Archivio per marzo 2009

Ayn Rand è attuale?

31 marzo 2009

Il messaggio è sempre lo stesso: “L’egoismo è male; il sacrificio per i bisogni altrui è bene”. Ma Ayn Rand ci fa scoprire invece che l’egoismo, piuttosto che essere un male, è una virtù

Articolo di Yaron Brook

Nonostante Ayn Rand sia morta oltre un quarto di secolo fa il suo nome appare regolarmente nelle discussioni sull’attuale crisi economica. Commentatori tra cui Rush Limbaugh e Rick Santelli esortano gli ascoltatori a leggere i suoi libri, e la sua opera principale La Rivolta di Atlante vende a un ritmo maggiore oggi che in qualsiasi altro momento dei suoi 51 anni di storia.

C’è una ragione. Nella Rivolta di Atlante, Ayn Rand racconta la storia di un’economia statunitense che si sbriciola sotto il peso di schiaccianti interventi e regolamentazioni governative. Nel frattempo, accusando l’avarizia e il libero mercato, Washington risponde con maggiori controlli, i quali non fanno che aggravare la crisi. Suona familiare?

La natura spaventosamente profetica del romanzo non è una coincidenza. «Se si capisce la filosofia predominante di una società – scrive la Rand in Capitalism: The Unknown Ideal – è possibile predire il suo corso».

Le crisi economiche e l’aumento del potere “fuori controllo” da parte governativa non si verificano di per sé stessi; sono il prodotto delle idee filosofiche prevalenti in una società, in specie quelle morali.

Perché accettiamo i costi da bancarotta dello stato sociale? Perché esso mette in pratica l’idea morale del sacrificio in favore dei bisognosi. Perché sono così pochi coloro che protestano contro gli infiniti carichi regolatori imposti agli uomini d’affari? Perché essi perseguono il loro interesse personale, il quale ci è stato insegnato essere pericoloso e immorale.

Perché il governo ha intrapreso una crociata per promuovere “la casa per tutti”, che significa costringere le banche a concedere prestiti a compratori privi dei requisiti necessari? Perché crediamo che le persone necessitino di essere proprietari della casa, a prescindere dal fatto che possano permettersi di pagarla.

Il messaggio è sempre lo stesso: «L’egoismo è male; il sacrificio per i bisogni altrui è bene».

Ma Ayn Rand ha detto che tale messaggio è errato: l’egoismo, piuttosto che essere un male, è una virtù. Con questo, non intendeva lo sfruttamento degli altri à la Bernie Madoff. L’egoismo – vale a dire, la preoccupazione per il proprio genuino interesse di lungo termine – essa scrive, richiede all’uomo di pensare, di produrre, e di prosperare commerciando volontariamente con gli altri, nel reciproco beneficio.

Ayn Rand ha anche notato che solamente un’etica dell’egoismo razionale è in grado di giustificare la ricerca del profitto che è la base del capitalismo e che, fino a quando l’interesse personale è macchiato dal sospetto morale, la ragione del profitto continuerà a essere condannata per ogni immaginabile (o immaginato) guasto sociale o disastro economico.

È sufficiente guardare a come la presente crisi sia stata attribuita al libero mercato anziché all’intervento governativo e a come le soluzioni proposte inevitabilmente implichino un ancor maggiore intervento governativo per bloccare la ricerca dell’interesse personale.

Ayn Rand ci ha offerto una via d’uscita: combattere per un sistema morale imperniato sull’interesse personale razionale e per il capitalismo, il sistema che è la sua espressione. Ed è questa, oggi, la ragione della attualità di Ayn Rand.

Yaron Brook è presidente e direttore esecutivo dell’Ayn Rand Institute.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sull’edizione del 14 marzo 2009 del Wall Street Journal, che ringraziamo per la cortese concessione alla riproduzione.

Tratto da Brunoleoni.it

Social Pact=Socialism Populist

31 marzo 2009
Silvio Berlusconi al termine del vertice G8 dei ministri del welfare (Infophoto)

Il premier: «Se necessario aumenteremo il deficit per tutelare i disoccupati»

31 marzo 2009

Articolo di G. Pogliotti

Di fronte all’aggravarsi della crisi, il premier Silvio Berlusconi rassicura: «nessuno verrà lasciato indietro», a costo di sforare con il deficit. È con questo messaggio che il capo del governo ha voluto chiudere il G8 Lavoro intitolato “people first”: «Non ne ho parlato con il ministro dell’Economia – ha detto – ma posso dire che non sono spaventato se dovessimo aumentare il deficit o il debito per far fronte ad una spesa provvisoria che rappresenta una priorità».

Berlusconi ha anche tenuto a precisare che per il momento non si corre questo rischio. Che le risorse esistenti sono «abbonanti», riferendosi agli 8 miliardi per il biennio 2009-2010 definiti con le Regioni – finalmente utilizzabili, visto che la Ue ha dato il via libera all’impiego della quota relativa al Fondo sociale europeo – in aggiunta ai 12 miliardi accantonati da lavoratori e imprese nel fondo Inps.

«Tremonti mi ha detto che quanto previsto è sufficiente – ha aggiunto Berlusconi – ma anche se ciò non fosse vero dico che non è possibile privilegiare i bilanci pubblici lasciando le persone nella disperazione». Dall’opposizione il Pd ricorda di «aver sollecitato da mesi una manovra per avere soldi veri» per le misure di sostegno al reddito, giudicando le parole del premier un’«ammissione dell’inadeguatezza di quanto fatto finora dal Governo».

Tratto da Ilsole24ore.com

La rockstar del disastro

30 marzo 2009

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Tratto da Economist.com

I cento giorni “conservatori” di Franklin Delano Roosevelt

30 marzo 2009

Obama proclama di ispirarsi a Franklin Delano Roosevelt, ma il suo modello esordì adottando politiche che fermarono il panico e ridiedero fiducia ai mercati

Articolo di George Bittlingmayer e Thomas W. Hazlett

Le politiche iniziali messe in atto dall’Amministrazione Obama – massiccio indebitamento, salvataggi di aziende, radicale riforma dei sistemi di assistenza sanitaria e istruzione, predisposizione di un ampliamento della pratica del cap and trade delle emissioni di anidride carbonica – sono state paragonate dallo stesso presidente ai famosi primi cento giorni di Franklin Delano Roosevelt.

In realtà, Roosevelt non lanciò il suo New Deal con un programma tale da intorbidire i mercati finanziari. Al contrario, il suo primo passo fu quello di mettere fine al panico bancario con una festività lavorativa nazionale (che molti stati avevano già fatto osservare di loro iniziativa).

Chiuse poi gli enti in difficoltà, iniettò capitale in quelli in buona salute e rassicurò gli americani che i loro depositi bancari sarebbero stati al sicuro. Questi metodi sortirono subito risultati positivi.

La Borsa di New York chiuse durante la festività lavorativa, per riaprire il 25 Marzo con un rialzo del 15%. Al 3 luglio, l’indice Dow Jones era superiore del 93% alla sua chiusura del 3 marzo, ossia al giorno immediatamente precedente all’insediamento di Roosevelt. La buona partenza, accolta a braccia aperte da Wall Street, fornì a Roosevelt un capitale politico che si sarebbe dimostrato essenziale quando, in seguito, il suo ordine del girono politico avrebbe virato a sinistra.

Come Raymond Moley – Consigliere di Roosevelt coinvolto in prima persona nell’ideazione della festività lavorativa e delle altre policies dei cento giorni – scrisse nel suo libro “After Seven Years”, «non si sottolinea mai abbastanza il fatto che le policies che riuscirono a placare la crisi bancaria avevano chiaramente un’impronta conservatrice.

