Archivio per aprile 2009
L’isolamento (e la repressione) in Bielorussia
30 aprile 2009Lukashenko: Il nuovo amico dell’Italia di Silvio
29 aprile 2009
Lukashenko fuori dall’ isolamento
29 aprile 2009Il leader bielorusso a Roma: nessuno mi ha chiesto riforme. Il governo ha evitato la conferenza stampa per non dare troppo risalto alla venuta dell’ «ultimo dittatore»
Articolo di Maurizio Caprara
ROMA – L’ amico di Silvio Berlusconi dal passato sovietico non è più soltanto Vladimir Putin, ex ufficiale del Kgb del quale il presidente del Consiglio si definì «avvocato».
Al presidente russo si è aggiunto quello bielorusso Aleksandr Lukashenko, più modestamente in servizio nelle truppe della guardia di frontiera e nell’ esercito dell’ Urss tra 1975 e 1977 e tra 1980 e 1982.
«Patriarca della politica italiana e internazionale» è la definizione del Cavaliere data da Lukashenko ieri dopo che, sedendosi a tavola con Berlusconi e Franco Frattini martedì sera a Palazzo Chigi, era riuscito a infrangere l’ isolamento subito da 14 anni per volontà di Usa e Unione europea a causa della repressione inflitta agli oppositori.
Niente conferenza stampa, aveva scelto la presidenza del Consiglio per evitare troppo risalto all’ accoglienza riservata a uno degli ultimi dittatori d’ Europa. Ma l’ uomo che nel 1994 andò al potere a Minsk nel nome della lotta alla corruzione non si è affatto sottratto ai giornalisti quando, il giorno successivo, è stato a Roma dal gran maestro dei Cavalieri di Malta.
In pubblico, il governo italiano aveva sostenuto che con l’ ospite sarebbe stata perorata la causa delle libertà in Bielorussia.
«Nessun leader europeo mi ha chiesto alcunché su qualunque riforma», ha dichiarato Lukashenko. Poi il suo resoconto sulla serata con il Cavaliere. Descrizioni: «Oltre tre ore. Berlusconi è pieno di energie. Siamo stati insieme fino a dopo mezzanotte. Abbiamo visitato il palazzo».
Giudizi: «Ho molto apprezzato volontà e decisione con le quali Berlusconi ha inviato in Abruzzo l’ esercito, risolvendo presto situazioni drammatiche». Cronisti in cerca di titoli hanno citato tesi secondo le quali il Cavaliere comporta rischi autoritari.
Lukashenko, protettivo: «Anche se qualcuno lo chiama dittatore, il 75% degli italiani ha fiducia in lui. E’ il patriarca…». A Varsavia, ieri, il presidente del Consiglio ha dovuto spiegare al governo polacco come era andata. «Ho incontrato Lukashenko perché ritengo si debba sempre parlare…
E’ venuta l’ ora anche per la Bielorussia di stimolare il Paese a raggiungere un grado di democrazia che possa essere assimilato a quelle europee», ha detto. Nel ricordare la marcia della Turchia verso l’ Ue, Berlusconi ha affermato di non ritenere che «Lukashenko sia pronto a un traguardo del genere» e che però vuole superare l’ isolamento.
Tra le sponde europee cercate dal dittatore per bilanciare l’ influenza russa su Minsk, quella di Berlusconi è per Putin la più affidabile.
Tratto da Corriere.it
Storie condivise e scomode realtà
28 aprile 2009Quei diritti negati nel mondo
Articolo di Pierluigi Battista
E’ una ferita antica che si chiude. L’Italia trova finalmente le parole della riconciliazione nazionale celebrando insieme la «festa di libertà». Ma la libertà reale è un bene ancora troppo raro nel mondo che oggi, nel cuore del 2009, pullula di tiranni, di dittature, di Stati di polizia, di diritti fondamentali negati e calpestati.
Il premier Berlusconi, raccogliendo l’appello del leader del Pd Franceschini, ha offerto all’opposizione, nel ricordo del 25 aprile, una piattaforma di valori comuni che non consentono più il lessico primitivo della delegittimazione reciproca.
Ma già oggi, all’indomani della festa della liberazione e della libertà, il leader bielorusso Alexandr Lukashenko attraverserà le strade di Roma in una visita ufficiale che segnerà il debutto dell’«ultimo dittatore europeo» nel consesso dell’Ue. Dopo aver festeggiato la libertà, il governo italiano dovrà stringere la mano a chi ne straccia quotidianamente la bandiera.
E’ una contraddizione che lacera l’intera comunità delle democrazie, un contrasto drammatico tra valori e ragion di Stato, tra princìpi e realismo politico, tra libertà e opportunità economiche. La Bielorussia di Alexandr Lukashenko manda in prigione i dissidenti e imbavaglia i giornali non allineati.
Ma il tema delle libertà negate non spicca tra le priorità dell’agenda scritta dalle diplomazie del mondo occidentale, non solo dell’Italia. A Pechino Hillary Clinton si è quasi scusata per la pur blanda attenzione concessa dai governi occidentali alla condizione dei diritti umani in Cina.
Ci si allarma più per il programma nucleare dell’Iran che per le innumerevoli impiccagioni inscenate sulla pubblica piazza di Teheran. Più per i missili lanciati dalla Corea del Nord che per il dispotismo assoluto patito dai sudditi della satrapia stalinista di Pyongyang.
L’identità degli assassini di Anna Politkovskaya non è mai all’ordine del giorno nei colloqui con Putin. Né nei proficui scambi con la Libia di Gheddafi affiora mai la curiosità sui diritti civili non garantiti a Tripoli.
Non è pensabile certo l’eroismo velleitario e impotente di una rottura solitaria con le nazioni che non conoscono né possono presumibilmente gustare nei prossimi anni il profumo di una festa di libertà. Ma occorre sapere che la libertà è un privilegio di cui, nel pianeta, godono davvero in pochi. In Italia arriviamo dopo tanti (troppi) anni a riconoscere insieme la storia, culminata nel 25 aprile, che ci ha portati alla riconquista della libertà. Ce ne congratuliamo.
Ma sarebbe terribile se un modernissimo «patto dell’oblio » ci impedisse di vedere che sul tema della libertà nel mondo le democrazie sono divise.
Che l’Europa non sa parlare un linguaggio comune. Che in Pakistan le donne sono oppresse come non mai dal fanatismo fondamentalista. Che nessuno ricorda più i monaci in arancione capaci di sfidare la repressione della giunta birmana. E se non si può chiedere all’Italia di chiudere le porte al dittatore bielorusso in visita di Stato, è lecito però chiedere ai governi, a tutti i governi, di includere in qualche pagina della loro agenda la parola «libertà». Per festeggiarla con più serenità e più coerenza. Per il suo presente e futuro. Non solo per il suo posto nel museo del passato.
Tratto da Corriere.it
Ron Paul on CNN American Morning: Legalizing Marijuana
28 aprile 2009Texas: Ron Paul On CNN American Morning
27 aprile 2009Obama è socialista, il Texas pensa a seccedere!.
27 aprile 2009Articolo di Marcello Foa
Per ora è solo una tentazione, ma sempre più credibile, perché condivisa dal governatore del secondo Stato più popoloso degli Usa. Il Texas vuole proclamare la sovranità, invocando il decimo emendamento della Costituzione.
E non è l’unico Stato a muoversi in questa direzione; in altri venti, tra cui California, Pennsylvania, Georgia, Missouri, Montana alcuni parlamentari hanno avanzato richieste analoghe.
Snobbato finora come poco più che folkloristico, il movimento potrebbe prendere consistenza, proprio perché a cavalcarlo è il governatore del Texas, il repubblicano Rick Perry, che l’altra sera ha annunciato il sostegno a una risoluzione bipartisan presentata da quattro deputati del Parlamento locale, che invoca il riconoscimento della sovranità dello Stato, nello spirito dei Padri fondatori, che oggi, a loro giudizio, viene tradito.
