Archivio per settembre 2009

Altro che caccia all’evasore, c’è chi lo elogia!

30 settembre 2009

Articolo di Armando di Landro da Bergamonews.it
Lotta all’evasione fiscale? Rientro dei capitali dall’estero? C’è chi non vuole sentirne parlare e ribalta il discorso: “Le tasse sono un furto e lo Stato italiano è un ladro, altro che storie”.

Parola di Leonardo Facco, in passato giornalista di Bergamo Sette, de La Padania e del Giornale di Treviglio, titolare dell’omonima casa editrice (Leonardo Facco Editore) e fondatore del Movimento Libertario.

Il suo libro Elogio dell’evasore fiscale, pubblicato il 27 maggio 2009, si trova nelle principali librerie.

Sottotitoli: “Se le tasse sono un furto non pagarle è legittima difesa”, oppure “Evasori di tutto il mondo unitevi”.
Il volume (editore Aliberti) è in libreria proprio nell’estate in cui il governo Berlusconi, più di altri esecutivi del Cavaliere, sembra voler lanciare con decisione la sua lotta all’evasione: scudi fiscali, rientro dei capitali dall’estero e il ministro Tremonti che si scaglia contro chi ruba non pagando le tasse.

Per Facco è tutto un furto e Tremonti è “uno dei più pericolosi nazi comunisti”, come dice nel video “Evadere è come fuggire”, pubblicato sull’home page del movimento libertario.
Secondo l’editore, e scrittore, trevigliese non è nemmeno concepibile che si discuta di evasione come di un reato.

Semmai bisognerebbe parlarne come reazione, come rivolta”.

L’idea del libro è di due anni fa, quando l’autore, di fronte alla Tv, ha sentito l’allora ministro Tommaso Padoa Schioppa dire che “le tasse sono una cosa bellissima”.

E’ stata una sorta di folgorazione, ho capito che dovevo approfondire il tema, partendo dall’assunto che le tasse si chiamano imposte, non a caso, e quindi sono imposte con la forza. Nessuno le paga volontariamente. Da lì ho iniziato ad approfondire”.
Il libro – prosegue Facco – è diviso in tre parti: nella prima dimostro che non è vero che le tasse sono una cosa giusta. Decine di pensatori e filosofi ne parlano come di un furto.

Nella seconda parte spiego che uno Stato, nel caso specifico l’Italia, può o potrebbe vivere senza tasse.

E nella terza parte richiamo episodi di rivolta fiscale, ricordo tanti episodi storici che, a differenza di quanto si pensa, furono provocati da esagerate tassazioni, e cito il caso di un amico libertario di Pordenone (Giorgio Fidenato), un imprenditore, che per tre mesi ha messo in atto la sua protesta senza fare più il sostituto d’imposta: ha versato ai suoi dipendenti la busta paga completa del lordo, dimostrando loro quanto si tiene lo Stato”.
Un libro anti-tasse, ma da qui ad elogiare l’evasione ce ne passa.

Eppure Leo Facco non si scompone: “I titoli servono spesso ad attrarre, comunque c’è dietro la filosofia vera e propria dell’attacco alla tassazione.

Ci sono fior di pensatori, prima di me, che hanno parlato di abolizione completa della tassazione.

Il problema è soprattutto in Italia: se le tasse, ovvero il furto “tasse”, fossero basse e giuste, non ci “incarogniremmo” così tanto.

Ma il problema è che siamo ad un livello folle, quasi al 65 % per cento di tasse in determinati casi, senza più servizi in campo. Altro che furto, siamo alla rapina legalizzata.

E finchè c’erano Prodi, Padoa Schioppa o Visco potevo capire che tale rapina passasse.

Ma ora Tremonti è quasi arrivato allo stato totalitario, a quanto di più illiberale possa esserci”.
Il libro sta girando l’Italia. Ad Alessandria Leonardo Facco l’ha presentato insieme a Giancarlo Pagliarini, ex deputato della Lega Nord.

Ad ogni incontro c’è qualcuno che critica autore ed editore per il titolo un po’ troppo forte.

L’elogio dell’evasore fiscale andrà anche in scena: il 27 novembre è prevista una rappresentazione al teatro Filodrammatici di Treviglio, con Leonardo Facco in veste di attore.

Tratto da Movimentolibertario.it

Scudo estorsore fiscale = Stato di polizia tributaria

30 settembre 2009

Guardia di Finanza

Facco: Scudo fiscale e aiutini di Stato!

30 settembre 2009

Tratto da Movimentolibertario.it

Nessuno scandalo se i soldi vanno dove sono più protetti

30 settembre 2009

Articolo di Leonardo Facco

Provo odio e disprezzo per gli invidiosi.

Non è un caso, del resto, che l’invidia sia uno dei vizi capitali.

Non è neppure un caso che l’invidia stia alla base del socialismo e rappresenti la linfa vitale di quell’ideologia mortifera che durante il Novecento ha creato solo povertà, ha diffuso unicamente odio e menzogna.

Dietro alla campagna mediatica che dà addosso al “segreto bancario” ed ai “paradisi fiscali” – scatenatasi con violenza da qualche mese a questa parte – c’è puzza di risentimento.

Helmut Schoeck, autore di un libro imperdibile in materia, direbbe che l’invidia «è un problema centrale dell’esistenza sociale ed essa trasforma l’uomo da costruttore di ricchezza in distruttore tout court».

Da qui la domanda: perché tanto livore per le Bahamas, le Cayman ed Aruba, oppure per i conti correnti cifrati di Svizzera e Liechtenstein?.

Per un solo reale motivo: per il fatto che l’invidioso statalista (sia esso governante o elettore) “vorrebbe vedere l’altro privato, espropriato, spogliato, umiliato, danneggiato”, magari intascando come un bottino qualsiasi le ricchezze prodotte da altri!.

Chi ha davvero a cuore la libertà non può non difendere sia i paradisi fiscali che i segreti bancari.
Vi siete mai chiesti perché certi luoghi di questa terra si chiamano “paradisi fiscali”?.

Per una sola, vera ragione.

Perché l’Italia, ad esempio, è un inferno fiscale, come ormai riconoscono anche i più moderati tra i liberali.

Una Cayenna dalla quale ogni persona di buon senso cerca di sfuggire, o quantomeno cerca di far evadere i suoi amati e sudati averi.

Ma c’è di più: l’esistenza stessa di territori in cui le gabelle sono più basse garantisce quella concorrenza necessaria a moderare gli appetiti di taluni governi di parassiti, che una volta per tutte dovrebbero comprendere che meno sono alte le tasse più facile sarà creare ricchezza, lavoro, benessere.
Eppoi, suvvia, per quale strampalata ragione un paese deve minacciarne un altro per il solo fatto che quest’ultimo è fiscalmente meno vampiresco?.

È come se volessi in galera Bolt perché corre più veloce di me!.

Inoltre, sapete chi odiava – e odia in verità – chi portava i propri denari all’estero? Un tale Mario Capanna, cultore dei Katanga.

Ora, se quest’uomo vi appare come un fulgido esempio di libertà, preparatevi a subire le conseguenze di certa ideologia.
E il segreto bancario?.

Intanto, val la pena ricordare che esso nasce e si sviluppa sul piano della sua natura di obbligo contrattuale e corrisponde ad un diritto del privato suo proprio riservato, un diritto della personalità.

Una questione di riservatezza insomma!.

Ora, non si capisce per quale bizzarro motivo Silvio Berlusconi (cito il personaggio pubblico per antonomasia) richieda a gran voce il rispetto della propria privacy un giorno sì e l’altro anche ed io, cittadino qualsiasi interessato solo ai fatti miei, debba far sapere a tutti dove metto i miei denari, perché li porto al di fuori dei confini italici, che uso ne faccio.

Certi pruriti collettivisti proprio non li sopporto.

Mi si dirà: ma è la legge bellezza!.

Bene, ma io rispondo: chi se ne fotte! Il fatto che qualcosa sia imposto per legge mica significa che sia legittimo.
Per farla breve, parafrasando Jan Krepelka – ricercatore dell’istituto Benjamin Constant di Losanna – a essere immorale non è l’evasione fiscale (adombrata ogni qualvolta si scoprono conti esteri), ma sono le imposte confiscatrici e arbitrarie, che per lo più finanziano spese che non dovrebbero essere fatte dallo Stato.
È dunque del tutto legittimo cercare di proteggere dalle tasse i propri redditi: lavorando in una giurisdizione e abitando in un’altra fiscalmente più vantaggiosa, piazzando il proprio denaro là dove è più protetto.

Che diamine! Alla faccia di tutti gli invidiosi di questo mondo!.

