




Barack Obama ha annunciato la creazione della figura del responsabile per la sicurezza digitale alla Casa Bianca, in quanto il cyberspazio è vulnerabile e «milioni di americani sono rimasti vittime» del crimine digitale e di furti d’identità.
La nuova figura farà parte dello staff ristretto del presidente ed entrerà a far parte sia del Consiglio per la sicurezza nazionale, sia di quello che coordina le iniziative economiche.
SICUREZZA - Il presidente Usa ha garantito che i nuovi passi sul fronte della sicurezza online non prevedono alcuna intrusione nella privacy o violazione della libertà delle imprese.
Obama, nel corso di un discorso alla Casa Bianca dedicato alla sicurezza del cyberspazio, ha rivelato tra l’altro che durante la campagna elettorale il suo sito è stato ripetutamente violato dagli hacker.
Le minacce alle infrastrutture per l’informazione e la comunicazione, ha detto Obama, pongono una delle maggiori sfide alla sicurezza nazionale ed economica nel XXI secolo.
«Il cyberspazio è una realtà dalla quale dipendiamo ogni giorno, e i rischi che lo accompagnano sono altrettanto reali», ha detto il presidente americano.
Il comando avrà il compito di difendere l’America da attacchi di cyberterrorismo o da offensive digitali di potenze straniere, ma dovrà anche coordinare l’uso di un vasto arsenale di strumenti segreti da cyberguerra di cui dispongono i militari americani.
Tratto da Corriere.it
L’AVANA (CUBA) – Microsoft ha deciso di interrompere il servizio Live Messenger per tutti i suoi utenti a Cuba, una decisione «contrastante con le ultime misure annunciate da Obama». Lo afferma il sito ufficiale cubano «Cubadebate».
Tratto da Corriere.it

Articolo di Christian Rocca
I grandi giornali italiani raccontano che nell’era di Obama la condizione dei gay è molto migliorata (Corriere della Sera) e riportano con grande enfasi la notizia del riconoscimento dei diritti di coniuge ai partner dei diplomatici omosessuali in missione per conto della Casa Bianca (anche se, riguardo al diritto di essere inviati nei paesi islamici o in Vaticano sarà difficile parificare le possibilità di un ambasciatore gay a quelle di uno eterosessuale).
In realtà c’è molto malumore nella comunità gay, ma anche tra i grandi editorialisti liberal del New York Times e del Washington Post, per la cautela con cui Barack Obama sta affrontando una serie di questioni che in campagna elettorale aveva promesso di risolvere subito.
Il punto centrale è quello dei soldati omosessuali. Ai tempi di Bill Clinton è stata fatta una buona legge di compromesso chiamata “don’t ask, don’t tell” centrata sul principio che gli organi militari non avrebbero posto domande sulle abitudini sessuali di chi si arruola, a patto che i soldati gay non ne facessero una bandiera della loro omosessualità.
Le ali estreme dei due schieramenti non hanno mai digerito la mediazione: la destra perché non esclude i gay dall’esercito, la sinistra perché limita i diritti degli omosessuali. Obama si era impegnato solennemente ad abolire la norma, ma qualche giorno dopo l’ingresso alla Casa Bianca il progetto è scomparso dal sito Internet, scatenando le prime proteste.
Il presidente ha delegato la questione al Congresso, con il consenso anche del Pentagono, quindi è probabile che prima o poi la maggioranza democratica alla Camera e al Senato ribalterà la norma clintoniana.
Resta il fatto che Obama si sia prudentemente tirato indietro, esattamente come ha fatto con il sostegno al progetto di legge per rendere l’aborto più facile, declassato una volta alla Casa Bianca con un “non è tra le mie più importanti priorità”.
La situazione sui gay si è complicata alla notizia del primo licenziamento dell’era Obama di una soldatessa che aveva detto nel corso di una trasmissione televisiva su Msnbc di essere omosessuale.
Obama non ha fermato il licenziamento della soldatessa, ma le ha scritto una lettera di suo pugno esprimendo rammarico e invitandola ad aspettare i tempi della politica. Due giorni dopo, il 7 maggio, è stato licenziato un altro soldato, di madre lingua araba, perché aveva detto in tv di essere gay.
Il comico Jon Stewart s’è lamentato: “Consentiamo ai militari di fare ai detenuti il waterboarding, ma cacciamo chi ci può tradurre le cose che dirà”.
Il saggista e blogger di sinistra Matthew Yglesias ha scritto sul Daily Beast che la posizione di Obama è insostenibile rispetto a quella di Clinton e Bush, perché nel caso di Obama i due soldati non sono stati licenziati perché il presidente in carica crede che sia giusto discriminare i gay, come i suoi predecessori, ma solo perché ritiene sia meglio non fare niente.
E’ la stessa tesi di due giganti dell’editorialismo di sinistra d’America come Eugene Robinson del Washington Post, fresco di premio Pulitzer, e Frank Rich del New York Times.
Entrambi paragonano la battaglia per i diritti dei gay, a cominciare dall’abolizione della norma che limita la loro libertà di parola fino al matrimonio omosessuale, alla grande battaglia per i diritti civili degli afroamericani degli anni Sessanta.
L’articolo di Rich, domenica sul New York Times, era intitolato “Il vizietto dei democratici”, ma l’obiettivo era Obama. Rich ha spiegato che non sono soltanto i retrogradi reazionari del Partito repubblicano a negare i diritti dei gay, ma anche gli illuminati democratici e le promesse non mantenute di Obama: “Il movimento dei diritti civili gay ha meno ostacoli sul suo cammino di quelli titanici che si è trovato di fronte Martin Luther King nella sua missione di ribaltare la particolare eredità dello schiavismo.
Questo rende più vergognoso il fatto che a Washington abbia meno alleati coraggiosi di quelli che ebbe King” e, inoltre, diventa paradossale che sia “Obama, tra tutti, quello a rimanere muto alla Casa Bianca”.
Andrew Sullivan, giornalista libertario e militante gay tra i primi a schierarsi per Obama, è più che deluso: “Ho una nauseabonda e familiare sensazione che si intensifica a ogni mossa della squadra Obama su questi temi. Vogliono liberarsene. Vogliono liberarsi di noi”.
Obama sta facendo il minimo indispensabile, ha scritto Sullivan, “per non apparire peggio di Bush”. Per il resto non sta facendo “nada”, al massimo scrive una lettera ai soldati licenziati dicendo di essere “molto dispiaciuto”. C’è da occuparsi di problemi più stringenti, ha detto il portavoce della Casa Bianca.
Sintesi del blog di Sullivan: “It’s the economy, frocio”.
Tratto da camilloblog.it
I matrimoni che sono stati celebrati da 18mila coppie di gay tra il maggio e il novembre del 2008 rimangono validi.
Detto questo, a rimanere in vigore è anche l’incubo dei gay californiani, ovvero la ’Proposition 8’. Della serie, chi è dentro è dentro, e chi è fuori rimane fuori.
È questo quanto ha deciso oggi la Corte Suprema della California, con una sentenza che è stata approvata con 6 voti favorevoli e 1 contrario.
Una decisione che fa discutere, in quanto l’organo giudiziario dello stato ha di fatto deciso di prendere atto di una realtà esistente, impedendo allo stesso tempo a essa di ripresentarsi in futuro.