«Questo è un appello che rivolgo non solo al Texas, ma a tutta la nazione», ha annunciato Perry in conferenza stampa. «Il governo federale è diventato oppressivo e non possiamo più accettare che venga a dirci come dobbiamo gestire la nostra realtà».
La denuncia è netta ed è mirata contro un’Amministrazione, quella di Obama, e un Congresso, a maggioranza democratica, che, nel tentativo di salvare gli Usa dalla bancarotta, diventano sempre più interventisti, con derive socialiste (a giudizio di alcuni commentatori) e in un contesto che sarebbe addirittura incostituzionale.
Già. Secondo il governatore e molti deputati di entrambi i partiti, Washington sta violando i principi sanciti dal decimo emendamento, arrogandosi decisioni che in realtà spettano ai governi locali.
«Milioni di texani sono stufi di subire le angherie del potere federale», ha affermato Perry, elogiando la risoluzione che prevede l’abolizione di ogni sanzione amministrativa e penale per gli Stati che rifiutano di approvare leggi o finanziamenti decisi a Washington.
Il messaggio è chiaro: gli Usa devono tornare ad essere una vera federazione composta da Stati sovrani che, volontariamente, delegano pochi e limitati poteri al governo centrale.
Oggi invece la Casa Bianca e il Congresso possono costringerli all’obbedienza anche in ambiti come l’educazione, la sanità, la politica dei trasporti e, di conseguenza, hanno l’ultima parola sui finanziamenti.
Washington batte cassa o meglio: decide programmi i cui costi devono, però, essere sostenuti dai contribuenti dei singoli Stati. Quelli in difficoltà finanziaria, come California e Pennsylvania, non ce la fanno e si ribellano; quelli in salute, come il Texas, si chiedono perché mai debbano obbedire e rivendicano il diritto di gestire autonomamente i fondi.
«Abbiamo dimostrato di essere più bravi ed efficienti del governo federale, che sprofonda in un marasma finanziario», ha affermato il governatore: «Per quale ragione dobbiamo continuare ad ubbidire?».
È la domanda che inquieta le istituzioni federali. Ed è significativo che l’annuncio di Perry sia stato ignorato dal governo e, di riflesso, dai grandi media. Sì, il governo ha paura.
Portata alle estreme conseguenze, la ribellione del Texas implicherebbe la secessione; ma anche un ritorno allo spirito dei Padri fondatori appare improponibile.
Con la recessione, un deficit stellare e un esercito enorme da mantenere, Washington ha bisogno soprattutto di stabilità. E allora preferisce tacere, sperando che il silenzio basti a scongiurare il peggio.
TRatto da movimentolibertario.it
Credito, troppa prudenza fa male
27 aprile 2009L’intervento dello Stato ha decisivamente contribuito a causare la crisi e oggi vorrebbe presentarsi come la sua soluzione
Alla radice della crisi, c’è l’eccessiva assunzione di rischi da parte degli operatori finanziari e delle famiglie, specie negli Stati Uniti, nel periodo in cui il debito era a buon mercato e il mercato immobiliare prometteva di espandersi indefinitamente. Con il senno di poi, si sarebbero forse dovute assumere misure tendenzialmente restrittive come l’elevazione dei requisiti patrimoniali delle banche, la definizione di limiti all’indebitamento, regole sugli intermediari non bancari e sugli strumenti derivati. Così come si sarebbe dovuto indurre le famiglie a indebitarsi di meno.
Il problema che dobbiamo affrontare oggi è agli antipodi di quello di ieri. Gli operatori economici appaiono troppo poco disposti ad assumere rischi e si preoccupano di ridurre il debito, risparmiare e rimanere quanto più possibili liquidi. L’esperienza della crisi ha modificato radicalmente la psicologia degli operatori e i loro comportamenti concreti.
La faccenda non sarebbe tanto complicata se fossimo convinti di trovarci di fronte ad un problema legato all’andamento del ciclo economico, se cioè pensassimo che, usciti dalla recessione, gli operatori torneranno ai comportamenti pre-crisi, all’euforia e agli eccessi di allora. Ma non è affatto detto che sia così.
E’ vero che la ritrovata prudenza del consumatore americano potrà essere in parte bilanciata da un maggiore dinamismo delle economie emergenti (Cina, India, Brasile, Russia ecc.). Ma è anche vero che lo shock finanziario ha colpito in profondità anche la psicologia degli operatori di quei paesi. E comunque senza la domanda interna continenti come l’Europa o il Nord – America non sono in grado di crescere.
Queste considerazioni non escludono che alcuni correttivi possano essere introdotti sin da ora; ad esempio, sarebbe già un bel passo avanti se si riuscissero a condividere alcuni standards legali fra paesi diversi o ad attuare alcune delle proposte del rapporto de Larosière volte a ridurre la frammentazione dei sistemi di vigilanza in Europa o quelle del Financial Stability Forum riguardo alla gestione delle crisi bancarie cross-border. Inducono però ad essere molto cauti quando si parla di grandi riforme del sistema finanziario internazionale.
Ad analoga cautela si giunge leggendo il volume La crisi ha ucciso il libero mercato? (a cura di Alberto Mingardi, IBL Libri, marzo 2009), che, implacabilmente, mette in fila gli errori fatti dai regolatori e dalla politica negli anni che hanno preceduto la crisi. Questi errori – o meglio, quelli che oggi, con il senno di poi, riconosciamo come errori – sono talmente evidenti da suggerire un bel surplus di cautela nel cambiare, per l’ennesima volta, le regole. Norme recentissime, frutto di complessi compromessi fra gli interessi di diversi settori e nazioni, non hanno retto alla prova della crisi.
Basilea II e i nuovi standard contabili internazionali dovevano essere l’ultima parola in materia, rispettivamente, di stabilità delle banche e di trasparenza dei bilanci.
Non tutti i lettori condivideranno l’opinione degli autori secondo cui il libero mercato è stato più la vittima che l’agente di questa crisi. Ma si deve convenire con Mingardi che “il gioco lobbistico non si placa all’ombra della catastrofe. Quando grandina, la forza di gravità non si prende una vacanza”.
Da Il Sole 24 Ore, 16 aprile 2009
Governor Perry: Austin Tea Party
26 aprile 2009Il Texas minaccia Washington: secessione
26 aprile 2009Il governatore Rick Perry: «la casa bianca interferisce nella vita dei nostri cittadini»
La Camera ha approvato una risoluzione che ordina di «vietare o respingere misure lesive della indipendenza»
WASHINGTON – Il Texas, lo stato dei cow boy e di George W. Bush, minaccia la secessione dal resto dell’America. In Parlamento a Austin, la capitale, la Camera ha approvato la risoluzione 50 (50 è il numero degli Stati americani), che ordina di «vietare o respingere» tutte le misure imposte da Washington «lesive della nostra indipendenza». Secondo la risoluzione, le penali previste dal governo federale in caso di inadempienza, per esempio il ritiro di finanziamenti, sono «illegittime». Il pugnace governatore Rick Perry, un repubblicano, non la ha solo appoggiata, ha anche accusato Washington di «opprimere i texani, interferendo nella vita dei cittadini e nella conduzione dello Stato».
CONFLITTI DI POTERE – Intervistato da una tv, Perry ha dichiarato che «per il momento non c’è ragione di secedere, ma se Washington non cessasse le sue intrusioni i texani potrebbero decidere di farlo». Il governatore ha sostenuto che nel 1845, quando si unì al resto dell’America, il Texas si riservò il diritto di staccarsene in qualsiasi momento.
