Esiste una “ideologia europeista”? Il presidente ceco Vaclav Klaus spiega come la “correttezza politica” ha corrotto gli originari principi dell’integrazione europea
Articolo di Vaclav Klaus
Quando parlo di Europa e di Unione Europea, e soprattutto quando critico l’ideologia oggi dominante, che chiamo europeismo.
Temo che – negli ultimi due anni – questo “conglomerato di idee”, di vaga struttura, piuttosto eterogeneo e descritto, formulato, analizzato e difeso in modo non coerente, abbia ottenuto un enorme potere e influenzi il nostro modo di pensare, le politiche e la vita più di quanto ci si renda conto.
Gli aspetti principali dell’europeismo, a mio modo di vedere, possono essere sintetizzati come segue:
- la fede nell’economia sociale di mercato e la demonizzazione del libero mercato;
- l’affidarsi alla società civile, alle organizzazioni non governative (ONG), al partenariato sociale e al corporativismo, invece che alla classica democrazia parlamentare;
- l’aspirare al costruttivismo sociale come conseguenza dello scetticismo nei confronti dell’evoluzione spontanea della società umana;
- l’indifferenza nei confronti dello stato nazione e la fede cieca nell’internazionalismo;
- la promozione del modello d’integrazione europea sopranazionalista e non intergovernativo.
Chiunque segua la linea politica, filosofica, economica e sociologica francese sa che la mia posizione (vale a dire, il mio forte disaccordo con questa dottrina) si scontra direttamente con le attitudini politicamente corrette della Francia e, cosa probabilmente ancora più grave, con la visione profondamente radicata e secolare dell’“intellighenzia” francese.
Con tutto l’affetto che nutro per questo paese, la Francia è per me più Colbert che Bastiat, più Fourier e Saint-Simon che Say e Turgot, più Sartre che Aron.
Non sorprende, dunque, che io non venga invitato spesso a parlare.
La questione dell’Europa e del suo futuro mi ha accompagnato fin dalla caduta del comunismo, a differenza di altri temi di attualità. Nemmeno questo è sorprendente.
L’attuale indebolimento della democrazia e del libero mercato nel continente europeo, connesso al processo di unificazione, appare come un fenomeno minaccioso soprattutto per coloro che hanno trascorso la maggior parte della loro vita sotto un regime comunista autoritario e oppressivo.
Ritengo, pertanto, che il cammino verso un’Europa sempre più unita (che è uno dei principi fondamentali dell’europeismo) sia un progetto attualmente frainteso.
Quest’ambizione è stata il principale elemento costitutivo della Costituzione Europea ed è conservata, senza sostanziali modifiche, nella sua nuova versione, il Trattato di Lisbona.
Il graduale passaggio dalla liberalizzazione e dalla rimozione di tutti i tipi di barriere a una massiccia introduzione di regolamentazione e armonizzazione dall’alto, un sistema di welfare in continua espansione e sempre più munifico, forme di protezionismo innovative e più sofisticate, la continua crescita degli oneri giuridici e normativi per le imprese, politiche di mercato che minano la concorrenza, e la moneta unica, sono tutte cose molto reali.
E sono cose che indeboliscono e limitano la libertà, la democrazia e la responsabilità democratica, per non parlare dell’efficienza economica, dell’imprenditorialità e della competitività.
Lo slogan della presidenza ceca dell’UE, “Europa senza barriere”, tenta di riportare all’ordine del giorno le ambizioni originarie dell’integrazione europea – vale a dire, la liberalizzazione, l’apertura, e l’eliminazione delle barriere e del protezionismo.
Ed è giusto che sia così, perché è una cosa ormai più che necessaria.
Parlo spesso di questo argomento perché m’interessa davvero l’Europa.
Per me, e per il mio paese, l’adesione alla UE non ha mai avuto reali alternative; ma ciò non significa che siamo disposti ad accettare il dogma per il quale le forme e le modalità dell’organizzazione istituzionale dell’Unione Europea sono insindacabili.
È inaccettabile darle per sacrosante, come fossero l’unica opzione consentita e politicamente corretta.
Dovrebbe essere considerato sacro, piuttosto, il diritto delle persone a dire “sì” o “no” alla Costituzione Europea, o al Trattato di Lisbona, o a qualsiasi altro documento analogo.
Tale diritto rappresenta la vera sostanza (e il significato) dell’Europa.
Gli attacchi contro chi osa dire “no” ai tentativi di accelerare la penetrazione dell’Unione Europea, che è l’essenza e lo scopo del Trattato di Lisbona, sono attacchi contro la natura stessa dell’Europa.
Detto ciò, vorrei soffermarmi su altri due aspetti che considero importanti.
Ritengo che un altro grande problema risieda nell’ambientalismo e nella sua forma attualmente più aggressiva, vale a dire l’allarmismo per il surriscaldamento globale.
