di trovare i libri giusti: e quello era stato sufficiente.
Con la fine del comunismo egli si butta in politica e – prima come ministro delle Finanze e poi come presidente del Consiglio è fautore di riforme importanti.
Così quando molti sono tentati dall’abbracciare soluzioni pasticciate (né liberali, né socialiste), egli dichiara che la terza via tra Stato e mercato è la strada più breve per arrivare nel Terzo mondo.
In particolare, è lui a ideare quelle privatizzazioni che puntavano non solo a rendere più efficiente l’economia, ma soprattutto a restituire ai cittadini il controllo su quelli che i marxisti sono soliti chiamare i “mezzi di produzione”.
Dopo l’esproprio statalista operato dai gestori del bene comune, è questo paladino del libero mercato a pretendere che le azioni di molte aziende pubbliche siano distribuite alla gente in forma di “voucher”.
La riforma funzionò solo in parte, soprattutto perché non fu accompagnata da una liberalizzazione del sistema finanziario, così che i fondi di investimenti cechi (a cui i cittadini affidarono la gestione dei titoli) non furono sottoposti a una vera concorrenza.
Per giunta, non mancarono episodi di corruzione e molti sabotaggi da parte dell’apparato statale, a dimostrazione del fatto che cinquant’anni di socialismo reale lasciano il segno.
Ma a dispetto delle difficoltà, la svolta vi fu: sul piano economico come su quello culturale.
Non a caso oggi Klaus avversa il Trattato di Lisbona perché – come ha ricordato lo scorso 10 settembre – vede in esso una minaccia alla stabilità dei titoli di proprietà.
L’ordine giuridico ceco guarda insomma con preoccupazione alle logiche interventiste e egualitarie che dominano il “Brussels consensus”.
Controcorrente quando avversa il dirigismo degli eurocrati, Klaus non è uomo che tema di sfidare i luoghi comuni.
E nona caso è autore di un volume intitolato Pianeta blu, non verde (edito in Italia da IbI Libri) in cui smonta i dogmi dell’ ecologismo in materia di riscaldamento globale.
La sua tesi è che il fondamentalismo dei verdi minaccia la natura stessa dell’Occidente e per questo bisogna contrastarlo in ogni occasione.
Per Klaus, la libertà non è mai acquisita informa definitiva, una volta per sempre.
Ed è anche per questo che egli ama definirsi tuttora, nonostante il comunismo sia finito nella spazzatura della storia, un “dissidente europeo”.
da Il Giornale, 19 Ottobre 2009
A Permanent Roman (Tax) Holiday
30 ottobre 2009Cutting Italy’s burden on businesses should be welcomed by anyone interested in Italian prosperity.
Silvio Berlusconi is finally getting around to the supply-side tax cuts that Italians have three times elected him to deliver.
Too bad that politics stand in the way.
The “Regional Tax on Productive Activities,” or IRAP—which Mr. Berlusconi has dubbed the “imposta rapina,” or robbery tax—effectively taxes the value of a company’s net production, including its bottom-line income, its labor costs, its borrowing, and its financial gains.
With a base rate of 3.9%, it grows steeper when a business employs more workers.
It is heaped on top of Italy’s main corporate rate of 27.5%, its dividends and capital-gains taxes, property taxes, social security charges, registration fees, and stamp duties.
Rome has nudged corporate taxes down incrementally in recent years, but the country maintains heavier burdens than Sweden, Greece, and the U.K.
So Mr. Berlusconi’s declaration last week that he wants to reduce and eventually abolish the tax should be welcomed by anyone interested in Italian prosperity.
That’s why we’re troubled to learn the cuts could be scuppered by none other than Finance Minister Giulio Tremonti, who is reportedly so dead-set against a repeal that he has threatened to resign over the issue.
Mr. Tremonti’s chief concern is with recouping the roughly €40 billion that IRAP raked in last year, which finances much of regional health-care spending.
The tax is particularly valuable to Rome because, unlike so many of its other levies, it turns out to be very difficult to cheat.
And given Mr. Tremonti’s closeness with the Northern League, a key partner for Mr. Berlusconi’s PDL party, his threat to resign carries major political risks for the Prime Minister.
We’ve long thought well of Mr. Tremonti, under whose stewardship Italy has adopted a fiscally neutral stimulus package and kept unemployment (at 7.4%) comfortably below the continental average.
But Italy’s larger problem is a debt-to-GDP ratio forecast at 115%, and we’d challenge Mr. Tremonti to bring that down to manageable proportions without growing the economy.
Cutting taxes that penalize business the way IRAP uniquely does is one good way to get to growth, as is cutting every other tax that encourages Italy’s culture of evasion and avoidance.
The risk now is that Italy will wind up with a lose-lose compromise: A mincing reduction in the tax, not enough to improve incentives to invest, risk and expand, but big enough to sink Rome further into the red.
That would be quite a result for a country that has put up with Mr. Berlusconi’s antics time and again because they share his optimism about their potential to grow and prosper.
Tratto da http://online.wsj.com/
Banche svizzere nel mirino della finanza italiana!
30 ottobre 2009“Sono settantasei le filiali di banche svizzere e di uffici bancari collegati a intermediari elvetici o situati nei pressi di San Marino controllati, stamattina, da centinaia di agenti del Fisco“.
A dirlo non è un’agenzia di stampa, ma la stessa Agenzia delle entrate del Governo italiano in un comunicato stampa.
L’operazione si è svolta in nove regioni.
Tra queste la Lombardia dove, a Milano, la filiale di UBS ha ricevuto la visita degli agenti del fisco. La portavoce della banca, Paola Biscaldi, non ha tuttavia voluto dire all’ATS se siano stati o meno sequestrati documenti.
Il Credit Suisse, dal canto suo, si è trincerato dietro un “no comment“.
Oltre alla Lombardia i controlli sono stati effettuati in: Campania, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Marche, Piemonte, Toscana e Veneto.
Interessato dal “blitz” – e citiamo sempre dal comunicato – “un primo campione di soggetti particolarmente a rischio“.
Obiettivo: “garantire il preciso e puntuale rispetto degli obblighi di comunicazione e, dunque, la completezza dei dati contenuti nell’Archivio dei rapporti finanziari.
