Archivio per luglio 2009

Liberali. Parola d’ordine, aggregare!

31 luglio 2009

Articolo di Nicola Rossini presidente di Sardegna Liberale

Il mare magnum del liberalismo italico è in continuo movimento.

Un ribollire di idee, speranze, propositi, fra tentativi di fondare nuovi partiti e/o riesumare i cadaveri dei vecchi simboli.
Il disagio politico di coloro che credono nella libertà individuale e si riconoscono nelle pur differenti sfaccettature della galassia liberale, è palese ed evidente.
Il PDL è meno liberale di quella che fu Forza Italia, e non poteva essere altrimenti, considerando la storia e la cultura di base degli affluenti “minori” del Popolo della Libertà.

Il PD è ancora eccessivamente ibrido e sconclusionato per poter annoverare tra le sue culture di riferimento quella liberale, per non parlare di quella liberista e libertaria, assolutamente sconosciuta nel principale partito della sinistra.
Non è nemmeno il caso di citare le ali estreme dell’agone politico, in quanto il liberalismo è distante anni luce dai fondamentalismi e dai totalitarismi di destra e sinistra.
Rimane l’UDC, al centro della contesa, ma le espressioni “Unione delle Clientele” (by Silvio Berlusconi) e “Ufficio di Collocamento” (by Nicola Rossini) rendono bene l’humus culturale e la ragione sociale del partito di Casini.
Esistono, sopravvissuti al bipolarismo ed alla necessità di chiarezza dell’offerta politica, divenuta ineluttabile a cavallo di Tangentopoli e consolidatasi nell’ultimo quindicennio, microforze politiche che si rifanno alla grande tradizione liberale: nel centrosinistra la Federazione dei Liberali di Raffaele Morelli, in posizione di equidistanza il Partito Liberale Italiano di Stefano De Luca ed ora, nell’area del centrodestra, anche la Federazione per un’Italia Liberale di Alessio Di Carlo.
Si tratta di piccoli movimenti, magari anche culturalmente attivi, che sommati rappresentano, però, meno dello 0,5% dell’elettorato.

Ergo, non contano nulla.
Ed è proprio da questa semplice constatazione che i liberali dovrebbero partire per capire che l’unica strada percorribile è quella dell’aggregazione.
In un periodo di transizione come quello che si sta attraversando, nel quale il sistema politico “traballa”, tra spinte bipartitiche forti e tentativi di restaurazione del vecchio status quo catto-centrico, il compito di chi crede nella libertà individuale come paradigma di ogni decisione “pubblica” è solamente quello di fare rete, squadra, gruppo, in attesa di un possibile reset del sistema istituzionale e democratico del Paese.
Il dopo Berlusconi, secondo quasi tutti gli analisti e i commentatori politici, produrrà effetti sconosciuti in entrambi i “poli” e condurrà ad un nuovo equilibrio.
Ora, l’uomo è forte, fisicamente, mentalmente ed economicamente, ma non è immortale né politicamente eterno.

Quindi, prima o poi dovrà pur accadere che lo scettro della politica italiana, che, comunque la si pensi, gli appartiene da 15 anni abbondanti, passi di mano.

Ed in quel momento, i liberali italiani dovranno già essere in “contatto” tra loro per decidere cosa fare da grandi.
E nell’attesa? Bè, fino ad allora si dovrà lavorare, per l’appunto, nella costruzione dei link tra le diverse anime del liberalismo, siano essi singoli individui, associazioni, gruppi, movimenti o micro-partitini.
In una parola: provare a vedersi, incontrarsi, lavorare insieme a piccoli progetti di stampo culturale, progettuale, magari anche editoriale.
In un’altra parola: fare lobbing.

Per produrre idee e spunti di governo e farli diventare realtà nell’azione di quei soggetti politici che hanno intenzione di farli propri. In Sardegna ci stiamo provando.

A breve presenteremo il nostro “laboratorio”, nella speranza che anche altrove si decida di “copiare” un qualcosa che funziona.

E che vede lavorare insieme persone che poi, alle urne, scelgono liberamente se e chi votare.

Tratto da Lombardialiberale.it

Milton Friedman Legacy Day

31 luglio 2009

masthead

July 31 marks the 97th birthday of Milton Friedman, who passed away in 2006.

Winner of the Nobel Prize for Economic Science, the Presidential Medal of Freedom, and the National Medal of Science, Friedman advanced the principles of individual choice by popularizing ideas like school vouchers and private retirement accounts.

Through essays, speeches, and books such as Capitalism and Freedom, and Free to Choose, Friedman championed the ideas of liberty.

Every other year, the Cato Institute presents the Milton Friedman Prize for Advancing Liberty to an individual who has made a significant contribution to advancing human freedom.

Ron Paul: The Revolution A Manifesto

31 luglio 2009

Gionata Pacor: Perchè mi son dimesso dal PLI

31 luglio 2009

Di seguito la  lettera di dimissioni dal Consiglio Nazionale del PLI, inviata al Presidente Scognamiglio da Gionata Pacor:

Illustre Presidente, per i militanti liberali è difficile trovare degli spazi dove fare politica.

Molto spesso quelli che hanno sperato di trovarne in questo o in quel partito ne sono rimasti delusi: le strutture organizzative, le procedure decisionali ed anche i metodi di svolgimento di riunioni e congressi fanno sì che la politica italiana si riduca ad un parlarsi addosso e a un lasciare che a prendere le decisioni siano sempre e solo quei pochi che in qualche modo si sono “impadroniti” del partito.
Grazie alle mie modeste esperienze all’estero, nei giovani liberali tedeschi (JuLi), nel partito liberale tedesco (FDP), nella federazione delle associazioni giovanili liberali europee (Lymec), al congresso dell’ELDR di Bucarest (2006) e – da ospite – alla convention degli Young Democrats di Dallas del 2007, nella quale abbiamo accolto i giovani democratici americani nella federazione mondiale delle associazioni giovanili liberali (IFLRY), ho potuto sperimentare in prima persona come sia possibile fare politica in modo diverso: ho trovato più partecipazione democratica in un congresso regionale dei giovani liberali tedeschi che in qualsiasi partito italiano al quale mi sia mai avvicinato.
Partendo da queste esperienze ho scritto la bozza dello Statuto della Federazione per un’Italia Liberale, che poi è stato approvato con qualche modifica.
La Federazione nasce per offrire ai liberali uno strumento per fare politica.
Un soggetto trasversale che ammette le doppie tessere e, sotto elezioni, la presentazione degli iscritti nelle liste di altri partiti, e si riserva la possibilità di partecipare alle elezioni con un proprio simbolo.
La federazione funziona con un sistema di grandi elettori: ciascuna associazione aderente ha un numero di voti che dipende (non in modo proporzionale) dal suo numero di iscritti.
In questo modo ciascuno potrà partecipare a delle riunioni locali e dare mandato ai propri grandi elettori di esprimersi in un dato modo alle riunioni federali, consentendo a ciascun iscritto delle singole associazioni aderenti di partecipare a tutte le decisioni federali.
Un’ulteriore prova del fatto che, per una volta, non ci si trova di fronte a qualcuno che cerca di crearsi una “corte” è data dal fatto che abbiamo lasciato vacante la carica di presidente: non c’è nessuno che vuole “comandare”, ma dei semplici liberali che vogliono implementare un nuovo modo di fare politica.
Chi volesse assumere la guida della Federazione dovrà prima dimostrare agli iscritti di meritare il ruolo di leader.
Presidente, ora Le spiego perché è stato necessario fondare un nuovo soggetto: quando è nato, ho deciso di non aderire al PDL pur avendo in passato pensato di farlo, perché il sistema che si è delineato ha reso evidente che non ci fosse alcuno spazio democratico al suo interno, nonostante i proclami di alcuni suoi autorevoli esponenti (partito all’americana, partito degli elettori ecc.). La prova di ciò è stata offerta dal modo in cui sono stati gestiti i gazebo per cooptare i “delegati” al congresso.
Mi sono allora avvicinato al PLI nel momento in cui Arturo Diaconale mi ha detto che alcune persone all’interno del PLI stesso gli avevano chiesto di candidarsi alla segreteria.
Visto che il PLI stava andando a congresso, abbiamo coinvolto nell’iniziativa Marco Taradash ed abbiamo iniziato a sondare il terreno, per vedere se essa potesse riscuotere del consenso.
Il PLI ha reagito in maniera antidemocratica ed arrogante: siamo stati attaccati per un mese con bugie e offese, ci è stato detto che non si può entrare in un partito candidandosi subito a guidarlo (nonostante Diaconale fosse da sempre nel PLI) e che ci si deve prima mettere al suo servizio (nello spirito del “partito-corte”).
In altre parole, la segreteria ha lanciato un’operazione identitaria, indicando nei nuovi iscritti dei nemici e non dei compagni di partito, facendo credere a tutti che i nuovi iscritti volessero distruggere il partito per conto del diavolo.
Con queste offese pretestuose si è finito per allontanare molti potenziali iscritti (e questo in un partito normale basterebbe a far cacciare a calci nel sedere il segretario e chi ha agito in tal senso su suo mandato) e per dare del PLI l’immagine di un soggetto chiuso a chiunque non si voglia limitare a fare lo yes man.
Il congresso è stato uno stupro della democrazia: numerosi sono i casi in cui gli iscritti sono stati allontanati perché, pur essendosi iscritti per tempo, non avevano portato con sé le prove dell’iscrizione: le ricevute dei bollettini di pagamento e degli invii dei fax di iscrizione.
Stendiamo un velo pietoso sul ritiro dei cartellini per votare (i “cammellieri” ne ritiravano a decine alla volta), sull’arrivo, 10 minuti prima del voto, di centocinquanta persone che non avevano partecipato a un solo minuto del congresso, e sul fatto che alla minoranza non è stata mai data la possibilità di verificare la regolarità delle iscrizioni, ed in particolare le date dei bonifici di tutti iscritti.
Ricordo tra l’altro che il bilancio del partito non è stato né presentato agli iscritti, né tanto meno revisionato e votato.
Anche qui un elemento che da solo sarebbe sufficiente per cacciare la segreteria a calci nel sedere.
Veniamo a quello che è successo dopo il congresso: la segreteria ha fallito nel suo unico obbiettivo, quello di presentarsi alle elezioni europee, nonostante avesse fatto il giro di tutti i partiti possibili e immaginabili (persino i comunisti di Vendola) per mendicare un posto.
Sul piano interno, l’elezione dei “garanti” è stato l’ennesimo stupro della democrazia: si è andati con liste contrapposte, eleggendo così 3 garanti di maggioranza e nessuno di minoranza.
Sono curioso di vedere come quei “garanti” verranno a capo della spinosa questione degli iscritti del Lazio.
Invece di prendere atto della propria inadeguatezza e di presentare le proprie dimissioni, vediamo che la segreteria procede all’espulsione dal partito di chi è stato più capace della direzione del partito stesso, riuscendo a candidarsi alle europee: di nuovo la segreteria vuole mascherare la propria incapacità a far decollare il PLI puntando il dito su altri, individuando un nemico sul quale indirizzare le frustrazioni della corte del “re leone”.
La direzione attuale del PLI continua a distinguersi per la sua capacità di restare aggrappata ad una poltrona che affonda, per la capacità di escludere e di non ottenere nessun risultato, continuando a macchiare vergognosamente e indelebilmente la storia di questo grande partito. Il massimo dell’apertura che questi residui della prima repubblica riescono a concepire è la cooptazione di singole persone, riuscendo a diventare una ridicola caricatura del peggiore aspetto del berlusconismo.
L’impegno che questa segreteria ha riposto nell’allontanare o, nella migliore delle ipotesi, nell’ignorare chiunque avesse delle proposte di rilancio del partito, nel timore di perderne il comando, dimostra come l’attuale segreteria non abbia “il merito di aver mantenuto in vita il partito”, ma se ne sia appropriato e lo stia utilizzando come uno strumento privato e personale, invece di servirlo come un’istituzione democratica in cui la sovranità spetta agli iscritti.
Temo purtroppo che l’attuale classe dirigente del PLI, così impegnata a eludere il problema dello stupro di democrazia perpetrato al congresso e ad allontanare chi non si sottomette al “potere” che vige a corte, non sarà mai in grado di concepire un modo diverso di fare politica.
Spiace che Lei, Sig. Presidente, che in passato ha rivestito la seconda carica della Repubblica Italiana svolgendo ottimamente il compito di far rispettare la democrazia e la legalità al Senato, non si sia opposto e non abbia vigilato sul sistema perverso che sgoverna il PLI.
Prendendo atto di tutto ciò, rassegno le mie dimissioni dalla carica di Consigliere Nazionale e comunico la mia uscita dal partito stesso, nella convinzione che la mia incompatibilità con un PLI in queste condizioni sia una nota di merito personale.
Il mio impegno sarà ora rivolto alla Federazione per un’Italia Liberale, che abbiamo voluto creare rispettando gli standard di democrazia interna ai partiti vigenti nei paesi civili.

