Archivio per giugno 2009

Il nuovo volto dei pirati

30 giugno 2009

Articolo di Federico Cella

Altro che corsari digitali, furfanti che nella visione più ottimistica rubano ai ricchi (le “major”, musicali, cinematografiche e del software) per distribuire ai poveri (utenti della Rete).

I pirati si sono ripuliti e dopo essere scesi – con successo – nell’agone politico europeo, ora si lanciano anche nel business. Legale.

E’ infatti notizia di oggi che l’azienda svedese di software Global Gaming Factory X AB ha annunciato che acquisterà The pirate Bay, il sito web di “consigli” per il file sharing di materiale protetto da copyright, che nei mesi scorsi è stato condannato da un tribunale svedese proprio per aver infranto la legge sul diritto d’autore. La softwarehouse ha precisato nel comunicato stampa che introdurrà un nuovo modello di business che permetterà di compensare i titolari del copyright per il materiale scaricato.
Dopo lo sbarco online della versione beta di VideoBay e il conseguente (tentativo di) arrembaggio allo strapotere di YouTube, ora i “pirati” si guadagnano le virgolette e si mettono dunque a giocare sullo stesso tavolo dei vecchi “nemici”.

Che ora diventano concorrenti.

La Global Gaming ha spiegato che pagherà il sito web tanto famoso 60 milioni di corone svedesi (7,7 milioni di dollari) e che, come detto, questo continuerà a svolgere il proprio ruolo di distributore di contenuti audio e video (ma anche di software e videogiochi) grazie a un nuovo modello commerciale che soddisferà sia i fornitori dei contenuti stessi, sia i titolari dei diritti d’autore.

Si spera, gli utenti, che diventeranno acquirenti. Ha spiegato l’amministratore delegato dell’azienda svedese, Hans Pandeya: “Vorremmo introdurre un modello in cui content provider e titolari di copyright saranno pagati per i contenuti scaricati dal sito”.

Senza spiegare meglio di cosa si tratti, tutti sarebbero così contenti.

Anche le aziende musicali e cinematografiche tra cui Warner, MGM, Columbia, 20th Century Fox, Sony, Universal ed EMI, che al processo contro il sito dei pirati avevano chiesto un risarcimento di più di 12,6 milioni di dollari.

Tratto da Corriere.it

Personal Computers could be open to Government access under New Obama Copyright Plan

30 giugno 2009

Usa: multata per 1,9 milioni di dollari per aver scaricato 24 canzoni dal web

30 giugno 2009

Per la prima volta una donna è stata condannata per violazione del copyright

Un tribunale americano ha condannato una donna del Minnesota a pagare un risarcimento di 1,9 milioni di dollari (circa 1.366.000 euro) per aver illegalmente scaricato 24 canzoni da Internet.

Il processo contro Jammie Thomas Rassett, una madre di quattro figli che lavora per una tribù indiana, è il primo negli Stati uniti per violazione del copyright, ha detto il suo avvocato alla tv satellitare Cnn.

La donna, che ha 32 anni, è rimasta stupita per la sentenza, anche perchè scaricare legalmente le canzoni le sarebbe costato solo 99 centesimi di dollaro a brano (in tutto 23,76 dollari), e intende ricorrere in appello.

LA SENTENZA - Il tribunale ha stabilito un risarcimento di circa 80.000 dollari per ogni violazione del copyright, con gran soddisfazione della Record Industry association of America (Riaa), l’associazione dei produttori discografici.

La Thomas-Rasset era stata condannata a pagare un risarcimento di 220mila dollari alla Riaa in un primo processo nel 2007, ma il procedimento era stato annullato per un vizio di forma.

Le canzoni scaricate sono di No Doubt, Sheryl Crow, Gloria Estefan e Linkin Park.

Tratto da Corriere.it

Francia: Consiglio costituzionale boccia la legge sulla pirateria web, va riscritta

29 giugno 2009

Per i saggi solo il giudice può decidere se sospendere o meno la connessione a internet dei cittadini

Alla fine il governo francese non ce l’ha fatta.

Il Consiglio Costituzionale francese ha censurato infatti la disposizione più controversa della legge contro la pirateria su Internet adottata lo scorso maggio in Francia, che prevede la sospensione della connessione ad internet per i pirati recidivi.

Secondo i «saggi» del Consiglio Costituzionale, la libertà di comunicazione ed espressione garantita dalla Dichiarazione dei Diritti dell’uomo implica infatti anche «la libertà di accedere ai servizi di comunicazione al pubblico on line».

«POTERE CHE SPETTA SOLO AL GIUDICE» – Per questo, scrive il Consiglio in un comunicato, è solo il giudice che può decidere se sospendere o meno la connessione al web.

Il potere di sanzione era stato invece attribuito ad una nuova authority, l’Hadopi, da cui la legge prende il nome, creata apposta per vigilare sulla protezione ed il rispetto dei diritti d’autore su internet.

Il ministro della cultura Christine Albanel ha accolto i rilievi del Consiglio costituzionale e proporrà di modificare la legge in direzione di quanto sostenuto dai «saggi»della consulta.

Era stato il partito socialista a chiedere l’intervento del Consiglio Costituzionale, qualche giorno dopo l’adozione della legge, sostenuta fortemente dal presidente Nicolas Sarkozy e difesa in parlamento dall’ Albanel.

Il provvedimento era arrivato due volte all’Assemblea nazionale prima di essere votato.

Tratto da Corriere.it

Obamanet

29 giugno 2009

Usa, col Cyber Security Act è già iniziato l’addio a privacy e libertà sulla Rete?

29 giugno 2009

La legge approvata nei mesi scorsi consentirebbe al presidente di sospendere l’Internet e al dipartimento del Commercio di spiare milioni di cittadini

Articolo di Sandro Podda

I segnali erano molti.

Disseminati nelle cronache estere, nelle indiscrezioni e in alcuni articoli di stampo più o meno dietrologista.