In realtà, il diritto non gli fu mai riconosciuto: nel 1861, allo scoppio della Guerra civile, il Texas si proclamò indipendente, ma quando il Sud perse venne riassorbito. In America non passa però decennio senza che qualche Stato minacci la secessione, dall’Alaska al Vermont all’Alabama. Nel 2007 nel Tennessee si svolse persino una «Convention secessionista». Alla radice del periodico irredentismo c’è il conflitto di potere tra i 50 Stati dell’Unione e Washington, questa volta aggravato dalla crisi finanziaria ed economica.
Perry, un neocon che vuole essere rieletto nel 2010, ha giocato la carta dell’autonomia durante i tea parties, i raduni del tè, le dimostrazioni popolari di protesta contro il fisco e le enormi spese dello Stato. Il governatore è contrario ad alcuni dei sussidi stanziati da Obama per le banche e per le imprese in difficoltà, e li ha denunciati come «un’ipoteca sul futuro dei nostri figli».
LEGA AUTONOMISTA – Il messaggio del Texas a Obama, ha detto, «è: non ficcare il naso nei nostri affari». Sono su posizioni analoghe altri due governatori repubblicani, Bobby Jindal della Lousiana e Mark Sanford della Nord Carolina.
Nel sud, la cui secessione dal resto dell’America causò la guerra civile, esiste una «Lega» degli autonomisti. Per alcuni anni inoltre qualche leader nero, compreso Jesse Jackson, discusse se separare l’America di colore da quella bianca.
Nel nord il movimento non è organizzato, ma si manifesta nelle forme più bizzarre: anche a New York c’è chi chiede la totale indipendenza sia dallo Stato sia da Washington. Al Congresso e alla Casa Bianca tuttavia questi fremiti irredentisti lasciano il tempo che trovano. La legge è chiara: per separarsi, uno Stato deve ottenere l’autorizzazione degli altri 49.
Tratto da Corriere.it
25 Aprile: Simbolo di chi vuole Libertà
25 aprile 2009
La Banca Centrale Europea
25 aprile 2009L’introduzione della moneta unica europea offre un esempio da manuale di quanto diffusi continuino ad essere alcuni errori elementari di economia
Articolo di Antonio Martino
Nel dibattito aperto dal lungo ed interessato articolo di Giorgio La Malfa, la mia opinione tende ad essere vicina a quella di Guido Tabellini. La cosa stupirà, immagino, qualche lettore fuorviato dall’etichetta di euro-scettico che i benpensanti nostrani hanno ritenuto opportuno affibbiarmi.
Un’etichetta del tutto immeritata, come sanno quanti hanno avuto interesse ad appurare quali fossero le mie idee prima di lanciarmi quel tremendo anatema. Ero, e rimango, contrario alla moneta unica europea non perché sia convinto che non sia desiderabile – a certe condizioni può essere molto utile – ma perché ritengo sia stato sbagliato il modo in cui è stata introdotta e perché ero convinto che la “costituzione monetaria” su cui si basa fosse debole.
L’introduzione della moneta unica europea offre un esempio da manuale di quanto diffusi continuino ad essere alcuni errori elementari di economia. Il valore di una moneta fiduciaria, priva cioè di una base reale com’era all’epoca del gold standard, si basa sulla fiducia che in essa ripongono quanti la usano.
Quel valore non può essere determinato a priori nemmeno dai più grandi geni della scienza lugubre, ma si determina alla fine di un processo, più o meno lungo, posto in essere dai miliardi di decisioni effettuate dai molti milioni di persone nella loro attività giornaliera nel corso del tempo.
Se potesse essere predeterminato a tavolino da un illuminato gruppo di esperti, la povertà non sarebbe più esistita da molti secoli. Se fosse possibile prendere un pezzo di carta macchiata d’inchiostro e stabilire che il suo potere d’acquisto è, oggi e per sempre, esattamente pari a quello di 1936,27 lire italiane, basterebbe stamparne ininterrottamente enormi quantità e distribuirle. Tutti diverremmo ricchi; purtroppo non è così.
Ammesso che al momento della sua introduzione l’euro avesse davvero un potere d’acquisto pari a 1936,27 lire, e non lo sappiamo, ormai non è più così. Secondo un’opinione assai diffusa, se compra quanto si acquistava con mille lire è già una fortuna. Il che significa che il processo di introduzione dell’euro ha tagliato a metà il potere d’acquisto del nostro reddito e di tutte le attività espresse in moneta.
Quanto alla “costituzione monetaria” europea la mia perplessità era che non fosse sufficiente dire che la Bce deve perseguire la stabilità monetaria, occorre anche stabilire quali conseguenze avrebbe una sua gestione monetaria destabilizzante. Se la politica monetaria europea produce inflazione o recessione, chi ne risponde ed a chi?
Sembrerebbe che il governatore della Bce risponda solo al Padreterno del suo operato. Temevo quindi che la politica monetaria europea, già fortemente limitata dal fatto di essere del tipo “one size fits all” cioè uguale per economie nazionali molto diverse, avrebbe potuto essere destabilizzante. Fortunatamente, proprio in questi calamitosi frangenti non è stato così e dal confronto con la politica monetaria americana la Bce esce chiaramente vincente. Negli USA, la Fed ha commesso errori che spiegano in larga misura l’origine della crisi e preludono a gravi problemi futuri.
Alan Greenspan, nel nobile tentativo di evitare una recessione, ha condotto per anni una politica aggressivamente espansiva che non si è tradotta in aumenti dei beni di consumo solo grazie all’azione di calmieramento delle importazioni a buon mercato. Ma quella forte crescita monetaria è stata certamente responsabile dell’aumento del prezzo delle case e dell’esplosione dei valori azionari. Ricordo che a proposito di questo boom del prezzo delle azioni Milton Friedman ebbe a ricordare che, mentre una crescita annua della Borsa intorno al 7% è possibile e storicamente realizzata per molti decenni, incrementi del 20% all’anno sono insostenibili e preludono a forti correzioni al ribasso.
Quanto al boom dei valori immobiliari, l’autodifesa di Greenspan non convince: la sua politica monetaria espansiva ha determinato e consentito un enorme aumento della domanda di case con inevitabile conseguente aumento del loro prezzo. Ben Bernanke su pressione dell’amministrazione Obama sta commettendo lo stesso errore: la fortissima espansione monetaria che caratterizza la politica della Fed prelude ad una inflazione che riguarderà in misura diversa i prezzi dei beni di consumo, delle azioni e di altre categorie.
Il mio timore è che gli Stati Uniti, grazie alla sconsideratezza della politica del giovane neo-presidente, si avviino a tornare ai tempi di Jimmy Carter quando il misery index (una sua bizzarra invenzione realizzata sommando il tasso d’inflazione a quello di disoccupazione) superava il 20%. La stagflazione, coesistenza di ristagno ed inflazione, potrebbe benissimo caratterizzare l’economia americana nel medio periodo. La Bce, viceversa, pur con alcuni errori fra cui quelli rilevati da Tabellini, ha fatto enormemente meglio.
La sua prudenza, giudicata eccessiva da quanti non credono che la stabilità monetaria sia importante, in realtà potrebbe benissimo garantire alle economie europee prospettive migliori rispetto all’economia americana. La certezza non è di questo mondo (tranne che per la morte e le tasse); sarà il tempo a dire se questa mia opinione sia o meno fondata.
Tratto da Brunoleoni.it
Uomopollomaiale: Virus H1N1
24 aprile 2009
Inquietanti analogie storiche
24 aprile 2009Amity Shlaes suggerisce preoccupanti analogie fra gli errori commessi nel 1929 e quelli dei nostri giorni
Articolo di Antonio Martino
Se la storia si ripeta o meno è un problema irrisolto, ma gli avvenimenti contemporanei ricordano un decennio orribile del secolo scorso: gli anni Trenta.
Possiamo solo sperare che stavolta le cose vadano meglio. Un recente libro di una giovane studiosa di storia economica, Amity Shlaes, (The Forgotten Man) suggerisce preoccupanti analogie fra gli errori commessi dopo il crollo di Wall Street nel 1929 e quelli dei nostri giorni.