Tratto da Movimentolibertario.it

Questo Obama non merita bonus fisco

29 settembre 2009

La Casa Bianca fa pura politica dell’immagine. Il presidente è un grande incantatore di serpenti, il più straordinario venditore di buoni sentimenti che ci sia al mondo

Articolo di Alberto Mingardi

Ieri, la notizia del giorno non è venuta da Pittsburgh ma da Londra.
Hsbc, la terza banca al mondo per capitalizzazione, sposterà gli uffici del suo amministratore delegato da Londra a Hong Kong.
È vero che Hsbc sta per Hongkong and Shangai Banking Corporation, ma è altrettanto vero che il colosso del credito, perlomeno dai tempi della fusione con Midland, è considerato uno dei gioielli della corona della finanza britannica.
Il fatto che il Ceo prenda casa nell’ex colonia è un piccolo gesto simbolico, ma dal grande significato.
La finanza del XXI secolo sarà asiatica: e non solo perché quella parte di mondo ha innanzi praterie di speranze che noi ci scordiamo, ma anche e forse soprattutto perché, essendo stata sfiorata appena dalla grande crisi, non ha per nulla intenzione di accodarsi al treno della “ri-regulation”.
È paradossale, che mentre gli inglesi subiscono una doccia tanto fredda sulle loro aspettative circa il futuro di Londra come piazza finanziaria, il G20 sotto la guida di Obama dia il massimo di sé nella politica degli annunci.
Che cosa esce da Pittsburgh? Il superamento del G8 nel G20, che è una sorta di presa d’atto di quanto il mondo sia cambiato e di come alle vecchie relazioni privilegiate fra i “grandi” di ieri debbano sostituirsi legami più complessi ed articolati, nei quali sia lasciato spazio anche ai “grandi” di domani.
Da Pittsburgh viene poi un “metodo di lavoro” per il G20, che da quanto si capisce sarà una sorta di “peer review” delle politiche messe in campo dai governi, da parte di altri governi, con il consulto tecnico del Fmi.
Si torna a scuola: matita blu e matita rossa.
Con la non trascurabile differenza che non ci sono i voti.
Il G20 non può porre in campo sanzioni o forme di ritorsioni di sorta.
Prendiamo atto della volontà dei capi del mondo di fare da “advisors” gli uni degli altri.
Se si parla dei “bonus” dei banchieri, oltre al fumo c’è anche un po’ di arrosto.
Il Financial stability board ha pronte delle linee guida che verranno trasmesse alle autorità nazionali, cui starà di vigilare sull’entità e sulle modalità delle compensazioni dei banchieri.
Il dato più rassicurante è che pare dall’Fsb esca una esplicita raccomandazione contro l’adozione di “tetti”, mentre è stata adottata la via più prudente, di consigliere un migliore allineamento fra premi e performance di lungo periodo.
Il Wall Street Journal ha evidenziato come nel compromesso sortito dall’Fsb ci sia molta dell’abilità di tessitore di Mario Draghi, accreditato come «probabile successore» di Trichet alla Bce e valorizzato nel suo essere un «pragmatico», a detta di un ex collega di Goldman «sofisticato nell’arte di arrivare a risultati».
Non esce altrettanto bene dal vertice Obama.
Il presidente americano è un politico squisitamente mediatico, diversissimo da Bush dal momento che il suo appeal è tendenzialmente più sulle élite, sulle classi colte, di quanto non si faccia invece sentire sul “popolino” dell’America profonda.
Ha un profilo elegante, sicuro: che lascia intravedere doti autentiche di uomo di Stato, o così almeno pensano in tutto il mondo quanti lo guardano beato parlare alla Cnn.
Ha un gran senso dell’humor, e l’ha dimostrato macinando chilometri da David Letterman. Immaginatelo un po’ più basso, un po’ più calvo, un pelino (non molto) meno abbronzato, fate finta che abbia fatto qualcosa nella vita prima di sbucare per magia sul teatro politico, figuratevelo appena appena più greve, e gagliardamente meno monogamico.
È Berlusconi.
La Casa Bianca fa pura politica dell’immagine.
Il presidente è un grande incantatore di serpenti, il più straordinario venditore di buoni sentimenti che ci sia al mondo.
Ma se alzate il velo dei proclami, se guardate oltre le passerelle innanzi alle telecamere (inclusa quella di ieri con Sarkozy e Brown), cosa trovate?.
Sulla sanità non ha tratto un ragno dal buco, in politica estera è forse meno azzardato ma per ora non più risolutivo di quanto fosse stato Bush, sul clima ne segue la politica, pur spergiurandola, sull’economia cerca di proiettare la speranza di una “ripresa” che proprio robusta e vigorosa non sembra essere.
Per quanto tempo ancora il Mago di Oz riuscirà a incantare il mondo?

Da Il Riformista, 26 settembre 2009

Facco: Brunetta e De Michelis, la strana coppia

29 settembre 2009


Tratto da Movimentolibertario.it

10000 Contacts!

29 settembre 2009

Lib3rty 10000!

Io Voto Pro Lib3rty Iniziative Weblog ha superato quota

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Grazie a tutti i navigatori per la vostra libera e costante fiducia quotidiana nel nostro progetto informativo.

LucaF. Webmaster del sito.

I deliri di un premier bugiardo

29 settembre 2009

Obama d''Arcore

«Siamo un grande movimento sommamente democratico, quando c’era Forza Italia lo si accusava di essere un partito anarchico: su tutti i temi di coscienza abbiamo sempre lasciato massima libertà e non vedo come potrebbe essere altrimenti»

«Abbiamo posizioni non univoche, ma la diversità di opinioni è la nostra ricchezza. Ci si unisce, si discute, si ridiscute, poi si vota e quello è il voto a cui tutti si attengono in Parlamento»

«Sui temi di coscienza viene, poi, lasciata libertà»

«Il Pdl è un partito dove c’è dialettica e anche libertà di coscienza»

«Non c’è stato nessun litigio all’interno del Pdl, come vogliono far credere le gazzette di sinistra, ma un confronto di posizioni»

«Vi porto i saluti di uno che si chiama… uno abbronzato… Ah, Barack Obama»

«Voi non ci crederete, ma sono andati a prendere il sole in spiaggia in due, perché è abbronzata anche la moglie»

«Vi do una ottima notizia: è uno molto bravo. E questo ci deve fare contenti abbiamo bisogno che la più grande democrazia del mondo sia in mani affidabili, per decidere insieme a noi ma con grande peso proprio del nostro destino negli anni a venire»

«Abbiamo introdotto un nuovo elemento nella politica italiana: la moralità»

«La moralità è quella di mantenere gli impegni elettorali. Abbiamo firmato un contratto con gli elettori che ci siamo impegnati a rispettare»

«Per la prima volta abbiamo deciso che ci occuperemo insieme di diminuire la temperatura del pianeta»

«La nuova economia e finanza si svilupperanno su basi etiche e morali e stiamo scrivendo queste regole tutti insieme»

«Abbiamo deciso di ridurre i bonus per i dirigenti bancari che si lanciano in speculazioni spericolate voglio studiare il fenomeno della speculazione internazionale, una mia fissa, per diminuirla e se possibile cancellarla»

«Se io vado a parlare in una tv è uno scandalo, se vado in una seconda televisione divento un dittatore, se vado in una terza siamo al regime e in una quarta siamo ad un atto delinquenziale. Invece Barack Obama è andato in cinque diverse televisioni a spiegare la sua riforma sanitaria e ha fatto bene, perchè i leader devono prima di tutto informare i cittadini»

«Non ci sarà mai, fino a quando al governo ci sarà il centrodestra, uno Stato di polizia tributaria come voleva Visco»

«Fino a quando saremo qui, e dato che saremo qui per sempre questo Stato non lo permetteremo mai»

«Abbiamo agito prima degli altri, abbiamo garantito gli ammortizzatori sociali a tutti coloro che hanno perso il lavoro e abbiamo scoperto che abbiamo un sistema bancario più solido degli altri dobbiamo perseverare in questa direzione senza paura»

«In questi giorni all’Onu e al G20 tutti hanno detto che il peggio della crisi è alle nostre spalle. Questo vale anche per il nostro paese anche se da noi abbiamo un’opposizione che fa il tifo per la crisi. E’ qualcosa di cui avere consapevolezza»

«I nostri militari, sono là in Afghanistan coraggiosamente per difendere la pace e per creare la democrazia»

«Siamo in Afghanistan, in Libano e nei Balcani non solo per portare la pace in quei paesi come l’Afghanistan ma anche perché in questo modo possiamo contare nel consenso internazionale»

«Nessuno ha fatto tanto come noi nella lotta alla mafia. Abbiamo arrestato capi delle cosche mafiose, abbiamo sequestrato 4 miliardi e mezzo di beni mobili e immobili, abbiamo rafforzato i poteri del commissario antimafia e abbiamo confermato il regime duro per i detenuti per mafia»

Silvio Berlusconi Primo ministro Italia, PDL

Global Italian Standard

29 settembre 2009

Articolo di Carlo Stagnaro

Gli Stati Uniti applicheranno il concetto di accountability nel suo significato più profondo in lingua italiana.

Cioè: sparare cifre a casaccio sapendo che nessuno le potrà smentire (noi siamo andati oltre, nel senso che non spariamo neanche più le cifre, ma date tempo al tempo e Barack Obama ci raggiungerà).

Secondo quanto riferisce il Financial Times, dal mese prossimo la Casa Bianca chiederà ai beneficiari del Recovery Act di comunicare quanti posti di lavoro sono stati salvati grazie all’assistenza pubblica (a oggi, 143 miliardi di dollari).

I destinatari di questa richiesta sono in larga misura i governi degli Stati sull’orlo del fallimento, che dovranno spiegare quali progetti hanno finanziato coi trasferimenti federali – dai ponti verso il nulla alle cattedrali nel deserto – e in quale misura ciò ha contribuito a contrastare la disoccupazione.

Ora, questa è alchimia pura.

Per almeno due ragioni: la prima è che non può esserci alcun double check sui dati forniti.

La seconda, cruciale, è che in ogni caso non esiste il controfattuale: se quei soldi non fossero stati offerti agli stati ma fossero stati ri-iniettati nell’economia (o non prelevati dalle tasse), quante persone sarebbero state occupate e perché?

L’assoluta inaffidabilità delle cifre che verranno prevedibilmente sparate da Obama come la dimostrazione del suo successo, è tale che la rubrica Lex vi dedica un gustoso colonnino.

Gli autori di Lex sottolineano che questo è un modo inelegante di distrarre l’opinione pubblica dalle questioni davvero importanti, come l’incapacità dell’economia americana di ripartire e il tasso drammatico di sottoutilizzo della capacità industriale a stelle e strisce.