Da una parte leggevamo gli allarmi del Pentagono: “Hacker cinesi violano i nostri database”.

Da altre fonti: “Attenzione, si prepara un 11 settembre digitale”.

Restrizioni dai governi di mezzo mondo (l’altro mezzo controlla già la Rete) come la direttiva europea già varata.

Segnali palpabili di quello che si stava preparando: la messa in sicurezza dell’Internet.

O meglio, il suo controllo da parte dei governi nella grande, e questa sì impalbabile e indefinita, sfida al Terrorismo.

Leggere gli ultimi fatti di cronaca burrascosi tra governo americano e molte aziende dell’informatica,  in materia di attività sulla rete non si può fare a meno che collegarli all’approvazione (alcune settimane fa) dei contenuti del Cyber Security Act 2009.

Ciò ha fatto correre brividi sulla schiena a molti osservatori ed esperti dell’Internet.

Le premesse e le attuali ipotesi in sviluppo sono di una certa consistenza e validità, seppure qualcuna criticabile: in sostanza (si legge nel documento approvato), la Rete rappresenta la spina dorsale dell’economia e delle infrastrutture civili e belliche statunitensi.

Di conseguenza un cyber attacco potrebbe mettere in ginocchio gli Usa, l’economia nazionale e rendere vulnerabili punti nevralgici della sua difesa.

A cosa serve pattugliare una raffineria di petrolio, un porto, una rete elettrica o idrica se un “semplice” attacco informatico potrebbe mandare in tilt i sistemi che li controllano?.

Preoccupazioni di un certo rilievo e difficilmente definibili prive di fondamento.

A queste, si potrebbero aggiungere alcune questioni sul tappetto invece un po’ più sospette come gli accenni alla questione copyright su idee fondamentali per l’economia e che una volta sulla Rete diventano ambito bottino per lo spionaggio industriale.

Oppure, e questa rimane sottotraccia – ma neanche tanto come già ammette da tempo il Pentagono nei suoi manuali operativi o i riferimenti nella proposta di legge – la questione Cina e gli equilibri sulla Rete, finora per motivi tecnici e di standard adottati decisamente a favore degli Usa che dopo avere perso da tempo il primato sulle merci, potrebbero perdere in futuro l’importante primato sulla loro gestione: la Rete, ovvero ciò che rende possibile, veloce e fattuale la globalizzazione.

Ovvio che ansie e paure di perdere terreno e supremazia determino leggi e atteggiamenti decisamente poco libertari.

Un copione già letto con il Patriot Act e che rischia di ripetersi.

Alcune delle proposte contenute nel Cyber Security Act si spingono decisamente oltre il minimo del buon senso mettendo a repentaglio concetti fondamentali dell’Internet come libertà, privacy o innovazione.

Le inedite possibilità di progresso che offre al genere umano l’Internet hanno difatti bisogno per realizzarsi di libertà, condivisione e non certo di censura e controllo.

Invece, con una misura bipartisan chiesta dai senatori John Rockefeller (democratico) e Olympia J. Snowe (repubblicana), lo scenario è mutato in termini ancor più preoccupanti.

Al presidente Usa sarebbe conferito il potere di dichiarare lo stato di emergenza nazionale ed estendere all’Internet questa emergenza arrivando fino al suo blocco per evitare un cyber attacco a strutture definite da una commissione “critiche”.

Un potere inedito, immenso, che desta preoccupazione, ma il provvedimento non finisce qui.

Il dipartimento del Commercio degli Stati Uniti potrebbe avere accesso ai dati personali che si trovano su “infrastrutture critiche”.

Quali sono queste infrastrutture?.

A deciderlo saranno gli uffici federali con una discrezionalità molto elevata e soprattutto non passando attraverso organi di garanzia e di fatto bypassando i diritti riconosciuti e sanciti dalla Costituzione statunitense.

Senza alcun mandato o indizio di colpevolezza, il dipartimento del Commercio avrebbe la possibilità quindi controllare l’attività sull’Internet di milioni di cittadini e invece di sventare un attentato scoprire attività come, guarda caso, un download illegale.

Un particolare curioso riguarda la definizione del pericolo.

Non più un Cyber 9/11 come da tempo si definiva in maniera informale un evento in grado di scatenare un’ondata repressiva sulla Rete.

Sulla proposta di legge si parla invece di un Cyber Katrina in grado di mettere in ginocchio la Rete e di fronte al quale gli Stati Uniti, come nel caso dell’uragano che squassò la Louisiana e New Orleans, non sarebbero in grado di rispondere.

Insomma, la retorica di fondo resta la stessa: controllati e spiati per il nostro stesso “bene”.

Tratto da http://notizielibere.myblog.it

Qua sotto l’intervento del senatore Democrats John Rockefeller

Un adesivo rende inoffensivo il cellulare?

28 giugno 2009

L’idea è stata approvata dall’Accademia delle scienze di Mosca

In Russia la Chiesa ortodossa vende etichette di shungite, un materiale capace di attrarre le onde elettromagnetiche

Articolo di Paolo Torretta

MOSCA - Da tempo si dibatte la questione se i cellulari siano inoffensivi o pericolosi per la salute. Qualche scienziato ha addirittura proposto di mettere sui telefonini l’avvertenza «nuoce gravemente alla salute», come sui pacchetti di sigarette.

ADESIVI - Anche la Chiesa ortodossa russa è dell’opinione che i telefonini emanino onde elettromagnetiche rischiose per gli utenti.

Quindi è corsa ai ripari, mettendo in vendita, con successo, una serie di adesivi da applicare al cellulare.

Rappresentano chiese e monasteri, per esempio la cattedrale di Cristo Salvatore, la chiesa più grande del Paese che si vede da qualsiasi punto di Mosca.

In un altro si vede il monastero della Santa Trinità, costruito nel 1337 a 70 km dalla capitale russa.