Sia il trentunesimo presidente americano, Herbert Hoover (1929 – 1933), sia Barack Obama hanno adottato aumenti delle imposte “sui ricchi” ed elargizioni di sussidi “ai poveri” fra gli strumenti di contrasto della crisi.
Entrambi si sono lasciati andare a misure protezionistiche: il famigerato Smooth – Hawley Tariff Act del 1930 di Hoover scatenò la guerra commerciale che trasformò un serio crollo di borsa nel più tragico episodio di patologia economica della storia; Obama con la politica di “buy American” volta a privilegiare l’acquisto di prodotti americani a scapito di quelli importati potrebbe innescare una guerra commerciale con conseguenze analoghe.
Sia Hoover sia F. D. Roosevelt dopo di lui fecero ampio ricorso ad aumenti delle spese pubbliche ed intervento dello Stato nell’economia; Obama sta spendendo migliaia di miliardi di dollari in grande profusione senza curarsi delle conseguenze che quest’aumento senza precedenti della spesa pubblica immancabilmente produrrà nel giro di pochi mesi.
Le politiche di Hoover e Roosevelt secondo non solo Amity Shlaes ma la maggioranza degli storici dell’economia americana prolungarono la Grande Depressione, rendendola la più lunga del XX secolo. A giudizio di molti economisti, compreso chi scrive, c’è il concreto rischio che la dilapidazione di queste astronomiche cifre produrrà effetti analoghi.
Stiamo per infilarci nuovamente nell’incubo di un’altra Grande Depressione? E’ presto per dirlo e personalmente ne dubito. Finora i dati non giustificano il paragone: il numero di disoccupati è aumentato ma siamo ben lungi da quel 25% che caratterizzò il decennio 1931-41; anche se il reddito un po’ ovunque è in calo, la diminuzione è contenuta in valori sopportabili.
Infine, le possibilità di ripresa delle economie avanzate ma anche di quelle meno sviluppate sono molto maggiori oggi di quanto fossero all’epoca della Grande Depressione.
Le analogie, però, non si limitano alla situazione economica. Gli anni Trenta furono anche gli anni dell’affermarsi del nazismo, dello sviluppo di un antisemitismo virulento e sanguinario, gli anni in cui la voce di chi, come Winston Churchill sosteneva la necessità di affrontare il nazismo e riarmarsi, veniva sopraffatta dalla politica dell’appeasement, l’idea che con le armi della diplomazia si potesse arrivare ad un accomodamento con Hitler scongiurando il conflitto.
Il coronamento si ebbe con l’accordo di Monaco del 29 settembre 1938. Il commento di Churchill, rivelatosi profetico, fu: “Gran Bretagna e Francia dovevano scegliere fra la guerra ed il disonore. Hanno scelto il disonore. Avranno la guerra.”
Com’è ovvio, non sto suggerendo che Ahmadinejad sia pericoloso quanto Hitler né tanto meno che l’Iran sia una potenza militare paragonabile alla Germania nazista.
Non sto nemmeno insinuando che l’apertura un po’ goffa di Obama all’Iran degli ayatollah possa essere equiparata alle illusioni di Neville Chamberlain. Sarebbe tuttavia difficile negare che oggi come allora l’Occidente si trova a dover fronteggiare la minaccia del fanatismo antisemita ed antioccidentale e che nuovamente il suo atteggiamento sembra improntato alla convinzione che qualsiasi problema possa essere risolto col “dialogo”, cioè con le chiacchiere.
Herbert Hoover al momento della sua elezione nel 1929 era popolarissimo, proprio come Obama; oggi Hoover è diventato sinonimo di incompetenza, arroganza e cattiva amministrazione.
Possa un destino benevolo risparmiare ad Obama una sorte così ignominiosa ed a noi il ripetersi di una catastrofe prodotta dalle buone intenzioni di un presidente inetto.
Tratto da Brunoleoni.it
Ron Paul Secession
24 aprile 2009Rapaci: Il disastroso ritorno dello Stato nell’economia italiana
23 aprile 2009
Le privatizzazioni hanno cambiato l’Italia, ma il meno che si possa dire è che i benefici non sono stati equamente distribuiti.
Il 40% dell’economia è tuttora in mano allo Stato, spesso il monopolio pubblico è stato sostituito da monopoli privati, gli enti pubblici sono terreno di pascolo per amici, parenti, potenti passati o futuri, e i (presunti) manager non rispondono mai di sprechi, follie e risultati fallimentari.
Nel suo nuovo documentato atto d’accusa, Sergio Rizzo mostra il quadro desolante di un’Italia in cui gli sfruttatori pubblici immobilizzano il cambiamento.
Come ingigantire la depressione
23 aprile 2009Mentre a parole tutti sono contrari al protezionismo, le misure adottate puntano in una diversa direzione, che non promette niente di buono
Ban Ki-moon, Segretario generale delle Nazioni Unite, sperava che il G20, il gruppo delle economie più industrializzate e sviluppate, si impegni “a sostenere un pacchetto di stimolo internazionale che vada oltre a quanto già deciso a livello nazionale”. In caso cotnrario “la crisi economica potrebbe presto essere aggravata da una crisi della stabilità globale altrettanto grave”.
Ad ogni modo, a meno che si trovi una nuova direzione al commercio globale, il summit è stato l’ennesimo salotto d’affari.
Tutti asseriscono di riconoscere negli scambi la migliore via d’uscita dalla recessione, ma di solito ciò avviene secondo i propri termini: numerosi paesi sviluppati e in via di sviluppo hanno già innalzato barriere alle importazioni.
Lo scorso novembre, il leader del G20 firmarono un impegno contro il protezionismo e ciononostante, dice la Banca mondiale, nella seconda metà del 2008, 17 paesi su 20 hanno attuato 47 misure volte mirate alla restrizione del commercio.
Tali provvedimenti faranno sì che la contrazione dell’economia mondiale si protragga più a lungo del necessario.
Secondo l’International Food Policy Research Insitute di Washington, se tutti i Paesi seguissero la stessa linea, l’aliquota globale dei dazi alle importazioni raddoppierebbe e ciò causerebbe alla lunga una riduzione del del 7,7% del commercio mondiale.
Già ora, le esportazioni di Cile, Corea del Sud e Taiwan sono diminuite del 20% circa, e quelle dell’Africa del 30%.
Il libero scambio rappresenta un guadagno per tutti, ma i protezionisti pretendono di agire nell’interesse nazionale e rafforzare lo stato tassando le importazioni.
Benché sul breve periodo ciò possa esibire un apparente successo, le politiche protezionistiche diventano ben presto vittima di interessi costituiti e di soggetti “bene ammanigliati”, mentre aumenta i prezzi per tutti, riducendo la scelta e provocando la ritorsione da parte di altre nazioni, come l’Africa ha disastrosamente dimostrato per decenni.
I sostenitori dell’imposizione di limiti alle importazioni – quali il gruppo di pressione Oxfam – pretendono di incrementare le esportazioni, minimizzare le importazioni e produrre un surplus commerciale. Essi favoriscono anche la protezione delle industrie nascenti, sostenendo che creeranno industrializzazione, credendo essi che una nazione possa solo guadagnare a spese delle altre. Nella vita reale, invece, il commercio richiede un compratore volontario e un venditore volontario, entrambi desiderosi di compiere la transazione.
Molti Paesi africani hanno fatto ricorso ad argomentazioni protezionistiche analoghe fin dalla loro indipendenza. Molte delle loro industrie protette si sono tramutate un salasso per l’erario, essendo inefficienti e costose.
La triste realtà è che il protezionismo non protegge neppure i posti di lavoro e le industrie nazionali. Anzi, li distrugge danneggiando una concorrenza efficiente e le aziende che dipendono su componenti importati.
È per questo motivo che la maggior parte dei Paesi sub-sahariani sono ancora poveri mentre negli ultimi 50 anni altri Paesi del mondo si sono tirati fuori dalla povertà.
