Articolo di Nicola Rossini presidente di Sardegna Liberale
Il mare magnum del liberalismo italico è in continuo movimento.
Un ribollire di idee, speranze, propositi, fra tentativi di fondare nuovi partiti e/o riesumare i cadaveri dei vecchi simboli.
Il disagio politico di coloro che credono nella libertà individuale e si riconoscono nelle pur differenti sfaccettature della galassia liberale, è palese ed evidente.
Il PDL è meno liberale di quella che fu Forza Italia, e non poteva essere altrimenti, considerando la storia e la cultura di base degli affluenti “minori” del Popolo della Libertà.
Il PD è ancora eccessivamente ibrido e sconclusionato per poter annoverare tra le sue culture di riferimento quella liberale, per non parlare di quella liberista e libertaria, assolutamente sconosciuta nel principale partito della sinistra.
Non è nemmeno il caso di citare le ali estreme dell’agone politico, in quanto il liberalismo è distante anni luce dai fondamentalismi e dai totalitarismi di destra e sinistra.
Rimane l’UDC, al centro della contesa, ma le espressioni “Unione delle Clientele” (by Silvio Berlusconi) e “Ufficio di Collocamento” (by Nicola Rossini) rendono bene l’humus culturale e la ragione sociale del partito di Casini.
Esistono, sopravvissuti al bipolarismo ed alla necessità di chiarezza dell’offerta politica, divenuta ineluttabile a cavallo di Tangentopoli e consolidatasi nell’ultimo quindicennio, microforze politiche che si rifanno alla grande tradizione liberale: nel centrosinistra la Federazione dei Liberali di Raffaele Morelli, in posizione di equidistanza il Partito Liberale Italiano di Stefano De Luca ed ora, nell’area del centrodestra, anche la Federazione per un’Italia Liberale di Alessio Di Carlo.
Si tratta di piccoli movimenti, magari anche culturalmente attivi, che sommati rappresentano, però, meno dello 0,5% dell’elettorato.
Ergo, non contano nulla.
Ed è proprio da questa semplice constatazione che i liberali dovrebbero partire per capire che l’unica strada percorribile è quella dell’aggregazione.
In un periodo di transizione come quello che si sta attraversando, nel quale il sistema politico “traballa”, tra spinte bipartitiche forti e tentativi di restaurazione del vecchio status quo catto-centrico, il compito di chi crede nella libertà individuale come paradigma di ogni decisione “pubblica” è solamente quello di fare rete, squadra, gruppo, in attesa di un possibile reset del sistema istituzionale e democratico del Paese.
Il dopo Berlusconi, secondo quasi tutti gli analisti e i commentatori politici, produrrà effetti sconosciuti in entrambi i “poli” e condurrà ad un nuovo equilibrio.
Ora, l’uomo è forte, fisicamente, mentalmente ed economicamente, ma non è immortale né politicamente eterno.
Quindi, prima o poi dovrà pur accadere che lo scettro della politica italiana, che, comunque la si pensi, gli appartiene da 15 anni abbondanti, passi di mano.
Ed in quel momento, i liberali italiani dovranno già essere in “contatto” tra loro per decidere cosa fare da grandi.
E nell’attesa? Bè, fino ad allora si dovrà lavorare, per l’appunto, nella costruzione dei link tra le diverse anime del liberalismo, siano essi singoli individui, associazioni, gruppi, movimenti o micro-partitini.
In una parola: provare a vedersi, incontrarsi, lavorare insieme a piccoli progetti di stampo culturale, progettuale, magari anche editoriale.
In un’altra parola: fare lobbing.
Per produrre idee e spunti di governo e farli diventare realtà nell’azione di quei soggetti politici che hanno intenzione di farli propri. In Sardegna ci stiamo provando.
A breve presenteremo il nostro “laboratorio”, nella speranza che anche altrove si decida di “copiare” un qualcosa che funziona.
E che vede lavorare insieme persone che poi, alle urne, scelgono liberamente se e chi votare.
Tratto da Lombardialiberale.it