Gli adesivi sono in vendita al prezzo di 170 rubli, circa cinque euro, e sono stati approvati dall’Accademia russa delle scienze. Il motivo? Sono fatti di shungite, un minerale che si trova solo vicino al lago Onega, in Carelia.

MATERIALE - La shungite è formata da carbonio, grafite e antracite. La sua composizione è unica per struttura e proprietà.

Scoperta da pochi anni, si è rivelata una potente barriera contro le onde elettromagnetiche emesse da televisori, computer, telefonini e altri apparecchi elettronici. Una volta tanto religione e scienza (almeno in Russia) vanno a braccetto.

Viene da chiedersi, tra le tante, una domanda abbastanza semplice.

Ma se la shungite blocca veramente le onde elettromagnetiche, come fa a funzionare il telefonino così schermato? Misteri della Chiesa ortodossa russa.

Tratto da Corriere.it

Why use Open Source? Shelly Roche reports on Open Source & the Free Market

28 giugno 2009

Filtro obbligatorio sui pc in Cina: polemiche (e un boicottaggio in arrivo)

28 giugno 2009

Articolo di Marco del Corona

Il primo luglio chiunque vorrà vendere un pc in Cina dovrà prevedere l’istallazione del programma Green Dam (diga verde), che le autorità hanno concepito per evitare l’accesso ai siti pornografici.

Dall’8 giugno, quando un scoop del Wall Street Journal ha rivelato l’iniziativa, il tema del filtro ai computer è diventato uno dei temi più dibattuti sul web in Cina.

LA DIGA VERDE I netizen della Repubblica Popolare l’hanno attaccato vedendovi l’ennesimo strumento di controllo e limitazione della libertà individuale.

Gli osservatori occidentali hanno espresso le loro perplessità, sottolineando come la bonifica della Rete da contenuti osceni sia spesso utilizzata dalle autorità per fare piazza pulita anche di siti e blog di critica al governo. L’ondata di rilievi all’interno della Cina, poi, ha toccato gli stessi vertici, che si sono affrettati a spiegare: è obbligatoria l’installazione, non l’attivazione, che dunque sarebbe facoltativa.

BOICOTTAGGIO IN RETE Non è finita, perché – a valanga – la questione ha continuato ad allargarsi.

Dagli Stati Uniti una società californiana ha sostenuto che il software di Green Dam utilizza algoritmi e intuizioni non originali, e dunque merita un’azione legale.

Analisi più tecniche sia all’estero che in Cina, poi, hanno spiegato che la struttura del filtro anti-porno è obsoleta e tale da minacciare il corretto funzionamento dei pc di ultima generazione che lo utilizzano, esponendoli a virus e incursioni di hacker.

Come se non bastasse, sono passati all’attacco anche gli Usa, su due fronti: da una parte hanno criticato l’uso di meccanismi che possano bloccare contenuti sgraditi al governo, dall’altra hanno accusato Pechino di violare – con l’istallazione forzata del software – le norme del Wto a tutela del libero mercato.

Di tutto, insomma. Il tocco finale viene da Ai Weiwei, il geniale, multiforme artista e performer (sua l’idea dello stadio Nido d’Uccello, poi ripudiato) che ha invitato gli utenti di Internet a boicottare l’entrata in servizio di Green Dam facendo uno sciopero del web il 1° luglio.

I BLOCCHI A GOOGLE Il caso Green Dam si combina poi con i blocchi a intermittenza di Google o di alcune sue funzioni, sia nella versione in inglese sia in quella in lingua mandarina.

E arriva in concomitanza con le nuove purghe che hanno interessato non già i siti porno ma anche quelli di igiene e medicina, non necessariamente di sessuologia (da segnalare che il ministero della Sanità in Cina è assegnato a un politico non comunista, un indipendente senza affiliazione di partito).

Alcuni siti, vedi YouTube, continuano a rimanere bloccati da mesi e si possono raggiungere solo attraverso proxy. Agli osservatori più intransigenti non è sfuggita la coincidenza fra la stretta su web e la convalida dell’arresto, dopo 6 mesi e mezzo di custodia preventiva, del dissidente Liu Xiaobo, uno degli autori del documento pro-democratico Charta 08 (del dicembre scorso).

I media di Stato hanno comunicato la notizia di Liu con inusuale evidenza, e pare probabile l’intento di farne un caso esemplare e un ammonimento per gli altri irriducibili del dissenso.

UN’OPINIONE PUBBLICA Ma se la vicenda umana e politica di Liu (sostenuto nel mondo da intellettuali e premi Nobel) resta estranea alla stragrande maggioranza dei cinesi, il feroce dibattito scatenato dall’affaire Green Dam lascia intuire che – nonostante tutto, nonostante la censura e i ceppi che frenano la Rete - un’opinione pubblica capace di indignarsi, reagire, dibattere, di sviluppare punti di vista molteplici e non necessariamente indulgenti verso il governo, ebbene, un’opinione pubblica così in Cina c’è già.

Tratto da Corriere.it

La Cina blocca i siti esteri su Google

27 giugno 2009

Censura Per il popolare indirizzo web è il colpo più grave dal suo sbarco nel Paese comunista

Ordine di Pechino al motore di ricerca. Motivo ufficiale: il porno

Articolo di Paolo Salom

Stop a Google.

La Cina ha ordinato di «sospendere le ricerche sulla rete estera» alla versione in lingua cinese del motore online più utilizzato al mondo.

Non solo: ai dirigenti di Google. cn, convocati dai funzionari del Ciirc, l’agenzia incaricata di sorvegliare i contenuti «illegali », è stato anche chiesto — riporta l’agenzia Xinhua (Nuova Cina) — di bloccare la «tendina » che suggerisce automaticamente le parole da lanciare sul web. Quest’ultima funzione è già stata annullata, mentre nelle ultime ore sembra ancora possibile «vedere» alcuni siti stranieri.

Secondo il Financial Times, è il «colpo più duro» mai inferto dai cinesi al motore di ricerca, operativo ormai da quattro anni nella Repubblica popolare.