Coloro che le concepirono e le attuarono erano intenti a guadagnare innanzitutto la fiducia dei leader conservatori nei settori del commercio e dell’attività bancaria, e poi successivamente, per il loro tramite, quella della popolazione». Moley sottolinea come tali politiche si fondassero su «metodi bancari tradizionali» ed evitassero il ricorso a «qualsiasi misura straordinaria o altamente controversa». Come Roosevelt disse in occasione del suo primo discorso informale, «spero che possiate capire da questo semplice resoconto di quanto sta facendo il vostro governo che nella nostra attività non c’è niente di complesso o radicale».

Inizialmente, Roosevelt adottò misure efficaci sulle questioni fiscali.

Il 10 marzo, chiese al Congresso di ridurre di 100 milioni di dollari i salari dei dipendenti federali, con un ulteriore taglio di 400 milioni alle pensioni dei veterani. Questa sorprendente riduzione – all’epoca il totale della spesa pubblica ammontava a 4,6 milioni di dollari l’anno – era parte di una misura denominata “Disegno di legge per la tutela del credito del Governo degli Stati Uniti”.

Moley afferma che «l’effetto psicologico fu elettrizzante. La proposta venne accolta entusiasticamente da parte di tutti i conservatori più in vista. Ma sono certo che, nel profondo della loro coscienza, vi fu una reazione analoga anche da parte delle persone comuni. In un modo o nell’altro, Hoover era sempre sembrato un presidente spendaccione».

Proprio come lo è sembrato, recentemente, George W. Bush. Tuttavia i “conservatori fiscali”, democratici e repubblicani, si stanno ora domandando cosa ne sia stato dei buoni vecchi giorni dei deficit bushiani da 400 miliardi di dollari. (Il deficit riguardante il 2009 è attualmente fissato a 1,75 trilioni di dollari).

I piani per mantenere la solvibilità bancaria e portare trasparenza alla crisi degli asset “tossici” hanno fallito, quella del Ministero del Tesoro è stata una falsa partenza.

Peggio ancora, gli investitori che oggi devono affrontare il crollo dei mercati globali dovranno fare i conti in futuro con aliquote fiscali più elevate, come ha chiaramente promesso l’Amministrazione Obama, nonché con il pericolo che l’azionista pubblico cerchi di sfruttare per scopi politici i fondi concessi per il salvataggio delle loro aziende.

Porre un limite ai jet privati e ai salari dei direttori generali potrà pure accontentare le masse.

Ma ogni azionista razionale sa che i jet hanno senso se (e solo se) aiutano ad accrescere i profitti, e che imporre limiti arbitrari ai salari non tutela né gli asset della compagnia né i suoi proprietari.

Piuttosto, sono i manager che hanno fallito che devono essere rimpiazzati (e remunerati adeguatamente) da altri di capacità superiori. Nuove misure di tutela degli azionisti che agevolassero questo processo raccoglierebbero sia un sostegno bipartisan, sia il plauso degli investitori. Anche con i recenti segnali di vita del mercato azionario – prodotti dal miglioramento del quadro delle holding bancarie – i valori dei capitali netti sono precipitati del 10% a partire dall’insediamento di Obama.

Questo dato rischia di segnare la peggiore risposta del mercato azionario all’insediamento di un nuovo presidente da un secolo a questa parte. Per un presidente che cerca di emulare Roosevelt, questi si stanno dimostrando cento giorni di buio. Qualunque cosa sia all’orizzonte, un aggiustamento dell’Amministrazione Obama focalizzato sugli incentivi all’investimento potrebbe suscitare fiducia e dare alla nostra economia una probabilità di ripresa.

Questo è il messaggio trasmesso da quegli uomini d’affari che, come Warren Buffet, sostengono caparbiamente Obama.E questa fu, di fatto, anche la strategia messa in atto da Roosevelt.

George Bittlingmayer è professore di finanza presso l’Univerità del Kansas.

Thomas W. Hazlett è pofessore di law and economics presso la George Mason University.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sull’edizione del 19 marzo 2009 del Wall Street Journal, che ringraziamo per la cortese concessione alla riproduzione.

Tratto da Brunoleoni.it

Auto Usa: al via gli incentivi. Obama: Fiat partner ideale per salvare la Chrysler

30 marzo 2009

«Non lasceremo scomparire la nostra industria dell’auto ma servono nuovi piani credibili per la ripresa». Lo ha detto oggi a Washington il presidente degli Stati Uniti Barack Obama parlando dalla Casa Bianca sul grave stato di salute dell’industria dell’auto. «Se i nuovi piani non funzioneranno – ha detto Obama – prenderemo in considerazione un ricorso pilotato all’amministrazione controllata».

Tratto da Ilsole24ore.com

L’ultimatum di Obama: un mese a Chrysler per allearsi con Fiat

30 marzo 2009

Trenta giorni per chiudere l’accordo con Fiat come condizione per ottenere ulteriori fondi dal governo. È quanto prevede, riporta il New York Times, il piano dell’amministrazione Obama per Chrysler. Se la casa automobilistica americana riuscirà a finalizzare entro il 30 aprile l’accordo con Fiat e ridurrà ulteriormente il proprio debito, «l’amministrazione dovrebbe considerare un prestito da 6 miliardi di dollari».

L’amministrazione statunitense è convinta che Chrysler non possa funzionare come una compagnia indipendente nella situazione attuale. Se l’accordo Chrysler-Fiat non sarà completato, Washington prevede di rinunciare, lasciando che la Chrysler vada verso la completa liquidazione. Non è disponibile altro danaro, hanno sottolineato i responsabili del Governo degli Stati Uniti.
Shawn Morgan, una portavoce di Chrysler, ha dichiarato che la compagnia desidera lavorare con il dipartimento del Tesoro e con la task force di Obama sul settore auto, ma ha rifiutato di commentare i programmi della Casa Bianca. «Con l’imminente annuncio dell’amministrazione sulla ristrutturazione dell’industria automobilistica, ogni commento o dichiarazione sarebbero inappropriati», ha detto la Morgan.

60 giorni a General Motors per ridurre i costi
Il New York Times riporta anche che il presidente americano Barack Obama ha intenzione di concedere 60 gioni a General Motors per presentare un piano di riduzione dei costi. L’amministrazione – riporta il quotidiano – dovrebbe fornire alla casa automobilistica l’assistenza necessaria in termini di aiuti durante questo arco di tempo. Nel frattempo il numero uno di Gm , Richard Wagoner, lascia il suo incarico come primo passo nell’ambito del piano per il salvataggio e la ristrutturazione della compagnia di Detroit. Gm ha chiesto al Governo ulteriori 16,6 miliardi di dollari di fondi, oltre ai 13,4 miliardi già incassati, ma l’amministrazione Obama è stata esplicita: il piano presentato non è sostenibile (così come quello di Chrysler) e in mancanza di un valido progetto alternativo non verranno più erogati fondi pubblici. La Casa Bianca sosterrà la liquidità operativa necessaria alle due case nei periodi previsti.

Tratto da Ilsole24ore.com

PDL: Partito del Leader (unico)

29 marzo 2009

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Prezzi e compravendite in calo, Bankitalia: il mattone è in crisi

29 marzo 2009

Calano prezzi e le compravendite di case. Mentre i tempi per l’evasione degli incarichi si allungano.