In realtà, comunque, questa idea balzana non è nuova: se ne parla già da mesi.

L’esigenza del governo americano di iniettare fiducia nell’elettorato è superiore alla sua onestà, evidentemente: e quindi sufficiente a spingere gli economisti del governo a generare dati non importa quanto falsi, ma rassicuranti.

Vale oggi, dunque, il commento di Greg Mankiw di qualche mese fa:

Here is the question I would have asked: “Going forward, what macroeconomic data would you have to observe before you concluded that the stimulus bill has been a failure? Or will you conclude, no matter how bad things get, that the economy would have been in even worse shape without the stimulus? And if the latter is the case, aren’t these quarterly reports just a bit surreal?”

Tratto da Chicago-blog.it

Ron Paul: Trade Wars and Protectionism are not Free Trade

28 settembre 2009

Article by Ron Paul

Two weeks ago, both the administration and the Fed announced with straight faces that the recession was over and the signs of economic recovery were clear.

Then last week, the president made a stunning decision that signals the administration’s determination to repeat the mistakes of the Great Depression.

Much like the Smoot-Hawley Tariffs that set off a global trade war and effectively doomed us to ten more years of economic misery, Obama’s decision to enact steep tariffs on Chinese imported tires could spark a trade war with the single most important trading partner we have.

Not only does China manufacture a whole host of products that end up on American store shelves, they are also still buying our Treasury debt.

One has to wonder why this course of action is being undertaken if the administration really believes its own statements about economic recovery.

Why are they still trying to fix something they have supposedly already fixed? The most troubling thing is the rhetoric about free trade given to justify this.

The administration claims it is merely enforcing trade policies and that this is necessary for free trade.

This sort of double speak demonstrates a gross misunderstanding of free trade, economics and world history.

Yet these are the same people the country trusts to solve our problems.

This sort of thing should remove all doubt about the credibility of the decision makers in Washington.

The truth is this will hurt American consumers by driving up prices of tires and cars.

This will also complicate matters for our already crippled manufacturing and agricultural industries, if and when China retaliates against US made products.

Whatever jobs might be saved in the tire and steel industries here as a result of this protectionist measure will likely be lost in other American industries.

It is even doubtful that those jobs will be saved, as cheap tires can be obtained from other places like Mexico instead.

It is difficult to see any real winners among all the losers where trade wars are concerned.

If Unions think this is beneficial to them, they are being penny-wise and pound foolish.

Free trade with all and entangling alliances with none has always been the best policy in dealing with other countries on the world stage.

This is the policy of friendship, freedom and non-interventionism and yet people wrongly attack this philosophy as isolationist. Nothing could be further from the truth.

Isolationism is putting up protectionist trade barriers, starting trade wars imposing provocative sanctions and one day finding out we have no one left to buy our products.

Isolationism is arming both sides of a conflict, only to discover that you’ve made two enemies instead of keeping two friends.

Isolationism is trying to police the world but creating more resentment than gratitude.

Isolationism is not understanding economics, or other cultures, but clumsily intervening anyway and creating major disasters out of minor problems.

The government should not be in the business of giving out favors to special interests or picking winners and losers in the market, yet this has been most of what has consumed politicians’ attention in Washington.

It has reached a fevered pitch lately and it needs to end if we are ever to regain a functional and prosperous economy.

Tratto da Dailypaul.com

Concorrenza in tutto, tranne che nelle cose importanti

28 settembre 2009

Articolo di Alberto Mingardi

Pare che all’Onu anche il Presidente del Consiglio abbia fatto professione di “montismo”, dottrina economica riconducibile a noto professore della Bocconi per cui la concorrenza è il “regolatore” migliore di tutte le cose, fuorché quelle importanti.

Si legge infatti sul Corriere:

Nel suo intervento il pre­mier cita due volte Obama, che «con grande slancio idea­le ha chiamato tutti noi ad una grande responsabilità per il futuro del mondo».

E il futuro del mondo deve avere un approccio multilaterale ai problemi, includere tutti e non escludere nessuno. Con­divisione è anche per il Cava­liere la parola chiave.

Aggiun­ge sul futuro dell’economia: «Il nuovo modello di svilup­po dovrà basarsi sul rifiuto del protezionismo e sull’aper­tura dei mercati, perché i Pae­si più poveri possano benefi­ciare appieno delle opportuni­tà di crescita offerte dal com­mercio internazionale, a pat­to che rispettino i diritti uma­ni ».

Così come occorrerà «re­golare in modo più stringen­te i futures e abolire i paradisi fiscali».

A chiunque riesca a spiegarmi – in maniera non montiana (il professore bocconiano ci ha provato in un paio di articoli per il Corriere) ovvero logica – il nesso causale fra le due cose, libertà degli scambi e armonizzazione fiscale, giuro di regalare una copia del mio libro preferito, La cognizione del dolore di Gadda, il cui titolo sembra parlare del futuro che ci attende.

Tratto da Chicago-blog.it

Ron Paul on the G-20 Summit in Pittsburgh

28 settembre 2009

Un altro G20 ma gli Stati non danno stimoli

28 settembre 2009

È evidente che ci si concentra su questioni che hanno a che fare davvero solo in parte con le cause della crisi

Articolo di Alberto Mingardi

È stato un eccesso di economia di mercato a causare la crisi?
Paradossalmente rispondere a questa domanda oggi è molto meno importante che rispondere all’altra, simmetrica, che i Grandi della Terra farebbero bene a considerare da vicino: l’intervento degli Stati può sanare la crisi?
L’evidenza sull’effetto dei pacchetti di stimolo è tutto fuorché robustamente a favore di una risposta affermativa.
Tre economisti di fama (Cogan, Taylor e Wieland) hanno scritto nei giorni scorsi che «i dati ad oggi disponibili ci dicono che i trasferimenti governativi non hanno stimolato affatto il consumo, ma che è piuttosto la resilienza del settore privato dopo il panico del 2008 – non il programma di stimoli fiscali – a meritare la più parte del credito per il miglioramento importante, in termini di crescita, dal primo al secondo trimestre dell’anno».
Si riferiscono, ovviamente, alla situazione americana.
E del resto, sono gli Stati Uniti che più hanno “stimolato”, facendo leva sulla paura di un’economia a un passo dall’avvitamento, e facendo di politiche neointerventiste un punto cruciale nell’agenda del loro presidente.
I Grandi del mondo si ritrovano oggi a Pittsburgh con ancor meno certezze di quelle che esibivano negli scorsi mesi.
L’esortazione del cancelliere tedesco Angela Merkel a lavorare assieme sulle «nuove regole della finanza» è condivisa – ma è su che cosa siano queste nuove regole, che ci si divide.
Il Financial Stability Board può giocare un ruolo chiave, ma al G 20 resta il potere non tanto di “normare” quanto di creare le condizioni perché gli Stati nazionali procedano su una strada piuttosto che su un’altra.
Il quadro sembrerebbe favorevole a una nuova (e maggiore) regolazione, ma sono gli Stati a non avere le idee chiare.
Aumentare i requisiti patrimoniali delle banche, o regolamentarne la leva, potrebbe essere uno strumento relativamente neutrale per arginarne la crisi.
Solo che, come ha detto il presidente di HSBC Stephen Green, «le istituzioni finanziarie non possono compiere passi verso maggiori requisiti patrimoniali e allo stesso tempo prestare questo capitale a imprese e consumatori».
Risolvere il problema delle banche significa aiutarle a ricapitalizzarsi – ma tutti i governi fanno invece pressione perché non si avverta la “stretta del credito”.
È una situazione da botte piena e moglie ubriaca.
Dell’exit-strategy degli Stati dai mercati, poi a Pittsburgh è improbabile si parli.
Ce ne sarebbe bisogno: a intravvedere un ritorno dell’inflazione sono poche Cassandre, ma non è uno scenario impossibile. In un libro di cristallina chiarezza uscito recentemente da Egea, L’acqua e la spugna. I guai della troppa moneta, Franco Bruni ricorda bene quali siano i costi dell’inflazione, e perché sarebbe necessario che una «cultura anti-inflazionistica» facesse parte dell’alfabetizzazione economica dei cittadini.
Questo significherebbe anche «costringere» le banche centrali in una armatura di regole che se non può far diventare «la politica monetaria noiosa come l’odontoiatria», potrebbe almeno ridurre l’incertezza.
Noi usciamo da una crisi causata almeno in parte dalla troppa moneta, con ancor più moneta.
La speranza che i banchieri centrali riescano a calibrare alla perfezione il «ritorno alla normalità» è appunto una speranza.
Da ultimo, sicuramente sarebbe auspicabile che da Pittsburgh uscisse qualche impegno sul libero scambio un po’ più stringente dei proclami di Londra.
Obama spergiura di essere favorevole al libero scambio, ma poi aumenta i dazi sugli pneumatici di provenienza cinese.
In conclusione, giova ricordare che il vertice di questi giorni è il terzo dal fallimento di Lehman.
I grandi a cenacolo non dimenticano mai le proprie opinioni pubbliche (a cominciare da chi ha elezioni in vista).
Per questo si sono concentrati sin qui su paradisi fiscali e bonus ai manager.
Temi popolari, che indicano agli occhi del mondo un nemico, un responsabile per lo sfacelo di questi mesi.
La scelta non è neppure troppo originale: i ricchi.
Ma soprattutto è evidente che ci si concentra su questioni che hanno a che fare davvero solo in parte con le cause della crisi.
Così come generali che combattono sempre le battaglie di ieri, i grandi temevano che da Pittsburgh potessero uscire iniziative volte a impedire l’ultima crisi ma non la prossima.
È probabile vada peggio.
Che ne escano rimedi veri contro problemi immaginari.