Purtroppo altri Paesi si stanno unendo al coro protezionistico. Gli incrementi delle tariffe includono soltanto la metà circa delle restrizioni introdotto finora dal G20. Il Governo statunitense sta sostenendo l’industria automobilistica nazionale, ostacolando l’accesso di concorrenti più efficienti e facendo sì che le automobili siano più costose per gli americani.
La Cina sta considerando sussidi e considerevoli sconti fiscali alle esportazioni di acciaio. L’India ha messo al bando i giocattoli cinesi, la Cina ha bandito la carne di maiale irlandese e l’Unione europea ha approvato nuovi sussidi all’esportazione di burro, formaggi e latte in polvere. In Gran Bretagna, gli agitatori più sciovinisti, i sindacati e il Primo Ministro esigono a gran voce “posti di lavoro britannici per lavoratori britannici”.
Molti Paesi attueranno senza troppa pubblicità misure protezioniste meno evidenti, modificando gli standard riguardanti le norme sulla salute e la sicurezza, i requisiti tecnici, le licenze e la certificazione.
Si tratta di un’economia “fai da te”, fondata su assunti che non sono suffragati né da una qualsiasi analisi economica, né dal minimo dato di fatto empirico. Come di consueto, saranno i poveri a soffrire di più.
Tra il 1986 e il 2007, i dazi doganali crollarono in tutto il mondo, dal 26 al’8,8%, facendo crescere l’economia mondiale grazie al commercio globale. Gli scambi, per giunta, abbracciarono un numero crescente di Paesi: a partire dal 2000 i Paesi in via di sviluppo quasi raddoppiarono la loro quota di esportazioni a livello mondiale fino a raggiungere il 37% nel 2007.
Una ripresa del protezionismo soffocherebbe la ripresa interna e internazionale. È una follia che i politici optino per barriere commerciali quando ad essere in pericolo sono posti di lavoro e salari.
I Paesi del G20 devono seguire le loro stesse raccomandazioni in merito al libero scambio e convincere tutti i loro partner commerciali a fare lo stesso, singolarmente o collettivamente. Il libero scambio ha funzionato in passato e continua a funzionare oggi. E, se lo lasciassimo agire indisturbato, funzionerà ancora meglio.
Thompson Ayodele è direttore esecutivo di Initiative for Public Policy Analysis, un think tank con sede a Lagos, Nigeria.
Da The Korea Times, 1 aprile 2009
I dos caballeros
22 aprile 2009
In difesa dei paradisi fiscali
22 aprile 2009Se i paradisi fiscali scomparissero saremmo alla mercé delle propensioni spenderecce dei politici, dotati di appetiti insaziabili e di totale mancanza di responsabilità
Articolo di Antonio Martino
Si va diffondendo sempre più fra “quelli che contano” la tendenza ad addossare gravi responsabilità, specie in relazione alla crisi in atto, ai “paradisi fiscali”, a quei paesi cioè che hanno regimi tributari meno onerosi per i contribuenti. Che ai governanti l’esistenza di paradisi fiscali dia fastidio è facilmente comprensibile: quei paesi, infatti, ove gli altri paesi esagerassero con l’imposizione, finirebbero per accogliere capitali in fuga dagli stati che eccedono col torchio fiscale. Stando così le cose, l’esistenza di paesi con regimi fiscali tollerabili finisce col costituire un vincolo per gli altri paesi, che non possono abusare della loro potestà impositiva, pena la fuoriuscita di capitali che emigrano verso ambienti meno ostili.
Tuttavia, se questo spiega perché i detentori del potere detestino i paradisi fiscali, spiega anche perché la loro esistenza costituisca un elemento straordinariamente positivo del nostro mondo. La propensione di tutti i governi, niente affatto esclusi quelli democratici, è di tassare e spendere per acquistare consenso. In quasi tutti i paesi del mondo il rapporto fra le spese pubbliche ed il reddito nazionale è aumentato vertiginosamente nel corso del XX secolo e lo stesso vale ovviamente anche per la pressione tributaria. Come altra volta ricordato, nel 1900 la spesa pubblica assorbiva il 10% del prodotto interno lordo, nel 2000 ne portava via la metà. L’incidenza sul reddito delle spese pubbliche è aumentata di ben cinque volte in un secolo.
La spiegazione del fenomeno è semplice ed è stata magistralmente illustrata da Anthony de Jasay, il massimo filosofo sociale vivente, nel suo capolavoro The State. L’autore analizza in modo rigoroso ed ineccepibile le ragioni per le quali lo Stato ha una tendenza ad espandersi ininterrottamente; pessimisticamente, l’ultimo capitolo del suo libro è intitolato “la piantagione”, una situazione in cui saremo tutti di proprietà dello Stato, suoi schiavi. Fintantoché i politici useranno i nostri soldi “per fare del bene”, nella convinzione che l’operazione sia utile ad acquisire loro consenso, la spesa pubblica e le tasse continueranno a crescere senza sosta. A nulla, secondo de Jasay, valgono i vincoli costituzionali perché “una cintura di castità con la chiave a portata di mano può solo ritardare ma non impedire che le cose riprendano il loro corso naturale”.
L’esistenza di paesi con regimi fiscali favorevoli è, quindi, straordinariamente importante per i cittadini di tutti gli altri paesi perché rappresenta un efficace deterrente alla loro propensione di tartassare i contribuenti. Se un paese esagera con le tasse può essere certo che subirà una fuga di capitali verso ambienti fiscali meno vessatori e questo timore gli impedisce di esagerare.
Intendo dire che la concorrenza costituisce sempre il meccanismo più efficace di contenimento e controllo del potere. Se il numero di venditori è elevato, nessuno di loro può strafare perché sa che i suoi clienti si rivolgeranno a venditori meno esosi. Se gli acquirenti sono molti, nessuno di essi può sfruttare il venditore imponendogli prezzi da confisca; se ci provasse, quello si rivolgerebbe ad un altro acquirente meno avaro. Se c’è concorrenza di politiche fiscali, nessuno Stato può esagerare perché sa che i suoi contribuenti “voteranno con i piedi”, trasferendosi in paesi meno ingordi o facendo emigrare i propri capitali.
E’ per queste ragioni che, trovandomi così in dissenso col mio amico Mario Monti, mi sono sempre opposto alla armonizzazione fiscale in Europa. Quella armonizzazione si sarebbe anzitutto realizzata innalzando le aliquote più basse per uniformarle a quelle più alte, con conseguente aumento della fiscalità in tutta l’Unione Europea. Non solo, ma un’Europa nella quale tutti i paesi avessero lo stesso regime fiscale sarebbe priva di concorrenza fra sistemi tributari e quindi sprovvista di quel vincolo agli abusi del fisco che solo la concorrenza fra politiche tributarie diverse può garantire.
Per questo, l’accanimento dei grandi del mondo contro i “paradisi fiscali” mi preoccupa: se scomparissero saremmo alla mercé delle propensioni spenderecce dei politici i quali, come i neonati, sono dotati di appetiti insaziabili da un lato e totale mancanza di responsabilità dall’altro! E sorvolo sul fatto che nessuna persona sensata, potendo scegliere, preferirebbe vivere in un inferno anziché in un paradiso fiscale.
Tratto da Brunoleoni.it
Per una costituente del movimento giovanile del Partito Liberale Italiano
21 aprile 2009La fase costituente del movimento giovanile del P.L.I., sembra giunta ai suoi primi passi, è doveroso pertanto proceder le mosse della fondazione del movimento giovanile del P.L.I., attraverso quei primitivi compiti fondativi che siam chiamati a porre in essere, per la creazione del movimento giovanile.
Mi par quindi doveroso ricordar le priorità fondazionali del movimento giovanile, che ad oggi sono:
1. il simbolo;
2. il nome;
3. il programma;
4. lo statuto;
5. la registrazione delle 100 firme di tesserati al movimento giovanile, che verranno depositate dal notaio per dar esistenza giuridica al movimento.