Cordiali saluti,
Gionata Pacor


Tratto da Neolib.eu

Rep. Paul, the reluctant leader of a still-energized grassroots movement

30 luglio 2009
Article by Reid Wilson
Soon after he returned to the House after his presidential bid ended last year, lawmakers approached Ron Paul (R-Texas) with the same question.

“How in the world did you raise all that money?”
Paul laughed while recounting the story during an interview with The Hill. He said members told him, “You raised $7 million and you didn’t even ask for it.”
“They wanted me to teach them how,” the 73-year-old lawmaker said.
A year and a half after his White House bid sparked fevered devotion, Paul doesn’t know what the next step is for the movement he helped build.
In fact, Paul, who ran for president in 1988 as a Libertarian, seems almost unwilling to take a leadership position among those who turned out to his rallies and who helped him raise more than $34 million seemingly out of nowhere.
“I play a role in it. I sort of give some guidelines to it,” Paul said of the movement. “But it is so energetic and spontaneous and so popular that it just goes.”
Paul, who is in his 11th term, uses his hands to demonstrate his points. On his desk, there is a sign that reads, “Don’t Steal. The government hates competition.”
Though he gained notoriety for being the only Republican presidential candidate to oppose the war in Iraq, Paul said his followers were responsive to his more general calls for government to get out of people’s personal lives.
Asked what it’s like to be something of a household name, Paul responds, “Very tiring. I’ll get tired if I go on a trip.”

He explains that much is expected of him when he gives speeches to his followers, but emphasizes, “As soon as I see a bunch of young people cheering, I get energized.”
And though he does not seem fired up to lead the hordes who came out to see him during the campaign, he has mobilized them with his very wonky idea to subject the Federal Reserve to regular audits.
Stunningly, the bill has 271 co-sponsors in the House, including every Republican.
“I think grassroots America caught on, and they got information and called their congressmen, because I’m not inclined to be very good at going around and gathering up votes,” Paul said.
Pressed about his strategy for guiding the bill to the floor, Paul shrugs and says, “I don’t have any strategy.”
Paul’s followers — who last cycle filled reporters’ inboxes for any perceived slight of their candidate — are forces at the local level.
The flavor of a Ron Paul rally was evident at the so-called “tea parties” on April 15, when groups across the country rallied against government spending.
“The first tea party of modern days probably occurred with our campaign,” Paul said.
Paul is not a partisan bomb-thrower, but he doesn’t shy away from criticizing leaders on both the left and the right.
The highest praise he can give President Obama is that the president has not attacked Iran, adding, “He does a good job in talking a good game. He’s very good at that.”

He also expressed disappointment that Obama has not been “better on protecting civil liberties.

Government secrecy is still there.”
Paul castigates Republicans for enacting a Medicare prescription drug program, which he sees as a capitulation to special interest groups.

Paul said he has not met with Obama, pointing out he met with President George W. Bush in 2001: “We had a small group talk about [healthcare].

But soon after that, the war started, and that was [it]. I was not going to break bread with people who do those kind of things.”
The Texas lawmaker, who easily fended off a primary challenge last year, noted that he supported the effort to go after Sept. 11 mastermind Osama bin Laden.
However, Paul said, “We shouldn’t have taken over Afghanistan.”
The physician-turned-politician says he supports an investigation into whether former Vice President Dick Cheney concealed an intelligence program from Congress: “That’s what we’re here for.”
Though he finds himself regularly on the wrong end of 430-1 votes, Paul remains committed to free-market economic philosophies.

Instead of the typical office wall filled with photos of presidents and dignitaries, Paul’s office sports a painting of Grover Cleveland, Milton Friedman and Robert Taft.
But as to which libertarian-leaning congressman, governor or senator may one day contemplate a presidential bid beneath a photo of Paul, the Texas congressman refuses to name prospects.
“There’s a lot of people that are smarter and academically inclined.

They are spreading this message of freedom even better than I am,” Paul said.
As far as his own future, Paul said he is unlikely to run for president again.
“It’s very unlikely,” a smiling Paul said. “I had my chance and just missed it.”
Paul’s son, Kentucky physician Rand Paul, may harbor hopes of succeeding his father atop the self-described freedom movement.

The younger Paul has taken preliminary steps to run for Sen. Jim Bunning’s (R-Ky.) seat, though he’s not getting much campaign advice from his father.
“I wouldn’t dare” advising Rand, the congressman said.

“The only sort of subtle advice I gave him, I said, ‘Are you sure you want to do this? It doesn’t make sense to have a perfectly good medical practice — to interrupt your medical practice.’

But I didn’t have much standing on that argument.”

J. Sebastian Becker contributed to this article.

Tratto da http://thehill.com

The Obama Fraud: Welcome Back to Reality

30 luglio 2009

Daily Presidential Tracking Poll

30 luglio 2009

Friday, July 24, 2009

The Rasmussen Reports daily Presidential Tracking Poll for Friday shows that 30% of the nation’s voters now Strongly Approve of the way that Barack Obama is performing his role as President. Thirty-eight percent (38%) Strongly Disapprove giving Obama a Presidential Approval Index rating of -8 (see trends).

Just 25% believe that the economic stimulus package has helped the economy.

The Presidential Approval Index is calculated by subtracting the number who Strongly Disapprove from the number who Strongly Approve. It is updated daily at 9:30 a.m. Eastern.

Updates also available on Twitter.

Overall, 49% of voters say they at least somewhat approve of the President’s performance.

Today marks the first time his overall approval rating has ever fallen below 50% among Likely Voters nationwide. Fifty-one percent (51%) disapprove.

Eighty-three percent (83%) of Democrats continue to approve of the President’s performance while 80% of Republicans disapprove.

Among those not affiliated with either major party, 37% offer a positive assessment.

The President earns approval from 51% of women and 47% of men.

These updates are based upon nightly telephone interviews and reported on a three-day rolling average basis. Most of the interviews for today’s update were completed before the President’s nationally televised press conference on Wednesday night.

The first update based entirely upon interviews conducted after the press conference will be released on Sunday.

It is important to remember that the Rasmussen Reports job approval ratings are based upon a sample of likely voters. Some other firms base their approval ratings on samples of all adults. President Obama’s numbers are always several points higher in a poll of adults rather than likely voters.

That’s because some of the President’s most enthusiastic supporters, such as young adults, are less likely to turn out to vote.

California Senator Barbara Boxer is clinging to a four-point lead in her bid for re-election.

Fifty-three percent (53%) now oppose the Congressional health care reform package. That’s up eight points over the past month. Just 20% now see health care as the most important of the President’s priorities. Nearly twice as many, 37%, say deficit reduction is most important.

Fifty-five percent (55%) of California voters oppose the budget agreement reached by the state’s political leaders. Sixty-four percent (64%) believe that illegal immigrants create a major strain on the state’s budget.

Nationwide, 72% don’t want the federal government determining what type of light bulbs they should purchase.

Forty-six percent (46%) say that network television news is more reliable than the internet. Thirty-five percent (35%) disagree.

Thirty-one percent (31%) now say the U.S. is heading in the right direction. That’s down nine points from the 2009 peak. Republicans continue to enjoy a slight edge on the Generic Congressional Ballot.