Questo, per rispettare la volontà del ’popolò californiano; quel popolo che lo scorso 4 novembre, lo stesso giorno dell’Election Day che ha incoronato a presidente Usa Barack Obama, ha bocciato con un referendum il matrimonio tra gay con il 52% dei voti favorevoli, votando per l’appunto per la «Proposition 8».
Così facendo, quel popolo ha ribaltato quanto era stato deciso in precedenza dalla stessa della Corte Suprema della California, visto che nel maggio del 2008, i giudici avevano sentenziato che la Costituzione californiana protegge il matrimonio come un diritto fondamentale che deve essere valido per tutti.
«Vergogna», hanno gridato gli attivisti che si battono per la tutela dei diritti degli omosessuali nell’apprendere la notizia.
Quello di oggi è stato d’altronde un dietrofront nella battaglia per il riconoscimento dei diritti dei gay, di cui negli ultimi mesi l’intera nazione degli Stati Uniti si era fatta promotrice.
Basti pensare all’ultima volta che le coppie gay hanno esultato per il riconoscimento dei loro diritti, ovvero lo scorso 7 aprile, quando il Vermont è riuscito ad aggirare il veto del governatore, il repubblicano Jim Douglas, dicendo sì alle nozze tra gli omosessuali.
Appena qualche giorno prima, lo scorso 3 aprile, la Corte Suprema aveva votato all’unanimità per legalizzare anche in Iowa le nozze tra persone dello stesso sesso.
E, ancora più recentemente, lo scorso 16 aprile, la stampa americana aveva parlato della possibilità che New York diventasse il quinto stato americano – il Massachusetts, il Connecticut, lo Iowa e il Vermont – a legalizzare i matrimoni tra persone dello stesso sesso, visto che lo stesso governatore dello stato David Paterson aveva annunciato un piano volto a centrare questo obiettivo.
Insomma, piccoli importanti passi che stavano facendo sperare in un futuro migliore. Anche se la verità è che quella Proposition 8 rimaneva una nube all’orizzonte dalle fattezze piuttosto minacciose.
Così è stato. La corte Suprema della California ha dato di fatto ragione alla Proposition 8, pur decidendo di non annullare i matrimoni celebrati prima che il bando passasse.
Nel motivare la sentenza, la corte ha spiegato che «in un certo senso, chi ha presentato i ricorsi e la stessa denuncia del procuratore ritengono che sia fin troppo facile riuscire a emendare la costituzione con un processo di iniziativa.
Ma non è una funzione appropriata di questa corte quella di impedire quel processo.
Siamo costituzionalmente tenuti a confermarlo».
Il contentino, che sta nella decisione di mantenere comunque validi i matrimoni delle 18.000 coppie di omosessuali, non è stato granché apprezzato dai diretti interessati. «La questione non è se rimarremo sposati. La nostra battaglia è lontana dall’essersi conclusa», ha detto Jeannie Rizzo, 62 anni, insieme a sua moglie Polly Cooper. «Mi rimangono almeno 20 anni di vita su questa terra, e continuerò a battermi per l’eguaglianza ogni giorno».
I ricorsi che erano stati presentati alla Corte suprema avevano affermato che la «Proposition 8», referendum giunto alle urne grazie a una raccolta di firma popolari, non può modificare la Costituzione, perché una modifica costituzionale può essere effettuata solo da una maggioranza dei 2/3 del Parlamento.
Ma alla fine, come aveva predetto il Los Angeles Times, la Corte ha riconosciuto la validità della «Proposition 8» perché espressione della volontà popolare; e, allo stesso tempo, ha considerato come validi anche i matrimoni delle 18.000 coppie che si sposarono prima del 4 novembre.
La determinazione degli omosessuali californiani rimane però intatta, come confermano anche le prime dichiarazioni.
L’ascia di guerra è lontana dall’essere seppellita, e gli attivisti combatteranno ancora, riprovando già l’anno prossimo ad abrogare la Proposition 8.
Tratto da Lastampa.it
Articolo di Christian Rocca
I giornali americani, tutti, sostengono di non aver mai visto il presidente Barack Obama così sulla difensiva come giovedì mattina, quando è stato frettolosamente costretto a parlare al paese sulla sicurezza nazionale e sulla guerra al terrorismo per fronteggiare la rivolta interna della Cia causata dalla pubblicazione dei memo sugli interrogatori, il voto quasi unanime del Senato (90 a 6) contro la sua richiesta dei fondi per chiudere Guantanamo, la delusione dei gruppi dei diritti civili che senza giri di parole lo accusano di seguire la stessa politica di George W. Bush.
Ma è stato soprattutto il discorso di Dick Cheney in difesa delle scelte antiterrorismo degli ultimi sette anni a mostrare la prima vera debolezza del nuovo presidente, costretto a difendersi anche dall’accusa di mettere a rischio la sicurezza degli Stati Uniti.
Il presidente se l’è cavata benissimo, malgrado l’inciampo iniziale sul nome del capo del Pentagono, Bob Gates, che ha chiamato William, come il fondatore di Microsoft.
La sua risposta preventiva a Cheney è stata epica e grandiosa, capace di conciliare stato di diritto e stato di guerra, rispetto della Costituzione e pugno duro contro i terroristi, ma per la prima volta sembra che Obama sia sceso dal piedistallo.
Il compito non è facile e anche la sua abilità retorica è messa a dura prova. Nella lunga campagna del 2007 e del 2008, Obama è stato il candidato pacifista, quello alla sinistra di Hillary Clinton.
A poco a poco si è spostato su posizioni più moderate e pragmatiche, sempre però avvolte da una patina progressista a uso degli adoranti giornalisti al seguito. Una volta alla Casa Bianca si è trovato alle prese con la necessità di mantenere le promesse al suo elettorato e le responsabilità da comandante in capo.
Il risultato è una serie di grandi pronunciamenti ideali per sottolineare la distanza rispetto alla precedente amministrazione, seguita da decisioni incoerenti e simili a quelle di Bush.
Cheney ha definito questo tentativo di mediazione tra interessi contrapposti come mezze misure che rendono il paese sicuro a metà, mentre l’editorialista Charles Krauthammer ha sintetizzato sul Washington Post la faticaccia cui è quotidianamente costretto Obama: “E’ il suo solito schema in tre mosse: a) condannare la politica di Bush, b) svelare ostentatamente qualche cambiamento estetico, c) adottare la politica di Bush”.
Il caso più eclatante è proprio quello del discorso di giovedì. Obama ha ribadito che Guantanamo andrà chiuso e si è appellato ai valori dello stato di diritto, ma nel concreto ha spiegato che per i detenuti non cambierà nulla rispetto a prima.
Alcuni prigionieri saranno rilasciati, altri trasferiti in carceri europei (sempre che qualcuno li accetti), una manciata sarà processata nei tribunali federali americani, come è successo in un paio di casi anche negli anni di Bush, mentre tutti gli altri saranno processati con le commissioni militari create dalla precedente amministrazione e a cui Obama si era opposto oppure, e sono la metà dei rinchiusi di Guantanamo, non saranno affatto processati perché è impossibile e quindi resteranno prigionieri a tempo indeterminato.
Cioè, esattamente il motivo per cui è stato creato Guantanamo.
C’è di peggio, secondo le associazioni dei diritti civili. Obama non solo continua la politica di violazione costituzionale dei diritti dei prigionieri, ma propone di codificarla nel sistema legale americano, compiendo un passo in avanti rispetto a Bush che, perlomeno, aveva mandato i terroristi a Guantanamo Bay, a Cuba, proprio per non creare conflitti con le leggi nazionali.