In passato, a Google (ma anche a Yahoo! e altri portali) era stato imposto di filtrare le pagine politicamente scomode, perché contenenti riferimenti ad argomenti tabù come la rivolta di piazza Tienanmen o le istanze dei tibetani. Venerdì, la scure delle autorità si è scagliata apparentemente sui contenuti «sconci» accessibili attraverso il motore di ricerca.

Il Ciirc ha «condannato con fermezza» Google.cn, ingiungendo di «pulire a fondo le pagine volgari e pornografiche raggiungibili a partire dai suoi siti». Google Cina, era in sostanza l’accusa, non ha installato i filtri per il blocco della pornografia come impone la legge della Repubblica popolare.

I manager del motore di ricerca hanno inteso istantaneamente il messaggio, che evidentemente non si riferiva soltanto ai contenuti «pornografici» ma a tutti quelli considerati «illegali » in Cina: le critiche al regime.

Dopo la convocazione, è arrivata la notifica della «punizione»: la sospensione dei servizi di ricerca sulle pagine web straniere. Pronta la risposta.

In un comunicato, Google assicura di «prendere costantemente misure contro i siti pornografici, in particolare quelli che possono danneggiare i bambini, su Internet, in Cina».

Il motore di ricerca «sta incrementando i suoi sforzi» e «farà tutto il possibile per rimuovere i contenuti volgari », assicura il testo.

Insomma, l’azienda ha affrontato «rapidamente la questione », in modo da soddisfare le richieste.

E si può ben capire perché: la Cina, con i suoi 300 milioni di navigatori, è il Paese con il maggior numero di utenti al mondo, quindi il mercato più ricco dal punto di vista del web.

Come se non bastasse, è ancora in grande espansione, con un bacino potenziale che rasenta il miliardo di persone: impossibile rimanerne fuori. Considerato che, oggi, Google ha conquistato il 30 per cento degli utenti abituali, molti, riporta ancora il Financial Times, si chiedono a chi giovi «rallentare » le operazioni cinesi del motore.

Alcuni manager Usa, i cui commenti sono stati riportati dal quotidiano economico londinese, alludono alla recente norma che imporrà un filtro in tutti i nuovi pc sin dalla vendita: «I cittadini cinesi sono furiosi per un’iniziativa da “Grande Fratello”, prendersela con Google serve solo a distrarre l’attenzione ».

Altri fanno notare come il motore di ricerca «nazionale », Baidu, sia sempre più incalzato dalla popolarità di Google e quindi potrebbe aver chiesto di «arginare» il concorrente.

Tratto da Corriere.it

Obama mette sotto inchiesta Google

27 giugno 2009

Il CEO dell’azienda Schmidt: «ci aspettiamo di essere sottoposti a ispezioni»

Nel mirino l’accordo tra il colosso del web editori e scrittori per trasferire on line milioni di libri

Se Google si aspettava un trattamento di favore dalla nuova Casa Bianca, deve cominciare a ricredersi.

L’amministrazione Obama ha avviato un’indagine sull’accordo tra il colosso del web, vari editori e l’associazione degli scrittori, per capire se i piani di Google di trasferire milioni di libri on line alla portata di tutti non rappresentino una gigantesca violazione delle leggi sul copyright.

INCHIESTA – L’inchiesta è stata avviata dal ministero della Giustizia ed è per ora nelle fasi iniziali. Il governo ha avviato la raccolta di documentazione sugli accordi dello scorso anno tra Google e il mondo editoriale. L’amministrazione Obama per il momento non commenta sugli obiettivi dell’indagine, ma il Wall Street Journal, nel rivelare l’iniziativa del ministero, la colloca in uno scenario di prese di posizione della Casa Bianca che mirano a intensificare l’attività antitrust.

Google ha cominciato a scannerizzare libri su larga scala nel 2004 e un anno dopo è stata denunciata dall’organizzazione degli autori, che l’accusava di violazione delle leggi sul copyright.

Lo scorso anno, Google ha raggiunto un accordo con loro versando 125 milioni di dollari per chiudere l’azione giudiziaria e soprattutto promettendo di creare un registro degli autori che permetta loro di venir pagati quando i loro libri finiscono online.

Molti editori però hanno storto il naso, perchè il colosso del web finirà con l’avere il controllo su milioni di titoli e su un numero enorme di opere non tutelate dal diritto d’autore.

E ora è scesa in campo anche l’amministrazione Obama, che vuol far luce sulle condizioni dell’accordo e ha contattato Google, autori ed editori coinvolti avviando su di loro le procedure del cosiddetto Cid (civil investigative demands), una tappa iniziale che può portare alla decisione di ordinare uno stop.

REALTA’ PRIVILEGIATA – Google è stata fino a ora considerata una realtà privilegiata nell’era di Obama.

Il presidente usa video di YouTube (gruppo Google) per comunicare con gli americani, e l’amministratore delegato della società californiana, Eric Schmidt, è un consigliere personale di Obama. Schmidt ha mostrato tranquillità di fronte all’iniziativa del governo, definendola sostanzialmente un atto dovuto.

«Dal mio punto di vista – ha detto al Wall Street Journal – viste le nostre dimensioni e l’impatto che abbiamo, ci aspettiamo di essere sottoposti a ispezioni.

Ce lo aspettiamo quale che sia il governo.

Non sto dicendo che sia una cosa che ci piace o ci irrita, ma è così». Google deve difendersi anche dalle accuse che gli arrivano dalla concorrenza, Microsoft in testa, di essere un pericolo per la privacy.

La società fondata da Bill Gates è stata per anni al centro di indagini antitrust, negli Usa e in Europa, e sta ora soffiando sul fuoco per spingere gli organi di controllo a dare un’occhiata anche ai metodi con cui opera il colosso della Rete.