See recent demographic highlights from the Presidential Tracking Poll. For more measures of the President’s performance, see Obama By the Numbers.

Please take our Daily Prediction Challenge and predict the results of upcoming polls.

If you’d like Scott Rasmussen to speak at your meeting, retreat, or conference, contact Premiere Speakers Bureau. You can also learn about Scott’s favorite place on earth or his time working with hockey legend Gordie Howe.

When comparing Job Approval data from different firms, it’s important to keep in mind that polls of likely voters and polls of all adults will typically and consistently yield different results. In the case of President Obama, polls by all firms measuring all adults typically show significantly higher approval ratings than polls of likely voters.

Polls of registered voters typically fall in the middle. Other factors are also important to consider when comparing Job Approval ratings from different polling firms.

A Fordham University professor has rated the national pollsters on their record in Election 2008. We also have provided a summary of our results for your review.

Daily tracking results are collected via telephone surveys of 500 likely voters per night and reported on a three-day rolling average basis.

The margin of sampling error—for the full sample of 1,500 Likely Voters–is +/- 3 percentage points with a 95% level of confidence.

Like all polling firms, Rasmussen Reports weights its data to reflect the population at large (see methodology).

Among other targets, Rasmussen Reports weights data by political party affiliation using a dynamic weighting process. While partisan affiliation is generally quite stable over time, there are a fair number of people who waver between allegiance to a particular party or independent status. Over the past four years, the number of Democrats in the country has increased while the number of Republicans has decreased.

Our baseline targets are established based upon separate survey interviews with a sample of adults nationwide completed during the preceding three months (a total of 45,000 interviews) and targets are updated monthly.

Currently, the baseline targets for the adult population are 39.0% Democrats, 32.5% Republicans, and 28.5% unaffiliated.

Likely voter samples typically show a slightly smaller advantage for the Democrats.

Tratto da http://www.rasmussenreports.com

“Energy saving”: Obama switch off Democracy in Cuba

30 luglio 2009

CUBA-USA/

Obama e Tremonti: Equivalenti false propagande economiche

30 luglio 2009

Obama-Tremonti

«Siamo vicini alla fine della recessione americana»

«Il mercato si è ripreso e il sistema finanziario non rischia più il collasso».

«Non siamo più in caduta libera»

«Stiamo perdendo posti di lavoro, a circa la metà del ritmo rispetto sei mesi fa».

«Il sistema finanziario non è più al collasso»

«Il fallimento di general motors e chrysler sarebbe stata una catastrofe».

«Abbiamo salvato migliaia di posti di lavoro. E adesso ci aspettiamo i nostri soldi indietro»

Barack Obama


«La scelta prudente e razionale di fiducia fatta da questo governo sia stata la scelta giusta è la scelta che è stata oggetto del consenso nelle ultime tornate elettorali, è la scelta che questo governo, la prudenza la fiducia, intende continuare a fare».

«Anche perché l’Italia «non è in declino»,

«Il sistema economico «tiene» e va anche meglio rispetto ad altri paesi europei».

«Per la prima volta negli anni recenti la dinamica del deficit e del debito italiano è sotto la media europea e questi sono i numeri che si acquisiscono in Europa».

«Ma voi pensate davvero che un evasione fiscale, che è evidentemente presente e su scala di massa in questo paese, si possa contrastare senza mettere in campo i governi locali? Io credo l’Italia sia l’unico Paese che non ha finanza locale vera; la finanza locale è fondamentale anche come principio di azione per battere l’evasione fiscale e su questo credo che sia fondamentale l’azione del governo, l’azione della maggioranza e anche l’azione dell’opposizione. Se volete davvero contrastare l’evasione fiscale serve anche l’azione dei governi locali, essendo che questo è uno dei differenziali che ci separano dal resto d’Europa».

«Io rifarei la Cassa del Mezzogiorno”.

«La vecchia Cassa del Mezzogiorno ha assorbito 6 miliardi e ha funzionato in modo straordinario».

«Il problema e’ dunque che per il Sud non c’e’ uno strumento meridionale,per questo che rifarei la Cassa del Mezzogiorno. Non vedo alternativa».

Giulio Tremonti

Gerald Celente prevision: Obamageddon 2012

29 luglio 2009

Keynes, l’anticapitalista

29 luglio 2009

Di questi tempi in cui tutti o quasi si riscoprono keynesiani, Oscar Giannino rilegge le parole originali del divinizzato e ci aiuta a tenere gli occhi bene aperti

Articolo di Oscar Giannino

Ricordatevene bene, perché oggi torna utile: Keynes non amava affatto il capitalismo, bocciava il comunismo, ma sul socialismo era molto possibilista.

Il King’s College di Cambridge pubblicherà tra poco nuovi inediti di John Maynard Keynes, e la lettura di un’anticipazione di alcuni testi curata da Roger Backhouse dell’Università di Birmingham mi ha fatto proprio bene.

Di questi tempi in cui tutti o quasi si riscoprono keynesiani, rileggere le parole originali del divinizzato aiuta a tenere gli occhi bene aperti.

Il primo giugno del 1926, Keynes rispondeva a un invito giuntogli per una serie di conferenze dal presidente della Cornell University, Livingston Farrand, annunciandogli che entro il 2008 avrebbe terminato un volume dal titolo An Examination of Capitalism.

Ma cambiò idea, come spesso gli avveniva.

Di conseguenza, le sue convinzioni di fondo sul tema le dobbiamo ricavare implicitamente dalle sue maggiori opere, che non affrontano mai in profondità il tema, oppure da articoli e lettere in cui gli capitò di esprimere giudizi.

Negli anni in cui si era formato, nessun economista nel Regno Unito metteva seriamente in dubbio il capitalismo.

C’erano state discussioni anche aspre sul libero commercio e sulla sua base monetaria (il bimetallismo era alla base del suo scritto giovanile del 1913, Indian Currency and Finance), ma il problema dei fondamenti e limiti del capitalismo si riaprì con la Prima Guerra Mondiale, la Rivoluzione Russa e Weimar.

In Gran Bretagna, il tentativo post bellico di restaurare la stretta politica monetaria tipica del Gold Standard portò a una sempre più vasta crisi industriale sfociata nello sciopero generale del 1926, con fortissime tensioni sociali.

Poi venne il 29 e la Depressione, in cui Londra era entrata in realtà da prima e per conto suo.

In quegli anni, la sinistra britannica, intellettuali e artisti condivisero in massa la cecità con cui Sidney e Beatrice Webb e la loro Fabian Society guardavano ai costi umani terribili del comunismo sovietico.

Quel che Keynes pensò dello Stato come attore di stabilità economica è stranoto.

Partendo dalla sua formazione di economista monetario “classico” con Alfred Marshall e Charles Pigou come maestri, nel 1930 con il Treatise on Money Keynes rompe con la teoria classica aprendosi al ruolo della domanda pubblica, e nel 1936 con la General Theory annuncia addirittura il “radicale” superamento.

Dal ciclo trainato dalle aspettative con moneta ancorata all’oro della sua formazione, al nesso tra moneta e risparmio attraverso e oltre il modello di Wicksell, per approdare infine alla teoria di una “fine del ciclo”, ancorata al tuning pubblico della domanda aggregata.

Ma del capitalismo in quanto tale, che cosa pensava Keynes?

Dagli appunti dei Keynes Papers, si apprende che immaginava un libro scritto in tre parti: L’Ideale, l’Attuale, il Possibile.

Il punto d’inizio era “l’amore per il denaro”, attraverso il quale i greedy instincts potevano essere volti a promuovere “miglioramenti tecnologici, dell’occupazione e del risparmio”.

Il capitalismo, si legge negli appunti, aveva molti vantaggi, promuoveva decisioni decentrate ed estendeva l’indipendenza delle persone, oltre a essere” essenzialmente internazionalista”.

Ma “incoraggia bassi istinti”, recitano gli appunti conclusivi della prima parte.

Nella seconda, Keynes si proponeva di sviluppare sì un capitolo sui vantaggi di efficienza garantiti dal capitalismo, ma ben tre capitoli dei quali uno dedicato ai suoi svantaggi, uno ai suoi fallimenti, e infine uno alla sua decadenza.

Quanto alla terza parte, Keynes si limitò a indicare i temi che intendeva svilupparvi: e qui viene l’interessante.

Le varie forme di socialismo, mettendole a paragone, dal socialismo sindacale a quello corporativo, da quello della cogestione – qui c’è un inciso di suo pugno in forma interrogativa: “c’è del buono?” – alla pianificazione sovietica.

Poi il ruolo dello Stato, in tema di risparmio pubblico e di promozione e avversione all’eccesso di rischio finanziario (pensate come sarebbe ristampato al volo, oggi…).

Keynes stava leggendo in quegli stessi mesi Religion and the Rise of Capitalism di R. H. Tawney . Ma a differenza di chi lo incardinava nella Riforma, gli appunti di Keynes del 1920 mostrano che a suo giudizio il “capitalismo individualista e le prassi economiche che lo contraddistinguono” risalivano indubitabilmente” addirittura “a Babilonia”.

Nel 1925, nel suo A Short View of Russia, Keynes scrive che “una delle ragioni non secondarie della decadenza intellettuale del capitalismo individualista sta nel principio ereditato dal feudalesimo, il principio ereditario nel controllo della ricchezza e dell’impresa.

Per questo il capitalismo è intrinsecamente debole e stupido, è troppo dominato da uomini della terza generazione” (quelli che dilapidano il capitale e l’azienda ereditati).

Nel 1934, scrivendo sul New Statesman, criticando Stalin e in risposta a George Bernard Shaw, Keynes scrive che essi “guardavano indietro a ciò che il capitalismo era, non a che cosa è diventato”.

Marx poteva aver avuto benissimo ragione sul capitalismo dei suoi giorni, ma oggi la cosa è diversa, scrive Keynes.

Queste affermazioni sono di solito “centrali”, nelle tesi dei keynesiani, per affermare la superiorità di Keynes sulla natura evolutiva delle istituzioni disegnate dall’uomo e dalla politica come fondanti per economia di mercato e capitalismo, rispetto agli unfettered markets che da soli bastano a fondare il capitalismo, in opere come Capitalism and Freedom di Milton Friedman.