Informazioni che rivestono fondamentale importanza ai fini della lotta agli illeciti fiscali internazionali e, più in generale, del contrasto all’evasione“.
L’Agenzia precisa che saranno sviluppate ulteriori campagne di controlli che interesseranno altre categorie di operatori finanziari.
Tratto dal Corriere del Ticino
La battaglia del fisco
30 ottobre 2009Il centrodestra non deve dimenticare le riforme economiche e deve riportare sul fisco nell’agenda politica
Articolo di G. De Lucia
Quel che però è mancato all’esperienza berlusconiana, soprattutto nel quinquennio 2001-2006, è stata un’adeguata gestione dell’economia.
Complici gli alleati (An e Udc hanno molti elettori al sud e nel pubblico impiego, mentre la Lega ha fatto del populismo comunitario la propria bandiera) e l’involuzione in senso “comunitario” del Ministro Tremonti, quel che è mancato è stato proprio ciò che più ci si attendeva da Silvio Berlusconi, ossia quell’opera di modernizzazione e liberalizzazione del paese accompagnata da una forte riduzione della pressione fiscale. Insomma, meno Stato e più mercato.
Purtroppo, alla prova dei fatti, è emerso il deficit culturale del centrodestra, specie in campo economico.
Purtroppo, decenni di contrapposizione tra comunisti e anticomunisti hanno fatto dimenticare che il liberalismo non si esaurisce nell’anticomunismo.
Questo, mentre sul versante politico opposto si è sempre pensato al primato della politica, bollando ogni tentativo di riforma liberale con la solita odiosa e stucchevole frase: “Perché tanto siamo in Italia e certe cose non cambieranno mai”, finendo così per spingere gli economisti fra “le braccia del nemico”.
Così, tocca a un quotidiano locale come La Voce di Romagna intraprendere una battaglia contro il fisco.
Da La Voce di Romagna, 14 settembre 2009
Ancona 31 ottobre 2009: Conferenza libertaria ML
30 ottobre 2009
Per maggiori informazioni rivolgersi a Movimentolibertario.it
Facco: Abolire l’Irap!
30 ottobre 2009Tratto da Movimentolibertario.it
Fuga da New York: Colpa del fisco!!!
30 ottobre 20091997: Fuga da New York fu il titolo di un film degli anni Ottanta con l’attore libertarian Kurt Russell.
Dipinse una città di fuorilegge, dove l’eroe di turno salva un importante sequestrato rischiando la propria vita.
Una finzione.
Ma secondo il New York Post, oggi la fuga da Manhattan, e dalla vicina, più tranquilla Brooklyn, è una realtà.
Non è però la violenza, la criminalità a causarla, bensì il fisco.
A partire dal 2000, oltre un milione di persone hanno lasciato New York e i sobborghi per pagare meno tasse, oltre un milione e mezzo se si include il resto dello Stato.
È il massimo esodo americano del primo decennio, scrive il giornale, che parla di «rifugiati del fisco».
L’inverso degli anni Sessanta, quando la popolazione si spostava dal Sud al Nord.
Per Manhattan, la città di ricchi per antonomasia, è un salasso finanziario, lamenta il New York Post.
Gli abitanti che se ne sono andati avevano un reddito medio di 92 mila dollari annui, mentre i nuovi venuti, che sono in numero molto inferiore, ne hanno uno di 72 mila dollari.
Se si somma l’effetto del «crack» di Wall Street del 2008 e della attuale recessione economica sui bilanci familiari, si capisce perché le casse della Grande Mela si stiano svuotando.
Solo nel biennio 2006 – 2007, calcola l’Empire center, lo stato di New York ha perso 4 miliardi e mezzo di dollari.
Manhattan e Brooklyn dovranno stringere le cinghia per parecchio tempo: la dolce vita newyorchese rischia di diventare amara.
Stando all’Empire center, che ha esaminato i dati del censimento e del fisco, alla fuga ha contribuito il trauma della strage delle Torri gemelle del 2001.
Ma prima ancora che alla ricerca di una città meno esposta al terrorismo, i rifugiati della Grande Mela sono andati alla ricerca di un mezzo paradiso fiscale: quasi 300 mila si sono spostati in quegli stati del Sud e dell’Ovest, la Virginia e il Nevada ad esempio, dove si pagano soltanto le tasse federali, non anche quelle statali.
E’ una delle ragioni per cui i prezzi delle case a Manhattan sono molto diminuiti.
Il sindaco Mike Bloomberg sperava di rifarsi quest’anno con le tasse sulle grandi banche, che hanno registrato enormi profitti.
Speranza vana: grazie alle perdite dell’anno scorso, le banche verseranno al fisco poco o nulla.
Tratto da Corriere.it
Drugs giant GSK says profits soar
29 ottobre 2009Drugs group GlaxoSmithKline, maker of swine flu vaccine Pandemrix, said Wednesday that net profits surged 30 percent in the third quarter, aided by the weak pound and emerging markets.
The group forecast “further improvement” and “significant sales” in the fourth quarter due to influenza products, as the world’s governments prepare for mass vaccination programmes to prevent further spread of swine flu.
GSK said in a results statement that net profit surged to 1.335 billion pounds in the three months to September, compared with the same portion of 2008.
“We are seeing direct evidence of success in our strategy to grow and diversify the business away from ‘white pill/western markets‘,” said chief executive Andrew Witty in the earnings release.
Emerging market sales grew 25 percent in the third quarter and Japanese sales soared 19 percent. Sales of consumer healthcare products meanwhile increased by eight percent.
On the downside, US sales sank 12 percent owing to intense competition from makers of generic drugs.
“Our third quarter performance reinforces our expectations of an improved performance for GSK in the second half of 2009,” added Witty.
“In the fourth quarter, I expect further improvement including significant sales generated from our influenza products.”
Revenues meanwhile increased by 15 percent to 6.76 billion pounds in the reporting period. Stripping out the effect of exchange rates, however, revenues grew by three percent.
GSK currently has orders for 440 million doses of its swine flu vaccine, Pandemrix, ahead of the northern hemisphere’s winter that could bring a second wave of the virus.
Earlier this month, the European Commission cleared Pandemrix and another vaccine, Focetria, for distribution in Europe.
Focetria is produced by Swiss firm Novartis.