Tratto da Corriere.it

Ir@n(et) Revolution

27 giugno 2009

Iran

Tratto da

http://www.boston.com/bostonglobe

Tea party: Smash the Fed!.

27 giugno 2009

Tea party

Leaderismo in tempo di crisi…

26 giugno 2009

Berlusconi

Per sapere chi è che crea panico economico in Italia (in quanto politicamente illiberale e statalista) basta solo che si guardi allo specchio alla mattina…

Noi invece a differenza dei suoi numerosi yesman, non stiamo zitti e continuiamo a comunicare liberamente la realtà oggettiva del Paese in crisi e la necessità di riforme liberali liberiste in favore del merito, della competitività, del meno Stato-tasse e più mercato-libertà di opportunità di crescita.

Dato che non prendiamo ordini da nessuno (e neppure i finanziamenti pubblici all’editoria!) ci sentiamo liberi di criticare una sbagliata politica economica sfiduciando un esecutivo assistenzialista, inconcludente e corporativista.

Evidentemente continuando con l’assioma dell’interventismo pubblico la crisi  da economica, sta diventando rapidamente anche politica (oltre che “psicologica”).

Il regime mette una tassa sulla pallottola

26 giugno 2009

Una “tassa pallottola” non s’era ancora sentita.

Ci hanno pensato le autorità iraniane, che hanno chiesto ai genitori di Kaveh Alipour, un diciannovenne ucciso nelle proteste di Teheran, tremila dollari per consegnare il cadavere del figlio.

Anzi, letteralmente, «per ripagare i proiettili usati per uccidere il ragazzo».
Kaveh stava tornando a casa dopo il corso di recitazione, quando è finito in mezzo al fuoco delle forze di sicurezza che cercavano di disperdere i manifestanti.

È rimasto vittima due volte: dell’errore e della paura del regime.

Perché la richiesta di denaro avanzata ai genitori nascondeva il timore delle autorità che il ragazzo fosse seppellito nella capitale.

Che la rivolta potesse avere una nuova rabbia.
Di fronte alle richieste e alle implorazioni del padre, alla fine i miliziani si sono lasciati convincere e hanno consegnato il cadavere del ragazzo.

Ma hanno imposto che il funerale non fosse celebrato a Teheran.

Come per Neda, “angelo dell’Iran”, la studentessa diventata simbolo della rivolta. Kaveh, vittima per caso, è stato seppellito di nascosto a Rasht, il luogo di origine della famiglia.

Tra una settimana si sarebbe sposato.

Tratto da Ilsole24ore.com

Giochi del Mediterraneo: spuntano i palloncini pro Israele

26 giugno 2009

Pescara – Sono comparsi stamattina in varie zone della città con la scritta “No Israel? No party” i palloncini bianchi che ripropongono, a poche ore dall’avvio dei Giochi del Mediterraneo, la questione relativa alla mancata partecipazione dello Stato di Israele alla manifestazione internazionale.
L’iniziativa è stata salutata con favore da Alessio Di Carlo, coordinatore nazionale del neonato movimento politico Italia Liberale ed anche presidente di Abruzzo Liberale.

Per Di Carlo “E’ significativo di come  i palloncini, simbolo di festa, non abbiamo potuto spiccare  il volo, restando imbrigliati nei fili di una politica incapace di superare il veto dei paesi Arabi alla partecipazione di Israele ai Giochi”.

Tratto da Federazione Italia Liberale

They seemed to see Twitter

26 giugno 2009

Twitter

Twitter, come funziona il social network che lega Teheran al mondo

26 giugno 2009

Articolo di Luca Salvioli

Da alcuni giorni i termini più ricercati su Twitter sono “Iran election” e “Iran“. Arrivano dozzine di messaggi ogni secondo.

Persino il leader dell’opposizione Moussavi utilizza la sua pagina per dare appuntamenti ai manifestanti e informare il mondo («Sono pronto al martirio», ha scritto pochi giorni fa»).

Un fenomeno certamente favorito dal bavaglio imposto dal regime all’informazione ufficiale, che rende decisivi i canali alternativi. Ma non solo: a maggio è il sito web più cresciuto in assoluto.

Secondo Nielsen gli utenti unici sono cresciuti del 1.500 per cento in 12 mesi, raggiungendo quota 18,2 milioni.

La stessa società di ricerca, però, poche settimane fa aveva fotografato un elevato tasso di abbandono degli iscritti (più del 60% entro un mese).

Come funziona? Per partecipare a Twitter basta rispondere a una domanda semplicissima: «Cosa stai facendo?».

Con un limite: non si possono scrivere più di 140 caratteri. E’ il social network dell’essenziale.

Parla al presente e ha poche funzioni.

Nasce nel 2006 per volere della Obvious Corporation a San Francisco.

Il nome, storpiato, deriva dal verbo inglese “to tweet” (cinguettare) e gli aggiornamenti sono detti tweets.

Nel 2007 diventa molto popolare negli Stati Uniti. La sua crescita esponenziale è tuttavia un fenomeno piuttosto recente.

Un po’ come è successo per Facebook, il circolo virtuso si innesca quanto più i media ne parlano.

Nel caso di Twitter c’è una peculiarità. Il servizio ha dimostrato le sue potenzialità nel caso di grandi eventi collettivi, come gli scontri che hanno fatto seguito alle recenti elezioni presidenziali in Iran oppure, per rimanere in Italia, nei secondi immediatamente successivi al terremoto in Abruzzo.

Gli aggiornamenti si susseguono rapidissimi. I media non solo ne parlano, ma utilizzano Twitter come fonte di informazione.

La difficoltà, ovviamente, sta nella verifica, visto che chiunque può scrivere quello che vuole.

La registrazione e l’utilizzo sono molto semplici. Ogni iscritto ha la sua pagina personale, con tanto di url.

Si può decidere di renderla accessibile a tutti, anche a chi non fa parte di Twitter. Su una colonna di destra sono indicate le parole chiave che occupano più aggiornamenti durante la giornata.