In realtà, quando nel 1925 il socialista Kingsley Martin scrive sul New Statesman che “il capitalismo privato è un’istituzione superata dai tempi, incapace di rispondere alle attese e alle necessità del ventesimo secolo”, Keynes risponde di essere “integralmente d’accordo”.

Su The Nation spiega che “il capitalismo individualista in Inghilterra è giunto a un punto nel quale non può più a lungo dipendere dalla prospettiva di una crescita continua; deve applicarsi al compito scientifico di perfezionare la struttura della suo funzionamento economico”.

Quando Keynes usava sistematica l’aggettivo “individualista” accostandolo a capitalismo, non aveva affatto in mente una nozione dell’individuo come massimizzatore di scelte in condizioni di concorrenza, alla Friedman.

Per Keynes, dai primi anni Venti in avanti, conterà sempre assai di più chi è al controllo del sistema.

Nel 1933, sul New Statesman scrive che “il capitalismo individualista post bellico non può avere successo, nelle mani di chi oggi lo controlla”.

Parole analoghe a quelle che scriveva nel 1922 sul Manchester Guardian Commercial, a proposito dell’“impotenza delle forze del capitalismo” in materia di rapporti di cambio.

Nel suo troppo fortunato The End of Laissez Faire (1926), per Keynes diventa evidente che il capitalismo può avere ancora un senso solo se viene radicalmente mutato da una potente azione collettiva.

Un suo scritto del 1923 afferma esplicitamente “a meno che le persone siano unite da un obiettivo e princìpi comuni, la mano di ciascuno si leverà contro gli altri e il perseguimento disordinato del vantaggio individuale potrà condurre alla distruzione la società.

Non ci sono stati scopi comuni tra nazioni o tra classi, eccetto che per conflitti e guerre”.

La sfiducia verso ogni forma di individualismo metodologico non potrebbe essere più radicale. Non c’è da stupirsi, se partecipando nel 1939 al Walter Lippman Colloque, Friedrich von Hayek a furia di sentire queste frescacce si convincesse che la libertà era davvero ormai minacciata e in serio pericolo.

Quando Keynes parlava di “capitalismo individualista”, nel porne i limiti non si fondava solo sulla sua – quella sì essenziale – teoria dell’incertezza nelle scelte economiche – il pre-fondamento dell’approccio behaviorista .

Aveva in mente categorie “morali”.

Per questo usava formule come “capitalismo egotista” o self-interested capitalism.

Dopo il caos bellico e postbellico, Keynes pensava che era entrato ormai in crisi sistemica il meccanismo fondante del capitalismo: la sua capacità di risparmio: “il dovere di risparmio ispirato per nove decimi di virtù morali, tanto delle classi agiate che di quelle lavoratrici, ha esito in un precipizio nel quale i lavoratori non tollerano più limiti di vita tanto stretti, e le classi agiate spendono finché possono senza più pensare alla sostenibilità patrimoniale”.

Poiché diversa remunerazione del lavoro e del capitale siano accettate e continuino a funzionare, devono essere percepite come “moralmente” giustificate, scrive Keynes.

Altrimenti, “if capitalism became simply a mere congeries of possessors and pursuers, people would find it morally inacceptabile”.

La conclusione? Il comunismo era avvertito come moralmente giustificato, cioè non aveva bisogno di garantire crescita per reggere; il capitalismo dipendeva invece solo dalla capacità di garantire crescita per tutti ad alti tassi, ma poiché si era bloccato era due volte avvertito come moralmente ingiustificato. (Nation and Athenaeum, 1925).

Per coerenza, a commento di Lenin per il quale la maniera migliore di distruggere il capitalismo era minarne la moneta, Keynes replica che in effetti l’inflazione mina il capitalismo, mentre una “persistente inflazione è tollerabile solo sotto il controllo di un sistema socialista” (l’Italia lo ha sperimentato e ci ha convissuto per decenni, infatti).

Negli anni della Grande Depressione, Keynes radicalizza ulteriormente la sua convinzione anti capitalista.

In EugenicReviews del 1937, a proposito del declino demografico in corso, scrive che “una cronica tendenza del capitalismo individualista verso la sotto occupazione conduce alla distruzione della stessa società capitalistica, che rifiuta una più egualitaria distribuzione dei redditi e mantiene alti tassi d’interesse, associati con profitti di pochi, ineguaglianza crescente e alta disoccupazione“.

Nella General Theory (VII, p376), in un passaggio da brivido Keynes descrive il “rentier aspect of capitalism as a transitional phase which will disappear when it has done its work”.

Lo stesso Marx sarebbe stato d’accordo! L’accumulazione dei rentiers finisce, infatti, quando arriva il socialismo!

Se queste sono le premesse di tanti anni di inequivoca riflessione – Keynes considerava il capitalismo moralmente insostenibile, se non a patto di crescita altissima e continua – allora bisogna leggere diversamente il suo scambio epistolare con Hayek, nel giugno ’44 dopo The Road to Serfdom.

I keynesiani sottolineano di solito la frase “morally and philosophically I find myself in agreement with virtually the whole of it; and not only in agreement, but in a deeply moved agreement”.

Ma in realtà subito dopo aggiunge di non poter condividere “the tendency to disparage the profit motive while still depending on it and putting nothing in its place”.

Leggete questa frase: “The exploitation and incidental destruction of the divine gift of the public entertainer by prostituting it to the purpose of financial gain is one of the worser [sic] crimes of present-day capitalism. Anything would be better than the present system.”

Non è una difesa dei costi non di mercato dell’artista, che verranno poi messi a fuoco dalla legge di Baumol.

E’ una condanna del capitalismo e basta.

Convinto che “if there is no moral objective in economic progress, then it follows that we must not sacrifice, even for a day, moral and material advantage – in other words, we may no longer keep business and religion in separate compartments of the soul”, Keynes poneva le basi per cui il capitalismo è di conseguenza “tollerabile” solo nelle mani dei progressisti, visto che non si poteva tornare a quelle dei preti.

Per questo, da allora in poi, è il messia delle sinistre occidentali al potere.

Da chicago-blog, 5 luglio 2009

Change Regime Change

29 luglio 2009

Obama

Ron Paul: Usa with Obama going to Fascism

29 luglio 2009

Headed to National Socialism

29 luglio 2009

Article by Llewellyn H. Rockwell, Jr.

It was common on the Left to intimate that George W. Bush was like Hitler, a remark that would drive the National Review crowd through the roof but which I didn’t find entirely outrageous. Bush’s main method of governance was to stir up fear of foreign enemies and instigate a kind of nationalist hysteria about the need for waging war and giving up liberty through security.

Hitler is the most famous parallel here, but he is hardly the only one.

Many statesmen in world history have used the same tactics, dating back to ancient times. Machiavelli wrote in his Art of War advice to the ruler:

To know how to recognize an opportunity in war, and take it, benefits you more than anything else.

But what’s the point of studying Hitler’s rise to power unless it is to learn from that history and apply the lessons? One lesson is to beware of leaders who come to power in troubled times, and then use foreign threats and economic crises to bolster their own power.

Unless we can draw out lessons for our own times, history becomes nothing but a series of dry data points with no broader relevance.

Certainly Bush used 9-11 to consolidate his power and the neoconservative intellectuals who surrounded him adopted a deep cynicism concerning the manipulation of public opinion.

Their governing style concerned the utility of public myth, which they found essential to wise rule. The main myth they promoted was that Bush was the Christian philosopher-king heading a new crusade against Islamic extremism.

The very stupid among us believed it, and this served as a kind of ideological infrastructure of his tenure as president.

Then it collapsed when the economy went south and he was unable to sustain the absurd idea that he was protecting us from anyone.

The result was disgrace, and the empowering of the political left and its socialistic ethos.

The talk of Hitler in the White House ended forthwith, as if the analogy extended only when nationalist ideology is ruling the day.

What people don’t remember is that Hitlerism was about more than just militarism, nationalism, and consolidation of identity politics.

It also involved a substantial shift in German domestic politics away from free enterprise, or what remained of it under Weimar, toward collectivist economic planning.

Nazism was not only nationalism run amok. It was also socialism of a particular variety.

Let’s turn to The Vampire Economy by Guenter Reimann (1939). He begins the story with the 1933 decree that all property must be subject to the collective will.

It began with random audits and massive new bookkeeping regulations:

Manufacturers in Germany were panic-stricken when they heard of the experiences of some industrialists who were more or less expropriated by the State.

These industrialists were visited by State auditors who had strict orders to “examine” the balance sheets and all book-keeping entries of the company (or individual businessman) for the preceding two, three, or more years until some error or false entry was found.

The slightest formal mistake was punished with tremendous penalties.

A fine of millions of marks was imposed for a single bookkeeping error.

Obviously, the examination of the books was simply a pretext for partial expropriation of the private capitalist with a view to complete expropriation and seizure of the desired property later.

The owner of the property was helpless, since under fascism there is no longer an independent judiciary that protects the property rights of private citizens against the State.

The authoritarian State has made it a principle that private property is no longer sacred.

The rules begin to change slowly so that enterprise could no longer make decisions in the interest of profitability. The banks were nationalized. The heads of major companies were changed. Hiring and firing became heavily politicized. The courts ruled not on justice but on political priorities. It was no longer enough merely to obey the laws. The national will must trump economic concerns:

The capitalist under fascism has to be not merely a law-abiding citizen, he must be servile to the representatives of the State.

He must not insist on “rights” and must not behave as if his private property rights were still sacred.

He should be grateful to the Fuehrer that he still has private property.

This state of affairs must lead to the final collapse of business morale, and sound the death knell of the self-respect and self-reliance which marked the independent businessman under liberal capitalism.

Price controls were next, enforced intermittently and with them grew up a large gray economy, with businesspeople spending more time getting around the rules than producing wealth.

To increase his prices a dealer must have a special permit from the Price Commissar.

A request for a price increase must first be certified to by the group leader; it must be accompanied by a detailed statement of necessity and other pertinent data, such as production and distribution costs.