Tratto da http://www.prisonplanet.com/
Another Flu Emergency
29 ottobre 2009Article by Karen de Coster
Well, since Wimpus Americanus cannot ride out the flu, the FDA, in an emergency ruling, approved an unapproved drug (antiviral drug peramivir) for use in “some cases.”
Hospitals in the U.S., where hundreds of swine flu patients are being admitted daily, may use BioCryst Pharmaceutical Inc.’s antiviral drug peramivir in some cases under a Food and Drug Administration emergency ruling.
The FDA authorized on Oct. 23 the use of an intravenous version of the medicine, which is in final-stage testing in the U.S., to treat confirmed or suspected swine flu in children and adults who may not benefit from conventional treatments or where an infusion is likely to be more beneficial.
The decision will spur wider use of BioCryst’s unapproved drug and give physicians an alternative to Roche Holding AG’s Tamiflu tablet and GlaxoSmithKline Plc’s inhaled medicine Relenza.
…BioCryst shares have surged more than fivefold to $9.66 since the new H1N1 influenza strain was reported in Mexico and the U.S. in late April and reached a three-year high of $12.80 on Aug. 26.
It turns out that the Department of Health and Human Services has nicely funded the testing of peramivir (shocking!) so it could roll the drug out in time for its pandemic/national emergency. Surely there’s no hanky-panky going on here.
I love how the article says, “Investors love federal support, and they quickly boosted BioCryst’s shares by 7 percent in premarket trading.”
Like I always say, the Medical-Congressional-Pharmaceutical complex never hides its dirty deeds.
The money changes hands very openly, but still I’ll get occasional snide comments from the true believers who like to go along to get along so their security and well-being isn’t interrupted by silly stuff like thinking…
Tratto da http://www.lewrockwell.com/blog
La truffa dell’influenza suina
29 ottobre 2009Articolo di Andrew Bosworth
L’allarme è suonato.
I politici, i dirigenti delle farmaceutiche ed i conglomerati dei media vorrebbero farci credere che una pandemia stile 1918 sia una minaccia reale.
La pandemia del 1918, tuttavia, si è evoluta nelle condizioni uniche della Prima Guerra Mondiale, per quattro motivi specifici.
Perché il 2009 non è il 1918
Innanzitutto, la Prima Guerra Mondiale fu caratterizzata da milioni di truppe che vivevano nelle trincee allagate lungo il fronte occidentale.
Questa zona di guerra si trasformò in un terreno fertile per un virus opportunista, come la letteratura medica rivela:
“… un paesaggio contaminato da irritanti respiratori quali il cloro ed il fosgene e caratterizzato da fatica e sovraffollamento, la parziale inedia tra i civili e l’occasione per il veloce ‘passaggio’ dell’influenza tra giovani soldati avrebbe fornito l’occasione per multiple ma piccole alterazioni mutazionali in tutto il genoma virale.” [1]
Secondo, la guerra vide lo sviluppo di accampamenti e porti d’imbarco militari su scala industriale, come Etaples in Francia, permettendo al virus dell’influenza di entrare in un’altra fase di mutazione accelerata.
In quei giorni Etaples era una città improvvisata di 100.000 truppe provenienti da tutto l’Impero Britannico e dai suoi ex domini. Questi soldati erano concentrati in antigieniche caserme, tende e mense.
Oggi, molte città e nazioni hanno dense concentrazioni di persone; nessuna di queste, tuttavia, è geograficamente isolata nelle stesse condizioni di una guerra di trincea e degli schieramenti stile Prima Guerra Mondiale.
Naturalmente, ci sono micro-popolazioni nelle prigioni (soggette a tubercolosi resistenti ai farmaci), nelle caserme militari (soggette ad agenti patogeni respiratori ed infezioni meningococciche) e sulle navi da crociera (soggette al Norovirus) – tutte prove del legame fra isolamento umano da un lato e malattia infettiva dall’altro.
Terzo, dopo la guerra, navi come la USS Alaskan si sono trasformate in capsule di Petri galleggianti.
Migliaia di soldati vennero stipati come sardine per il lungo viaggio verso casa, permettendo che il virus si riproducesse all’interno di unità ermeticamente chiuse.
Quarto, le truppe vennero ammucchiate in vagoni chiusi per il viaggio di ritorno alle basi militari, dove infettarono le nuove reclute.
Più tardi, fu documentato che i reggimenti dell’esercito le cui caserme prevedevano soltanto 13 metri quadri per soldato ebbero un’incidenza di influenza fino a dieci volte quella dei reggimenti che permettevano 23 metri quadri per persona. [2]
Il virus dell’influenza del 1918 diventò pandemico perché, durante la Prima Guerra Mondiale, il normale rapporto ospite-agente patogeno venne abbandonato quando milioni di giovani furono ammucchiati in confinamento geografico.
Nella Prima Guerra Mondiale, un virus influenzale si presentò con un numero apparentemente illimitato di ospiti quasi tutti giovani, maschi e con il sistema immunitario compromesso.
Non limitato e non controllato dalle usuali abitudini del comportamento umano, il virus è andato canaglia.
I virus dell’influenza sono furbi, ma non sono suicidi: se l’ospite si estingue anche il virus si estinguerà.
La strategia evolutiva, dalla prospettiva del virus, è di rimanere un passo avanti – ma non due – al sistema immunitario sia degli esseri umani che degli animali.
Il virus dell’influenza mira ad infettare e riprodursi senza uccidere una massa critica degli ospiti, del branco, in modo che la virulenza del virus si smorza dopo essere diventata mortale per gli individui ai margini della popolazione ospite: i deboli e gli anziani.
La Prima Guerra Mondiale sconvolse questo rapporto sincronizzato e co-evolutivo fra i virus dell’influenza e le popolazioni umane.
Dal 1918 non c’è stata nessuna influenza abbastanza forte da produrre, in milioni di persone, una “tempesta di citochina,” che è una reazione esagerata immunologica che conduce all’edema polmonare (i polmoni si riempiono di liquido) – la maledizione di quelli con il sistema immunitario più forte, normalmente fra i 20 e i 40 anni.
Nelle normali pandemie di influenza, anche in quelle gravi, il virus uccide una parte dei deboli e degli anziani.
