Obama proclama di ispirarsi a Franklin Delano Roosevelt, ma il suo modello esordì adottando politiche che fermarono il panico e ridiedero fiducia ai mercati
Articolo di George Bittlingmayer e Thomas W. Hazlett
Le politiche iniziali messe in atto dall’Amministrazione Obama – massiccio indebitamento, salvataggi di aziende, radicale riforma dei sistemi di assistenza sanitaria e istruzione, predisposizione di un ampliamento della pratica del cap and trade delle emissioni di anidride carbonica – sono state paragonate dallo stesso presidente ai famosi primi cento giorni di Franklin Delano Roosevelt.
In realtà, Roosevelt non lanciò il suo New Deal con un programma tale da intorbidire i mercati finanziari. Al contrario, il suo primo passo fu quello di mettere fine al panico bancario con una festività lavorativa nazionale (che molti stati avevano già fatto osservare di loro iniziativa).
Chiuse poi gli enti in difficoltà, iniettò capitale in quelli in buona salute e rassicurò gli americani che i loro depositi bancari sarebbero stati al sicuro. Questi metodi sortirono subito risultati positivi.
La Borsa di New York chiuse durante la festività lavorativa, per riaprire il 25 Marzo con un rialzo del 15%. Al 3 luglio, l’indice Dow Jones era superiore del 93% alla sua chiusura del 3 marzo, ossia al giorno immediatamente precedente all’insediamento di Roosevelt. La buona partenza, accolta a braccia aperte da Wall Street, fornì a Roosevelt un capitale politico che si sarebbe dimostrato essenziale quando, in seguito, il suo ordine del girono politico avrebbe virato a sinistra.
Come Raymond Moley – Consigliere di Roosevelt coinvolto in prima persona nell’ideazione della festività lavorativa e delle altre policies dei cento giorni – scrisse nel suo libro “After Seven Years”, «non si sottolinea mai abbastanza il fatto che le policies che riuscirono a placare la crisi bancaria avevano chiaramente un’impronta conservatrice.
Coloro che le concepirono e le attuarono erano intenti a guadagnare innanzitutto la fiducia dei leader conservatori nei settori del commercio e dell’attività bancaria, e poi successivamente, per il loro tramite, quella della popolazione». Moley sottolinea come tali politiche si fondassero su «metodi bancari tradizionali» ed evitassero il ricorso a «qualsiasi misura straordinaria o altamente controversa». Come Roosevelt disse in occasione del suo primo discorso informale, «spero che possiate capire da questo semplice resoconto di quanto sta facendo il vostro governo che nella nostra attività non c’è niente di complesso o radicale».
Inizialmente, Roosevelt adottò misure efficaci sulle questioni fiscali.
Il 10 marzo, chiese al Congresso di ridurre di 100 milioni di dollari i salari dei dipendenti federali, con un ulteriore taglio di 400 milioni alle pensioni dei veterani. Questa sorprendente riduzione – all’epoca il totale della spesa pubblica ammontava a 4,6 milioni di dollari l’anno – era parte di una misura denominata “Disegno di legge per la tutela del credito del Governo degli Stati Uniti”.
Moley afferma che «l’effetto psicologico fu elettrizzante. La proposta venne accolta entusiasticamente da parte di tutti i conservatori più in vista. Ma sono certo che, nel profondo della loro coscienza, vi fu una reazione analoga anche da parte delle persone comuni. In un modo o nell’altro, Hoover era sempre sembrato un presidente spendaccione».
Proprio come lo è sembrato, recentemente, George W. Bush. Tuttavia i “conservatori fiscali”, democratici e repubblicani, si stanno ora domandando cosa ne sia stato dei buoni vecchi giorni dei deficit bushiani da 400 miliardi di dollari. (Il deficit riguardante il 2009 è attualmente fissato a 1,75 trilioni di dollari).
I piani per mantenere la solvibilità bancaria e portare trasparenza alla crisi degli asset “tossici” hanno fallito, quella del Ministero del Tesoro è stata una falsa partenza.
Peggio ancora, gli investitori che oggi devono affrontare il crollo dei mercati globali dovranno fare i conti in futuro con aliquote fiscali più elevate, come ha chiaramente promesso l’Amministrazione Obama, nonché con il pericolo che l’azionista pubblico cerchi di sfruttare per scopi politici i fondi concessi per il salvataggio delle loro aziende.
Porre un limite ai jet privati e ai salari dei direttori generali potrà pure accontentare le masse.
Ma ogni azionista razionale sa che i jet hanno senso se (e solo se) aiutano ad accrescere i profitti, e che imporre limiti arbitrari ai salari non tutela né gli asset della compagnia né i suoi proprietari.
Piuttosto, sono i manager che hanno fallito che devono essere rimpiazzati (e remunerati adeguatamente) da altri di capacità superiori. Nuove misure di tutela degli azionisti che agevolassero questo processo raccoglierebbero sia un sostegno bipartisan, sia il plauso degli investitori. Anche con i recenti segnali di vita del mercato azionario – prodotti dal miglioramento del quadro delle holding bancarie – i valori dei capitali netti sono precipitati del 10% a partire dall’insediamento di Obama.
Questo dato rischia di segnare la peggiore risposta del mercato azionario all’insediamento di un nuovo presidente da un secolo a questa parte. Per un presidente che cerca di emulare Roosevelt, questi si stanno dimostrando cento giorni di buio. Qualunque cosa sia all’orizzonte, un aggiustamento dell’Amministrazione Obama focalizzato sugli incentivi all’investimento potrebbe suscitare fiducia e dare alla nostra economia una probabilità di ripresa.
Questo è il messaggio trasmesso da quegli uomini d’affari che, come Warren Buffet, sostengono caparbiamente Obama.E questa fu, di fatto, anche la strategia messa in atto da Roosevelt.
George Bittlingmayer è professore di finanza presso l’Univerità del Kansas.
Thomas W. Hazlett è pofessore di law and economics presso la George Mason University.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato sull’edizione del 19 marzo 2009 del Wall Street Journal, che ringraziamo per la cortese concessione alla riproduzione.
Tratto da Brunoleoni.it