La fotografia scattata dalla Banca d’Italia – nell’indagine congiunturale realizzata insieme a Tecnoborsa – tra gli agenti immobiliari getta ombre fosche sul mercato immobiliare nel nostro Paese. Il 57,6% dei 1.009 agenti immobiliari intervistati ha detto che le quotazioni sono calate. Soprattutto nelle aree urbane (più di 250mila abitanti) e metropolitane (più di 500mila abitanti) dove il 65 e il 63% rispettivamente ha riscontrato quotazioni più basse. Le condizioni rimangono «sfavorevoli» anche per il trimestre in corso, «nonostante un’attenuazione della tendenza flettente dei prezzi».

Cali maggiori nel Nord Est, a Sud e nelle Isole

Le quotazioni del mattone sono scese soprattutto nelle città del Nord Est. Il 72,2% degli agenti immobiliari interrogati di quest’area infatti, ha registrato prezzi più bassi nelle aree urbane. Percentuali molto alte anche nei comuni con più di 250mila abitanti del Sud e delle Isole. Qui il 68,4% degli agenti immobiliari ha registrato prezzi più bassi. Secondo il 47% degli agenti pesano le difficoltà dell’acquirente a reperire fonti di finanziamento. Nel quarto trimestre il prezzo effettivo di vendita è risultato inferiore del 9,5% alla richiesta iniziale del venditore, senza rilevanti differenze territoriali. Per gli immobili venduti, tra il momento dell’affidamento dell’incarico e quello della vendita effettiva sono intercorsi in media quasi 7 mesi e per oltre la metà degli operatori, i tempi di vendita si sono allungati rispetto al trimestre precedente.

Scendono le compravendite
Nel complesso il numero delle compravendite tramite l’intermediazione degli agenti è sceso a 143 mila, «segnalando una prosecuzione della tendenza negativa in linea con le rilevazioni dell’Osservatorio sul Mercato Immobiliari». Circa due terzi degli operatori hanno venduto almeno un immobile nel corso del quarto trimestre, con una incidenza superiore nelle regioni del Nord Est (74,7%)e inferiore in quelle del Centro (59,9%). Per quasi metà degli agenti, alla fine dello scorso anno, il numero complessivo di incarichi a vendere ancora da evadere era aumentato rispetto a tre mesi prima. Una percentuale che, segnala Bankitalia, risulta inferiore nelle regioni del Nord Ovest e superiore in quelle del Nord Est.

Tutti i numeri dei mutui ipotecari
Per quanto riguarda le modalità d’acquisto delle abitazioni è stato effettuato nel 69% delle transazioni con accensione di un mutuo ipotecario, con un divario tra il 72% nelle aree urbane e il 66% in quelle non urbane, che si manifesta assai più accentuato nelle regioni del Nord Est. Il rapporto tra il prestito erogato e il valore dell’immobile è in media pari al 69% che scende al 63 nelle regioni del Centro.

Il primo trimestre 2009 sarà «sfavorevole»
Per il primo trimestre del 2009 una larga maggioranza degli agenti (77%) ha giudicato «sfavorevoli» le condizioni prevalenti sul mercato immobiliare di riferimento. Un’indicazione che è risultata omogenea a livello geografico. Per il 45% delle agenzie, all’inizio di quest’anno il numero di nuovi incarichi a vendere sarebbe rimasto invariato rispetto al trimestre precedente, mentre una quota del 35% si attendeva un aumento. Per lo stesso periodo il 65% degli operatori prevedeva una riduzione dei prezzi delle case, contro una quota del 34 che ne prevedeva un aumento; il saldo tra attese ‘in aumentò e ‘in diminuzionè (-31 punti percentuali) è quindi inferiore a quello corrispondente ai giudizi sulle variazioni registrate nel quarto trimestre del 2008 (-51 punti), segnalando un’attenuazione dell’orientamento al ribasso dei prezzi.

Tratto da Ilsole24ore.com

Staminali: il problema è il finanziamento pubblico

29 marzo 2009

Come sempre il dibattito sulle scelte di Obama svia l’attenzione dai problemi veri. In questo caso si parla di una scelta fondamentale: i finanziamenti pubblici alla ricerca sulle cellule staminali ricavate da embrioni umani.

Ora ci si divide fra coloro che ritengono giusto e coloro che ritengono ingiusto distruggere embrioni umani, anche a fin di bene, cioè per la cura di malattie rare.

Ma in America la ricerca è già libera. Qui il problema vero è: il finanziamento pubblico.

Perché mai un cattolico dovrebbe pagare le tasse per compiere quello che lui ritiene un omicidio?.

Considerando che per i cattolici (ma non solo loro) distruggere un embrione umano è un omicidio, perché secondo loro (non secondo chi scrive) i diritti umani si applicano all’individuo dal concepimento in poi, un cattolico non si convincerà mai di pagare le tasse per commettere un omicidio di Stato.

E questo è il nocciolo del problema: non ci sarà mai e poi mai un ruolo legittimo dello Stato al di fuori della mera difesa dei diritti individuali dei cittadini che pagano le tasse per essere protetti.

Obama non si è neppure sporcato le mani in una disquisizione sull’origine della vita, ha semplicemente dato quattro mesi a un organo burocratico (il Nih) per decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato su basi “scientifiche”.

Ma questo non vuol dire che lo Stato sia neutrale, se finanzia quello che viene deciso da un ente pubblico, a sua volta pagato con le tasse di tutti i cittadini. La pretesa “neutralità” vantata dall’amministrazione democratica è ridicola. L’unica vera neutralità è l’astensione dello Stato. Siano i privati a finanziare la ricerca sulle staminali.

Siano altri privati a cercare (con mezzi esclusivamente loro) di impedirla, magari comprando gli embrioni per evitare che vengano distrutti. Spesso si dice che la società è diventata complessa e quindi ci vuole uno Stato più grande con molte più regole.

Il dibattito sulle cellule staminali dimostra proprio che è vero il contrario: più la società diventa complessa (in questo caso a causa di nuove scoperte scientifiche), più lo Stato deve farsi da parte e lasciare che siano i singoli a decidere il proprio destino.

Tratto da http://oggettivista.ilcannocchiale.it/

Vaclav Klaus contro l’economia sociale ed ecologista di mercato

29 marzo 2009

Non incatenate i mercati, liberateli

Articolo di Vaclav Klaus

È diffusa opinione che la Repubblica ceca stia assumendo la presidenza di turno dell’Unione Europea in un momento piuttosto complicato, anche se in verità qualsiasi “momento”, col senno di poi, può apparire “complicato”. Come che sia, non dobbiamo farci prendere dal panico e dobbiamo replicare con un sonoro “no!” a chi, con la scusa che la situazione attuale è un caso unico nella storia, vuole solo manipolarci.

Vi sono, come tutti sanno, problemi ai quali è stata data grande (anche troppa!) enfasi. Il mondo si trova in una profonda crisi finanziaria ed economica.

L’Unione Europea ha notevoli problemi per un deficit democratico che si fa sempre più evidente ed è profondamente divisa al suo interno in merito alla forma che dovranno assumere le sue istituzioni.

Il clima del pianeta rimane sostanzialmente immutato, ma gli allarmisti sono riusciti a convincere i politici (e molte persone comuni) che il giorno del Giudizio si sta approssimando e, sulla base di questo falso assunto, hanno cercato di porre un freno alla nostra libertà e di limitare la nostra prosperità.

Una lunga serie di conflitti armati che causano immense sofferenze a milioni di persone (in Afghanistan, Iraq, Israele-Palestina e in alcune parti dell’Africa) non promette di trovare in tempi rapidi una soluzione.

La crisi economica dovrebbe essere considerata alla stregua del “giusto” prezzo che dobbiamo pagare per aver lasciato che uomini politici immodesti ed eccessivamente fiduciosi in se stessi giocassero con i mercati.