Per il resto, oltre ai tribunali militari e allo status dei detenuti di Guantanamo, Obama continua a usare tutti gli strumenti antiterrorismo creati da Bush: il Patriot Act, le intercettazioni, gli attacchi missilistici sul Pakistan, la continua presenza in Iraq, l’aumento delle truppe in Afghanistan, le extraordinary rendition, il segreto di stato, la prigione senza diritti di Bagram.
E, quanto al waterboarding, l’annegamento simulato, è stato fermato da Bush, all’inizio del 2004, dopo essere stato utilizzato soltanto su tre terroristi. Con buoni risultati.
Cheney è ironicamente ingeneroso quando accusa Obama. Jack Goldsmith, il giurista che aveva lasciato in polemica l’Amministrazione Bush, ha scritto su New Republic che la differenza tra i due presidenti non è sulla sostanza della politica antiterrorismo, ma sul “packaging”.
E David Brooks, del New York Times, ha scritto che Obama sta usando le stesse politiche create da Bush e Cheney, ma rendendole più credibili e quindi più efficaci. Chissà. Vedremo.
Tratto da Camilloblog.it
Articolo di Christian Rocca
New York. La questione Guantanamo e la continuazione della guerra al terrorismo sta sfuggendo dalle mani del presidente Barack Obama, sotto i colpi delle critiche dell’ex vicepresidente Dick Cheney, dei crescenti malumori dei senatori e dei deputati del suo stesso partito e delle critiche dell’ala sinistra dello schieramento che lo ha eletto alla Casa Bianca.
Obama cercherà di rimediare, con un importante e atteso discorso al paese, convocato soltanto due giorni fa e in curiosa concomitanza con un già annunciato intervento di Cheney all’American Enterprise Institute esattamente su questi temi.
Obama cercherà di spiegare in modo chiaro e coerente la sua strategia antiterrorismo e di farvi rientrare le controverse decisioni di sicurezza nazionale che ha preso in queste settimane: dalla pubblicazione dei memo legali sugli interrogatori al mantenimento del segreto di stato sulle fotografie, dal recupero dei tribunali militari di Guantanamo alla negazione del diritto di ricorrere a una corte per chi viene catturato in battaglia.
La questione più pericolosa per la Casa Bianca è quella del futuro di Guantanamo.
Al suo secondo giorno di presidenza, Obama ha firmato un ordine esecutivo con cui ha deciso la chiusura entro il gennaio del 2010 del carcere militare. Contemporaneamente ha ordinato una revisione dei dossier sui 241 detenuti per capire che cosa farne una volta chiuso il carcere situato nella base navale.
Col passare dei giorni e delle settimane, l’Amministrazione Obama si è resa conto che una cosa è criticare le scelte antiterrorismo compiute da Bush, un’altra riuscire a trovare un’alternativa valida. Obama ha provato a riformulare l’architettura giuridica della guerra al terrorismo elaborata dal suo predecessore, in modo da poter mostrare un taglio netto col passato, ma avendo cura di lasciare in piedi quasi tutti gli strumenti che negli anni precedenti hanno consentito di difendere il paese da ulteriori attacchi terroristici e di stare all’offensiva contro al Qaida.
Lo schema ha funzionato per un paio di mesi e ha consentito a Obama di ottenere da una parte consensi e dall’altra di non ricevere critiche dai conservatori. La situazione è cambiata con la pubblicazione dei pareri sugli interrogatori Cia ai detenuti di al Qaida.
Il team Obama era diviso sulla pubblicazione di quei documenti, ma alla fine ha prevalso la convinzione che rendendoli pubblici si sarebbe chiusa una volta per tutte la questione.
E’ successo esattamente il contrario, come aveva previsto il direttore della Cia Leon Panetta. La sinistra e i giornali liberal non si sono accontentati e intravedendo un’esitazione dell’Amministrazione hanno cominciato a chiedere la pubblicazione di altri documenti e l’istituzione di commissioni d’inchiesta, mentre il mondo conservatore ha trovato, grazie a Cheney, un tema serio su cui criticare il presidente.
La giravolta sulle foto degli interrogatori Cia – prima promesse, poi segretate – più il ripristino delle corti speciali militari di Guantanamo volute da Bush che Obama aveva sospeso al suo secondo giorno alla Casa Bianca hanno confermato l’assenza di un piano coerente e l’incapacità di elaborare un’alternativa alla linea Bush.
“Nessun terrorista sul suolo americano”, il discorso di Obama risponde a tutto ciò e indirettamente proverà anche a togliere dai guai la speaker della Camera Nancy Pelosi, la prima vittima della decisione di pubblicare i memo bushiani sulle tecniche di interrogatorio.
E’ Guantanamo, però, la ragione principale del discorso del presidente. Il 4 maggio scorso i deputati democratici hanno votato no alla richiesta dei fondi per chiudere il carcere e dislocare altrove i detenuti, un centinaio dei quali non potrà essere né liberato né trasferito all’estero. Il 20 di questo mese è stato il Senato, con un voto schiacciante e bipartisan: 90 a 6, a bocciare la richiesta di Obama per finanziare la chiusura di Guantanamo, in mancanza di un piano preciso fornito dall’Amministrazione.
I democratici, e anche qualche repubblicano, restano favorevoli alla chiusura del carcere, ma non vogliono i terroristi in territorio americano e su questo sono disposti a sfidare il presidente perché in gioco c’è il loro seggio, messo a rischio dalla possibile rivolta degli elettori.
Il leader democratico al Senato, Harry Reid, ha detto che non permetterà in nessun modo il trasferimento in America dei detenuti, poi un suo portavoce ha cercato di limitare i danni. Anche il capo dell’Fbi di Obama, Robert Mueller, ha detto nel corso di un’audizione al Senato che sarebbe pericoloso portarli in America.
Il senatore democratico della Virginia, Jim Webb, è stato il primo a dire chiaramente che forse è meglio non chiudere Guantanamo.
Tratto da Camilloblog.it
Articolo di Elysa Fazzino
«ll vero peccato di Berlusconi» è di essere uno dei peggiori gestori dell’economia italiana: l’Italia è sempre più oberata dal debito pubblico e sarà il solo Paese dell’eurozona con tre anni consecutivi di recessione.
Il Financial Times torna alla carica e lancia un nuovo affondo al premier italiano, spostando il tiro, questa volta, sull’economia. La critica viene dal blog di Tony Barber da Bruxelles, che si può leggere sul sito www.ft.com.
Il blog parte dal caso Noemi Letizia per poi osservare che gli avversari di Berlusconi, in Italia e fuori, «ribollono di furia» nel vedere come lui esce indenne dalle bufere, l’ultima delle quali è la sentenza che ha condannato l’avvocato inglese David Mills per avere testimoniato il falso per proteggere Berlusconi e la sua Fininvest.
«In qualsiasi altro paese europeo, uno scandalo di queste dimensioni avrebbe fatto cadere il primo ministro in minor tempo di quanto ci voglia a dire “papi”. Ma non in Italia, dove Berlusconi è riuscito a fare approvare dal Parlamento una legge che gli dà l’immunità».
Barber definisce «deprimente» il rituale di accuse e controaccuse tra Berlusconi e i magistrati, rituale che continua a ripetersi anche adesso. Quindi mette il premier italiano sul banco degli imputati con l’accusa economica.