Ogni iscritto ha una lista di followers e following. Una volta aggiornato lo stato, i primi vengono informati. Quando invece il messaggio viene scritto dai membri della lista di following, gli aggiornamenti arrivano sulla propria pagina personale.

Il testo viene generalmente scritto con il pc, ma i tweet possono essere inviati via sms con il cellulare, senza costi aggiuntivi.

Diverso il caso della ricezione: qui è necessario installare un software apposito, come Tiny Twitter o Twibble, e pagare la connessione.

Il servizio si integra con i principali programmi di instant messaging, come Msn live messenger, Skype, Google talk e Yahoo messenger.

Per quanto il servizio nasca per aggiornamenti su quanto si sta facendo, in realtà è molto utilizzato per la condivisione di link. Un po’ come succede con lo status update di Facebook o con Friendfeed.

L’utente segnala uno spunto interessante trovato online o un video di YouTube e lo condivide con gli altri. Per ridurre la lunghezza dei link, esistono siti appositi, come TinyURL.com.

Tratto da Ilsole24ore.com

Intervista ad Alessio Di Carlo, coordinatore nazionale della Federazione per una Italia Liberale

25 giugno 2009

Articolo di Andrea Di Tizio

I liberali italiani ripartono dall’Abruzzo.

E’ nato infatti poche settimane fa un nuovo movimento politico, la Federazione per un’Italia Liberale, costituito da otto associazioni regionali tutte ispirate all’esperienza lanciata tre anni fa da Abruzzo Liberale.
Ne abbiamo parlato con Alessio Di Carlo che di Abruzzo Liberale è Presidente e che è stato eletto coordinatore nazionale della Federazione di Italia Liberale.

Soddisfatto che Abruzzo Liberale abbia dato il via a questo nuovo movimento?
“Sicuramente. Ma non perché intenda avanzare ragioni di primogenitura, quanto piuttosto perché siamo riusciti ad aggregare tante esperienze che in questi anni si erano ritrovate attorno a diversi soggetti, innanzitutto a partire dai Riformatori Liberali e da  Decidere.net, senza riuscire a mettere in piedi un movimento politico in senso proprio come invece intendiamo fare noi”.

Ma lei stesso ha avuto un ruolo di rilievo nei Riformatori Liberali. Pentito?
“Assolutamente no. I Riformatori Liberali sono nati come un movimento politico, partecipando alle elezioni politiche del 2006 in alcuni collegi senatoriali.

Da quel momento in poi, nonostante in tanti chiedessimo di radicare  il movimento sul territorio, si è preferita una strategia di basso profilo conclusa con la confluenza nel PdL”.

E perché anche i liberali che si sono ritrovati nella FIL non hanno scelto di confluire nel PdL?
“Vede, ci sono essenzialmente due ragioni, l’una di merito, l’altra di metodo, che ci impediscono, almeno allo stato, di poter entrare nel PDL, pur restando stabilmente collocati  all’interno del polo di centrodestra.

Quanto al merito, lamentiamo la assoluta assenza di temi liberali e liberisti nell’agenda del governo.

Inoltre, in occasione di alcune vicende che hanno toccato i temi etici, la posizione assunta dal Popolo della Libertà è stata di chiusura assoluta senza consentire il minimo spazio di dissenso per la componente laica del partito”.

E cosa c’è invece che non va nel metodo?
“Mi limito a leggerle l’art. 25 dello statuto del partito del Popolo delle Libertà. ‘Le candidature alle elezioni nazionali ed europee sono stabilite dal Presidente nazionale.

La candidatura a Presidente di Regione è stabilita dal Presidente nazionale. Allo stesso modo si procede per le candidature nelle liste per la quota maggioritaria.

La candidatura a Presidente di Provincia è indicata dal Comitato di coordinamento. La candidatura a Sindaco di Grande Città o di Comune capoluogo è stabilita dal Comitato di coordinamento’.

Vuole che le dica chi elegge  i membri del Comitato di coordinamento?”

Posso immaginarlo. Ma non ero io a fare le domande?
“Ecco, vede, con tutta la stima ed  il rispetto verso il Presidente Berlusconi, a noi pare che un partito debba essere  il luogo del confronto democratico e delle scelte condivise.

Il PdL, oggi, per statuto, è una dittatura illuminata e questo un liberale non può accettarlo”.

Dunque, ricapitolando. Avete fondato un nuovo movimento politico, vicino al centrodestra ma non interno al PdL. Non ho ancora capito pero’ cosa abbia di federale.
“Questa  è una delle novità centrali del progetto: l’organo decisionale del movimento è il consiglio federale in cui si ritrovano i grandi elettori individuati dalle singole associazioni regionali che solo a queste rispondono e votano secondo il mandato ricevuto.

Pertanto è garantita la partecipazione diretta di ogni singolo iscritto all’interno della propria organizzazione che poi esprime la propria volontà in consiglio federale.

In questo modo garantiamo che ogni associazione regionale abbia la massima autonomia decisionale ed al tempo stesso che la snellezza delle decisioni del consiglio federale”.

Insomma, ognuno “padrone a casa sua”?
“Esattamente, ed anche sotto il profilo finanziario. Ogni regione riversa alla Federazione una minima parte delle quote di iscrizione che riceve dall’iscritto”.

Fin qui alla forma. Ma nella sostanza, cos’ha di diverso la FIL dagli altri movimenti liberali?
“Non esistono movimenti liberali ma solo associazioni, blogs, think tank.

Noi vogliamo fare politica militante, in senso tradizionale pur se con uno schema partitico innovativo.

I liberali italiani passano troppo tempo a scrivere libri e poco tra la gente a far politica.

Noi possiamo garantire che lasceremo ad altri il compito di far cultura e ci dedicheremo a battaglie politiche a partire dalla strada”.