Questo pare sia stato il caso nel 1837 per la Germania e nel 1890 per la Russia, benché le prove mediche certe scarseggino.
Fu certamente vero per l’influenza asiatica del 1957 e l’influenza di Hong Kong del 1968, nessuna delle quali fu significativamente mortale per i giovani adulti.
L’influenza del 1976-1977 venne esposta come bufala, truffa, con molto più morti per il vaccino che per l’influenza in sé.
Effettivamente, il 1918 fu un’aberrazione.
Da allora, nessuna influenza ha falciato via tanta gente: circa 500.000 Americani e una cifra fra i 25 e i 50 milioni di persone in tutto il mondo in tre ondate: la prima a marzo, poi ad agosto (l’ondata più mortale), quindi ancora nel novembre del 1918, fino alla primavera del 1919.
Le origini della pandemia de 1918 si possono far risalire alle trincee della fronte occidentale nel 1915, 1916 e 1917: alla prima guerra industriale ed internazionale su vasta scala del mondo.
Non ci fu altra causa: se la Prima Guerra Mondiale non fosse stata combattuta, è inconcepibile che la pandemia di influenza del 1918 sarebbe stata così severa.
Oggi, nel 2009, assenti le condizioni della Prima Guerra Mondiale, è assurdo che le autorità politiche e mediche sostengano che l’influenza suina sia una minaccia alla società.
Le origini misteriose del virus dell’“influenza suina” H1N1
Se l’attuale virus dell’influenza suina H1N1 diventerà anormalmente mortale, tre sarebbero le principali spiegazioni: la prima, che il virus sia stato liberato casualmente, o sia fuoriuscito, da un laboratorio; la seconda, che l’impiegato scontento di un laboratorio abbia liberato il virus (come accaduto, secondo la versione ufficiale degli eventi, con l’attacco all’antrace del 2001); la terza, che un gruppo, una società o un ente governativo abbia liberato intenzionalmente il virus per interessi di profitto e potere.
Ciascuna delle tre alternative rappresenterebbe una spiegazione plausibile se il virus dell’influenza suina dovesse diventare mortale.
Dopo tutto, il virus dell’influenza del 1918 era morto e sepolto – fino a che, cioè, degli scienziati hanno dissotterrato una bara per ottenere una biopsia del cadavere in essa contenuto. Più tardi, i ricercatori hanno similmente disturbato una donna Inuit sepolta sotto il permafrost. [3]
L’Istituto di Patologia delle Forze Armate degli Stati Uniti, con uno scienziato della Facoltà di Medicina di Mount Sinai, hanno quindi cominciato a ricostruire la Spagnola del 1918.
Se l’Iran o la Corea del Nord si fossero dedicati ad esperimenti da Frankenstein (con tanto di saccheggio di tombe) per ricostituire il virus del 1918 gli Stati Uniti ed il Regno Unito avrebbero fatto fuoco e fiamme al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
La cosa interessante è che numerosi medici e scienziati sospettano che il virus dell’influenza suina sia stato coltivato in un laboratorio.
Un noto virologo australiano, Adrian Gibbs – che è stato uno dei primi ad analizzare le proprietà genetiche dell’influenza suina del 2009 – crede che degli scienziati abbiano accidentalmente creato il virus H1N1 producendo vaccini.
E il dottor John Carlo, direttore medico di Dallas Co., ha detto: “questa forma d’influenza suina che è stata coltivata in laboratorio è qualcosa che non è mai stato visto prima negli Stati Uniti e nel mondo, quindi questa è effettivamente una nuova forma d’influenza che è stata identificata.” [4]
A causa di ciò, il virus dell’influenza suina del 2009 – che deve ancora essere rilevata negli animali – ha un pedigree piuttosto sospetto.
La campagna di propaganda
Su tutti i media mainstream, i notiziari annunciano una morte per influenza suina dopo l’altra (anche se l’influenza ordinaria uccide circa 35.000 americani ogni anno).
Ad un esame più accurato di ciò che passa per giornalismo, si scopre che le vittime avevano “problemi sanitari di fondo,” “una comune condizione della salute di fondo,” o “condizioni mediche significative.”
Un titolo ha persino strombazzato: “Madre con influenza suina muore dopo aver partorito, lasciando il suo bambino prematuro a lottare per la vita,” e soltanto più tardi, sepolto in profondità nel resoconto sottostante, si spiegava che aveva “altri problemi di salute” che includevano l’essere costretta su una sedia a rotelle a causa di un grave incidente stradale.
Cittadini in tutto il mondo sono sempre più scettici sui titoli allarmistici seguiti da spiegazioni in caratteri minuscoli.
Sono a disagio di fronte ai tentativi di creare il “bispensiero” – un termine coniato da George Orwell in 1984 che si riferisce all’intrattenere due idee contraddittorie simultaneamente, paralizzando il pensiero critico.
I media non hanno mai avuto l’abitudine di segnalare casi di persone che, senza motivo, sono morte d’influenza.
Dei 35.000 americani che muoiono ogni anno per malattie correlate all’influenza, alcuni sono relativamente giovani e sani.
Succede.
Quest’anno, tuttavia, le loro storie occupano le prime pagine.
Secondo le ultime notizie l’influenza suina H1N1 può colpire i polmoni e condurre alla polmonite. Ma questo è ciò che distingue l’influenza dal raffreddore comune in primo luogo; ed ecco perché decine di migliaia di anziani muoiono ogni anno per sintomi di tipo influenzale.
Fox News ha persino sostenuto che “questo cambia e subisce mutazioni e ritorna in forme diverse…,” (come tutti i virus dell’influenza).
In breve, i media ora usano gli stessi sintomi ordinari dell’influenza per alimentare la paura.
Fortunatamente, un’onda crescente di media online sfida la propaganda.
Nel 1976, non c’erano voci contrastanti e gli spot manipolativi della televisione del Centro di Controllo delle Malattie dominavano le onde radio.
Fortunatamente, come testamento per la sfacciataggine ufficiale, questi video sono ora archivati e reperibili su internet sotto il titolo “1976 Swine Flu Propaganda.”
Ora come allora, la politica pandemica del governo degli Stati Uniti si alterna fra il ridicolo ed il ripugnante.