State production mandates were next. Goods were to be produced according to political goals.

Backed by the General Staff of the army, Nazi bureaucrats have been able to embark upon schemes which compel the most powerful leaders of business and finance to undertake projects which they consider both risky and unprofitable.

Bankers were required to act as state actors.

Under fascism, big bankers, formerly independent — except, of course, ‘non-Aryans’ — have become State officials in everything but name.

They are often in high and influential positions, but they are all members of the compact, centralized State machine.

Their independence, their individual initiative, their free competitive position, all the principles for which they once fought fervently, are gone.

If you think that the parallels stopped after Bush left power, consider this passage from Reimann:

The totalitarian State reverses the former relationship between the State and the banks.

Previously, their political influence increased when the State needed financial help.

Now the opposite holds true.

The more urgent the financial demands of the State become, the stricter measures are taken by the State in order to compel these institutions to invest their funds as the State may wish.

Once the banks were forced wholly under the control of the government, they became the means by which all property became subject to the state:

The totalitarian State will not have an empty treasury so long as private companies or individuals still have ample cash or liquid assets.

For the State has the power to solve its financial difficulties at their expense.

The private banks themselves, the financial institutions which previously dictated the terms on which they were willing to lend money, have built up the system of siphoning off liquid funds. This financial system is now utilized by the totalitarian State for its own purposes.

So it was for the stock market, which was regarded as a national asset.

Speculation was forbidden.

Public companies were entirely subject to bureaucratic rule.

Order replaced the old spontaneity, while speculation of the old sort became an entirely underground activity.

The largest companies didn’t entirely mind the course of events.

The disappearance of small corporations gives rise to a tendency among small investors not to risk their capital in new competitive enterprises.

The larger the big corporations grow and the closer they become connected with the State bureaucracy, the fewer chances there are for the rise of new competitors.

So too for insurance companies, which were compelled to buy government paper.

The tendency toward ever more economic regulation resulted not in socialism as such but fascist planning.

The fascist State does not merely grant the private entrepreneur the right to produce for the market, but insists on production as a duty which must be fulfilled even though there be no profit.

The businessman cannot close down his factory or shop because he finds it unprofitable.

To do this requires a special permit issued by the authorities.

The national demand for “stimulus” replaced private decision making entirely, as businessmen were required to produce and avoid any economic downturns that might embarrass the state.

The Nazi government has expressly threatened the private entrepreneur with increased State coercion and reduction of personal rights and liberties unless he fulfills adequately the ‘duty to produce’ according to the State’s demands.

But stimulus could not and would not work, no matter how hard the party officials tried, because the very institutions of private property and competition and all market forces had been overwritten.

The totalitarian regime has annihilated the most important conservative force of capitalism, the belief that private property ought to be a sacred right of every citizen and that the private property of every citizen ought to be protected.

Respect for private property has penetrated the spirit of the people in all capitalist countries. It is the strongest bulwark of capitalism.

Fascism has succeeded in destroying this conservative force … People still have to work for money and have to live on money incomes.

Possession of capital still provides income. But this income is largely at the mercy of State bureaucrats and Party officials.

Reimann sums up:

In Nazi Germany there is no field of business activity in which the State does not interfere.

In more or less detailed form it prescribes how the businessman may use capital which is still presumably his private property.

And because of this, the German businessman has become a fatalist; he does not believe that the new rules will work out well, yet he knows that he cannot alter the course of events.

He has been made the tool of a gigantic machine which he cannot direct.

The regime also dramatically increased social and medical legislation, providing lifetime pensions to friends and conscripting doctors in the service of its dietary and medical goals.

Now, if any of this sounds familiar, it is because the principles of intervention are universal.

The Nazi regime represented not a unique evil in history but rather a now-conventional combination of two dangerous ideological trends: nationalism and socialism.

We know both all too well.

Tratto da Mises.org

Ue: Ok a dazi antidumping tubi Cina

29 luglio 2009

Scattano i dazi antidumping della Ue a tutela della siderurgia europea e, in particolare, di quella italiana.

La decisione e’ stata presa ieri dal Comitato 133 a Bruxelles dietro iniziativa del nostro governo.

I dazi antidumping riguarderanno i tubi cinesi importati nell’Unione e riguardano  dazi definitivi sulla Cina fino al 39,2%.

Ad annunciarlo e’ il viceministro allo Sviluppo economico con delega al Commercio estero, Adolfo Urso.

Tratto da Ansa.it

Facco: 1929-2009, Crisi a confronto!

28 luglio 2009

Tratto da Movimentolibertario.it

Dl “anti-crisi”: La tassa sull’oro al 6% danneggerà le garanzie future dei risparmiatori più di quelle attuali dei banchieri centrali

28 luglio 2009

OroLa follia del ministro dell’economia Giulio Tremonti e di questo esecutivo di pseudodestra, non ha confini!.

Entro il maxi-emendamento del Dl anti-crisi approvato in queste ore (che premettiamo già in questo incipit non risolverà minimamente la crisi ma anzi la aggraverà con il surplus leviatanico di spesa e tasse fin dai prossimi mesi); la tassazione delle plusvalenze derivanti dall’oro e dagli altri metalli preziosi per uso non industriale pari al 6% fino ad un massimo di 300 milioni pare essere la ciliegina signoraggista per una sicura fuga dei capitali (altro che scudo fiscale!) e per ulteriori vessazioni a danno dei risparmiatori.

Nella peggiore delle logiche marxisto-keynesiane il governo prevede di raggranellare qualche soldo aumentando le tasse senza minimamente pensare ad una loro diminuzione, e per di più colpendo l’oro ovvero l’indicatore di ricchezza e del guadagno!.

In un periodo di crisi economica leviatanica (e sottolineiamo leviatanica) ovviamente il Legislatore ha “ben pensato” di puntare sul sicuro tassando l’oro, il metallo di riferimento universale della ricchezza e questo allo scopo di creare ricchezza!!!.

E’ quanto prevede il nuovo emendamento sulla tassa sull’oro presentato al decreto anticrisi dai relatori in aula, la socialista Chiara Moroni del Pdl e Maurizio Fugatti della Lega quali “lunghe mani” del Ministero delle finanze ed economia.

Nel decreto si dichiara che sono escluse dalla tassazione le disponibilità in oro conferite in adempimento di obblighi europei e ”quelle necessarie a salvaguardare l’indipendenza finanziaria e istituzionale della Banca d’Italia”.

Ma nonostante ciò la Bce ha fatto sapere di essere allarmata da questo provvedimento in quanto il rischio (paventato anche dai liberisti) è quello della nazionalizzazione coatta (signoraggismo statale) della Banca d’Italia sotto il ministero delle finanze (vecchio pallino di Tremonti fin dall’epoca della vicenda Fazio), rendendola sostanzialmente una facile preda per dar corso a spese politiche incontrollate da parte del governo.

Se avete un pò seguito in queste settimane il nostro sito vi sarete accorti come ci interessi in particolar modo il dibattito americano sorto sul ruolo, funzioni della Fed (Banca centrale americana) e il ruolo dell’esecutivo obamiano.

Ebbene c’è un parallelismo anche in questa vicenda italiana, il problema però è che le proposte del governo berlusconiano paiono essere orientate anche questa volta verso l’obamismo signoraggista statalista piuttosto che verso proposte liberiste libertarie pauliano-repubblicane di limite della spesa pubblica (e della conseguente molla inflazionistica all’orizzonte) e di limite dell’incremento del signoraggio bancario-governativo.

Da noi non c’è stato nessun “Ron Paul” che abbia protestato in aula su tale Dl anti-crisi, non si sono sentite levate di scudi su tale provvedimento e forse in molti non hanno ancora capito la rilevanza di tale iniziativa economica e i suoi nefasti effesti.

Tremonti in pratica vuole avvicinare la Banca d’Italia al Ministero delle finanze rendendola una docile succursale dell’esecutivo (in analogia stretta con quanto avviene in America tra Governo e Fed durante questa crisi), non solamente privandola di autonomia, ma cosa ben peggiore nell’intento di svendere o raccogliere su comando del ministero le riserve auree disponibili sul mercato.

Questo per creare crediti di pagamento o bonus facili da richiedere in prestito all’estero (al FMI e alla Banca Mondiale ad esempio o ad altri Paesi europei come la Germania) per l’incremento della spesa pubblica (in caso di vendita di oro da parte dello Stato) e/o per aumentare il controllo statale sull’economia e sull’oro (in caso di acquisto).
Il tutto a danno dei privati possessori d’oro.

Al momento quel che al ministro interessa è lo svendere le riserve auree verso ignote destinazioni, impedendo l’acquisto da parte di privati cittadini del suddetto oro (tassato astronomicamente) per creare in-direttamente spesa pubblica tramite debiti internazionali.

Ma svendere l’oro italiano (al pari del tassarlo), equivale a mettere in bancarotta il futuro del nostro Paese e degli italiani (a cui l’oro appartiene), in particolare in assenza di un Gold Standard.

E non certo per ragioni nazionaliste che lanciamo tale denuncia anzi come vedremo proprio per l’esatto contrario (anche come pericolo).

E’ ovvio che una svendita dell’oro patrio o un suo controllo da parte ministeriale, non solo è vecchia proposta prodiana-rooseveltiana del precedente esecutivo in perfetta continuità di programma ma rischia di essere controproducente più che nei confronti della Bce (la quale comunque si sviluppa entro un reticolo economico bancario di 27 Stati dell’area euro come fondi/fonti riserva), soprattutto nei confronti dei risparmiatori e possessori di titoli di Stato italiani i quali si ritroverebbero nel giro di qualche anno a non possedere più alcuna garanzia (già oggi minime) di credito e interessi sul proprio denaro investito in titoli (debito pubblico italiano) dato che lo Stato italiano non saprebbe come risarcirli nè avrebbe una sufficiente garanzia in assenza di oro italiano nei caveau.

In pratica il governo sta pensando di svendere oro magari per immettere soldi in prestito e contanti freschi per spese pubbliche e progetti a lunga scadenza senza controllo nè bilancio regolato tra scorte di riserva e spese (non a caso nel Dl è previsto anche un indebolimento del controllo del bilancio dello Stato da parte della Corte dei Conti, depotenziata senza spiegazioni).