«Nel tribunale dell’opinione pubblica – scrive Barber – alcuni potrebbero considerare sorprendente che Berlusconi non sia stato condannato per essere stato uno dei peggiori gestori dell’economia italiana dal 1945 in poi». Il suo breve governo del 1994 «non ha ottenuto niente».
I suoi cinque anni al potere dal 2001 al 2006, soprattutto a causa sua, non hanno introdotto le riforme di liberalizzazione di cui l’Italia ha disperatamente bisogno per essere competitiva nell’eurozona.
Ora, continua il blog, Berlusconi «sta presiedendo un declino che, secondo il Fondo Monetario Internazionale, farà dell’Italia il solo Paese dell’eurozona dove ci saranno tre anni consecutivi di recessione, dal 2008 al 2010».
La stilettata finale: «Peggio di tutto, il debito pubblico italiano aumenterà al 116 per cento del prodotto interno lordo nel 2010, secondo la Commissione europea.
In altre parole, l’Italia tornerà dove era alla fine degli anni ’90. Noemi o non Noemi, questo è il vero peccato di Berlusconi».
Tratto da Ilsole24ore.com
Traduzione di Daniela Maggioni
Il candidato egiziano Hosny si dice già sicuro dell’ elezione: chi ama la libertà deve impedire questo sbaglio Invitiamo Mubarak a sconfessare il suo ministro e a ritirarlo dalla corsa per una poltrona così importante «L’ Unesco si salvi dal naufragio: no a un direttore nemico di Israele»
Chi ha dichiarato, nell’ aprile 2001, che «Israele non ha mai contribuito alla civilizzazione, in nessun’ epoca, perché non ha mai fatto altro che appropriarsi del bene altrui»? E chi ha ricominciato, quasi due mesi dopo, asserendo che «la cultura israeliana è una cultura inumana; è una cultura aggressiva, razzista, pretenziosa, che si basa su un principio semplicissimo: rubare quello che non le appartiene per poi pretendere di impadronirsene»?
Il 30 maggio si chiudono le iscrizioni per il posto di direttore generale dell’ Unesco, da eleggere in ottobre al posto del giapponese Koïchiro Matsuura (in carica dal 1999). Tra gli Stati che hanno più o meno apertamente sostenuto delle candidature ci sono Bulgaria (Irina Bokova), Paesi baltici (la lituana Ina Marciulionyte), Oman (Musa Bin Jaafar Bin Hassan), Algeria (Mounir Bouchenaki) ed Egitto (Farouk Hosny).Anche in virtù della prassi della rotazione tra aree geografiche, il grande favorito è il discusso ministro della Cultura egiziano Farouk Hosny.
Pubblichiamo qui l’ appello firmato dal regista e scrittore Claude Lanzmann, dal filosofo Bernard-Henri Lévy e dal premio Nobel per la pace Elie Wiesel.
Chi ha dichiarato, nel 1977, ripetendolo in seguito su tutti i toni, di essere «nemico accanito» di qualsiasi tentativo di normalizzazione dei rapporti del proprio Paese con Israele? O ancora recentemente, nel 2008, chi ha risposto a un deputato del Parlamento egiziano, preoccupato del fatto che potessero essere introdotti libri israeliani nella Biblioteca d’ Alessandria: «Bruciamo questi libri; magari li brucerò io stesso davanti a voi»? Chi, nel 2001, sul quotidiano egiziano Ruz-al-Yusuf, ha detto che Israele era «aiutato», nei suoi oscuri maneggi, dall’ «infiltrazione degli ebrei nei mass media internazionali» e dalla loro diabolica abilità a «diffondere menzogne»?
A chi dobbiamo queste dichiarazioni insensate, questo florilegio dell’ odio, della stupidità, del cospirazionismo più sfrenato? A Farouk Hosny, ministro della Cultura egiziano da più di 15 anni e, di sicuro, prossimo direttore generale dell’ Unesco se, entro il 30 maggio, data di chiusura delle candidature, non si farà nulla per fermare la sua marcia apparentemente irresistibile verso una delle cariche di responsabilità culturale più importanti del Pianeta.
Peggio ancora: quelle appena citate sono soltanto alcune – e non le più nauseabonde – fra le innumerevoli dichiarazioni dello stesso tenore che costellano la carriera del signor Farouk Hosny da una quindicina d’ anni e che, di conseguenza, lo precedono quando aspira, come oggi, a un ruolo culturale federatore. L’ evidenza è dunque questa: il signor Farouk Hosny non è degno di tale ruolo; il signor Farouk Hosny è il contrario di quello che è un uomo di pace, di dialogo e di cultura; il signor Farouk Hosny è un uomo pericoloso, un incendiario dei cuori e degli spiriti; resta solo poco, pochissimo tempo per evitare di commettere il grave errore di elevarlo a uno dei più eminenti incarichi.
Invitiamo quindi la comunità internazionale a risparmiarsi la vergogna che rappresenterebbe la nomina di Farouk Hosny, già data come quasi acquisita dall’ interessato, a direttore generale dell’ Unesco. Invitiamo tutti i Paesi che amano la libertà e la cultura a prendere le iniziative che s’ impongono per scongiurare tale minaccia ed evitare all’ Unesco il naufragio che questa nomina costituirebbe.
Invitiamo il presidente egiziano, in omaggio al suo compatriota Naguib Mahfuz, premio Nobel per la letteratura, che in questi giorni si starà rivoltando nella tomba, in omaggio al suo Paese e all’ alta civiltà di cui è l’ erede, a prendere coscienza della situazione, a sconfessare con la massima urgenza il suo ministro e comunque a ritirarne la candidatura.
Certo, l’ Unesco ha commesso altri sbagli in passato, ma questo sarebbe un insulto così enorme, così odioso, così incomprensibile; sarebbe una provocazione così manifestamente contraria ai propri ideali che non riuscirebbe a risollevarsi. Non c’ è un minuto da perdere per impedire che l’ irreparabile si compia. Bisogna, senza indugio, fare appello alla coscienza di ognuno per evitare che l’ Unesco cada nelle mani di un uomo che, quando sente la parola cultura, risponde con l’ autodafé.
Bernard Henry Levy, Elie Wiesel, Claude Lanzmann
http://liberaliperisraele.ilcannocchiale.it/

Articolo di Marco Del Corona
PECHINO — Forse quello che disse una volta Walter Mondale è valido ancora adesso. Vice del presidente Jimmy Carter, e ambasciatore in Giappone con Bill Clinton tra il ’93 e il ’96, Mondale sostenne che chi pretende di essere un esperto di Corea del Nord è un bugiardo o un pazzo.
E ogni volta che Pyongyang testa un missile o fa esplodere un ordigno nucleare sottoterra, l’affermazione dell’ex ambasciatore sembra capovolgersi: puntualmente l’Occidente ritiene che la Corea del Nord sia un Paese di pazzi o di bugiardi. Anzi: di pazzi bugiardi.
Sarà successo anche ieri. Due mesi fa Pyongyang, sebbene in modo precario, era ancora in equilibrio sul tavolo a sei dove con Corea del Sud, Usa, Cina, Giappone e Russia si trattava del suo programma nucleare.
Adesso no, Kim Jong-il non è solo un leader che lancia missili, ma anche un dittatore che ha tra le mani bombe atomiche e le fa esplodere.