Il sito del governo sull’influenza è rivelatore.
In primo luogo, la sezione storica sul virus del 1918 è intellettualmente disonesta, non facendo assolutamente nessun collegamento fra le condizioni uniche della Prima Guerra Mondiale e la pandemia d’influenza; al contrario, il sito propaga l’errata nozione che questo virus sia spuntato fuori all’improvviso.[5]
In secondo luogo, il sito annuncia un assurdo video concorso in stile American Idol: “Crea un Video sulla Prevenzione o la Cura dell’Influenza & Vinci 2500 Dollari in Contanti!” (Il Congresso ha stanziato 8 miliardi di dollari per la prevenzione dell’influenza suina e può offrirne solo 2.500 ai proles – o, piuttosto, all’unico prole che, sollevandosi sopra la mediocrità, meglio ripeterà la linea del partito.)
E terzo, il sito incoraggia l’uso di Twitter per “essere informati…”
C’è qualcosa di vagamente inquietante in un governo federale degli Stati Uniti che promuove Twitter come forma di resistenza all’autoritarismo straniero, mentre, simultaneamente, usa la rete sociale per confederare e proteggere ulteriormente l’abuso di potere nel paese.
1976 + 1984 = 2009
In definitiva, sembra che la pandemia d’influenza suina del 2009 non sarà un 1918.
Potrebbe però essere una truffa stile 1976, con scopi di potere e profitto, con dentro una punta di 1984 di Orwell per buona misura.
Note
1. JS Oxford, A Sefton, R Jackson, W Innes, RS Daniels e NPAS Johnson, “World War I may have allowed the emergence of ‘Spanish’ influenza,” The Lancet/ Infectious Diseases Vol. 2 February 2002.
2. CR Byerly. 2005. Fever of War: The Influenza Epidemic in the U.S. Army During World War I. New York, NY: New York University Press.
3. Ann H. Reid, Thomas G. Fanning, Johan V. Hultin, e Jeffery K. Taubenberger, “Origin and Evolution of the 1918 Spanish Influenza Virus Hemagglutinin Gene,” PNAS Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America. Division of Molecular Pathology, Department of Cellular Pathology, Armed Forces Institute of Pathology, Washington, DC. Communicated by Edwin D. Kilbourne, New York
4. Paul Joseph Watson, “Medical Director: Swine Flu Was ‘Cultured In A Laboratory.” questa forma d’influenza suina che è stata coltivata in laboratorio è qualcosa che non è mai stato visto prima negli Stati Uniti e nel mondo, quindi questa è effettivamente una nuova forma d’influenza che è stata identificata, 26 aprile 2009.
5. http://www.flu.gov/
Tratto da gongoro.blogspot.com/
Ron Paul Questions: Why Obama daughters haven’t taken Swine Flu Vaccine?
29 ottobre 2009Article by Paul Joseph Watson by Prison Planet
Congressman Ron Paul has questioned why, despite his efforts to encourage the general public to get vaccinated against the H1N1 virus, President Barack Obama has refused to allow his own daughters to take the swine flu shot.
Despite the fact that Obama on Friday declared a national emergency in response to the H1N1 outbreak, he apparently doesn’t deem it enough of a threat to have his two daughters vaccinated against the virus.
Such double standards have led media pundits to call for Obama to get his daughters vaccinated on live television, in an effort to encourage American parents to do the same for their kids.
The swine flu vaccination program, which was initially intended to be a “mass” inoculation covering the entire population, has been rejected by a majority of Americans who harbor deep suspicions about dangerous additives contained in the vaccine such as mercury and squalene.
In a Campaign For Liberty video message, former Presidential candidate Ron Paul labeled the vaccination program a “failure,” and slammed Obama for failing to follow the same advice he gave to the nation.
“It’s interesting to note that the President’s children have not gotten their shots and the explanation for this is it hasn’t been available to them – now that’s a little bit hard to buy when you think that probably anything the President wants can be available for their children,” said Paul, adding, “So in a way he’s made his decision not to give his children these inoculations – so if he has freedom of choice on this, I would like to make sure that all the American people have the same amount of freedom of choice.”
Others have echoed similar sentiments. “Surely if there is a national emergency and if the President and First Lady of the United States wanted flu shots for their daughters, they could get them. It is certainly connected to our national security right? I mean the president needs to have his wits about him 24/7 not worrying over sick children. Could this instead be yet another case of “do as I say, not as I do” from the Obama administration?” writes Cathryn Friar.
Paul compared Obama’s hypocrisy to politicians who lobby for the virtues of public education yet in every instance educate their own children privately.
“The biggest champions of public education make sure their kids never get public education, they always get private education where there’s a lot better choices than the kind of system they’re promoting,” said the Congressman.
Obama certainly isn’t stupid enough to inject his own kids with the same toxic soup that he encourages the idiot public to receive, and will probably be keen on getting access to the special additive-free swine flu shots produced by Baxter International that have been made available for the elite.
As Spiegel Online reported earlier this month, German Chancellor Angela Merkel and government ministers received a mercury and squalene-free H1N1 vaccine. “The Vakzin [vaccine] does not contain disputed additives — contrary to the vaccine for the remainder of the population,” reported the newspaper.
Soldiers in the German army were also given the adjuvant-free vaccine.
Employees of the Paul Ehrlich Institute in Germany also received the “green” inoculation after their president Johannes Löwer labeled the vaccine a greater threat than the virus itself.
Löwer’s comment came after German lung specialist Wolfgang Wodarg said the vaccine increases the risk of cancer.
The nutrient solution for the vaccine consists of cancerous cells from animals.
In the video update, Congressman Paul also warned that Obama’s emergency declaration on Friday was part of a plan to condition people to accept the notion of government as protector and coerce the public into complying with whatever they say, including forced quarantines.
Tratto da Campaignforliberty.com
Swine Farm
29 ottobre 2009
Usa: emergenza nazionale per influenza A
29 ottobre 2009L’atto formalizzato da Obama permette di mettere in atto misure straordinarie per affrontare l’infezione
WASHINGTON – Il presidente Usa, Barack Obama, ha dichiarato l’influenza «A» «emergenza nazionale» in Usa.
Lo ha annunciato la Casa Bianca.