Questa ideologia si è gradualmente trasformata nel più efficiente veicolo di sostegno per i massicci interventi governativi in tutti gli ambiti della vita, e la repressione della libertà e della prosperità economica.
Trovo frustrante il fatto che questa ideologia non sia stata sufficientemente contestata sia dall’interno della climatologia che dall’esterno. Continuiamo a sentire solo della propaganda unilaterale, non delle serie contro-argomentazioni.
È inoltre evidente che il dibattito debba superare i confini della climatologia stessa.
Non dovremmo permettere che gli esseri umani si dividano fra i climatologi e tutti gli altri, disinformati e un po’ ingenui.
Il dibattito sul riscaldamento globale è una questione complessa, e la climatologia ne costituisce solo una parte.
Infatti, esiste, in questo dibattito, un ruolo speciale per l’economia, perché abbiamo sviluppato una sub-disciplina scientifica chiamata “economia del riscaldamento globale”.
Gli economisti dovrebbero presentare le loro argomentazioni in merito alla inesauribilità delle risorse, di tutte le risorse, comprese quelle energetiche, sempre che siano utilizzate razionalmente, vale a dire con l’aiuto di prezzi non distorti e di diritti di proprietà ben definiti.
Gli economisti dovrebbero mettere a nostra disposizione degli studi esaurienti sui costi e benefici delle politiche e delle misure “verdi” attualmente proposte.
Dovrebbero preparare delle argomentazioni – comprensibili anche per coloro che non sono degli specialisti – sul complicatissimo rapporto tra i diversi orizzonti temporali (discusso in sede di teoria economica tramite gli strumenti dell’attualizzazione).
Dovrebbero rivolgersi all’argomentazione base dell’economia, vale a dire la razionale avversione al rischio (che contribuirebbe a indebolire l’indistinto e fondamentalista principio di precauzione a cui ricorrono gli ambientalisti), e dovrebbero riportare la discussione sul ruolo positivo dei mercati, dei prezzi, dei diritti di proprietà, oltre che sulle tragiche conseguenze dell’inevitabile fallimento del governo connesso con l’ambizione di occuparsi di temi quali il controllo del clima globale.
La terza questione a cui vorrei accennare qui oggi è l’attuale crisi finanziaria ed economica. Recentemente ho trascorso tre giorni interi a discutere di questo argomento al Forum economico mondiale di Davos, e la mia sensazione è che la razionalità e la scienza economica siano state soppresse o dimenticate.
Questa crisi economica, molto dura e di giorno in giorno sempre più profonda, dovrebbe essere accettata come un normale fenomeno economico, un’inevitabile conseguenza, e dunque un “giusto” prezzo che dobbiamo pagare per il lungo periodo in cui la politica ha giocato con il mercato.
I tentativi dei politici di dare la colpa al mercato, invece che a se stessi, sono assolutamente inaccettabili e dovrebbero essere respinti con risolutezza.
Le loro attività volte a “riformare” il sistema economico sono tutte molto dubbie e, come ho detto a Davos, sono sempre più spaventato, non tanto dalla crisi in sé, ma proprio da queste riforme.
Cercando delle vie d’uscita, dobbiamo – per usare un’analogia – distinguere rigorosamente tra la lotta contro l’incendio e la creazione di una legislazione per la protezione antincendio. Ora, dobbiamo concentrarci sul primo compito, mentre del secondo ci si può occupare gradualmente, senza fretta e panico.
Un forte aumento nella competenza e nella portata di applicazione della regolamentazione finanziaria, proposto in questi giorni, non farà altro che prolungare la recessione.
La domanda aggregata ha bisogno di essere rafforzata.
Un metodo tradizionale per fare ciò è aumentare la spesa pubblica, soprattutto in infrastrutture, ammesso che sia possibile.
Sarebbe molto più utile, tuttavia, avviare una radicale riduzione di tutti i tipi di restrizioni in materia di iniziativa privata introdotte nell’ultimo mezzo secolo, durante l’epoca del coraggioso nuovo mondo dell’ “economia di mercato sociale ed ecologica”.
La cosa migliore da fare subito sarebbe allentare temporaneamente, se non abrogare in modo permanente, i vari “standard” che riguardano le parti sociali, la regolamentazione ambientale, sociale e sanitaria, perché più di ogni altra cosa bloccano l’attività umana.
Quando crollò il comunismo, quasi 20 anni fa, non mi aspettavo di assistere in vita mia a un livello di intervento governativo pari a quello a cui assistiamo oggi.
Quindi, resto convinto che la lotta per la libertà e il libero mercato rimanga il compito più urgente. Forse noi, o per lo meno alcuni di noi, siamo troppo sensibili a questo proposito, ma io sono certo che, in linea di principio, questa non è una posizione dettata da ipersensibilità personale.
Si tratta dei pericoli reali che ci stanno attorno.
Tratto da Brunoleoni.it