Si creerebbe la medesima analoga situazione allarmante che il rappresentante libertario-repubblicano del Texas Ron Paul al Congresso sta denunciando pubblicamente nei confronti di Bernanke e Obama sul loro operato: assenza di controlli e di verifiche costituzionali bilanciate in materia di quantitativi di riserve aurifere disponibili in relazione all’immissione continuo di denaro fresco stampato senza equivalenti d’oro nelle casse il tutto senza risponderne al Congresso di tali loro attività.

Una attività di per sè illegale secondo la Costituzione americana.

C’è più di un sospetto da parte del Dottore che l’oro in cassa sia già stato messo in vendita o “prenotato” verso l’Oriente o ignote destinazioni (e usi) per finanziare le continue spese interne ed esterne in cambio di cartamoneta come fa per altro presupporre anche il recentissimo incontro tra il debitore Obama e il suo omologo creditore cinese.

Quindi riassumendo in Italia Tremonti non solo vuole disincentivare l’investimento sicuro in oro da parte dei risparmiatori italiani privati attraverso alte tassazioni obbligandoli verso gli insicuri e traballanti fondi pubblici statali Bot e Cct (allo scopo di far cassa), ma vuole anche controllare l’intero processo della filiera di vendita e svendita di oro (e quindi di ricchezza della Repubblica italiana) entro un parallelo piano di spesa pubblica incrementata sul piano nazionale dai ricavati dalle vendite, di stile obamiano riservato solo ai Governi.

Un piano folle e corporativisto-nazionalista per come viene modulato e degno dei tempi della “quota 90 e dell’oro alla Patria”!.

Non solo, paradossalmente questo Dl cosidetto “anti-crisi” sta preoccupando pure i banchieri centrali dell’Europa entro una logica di sovranità di signoraggio delle banche nazionali centrali per i precedenti regolamenti e accordi presi interni tra Stati dell’area Euro, nel non poter svendere i beni bancari oramai sempre più appartenenti all’ottica “bernakiana” (stile Fed) alla BCE entità sovranazionale e leviatanica a sua volta sugli Stati nazionali.

Ma tale situazione tremontiana deve a maggior ragione preoccupare per altri motivi pure i liberisti e i libertari liberali di scuola austriaca in quanto tale soluzione estremista e autarchica va nella direzione opposta da quanto prospettata nei modi e nelle motivazioni al pensiero dell’economia austriaca.

Con la vendita dell’oro a enti o istituzioni sovranazionali si va verso il depauperamento delle risorse e della credibilità internazionale del nostro Paese e si pone limite da parte dello Stato al libero rapporto di compravendita dell’oro sul piano interno dei privati nei mercati finanziari ed economici.

Ovviamente l’ingerenza statale della politica italiota alla pari di quella americana entro un settore economico strategico e di riserva era già iniziato con l’abbandono del Gold Standard svariati decenni orsono a livello internazionale, ora però vediamo il suo folle divenire entro i confini interni verso l’abolizione dell’oro come riferimento economico anche nella logica delle riserve (non solo nelle transazioni) interne.

In cambio di cosa?, del baratto o del NWO?.
Forse di entrambi.

Tremonti-Berlusconi, non sono minimamente intenzionati ad un ripristino del Gold Standard sul piano internazionale, non vogliono dare maggior peso sonante alla moneta, il loro intento obamiano rientra nella pura logica Keynesiana di rilanciare artificiosamente e statalmente la domanda in funzione del consumo e della spesa pubblica entro piani quinquennali di stile sovietico previsti nella riforma del Dpef.

Tremonti alla pari dei suoi colleghi Geithner e Bernanke cerca di svendere oro della nostra Fort Knox (magari verso i cinesi, attualmente i migliori e i più intelligenti compratori d’oro assieme a russi e tedeschi memori del passato), senza rendersi conto che ciò indebolirà indirettamente il valore della moneta comune, la tenuta dei nostri conti pubblici e soprattutto la posizione del nostro Paese sul piano geopolitico ed economico all’interno della già declinante Ue sul piano internazionale.

Mentre gli Stati si stanno indebitando sempre di più in questa era di spese folli pianificate e costosissime, non producendo vera ricchezza ma anzi sfruttando e sprecando a fondo perduto quella poca ricchezza ancora restante in cassa (l’oro appunto) in artificiose redistribuzioni di denaro, clientele e controlli coercitivi sui capitali.

Gli Usa e l’Europa devono ancora fronteggiare il peggio della crisi economica, la fase della crisi derivata dall’azione statale arriverà nei prossimi mesi per i prossimi decenni inesorabilmente, e saranno dolori inimmaginabili per tutti!.

Altro che fallimento del mercato!.

Ciò potrebbe creare scenari inimmaginabili anche entro il piano europeo politico-economico oltre che sociale della Ue, con gravi squilibri nella stabilità e rischi sia per l’Euro che per la solidità del rapporto di integrazione e del rispetto del trattato di Maastricht per l’Unione Europea da parte dei singoli Stati membri, con rischi non esclusi anche di abbandoni o espulsioni preventivi o punitivi degli Stati inadempienti o “anelli deboli della catena”.

Già oggi i grafici mostrano come il valore delle banconote statali senza equivalenti in oro siano in continua flessione rispetto alla crescita dell’oro e tale crisi economica sta accentuando tale irreversibile e logico processo, frutto di scelte sbagliate pluridecennali su tutte le valute internazionali.

Col dollaro in crisi nei prossimi anni, con l’inflazione galoppante in futuro, con le casse degli Stati sempre più vuote e piene di debiti, non a caso i governi (e pure i banchieri ciò è del tutto implicito) già parlano (a partire del G8 dell’Aquila) di nuova moneta mondiale e di nuove invenzioni alchemiche tecno-burocratiche per “armonizzare” gli scambi e i cambi nei mercati.

La tassa dell’oro diventa caposaldo di tale mosaico, per limitare ai soli Stati (o ad altri soggetti affiliati), il monopolio di tale proprietà (l’oro), riducendo i rispamiatori e gli investitori privati a mere pedine del “monopoly inter-corporativo- nazionale” verso il nuovo signoraggismo monetario globale determinato da una Banca Mondiale o da un FMI se non da un Governo mondiale keynesiano (qualcuno ha detto ONU?) in grado di detenere le riserve auree e il corso legale delle monete in regime di monopolio unico.

In pratica limitare il libero mercato a mera pratica di mercantilismo direzionato dai governi; attraverso il pagamento degli scambi statali sul piano internazionale mediante una nuova fasulla moneta nipotina “dell’Euro di latta” emessa dalle banche centrali di ogni Stato del mondo (prive forse anch’esse di oro a livello di casse vuote nazionali, anche se è più probabile pensare al suo contrario se solo si iniziasse a sapere dove sono destinati i lingotti d’oro venduti attualmente dai singoli Stati) imposta sui mercati, la definita “moneta dell’unificazione” di orwelliano sapore.

E l’Italia è in prima fila per la sua produzione in serie per i prossimi anni mediante la zecca e sue succursali.

Stampare, pardòn coniare future “monetine globali” in vista del 2015 (anno dell’Expo e forse del crac del dollaro e della bancarotta Usa?), il tutto ovviamente senza equivalenti in oro dato che l’Italia non possiede un bilancio o PIL mondiale!, indebitandosi forse pure per gli altri nel conio e nei suoi costi di produzione!?.

Tornando al Dl anti-crisi, nel frattempo, l’attuale esecutivo italiano di un Paese oberato da un debito pubblico a tripla cifra a 115% in costante crescita sulle spalle delle future generazioni, con una produzione industriale in costante stagnazione nonostante le laute prebende concesse a corporazioni e sindacati, un PIL (indice di valore aggregato di matrice keynesiana della ricchezza complessiva nazionale prodotta) comunque in profondo rosso intorno al -5% e un rapporto di deficit/pil del medesimo avviso seppur di segno opposto; ritenere di dover affossare ancor di più la ripresa con misure economiche tampone, palliative e sostanzialmente controproducenti (di cui la tassazione dell’oro risulta essere il manifesto dell’utopismo tremontiano per un oscuro futuro) porterà ad ulteriori guai.

Altro che liberismo dei mercati e meno tasse del centrodestra!, qui abbiamo dei comunisti da Terzomondo al potere e senza bisogno che l’opposizione contribuisca con proprie iniziative fallimentari!.

Evidentemente l’ottimismo promosso a livello economico dal governo leghisto-berlusconiano, punta a portare il paese verso l’isolazionismo e la bancarotta violenta del Sistema!.

In attesa speranzosa (quanto vana) che un NWO li possa salvare!.

Sai che prospettiva fiorente e intelligente!.

Il problema è che con la loro ricetta prima di arrivare a ciò si dovrà passare verso almeno un quinquennio di sottosviluppo nella crescita, stagnazione con inflazione e tasse galoppanti che distruggeranno anche quei pochi azionisti e risparmiatori passati indenni o poco colpiti dalla crisi economica subprime.

Insomma la logica del governo è quella del muoia “Sansone e tutti filistei”, cercando di arraffare ancora per poco il massimo disponibile in una opera degna da predoni affamati d’oro e di ricchezza prodotta dai contribuenti con il proprio lavoro; cercano di fare tra i risparmiatori “terra bruciata” a fronte del collasso del Sistema nazionale.

Un disegno criminale quindi, che ovviamente non viene minimamente denunciato dalle opposizioni parlamentari, in quanto ideologicamente sulla medesima lunghezza d’onda “culturale” e politica dell’esecutivo e del ministro dell’Economia, anzi già si sentono voci dal PD di una richiesta di correttivo per un inasprimento ulteriore delle norme in merito alla costante “evasione fiscale” del Paese.

Figuriamoci se questo governo non ci aveva già pensato di suo!.

Figuriamoci a cosa e a chi  serve tutta questa demagogia?!.

La verità è che lo Stato è sempre più evasore di sè stesso, è lo Stato il vero usuraio nei confronti dei suoi cittadini, nel dare continua carta straccia nominalmente dichiarata “titolo di Stato”, sempre più senza equivalenti d’oro, in cambio dei risparmi di una vita.