In una dichiarazione diffusa da Washington, la Casa Bianca precisa che Obama ha firmato la dichiarazione di emergenza venerdì 23 ottobre, un fatto che permette, tra l’altro, di accelerare la distribuzione dei vaccini e di avviare operazioni su vasta scala, se necessario, per arginare l’epidemia o la pandemia.
Tratto da Corriere.it
«Atomiche Usa via dalla Germania» La svolta dei liberali al governo
28 ottobre 2009Articolo di Salvo Mazzolini
Guido Westerwelle, leader dei liberali tedeschi e nuovo ministro degli Esteri della Germania, è un personaggio che ama sorprendere e spiazzare gli avversari.
In pochi anni ha radicalmente cambiato l’immagine del suo partito trasformandolo da partito di austeri conservatori in una forza politica che pur rimanendo collocata nell’area di centrodestra è all’avanguardia nella difesa dei diritti civili e nelle battaglie ecologiche, sottraendo così voti non solo ai verdi e agli alleati cristianodemocratici di Angela Merkel ma persino ai socialdemocratici.
E ora che si appresta a guidare la diplomazia della prima potenza d’Europa (l’insediamento è avvenuto oggi dopo il voto di fiducia del Bundestag) ha annunciato un’iniziativa destinata a imprimere nuovo dinamismo alla politica estera di Berlino.
La rimozione di tutte le testate nucleari stazionate sul suolo tedesco.
Un’iniziativa che sul piano degli equilibri strategici non avrà un peso particolarmente rilevante ma con un forte impatto sia sul piano internazionale che su quello interno.
Le testate nucleari ancora presenti in Germania sono poco più di una ventina, tutte concentrate nelle basi americane della Baviera e del Baden Württemberg battenti bandiera Nato.
È ciò che rimane dell’imponente arsenale atomico schierato dall’Alleanza atlantica ai tempi della guerra fredda quando la Germania era il principale avamposto contro il blocco comunista.
Dopo il crollo del muro di Berlino, la disintegrazione dell’Unione Sovietica e lo scioglimento del Patto di Varsavia, il numero delle testate nucleari in terra tedesca è andato progressivamente assottigliandosi.
Sono state rimosse le testate montate su missili a corta gittata, in grado quindi di colpire obiettivi in Paesi che ora fanno parte dell’Unione europea, e mantenute quelle su missili capaci di raggiungere gli Urali diventate uno dei principali bersagli del movimento pacifista.
Con la decisione di aprire al più presto negoziati per l’eliminazione delle rimanenti testate nucleari sul territorio tedesco, Westerwelle ha qualificato concretamente la Germania come il primo Paese capace di creare le condizioni per un mondo senza armi di distruzione di massa (anche rispetto alle sole chiacchiere di Obama).
E inoltre ha rafforzato la posizione di Berlino sia nel dialogo con Mosca poiché ogni rinuncia comporta contropartite, sia nei negoziati per impedire all’Iran di costruire la bomba atomica (la Germania è uno dei cinque Paesi che trattano con Teheran).
Ma l’impatto principale sarà sul piano interno.
Il nuovo governo tedesco ha annunciato che intende rivalutare l’energia nucleare e rinviare la chiusura delle centrali atomiche decisa da Verdi e socialdemocratici quando erano al potere.
Una decisione che suscita le ire del movimento antinucleare ma che l’iniziativa di Westerwelle potrebbe in parte attenuare poiché in cambio delle centrali la Germania sarà finalmente un paese senza testate atomiche sul suo territorio.
Tratto da Ilgiornale.it
L’onda dell’occidente libertario in Europa
28 ottobre 2009
Westerwelle liberale oltre i cliché
28 ottobre 2009Articolo di Enzo Bettizza
La sintesi di un risultato per tanti aspetti inedito e travolgente l’ha data in due colpi precisi un giornale di Berlino: «Guido Westerwelle trionfa, Angela Merkel governa».
Lo tsunami Westerwelle, nome che in italiano potremmo tradurre «Onda dell’Occidente», è difatti la novità di punta di un’elezione che assegna al giovanile e spregiudicato leader liberale la medaglia del vincitore reale.
Mentre riconferma alla Merkel, togliendo punti ai due partiti democristiani che la spalleggiano, lo scontato bis personale alla Cancelleria e decreta, con la sconfitta di Steinmeier, la catastrofe storica della più antica socialdemocrazia europea.
Completa il quadro, estremamente mosso, delle ultime elezioni la notevole ma pur sempre marginale avanzata della Linke di Oskar Lafontaine e Gregor Gysi, figure di testimonianza di una «sinistra delle sinistre» che ha rastrellato voti di protesta fra gli elettori insoddisfatti dell’Ovest e quelli nostalgici dello scomparso Stato assistenziale dell’Est.
La vittoria netta di Westerwelle e del suo partito, il Fdp, Freie Demokratische Partei, emarginato per undici anni all’opposizione, ma ora balzato dal 9,8% al 15, ha tanti significati non solo sul piano politico, ma anche su quello del costume e direi perfino dell’estetica politica.
Vediamo il liberalismo tedesco occidentale, che dall’epoca di Adenauer e di Erhard fino ai tempi di Brandt e di Kohl aveva esercitato la funzione dirimente dell’ago della bilancia nelle formule di governo, lo vediamo uscire da un mezzo coma e rompere a galoppo su una scena in crisi cavalcato da un personaggio anomalo, che fino all’altroieri veniva dileggiato dagli avversari come una scheggia mondana impazzita o applaudito dai seguaci ipnotizzati come un attore trasgressivo e dissacrante.
Lo ricordo nei depressi convegni liberali di fine secolo in Renania.
Tentava di rivitalizzare con spericolate battute di spirito il terzo partito germanico in calo di consenso, annunciando alle platee, non so se allibite o fiocamente rallegrate, che la Fdp per rinascere avrebbe dovuto nientemeno che mimetizzarsi in una «Spasspartei»: partito dello spasso e del divertimento.
