Una conferma del fatto che, in Italia, le tesi autenticamente liberali sono tutt’altro che popolari e condivise da tutti (a partire dai nostri governanti moralisti e perbenisti locali e nazionali) può venire dalla lettura di un libro pubblicato alcuni anni fa dalle edizioni Liberilibri.
Si tratta di Difendere l’indifendibile di Walter Block, in cui l’autore propone un’apologia della società di mercato davvero controcorrente.
La tesi da cui muove Block, infatti, è che per affermare la legittimità del sistema capitalistico puro bisogna riuscire a dimostrare che non è in alcun modo legittimo né razionale impedire l’attività dei soggetti che “fanno il mercato” e che, giorno dopo giorno, costruiscono effettivamente l’ordine liberale.
Ma i protagonisti del mercato che egli qui individua e di cui tesse le lodi non sono l’imprenditore illuminato o il risparmiatore previdente, bensì figure molto più contestate (soprattutto in un paese come l’Italia).
Come emerge dai titoli dei vari capitoli, infatti, questo volume difende a spada tratta “La prostituta”, “Il porco maschilista”, “Il ricattatore”, “Lo spacciatore”, “Lo speculatore usuraio”, “Il datore di lavoro ai minori”, e così via.
Block cerca insomma di illustrare la legittimità del comportamento di quei “partecipanti al sistema della libera impresa che vengono maggiormente vituperati”, nella convinzione che – se gli riesce di giustificare perfino tali professionisti della libera impresa – la sua perorazione a favore del libero mercato uscirà “ulteriormente rafforzata”.
Basandosi sui principi etici del libertarismo (libertarianism, in inglese), Block mostra come comportamenti spesso inibiti dallo Stato possono talora essere immorali per i politici e la loro “sensibilità legislativa”, ma non per questo devono essere interdetti.
Ma cos’è il libertarismo e in cosa si distingue dal liberalismo classico? Secondo Norman Barry esso “prende le mosse, nella maggioranza dei casi, dall’assunzione assiomatica dell’immoralità o dell’inefficienza (o il più delle volte di entrambe) di tutta l’azione dello Stato”.
Si può quindi palarne come di un liberalismo coerente, o anche integrale, che non si limita a riconoscere la facoltà dell’imprenditore di fare il proprio lavoro se egli non daneggia nessuno, ma si incarica di assumere la difesa anche di tutte quelle attività che – pur essendo malviste – non aggrediscono in alcun modo il prossimo e i suoi beni.
Prendiamo il caso del tossicodipendente.
È giusto pensare che l’assunzione di certe sostanze chimiche sia dannosa e che quindi sbagli chi ne fa uso, tanto da non poter più vivere senza di esse.
Ma questo non ci dà il diritto di impedire ad alcuno di drogarsi se egli non danneggia gli altri.
Stesso discorso per il prestito ad usura.
Molti sostengono che contrarre debiti sia irrazionale, dato che si rischia di innescare una spirale pericolosa.
La tesi di per sé non è del tutto assurda, sebbene sia stata rigettata da tutti coloro che nella storia hanno sottoscritto mutui o altre forme di prestiti.
Va però aggiunto che questa pretesa “verità” non dovrebbe essere imposta per legge, né il prestito andrebbe proibito quando supera una certa (arbitraria) soglia di interesse.
Interdire un prestito al tasso annuo del 50% significa ostacolare libere relazioni d’affari tra tutti coloro che vogliono stipulare simili contratti assumendosene il rischio in proprio.
D’altra parte, Block ritiene che ogni scambio in qualche modo migliori la condizione di chi lo sottoscrive.
Se io sono pronto a pagare il 50% annuo pur di avere una certa somma, questo significa che ritengo meglio – nelle mie condizioni attuali – avere soldi e debito” invece che nessuno dei due.
È evidente che se troverò qualche filantropo che mi darà “soldi senza debito” (o anche “soldi e meno debito”) ne accetterò le proposte, ma in assenza di alternative l’usuraio che chiede l’interesse del 50% è l’unico che mi aiuta.
L’autore di Difendere l’indifendibile, dunque, mostra la realtà quale essa è.
Non cerca di occultarla con i moralismi e buonismi nostrani di machiavellica e savonaroliana memoria.
Ma l’utopia capitalista che emerge non è un qualcosa di spaventoso ed invivibile.
Al contrario, Block è molto bravo nell’illustrare gli effetti benefici che una piena deregulation avrebbe sui particolari mercati che sono al centro delle sue analisi.
Il mondo quale lo conosciamo sarebbe molto migliore se venissero meno gli effetti perversi dell’intervento statale in particolare se i politici iniziassero a farsi meno gli affari degli altri.
Senza le censure legali che oggi deformano il mercato avremmo tassi di interessi usurai più bassi, prostitute sottratte alle organizzazioni criminali, eroina di migliore qualità e a più buon prezzo (e quindi meno morti, meno mafia, meno malavita).