C’è abbastanza di che alimentare la fantasia. Lo sapeva Ian Fleming come lo sanno gli epigoni del suo 007: inventare, anche all’eccesso, non può portare troppo lontano dalla realtà, anzi. Videogames, allora, con i nordcoreani nella parte dei cattivi. Poi i pupazzetti del film d’animazione «Team America », girato 5 anni fa dai creatori di «South Park». Tanta fantasia, perché di quello che accade davvero a nord del 38˚ parallelo non si sa praticamente nulla.
Eppure la Corea del Nord è tutto tranne che un Paese governato dal caos. L’ordine sociale è rigido e minuziosamente definito.
Partito dei Lavoratori e forze armate controllano lo Stato ad ogni livello, ma sono queste ultime a dire l’ultima parola.
Kim Jong-il si è costruito la lealtà dei generali, e la carica chiave fra le diverse che ricopre è proprio quella di capo della commissione militare. Sotto le élite, la stratificazione dei ruoli discende con ramificazioni bizantine. Può bastare un paio di scarpe di vera pelle a indicare il rango di un funzionario, così come fanno le varianti delle spille con l’effigie di Kim Il-sung (il padre) o di Kim Jong-il, conio più recente.
Le immagini della crisi alimentare che decimò la popolazione negli anni Novanta — bambini scheletrici, campi senza più nulla da dare — sono servite a mostrare che il militarismo parossistico del Paese aveva un lato oscuro e sconvolgente, tuttavia hanno creato un nuovo repertorio di immagini stereotipate, accanto a parate o visite di Kim a qualche fabbrica.
E invece c’è vita su Marte, viene da dire. Chi se lo può permettere, insegue il sogno (inconfessabilmente piccoloborghese…) dei «cinque mobili», dalla dispensa alla scarpiera, e dei «sette elettrodomestici», dalla macchina per cucire alla tv.
A detta degli esperti, vedi Michael Hayes del centro studi Nautilus, le descrizioni più accurate di come si vive e pensa in Corea del Nord e di come vanno le cose laggiù si possono leggere in alcuni romanzi. Polizieschi. Sono quelli che raccontano le indagini del «detective O» (O è il cognome) scelto da James Church (pseudonimo) per le sue trame. Lunghi silenzi, logica sfuggente: il narratore Church sa di cosa parla, è stato decine di volte in Corea del Nord per i servizi segreti di un Paese occidentale.
Al Los Angeles Times, Church ha voluto assicurare che in Corea del Nord «esiste una società di individui che agisce in modo riconoscibile ».
Il turgore patriottico che accompagna la retorica di regime si alimenta della certezza di essere circondati, minacciati: «la penisola paranoica», l’ha definita il saggista Paul French nel titolare il suo libro sul Paese. Tecnicamente c’è del vero, perché la guerra di Corea (1950-53) non è mai stata conclusa da un trattato di pace.
E’ in questo clima che il «juche», la filosofia che combina marxismo e nazionalismo autarchico, penetra nella vita quotidiana. Diventa un atto d’amore per la patria anche indossare un capo in Vinalon, una fibra sintetica ricavata dal calcare che tuttavia non è mai riuscita a diventare appetibile per l’esportazione.
Il regime compie una piccola rappresentazione di sé. Che si indossino o vengano sperimentate 10 chilometri sotto il suolo, le conquiste della Corea del Nord vanno esibite. E se tutto il resto appare misterioso all’Occidente, tanto meglio.
Il nemico va confuso. In fondo, lo dice un personaggio di un romanzo del detective O: «Il mio lavoro è prendere tempo e bluffare. E se non funziona, ho un piano d’emergenza per prendere tempo e bluffare». Quel personaggio è un diplomatico nordcoreano.
Tratto da Corriere.it
Articolo di Franco Venturini
Per bussare alla porta di Obama la Corea del Nord ha scelto l’unico metodo che conosce: il ricatto nucleare.
Il test atomico di ieri è il primo dal 2006, quando alla Casa Bianca c’era ancora George Bush e Pyongyang voleva alzare la posta di un balbettante negoziato. L’anno dopo, in effetti, si arrivò a un accordo molto vantaggioso per i nord-coreani. Ma poi nel mondo sono sorti nuovi problemi e soprattutto è arrivato Barack Obama.
Secondaria rispetto alle molte urgenze che attendevano il nuovo presidente, la Corea del Nord si è sentita trascurata. Ecco, allora, il promemoria del 5 aprile: il lancio di un missile balistico a lunga gittata.
In Occidente, proteste e nient’altro. Forse, deve aver pensato il carissimo leader Kim Jong-il, serve un messaggio più forte. È il turno dell’esplosione sotterranea di un ordigno atomico.
La cronaca di queste ore ci riferisce di altre proteste, di altra indignazione, di altri impegni all’intransigenza.
Ma in realtà l’America e la comunità internazionale nascondono un segreto: la loro impotenza, oggi come ieri, davanti alle reiterate provocazioni di Pyongyang.
La più parossistica e isolata dittatura comunista del pianeta ha l’atomica e un esercito di un milione di uomini, ma senza massicci aiuti non è in grado di nutrire decentemente i suoi cittadini. Gli Usa di Bush avevano pensato di percorrere questa strada.
A Pyongyang arrivarono tanti generi di prima necessità. Ma tutto quel ben di Dio, invece di indurre i gerarchi nord-coreani al pragmatismo, ebbe l’effetto contrario: Pyongyang ruppe con Seul e cacciò gli ispettori dell’Agenzia atomica prima di rinnovare, per due volte, il suo solito ricatto.
Evidentemente alla casta paranoica che governa la Corea del Nord serve anche quello status che soltanto l’attenzione dell’America può conferire e serve soprattutto che il Paese continui a essere un grande campo di concentramento privo di rischi per il potere. Un potere misterioso, che dopo la malattia di Kim Jong-il potrebbe essere oggi nelle mani di militari oltranzisti.
Il risultato è la sconfitta di tutti. Della Cina, che si vanta di esercitare su Pyongyang una certa influenza. Della Russia, che usa citare la sua mediazione con i nord-coreani come esempio di comportamento costruttivo.
Ma anche dell’America di Obama, che vede aprirsi un nuovo fronte di crisi proprio mentre l’iraniano Ahmadinejad restituisce al mittente l’idea di negoziare sull’arricchimento dell’uranio.
Proprio nei confronti dei programmi atomici dell’Iran e delle bombe atomiche già esistenti nella Corea del Nord si è detto spesso che gli Usa di Bush abbiano applicato due pesi e due misure.
È vero, per ragioni ovvie: l’Iran minaccia Israele e può far scattare la proliferazione nucleare nel grande forziere mondiale del petrolio, la Corea del Nord è inattaccabile perché garantita dalla Cina e non crea un pericolo di proliferazione in aree cruciali. Eppure Obama, malgrado queste differenze, dovrà porsi il problema.
Forse è il caso che sia lui, per una volta, a ritirare la mano che era stata tesa ai ricattatori di Pyongyang.
Tratto da Corriere.it
Il Regno Unito è in tal modo diventato un gigante del credito (avendo nazionalizzato larga parte del settore finanziario), mentre gli Stati Uniti hanno rovesciato una quantità ingente di denaro sulle proprie imprese. Qualcosa di simile è successo un po’ ovunque, premendo pure sull’acceleratore del deficit.