Il ministero delle finanze e pure la Banca d’Italia assieme ai parlamentari e al governo illiberale, nel cercare di indirizzare la crescita entro presunti e regolamentati organi di controllo dell’economia italiana di stampo corporativista, continuano a propugnare direttive economiche sbagliate e fallimentari, stataliste che incrementeranno la crisi, non i consumi o la vera domanda nè la crescita come loro fideisticamente pensano o vogliono far credere.

Ad essere fuori da ogni regola economica e serio principio di responsabilità pubblica sono i politici del Palazzo presunti rappresentanti di interessi dei loro elettori, in realtà autoreferenti, in grado di prendere in giro i contribuenti con spese folli, aiuti di Stato a clientele elettorali e politiche loro amiche aumentando costantemente la pressione fiscale attraverso trecartismi o veri e propri balzelli sui risparmiatori.

Tasse keynesiane, ovvero prelievi fiscali, furti che ritengono essere fonte di lauti guadagni, in realtà marginalmente inutili e controproducenti nel lungo periodo per tutti, ma non per loro dello Stato.

Ma se Keynes voleva ridurre “obamianamente” la ricchezza dell’oro attraverso la carta, mentre Marx stesso voleva l’abolizione del denaro anche attraverso più ricchezza da ridistribuire ai poveri in maniera da rendere il metallo un termine di richezza obsoleto, con Tremonti, si supera ogni follia!.

Tremonti sta fondendo i due paradigmi nella più stupida delle equazioni utopiche stataliste: Tasso oro= Più gettito= più domanda= più crescita di sviluppo e spesa pubblica, un sillogismo insensato che mischia consumo e risparmio, crescita e domanda, oro con carta straccia e tasse con misure anti-crisi.

Insomma siamo alla follia e solo in pochi se ne accorgono!.

Addirittura tra gli stessi banchieri centrali di Francoforte (gente non certo nostra amica) coloro che stanno gestendo in maniera pessima la crisi (da loro stessa creata assieme ai politici) continuando la politica marxista dei tassi di interessi del denaro fermi a poco più a 1, c’è sconcerto per una iniziativa così “preventiva” e poco cauta da parte di un paese come l’Italia.

E sebbene al momento l’UE non possieda un governo centrale, nè un piano di Eurobond tremontiani non è detto che in futuro simili iniziative non possano spostarsi su un più vasto livello europeo rispetto a quello attuale periferico della nostra Penisola da parte di altri Stati o nel Consiglio europeo, in perfetta similitudine con quanto sta avvenendo negli Usa!.

Da parte di Trichet c’è comunque allarmismo per le insensate mosse in senso nazionalista del governo italiano (a differenza degli intenti della BCE di indirizzo sovranazionale leviatanico).

Evidentemente il governo pensa nel frattempo, di ritornare a logiche passate, del pre-Euro, puntando non tanto velatamente al ritorno di una “nuova” Iri con tanto di vecchi piani di crescita nazionale decisi quinquennalmente dai governi (bloccando di fatto così il Paese a logiche vincolanti un intera legislatura a livello di maggioranza, con periodici ritocchini!, altro che abolizione del clientelismo e della Finanziaria!), con casse depositi e prestiti partitocratici, a lottizzazioni stile prima repubblica, con la complicità delle banche nazionali e della Banca d’Italia.

Concludiamo lanciando un inquietante allarme che spero faccia riflettere voi navigatori che ci state leggendo.

Sapendo che la situazione economica non migliorerà con tale Dl, sapendo che la crisi quella vera Depressiva deve ancora arrivare, sapendo che i nostri politici di maggioranza e d’opposizione conoscono ciò che vi stiamo dicendo pur non dicendovelo (anzi, facendo l’esatto opposto di una politica liberista prasseologica e monetaria attenta).

Sapendo che con tale Dl, l’oro speso dal Ministero dell’economia e della Finanze verrà investito in progetti e opere senza più un reale controllo interno o esterno da parte di altre istituzioni politiche-economiche (leggi Corte dei Conti e Commissione Ue), sapendo che i nostri politici sono dei ladri (ma mica poi tanto stupidi quando si tratta di pensare al loro futuro e tornaconto), non vi passa per la mente il sospetto che questi stiano preparando l’operazione “Grande Slam”, per fuggire con l’oro in tasca in futuro quando le cose andranno prevedibilmente e sicuramente male, lasciando noi tutti (poveri e ingenui italiani) in un mare di debiti e di carta straccia (o monetine NWO)?.

Non vorremmo essere troppo pessimisti ma conoscendo ormai abbastanza bene tali personaggi, e il loro passato discutibile e in chiaroscuro non faremmo male ciascuno di noi a stare più attenti ai loro comportamenti dove e su cosa investiamo il nostro denaro e i nostri risparmi.

Le grandi crisi economiche del XX secolo, da Weimar, alla ex-Jugoslavia, dalla Russia post-sovietica, dal Giappone, all’Argentina, passando per lo Zimbabwe sono iniziate tutte quando i governi hanno voluto toccare i valori della moneta inflazionando la sua presenza, staccando questa dall’equivalenza di scambio e di riferimento con l’oro, per dare valori monetari fittizi irrazionali irrealistici oberati da vincoli ideologici di transazione anti-economici decisi mediante l’intermediazione delle Banche centrali nazionali.

A ciò è conseguito un crollo dei mercati e dei titoli di Stato collegati al valore monetario cartaceo di riferimento anche e soprattutto in relazione alla quantità di oro statale nelle casse o in artificiosa “circolazione” e disponibilità.

L’Italia berlusconiana così come gli Usa obamiani e forse anche altri Paesi stanno andando in tal direzione di marcia su strade analoghe e surreali pur nella difformità dei loro ordinamenti giuridico-politici nazionali e della tempistica.

Prepariamoci al peggio!!.

Obama printing money into Hyperinflation and Dollar crack!

28 luglio 2009

The Road to Serfdom

28 luglio 2009

RoadToRecovery

Keynes, un economista contro la realtà

28 luglio 2009

Il keynesismo ha riportato indietro le lancette della scienza economica

Articolo di Gerardo Coco

Per prendere coscienza del potenziale destabilizzante delle politiche economiche interventiste seguite dalla maggior parte dei paesi “capitalisti” bisogna capire e commentare il fallace paradigma keynesiano che inspira la maggior parte degli economisti e dei politici contemporanei.
Il corpus teorico di John Maynard Keynes (1883-1946) è esposto nella Teoria Generale dell’Occupazione Interesse e Moneta del 1936, l’opera economica più ambigua che sia mai stata scritta ma che purtroppo ha influenzato il corso delle economie mondiali.
L’economista di Cambridge riteneva che l’economia di mercato fosse intrinsecamente instabile. Egli non spiega il perché: è un postulato della sua dottrina.

L’economia lasciata a se stessa si autodistrugge.

Per Keynes “l’investimento è volatile, incostante ed irrazionale. Il mondo dell’economia è governato da una incontrollabile e disobbediente psicologia” come afferma  nel capitolo 22 dedicato al ciclo economico (pag. 317) [1].

Gli investitori causano, involontariamente, i collassi economici e i consumatori sono automi passivi alla mercè degli investitori.

Poiché l’economia di mercato si basa sulle loro aspettative, la produzione ed occupazione sono sempre a rischio.

Se, dice Keynes, l’attività di investimento fosse nelle mani del governo, non sarebbe più in balia di evanescenti “animal spirits”, cioè dei fattori psicologici che causano ondate di pessimismo o ottimismo.

Il tasso di interesse scenderebbe praticamente a zero ed il capitale sarebbe disponibile illimitatamente.

In questo modo l’economista di Cambridge ci indica la strada della prosperità perenne.

Keynes sostiene infatti che: ..il punto di vista rigoroso di chi suggerisce un alto tasso di interesse per raffreddare l’inflazione non ha nessun fondamento ma è indice di confusione mentale… il rimedio al boom non è un più alto tasso di interesse ma uno più basso perché ciò renderebbe il boom perenne.

Il rimedio al boom non è il tentativo di eliminarlo per tenerci in uno stato di semi-crisi, ma di abolire le crisi e mantenerci permanentemente in un stato di quasi boom” (pag.322)
Keynes prosegue: Chi possiede capitale guadagna un interesse perché il capitale è scarso, allo stesso modo di come il proprietario di terre può percepire un affitto perché la terra è scarsa.

Ma mentre ci possono essere motivi reali per la scarsità della terra non sussistono reali motivi per la scarsità di capitale (poiché lo stato può stampare moneta, nda).

Pertanto, in pratica … un aumento dell’offerta monetaria può essere attuato fino a che il capitale cessi di essere scarso … ciò significa l’eutanasia del rentier e di conseguenza l’eutanasia del sempre crescente potere oppressivo del capitalista di sfruttare la scarsità di capitale…(pag. 375-376).
Keynes vuole che il tasso di interesse scenda a zero perché crede che questo livello renda disponibile una maggiore quantità di capitale necessario agli investimenti per aumentare l’occupazione e quindi la domanda: un calo dei consumi può provocare una depressione.  Aumentando l’occupazione, aumentano i redditi che consentono un maggior consumo.

La gestione dell’economia attraverso la manovra del tasso di interesse è uno dei cardini della dottrina keynesiana.

Un aumento nella offerta di moneta ha un impatto positivo sull’occupazione, sul reddito e l’interesse che variano appunto al variare della liquidità, pertanto per Keynes: “…l’interesse stesso è un fenomeno squisitamente monetario” (pag. 173) determinato dalla “domanda di moneta” che, erroneamente, egli intende come “preferenza per la liquidità” o “propensione al risparmio” (mentre, invece rappresenta i saldi liquidi che i soggetti economici versano nei conti correnti bancari per far fronte a future e contingenti necessità di spesa).

Se la domanda di moneta aumenta, anche il tasso di interesse aumenta (e viceversa) e ciò impedisce di investire, spendere e, sopratutto consumare di più.