Lei è stato eletto coordinatore nazionale ed anche segretario pro tempore. Come mai questa scelta? Nessuno che volesse assumere quell’incarico?
“No, al contrario. Vede, le precedenti esperienze con cui in tanti ci siamo misurati si sono limitate a far da corte a qualche generale, senza che nessuno si prendesse la briga di organizzare l’esercito e di avviare battaglie.

Il nostro schema è esattamente l’opposto: stiamo costruendo un esercito e cerchiamo generali che sappiano e vogliano condurci alla battaglia per l’affermazione del liberalismo.

Siamo aperti a tutti ma a questa condizione. Se nessuno si farà vivo, sceglieremo i nostri generali tra le fila dei nostri soldati.

Le posso garantire che ce ne sono tanti e validissimi”.

In quante regioni siete presenti?
“Attualmente  in Liguria, Lombardia, Friuli, Sardegna, Lazio, Sicilia, Puglia e Abruzzo ma si stanno costituendo Emilia, Toscana e Campania proprio in questi giorni.

Esistono poi associazioni cittadine: Lecco Liberale e Roma Liberale ed anche a questo livello stiamo crescendo”.

Quali saranno le prime iniziative?
“Innanzitutto partiamo dal 26 giugno con un tour italiano di presentazione della FIL in tutte le regioni. Cominciamo dall’Abruzzo, il 2 luglio saremo in Lazio, il 9 in Sardegna e via via ovunque.

Poi, proprio dal 26 giugno, avvieremo la prima battaglia politica riprendendo l’iniziativa contro l’esclusione di Israele dai Giochi del Mediterraneo”.

In bocca al lupo.
“Grazie, ne abbiamo davvero bisogno”.

Tratto da FederazioneItaliaLiberale.it

Berlusconi whispers grow louder

25 giugno 2009

Article by Guy Dinmore

Silvio Berlusconi’s close supporters deny there will be any fuggi fuggi – rush to the exit – in the wake of highly-publicised scandals surrounding his private life, but senior allies in Italy’s centre-right coalition are already contemplating a political future without their long-time leader.

Well-placed government sources, speaking on condition of anonymity, stress that they do not see the 72-year-old media tycoon and three-time prime minister resigning soon.

Yet key ministers are starting to position themselves in the event that more damaging revelations might lead him to step down.

“This is a completely new scenario.

The sands are shifting,” one official said, looking back at the past two months since news broke about Mr Berlusconi’s friendship with an 18-year-old would-be model and the subsequent declaration by his wife, Veronica Lario, that she wanted to divorce the man who “frequents minors”.

An aide to Mr Berlusconi – maintaining the official position that the “scandals” are a fabrication and conspiracy involving opposition parties, newspapers and politically-motivated magistrates – said the cabinet fears prosecutors would time the announcement of an official investigation into the prime minister just as he is hosting world leaders at the Group of Eight summit next month.

Parallels are being drawn with 1994 when a court served notice that Mr Berlusconi was under investigation for corruption while he was leading a United Nations conference on crime.

His government collapsed a month later when the Northern League pulled out of his coalition.

G8 foreign ministers preparing for the summit start a two-day meeting in Italy this evening.

Mr Berlusconi yesterday fought back against the drip-drip of revelations in an interview with Chi, part of his stable of magazines.

He said he had no memory of the name or face of Patrizia D’Addario who alleges she was among women paid by a businessman to attend parties at Mr Berlusconi’s private residences and had spent the night of the US elections in November last year at his Rome mansion.

Mr Berlusconi said he had never paid a woman for sex.

In the course of intercepting telephone calls made by Giampaolo Tarantini, a medical services businessman suspected of corruption in gaining health sector contracts, prosecutors in the port city of Bari started investigating whether he had procured prostitutes.

Mr Tarantini has been quoted as denying the accusations, saying he just paid their expenses. Mr Berlusconi said Mr Tarantini was introduced to him as a respectable entrepreneur last year.

Ministers fear that Ms D’Addario’s claims to have pictures and tapes of her encounter with Mr Berlusconi might prove to be true and damaging, or that allegations surrounding Mr Tarantini will widen.

Key dynamics have changed, government sources say. First is the sense that Mr Berlusconi’s perceived ambitions to move on from being prime minister to head of state have been dashed.

Secondly, European elections this month showed that voters are shifting away.

Lastly, Italy’s international image has been diminished, and Roman Catholic clerics are exerting pressure.

Despite his image of the billionaire patron spoiling friends with gifts and lavish parties, allies portray him as isolated, with no one daring to offer personal advice.

In his melancholic interview with Chi, Mr Berlusconi recalls that over the year his mother and sister have passed away, and he has lost the wife he loved.

Charismatic and rich, Mr Berlusconi is the glue that has kept his disparate coalition together. He has no obvious successor.

His new party, People of Liberty, has no deputy leader.

Ministers are falling into several camps. Those whose futures depend on Mr Berlusconi surviving are vocal in defending him – including Maurizio Sacconi (welfare), Claudio Scajola (economic development) and Franco Frattini (foreign).

Women groomed by Mr Berlusconi – including Mara Carfagna (equal opportunities minister) and Stefania Prestigiacomo (environment) – are loyal, but in the current circumstances find it difficult to speak out.

Then there are key figures who have largely kept silent or distanced themselves, seeing a future beyond Mr Berlusconi, while hoping any succession will be orderly.

Gianni Letta, cabinet under-secretary, is closest to Mr Berlusconi and is effectively acting as prime minister, running affairs as his boss spends time fighting his problems.

Giulio Tremonti, finance minister, has the advantage of close ties with the Northern League.

Gianfranco Fini, speaker of parliament, is cultivating a respectable statesman image.

But like a Middle Eastern potentate who cannot afford to leave the scene, officials note one serious obstacle to resignation, apart from Mr Berlusconi’s renowned doggedness.

His immunity from prosecution, granted by his large majority in parliament, lasts only as long as he stays in office.