Da Il Riformista, 25 settembre 2009

Elezioni in Germania. Svolta a destra, la Merkel al governo con i liberali

27 settembre 2009

Sorriso raggiante stampato sul volto di Angela Merkel, che ha vinto le elezioni oggi in Germania e potrà rimanere cancelliera alla guida di un nuovo governo con i liberali.

Musi lunghi alla Spd, che ha incassato la peggiore sconfitta della sua storia e passa dal governo all’ opposizione.

Forte avanzata dei piccoli partiti che guadagnano punti e restano in parte all’opposizione, Verdi e Linke, e in parte balzano al governo, la Fdp.

Secondo i risultati definitivi, i socialdemocratici della Spd escono dal governo dopo 11 anni al potere, cioè dal 1998 al 2005 con il governo Schroeder (Spd) insieme ai Verdi e dal 2005 a oggi con i conservatori dell’Unione.

L’Unione della Merkel e i liberali di Guido Westerwelle hanno ottenuto il 48,4% e 323 seggi sul totale di 616.

Socialdemocratici, Linke e Verdi insieme avrebbero invece il 45,6% e 293 seggi.

Le legislative di oggi, sempre secondoi dati definitivi, hanno visto in particolare un lieve calo del partito della Merkel al 33,8% rispetto al 35,2% del 2005 e un crollo della Spd al 23% (contro il 34,2% del 2005), il peggior risultato dal 1949.

Guadagnano terreno liberali, sinistra (Die Linke) e Verdi.

In particolare, i liberali della Fdp sono passati dal 9,8% del 2005 al 14,6% odierno, la Linke di Oskar Lafontaine è salita al 11,9% rispetto all’8,7% delle elezioni precedenti e i Verdi hanno messo a segno il 10,7%, in linea con le previsioni della vigilia e in aumento rispetto all’8,1% del 2005.

Dopo quattro anni da cancelliera, la Merkel è riuscita quindi a consegnare al partito, l’Unione cristiano democratica Cdu-Csu, quella vittoria che aveva mancato nel 2005: una coalizione nero-gialla con i liberali e il merito è tutto suo: la sua enorme popolarità l’ha riconfermata nell’incarico come se si fosse trattato di un’elezione diretta.

Sono felice, abbiamo raggiunto il nostro obiettivo. Ora è possibile un cambio di governo“, ha detto esultante stasera sottolineado di voler “essere la cancelliera di tutti” i tedeschi.

Con espressione di gioia inconsueta finora per lei, la cancelliera si è mostrata stasera per prima al popolo Cdu nella sede Konrad Adenauer del partito a Berlino, e poi è sfilata davanti ai microfoni di tutti i network tedeschi per finire nella Berliner Runde, la tribuna politica con tutti i leader dei partiti ospitata dalla prima rete Ard e trasmessa da tutti i canali in diretta.

Felice e sicura di sé la Merkel indossava la stessa giacca rosso corallo con cui era andata a votare stamane.

Davanti alla sede Cdu, lunghe carovane di camion con i satelliti per la diretta televisiva.

Giubilo anche in casa Fdp: il leader Guido Westerwelle ha rimosso stasera l’ultimo ostacolo sulla strada per l’agognato traguardo: il ritorno del suo partito al governo dopo 11 anni di esilio e la sua nomina a vice cancelliere e ministro degli esteri nel prossimo governo Merkel.

Il risultato della Fdp è “decisivo”, “vogliamo ora governare la Germania“.

Riforma fiscale, migliori chance nell’istruzione e rispetto dei diritti civici: gli obbittivi annunciati da Westerwelle.

Musi lunghi invece in casa Spd, che ha incassato il peggior risultato della sua storia: lo sfidante Frank-Walter Steinmeier ha parlato di un “giorno amaro per la socialdemocrazia“.

Da vice cancelliere e ministro degli esteri Steinmeier andrà ora a guidare l’opposizione Spd al Bundestag.

La parola “dimissioni”, pronosticate da molti commentatori, non è invece arrivata: “Ho guidato volentieri il partito nella campagna, io non fuggo dalle mie responsabilità, la mia missione non è ancora finita“, ha detto.

Al suo posto resta anche per il leader Spd Franz Muentefering, pure candidato gettonato per le dimissioni: a metà novembre, ha annunciato, ci sarà un congresso della Spd.

Facce sorridenti anche fra i Verdi e nella Linke, la sinistra radicale di post-comunisti e delusi Spd, che restano all’opposizione ma hanno migliorato molto il loro risultato.

La “Linke si è affermata” siamo la “forza contro il sistema”, “abbiamo rimescolato tutta la società ed era ora“, ha detto il leader Oskar Lafontaine, ex leader dimissionario della Spd.

Soddisfatto e agguerrito il leader Verde Juergen Trittin: “Andiamo all’opposizione,daremo filo da torcere a nero-giallo“.

Indirettamente ha dato la colpa alla Spd della vittoria nero-gialla: “Noi siamo avanzati alla grande, ma non abbbiamo potuto compensare la sconfitta disastrosa degli altri“.

Tratto da loccidentale.it

Aggiornato nei dati dal webmaster del sito

Tasse: referendum per l’autodeterminazione a Jesolo

27 settembre 2009

In attesa dell’autodeterminazione fiscale dell’individuo…

Sabato 26 e domenica 27 settembre i cittadini di Jesolo si recheranno alle urne per un referendum che chiede l’autodeterminazione fiscale del Comune.

L’iniziativa, promossa dal comitato locale ”Citta’ di Jesolo”, al di la’ delle possibili eccezioni di incostituzionalita’ si incardinerebbe, spiegano i promotori, sulle possibilita’ offerte dallo statuto comunale di Jesolo, laddove si affermano l’autogoverno e l’autodeterminazione della cittadina.

Secondo il comitato, in caso di risultato positivo gli elettori daranno il loro consenso affinche’ l’amministrazione possa gestire direttamente anche le ricchezze generate dalle tasse degli jesolani, pari a 270 milioni di euro l’anno.

Tratto da anordest.it

Di seguito un articolo che spiega il progetto Jesolo al voto per l’autodeterminazione il 26 e 27 settembre

Articolo di Alessio Conforti

Prende vita il progetto politico ideato dal “Partito per il Veneto Indipendente”.

Dopo l’approvazione in Consiglio Comunale, che ha dichiarato ammissibile la richiesta del comitato referendario, i cittadini jesolani si troveranno concretamente di fronte alla possibilità di diventare indipendenti.

E’ stata infatti ufficialmente resa nota, alla presenza di Fabrizio Dal Col, leader del movimento, e del Sindaco Francesco Calzavara, la data delle votazioni.

Autodeterminare un popolo attraverso strumenti legali e normativi, senza la necessità del coinvolgimento bicamerale nazionale.

La massima ambizione di autodeterminare la Regione comincia a dare i primi frutti.

Procedendo per gradi, il movimento indipendentista , dopo la raccolta firme, circa quattromila e cinquecento, e la regolarità di procedura stabilita dal consiglio comunale jesolano, che ha visto tutti favorevoli tranne l’astensione della Lega, passa ora in rassegna le volontà collettive di indipendenza, attraverso l’indizione di un Referendum per l’autodeterminazione comunale, ufficialmente il primo step verso la scalata “regionale”.

La data del voto è stata resa nota in una conferenza stampa appositamente convocata oggi in Municipio a Jesolo : si voterà il 26 e 27 Settembre 2009, con gli stessi orari previsti per le recenti consultazioni europee e amministrative, ossia il Sabato dalle ore 15 alle 22 e Domenica dalle ore 7.00 alle ore 22.00.

La cifra erogata dal Comune sarà di circa trentamila euro, sufficiente a garantire l’allestimento di tutti i seggi jesolani. “Vogliamo che il diritto internazionale – spiega Fabrizio Dal Col- venga recepito in toto dall’attuale assetto politico, andando ad indire un Referedum consultivo che per legge è la massima espressione della democrazia.

Ci appelliamo al patto internazionale dei diritti civili e politici sancito a New York nel 1966 e ratificato dall’Italia, secondo cui ogni popolo ha il diritto di scegliere come governare le proprie ricchezze.

Con il Referendum che avrà luogo a Jesolo proveremo a muovere la politica dal basso, ossia dai movimenti locali per arrivare ai vertici nazionali, con la massima consapevolezza di assicurare numerosi risultati concreti, come per esempio l’autonomia finanziaria, a seguito ovviamente di benefici socio-legislativi e, appunto, economici”.

Non solo Jesolo, attualmente, sta percorrendo la strada dell’indipendenza : ad oggi, infatti, sono sei i comuni che seguono lo stesso iter, tra cui San Stino di Livenza e San Michele.

La località balneare jesolana si conferma dunque quel laboratorio politico che da sempre pone in fermento nuove iniziative a tutti i livelli; basti ricordare che quello attuale è il primo caso nazionale di consultazione consultiva in merito all’autodeterminazione.

Per il superamento del referendum si dovrà ovviamente raggiungere il quorum, ossia il cinquanta per cento più uno degli aventi diritto, stimati a Jesolo intorno agli ottomila e cinquecento elettori.

Poi la parola spetterà all’Organizzazione delle Nazioni Unite, che come giudice supremo decreterà l’ufficialità e la corretta ottemperanza normativa.

La località balneare rappresenta quindi l’inizio del lungo percorso indipendentista, una sorta di “vaglio di legittimità”che decreterà l’effettiva possibilità di un radicale cambiamento politico.