Appare dunque chiaro come sia importante, in questo schema, la manipolazione del tasso di interesse ad opera delle autorità monetarie capaci di curare il vero male economico: non spendere. Ma se la politica monetaria fallisce nel tentativo di stimolare l’economia vuol dire che investitori e consumatori sono caduti nella “trappola della liquidità” hanno cioè paura di spendere.

Allora si rende necessario un ulteriore stimolo, questa volta fornito dallo stato che interviene direttamente aumentando la spesa pubblica per stimolare la domanda.

Lo Stato, asserisce Keynes, ha la responsabilità di mantenere la piena occupazione e stimolare la domanda poiché “non possiamo pretendere che l’economia privata ci riesca” per cui: “…Costruzione di piramidi, terremoti, perfino guerre possono servire ad aumentare la ricchezza se la formazione dei nostri uomini di stato, plasmatasi  sui principi degli economisti classici non impedisse di fare qualcosa di meglio”. (pag. 129).

Qui, Keynes perde definitivamente il senno che aveva già mostrato cedimenti per una precedente ed aberrante asserzione: “…il denaro immesso nel sistema per iniziativa dello stato è altrettanto genuino di quello proveniente dal risparmio” (pag. 83).

Secondo Keynes infatti, l’investimento indotto dall’espansione monetaria e dalla spesa pubblica sarebbe la stessa cosa di quello indotto dal risparmio privato.
Questi principi, che nel 1936 furono presentati come nuove scoperte della scienza economica, rivelano l’abissale ignoranza di questo economista sul ruolo del capitale, del tasso di interesse, del risparmio.

Si osservi, tuttavia che sono gli stessi principi che guidano le politiche economiche dei nostri giorni.

Se è la domanda di consumi, la spesa, a guidare l’economia e la riduzione del tasso di interesse è funzionale allo scopo perché rende disponibile una maggiore quantità di capitale per gli investimenti e conseguenti aumenti di occupazione e quindi di consumo, Keynes  afferma la necessità di una gestione efficace e mirata per aumentare la domanda aggregata e ci fornisce il modello per svolgere questo compito: la macroeconomia. Keynes, fa un ragionamento circolare: La spesa genera reddito.

La spesa di un individuo corrisponde al reddito di un altro individuo.

Più si spende meglio è.

Ciò che guida l’economia è dunque la spesa e questa è il motore della produzione.

Se la domanda langue, si espanda dunque il credito per finanziarla; per aumentare produzione il governo aumenti la spesa pubblica; se c’è disoccupazione si stampi denaro.

Anche la costruzione di piramidi, come afferma, può innescare lo sviluppo economico.

Ora l’affermazione Keynesiana che la domanda cioè il consumo, guidi l’economia, parrebbe intuitiva.

È infatti una affermazione spesso ripresa dalla maggior parte della stampa economica che, preoccupata del “calo dei consumi”, invoca la necessità di “rilanciare la domanda”.

Ma che sia la domanda a guidare lo sviluppo e che l’investimento sia funzione del consumo è proprio la grande fallacia della economia moderna.

A Keynes e ai suoi seguaci non viene mai in mente che la domanda coincida con il potere d’acquisto e che per conseguirlo è necessario prima produrre per essere in grado successivamente di spendere per consumare.

Il potere d’acquisto si forma infatti nella produzione e pertanto non si può “esercitare una domanda” se prima “non si è prodotto”.

La spesa, quindi, deve essere preceduta dalla produzione la quale, a sua volta, può originare solo dall’astensione del consumo cioè dal risparmio.

Ma per Keynes il risparmio, provoca una caduta del reddito, della produzione e del consumo dando luogo al famoso “paradosso del risparmio” (paradox of thrift): “Ogni tentativo di risparmiare di più riducendo i consumi, colpirà talmente i redditi da rendere vano il tentativo stesso di risparmiare” ( p. 84).
Se, dunque, per Keynes, risparmiare significa “tesaurizzare” o come afferma, aumentare “la domanda di moneta” (la  preferenza per la liquidità) e se nel suo schema la domanda è il motore dello sviluppo, è naturale che il risparmio, così concepito, venga considerato come ostacolo al consumo.
Ma, come qualsiasi persona saggia riconosce, il risparmio,(che sempre è investimento) ed il consumo sono alternativi ed il primo può aumentare solo a spese del secondo.

Tuttavia Keynes fa una stupefacente affermazione: “Si osservi che, il consumo e l’investimento non sono alternativi. Possiamo ottenere entrambi”.

Di fatto il consumo stimola l’investimento! È un concetto assurdo, ma significativo con il quale Keynes, inconsapevolmente, offre la chiave di interpretazione di tutte le crisi.

Infatti è evidente che, a livello aggregato, aumentare consumo e risparmio allo stesso tempo sarebbe concettualmente impossibile se la politica monetaria non introducesse arbitrariamente nell’economia un eccesso di credito che, simulando il risparmio reale, inganna tutti i soggetti economici portandoli a consumare ed investire di più nello stesso tempo, squilibrando la struttura produttiva ed innescando un processo di inflazione.
Posto che è la domanda dei consumatori a guidare l’economia e una sua diminuzione od aumento possono determinare variazioni degli investimenti rispettivamente negative o positive, l’economia keynesiana assume la forma di “flusso circolare”, che si insegna negli odierni corsi e manuali di economia.

In questo modello, la produzione di prodotti finiti aumenta o diminuisce istantaneamente attraverso le variazioni della “spesa aggregata”.

Ciò sottende l’idea che la produzione di un paese sia istantanea e non esiga tempo, vale a dire che non esistano quelle tappe intermedie, che rappresentano la parte più importante della struttura produttiva e che precedono la realizzazione dei beni finali.
Il processo produttivo per Keynes è un fantasma.

Ignorando gli stadi produttivi, si ignora tutta la spesa dei beni intermedi  la cui produzione richiede cicli produttivi che durano anche diversi anni.
Per la macroeconomia è quindi come se esistessero solo due processi economici, consumi e investimenti in relazione funzionale tra loro e secondo cui se aumentano i primi, aumentano anche i secondi e viceversa: una flessione del consumo causa una flessione degli investimenti e quindi una contrazione dell’economia.

In questo schema il tempo reale non esiste ma è solo un fatto contabile.

L’economia come invece spiegherà Hayek è invece un processo temporale non circolare e ciò, ha delle conseguenze di incalcolabile portata per l’analisi economica.
Dal “flusso circolare del reddito” Keynes fa emergere il reddito nazionale, oggi definito come Prodotto nazionale Lordo o PIL.

Il PIL è costruito staticamente proprio sull’assunto che sia la domanda di beni e servizi finali a guidare l’economia perchè il consumo vi entra come parte preponderante della spesa aggregata.

Questa rappresentazione è ingannevole perché la parte preponderante della spesa, in una economia, è quella sostenuta per la produzione non per il consumo.

Il PIL, infatti conteggia solo i “valori aggiunti” della produzione finale e non i consumi industriali che si verificano nei suoi stadi intermedi ed il cui valore totale è sempre superiore al valore del consumo finale.

È chiaro che questa falsa rappresentazione dell’economia descritta dal PIL, facendo credere che sia il consumo a mettere in moto l’economia, rende tutte le politiche fiscali e monetarie completamente irrealistiche e fallimentari.
Ciò che viene etichettata come economia reale, rispecchia le variazioni dell’offerta monetaria e non della ricchezza reale.

Se ad esempio, il PIL registra una diminuzione del consumo  e il governo reagisce con un “pacchetto di stimoli” che prevede la costruzione di “piramidi”, queste pur non aggiungendo nulla al benessere materiale delle persone, entrano tuttavia nel PIL come ricchezza prodotta, mentre la loro costruzione rappresenta solo consumo che avviene a spese del risparmio privato depauperando la struttura produttiva dei beni intermedi che è finanziata proprio dal risparmio. Mentre, se la banca centrale riduce arbitrariamente i tassi di interesse espandendo il credito, il potere d’acquisto creato artificiosamente invece di essere originato da nuova produzione, fa innescare un falso processo di crescita.
Non c’è da stupirsi se nello “schema macroeconomico” siano le banche centrali e i governi a far credere di essere i leader supremi ed onniscienti capaci di guidare la crescita economica di un paese al posto dei milioni di operatori che lavorano nella complessa catena di stadi produttivi che l’analisi del PIL occulta. Interferendo nell’attività economica con le loro manovre sulla macroeconomia, che non rispecchia la produzione di ricchezza reale, governi e banche centrali determinano boom insostenibili e cicli economici.
È difficile dar conto di tutte le contraddizioni, ambiguità e falsi presupposti della dottrina keynesiana trasmessi in eredità alla economia contemporanea.

Hayek sostenne che Keynes aveva confezionato solo uno schema propagandistico ammantato di dottrina, con il specifico scopo di fare uscire negli anni ’30, il governo inglese dall’impasse politica ed economica in cui si trovava all’epoca della Grande Depressione.
Questa “dottrina” ha poi finito per dare rispettabilità a tutte le politiche interventiste ed inflazionistiche.

Keynes non ha formulato nessuna teoria sul ciclo economico ma solo uno schema illusorio che fa pensare che si possa generare ricchezza creando denaro dal nulla.

Questo schema continua a sedurre quei politici ed economisti che non capiscono il funzionamento dell’economia reale e quelli che, invece, per motivi ideologici, se ne servono per giustificare lo statalismo su larga scala.

Un famoso giornalista americano, scrisse che Teoria Generale di Keynes era il Das Kapital del XX secolo.

Tuttavia Marx voleva la distruzione del capitalismo mentre Keynes voleva solo riformarlo.

Marx voleva il socialismo scientifico. Keynes, la socializzazione dell’investimento.

La cronaca economica dei nostri giorni ci mostra la strada che si sta intraprendendo.

Tratto da Brunoleoni.it

Tg1: 2015, New World Obolo for a New World Order

27 luglio 2009

NWO

Ron Paul prophecy about: Worldwide Economic System Collapse

27 luglio 2009

The Fe(e)d Must Fail!

27 luglio 2009

Fail the Fed

Ron Paul: Bernanke wants to destroy the value of the Dollar

27 luglio 2009

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.