Inoltre per uno sviluppo formativo ed organizzativo del movimento giovanile, vengono necessariamente richiamati i seguenti argomenti:
6. incontri di formazione;
7. partecipazione od organizzazione di manifestazioni o eventi di piazza in causa alle tematiche a noi più vicine (diritti civili, riforma universitaria, welfare…);
8. mezzi di divulgazione (sito ed organi di stampa);
9. organizzazione territoriale del movimento.
Questi sono i compiti che devono esser assolti dai Dirigenti Nazionali del P.L.I., interessati al movimento giovanile.
Quel che può esser richiesto alla Direzione Nazionale riferisce pragmaticamente all’opera di coadiuvazione, posta in essere per la nascita del movimento giovanile del P.L.I.
Nei 9 punti è racchiusa tutta l’attività essenziale che deve esser fatta per la nascita del movimento, non chiacchere, non linee filosofiche per massimi sistemi, bensì solo lavoro nel quale impegnarsi collettivamente.
A me piace pensare che i giovani militanti abbiano voglia di spendersi per la creazione del movimento giovanile, piace altrettanto pensar che sia possibile organizzare delle commissioni consultive che si prendano il compito di presentar il loro lavoro, entro scadenze precise. Logicamente la creazioni di più commissioni trae la sua ratio in primis, dalla necessità d’un coinvolgimento di amplio respiro che sia in grado quindi, di stimolare tutti i giovani militanti interessati a far crescer il movimento giovanile. Propongo quindi, se il numero degl’interessati lo consente, di costituire più commissioni per le priorità suesposte, alternativamente si procederà con un’unica commissione consultiva, che dovrà sviluppare i necessari adempimenti finalizzati alla fondazione del movimento giovanile del P.L.I.
La politica vuole risposte, lavoro, organizzazione e capacità. Queste componenti fanno l’essenza del nostro lavoro, mi auguro in questo clima di poter portare avanti il movimento giovanile, ringraziando doverosamente quei giovani militanti interessati al progetto fondazionale del movimento giovanile del P.L.I.
Colgo l’occasione per ricordare il forum ufficiale del movimento giovanile, sede propria di discussione, delle iniziative di dibattito.
Rimango a disposizione per eventuali delucidazioni, nonché per raccoglier le adesioni di tutti coloro che possano esser interessati al progetto fondazionale del movimento giovanile.
Dott. Enrico Saponaro, Consigliere Nazionale del PLI. Giovani del PLI.
p.s. Sono raggiungibile nel profilo di Facebook e via mail agl’indirizzi enrico.saponaro@hotmail.it – enrico.saponaro@partitoliberale.it .
Link di collegamento al Forum ufficiale del movimento giovanile: http://noiabbiamounsogno.org/forum/index.php
“Obamafinger” e l’operazione Grande Slam
21 aprile 2009

Chi ha preso l’oro di Fort Knox?
21 aprile 2009Parte dei lingotti sarebbe stata venduta in segreto per sostenere il dollaro
Articolo di Glauco Maggi
E’ tutto oro quello che luccica a Fort Knox? Cioè: sono veramente lo zoccolo duro della ricchezza del governo americano i 137 miliardi di dollari in lingotti stipati nella cassaforte del Kentucky, la più famosa al mondo? In tempi di sfiducia galoppante sul valore reale dei titoli tossici che hanno avvelenato i bilanci delle banche di mezzo mondo, all’interno dello stesso Congresso di Washington e da un gruppo di attivisti pro-trasparenza è stato lanciato l’allarme sul fatto che l’oro conservato nei forzieri federali potrebbe non essere davvero tutto di proprietà piena degli Usa: senza ipoteche, senza essere diventato garanzia per operazioni con enti internazionali.
Insomma, che sia nella totale disponibilità del governo.
«Sono ormai vari decenni che l’oro conservato a Fort Knox non è stato sottoposto a una revisione condotta indipendentemente, o analizzato contabilmente in modo appropriato», ha dichiarato al Times di Londra Ron Paul, il deputato del Texas che ha depositato una proposta di legge a questo scopo.
«Il popolo americano merita di conoscere la verità».
Paul è un repubblicano, della corrente libertaria che è la più diffidente verso il governo di Washington, qualunque sia il partito dominante.
Alle ultime presidenziali si è candidato alle primarie, unico nel suo partito, favorevole al ritiro immediato dall’Iraq essenzialmente per motivi di spesa, in linea con l’obiettivo di un rigore fiscale nei conti pubblici che il deficit gonfiatosi già sotto Bush, ed oggi in ulteriore esplosione per gli investimenti e le spese volute da Obama, appare una chimera.
Almeno, è il succo dell’indagine richiesta da Paul e dagli altri 21 parlamentari che hanno confermato la sua mozione, cominciamo con l’assicurarci che in casa abbiamo oro vero, nostro.
Che il governo non abbia venduto l’argenteria. Allo stesso obiettivo di una conoscenza rassicurante sullo stato delle casseforti federali punta anche un comitato di attivisti per la trasparenza degli atti di governo chiamato Gata (Gold Anti-Trust Action), che ha incaricato gli avvocati dello studio William J. Olson, della Virginia, di sfidare Obama ad essere fedele a quanto ha promesso in campagna elettorale, quando ha detto di voler portare il governo «ad un livello di apertura mai visto in precedenza».
Tra qualche giorno i legali presenteranno una richiesta specifica in base alla legge sulla Libertà d’informazione che obbliga tutte le amministrazioni pubbliche a rivelare i documenti delle loro azioni.
Nel caso di Fort Knox, «prendiamo sul serio le promesse del presidente», ha detto Chris Powell del Gata, che protesta per il fatto che nei siti del Tesoro «non esiste alcun dettaglio sulle riserve d’oro», sulla reale proprietà e sulle eventuali attività di trading.
Molti investitori in oro sospettano che gli Stati Uniti abbiano utilizzato nel passato, o possano farlo in futuro, i lingotti segreti di Fort Knox per manipolare i prezzi del metallo, magari vendendolo per abbassarne il valore di mercato con il fine di sostenere il dollaro.
Le quotazioni dell’oro sono fluttuanti come quelle del dollaro da quando Nixon decise di sganciare il biglietto verde dal rapporto fisso con il metallo giallo.
Il Tesoro Usa ha sempre negato che le riserve d’oro siano mai state messe a rischio con transazioni speculative e il sito ufficiale del governo sostiene laconicamente che le riserve «sono di proprietà degli Stati Uniti».
Sebbene sia in pratica un sinonimo di oro per il pubblico mondiale, Fort Knox non è il posto in America dove è ammassata la maggiore quantità di lingotti.
Il monumentale palazzo, chiamato «The United States Bullion Depository», costruito nel 1936 in Kentucky nella preesistente base militare dedicata al generale della guerra rivoluzionaria Henry Knox, ne conserva per 4167 tonnellate, meno delle 5000 che sono custodite nel caveau sottoterra della Federal Reserve di New York, ricavato nella roccia dura di Manhattan.
La differenza fondamentale è che la Fed di New York è in pratica la cassetta di sicurezza del globo, visto che tutti i Paesi, Cina compresa, vi tengono depositate proprie riserve in oro.
Fort Knox è sempre stata invece la cassaforte dell’oro americano.
Prima del 1932, quando fu eletto Franklin D. Roosevelt, le monete d’oro circolavano come moneta legale, e i lingotti erano posseduti da banche e privati: come parte del New Deal, nel 1933, il Congresso votò per rimuovere l’oro dalla circolazione come moneta, e dichiarò illegale il possesso di oro, con le eccezioni delle monete da collezione e dei gioielli.
Tutto l’oro fu così sequestrato, al cambio fisso di 20,67 dollari per oncia, e si creò il problema di dove metterlo.