Per non parlare del fatto che – nel caso della droga – vedremmo calare le motivazioni che oggi spingono molti a investire in questi mercati altamente redditizi.
L’economista statunitense, poi, evidenzia che tante imperfezioni delle nostre società – nelle quali lo Stato gioca un ruolo importantissimo – verrebbero meno in una società compiutamente liberalizzata.
L’apologia della società di mercato che è al cuore del volume di Block, comunque, non si basa soltanto su queste ragioni.
Block apprezza i positivi effetti materiali del mercato, ma lo difende in primo luogo per i principi etici su cui esso si regge.
Ed essi, in buona sostanza, sono riconducibili all’idea di libertà individuale, intesa quale diritto di disporre dei propri soldi, del proprio corpo e del proprio tempo, stipulando contratti con altri soggetti liberi e sovrani.
Gli “eroi” di Block, d’altra parte, non ledono i diritti altrui.
Non rubano, non uccidono, non violentano, non aggrediscono.
Essi propongono e stipulano accordi.
Oppure, più semplicemente, si rifiutano di cedere quello che è loro, anche se questo può esporli a ogni sorta di pubblica censura.
Ad esempio, si rifiutano di fare beneficienza o di vendere quel terreno che permetterebbe la costruzione di un’utilissima autostrada.
Devono essere moralmente biasimati? Può darsi.
Ma – è questa la tesi di Block – non possono essere aggrediti dalla legge e costretti a fare dei loro beni ciò che essi, liberamente, non farebbero.
Per Block la libertà è un bene in sé.
E senza di essa viene meno la stessa dignità umana.
Un testo oltraggioso e divertente, e tuttavia spietatamente logico, che col rasoio dell’intelletto restituisce positiva ragion d’essere a figure oggetto di universale disprezzo, relegate nel lazzaretto dei bricconi e dei nemici dell’umanità (il ruffiano, il porco maschilista, il poliziotto corrotto, il ricattatore, lo speculatore, il crumiro, …).
Un libro di cui due intelligenze egualmente libere e pur tanto lontane così hanno detto:
«Un libro sensato per acutezza ed estremo per analisi dei luoghi comuni intrinseci al Pensiero Perbene della maggioranza su tabù e discriminazioni sociali. Uno stringente discorso sulle perversioni di fondo di chi punta il dito sulle perversioni di superficie altrui, un testo, forse l’unico, che avrebbe potuto cambiare il destino di Bouvard e Pécuchet.
Difendere l’indifendibile è non solo in gran parte difendibile, ma ormai del tutto irrinunciabile.»
Aldo Busi
«Sfogliando Difendere l’indifendibile ho avuto l’impressione di essere nuovamente esposto alla terapia d’urto con cui, più di cinquant’anni fa, il compianto Ludwig von Mises mi convertì a una posizione liberista coerente [...] Per alcuni potrà sembrare una medicina troppo forte, ma farà loro del bene anche se la odieranno.
Un’autentica comprensione dell’economia richiede che ci si liberi da illusioni e pregiudizi a noi cari.
Errori diffusi in economia si esprimono spesso in pregiudizi infondati verso altre attività, e nel dimostrare la falsità di questi stereotipi Lei rende un autentico servigio, sebbene questo non La renderà certo più popolare.»
Friedrich A. von Hayek
Walter Block
Formatosi nelle discipline economiche alla Columbia University, ha insegnato alla State University of N.Y. – Stony Brook, al Baruk College of City of N.Y. e alla Rutgers University; attualmente è Adjunct Scholar degli Istituti Fraser, Cato e Mises, e docente al Dipartimento di Economia del College of Holy Cross di Worcester – Massachussetts.
È autore di vari saggi nel campo delle relazioni tra economia, etica e religione.
Fra gli altri ricordiamo: Discrimination, Affermative Action and Equal Opportunity 1982; Morality of the market: Religious and Economic Perspectives, 1985; Man, Economy and Liberty, 1988.
All’impegno accademico ha affiancato l’attività politica come membro di spicco del Libertarian Party, per il quale ha tenuto conferenze in America e in Europa, contribuendo alla divulgazione della filosofia libertaria e dei principî del liberalismo individualista radicale.
WalterBlock, Difendere l’indifendibile, Liberi libri 1995, pag.276
1 giugno 2010 alle 10:21 am
[...] proveniente da tutto il mondo. E questo è stato un autogol notevole. Noi libertari, a “Difendere l’indifendibile” siamo abituati, il resto del mondo, decisamente [...]
9 giugno 2010 alle 6:05 pm
[...] artefice di tutti i nostri mali sembra essere lo speculatore, riportiamo un passo del libro Difendere l’indifendibile (ed. Liberilibri) di Walter Block, economista libertario formato alla Columbia University, che [...]
20 gennaio 2011 alle 10:02 am
[...] che come dice il libertario Walter Block nel suo libro Difendere l’indifendibile edito da Liberilibri, tutto ciò non implichi automaticamente nè violenza nè un danno [...]