Tratto da

http://www.ft.com

Brief overview of all types of governments

25 giugno 2009

Liberali: ripartire dalla base con un nuovo partito

25 giugno 2009

Articolo di Andrea Bernaudo
Portavoce Nazionale Federazione Italia Liberale

Continua incessante la caduta di livello e la degenerazione dello scontro politico degradato a gossip da bar intriso di cospirazionismo.

Si avvicina il G8,  con la stampa e qualche procura impegnate a dare un’ immagine davvero poco edificante del nostro Paese arrecando danni evidenti al Governo italiano chiamato ad  ospitare  l’importante vertice internazionale a L’Aquila, con gli sfollati sul piede di guerra, nonostante gli impegni presi dall’Esecutivo.

Ma  c’è anche chi riscopre in Italia la passione politica.
Il neo-nato partito “Federazione per un’Italia Liberale” è già presente nella metà delle regioni italiane, comincia con entusiasmo il suo giro di presentazione sul territorio con eventi organizzati dalle Associazioni aderenti : il 26 giugno a Pescara , il 2 luglio a Roma, il 9 a Cagliari e via,  via a seguire in tutto il Paese.
Il partito è nato spontaneamente  da un nutrito gruppo di militanti liberali italiani che gettando il cuore oltre l’ostacolo hanno voluto reagire con determinazione allo schema politico attuale affollato di soggetti eredi di ognuna delle tradizioni che hanno caratterizzato la storia politica dell’ultimo secolo ma privo da troppo tempo di un punto di riferimento d’estrazione liberale.
Un partito, dunque, che permetta a tutti i liberali italiani di superare la rete di circoli culturali, think tank e network d’area  per approdare ad una forza politica organizzata sul territorio in modo democratico, che si muove solo sulla base di mozioni votate nel rispetto delle regole statutarie approvate, promuovendo un’azione politica liberale intransigente, finalizzata a far eleggere i propri rappresentanti in tutte le istituzioni, da quelle locali a quelle nazionali.
Il nuovo soggetto politico si rivolge soprattutto al corpo elettorale  liberaldemocratico che è molto più vasto di quello a cui si rivolgono i tanti contenitori  autoreferenziali presenti sul web o dal 2,5% della lista Pannella-Bonino la cui assoluta peculiarità non le permette di rappresentare l’intera area elettorale liberaldemocratica del Paese.
Il progetto della F.I.L . presuppone l’esistenza di  una  vasta base di cittadini disponibili all’impegno militante per l’affermazione delle riforme liberali in questo Paese attraverso  un nuovo soggetto politico aperto basato su un progetto federale e federativo innovativo ed ambizioso che ha tra i punti strategici della sua azione anche il  radicamento sul territorio, obiettivo mai raggiunto in pieno da nessun partito d’ispirazione liberale negli ultimi vent’anni.
Il successo della F.I.L.  si misurerà dal numero di adesioni che si aggiungeranno a quelle iniziali e dalla partecipazione agli incontri già programmati in queste settimane facendo leva su una prima  base di cittadini che, già a pochi giorni dalla fondazione, si sono dichiarati disponibili  all’impegno militante in quasi tutte le regioni attraverso la costituzione formale di associazioni locali.
Da questo momento, quindi,   per i liberali il partito c’è.
E c’è anche una sfida per il 2010: parte dalla FIL l’invito a tutte le associazioni aderenti a preparare liste autonome alle prossime elezioni amministrative in programma per  il prossimo anno.

Ora è  il tempo di verificare chi ci sta.

Ad ogni militante liberale passa la palla e la responsabilità di scegliere se rispondere o meno all’appello e contribuire al successo del progetto politico.

Tratto da Federazione Italia Liberale

L’Iran censura il web grazie a tecnologia occidentale. L’Italia tra i fornitori

25 giugno 2009

«Centro di monitoraggio» grazie all’assistenza di una joint venture con Siemens e Nokia

Articolo di Guido Olimpio

Il Wall Street Journal ha rivelato che, grazie alla tecnologia acquistata in Occidente, l’Iran è in grado censurare e controllare l’uso di Internet.

Sempre secondo il quotidiano, Teheran ha creato «un centro di monitoraggio» con l’assistenza di una joint venture formata dalla tedesca Siemens e dalla finlandese Nokia.

CONTRATTO - Il contratto, chiuso nella seconda metà del 2008, sarebbe stato seguito da un’attività di controllo piuttosto ridotta, ma che si è espansa quando la protesta popolare ha incendiato le principali città del Paese. Un intervento deciso per contrastare l’unico vero canale di informazione verso l’esterno.

Grazie a Twitter, ai network sociali e ai telefonini, gli oppositori iraniani hanno potuto rivelare quanto stava avvenendo nelle strade.

Le rivelazioni del quotidiano americano, in realtà, confermano quanto è già emerso in passato.

Dopo il 2001, gli iraniani hanno fatto di tutto per acquisire materiale sofisticato necessario per tenere d’occhio dissidenti ed eventuali agenti stranieri.

Microspie, apparati per le intercettazioni telefoniche e radio, know how per la bonifica di ambienti sono stati i principali prodotti sulla lista della spesa.

OCCIDENTE - Buon parte della tecnologia è arrivata dai Paesi occidentali che, in cambio di contratti, hanno fatto il patto con il diavolo. E tra coloro che hanno fornito «gingilli elettronici» c’è anche l’Italia.

Una collaborazione favorita dalla particolare situazione strategica creatisi con l’invio di nostri contingenti in Afghanistan, Iraq e Libano sud. Aree dove i servizi segreti iraniani hanno una certa influenza potendo contare su rapporti con formazioni armate locali.

E allora in cambio di un occhio di riguardo e di un’eventuale protezione, Teheran ha chiesto «un piccolo favore».

Così è arrivata la tecnologia per le intercettazioni e, sembra, un’assistenza nel training della Vevak, la polizia segreta degli ayatollah.

Tratto da Corriere.it

Cnn: Teheran Massacre

24 giugno 2009

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