Nelle situazioni di emergenza la necessità di agire comunque porta ad agire anche malamente, come si è visto in occasione degli espropri decisi dal responsabile della Protezione civile, Guido Bertolaso, al fine di realizzare quelle abitazioni provvisorie che dovranno ospitare i cittadini dell’Aquila fino a quando non potranno tornare nelle loro case.
La scelta di espropriare, però, è da contestarsi da più punti di vista. In primo luogo, una società liberale poggia sul diritto e in particolare sul diritto di proprietà. Come ha spiegato anche un conoscitore della storia sovietica, Richard Pipes (autore di Proprietà e libertà, edito da Lindau), “esiste un’intima connessione tra le garanzie pubbliche del diritto di proprietà e la libertà individuale”. È insomma impossibile una società libera dove la proprietà non è rispettata.
Cosa è successo in Abruzzo? Per far fronte alle esigenze di alcuni (i terremotati) si è deciso di sottrarre i mezzi di sostentamento ad altri (i proprietari dei terreni). Bertolaso ha pensato che in questa situazione non fosse sensato prestare attenzione alle ragioni del diritto di proprietà. Ma in questo modo ha “terremotato” l’Abruzzo una seconda volta.
Bisogna infatti sempre ricordare che i palazzi sono importanti e quando cadono vanno ricostruiti. Ma sono egualmente importanti i “principi”, le “regole”, le “istituzioni”. Una vera ricostruzione dell’area abruzzese colpita dal terremoto esige che gli edifici vengano sistemati. Ancor più cruciale, però, è che non vengano fatti crollare i principi che permettono ad una società di progredire nella civiltà.
Il decisionismo di Bertolaso, per giunta, rafforza una convinzione che gli italiani nutrono da tempo: e cioè che il potere può tutto e che quindi può anche sottrarre ad alcuni per aiutare altri. Ma è a partire da queste convinzioni che si è sviluppato un po’ ovunque quel cancro che avvelena la nostra vita pubblica e che porta ad una politicizzazione di ogni ambito.
Si poteva fare diversamente? Penso di sì. Penso proprio che si potesse interpellare i singoli agricoltori e offrire loro – come si usa tra persone civili – un’adeguata compensazione per la rinuncia: e penso pure ritengo che la maggior parte di loro avrebbe capito.
Per giunta, come ha suggerito un lettore sul sito Chicago-blog, in fondo non c’era nessun bisogno di sottrarre la proprietà a quei proprietari: bastava chiedere una locazione temporanea. In questo modo, si sarebbe posto anche un limite temporale alla permanenza delle abitazioni di emergenza. E poiché nessuno vuole che in Abruzzo si ripetano scene già viste in altre circostanze (con famiglie nei container anche parecchi anni dopo il disastro), fissare fin dall’inizio una scadenza sarebbe stato un gesto di serietà e avrebbe offerto la precisa conferma di un impegno.
Dopo i guasti dei crolli, con i loro morti e i loro feriti, ora L’Aquila rischia un’altra catastrofe: più sottile, ma non per questo da sottovalutare. Questa terra rischia che la decenza e il rigore della popolazione vengano corrosi dal potere, abilissimo nel mostrarsi ora gentile e ora minaccioso, generoso e spietato, disposto a finanziare al 100% i danni subiti da alcuni, ma anche pronto a espropriare da un giorno all’altro i legittimi proprietari.
C’è un “rischio Irpinia” che grava sugli aquilani, insomma. E non è un rischio da poco.
Da L’Occidentale, 19 maggio 2009

Articolo di Christian Rocca
New York. Il carcere di Guantanamo e la gestione dei detenuti della guerra al terrorismo continuano a essere un gran problema per il presidente Barack Obama.
Il Partito democratico ha bocciato al Congresso la sua richiesta di fondi per risistemare i “nemici combattenti”, oggi detenuti nella prigione extraterritoriale creata dall’Amministrazione Bush tra il 2002 e il 2003.
Al primo giorno di presidenza, Obama aveva ordinato la chiusura di Guantanamo entro l’inizio del prossimo anno, tra gli applausi dell’opinione pubblica internazionale e del suo partito.
L’altro ieri il Pentagono ha chiesto ottanta milioni di dollari per trasferire, una volta chiuso Guantanamo, un centinaio dei detenuti e adeguare le strutture carcerarie americane che li dovranno ospitare.
I deputati di maggioranza e di opposizione hanno detto di no perché, ha scritto l’Associated Press, “nessuno vuole i terroristi nel proprio cortile di casa”.
Obama e il Pentagono potranno trovare i fondi necessari al trasferimento dei detenuti da altri capitoli di spesa, ma la ferma opposizione del Partito democratico, per non parlare di quella dei repubblicani, dimostra come la scelta di aprire un carcere fuori dal territorio nazionale non fosse un’idea campata in aria.
Tanto più che, secondo quanto annunciato in prima pagina dal New York Times, Obama ha deciso di cambiare idea sui tribunali militari speciali di Guantanamo creati da Bush e approvati dal Congresso, dopo le indicazioni della Corte Suprema.
Il giorno successivo all’insediamento alla Casa Bianca, oltre a ordinare la chiusura di Guantanamo, Obama ha sospeso i processi speciali, come aveva promesso durante la campagna elettorale.
Ora ha deciso di fare un passo indietro e tornerà a processare gran parte dei “nemici combattenti” con le commissioni militari di Guantanamo.
Il Times ha anticipato le critiche dei gruppi per i diritti civili: Anthony Romero, il capo dell’American civil liberties union, ha detto che si tratta di “un tradimento della promessa” di restaurare lo stato di diritto. Gabor Rona, di Human rights first, ha detto che “sta facendo un errore enorme se crede che ottenere condanne attraverso metodi sospetti sia più importante di lasciare che la giustizia faccia il suo corso”.
I legali dell’Amministrazione si sono convinti che è praticamente impossibile processare i prigionieri di Guantanamo con le regole del processo ordinario. Non solo perché le prove ottenute sul loro conto sono arrivate con metodi non utilizzabili in un’aula di tribunale, ma anche perché l’accusa non può fornire informazioni riservate che riguardano più ampie questioni di sicurezza nazionale.
“Più guardiamo le commissioni militari – ha detto un funzionario obamiano al New York Times – più non ci sembrano così brutte come il 20 gennaio”.
La svolta potrebbe essere stata quella del processo, e della condanna, di Ali Saleh Kahlah al Marri, il cittadino del Qatar arrestato e detenuto negli Stati Uniti e per questo processato in una Corte federale. Al Marri è arrivato negli Stati Uniti il giorno prima dell’11 settembre ed era uno dei jihadisti che avrebbe dovuto organizzare la “seconda ondata” di attacchi.
Al Marri, a sorpresa, si è recentemente dichiarato colpevole trovando un accordo con l’Amministrazione e i giudici per evitare il processo.
La condanna è di 15 anni e non si sa ancora se i sette già scontati saranno detratti o meno.
Il ministro della Giustizia di Obama, Eric Holder, ha salutato la sentenza al Marri come la prova che i terroristi si possono processare con le regole dello stato di diritto, ma in realtà la vicenda dimostra plasticamente il contrario. Intanto il suo ruolo nella “seconda ondata” di attentati si è venuto a sapere soltanto dopo il “waterboarding”, la discussa tecnica di simulazione di annegamento che confina con la tortura, applicata all’ideatore degli attacchi dell’11 settembre Khaled Sheik Mohammed.