Il fatto che adesso stiano cercando di incolpare della crisi i mercati, anziché se stessi, è inaccettabile e tale ipotesi dev’essere assolutamente respinta.

Il governo ceco – si auspica – non spingerà l’Europa e il mondo verso un futuro di più regolamentazioni, nazionalizzazioni, de-liberalizzazioni e di protezionismo.

Le vicende della nostra storia ci mettono energicamente in guardia dall’incamminarci su questa strada. Se vogliamo trovare una via d’uscita dovremo, per usare un’analogia, tenere bene a mente la differenza che passa tra spegnere un incendio e promulgare una legislazione sulla tutela dagli incendi: oggi dobbiamo concentrarci sul primo obiettivo. Il secondo può essere realizzato gradualmente, senza fretta e senza farci prendere dal panico.

Un considerevole aumento della regolamentazione del settore finanziario, come viene proposto da più parti di questi tempi, non farebbe che prolungare la recessione.

Il tasso di crescita dell’economia globale si sta riducendo precipitosamente, le banche non concedono più credito e la fiducia degli operatori sta calando. Un mutamento radicale delle normative che governano gli istituti finanziari nel bel mezzo di una recessione sarebbe controproducente.

La domanda complessiva dev’essere rafforzata. Uno dei tradizionali sistemi per raggiungere questo obiettivo consiste nell’aumentare le spese statali, in genere destinandole alla realizzazione di infrastrutture, a patto che vi siano progetti disponibili. Sarebbe molto più utile, invece, attuare una decisa riduzione di tutti gli svariati vincoli all’iniziativa privata introdotti nel corso dell’ultimo mezzo secolo, nell’epoca in cui imperava l’“economia sociale ed ecologica di mercato”.

Il meglio che si possa fare al momento sarebbe un’attenuazione, se non l’abrogazione tout court, delle svariate normative nel campo del lavoro, dell’ambiente, della sanità e più genericamente sociali, in quanto si tratta dei fattori che più di ogni altro bloccano le attività umane razionali.

Per quanto concerne lo stallo “costituzionale” dell’Unione Europea, è da auspicare che il governo ceco non conduca l’Europa a diventare un’unione sempre più stretta, ad un’Europa delle regioni (piuttosto che degli Stati), ad un’Europa centralizzata e sovranazionale o ad un’Europa sempre più controllata e regolamentata dall’alto.

La Repubblica Ceca continuerà a ribadire il motto della presidenza dell’UE: “Europa senza barriere”, il che significa propugnare una maggiore liberalizzazione, l’abbattimento delle barriere agli scambi e l’eliminazione del protezionismo.

Le vicende della nostra storia ci impartiscono una lezione chiara: abbiamo sempre bisogno di più mercato e di minore intervento da parte dello Stato. E sappiamo che i fallimenti dello Stato hanno un costo molto più salato dei fallimenti del mercato.

Possiamo inoltre contare sul fatto che il governo ceco non si farà paladino dell’allarmismo sul riscaldamento globale.

I cechi sono persuasi che la libertà e la prosperità sono molto più a rischio di quanto non lo sia il clima. Che i livelli attuali di innalzamento delle temperature globali siano straordinari non è provato. La spiegazione dei fattori che contribuiscono al global warming non è né chiara, né persuasiva.

Qualsiasi azione mirante a mitigare il mutamento climatico si dimostrerà inutile e, quel che più conta, il genere umano ha dimostrato di essere sufficientemente adattabile ad un clima soggetto a cambiamenti incrementali. In realtà dovremmo volgere la nostra attenzione ad altre, più preoccupanti, questioni.

Il mondo dell’anno 2009 non verrà risparmiato da conflitti armati, terrorismo internazionale e dispute territoriali e religiose che – a prescindere da quanto appaiano lontane – avranno conseguenze per tutti noi. Sappiamo che la pace non può essere dichiarata unilateralmente e che le soluzioni più durature non sono, di norma, quelle imposte dall’esterno.

Il governo ceco non appoggerà gli interventi esterni negli affari interni di Paesi sovrani. Dobbiamo resistere alla seducente tentazione di rivestire il ruolo di re-filosofi.

Il pragmatico popolo ceco – con tutte le sue critiche ai meccanismi decisionali europei – non cercherà di innescare una “rivoluzione di velluto” pan-europea, ma tutelerà i propri interessi e le sue priorità. Tratteremo gli altri così come ci aspettiamo di venire trattati noi stessi: rispettando le opinioni diverse.

Saremo soddisfatti se – almeno in qualche caso – riusciremo a trovare un denominatore comune. Fare affidamento sul negoziato e sugli effetti positivi della diversità dei punti di vista è ciò che ha fatto l’Europa quel che è.

La presidenza dell’Unione Europea potrebbe offrirci l’occasione di sfruttare alcune delle nostre idee a beneficio di tutti gli Stati membri dell’UE. Il loro benessere e la loro felicità potranno solo aumentare in un’Europa democratica, decentrata, aperta e liberalizzata.

Tratto da Brunoleoni.it

Industria dell’auto Usa: Stato dirigista

29 marzo 2009

La spia e il liberale corsa fra opposti per vincere a Sochi

28 marzo 2009

Nuova Russia

Articolo di Giorgio Bastiani

Storie di ordinaria impunità nella Russia di Putin e Medvedev: Andrej Lugovoi, sospettato di aver organizzato l’assassinio di Alexandr Litvinenko a Londra, non solo è stato protetto dal Cremlino ed eletto deputato nella Duma russa, ma ha anche annunciato, in modo informale, la sua prossima candidatura alla carica di sindaco di Sochi, la città sul Mar Nero (residenza estiva del premier Vladimir Putin), che ospiterà i Giochi Invernali del 2014.

Correrà (come per la Duma) nelle file dell’ultra-nazionalista Partito “Liberaldemocratico” fondato da Vladimir Zhirinovskij. Sarà dunque un ex agente del Kgb, ricercato per spionaggio internazionale e omicidio a gestire tutti i lavori (e gli annessi fiumi di denaro) di preparazione delle Olimpiadi?.

E’ possibile questo e altro nella nuova Russia. L’elezione di Lugovoi “sarebbe un affronto per tutte le persone di buona volontà” – ha dichiarato alla Bbc la vedova di Litvinenko, Marina – “se avvenisse chiederei un boicottaggio dei Giochi.

Andrei personalmente di Paese in Paese per esortare a non partecipare ad un evento dove il padrone di casa è un assassino”.

Di sicuro i Giochi a Sochi diverrebbero una fonte di profondo imbarazzo soprattutto per la Gran Bretagna, “beffata” dalla Russia proprio sulle indagini attorno al caso Litvinenko.

Come si sentirebbe una squadra atletica inglese a farsi ospitare da un sindaco che si presenta come il vincitore di un braccio di ferro con la Gran Bretagna? La stessa persona di cui Londra ha chiesto (e non ottenuto) l’estradizione per un processo penale?.

In Russia, comunque, esiste ancora un’opposizione. Che per le elezioni di Sochi candiderà uno dei suoi pezzi forti: Boris Nemtzov, ex premier liberale nel periodo in cui Boris Eltsin era presidente, co-fondatore del partito Unione delle Forze di Destra e autore di uno dei più duri saggi di critica all’attuale classe dirigente: “Il disastro Putin, libertà e democrazia in Russia” (tradotto anche in italiano e pubblicato da “Spirali”).

Se le due candidature verranno confermate, sarà la popolazione di Sochi a scegliere fra l’ambiguo ex agente del Kgb ricercato in Gran Bretagna e il campione del liberalismo russo che invece, a Londra, fu premiato da Margaret Thatcher per le sue riforme.