D’ora in avanti l’ultima parola spetterà ai cittadini jesolani, unici veri “giudici” che nel loro esercizio della sovranità sceglieranno il loro futuro e quello dei loro figli.

Tratto da Movimentolibertario.it

Proposte elettorali tedesche rosso-verdi: inquietanti ritorni al passato

27 settembre 2009

Trabant

Westerwelle: il liberale alla battaglia decisiva

27 settembre 2009

Una campagna coraggiosa e (forse) un futuro da vicecancelliere

Articolo di Pierluigi Mennitti

Berlino, 18 settembre, ore cinque del pomeriggio.
Nella Breitscheidplatz, a due passi dal grande magazzino KadeWe che fu la vetrina dell’occidente negli anni della guerra fredda e all’ombra della Gedächtiniskirche con il tetto danneggiato dalla guerra calda conservato a memoria delle colpe del nazismo, si consuma l’happening dei liberali alla ricerca del governo perduto.
Un duo di musicisti mescola note country e rock e intrattiene il pubblico, in attesa che la piazza si riempia.
E lentamente si riempie. Se l’umore dei presenti misura le attese per un successo che i sondaggi pronosticano, quello dei gialli tedeschi è alto e fiducioso.
Guido Westerwelle, il quarantasettenne che ha dismesso i panni del bizzarro outsider per indossare quelli di un ragionevole e prossimo vicecancelliere, sale sul podio – completo blu scuro già ministeriale e cravatta azzurra – e sorride guardando la folla.

Siamo nel cuore borghese della Berlino ovest, il quartiere di Charlottenburg, negozi alla moda, edifici fine secolo bianchi come meringhe intervallati ad architetture che erano moderne negli anni Settanta, quando il comunismo accerchiava “l’isola della libertà” con il Muro, e oggi provano a resistere alla concorrenza delle meraviglie costruite ad est.
Berlino è città difficile per i profeti del libero mercato. Berlino la rossa, Berlino l’operaia, Berlino l’alternativa.
Westerwelle lo sa e legge nella piazza colma di gente i presagi di un futuro roseo. Anzi, giallo e nero, come i colori dei due partiti, l’Fdp e la Cdu, che riprovano dopo quattro anni a conquistare la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento.
In verità l’affollamento appare eccessivo anche agli ottimisti.
Il trucco si svela dopo quindici minuti di intervento, quando il leader liberale parla di energia e spiega perché, se andasse al governo, sposterebbe in avanti la data di chiusura delle centrali nucleari fissata dal governo di Schröder e Fischer al 2020: «Puntiamo anche noi sulle energie rinnovabili, ma sappiamo che per quella data non saranno in grado di sostituire quella atomica».
È il segnale. Un centinaio di giovani cammuffati da liberali inizia a gridare e innalzare i cartelli contro il governo dell’atomo.
Due minuti di proteste, durante i quali Westerwelle mette alla prova la sua nuova stoffa di statista. Ribatte qualcosa, poi lascia sfogare i contestatori che fanno il pieno dei flash dei fotografi e alla fine chiosa: «Siamo liberali e vi abbiamo fatto manifestare, ora lasciateci continuare, qui siete ospiti a casa nostra».
Qualche anno fa si sarebbe lanciato in un’ingloriosa disputa tra palco e piazza, oggi quasi si compiace di essere al centro della mischia.
L’Fdp è in crescita da molti mesi.
Ha approfittato dello scivolamento a sinistra della Merkel per rosicchiarle i consensi lasciati scoperti a destra: più lei spingeva sul sociale, più lui si faceva alfiere del liberismo.
Fino allo scoppio della crisi economica, quando ha saputo ricalibrare i toni ed evitare l’effetto boomerang.
Secondo i sondaggi viaggia fra il 13 e il 14 per cento, qualche tempo fa aveva toccato il 18.
Quando piombò sulla scena elettorale nel 2002, candidandosi (prima volta per un liberale) alla cancelleria, fissò l’asticella del successo un po’ troppo in alto.

«Obiettivo 18 per cento», gridava dalla sua Guidomobile, cercando di far notizia più che di apparire realista.
Non superò l’8, e per molto tempo gli è stato confezionato addosso il vestito da clown.
Adesso che quell’obiettivo sembra quasi una profezia, nessuno lo prende più in giro e anzi tutti lo adulano.
Il candidato socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier ha inutilmente provato a tirarlo dalla sua parte, per convincerlo a ipotizzare una coalizione semaforo (sempre dal colore dei tre partiti che ne avrebbero dovuto far parte, Spd, Grünen e Fdp) e ora che lui gli ha chiuso la porta in faccia, lo addita come un pericolo pubblico, un cavallo di troia del liberalismo selvaggio e lo accusa di lesa maestà sociale.
In verità, anche i liberali, in Germania, si rifanno al modello dell’economia sociale di mercato, pur continuando a mettere l’accento sul mercato.
Governano con successo in sei regioni, tra le quali si annoverano le più ricche e produttive del paese, ad ovest come ad est: Baviera, Assia, Baden-Württemberg, Sassonia.
In nessuna l’Fdp ha smantellato il welfare.
Proprio a Dresda, dove si è votato due settimane fa, l’Fdp ha già chiuso le trattative con la Cdu per il nuovo governo, mentre nelle altre due regioni, dove l’Spd prova a imbarcare la Linke (sinistra radicale), tutto è ancora in alto mare.
Gioca la carta della stabilità, contro l’incertezza determinata dall’impasse di un sistema a cinque partiti, di cui uno – proprio la Linke – viene ancora considerato inaffidabile per stringere accordi a livello nazionale.
Ha rivoltato come un calzino il partito, facendo fuori il vecchio apparato tradizionale e riempiendolo di giovani ed eliminando di fatto la concorrenza interna.
Mescola libertà economica e libertà dei diritti e appartiene a quella nuova generazione di politici che non fa più mistero della propria omosessualità.
Qualora vincesse, potrebbe diventare ministro degli Esteri, anche se non esclude un dicastero economico per dare corpo alla sua politica riformista.
Ma anche se dovesse sedere all’Auswärtiges Amt (la Farnesina tedesca) le sue credenziali sono buone, nel segno della continuità.

«Con lui non ci saranno cambiamenti nella politica estera tedesca – spiega il professor Eberhard Sandschneider, componente del presidium della Società di politica estera, un’istituzione in materia – poco tempo fa è stato qui da noi e ha illustrato le sue linee mantenendosi diligentemente nella tradizione del partito liberale».
L’Fdp, d’altronde, ha nel suo album di famiglia il ministro degli Esteri della riunificazione, quell’Hans-Dietrich Genscher che ha guidato ininterrottamente la diplomazia tedesca dal 1974 al 1992, con il socialdemocratico Schmidt e il democristiano Kohl.
«Se devo trovare una unica nota stonata in Westerwelle – aggiunge Sandschneider – è stata il riferimento scolastico alle relazioni transatlantiche, che invece negli ultimi anni sono profondamente mutate. Poi non ha alcuna esperienza ministeriale».
A quest’ultima mancanza Westerwelle vuol porre rimedio.
Sa di giocarsi una battaglia decisiva e ha deciso di farlo caratterizzandosi nella maniera più netta possibile.
Un solo obiettivo: governare con la Merkel e costituire un governo organico di centrodestra che rimetta in moto la Germania facendo quelle riforme che la Grosse Koalition non poteva realizzare.
Nel mirino delle sue proposte c’è il ceto medio e i medi e piccoli imprenditori, quelli che nessun intervento statale vuol salvare perché non rivestono importanza strategica.
Per questo specifico gruppo sociale Westerwelle chiede che lo Stato impieghi le proprie risorse per alleggerire il carico fiscale.
Meno tasse inserite in una profonda riforma del sistema fiscale.
Quando gli ribattono che questo comporterebbe l’abbattimento dello Stato sociale, lui mostra le ultime misure del governo, gli incentivi alla rottamazione o la strisciante statalizzazione delle banche in sofferenza: i soldi ci sono, dice, noi vogliamo spenderli diversamente.

In questa campagna elettorale ha mostrato più coraggio della Merkel, che ha preferito un profilo istituzionale, lasciandosi aperta la carta di una seconda Grosse Koalition.

Per Westerwelle il 27 settembre sarà come puntare su un numero unico alla roulette.

Dovesse mancare anche questa volta l’ingresso al governo, potrebbero aprirsi nel partito quei conflitti finora sopiti.
Se invece assieme alla Cdu supererà il 50 per cento, molto sarà dovuto proprio alla sua caparbietà e alla sua tenacia.

Tratto da http://www.ffwebmagazine.it/

Forse alla Merkel non basterà vincere le elezioni per governare la Germania

27 settembre 2009

Articolo di Giovanni Boggero

Se si fosse davvero trattato della campagna elettorale più noiosa dai tempi della riunificazione- così come l’hanno dipinta gran parte dei media tedeschi- forse non staremmo qui tutti in trepidante attesa a speculare su un risultato ad oggi ancora estremamente nebuloso ed aleatorio. La suspense, che  si respira ad ogni angolo della Repubblica federale, è insomma la cartina di tornasole di una sfida per la Cancelleria non poi così monocorde e prevedibile.

Ad aver riacceso l’interesse inizialmente debole per le elezioni politiche di oggi, ha contribuito innanzitutto la recente tornata per il rinnovo di tre parlamenti regionali e il batticuore provocato dall’esito di questa nei vertici nazionali della CDU.

Benché il partito socialdemocratico non ne abbia infatti tratto un sostanziale vantaggio in termini percentuali, il brusco calo subito dai democristiani nella Saar e in Turingia è psicologicamente valso più di qualsiasi netta, quanto improbabile vittoria a favore del blocco rosso-verde.