Ma è soprattutto l’idea che al Marri possa uscire di galera tra otto anni a non apparire lungimirante. Meglio, pensano ora alla Casa Bianca, affidarsi ai processi militari di Guantanamo.
Tratto da Camilloblog.it
Articolo di Antonello Leone
Il vano tentativo di far risorgere lo storico partito liberale italiano di Benedetto Croce, da parte di un piccolo gruppo di compagni di merenda nel 2004, è rimasto vano tutt’oggi dopo ben 5 anni da quella presunta ricostruzione campata in aria più da vecchi schemi della politica, piuttosto che da reali convinzioni organizzative e programmatiche.
In tutti questi anni, è stato messo alla guida del PLI un exdeputato forzista, che ha dimostrato tutta la sua inadeguata capacità politica e gestionale nel riportare il partito liberale nell’arco costituzionale dalla porta principale, cioé riportare dei parlamentari a Montecitorio o a Palazzo Madama, oppure conquistando anche una sola amministrazione locale (Comune o Provincia) e tanto meno riuscire a posizionare un solo consigliere regionale in uno delle 20 assemblee regionali.
Un segretario nazionale che tralaltro, non per le sue mansioni interne al partito, ma per attività imprenditoriali proprie, è stato condannato a 6 mesi di reclusione per Mobbing nel processo di I Grado, e che fino ad oggi non ha pensato minimamente di rimettere il suo incarico.
Non solo, essendo l’ultima persona dentro il PLI ha dare giudizi morali, ha pensato bene dopo il vergognoso epilogo dell’ultimo congresso nazionale di espellere alcuni iscritti e dirigenti del partito, senza che questi abbiano in alcun modo compiuto atti che contravvengono allo statuto del partito, oppure che abbiano svolto comportamenti considerati contro il codice etico del partito (codice etico che ancora non esiste), e comunque che abbiano conseguito azioni individuali o collegiali che abbiano messo in discussione l’integrità di immagine e quella morale del partito.
Nonostante tra queste espulsioni, vi siano persone di cui io non nutro una esagerata stima, inquadro in tutta questa squallida vicenda che non c’è assolutamente nessun partito liberale italiano in questo Paese.
Senza poi considerare il fatto di come, la segreteria nazionale abbia voluto fare un accordo per le elezioni europee con una lista socialista, trovando un ospitalità di quart’ordine, senza che il simbolo di questa componente socialista abbia un minimo riferimento alla presenza al suo interno di candidati liberali.
Aspettiamo l’esito delle elezioni europee che saranno una tragedia e non solo per la lista socialista e poi si vedrà cosa si vuol fare di questo partito defunto che ogni tanto ha degli spasmi che possono sembrare dei sospiri, ma sono soltanto degli spasmi muscolari involontari, perché il morto è morto e basta.
Vorrei capire cosa tutti quei giovani, trentenni e quarantenni, che ci sono nel PLI vogliono fare per il futuro del partito e se vorranno prendersi le responsabilità di fare quello che va fatto.
Perché credo, che se questi giovani liberali non sono in grado di prendersi la segreteria nazionale di un partito che rappresenta lo 0,3% dell’elettorato nazionale, allora è meglio che lasciano perdere, escano dal partito e decidano di costruire qualcosa di nuovo e di migliore di questo PLI.
Tratto da http://liberalblog.eu

Una menzogna ripetuta milioni di volte diventa verità. Questo ragionamento di Goebbels (ministro della propaganda nazista) è la summa del totalitarismo.
E dell’ideologia alla base del totalitarismo: la realtà oggettiva non esiste, la realtà totalitaria è quella dettata da chi rappresenta la classe o la razza dominante.
Se abbiamo battuto il nazismo è perché, dopo un decennio, le potenze in guerra contro la Germania nazista hanno smesso di credere alla loro “realtà”.
Hanno aspettato che gli eserciti nazisti invadessero tutta l’Europa, ma poi hanno smesso di dare retta alle loro menzogne.
Se il comunismo è crollato da solo, è stato solo perché i popoli assoggettati a quei regimi in Europa orientale hanno smesso di credere alle menzogne di regime, rivelando che, al di là della propaganda sul radioso futuro socialista, nella società reale c’erano solo miseria e persecuzioni.
Nel mondo di oggi, invece, stiamo continuando a credere alle menzogne di altri regimi totalitari, quelli islamici.
Prima di tutto stiamo continuando a credere alle menzogne dell’Iran. Il regime di Teheran si spaccia per vittima, anche se vittima non è. La politica iraniana non è difensiva, è aggressiva.
Vuole esportare la rivoluzione islamica nei Paesi musulmani “corrotti” dall’Occidente, distruggere Israele e dichiarare guerra a quella che viene vista come la fonte del male: le democrazie occidentali laiche.
Questo è quel che vuol fare l’Iran, in vista di una vera e propria apocalisse che, nelle convinzioni religiose dei vertici iraniani, dovrebbe spianare la strada al ritorno (giudicato “imminente”) del XII Imam.
Questa è la loro “realtà”. E solo in questa “realtà” l’Iran può considerarsi come tre volte “vittima”: vittima di un mondo dominato da potenze non musulmane, di un mondo musulmano a maggioranza sunnita, di un mondo musulmano sciita scettico sul ritorno imminente del XII Imam.
Se (e solo se) noi ci mettiamo nella loro testa, vediamo un Iran circondato da nemici.
Se invece vediamo le cose per come stanno veramente, vediamo solo un regime dittatoriale, quello di Teheran, che esporta terrorismo e vuole scientemente creare caos.
Se i nostri governi si mettessero a giudicare la realtà per quella che è, capirebbero di trovarsi ad avere a che fare con dei pazzi religiosi, ancor più pericolosi di altre sette che credono nella fine del mondo.
Ma non vogliamo vedere questa realtà. Preferiamo credere che siano vittime. Chiaramente non riusciremmo mai ad accettare la loro visione del mondo, per cui filtriamo il loro vittimismo con le nostre categorie.
Li giudichiamo vittime del passato coloniale (quando la Persia non fu mai colonia di nessuno), di vecchie manovre torbide (il golpe contro Mussadegh, a cui, per altro, partecipò anche il clero locale), di episodi tuttora oscuri (come il presunto finanziamento del terrorismo anti-iraniano da parte degli americani) e soprattutto li vogliamo vedere portavoce di un mondo musulmano “perseguitato” da Israele e dalle potenze occidentali.
Sono tutti sensi di colpa che l’Iran ci spaccia, usando il nostro linguaggio, che i nostri accademici terzomondisti vogliono recepire e diffondere. E’ la stessa cosa che successe anche con la Germania nazista e con l’Urss: anche i due grandi regimi del passato si vedevano vittime.
Il nazismo si riteneva portavoce di una razza ariana vittima dell’ebraismo e della moralità cristiana. Il marxismo leninista al potere, si percepiva circondato da potenze capitaliste. Anche nel caso della Germania nazista e dell’Urss, gli accademici occidentali sposavano il loro punto di vista, filtrandolo attraverso nostre categorie.
Per la Germania nazista è tuttora diffusa dagli storici l’idea che fosse vittima del Trattato di Versailles, che dettava condizioni “troppo dure” dopo la I Guerra Mondiale (dimenticando che la guerra stessa fu scatenata da un’aggressione tedesca).