Ma non facciamoci illusioni sulla forza della democrazia: in molti casi, in Russia, fra Gesù e Barabba, la folla sceglie decisamente Barabba.

Tratto da Opinione.it

Le tesi di Keynes? Adatte a una dittatura.

28 marzo 2009

Articolo di Carlo Lottieri

La crisi che sta investendo il mondo è stata letta da più parti come un’occasione per «tornare a Keynes». E così in libreria è pure apparso un libriccino di Adelphi che include una conferenza dell’economista inglese risalente al 1928 (ma pubblicata per la prima volta nel 1931) sul tema Possibilità economiche per i nostri nipoti, insieme con un commento di Guido Rossi.

Anche se non toglie né aggiunge nulla alla costruzione teorica che più ha influenzato il secolo breve, il testo keynesiano è comunque curioso, dato che afferma che nell’arco di cent’anni «l’umanità è destinata a risolvere tutti i problemi di carattere economico». Ovviamente la tesi è indifendibile, poiché una società può anche progredire in breve tempo, ma non vi è certezza in merito e tutto dipende dalle scelte istituzionali e dalle iniziative dei singoli.

Per di più una crisi può benissimo acutizzarsi se si adotta una politica di stimoli e nazionalizzazioni in stile Obama, se si aumenta il controllo statale sulle imprese e si rafforza la regolamentazione, se – insomma – si ripetono gli errori (keynesiani) compiuti negli anni Trenta. Quando riteneva vicina la fine dell’economia Keynes ignorava l’infinito abisso di desideri che si cela al fondo dell’uomo.

Fu in questo assai migliore economista Oscar Wilde quando disse: «Toglietemi l’essenziale, ma non privatemi del superfluo». Se l’uomo necessitasse solo di mangiare e bere, Keynes potrebbe (forse) avere ragione. Ma poiché è un tentativo di rispondere ai sogni ben più che ai bisogni, l’economia – quale lotta contro la strutturale povertà umana – non potrà mai scomparire dal teatro abitato dai mortali. In verità, quello di Keynes è un positivismo piuttosto greve che sorregge una macro-economia dominata da anonime masse fisiche, nella quale non vi è spazio per la soggettività delle preferenze, né per la creatività imprenditoriale.

Così quando si chiede perché fino al Settecento il progresso è stato lento, la risposta è che per secoli si sono avute poche invenzioni e scarsa accumulazione di capitale. Egli sottostima l’esigenza di quel complesso coordinamento che può essere assicurato solo dai prezzi di mercato; e in più egli ignora che oltre all’innovazione tecnica è indispensabile una creatività propriamente imprenditoriale, la quale consiste nell’investire dove vi sono opportunità di profitto.

L’autore della Teoria generale, insomma, trascura il ruolo del mercato e quello dell’imprenditore. Ed è interessante come egli enfatizzi quello che chiama «il potere degli interessi composti», quasi a suggerire che la ricchezza avrebbe una capacità di riprodursi autonomamente e in modo indefinito. Sul piano etico, per giunta, egli descrive il mercato come un universo di individui ossessivamente avari e apre pure la strada a ogni forma di moralismo (come attesta l’articolo di Rossi) e a un’illimitata espansione del potere.

Non a caso, scrivendo nel 1936 la prefazione alla versione tedesca del suo testo maggiore, egli disse che le sue tesi si prestavano molto più a un regime totalitario che a uno basato sul laissez-faire. Quasi candidandosi al ruolo di consigliere economico del Führer.

Tratto da Ilgiornale.it

PDL: Romolo e Remo

28 marzo 2009

http://www.lastampa.it/redazione/cmssezioni/politica/200903images/berlusconi_fini03G.jpg

Topolanek (UE): “Piano economico Usa non è la strada giusta”

28 marzo 2009

Il capo del governo ceco e presidente di turno dell’Unione europea, Mirek Topolanek, ha criticato l’importanza delle misure di rilancio americane e ha dichiarato che gli Stati Uniti ”non hanno preso la strada giusta”.

”Timothy Geithner, il segretario al Tesoro americano, ha parlato di azioni permanenti” per sostenere l’economia di fronte alla crisi mondiale, ”il che ci ha preoccpati” nel corso del recente vertice europeo a Bruxelles, ha dichiarato Topolanek davanti al Parlamento europeo a Strasburgo, a pochi giorni dal vertice del G20 e da quello tra l’Ue e il presidente americano Barack Obama.

Geithner ”ha evocato una campagna di incentivi negli Stati Uniti. Ma non credo che una soluzione permanente (di misure in questo senso – ndr) sia veramente la soluzione”, ha sottolineato Topolanek, un liberale sul piano economico, sostenitore del minor intervento possibile da parte dello Stato nell’economia.

”Il Consiglio europeo non ha voluto prendere questa strada ed e’ stato uno dei successi” della riunione, ha aggiunto, riferendosi alla decisione dei leader dei 27 di rifiutare per il momento uno sforzo di rilancio di bilancio supplementare.

Tratto da Asca.it

PDL:Politburò del leader

27 marzo 2009

Un nuovo assalto alla sovranità fiscale della Svizzera

27 marzo 2009

“Armonizzazione”

Articolo di Chiara Battistoni

Tirano venti di tempesta sulla sovranità fiscale di molti paesi, in Europa come negli Stati Uniti. Nel mirino ci sono i sedicenti “paradisi fiscali”. Così, mentre la Svizzera, con il suo istituto di credito Ubs, vive le pressioni degli americani che pretendono di conoscere i 52.000 nomi dei correntisti americani, mentre Nicolas Sarkozy, in compagnia del cancelliere Angela Merkel e del primo ministro Gordon Brown, invita la Confederazione elvetica a ripensare il proprio segreto bancario, negli Stati Uniti un senatore democratico “dichiara guerra” proprio ai paradisi fiscali.

Ancora una volta, il protagonista di questo attacco è il senatore Carl Levin; questa volta, con un presidente e una maggioranza democratica, la nuova versione (ben 84 pagine) dello “Stop Tax Heaven Abuse Act” potrebbe avere il successo che finora non ha avuto. Due anni fa il Congresso approvò già una legge in tal senso ma la versione proposta ora da Levin è decisamente più restrittiva e tra le misure suggerite prevede di trattare le aziende straniere gestite e controllate negli Stati Uniti come fossero aziende nazionali.

Per Levin e i tre senatori democratici Sheldon Whitehouse, Claire McCaskill e Bill Nelson che insieme perorano il nuovo Act “i paradisi fiscali sono impegnati in una vera e propria guerra contro gli Stati Uniti e gli americani che lavorano onestamente”; con il tracollo delle borse e la crisi che si acuisce ogni giorno di più, sostengono i firmatari, non è più possibile permettersi mancati introiti fiscali per almeno 100 miliardi di dollari.

Lo Stop Tax Heaven Abuse Act introduce un set di strumenti particolarmente efficaci per stanare i capitali nei paradisi fiscali; in particolare, autorizza il Dipartimento del Tesoro a stilare una lista delle giurisdizioni offshore che conservano il segreto bancario, imponendo sistemi di reporting più restrittivi per i correntisti statunitensi e adottando, là dove ritenuto necessario, misure speciali contro di esse.

Tra le misure suggerite c’è anche la proibizione all’ufficio dei brevetti di rilasciare brevetti su invenzioni concepite per minimizzare, evitare o dilazionare le tasse. La febbre dell’armonizzazione, l’utopia di un governo mondiale sovranazionale, la sete insaziabile di stati–nazione elefantiaci sta mettendo a dura prova la sovranità fiscale.