S’attagliavano perfettamente all’annuncio, considerato da molti profanatorio, l’aspetto esibizionistico e il portamento pubblico anticonvenzionale del giovane segretario generale. Nell’omosessuale dichiarato, nei suoi abiti eccentrici e raffinati, nella prestanza ginnica, nelle battute ricalcate sugli aforismi di Wilde, già allora non c’era quasi nulla dell’aplomb severo dei grandi borghesi liberali come il presidente della Repubblica Walter Scheel e il pressoché inamovibile ministro degli Esteri Dietrich Genscher, che certo disdegnavano Wilde e certamente leggevano Max Weber.
Definire quindi uomo di destra un imprevedibile picaro della politica postmoderna (così direbbe il sociologo), classificare la sua estroversa entrata nella Piccola Coalizione accanto alla materna Angela come una «svolta a destra» dell’asse politico tedesco, mi sembra alla fin fine improprio.
Applicare i soliti cliché di un lessico topografico antiquato a un corridore stravagante, proteiforme e inafferrabile come Westerwelle, appare approssimativo o quantomeno prematuro.
Si mescolano, in lui, un radical chic politicamente scorretto, un liberista estremo, un oppositore del fisco punitivo, un fautore dello Stato magro, attentissimo però alla questione dei diritti civili, all’ecologia ragionata, alla libertà individuale, alla protezione perfino esaltata della diversità che egli stesso non occulta e pratica apertamente, a fianco del suo compagno, nella vita privata.
Per qualche altro lato può evocare più il liberalismo radicale di un Pannella che quello tradizionale di Malagodi.
Quando diverrà vicecancelliere e ministro degli Esteri, su certi argomenti civili, per usare il vecchio vocabolario, potrà scavalcare a sinistra la stessa Merkel, parzialmente contagiata e socialdemocratizzata dal suo ex vice Steinmeier.
Oggi appoggiano l’animale di successo la grande industria, le dame da salotto abbienti e influenti, il ceto medio benestante che deplora la tassazione eccessiva subita durante i quattro anni semiassistenzialisti del connubio cristiano-socialista.
Ma l’inattesa ondata Westerwelle ha lambito e inghiottito anche il voto di ecologisti urtati dall’incontinenza ideologica dei Verdi, di molti metalmeccanici e perfino di tanti disoccupati delusi dal cerchiobottismo caritatevole della Grande Coalizione.
Il sorprendente personaggio ha ribaltato le regole del compromesso storico germanico, che aveva visto fidanzarsi in senso politico, durante la campagna elettorale, la cautissima candidata Merkel e il prudentissimo candidato Steinmeier, non più rivali ma quasi complici navigati e astuti.
La punizione reattiva da parte dell’elettorato è stata esemplare e molto mirata.
Hanno imbalsamato per una seconda legislatura la Merkel, hanno limato però lo zoccolo duro Cdu-Csu che la sosteneva, hanno inabissato la Spd e scartato il mito o, se vogliamo, il placebo del perfetto bipartitismo di governo.
Hanno in definitiva premiato l’outsider imperfetto ma velocissimo che, da domani in poi, dovrà vedersela coi duri fatti di una crisi che continua ad attanagliare e destabilizzare con tre milioni di disoccupati il Paese più importante dell’Unione Europea.
Tratto da La Stampa.it
Germania, se Westerwelle NON fosse andato agli Esteri
28 ottobre 2009Articolo di Oscar Giannino
Meglio una Germania governata da una coalizione Cdu-Csu-Fdp, che la riedizione della Grande Coalizione con la Spd.
Angela Merkel è riuscita a ottenere il suo obiettivo.
Sfiancare i socialdemocratici incatenandoli a un governo che li ha visti andare in crisi sul tradizionale estremismo che in quel partito convive con il realismo filobancario e filorusso di Schroeder.
Così la sinistra si divide tra socialdemocratici ai minimi storici, Verdi e Linke, mentre democristiani e liberali governano.
Il leader della Fdp Westerwelle è il vincitore numero due, dopo la Merkel.
A questo punto, da europei parecchio scassati nel dopo crisi, e da italiani a corto di buona politica, dovevamo augurarci che il leader liberale NON accettasse l’incarico di governo tradizionalmente riservato in Germania al leader del partito numero due in una coalizione, cioè il ministero degli Esteri.
Conta solo per gli affari con la Russia, ormai, visto che il più dei fronti delicati - l’attività di primo piano anche se molto riservata dei servizi tedeschi sullo scacchiere mediorientale tra Libano, Siria, Afghanistan e Iran (vedi il colpaccio che ha smascherato l’impianto segreto nucleare di Ahmadinejad e Khamenei, i tedeschi sono stati preziosi) - passano assai più per la Difesa e gli Interni.
Se Westerwelle si fosse concentrato sulle Finanze, forse – ma dico: forse – avremmo davvero avuto qualche taglietto alle tasse e alla spesa pubblica ulteriore.
Ce ne sarebbe, a onor del vero, sempre un gran bisogno.
Anche per rilanciare il dibattito qui da noi, singolare Paese nel quale al contempo mancano all’appello 20 miliardi di euro dispesa pubblica, tra minori entrate ed esplosione nel 2008 della spesa per beni pubblici intermedi (oltre 4 bn oltre il previsto), eppure al contempo Tremonti a fine dicembre conta di avere a disposizione tra i 12 e i 14 bn di euro, per rabberciare con i tanti che digrignano i denti: tra un terzo e un quarto dallo scudo fiscale, un terzo dalle eccedenze inutilizzate degli ammortizzatori sociali, un terzo da entrate aggiuntive per lotta all’evasione, che quest’anno batterà tutti i record.
E meno male che Berlusconi, alla festa della PdL a Milano, ha declamato che finché c’è lui al governo non avremo mai la tirannia fiscale sognata da Visco….
Tratto da Chicago-blog.it
Fisco: Il governo CDU-FDP in Germania abbassa le tasse
28 ottobre 2009Nel 2010 sgravi per 21 miliardi di euro. E dal 2011 arriveranno 24 miliardi di euro con benefici soprattutto alle famiglie con redditi medio-bassi.
Articolo di Carmela Pace
Dal 2011 arriveranno poi altri 24 Mld€ con benefici che andranno soprattutto alle famiglie con redditi bassi e medi e figli a carico.
La Merkel inoltre si è impegnata a non aumentare le tasse per i prossimi quattro anni.
Il nuovo governo sarà presentato oggi.