Ma che i rapporti di forza tra le due tradizionali Volksparteien fossero in repentina evoluzione, lo si è percepito a seguito del duello televisivo tra una Cancelliera tutta schierata in difesa e un candidato socialdemocratico più propositivo ed arrembante.

D’altra parte, Steinmeier e la sua acciaccata SPD non avevano né hanno nulla da perdere, visto il baratro demoscopico in cui sono irrimediabilmente sprofondati alla fine di questa legislatura. Tanto vale tentare il tutto per tutto, anche al costo di risultare stucchevoli ed un po’ al di sopra delle righe, sembra abbiano pensato dalle parti della Willy-Brandt-Haus.

Come malcelata strizzatina d’occhi all’elettorato della sinistra radicale va dunque compreso l’annuncio- poi smussato- di voler ritirare le truppe dall’Afghanistan entro il 2013; come tentativo di sottrarre voti alla concorrenza ambientalista va invece spiegata la severa contrarietà a qualsiasi ripensamento sul phase-out dal nucleare.

Un effetto di simile quadratura del cerchio è stato peraltro perseguito, ponendo l’accento fino alla nausea sulla necessità morale di un salario minimo generalizzato e di tasse elevate per i più ricchi. Ecco perché, tutto sommato, al di là della tentennante reticenza da campagna elettorale, un esecutivo rosso-rosso-verde non è poi così remoto e del tutto inconcepibile.

Ciò che unisce SPD e Die Linke è preponderante rispetto a ciò che le divide.

Magari il matrimonio non avverrà dopodomani e forse non sarà lo stesso Steinmeier a celebrarlo, ma qualcuno disposto ad imboccare in prima persona questa via accidentata non sarebbe certo difficile da reperire.

Non da ultimo Klaus Wowereit, che, in qualità di sindaco di Berlino, regge da anni insieme con i postcomunisti le sorti del Land della capitale e mai ha fatto mistero di voler traslocare ai piani alti della stanza dei bottoni.

Tale ipotesi pare tanto più realistica, qualora si consideri che una probabile riedizione della Große Koalition potrebbe prematuramente fare un buco nell’acqua e smembrarsi qualche mese dopo il voto.

Se infatti è vero che nelle ultime settimane la CDU/CSU sembra aver inopinatamente virato verso una sorta di rafforzamento dello status quo- tutte le proposte dei liberali sono state bocciate senza appello dalla Cancelliera, così come dal governatore della Baviera Seehofer; ebbene, anche sul versante dell’SPD, con una discutibile dichiarazione del Ministro delle Finanze Steinbrück, braccio destro della signora Merkel nell’opera di tamponamento della crisi economica, si anela in buona sostanza ad una Große Koalition 2.0.

Per i socialdemocratici si tratterebbe d’altronde dell’unica maniera per rimanere alla tolda di comando ed evitare così un esecutivo giallo-nero, sfumato nel 2005 e i numeri per la nascita del quale sono traballanti anche quattro anni dopo; per la CDU/CSU, invece, si tratterebbe di continuare un’esperienza di governo latente dal punto di vista dei risultati, non da quello dei consensi.

Trattare con l’FDP, partito troppo intransigente nella sua battaglia contro il carico fiscale e il neo-istituito fondo nazionale per la sanità, sarebbe paradossalmente un’impresa ben più ardua e una fonte di attriti assai pericolosi.

Benché i liberali abbiano fatto in questa campagna elettorale molte più concessioni al Sozialstaat e all’economia sociale di mercato di quanto non sia accaduto in passato, la componente più sociale della CDU/CSU è nel frattempo scivolata ulteriormente verso il centro-sinistra dello schieramento.

Ha detto molto bene Frank Schäffler, parlamentare dell’FDP, all’indomani del dibattito televisivo tra Merkel e Steinmeier: “Ieri sera abbiamo assistito ad un duetto tra due candidati socialdemocratici che si contendono la Cancelleria”.

CDU ed SPD condividono infatti molto di più, di quanto si sarebbe potuto immaginare all’inizio della legislatura.

Eppure, nonostante le crepe apertesi in quella che fino ad un lustro fa pareva essere un’alleanza elettorale saldissima, l’FDP ha escluso ancora una volta di voler fare da stampella ad SPD e Verdi in un cosiddetto “governo semaforo” (giallo-rosso-verde).

L’unica alternativa, qualora non vi fossero i numeri per governare con la signora Merkel, sarebbe- per singolare contrappasso- di restare all’opposizione.

Ma per un partito come il FDP che si appresta ad affrontare il giudizio degli elettori nel bel mezzo di una crisi finanziaria, che secondo qualcuno sarebbe il prodotto di un turbocapitalismo dissennato, l’idea di conseguire un risultato a due cifre (tra il 13 e il 15%) è già di per sé un mezzo trionfo.

A tenersi le mani libere sono invece i Verdi, i quali, data l’eterna divisione interna tra una componente più pragmatica ed una eco-fondamentalista, oscillano in maniera molto ambigua tra il blocco liberalconservatore e quello socialcomunista, fungendo in taluni casi da imprescindibile cerniera di stabilità.

Ciò accade a livello locale, dove i Verdi governano alla bisogna un po’ con la CDU, come ad Amburgo un po’ con l’SPD, come nel Land di Brema.

L’eventualità che il loro 10-11% possa fungere da ago della bilancia anche a livello federale non va quindi del tutto esclusa.

Come non va esclusa la variopinta e, per certi versi, difficilmente sostenibile alleanza tra verdi, liberali e democristiani (Jamaika Koalition).

Renate Künast, candidata capolista degli ecologisti al Bundestag, si è però preoccupata di chiarire che “la Jamaika resta ad oggi un paese dei Caraibi”.

E questo benché le basi per una collaborazione giallo-verde-nera si stiano ponendo proprio in queste ore nel piccolo Land della Saar.

Infine, qualche nota conclusiva un po’ più tecnica.

Alle 18 di stasera, il corno del dilemma starà innanzitutto nel decifrare se CDU, CSU ed FDP abbiano o meno raggiunto la maggioranza assoluta dei consensi.

In caso contrario, nel valutare se un 47-48% possa comunque bastare per la formazione di un nuovo governo.

Non bisogna infatti dimenticare che la discrasia tra primo e secondo voto può produrre un discreto numero di Überhangmandate, ossia di mandati in eccedenza.

Stando ad una sentenza della Corte Costituzionale del luglio del 2008, tale meccanismo di correzione può innescare esiti controintuitivi, del tutto incostituzionali.

Perciò il legislatore dovrà correggere la legge elettorale entro e non oltre il 2011.

Il problema è che, non avendo fissato un termine anteriore, sussiste tuttora il rischio che la signora Merkel sia messa nelle condizioni di governare solo in virtù degli Überhangmandate.

L’SPD ha da subito messo le mani avanti, auspicando che non si formino “maggioranze illegittime” di questa natura.

Die Linke ha addirittura presentato un nuovo esposto alla Corte Costituzionale. Staremo a vedere. Ma domenica prossima sarà altrettanto importante buttare l’occhio ai risultati delle elezioni regionali nel Land del Brandeburgo, feudo socialdemocratico e a quelle dello Schleswig-Holstein, dove una coalizione giallo-nera si appresta a sostituire una maggioranza rosso-nera.

Come è noto, infatti, i rappresentanti dei governi dei Länder siedono nel Bundesrat, la Camera alta del Parlamento tedesco.

Per governare è auspicabile avere la maggioranza in entrambe le assemblee.

Tratto da http://www.loccidentale.it/

People’s parties without the people

27 settembre 2009

Germany’s political fragmentation

GERMANY’S two big parties— the Volksparteien or “people’s parties”—have long been the pillars of an enviably stable political system. But they have lost ground over the years and, whoever wins the parliamentary election on September 27th, the outcome may be more fragmentation.

Between them, the centre-right Christian Democratic Union (CDU) and the centre-left Social Democratic Party (SPD) captured 90% of the votes cast in national elections in the 1970s.

In 2005 their combined vote fell below 70%, forcing them to govern together in a “grand coalition”.

The latest polls say their share could sink to around 60% (see chart). “The Volksparteien are coming to an end,” says Peter Lösche, a political scientist.

This worries many Germans. Countries with parliaments elected by proportional representation are often cursed with myriad political groups.

In Germany, though, the large Volksparteien have made coalition-building relatively easy, and squeezed out parties of the extreme right.

If the Volksparteien are in trouble, Germans fear, democracy may be too.

Already, the number of parties in the Bundestag has risen from three to five, with the entry of the Greens in 1983 and, following unification in 1990, of the populist Left Party, heirs to East Germany’s communists.

Further splintering may one day produce a thuggish force on the right. Voter participation in national elections is slipping, though it remains close to 80%.

The erosion of the big parties reflects “dissatisfaction with our democracy”, claims a new book, “Volksparteien without Volk”.

Obituaries may be premature, though. The woes of the Volksparteien are partly the result of having to share power unhappily in the grand coalition.

The SPD, in particular, is going through a bad patch. It has feuded internally over reforms enacted by the grand coalition and its predecessor, an SPD-Green government.

It has run through four party chairmen in the past five years and its candidate for the chancellorship, Frank-Walter Steinmeier, now foreign minister, looks no match for the popular incumbent, the CDU’s Angela Merkel.

Things may look different on election day. The SPD could well win more votes than the disastrous 25% or so now predicted by polls. Or the vote could result in an old-fashioned coalition between the CDU and the liberal Free Democrats (FDP).

When the term Volksparteien was coined in the 1960s it was not a compliment; their catch-all character suggested political promiscuity.