Per l’Urss, qualsiasi libro di storia sposa, o almeno prende in considerazione, la tesi dell’accerchiamento imperialista diffusa da Lenin e da Stalin per giustificare una militarizzazione totale del loro Paese e le continue purghe interne.
Se adesso vogliamo credere che l’Iran sia una vittima dell’Occidente, lo facciamo in buona fede (ed è questo il vero problema): nei media e nelle università si è ormai consolidata l’idea che i conflitti e la povertà nel mondo in via di sviluppo (Medio Oriente compreso) siano una risposta all’aggressività di Stati Uniti e Israele, alla presunta rapacità delle multinazionali petrolifere, alla presunta e inesistente diplomazia segreta ebraica e americana.
Lo pensa sinceramente Obama, con il suo entourage di liberal, quando impone a Israele di non attaccare l’Iran (prima che questo si doti dell’arma nucleare) e quando vuole arrivare subito alla soluzione “due popoli in due stati” per il Medio Oriente per “disinnescare” la guerra.
Poi ci sono anche quelli che vogliono credere all’Iran facendolo in mala fede.
E questo è anche il caso del nostro governo che, a momenti, mandava Frattini a Teheran (annullando la visita all’ultimo momento dopo l’ennesima provocazione missilistica iraniana: quando è troppo è troppo) e vuole avere una rappresentanza iraniana a Trieste al G8.
Sono in mala fede anche i governi francese, britannico e tedesco che, in questi cinque anni di crisi acuta con Teheran, continuano a negoziare, pur sapendo che i negoziati non portano a nulla con un regime religioso che vuole l’apocalisse. Berlusconi, Sarkozy, Brown e la Merkel sanno benissimo che cosa è l’Iran dei mullah, nessuno di loro è un liberal pacifista, obnubilato dal terzomondismo, come Obama.
Però trattano con Teheran, ne riconoscono indirettamente le presunte “ragioni”.
Lo fanno nel nome della peggior mentalità pragmatica, quella dell’affare da concludere nel breve, brevissimo periodo: guadagnare qualche anno di pace, qualche contratto statale per portare soldi in cassa, tanto del futuro non v’è certezza e nel lungo periodo saremo tutti morti.
Tratto da http://oggettivista.ilcannocchiale.it/
New York. “Io, Barack Obama, presidente degli Stati Uniti d’America, proclamo qui e ora il 7 maggio del 2009 Giornata nazionale della Preghiera. Chiedo agli americani di pregare come ringraziamento per le nostre libertà e benedizioni e per chiedere la continua guida, grazia e protezione di Dio per questa terra che amiamo.
A testimonianza di ciò, in questo settimo giorno di maggio, nell’anno del nostro Signore duemila e nove e nel duecentotrentatreesimo dell’Indipendenza degli Stati Uniti, in fede, Barack Obama”.
Non è uno scherzo. Non è stato sostituito il nome di George W. Bush con quello di Obama. Non è nemmeno una parodia di un documento degli ayatollah iraniani.
Barack Obama, come tutti i suoi predecessori alla Casa Bianca dal 1952, ha proclamato – con la firma su un atto ufficiale – il Giorno nazionale di preghiera, a conferma che anche il più liberal, cosmopolita e moderno dei presidenti americani considera la religione e la preghiera elementi cruciali della vita sociale e della tradizione politica degli Stati Uniti.
Anche altri giganti della politica di sinistra, presidenti come John Kennedy, Lyndon Johnson, Jimmy Carter e Bill Clinton, hanno rispettato la tradizione e invitato i concittadini a pregare e ringraziare tutti insieme Dio.
L’idea di un giorno di preghiera nazionale, che si aggiunge al giorno di Ringraziamento a Dio, circolava già agli albori della Repubblica americana. Più recentemente si è consolidata con una legge del Congresso, ma è stato il presidente democratico Harry Truman, nel 1952, a stabilire che ogni presidente avrebbe dovuto tutti gli anni scegliere una data di preghiera nazionale.
Ronald Reagan ha stabilito che questa data fosse il primo giovedì di maggio e da allora i suoi successori si sono adeguati.
Negli ultimi mesi, i gruppi laici che si battono per la separazione tra la chiesa e lo stato erano certi che con l’arrivo di Obama alla Casa Bianca le cose sarebbero cambiate.
A marzo, invece, Obama ha imposto a un giudice federale del Wisconsin di dismettere la causa intentata da un gruppo ateo, Freedom from religion foundation, che sosteneva la tesi dell’incostituzionalità e dell’illegalità del Giorno di preghiera nazionale, perché in violazione del principio di separazione tra stato e chiesa.
Annie Laurie Gaylor, direttrice del gruppo, ha detto che la scelta dell’Amministrazione Obama “è stata molto di destra, qualcosa che ci si sarebbe aspettato da Reagan o Bush, certamente non da Obama”.
E ora è arrivata la proclamazione ufficiale della festività nazionale che, come si legge nell’atto firmato l’altro ieri alla Casa Bianca, ha radici storiche e politiche nella storia degli Stati Uniti. Nei momenti di incertezza e di grande sfida, ha scritto Obama, “gli americani si riuniscono in umile preghiera”.
Il presidente, in realtà, ha deluso anche i gruppi religiosi, la destra tradizionale e anche due o tre deputati democratici, perché ha scelto di tenere i riflettori spenti sulla proclamazione della Giornata di preghiera, evitando di farne una manifestazione pubblica come ai tempi di Bush.
Obama, da politico consumato, ha cercato di accontentare tutti, come fa su quasi ogni argomento all’ordine del giorno.
In questo caso, ha proclamato la festività, ma si è limitato a diffondere il documento e una foto che lo ritrae impegnato a firmare il testo, affiancato da Josh Dubois, il direttore dell’ufficio della Casa Bianca per le iniziative caritatevoli religiose e di quartiere (“di quartiere”, è la formula aggiunta da Obama all’ufficio religioso creato da Bush).
La giornalista liberal di Time, Amy Sullivan, esperta di questioni religiose, ha criticato chi sostiene che implicitamente Obama sia contrario alla preghiera, per il solo fatto di non aver fatto della proclamazione un evento.
Già in campagna elettorale, Obama aveva detto di credere “nel potere della preghiera” e, da presidente, ha partecipato alla preghiera pubblica del National Prayer Breakfast, dove ha pregato e definito gli americani “adorati figli di Dio”.
Tratto da Camilloblog.it
A seguito dell’arbitraria espulsione da parte della dirigenza del Partito Liberale Italiano (Pli) di Marco Taradash, Maria Rosa Varotto, Angelo Caniglia, Ciro Palmieri e Gherardo Guazzini, colpevoli di aver accettato, in occasione delle prossime elezioni europee di giugno, la candidatura in altre liste (in maggioranza nei Liberal Democratici di Daniela Melchiorre), sottoscriviamo, con sdegno e delusione, il comunicato del blog Iovotopli.
E nel contempo, esprimiamo sincera solidarietà a tutti gli epurati. Inoltre, reputiamo che il reale motivo di tale allontanamento coatto, con annessa decadenza dagli incarichi, sia riconducibile alle loro posizioni non allineate, all’interno del partito, pertanto avverse a quelle del segretario rieletto, Stefano de Luca.
Non crediamo, dunque, che le decisioni deliberate dalla direzione nazionale possano, in alcun modo, appartenere ad una gestione politica propriamente liberale, bensì autoritaria e poco democratica.
Comunicato tratto da Caffè Regio