Se negli Stati Uniti è Carl Levin il novello San Giorgio che uccide il drago, in Europa sono Francia e Germania che insistono da tempo sui paradisi fiscali, affiancati dalla Gran Bretagna.

Nell’occhio del ciclone c’è soprattutto la Svizzera che con il segreto bancario corre il rischio di finire nella black list al prossimo summit G20 di Londra; rischio a cui si sta cercando di ovviare con una soluzione pragmatica che prevede di versare ai Paesi le imposte sui redditi generati dai capitali gestiti in terra rossocrociata, seguendo la strada già indicata dal Trattato sulla tassazione del risparmio sottoscritto proprio con l’Ue.

Soluzione pratica, certo, che non trova però unanime consenso tra la popolazione; la scorsa settimana è nato a Berna il nuovo Partito Liberale (Plr), frutto della fusione fra Partito liberale radicale (Plr) e Partito liberale svizzero (Pls); nel primo discorso il neo presidente, Fulvio Pelli, ha concentrato l’attenzione sulla difesa della sovranità fiscale, di cui il segreto bancario è parte integrante, principio nato per proteggere la vita privata dei cittadini svizzeri.

Come ha riportato il Corriere del Ticino lunedì scorso, per il nuovo Plr “è meglio che l’Ubs si ritiri dal mercato americano, piuttosto che fornire i 52.000 nomi di clienti richiesti dal fisco statunitense”.

Tratto da Opinione.it

Obama’s Budget: Higher Taxes & Bigger Government

27 marzo 2009

Posted by Chris Edwards

As soon as I took office, I asked this Congress to send me a recovery plan by President’s Day… Not because I believe in bigger government — I don’t. Not because I’m not mindful of the massive debt we’ve inherited — I am.”
–President Obama to congressional joint session, February 24

President Obama said some encouraging words about federal spending in his first major speech as president, but the budget released by his administration today reveals a substantial disconnect between his rhetoric and his policy.

Americans have a fundamental choice to make in coming months: Do they want President Obama and Congress to impose huge increases in the size of government, perhaps as dramatic as occurred in the 1930s and 1960s?

Apart from defense, federal spending has hovered around 16.5 percent of the economy since 1980, through both Democratic and Republican administrations. But under President Obama, nondefense spending is soaring to 23 percent of the economy this year and will remain at historic high levels in the future.

Even after current stimulus spending is supposed to end, nondefense spending is expected to be more than 19 percent of the economy — or 25 percent more than the size of government during the later Clinton years.

Americans need to decide whether they want the European-sized government that President Obama is promising — with all its damaging effects on individual freedom and economic growth — or whether they want to return to the greater prosperity of the smaller-government Clinton years.

Tratto da http://www.cato-at-liberty.org

Obama presenta la finanziaria Il deficit vola a 1.750 miliardi $

27 marzo 2009

Articolo di Alberto Annicchiarico

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha presentato la bozza della “finanziaria” per il prossimo anno fiscale, il 2010, che inizierà il prossimo 1 ottobre: si tratta di una manovra economica in 134 pagine da oltre 3.600 miliardi di dollari. Il documento finale, molto più ampio, è atteso tra la metà e la fine di aprile. È previsto un deficit di 1.750 miliardi, pari al 12,3% del Pil, il maggiore dalla seconda guerra mondiale. Il documento, ha spiegato il presidente, «dà conto in modo onesto di dove siamo e dove intendiamo andare».

Il budget – ha detto Obama – non nasconde tutta la gravità della recessione in atto e vuole «offrire chiarezza su come viene speso ogni singolo dollaro dei contribuenti americani». Il presidente ha promesso di tagliare gli sprechi fino a 2mila miliardi di dollari, offrendo esempi di fondi spesi male nel mondo scolastico dove numerosi programmi di occupano del medesimo obiettivo. E ha confermato la promessa fatta durante tutta la sua campagna elettorale: estendere progressivamente la copertura sanitaria a tutti i cittadini americani. Attualmente circa 46 milioni di americani sono invece esclusi da qualsiasi forma di assistenza.

Obama ha annunciato nei giorni scorsi il suo intento di abbattere il deficit federale ereditato da George W. Bush nell’arco di quattro anni portandolo a 533 miliardi nel 2013 o il 3,5% del pil. La proposta di legge che presenterà oggi, include fra le misure volte a ridurre le spese pubbliche anche la netta diminuzione dei sussidi all’agricoltura (e sarà battaglia, la misura consentirebbe risparmi per 9,8 miliardi in dieci anni), che sono del resto uno dei grandi ostacoli in sede Wto al completamento del Doha round. Ma la legge di budget prevede nell’immediato anche un aumento delle spese per centrare alcuni obiettivi chiave.

Tanto per cominciare, si accantonano 250 miliardi di dollari come «riserva» nel caso Obama decidesse di chiedere al Congresso nuovi finanziamenti per aiutare il sistema finanziario americano. Include inoltre un fondo di riserva da 634 miliardi nell’arco di dieci anni per finanziare le riforme al sistema sanitario proposte dal presidente. La somma di 1.750 miliardi di dollari include la legge di stimolo da 787 miliardi varata la scorsa settimana dall’amministrazione e gli impegni di spesa ereditati da Bush.

Obama proporrà un aumento delle tasse per i redditi più alti, per poter finanziare la promessa riforma tesa ad assicurare ad un numero maggiore di americani l’assistenza sanitaria. Gli aumenti arriveranno in forma di riduzione delle deduzioni fiscali introdotte da George Bush in favore dei redditi sopra i 250mila dollari, una piccola percentuale dei contribuenti americani. L’amministrazione poi intende fare cassa anche con il sistema di cap and trade previsto in una nuova regolamentazione in materia ambientale, attraverso il quale le compagnie si potranno pagare il diritto di superare i limiti imposti di emissioni.

La scelta di Obama di alzare ancora l’asticella degli aiuti alle banche e alla finanza ha spinto in alto anche i rendimenti dei titoli di Stato, con i bond a scadenza biennale saliti ai massimi da tre mesi (+2 punti base e rendimento all’1,11%) e i decenaali tornati oltre il 3% (massimo dal 9 febbraio) dopo avere toccato il minimi degli ultimi dieci anni lo scorso 18 dicembre al 2,04 per cento. Proprio oggi era programmata un’asta record da 22 miliardi di dollari per i titoli a scadenza sette anni.

Tornando al budget, finanziare le guerre in Iraq e Afghanistan, Obama prevede di spendere nel 2009 circa 140 miliardi di dollari e altri 130 nell’anno fiscale 2010. I costi scenderanno poi a circa 50 miliardi di dollari l’anno a partire dal 2011. Washington ha speso circa 190 miliardi nelle guerre nel 2008, ma Obama sembra intenzionato a mantenere fede al proprio impegno di ordinare il ritiro dall’Iraq nell’arco dei prossimi 18 mesi aumentando tuttavia al tempo stesso la presenza militare in Afghanistan.

Brutte nuove, intanto, dal fronte dell’economia reale. Nel mese di gennaio, gli ordini dei beni durevoli degli Stati Uniti sono scesi del 5,2% a 163,8 miliardi di dollari. Il dato, reso noto dal dipartimento del Commercio, è peggiore delle stime degli analisti, che avevano previsto un calo del 3 per cento. È stato inoltre rivisto il dato di dicembre quando gli ordini sono diminuiti del 4,6% anzichè del 3%.

Ed è ancora record per i sussidi di disoccupazione che hanno ormai superato la soglia psicologica dei cinque milioni. Il numero degli americani che percepisce ilsussidio è aumentato di 114.000 unità raggiungendo i 5,112 milioni, dopo il forte aumento segnato la scorsa settimana. Le richieste settimanali di sussidio sono salite, infatti, di 36.000 unità a quota 667.000, il livello più alto dal 1982. È stato inoltre rivisto al rialzo il dato della settimana precedente a quota 631.000 da 627.000 della prima rilevazioni.