The CDU’s roots are in the Catholic church, especially in Germany’s south (its Bavarian sister party, the Christian Social Union, or CSU, considers itself a separate Volkspartei). The SPD’s base is the trade unions.

In the “golden ‘70s” both were part of cradle-to-grave subcultures whose members worked, holidayed and voted together.

Yet both had diverse schools of thought (the CDU has a left-leaning “social” wing and the SPD has a relatively liberal one). “Only a Volkspartei can promise well-being for all,” says Tilman Mayer of Bonn University.

Nowadays churches have emptied, union membership has slumped and voters have become more footloose.

The parties’ combined membership (excluding the CSU’s) has dropped from 1.7m in the 1970s to 1m, with the CDU surpassing the SPD for the first time last year. Nearly half are 60 or older.

The young have other interests.

“They don’t connect their situation with the overall political situation,” says Franziska Drohsel, head of the Young Socialists, the SPD’s youth wing. “They feel they have to struggle alone.”

It looks like a vicious circle. Little now distinguishes the CDU’s voters from the SPD’s; they are prone to last-minute decisions. Both parties woo the amorphous middle, to the dismay of those voters who want political contours to be drawn sharply.

With five parties in the Bundestag, the make-up of the next government could become a lottery.

If the CDU and the FDP jointly fall short of a majority, the Volksparteien could be forced into another grand coalition.

Or there might be some weirder combinations: perhaps a three-way partnership of the SPD, the FDP and the Greens; or perhaps even a CDU-Green pairing.

A more straightforward left-wing alliance of SPD, Greens and the Left Party has been ruled out by the SPD—for the time being. Chaos and fragmentation are not inevitable.

Some of the mess will be sorted out if and when the SPD drives the Left Party back to its eastern stronghold, or consents to work with it at national level.

In a sea of floating voters much depends on a party having appealing leadership. The CDU has this in Ms Merkel; the SPD could rebuild it, perhaps best in opposition. Mr Mayer thinks the economic crisis will renew voters’ faith in the traditional parties, which represent “stability and trust”.

Even if that is wrong, catch-all parties of some sort will continue to hold sway in Germany, believes Wolfgang Schroeder of Kassel University.

As they grow, the second-tier parties could yet become Volksparteien themselves.

Tratto da Economist.com

La rivoluzione è realizzare la propria libertà

26 settembre 2009

Il libro di Palmer obbliga gli uomini di principi a decidere quanto sono disposti a cedere, al mondo, per assicurare alle proprie idee un futuro

Articolo di Alberto Mingardi

Realizing Freedom: Libertarian Theory, History, and Practice (Cato Institute 2009, 540 pagine) è un titolo impegnativo.
Il triplice richiamo alla teoria, alla storia e alla pratica della libertà fa tremare i polsi: in parte, perché lascia intuire una trama teorica, per l’appunto, molto spessa, in grado di ricongiungere questioni e problemi di carattere tanto diverso.
In parte perché se la storia non sempre si accorda alla teoria, l’esperienza, la “pratica” della libertà: intesa come senso di missione, come vocazione al proselitismo, è roba per pochi, e quei pochi rischiano di essere tarantolati dall’attivismo politico, di perdere di vista le alture del mondo delle idee.
Eppure, se il titolo è più che ambizioso, il libro in questione tiene fede alle sue promesse.
Perché l’autore è Tom Palmer, già vice presidente del Cato Institute di Washington e ora all’Atlas Economic Research Foundation, fra i pochissimi intellettuali a unire una comprensione profonda del liberalismo come sistema di idee, e una storia personale a mille leghe dalla torre eburnea, passata anzi a scavare sempre nuove trincee.
Racconta Palmer di quando, a poco più di vent’anni, “contrabbandava” libri al di là della cortina di ferro. I tempi sono cambiati, la sua vita meno.
Ora con l’Atlas Economic Research Foundation è impegnato in una “Global Initiative for Free Trade, Peace, and Prosperity” che mira a far conoscere le idee della libertà proprio in quei Paesi dove hanno meno storia e presa: a cominciare dal Medio Oriente.
L’obiettivo non è quello di “esportare la democrazia” a scapito delle culture politiche locali, ma di portare a comprendere il contenuto autenticamente universale dell’impalcatura intellettuale della tolleranza, della libertà, dello scambio.
Il liberalismo è cosmopolita, pensa che tutti gli uomini nascano diversi ma con eguali diritti innanzi alla legge, e proprio questo gli impedisce di fermarsi ai confini nazionali.
La “Global Initiative” di Palmer, con pochi mezzi, fa tanto: siti web nelle lingue più diverse, traduzioni di libri, seminari dal Marocco alla Cina, rivolti eminentemente a studenti universitari.
“Realizzare la libertà”, suggerisce Palmer, è una vera sfida perché obbliga gli uomini di principi a decidere quanto sono disposti a cedere, al mondo, per assicurare alle proprie idee un futuro.
Fino a che punto sono pronti a modificare il proprio vocabolario, perché il dialogo con gli altri non sia un dialogo fra sordi.
Non ci sono ricette: c’è la coscienza, ci sono le attitudini e le preferenze di ciascuno.
Prima di predicarla, però, bisogna intendersi su che cosa sia la libertà individuale.
Ed è qui che Palmer dà il meglio.
Armato di robusti strumenti analitici, nella parte “teorica” del volume dimostra come la libertà sia da intendersi come “libertà dal potere arbitrario”: e non vada confusa con il benessere, con la felicità, con la ricchezza, come invece viene fatto sovente da autori diversissimi ma convergenti nel cercare “nella libertà, qualcosa che non sia la libertà stessa”.
Questo vuol dire che la libertà non è nemmeno: poter fare ciò che si vuole.
Poter fare ciò che si vuole è una parte importante del concetto di libertà, ma non lo esaurisce.
La tradizione liberale è incardinata sull’idea della rule of law: il diritto come camicia di forza imposta al potere, per rendere più prevedibile e sicura la vita di tutti.
Ma il diritto anche come strumento per regolare la vita fra persone, perché la libertà dell’uno finisca davvero come comincia la libertà dell’altro.
Il nocciolo del problema è fermare l’arbitrio, la discrezionalità, edulcorare la natura più vera del potere: che è proprio costringere l’oggetto di potere a fare ciò che altri vuole, quando lo vuole, senza premio o garanzia alcuna.
È per questo che, per Palmer, il governo è legittimo solo se limitato.
Citando Madison, spiega che il “beneficio del popolo” in vista del quale il governo è posto in essere consiste “nel poter godere della vita e della libertà, con il diritto di acquisire e usare delle proprietà, e generalmente di poter perseguire e ottenre [a proprio modo] felicità e sicurezza”.
La lezione dei padri fondatori americani è al centro di una grande tradizione intellettuale, ma oggi è minoritaria.
Per alcuni, la libertà dal potere arbitrario è ciò che rende possibile agli individui scegliere autonomamente quali rischi correre nella propria vita, e viverla come meglio ritengono.
Per altri, la necessità di creare “sicurezza” suggerisce di mettere in capo al governo la libertà di essere sommamente variabile, incerto, bizzoso, e dispotico.
Ecco perché il pragmatismo rischia di essere se possibile ancora più pericoloso delle ideologie assassine del secolo scorso.
Travestendo il “big government” da amico del “little guy”, quello che si viene a creare è una melassa oppressiva, forte di una retorica che vede sempre centrali entità collettive, “gruppi”, “ceti” e “popoli”, i cui interessi vengono messi al di sopra dei diritti del singolo.
È un ritorno di fiamma del tribalismo, della logica del gruppi chiusi (Palmer cita Musil: il socialismo è “bloccato nell’etica della fraternità”), piegata alle esigenze della classe politica.
L’ambizione di “realizzare la libertà” diventa allora l’unica speranza contro l’arroganza dei despoti e le lusinghe degli ideologi.
L’una e le altre ancora forti e venefiche in Occidente, e anche peggio altrove.

Da Il Riformista, 20 settembre 2009

Rand Paul Money Bomb: more than one million of dollars!

26 settembre 2009

Rand Paul

Altro che Indice della Felicità, meglio quello della Libertà

26 settembre 2009

Se il Pil chiede già troppo (incaricando lo Stato di far crescere il nostro reddito), questo nuovo indice appare ancor più inquietante