Di qui, l’idea del Bullion Depository.
Seconda differenza tra i due superforzieri è che Fort Knox non è aperto ai visitatori per nessuna ragione, mai, mentre la Fed di New York organizza visite guidate ai suoi caveau.
Ogni governo-cliente vi ha una propria stanza, e quando decide di vendere qualche lingotto a un altro paese, è il personale della Fed a spostare fisicamente l’oro da una camera all’altra.
Tratto da Lastampa.it
Verso le Europee: il curioso caso dei Radicali italiani di Marco (Guru) Pannella (2° e ultima parte)
20 aprile 2009
Tale esperienza il particolare del 2001 dovrebbe a maggior ragione far riflettere i radicali, in quanto non solo quella è la stessa attuale soglia di sbarramento da superare (benchè il sistema elettorale europeo sia differente ieri come oggi rispetto a quello politico italiano); ma tale supponenza e autosussistenza radicale, non riuscì a colmare e raccogliere da sola l’intera galassia liberale e riformatrice italiana (in particolare i radicali si distaccarono da posizioni culturali e politiche economiche di un centrodestra libertario illudendosi di vedere a sinistra “il sol dell’avvenire”).
Lo scenario bipolarista, è cambiato ed è addirittura peggiorato, e certamente se i radicali pensano di poter togliere al PD voti ed elettori delusi in vista della loro lista, si sbagliano clamorosamente, in quanto (vedi gli ultimi referendum) l’elettorato di sinistra è poco ricettivo alle istanze radicali e al loro modo di essere condotte, ancor meno rispetto a noialtri liberali (per ovvi motivi di difformità culturali e ideologiche), l’elettorato di sinistra, preferisce per lo più l’astensione e il voto verso Di Pietro (e forse la Lega), piuttosto che verso i radicali.
E il richiamare voti dal centrodestra, è quasi impossibile per i radicali, data l’attuale ambigua collocazione entro un PD che tutto è fuorchè liberale e libertario; nonostante gli strani “ammiccamenti” tra la Bonino e Brunetta.
La stessa storia della RNP, dovrebbe inoltre far riflettere l’esito di una collaborazione impossibile tra liberali e socialisti (a maggior ragione entro il parlamento europeo dove sono due distinte forze politiche!) per coerenza e appeal elettorale.
In tutti i sondaggi non solo l’ipotesi di una lista Bonino non è neppure presa in considerazione, ma neppure ha alcuna chance di poter da sola superare il 4% (neppure i due partiti comunisti e Vendola hanno tale possibilità); certo Pannella potrebbe dire che ciò non importa, e che deriva dal regime e dalla sua disinformazione; ma noi pensiamo anche che egli debba produrre anche qualche autocritica sul proprio operato degli ultimi due decenni e su alcune mosse da sempre prese in controtendenza a qualsiasi logica di prospettiva.
E tale dicotomia tra le teoretiche posizioni di Marco e gli intenti ben più pragmatici di Emma, nel partito sono potenzialmente un cortocircuito che riguarda lo stesso futuro e assetto di direzionalità radicale.
I radicali vogliono battere questo regime partitocratico, eppure restano volentieri (fosse per loro), ancorati allo scoglio PD, cercando quanto possibile una visibilità da questi negata; vogliono creare un cambiamento di rivoluzione liberale e di legalità, eppure restano loro stessi i primi a non voler produrre conseguenze ed atti tali a dare seria e credibilità fattualità al loro vissuto e alla loro retorica; sono contro la partitocrazia e per la democrazia americana, ma poi si comportano come una setta adorante attorno al leader indiscusso e ai finanziamenti pubblici intascati per la radio, sono a parole libertari ma in realtà appaiono sempre improntati su posizioni stataliste e liberal (saranno certamente i finanziamenti ricevuti da Soros a fare tale effetto!).
E’ qualcosa di alquanto surreale e di incomprensibile per i liberali che hanno scelto l’opzione del PLI le (non) scelte dei Radicali Italiani; a tratti appaiono come quelli che “parlano bene e poi razzolano male”; in altri addirittura quelli che si sono costruiti un format di antisistema teorico promozionale ma in concreto sono quelli metodicamente più statalisti e tecnocratici del palazzo quando si tratta di arrivare al concreto delle proposte.
Critiche a parte, che mostrano anche le differenze tra PLI e Radicali, a noi pare che la prospettiva di una alleanza PLI-Radicali in vista delle Europee, e nel suo divenire, per quanto stretta sia la coperta e le aspirazioni personali politiche di ognuno, come qualcosa che debba essere praticata con chiarezza, trasparenza e con impegno da parte di tutti e due (o più) i soggetti.
Capiamo che Pannella, forse non vuole limitare il proprio orizzonte decisionale e leaderistico entro e con altre forze politiche aventi idee e contenuti a lui analoghi (almeno nei presupposti; preferendo forse sempre la critica interna e la dialettica della contraddizione piuttosto che quella della ragionevolezza condivisa), e che a riguardo del PLI, possa nutrire qualche forma di superiorità e di elitismo nei nostri confronti, quale soggetto forse ritenuto inferiore di partenza per storia e immagine attuale rispetto alla propria.
Ma in questi anni Pannella da solo e seguendo il proprio istinto, non nè ha azzeccata una, seguendo una pratica politica e partitocratica alquanto machiavellica e disperata, costituita sul presupposto interno della incontestabilità della sua leadership e del suo ego che gli ha a lungo giovato per il controllo del partito, pur perdendo per strada sia numerosi personaggi e correnti culturali storiche del radicalismo italiano liberale che di consensi elettorali (e provocando il disastro e dissesto di credibilità e d’opzione autenticamente liberale in Italia, di cui altri hanno beneficiato largamente).
Sarà pur vero che i radicali sono nel cuore e nelle scelte politiche di molti cittadini elettori italiani, ma aldilà della giustificazione non sempre provata delle sole colpe complessive dell’attuale regime partitocratico nei confronti del consenso alle urne dei radicali; se i cittadini alla fin fine si astengono o non votano per il partito pannelliano (e d’altronde non si capisce se di regime si tratta, come mai Marco pensi che i referendum non possano venir manipolati come le politiche!) qualche motivo sarà anche dettato dalla formulazione e dalla presentazione di contenuti e idee, sempre alquanto contradditorie e poco concrete nella loro enunciazione contemporanea.
Noi del PLI non siamo messi meglio nei sondaggi dei Radicali, e non neghiamo problemi e contrasti strutturali e organizzativi al nostro interno, non garantiamo nulla di concreto non pensiamo che bastiamo noi, nè che siamo indispensabili per far giungere ad una lista liberale unitaria il margine europeo del 4%; ma poniamo tale evento, quale tappa d’inizio di una collaborazione entro il lungo processo di ridefinizione se non fusione delle storie liberali (radicali e PLI ma non solo, entro la prospettiva di un partito o piattaforma unitaria e costituente dei liberali e dei riformatori in Italia).
Agli amici radicali possiamo promettere, il nostro impegno, la nostra onestà, la nostra parola, il nostro stare ai patti e agli impegni presi, la nostra generosità, la nostra partecipazione con idee e progetti di amicizia e d’alleanza qualora ritengano ben accette le nostre proposte e la nostra collaborazione in vista delle europee (e non solo).
Ma perchè si possa iniziare tutto ciò, bisogna che il rapporto tra i due movimenti sia a lunga scadenza e utile per produrre una nuova stagione di liberalismo in Italia per la gente.
Per convincere, informare e creare cultura aldilà dei risultati elettorali, europei o amministrativi, i liberali (tutti i liberali, noi compresi consapevoli di ciò) devono riorganizzarsi in un nuovo soggetto e piattaforma, tale da evitare i frazionamenti e le faziosità inutili e controproducenti, se veramente e non solo retoricamente si vuole parlare ad un ampio pubblico e in prospettiva, convincendolo delle nostre proposte comuni e distinguendoci in termini di credibilità rispetto a PD e PDL, non possiamo solo vivere alla giornata o lagnarci per quel che non otteniamo o subiamo!.