Infine, le vendite di nuove case sono crollate del 10,2% al tasso annuo di 309mila a gennaio, livello minimo da quando le rilevazioni sono cominciate nel 1963. Il dato reso noto dal dipartimento del Commercio è peggiore delle attese degli analisti, che avevano pronosticato un tasso annuo di 330mila. Il prezzo medio delle abitazioni è scivolato del 13,5% a 201.100 dollari, minimo dal dicembre 2003.

Tratto da Ilsole24ore.com

Psicosi pseudo-stupri: In-Giustizia mediatico-giudiziaria al servizio della cattiva politica

27 marzo 2009

http://www.lastampa.it/redazione/cmssezioni/cronache/200903images/raczkarol01g.jpg

«In un anno 2390 esecuzioni capitali»

27 marzo 2009

Il rapporto Amnesty 2008. E in Europa, la Bielorussia resta l’unico Paese dove resiste la pena di morte

ROMA -Nel 2008 sono state messe a morte nel mondo 2390 persone in 25 Paesi. E dall’inizio del 2009 sono già state eseguite almeno 103 sentenze capitali in tutto il mondo. Se in due terzi dei Paesi del Pianeta infatti la pena di morte è stata abolita, e solo 25 (su 59) di quelli che ancora la mantengono hanno eseguito condanne capitali nel 2008, va anche detto che il 93% di tutte le esecuzioni è avvenuto in soli cinque paesi: Cina, Iran, Arabia Saudita, Pakistan e Stati Uniti.

Mette in luce comunque una tendenza positiva Amnesty International, nel rapporto sulla stato della pena di morte del 2008: alla Cina, che da sola ha messo a morte più persone che il resto del mondo nel suo complesso (1718 su 2390), fa da contrasto l’Europa. Amnesty sottolinea a riguardo che nel Vecchio Continente è rimasta solo la Bielorussia a ricorrere ancora alla pena di morte.

BIELORUSSIA – Amnesty ribadisce la richiesta al presidente bielorusso, Aleksandr Lukashenko, di commutare senza ulteriori ritardi le condanne di tutti i detenuti presenti nel braccio della morte e di intraprendere passi immediati verso l’abolizione della pena capitale. Sull’unico Paese europeo dove è ancora in vigore la pena di morte non esistono dati o statistiche ufficiali, ma Amnesty stima che più di 400 persone siano state messe a morte dal 1991, anno in cui la Bielorussia è diventata indipendente.

L’intero procedimento che riguarda la pena di morte inoltre è avvolto dal segreto: i prigionieri e i loro familiari non sono informati sulla data dell’esecuzione e il corpo del condannato non viene restituito alla famiglia.

L’applicazione della pena di morte – sottolinea ancora l’organizzazione che tutela i diritti umani – è aggravata da un sistema di giustizia penale viziato, dove tortura e maltrattamenti sono utilizzati per estorcere le confessioni e i condannati non hanno accesso alle legittime procedure d’appello.

BUONE E CATTIVE NOTIZIE - Più in generale «la buona notizia è che le esecuzioni hanno luogo in un piccolo numero di Paesi. Questo dimostra che stiamo facendo passi avanti verso un mondo libero dalla pena di morte.

La brutta notizia, invece, è che centinaia di persone continuano a essere condannate a morte nei Paesi che ancora non hanno formalmente abolito la pena capitale», ha dichiarato Irene Khan, segretaria generale di Amnesty International in occasione della diffusione del Rapporto.

Dopo l’Asia, dove 11 Paesi continuano a ricorrere alla pena di morte (Afghanistan, Bangladesh, Cina, Corea del Nord, Giappone, Indonesia, Malaysia, Mongolia, Pakistan, Singapore e Vietnam) il secondo maggior numero di esecuzioni, 508, è stato registrato in Africa del Nord e Medio Oriente.

IRAN E ARABIA - In Iran sono state messe a morte almeno 346 persone, tra cui otto minorenni al momento del reato, con metodi che comprendono l’impiccagione e la lapidazione. In Arabia Saudita, le esecuzioni sono state almeno 102, solitamente tramite decapitazione pubblica seguita, in alcuni casi, dalla crocifissione.

Nel continente americano solo gli Stati Uniti d’America hanno continuato a ricorrere con regolarità alla pena di morte, con 37 esecuzioni portate a termine lo scorso anno, la maggior parte delle quali in Texas. Il rilascio di quattro uomini dai bracci della morte ha fatto salire a oltre 120 il numero dei condannati alla pena capitale tornati in libertà dal 1975 perchè riconosciuti innocenti.

L’unico altro stato in cui sono state eseguite condanne a morte è stato Saint Christopher e Nevis, il primo dell’area caraibica ad aver ripreso le esecuzioni dal 2003. Nell’Africa sub-sahariana, secondo dati ufficiali, sono state eseguite solo due esecuzioni, ma le condanne a morte sono state almeno 362.

Quest’area ha registrato un passo indietro, con la reintroduzione della pena di morte in Liberia per i reati di rapina, terrorismo e dirottamento.

«La pena capitale non è solo un atto ma un processo, consentito dalla legge, di terrore fisico e psicologico che culmina con un omicidio commesso dallo stato. A tutto questo deve essere posta fine», ha sottolineato Khan.

Tratto da Corriere.it


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L’Europa, l’ambientalismo e la crisi economica

27 marzo 2009

Esiste una “ideologia europeista”? Il presidente ceco Vaclav Klaus spiega come la “correttezza politica” ha corrotto gli originari principi dell’integrazione europea

Articolo di Vaclav Klaus

Quando parlo di Europa e di Unione Europea, e soprattutto quando critico l’ideologia oggi dominante, che chiamo europeismo.

Temo che – negli ultimi due anni – questo “conglomerato di idee”, di vaga struttura, piuttosto eterogeneo e descritto, formulato, analizzato e difeso in modo non coerente, abbia ottenuto un enorme potere e influenzi il nostro modo di pensare, le politiche e la vita più di quanto ci si renda conto.

Gli aspetti principali dell’europeismo, a mio modo di vedere, possono essere sintetizzati come segue:

  • la fede nell’economia sociale di mercato e la demonizzazione del libero mercato;
  • l’affidarsi alla società civile, alle organizzazioni non governative (ONG), al partenariato sociale e al corporativismo, invece che alla classica democrazia parlamentare;
  • l’aspirare al costruttivismo sociale come conseguenza dello scetticismo nei confronti dell’evoluzione spontanea della società umana;
  • l’indifferenza nei confronti dello stato nazione e la fede cieca nell’internazionalismo;
  • la promozione del modello d’integrazione europea sopranazionalista e non intergovernativo.

Chiunque segua la linea politica, filosofica, economica e sociologica francese sa che la mia posizione (vale a dire, il mio forte disaccordo con questa dottrina) si scontra direttamente con le attitudini politicamente corrette della Francia e, cosa probabilmente ancora più grave, con la visione profondamente radicata e secolare dell’“intellighenzia” francese.

Con tutto l’affetto che nutro per questo paese, la Francia è per me più Colbert che Bastiat, più Fourier e Saint-Simon che Say e Turgot, più Sartre che Aron.

Non sorprende, dunque, che io non venga invitato spesso a parlare.

La questione dell’Europa e del suo futuro mi ha accompagnato fin dalla caduta del comunismo, a differenza di altri temi di attualità. Nemmeno questo è sorprendente.