Tratto da http://www.wallstreetitalia.com/
Chi sono i liberali tedeschi
28 ottobre 2009Articolo di Giovanni Boggero
Esattamente sessant’anni fa, all’indomani della prima consultazione politica dopo la nascita della Repubblica federale, l’FDP entrava a far parte del governo di Konrad Adenauer.
Poco tempo addietro era stato eletto a primo Capo dello Stato Theodor Heuss, tra i fondatori del partito liberale nel 1948.
Da quel momento, per più di trent’anni, l’FDP sarebbe stato l’ago della bilancia nella formazione di governi stabili e duraturi, oscillando talora verso la CDU, talora verso l’SPD, e dovendo spesso temere per la propria stessa sopravvivenza.
Così accadde, ad esempio, durante la prima grande coalizione tra socialdemocratici e cristianodemocratici tra il 1966 e il 1969, quando all’FDP toccò in sorte il ruolo di unico partito di opposizione.
Nel corso del tempo il partito liberale ha perciò cambiato pelle con frequenza, atteggiandosi a vero e proprio camaleonte della politica tedesca, e risultando comunque il partito che più a lungo ha occupato i banchi dell’esecutivo.
Negli anni Ottanta, a seguito della mozione di sfiducia costruttiva nei confronti di Helmut Schmidt e all’emergere di una quarta formazione (i verdi), i liberali virarono decisamente a destra, diventando la spalla fondamentale della CDU/CSU.
Ne derivò la fuoriuscita dal partito di una vasta componente di liberalsocialisti, in disaccordo con il proposito di trasformare l’FDP in un partito neo-thatcheriano.
L’FDP di oggi è figlio anche di quella svolta, voluta da Otto Graf Lambsdorff e Hans Dietrich Genscher.
Da allora il partito liberale ha acquisito un profilo più netto, divenendo progressivamente fautore di una bassa tassazione e di un mercato del lavoro più flessibile.
Una posizione che si riflette in modo chiaro nell’ultima campagna elettorale condotta da Guido Westerwelle.
Come nel 2005, anche nel 2009 l’FDP ha mantenuto dritta la barra del timone, rifiutando sin dal principio una possibile alleanza con i socialdemocratici e con gli ecologisti.
A dire il vero, anche Westerwelle, in un recente passato, ha mostrato di coltivare sogni di lotta politica solitaria.
Nel 2002, unico caso nella storia della Repubblica federale, i candidati alla Cancelleria furono tre e non due: Edmund Stoiber per la CDU/CSU, Gerhard Schröder per l’SPD e, appunto, il neo-presidente dell’FDP Guido Westerwelle.
In quell’occasione, ancora vicino all’ambigua figura del nazional-liberale e antisemita Jürgen Möllemann, lanciò con un certo gusto per la provocazione quello che venne ribattezzato il “Projekt 18”, che avrebbe cioè dovuto consacrare l’FDP come terzo grande partito tedesco con almeno il 18% dei suffragi.
L’obiettivo era di coinvolgere maggiormente i giovani nelle vicende politiche del paese attraverso una cosiddetta Spaßwahlkampf, una campagna elettorale decisamente non convenzionale, che avrebbe dovuto inaugurare un nuovo modo di fare politica.
Il tentativo di trasformare l’FDP in un partito di protesta, per certi versi vicino al populismo della FPÖ austriaca, si ricollegava alla necessità di ridare sostanza ad un movimento ormai etichettato dall’opinione pubblica come il “partito di chi guadagna di più”.
Il risultato fu tuttavia disastroso: l’FDP non superò il 7,4% e subì un gravissimo danno di immagine.
Lo stesso Westerwelle ne uscì pesantemente indebolito: il suo tour per la Germania con la Guidomobil, camper modellato sull’esempio dei veicoli dei fumetti, minò la sua credibilità di politico serio ed effettivamente interessato ai problemi del paese.
L’eco di quella fallimentare esperienza è riemersa di tanto in tanto nel dibattito politico tedesco, quando si è trattato di delegittimare o screditare il leader dell’FDP.
Westerwelle si è preso una grande rivincita sui suoi detrattori con la forte affermazione del suo partito, ora al 14,6%.
La strada che lo porterà presumibilmente a ricoprire il ruolo di capo della diplomazia tedesca nel nuovo gabinetto della signora Merkel è stata lunga e accidentata.
Dopo la rottura con l’ala più nazionalista ed intollerante del suo partito, capeggiata da Möllemann -poi morto in un tragico incidente- Westerwelle ha riorientato l’agenda politica del partito.
Con la sua carismatica capacità retorica ha insistito su ciò per cui i liberali si sono da sempre battuti: meno presenza dello Stato nell’economia, minore pressione fiscale, più libertà civili e maggiore responsabilità individuale.
Allo stesso tempo è tornato a curare il rapporto con i conservatori, suggellandolo nel 2004 con l’elezione a Presidente della Repubblica di Horst Köhler.
Negli ultimi anni Westerwelle ha così riguadagnato la stima di moltissimi tedeschi, dando l’impressione che dietro di lui ci fosse finalmente una struttura partitica ed organizzativa solida. Rispetto al 2005, il leader dell’FDP ha sapientemente ricalibrato il tiro della sua azione politica. Come ha notato (polemicamente) la FAZ, quotidiano bibbia dei liberalconservatori tedeschi, il programma dei liberali contiene notevoli e per certi versi sorprendenti concessioni al Sozialstaat, nella consapevolezza che governare con una Cancelliera senz’altro “più socialdemocratica” di quattro anni fa sarà cosa assai complicata.
In ogni caso, le divergenze con il partito della signora Merkel e con i cristianosociali rimangono piuttosto marcate.
In particolare, i liberali pretendono una drastica riforma del sistema fiscale, l’allentamento delle regole sul licenziamento nelle piccole imprese, la soppressione del fondo per la sanità istituito dalla Große Koalition e l’abolizione dell’obbligo di leva.
Tutte richieste finora rispedite al mittente dalla CDU/CSU, che però, dato il non confortante esito elettorale, dovrà presumibilmente scendere a compromessi.
Tratto da http://www.aspeninstitute.it/






































































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