Articolo di Carlo Lottieri

Lo scorso 14 settembre, in quel contesto così ricco di suggestioni per la storia francese che è l’università Sorbona (il cuore tradizionale della cultura accademica di Parigi, nata libera in età medievale ma poi “catturata” dal potere dei sovrani), il presidente Nicolas Sarkozy ha lanciato l’idea di sostituire il Pil – un indicatore abituale della ricchezza di un Paese – con un nuovo indice, che sappia meglio valutare la reale crescita e che quindi ambisca a misurare addirittura la felicità.
Qualche considerazione merita di essere fatta.
Parlar male di uno strumento come il Pil è un’operazione doverosa, ma anche molto facile.
Da tempo questo strumento è soggetto a una quantità innumerevole di critiche ben fondate, la più solida delle quali – a mio parere – è quella (di matrice “austriaca”) che rileva come in definitiva esso tenti di assommare semplici “cifre”, prezzi o costi che siano, anche se in realtà avrebbe l’ambizione d’individuare il valore stesso della produzione.
In altre parole, se un’impresa realizza motociclette per 100 milioni di euro, il suo contributo al Pil è di 100 milioni di euro (a cui bisognerà poi togliere l’insieme dei costi, ovviamente).
Il problema è che le cose non stanno così, poiché se vi sono soggetti che sono stati pronti a spendere 100 milioni di euro per acquistare quei prodotti, questo significa che hanno valutato di più (e non si può sapere di quanto) le motociclette di cui sono diventati proprietari.
Prezzo e valore non coincidono.
In linea teorica, il problema può essere posto in questi termini: poiché il valore è soggettivo, esso non può essere misurato, e sicuramente non può essere ricondotto ai numerari.
Ma al Pil vanno attribuite molte altre debolezze, a partire dal fatto che per valutare l’apporto del settore pubblico si va ad individuare quanto esso costa ai contribuenti.
Il che porta al risultato paradossale che a un leader politico spregiudicato che volesse rapidamente aumentare il Pil basterebbe aumentare del 10% gli stipendi dei funzionari di Stato.
Riconosciuto tutto ciò, l’indice della felicità è qualcosa di ancor più opinabile.
Soprattutto se si considera che gli indici sono come le cartine geografiche: semplici strumenti che possono in qualche modo aiutarci, e nessun chiede ad un piccolo pezzo di carta di essere “uguale” alla Sicilia: ci basta che possa aiutarci a percorre la strada che porta da Palermo a Trapani, da Trapani a Mazara del Vallo, e da Mazara a Siracusa.
Sotto questo profilo, il Pil – pur utilizzato con mille avvertenze – può avere una qualche utilità.
L’indice di Sarkozy (o di Amartya Sen, o di mille altri ancora) apre invece la strada ad arbitri ben maggiori, poiché è chiaro che esso è progettato al fine di includere tutti quegli elementi non-monetari che sono in linea con la sensibilità prevalente: una certa idea dell’ambiente, ad esempio, o ancor meglio della solidarietà pubblica.
Come ha rilevato Oscar Giannino in un suo intervento su Chicago-blog, questo Happiness Index sembra fatto per illudere gli europei che il Vecchio Continente sia l’area più civile e sviluppata del pianeta.
Ciò non è più vero da tempo.
Ovviamente, in questo come in altri casi non c’è alcun bisogno di fare scelte da imporre agli altri: e quindi non ha alcun senso proporre di abolire il Pil per sostituirlo con un altro strumento di valutazione.
Se qualcuno crede che gli indici sulla felicità (ne esistono già, e per tutti i gusti) siano migliori, li adotti: e magari riuscirà a trarne qualche indicazione utile.
Ma chi vorrà continuare ad usare strumenti differenti, come il Pil o altri ancora, seguirà strade alternative.
Pur con la consapevolezza (va ripetuto) che ogni indice ha i suoi difetti, noi riteniamo che all’indice della felicità si debba contrapporre un altro indice, quello della libertà economica.
Essenzialmente per due motivi.
In primo luogo, una nozione come è quella di felicità è davvero troppo difficile da precisare in linea generale e impossibile da definire in modo univoco.
Chi scrive rifugge ogni spiritualismo ed è perfino membro di una comunità religiosa in cui periodicamente ci si nutre (concretamente, non in senso figurato) di Dio stesso.
Però è chiaro che una prospettiva che ambisca – entro tali discussioni – a definire e comunque “misurare” la felicità conduce a prospettive grevemente materialistiche: le cui implicazioni “troppo umane” sono evidenti a chiunque.
È l’ideale di una vita da welfare State: una certa quantità di cure mediche, una qualche istruzione, un pacchetto di svaghi e servizi culturali, un po’ di reddito garantito, una vita sufficientemente lunga, e via dicendo.
Un’esistenza da pesciolino in una boccia di vetro, o giù di lì.
A questo punto, meglio il Pil: che parla solo di soldi e non pretende di andare oltre.
D’altra parte, se riprendiamo il paragone della cartina geografica ci accorgiamo che nessuno strumento è neutrale e avalutativo.
Max Weber è stato un grande studioso, ma la sua idea di una scienza sociale werfrei (aliena da valori o implicazioni morali) fa sorridere.
In tali ambiti ogni analisi sottende precise opzioni e ragioni, anche di natura etica.
Ebbene, è chiaro a tutti che l’Indice della Felicità annunciato al mondo da Sarkozy non soltanto intende pesare la felicità, ma implicitamente suggerisce che compito della politica economica e più in generale dell’azione pubblica sia quello d’innalzare la felicità dei singoli. Sarkò ci vuole più felici: e ovviamente a modo suo.
Se il Pil chiede già troppo (incaricando lo Stato di far crescere il nostro reddito), questo nuovo indice appare ancor più inquietante.
Quello che i liberali chiedono alla buona politica, invece, è di intralciare le ambizioni (tendenzialmente totalitarie) del potere: schierandosi a difesa della libertà dei singoli.
In questo senso, l’indice della Heritage Foundation o quello del Fraser Institute, per citare solo questi due, richiamano l’attenzione su quanto siano pesanti la tassazione e la regolamentazione sulle vite degli individui: e sulla scia di questo stilano la lista dei buoni e dei cattivi.
Che poi vivere nello Zimbabwe o in Myanmar (i due istituti sopra citati concordano, e nessuno si sorprenderà, nel porre questi paesi tra quelli che sono in fondo alla classifica) comporti anche un Pil modesto e qualche problema per chi vuole conquistare la propria felicità, lo capisce chiunque.
Ma certo la libertà economica è qualcosa di assai più facile da definire della felicità, e un obiettivo politico assai più legittimo per ogni Sarkozy della terra bene intenzionato nei nostri riguardi.

Da libertiamo.it , 18 settembre 2009

Sono un comunista

26 settembre 2009

Articolo di Carlo Stagnaro

Un amico mi ha dato di comunista perché ho detto che il Cavaliere a volte le spara grosse.

Ecco cosa ha dichiarato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite:

La speculazione sui prodotti alimentari (grano, riso, soia) ha determinato gravi crisi, specialmente nel continente africano le drammatiche fluttuazioni del prezzo del petrolio hanno contribuito a loro volta all’instabilità finanziaria ed economica. Il prezzo del greggio è aumentato da 70 a 150 dollari al barile, per scendere poi a 32 dollari e tornare ora a 70 dollari, nonostante una diminuzione del consumo mondiale di quasi il 2 per cento nell’ultimo anno.

Sappiamo bene che queste oscillazioni di prezzo sono determinate dalle speculazioni per cui un barile viene venduto da 4 a 6 volte prima di raggiungere il consumatore finale e che è quindi interesse degli speculatori spingere il più possibile in alto il prezzo del barile…

E’ assolutamente prioritario regolamentare in modo stringente il mercato dei futures.

Ci è parso che dovremmo considerare anche un sistema globale di riserve strategiche di materie prime per neutralizzare sul nascere tensioni speculative. Occorrerebbe affidare anche un severo ruolo di controllo agenzie specializzate neutrali tra le quali quelle dell’Onu.

In un altro passaggio del suo discorso, Berlusconi ha attaccato duramente i paradisi fiscali, di cui ha addirittura invocato la “chiusura”.

Con tutto il rispetto, il Premier ha detto un mare di corbellerie.

Io non sono tra quelli che negano l’esistenza di una componente speculativa incorporata nel prezzo del barile, anche se è molto difficile quantificarla.

Penso però che la speculazione, da sola, non sia in grado di spingere in alto (o in basso) il prezzo del greggio, a meno che i fondamentali sottostanti non si trovino in una condizione tale da consentirlo.

Il problema del mercato petrolifero negli ultimi anni va cercato appunto nei fondamentali, ossia nell’esistenza di una troppo ridotta spare capacity che ha amplificato il rischio di disruption in presenza di shock esterni (che fossero di natura terroristica, fisica, incidenti, o che altro è del tutto secondario).

La paura che ciò potesse accadere ha da un lato determinato un comportamento prudenziale degli operatori, che nei loro investimenti scontavano appunto tale rischio; dall’altro ha offerto il destro agli speculatori puri.

Non si può pensare di risolvere questo tipo di problema alterando il mercato dei futures, più di quanto truccare la scala del termometro possa far passare la febbre.

Oltre a questo, trovo semplicemente ridicolo pensare che il male possa essere curato iniettando nel mercato globalizzato un virus ancora peggiore, cioè quelle che Berlusconi chiama “riserve strategiche”.

Non solo le riserve strategiche sono, economicamente parlando, un pessimo affare.

La soluzione che propone è quanto più speculativo possa esistere al mondo: egli sta infatti parlando della costituzione di un soggetto che, per funzionare, deve comprare enormi quantità di petrolio quando i prezzi sono bassi (facendoli salire) per poi rivenderle quando sono alti (facendoli scendere), che è esattamente il comportamento di uno speculatore razionale.

Con la differenza che questo marchingegno, a differenza di un qualunque altro normale speculatore, sarebbe in grado di alterare, da solo e massicciamente, i prezzi del petrolio, distorcendo in misura inaccettabile i segnali del mercato.

Di una simile prospettiva bisogna pensare tutto il male possibile, senza contare che diventerebbe una sorta di arma-fine-di-mondo nel momento in cui, come già oggi in parte accade con le scorte statunitensi, gli operatori si riferissero al comportamento dei suoi gestori per orientare le loro azioni.

Per quel che riguarda i paradisi fiscali, non credo che andrebbero “chiusi”: andrebbero, al contrario, tutelati, come forma di difesa dei contribuenti contro la voracia fiscale degli Stati poco paradisiaci come il nostro.

Ad aggravare la mia posizione in questo senso, segnalo che un mio articolo sul tema è di prossima pubblicazione sulla rivista Limes, che come è noto è pubblicata dall’impero editoriale avverso al Presidente del Consiglio.

Per tutte queste ragioni, mi hanno dato del comunista.

Resto naturalmente disponibile a tornare nel campo anticomunista quando il Cavaliere tornerà alla ragione.

Tratto da Chicago-blog.it

Obama tra di voi

26 settembre 2009

Il triangolo


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