L’attuale indebolimento della democrazia e del libero mercato nel continente europeo, connesso al processo di unificazione, appare come un fenomeno minaccioso soprattutto per coloro che hanno trascorso la maggior parte della loro vita sotto un regime comunista autoritario e oppressivo.

Ritengo, pertanto, che il cammino verso un’Europa sempre più unita (che è uno dei principi fondamentali dell’europeismo) sia un progetto attualmente frainteso.

Quest’ambizione è stata il principale elemento costitutivo della Costituzione Europea ed è conservata, senza sostanziali modifiche, nella sua nuova versione, il Trattato di Lisbona.

Il graduale passaggio dalla liberalizzazione e dalla rimozione di tutti i tipi di barriere a una massiccia introduzione di regolamentazione e armonizzazione dall’alto, un sistema di welfare in continua espansione e sempre più munifico, forme di protezionismo innovative e più sofisticate, la continua crescita degli oneri giuridici e normativi per le imprese, politiche di mercato che minano la concorrenza, e la moneta unica, sono tutte cose molto reali.

E sono cose che indeboliscono e limitano la libertà, la democrazia e la responsabilità democratica, per non parlare dell’efficienza economica, dell’imprenditorialità e della competitività.

Lo slogan della presidenza ceca dell’UE, “Europa senza barriere”, tenta di riportare all’ordine del giorno le ambizioni originarie dell’integrazione europea – vale a dire, la liberalizzazione, l’apertura, e l’eliminazione delle barriere e del protezionismo.

Ed è giusto che sia così, perché è una cosa ormai più che necessaria.

Parlo spesso di questo argomento perché m’interessa davvero l’Europa.

Per me, e per il mio paese, l’adesione alla UE non ha mai avuto reali alternative; ma ciò non significa che siamo disposti ad accettare il dogma per il quale le forme e le modalità dell’organizzazione istituzionale dell’Unione Europea sono insindacabili.

È inaccettabile darle per sacrosante, come fossero l’unica opzione consentita e politicamente corretta.

Dovrebbe essere considerato sacro, piuttosto, il diritto delle persone a dire “sì” o “no” alla Costituzione Europea, o al Trattato di Lisbona, o a qualsiasi altro documento analogo.

Tale diritto rappresenta la vera sostanza (e il significato) dell’Europa.

Gli attacchi contro chi osa dire “no” ai tentativi di accelerare la penetrazione dell’Unione Europea, che è l’essenza e lo scopo del Trattato di Lisbona, sono attacchi contro la natura stessa dell’Europa.

Detto ciò, vorrei soffermarmi su altri due aspetti che considero importanti.

Ritengo che un altro grande problema risieda nell’ambientalismo e nella sua forma attualmente più aggressiva, vale a dire l’allarmismo per il surriscaldamento globale.

Questa ideologia si è gradualmente trasformata nel più efficiente veicolo di sostegno per i massicci interventi governativi in tutti gli ambiti della vita, e la repressione della libertà e della prosperità economica.

Trovo frustrante il fatto che questa ideologia non sia stata sufficientemente contestata sia dall’interno della climatologia che dall’esterno. Continuiamo a sentire solo della propaganda unilaterale, non delle serie contro-argomentazioni.

È inoltre evidente che il dibattito debba superare i confini della climatologia stessa.

Non dovremmo permettere che gli esseri umani si dividano fra i climatologi e tutti gli altri, disinformati e un po’ ingenui.

Il dibattito sul riscaldamento globale è una questione complessa, e la climatologia ne costituisce solo una parte.

Infatti, esiste, in questo dibattito, un ruolo speciale per l’economia, perché abbiamo sviluppato una sub-disciplina scientifica chiamata “economia del riscaldamento globale”.

Gli economisti dovrebbero presentare le loro argomentazioni in merito alla inesauribilità delle risorse, di tutte le risorse, comprese quelle energetiche, sempre che siano utilizzate razionalmente, vale a dire con l’aiuto di prezzi non distorti e di diritti di proprietà ben definiti.

Gli economisti dovrebbero mettere a nostra disposizione degli studi esaurienti sui costi e benefici delle politiche e delle misure “verdi” attualmente proposte.

Dovrebbero preparare delle argomentazioni – comprensibili anche per coloro che non sono degli specialisti – sul complicatissimo rapporto tra i diversi orizzonti temporali (discusso in sede di teoria economica tramite gli strumenti dell’attualizzazione).

Dovrebbero rivolgersi all’argomentazione base dell’economia, vale a dire la razionale avversione al rischio (che contribuirebbe a indebolire l’indistinto e fondamentalista principio di precauzione a cui ricorrono gli ambientalisti), e dovrebbero riportare la discussione sul ruolo positivo dei mercati, dei prezzi, dei diritti di proprietà, oltre che sulle tragiche conseguenze dell’inevitabile fallimento del governo connesso con l’ambizione di occuparsi di temi quali il controllo del clima globale.

La terza questione a cui vorrei accennare qui oggi è l’attuale crisi finanziaria ed economica. Recentemente ho trascorso tre giorni interi a discutere di questo argomento al Forum economico mondiale di Davos, e la mia sensazione è che la razionalità e la scienza economica siano state soppresse o dimenticate.

Questa crisi economica, molto dura e di giorno in giorno sempre più profonda, dovrebbe essere accettata come un normale fenomeno economico, un’inevitabile conseguenza, e dunque un “giusto” prezzo che dobbiamo pagare per il lungo periodo in cui la politica ha giocato con il mercato.

I tentativi dei politici di dare la colpa al mercato, invece che a se stessi, sono assolutamente inaccettabili e dovrebbero essere respinti con risolutezza.

Le loro attività volte a “riformare” il sistema economico sono tutte molto dubbie e, come ho detto a Davos, sono sempre più spaventato, non tanto dalla crisi in sé, ma proprio da queste riforme.

Cercando delle vie d’uscita, dobbiamo – per usare un’analogia – distinguere rigorosamente tra la lotta contro l’incendio e la creazione di una legislazione per la protezione antincendio. Ora, dobbiamo concentrarci sul primo compito, mentre del secondo ci si può occupare gradualmente, senza fretta e panico.

Un forte aumento nella competenza e nella portata di applicazione della regolamentazione finanziaria, proposto in questi giorni, non farà altro che prolungare la recessione.

La domanda aggregata ha bisogno di essere rafforzata.

Un metodo tradizionale per fare ciò è aumentare la spesa pubblica, soprattutto in infrastrutture, ammesso che sia possibile.

Sarebbe molto più utile, tuttavia, avviare una radicale riduzione di tutti i tipi di restrizioni in materia di iniziativa privata introdotte nell’ultimo mezzo secolo, durante l’epoca del coraggioso nuovo mondo dell’ “economia di mercato sociale ed ecologica”.

La cosa migliore da fare subito sarebbe allentare temporaneamente, se non abrogare in modo permanente, i vari “standard” che riguardano le parti sociali, la regolamentazione ambientale, sociale e sanitaria, perché più di ogni altra cosa bloccano l’attività umana.

Quando crollò il comunismo, quasi 20 anni fa, non mi aspettavo di assistere in vita mia a un livello di intervento governativo pari a quello a cui assistiamo oggi.

Quindi, resto convinto che la lotta per la libertà e il libero mercato rimanga il compito più urgente. Forse noi, o per lo meno alcuni di noi, siamo troppo sensibili a questo proposito, ma io sono certo che, in linea di principio, questa non è una posizione dettata da ipersensibilità personale.

Si tratta dei pericoli reali che ci stanno attorno.

Tratto da Brunoleoni.it

Cantore retorico della propria menzogna

27 marzo 2009

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