Non possiamo continuare a proporre teoriche ed astratte formulazioni americane di soluzione, se poi i primi a non applicarle nel mondo liberale sono proprio i liberali (in particolare i veri liberali!); non possiamo opporci ai nostri avversari puntando alla dispersione e alla disorganizzata opposizione che delegittima la nostra coerenza e indebolisce il nostro messaggio a priori.
I Radicali devono assumersi anche loro, come noi del PLI, tale compito funzionale per il divenire del liberalismo e dei loro movimenti e per guardare avanti e non solamente entro un proprio glorioso passato, oramai perduto e incapace da solo di poter produrre appeal e attrazione verso riforme e proposte nei confronti degli elettori e delle nuove generazioni.
Ovviamente l’apertura per le europee, dove il terreno è certamente più comune sulle soluzioni da adottare rispetto alle materie economiche, politiche, energetiche, estere, di difesa, di lavoro e trasporti, tra i liberali è un viatico che in ambito italiano potrebbe non rivelarsi altrettanto idilliaco, dato che quasi presumibilmente la volontà di rivolgersi a due tipi differenti di elettorati (e presumiamo anche di liberalismi culturali e ideologici), o la volontà di esprimere contenuti e messaggi inerenti solamente a forme e concetti espressi e su cui identificarsi in termini programmatici o personalistici, è il rischio e il dubbio più forte che pesa non solamente su tale ipotesi di collaborazione PLI-Pannella, ma anche con altre componenti liberali e riformatrici.
Lo “strabismo” politico e la volontà di incardinare, di rappresentare e impersonare non solamente la componente liberale autentica identitaria, ma pure altre componenti non presenti o esistenti (per come le vorremmo noi), entro lo scenario politico o di alleanza, rischiano molto spesso in tali progetti di rivelarsi controproducenti (vedi PD e PDL) e poco attraenti per gli elettori (vedi la passata RNP); e questo aldilà di regole o norme di democrazia interne certe e necessarie (caucus e primarie).
E’ un rischio (che può capitare anche nel PLI) ma nonostante tutto riteniamo sia un rischio da dover correre anche con i Radicali (anche perchè le alternative non sono molte!), ovviamente avendo in partenza da ambedue i soggetti partecipanti, la medesima volontà di riuscita dell’operazione in vista di un soggetto politico plurale, liberale, libertario, laico, democratico (al suo interno in termini di regole) come lo sono i partiti anglosassoni.
Per quel che ci riguarda, se alle europee i Radicali intendono portare avanti una loro lista (Lista Bonino) bypassando un confronto aperto e plurale con le altre forze del liberalismo italiano; tutto ciò non può che rammaricarci a partire dalla presa in atto indiretta, di tale decisione, volta ancora una volta ad inscenare una ipotesi di opzione politica, sempre più isolata e sempre meno attraente per preclusione ideologica e personalistica nei confronti di quello stesso mondo liberale a cui ci si sente di appartenere e si vuole rappresentare (a fronte invece di numerosi convegni, discussioni e proposte di appoggio, alleanze, sostegni radicali a forze politiche della prima e della seconda repubblica di connotazione illiberali, socialiste, e pure comuniste).
E sebbene il diritto maggioritario delll’iniziativa di Lista veda l’ampia prevalenza del connotato radicale, riteniamo ancora possibile un accordo (nei termini della legge elettorale europea) su simbolo e composizione della lista nella sua composizione e organizzazione.
Noi del PLI ribadiamo la nostra apertura a contribuire se sarà ritenuto ben accetto con nostre risorse e modesti mezzi, a tale progetto, con l’auspicio che anche i nostri sostenitori ed elettori potenziali, possano comprendere eventualmente tale mossa dettata non solamente da un interesse contingente di gruppo europeo o di forza tra partiti liberali, ma da una nostra idea di fondo personale che ci fa ri-incontrare la storia radicale, nelle finalità e scopi da perseguire in comune nel divenire.
In tal senso ci auguriamo che la Lista Bonino possa coinvolgere e aprirsi ad altre forze politiche italiane, associazioni, think tank e movimenti, non solamente radicali, ma anche liberali, liberisti, repubblicani, libertari, laici e riformatori; permettendo a tutte queste forze di esprimere aldilà del nominalismo della lista, un loro contributo di idee, personalità, r-esistenza e proposte.
Quindi che tale lista possa costituirsi non unicamente o solamente sull’apporto di personalità, candidature e sostegni elettorali della galassia radicale, ma come spazio di libertà per tutti i liberali e per le nuove generazioni.
Auspicando che il tutto non diventi l’ennesima occasione buttata sia dai radicali che dal liberalismo italiano per giungere a maturazione entro una nuova loro ridefinizione in tale nuovo assetto e quadro storico-politico globale.
Noi della redazione di Iovotopli rimaniamo nel parere che tale strutturazione di Lista Bonino (o come verrà a chiamarsi) venga gestita nei termini più plurali, tempestivi e chiari possibili a favore del liberalismo italiano e di tutti gli elettorati e rappresentanze politiche riformatrici in questione; per costruire e costituire non una egemonia leaderistica o di priorità imposta di qualcuno o di qualche corrente a danno di altri, ma un momento di partecipazione e coinvolgimento unitario delle autonome componenti politiche e culturali liberali, laiche e riformatrici attualmente presenti o identificate nello spirito effettivo del gruppo ELDR e nelle battaglie per il cambiamento del sistema in Italia come in Europa.
Attendiamo maggiori delucidazioni e risposte dalla direzione dei Radicali nei confronti della segreteria del Partito Liberale Italiano in tempi brevi (in caso di maggiori informazioni la nostra redazione pubblicherà quanto prima tali aggiornamenti su questo sito); convinti che tale nostro intervento possa contribuire a costituire ulteriore passo in avanti nel dibattito tra i liberali (Radicali e PLI ma non solo) per il futuro.
Il mercato è la salvezza
20 aprile 2009Nelle crisi, si diffonde l’idea che lo Stato sia l’unica àncora disponibile di fronte ai disastri prodotti dal fallimento del liberismo, tesi che fa comodo alla politica ma che generalmente si paga, poi, con meno libertà e meno benessere
In Italia, oggi, non viviamo una fase di “ritorno dello Stato” a causa della crisi, dal momento che lo Stato non se ne è mai davvero andato. Viviamo piuttosto un momento di rivalutazione culturale del suo ruolo (dopo un periodo, non lunghissimo, di relativo appannamento dell’ideologia statalista). Come sempre nelle situazioni di crisi, si diffonde l’idea che lo Stato sia l’unica àncora di salvezza disponibile a fronte dei disastri prodotti da “fallimento del mercato”.
Il secondo libro che segnalo è il settimo rapporto sul Processo di liberalizzazione della società italiana a cura di società libera (Franco Angeli editore). Viene fatto un bilancio accurato (e si tratta di un bilancio in larga misura negativo) sul processo di liberalizzazione dei mercati dei servizi in Italia.
La mancata liberalizzazione determina la perpetuazione di rendite monopolistiche, comporta una grande dilapidazione delle risorse, e rappresenta uno dei più forti ostacoli alla crescita economica italiana. Non c’è dubbio: alla politica (alle sue possibilità di controllo sulla società) conviene che tante persone si convincano che il mercato non è, in tanti campi, una buona soluzione. La maggiore sicurezza che la politica è in grado di offrire nel breve termine si paga poi, in genere, nel medio termine, con meno libertà e meno benessere.
Da Il Corriere della Sera Magazine, 16 aprile 2009





































































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