Articolo di Alberto Mingardi
Alea iacta est. Il lettore ci perdonerà se cominciamo così anziché con un più sobrio il dado è tratto, ma nelle prossime settimane, di vertice in vertice, i governi del mondo libero cercheranno in tutti i modi di “ricostruire la fiducia”.
Attendiamoci po’ di latinorum e molte statistiche. Questa crisi ha visto appannarsi l’immagine di tutta una classe dirigente: politici, economisti, banchieri. Per mostrare al volgo che si è meglio di loro, che si è gente di cui ci si può “fidare”, si comincia così.
Qualche dado, però, è stato tirato per davvero.
In Europa, i governi si sono messi d’accordo per “riscrivere le regole”, cioè per introdurre un po’ di regolamentazione supplementare nei mercati. Siccome le regole devono essere norme generali, astratte, credibili e “obbedibili” in linea di principio in momenti molto diversi nel tempo, non c’è probabilmente nulla di peggio che porvi mano in una fase di grande e generalizzata preoccupazione.
Da quanto è avvenuto negli scorsi mesi, una cosa dovrebbe essere chiara: nessuno ha la bacchetta magica. Le decisioni dei governi, rispetto ai potenziali fallimenti a tessere di domino nel settore bancario, sono state tutto sommato omogenee.
Abbiamo considerato alcune banche “too big to fail”, troppo grandi per fallire, e abbiamo evitato, o forse solo posticipato, il redde rationem. L’alternativa è parsa politicamente indifendibile, e nell’unico caso in cui una banca è stata “lasciata andare”, quello di Lehman, indesiderabile. Eppure, in assenza di un controfattuale, non possiamo dire che i governi abbiano preso la strada migliore.
Se l’obiettivo era quello di tamponare una falla di proporzioni ignote, sull’efficacia di quanto fatto dobbiamo sospendere il giudizio. Se l’intenzione era quella di “rinsaldare la fiducia”, hanno fallito. In questa situazione, è probabile che i nostri leader possano cavalcare l’attimo, per estrarre dal cilindro norme migliori? In tutta evidenza, no.
La gestione della crisi è questione immediata, la riscrittura delle regole del gioco è cosa che andrebbe fatta a bocce ferme. I governi europei ragionano come i protagonisti di un fumetto. Hanno deciso che il cattivo della storia sono gli hedge funds, fingendo d’ignorare che anch’essi, come ha scritto Antonio Foglia sul Sole 24 Ore, sono «vittime afone della crisi», e che speculano con molta meno leva delle grandi banche (tutta l’industria dei fondi hedge conta meno di un quarto delle prime dieci banche mondiali).
Il senso della manovra dei leader europei però è altro: qualcuno deve pagare.
E allora gli hedge tornano alla bisogna. Le grandi banche sono troppo ramificate, perché gli venga presentato il conto.
Che esse non debbano finire nel burrone lo pensa anche Francesco Giavazzi, convinto che «il mondo non sia granché cambiato da un anno a questa parte»: cioè che la vera determinante della drastica spirale di riduzione di ricchezza in cui ci siamo avvitati sia la perdita della fiducia. Le case che hanno perso valore, dice Giavazzi, sono quelle di un anno fa. Le imprese le cui azioni si sono vertiginosamente deprezzate sono le stesse.
Il problema però è che non si può assumere che i valori di ieri siano corretti, e i prezzi di oggi sbagliati. Il “bust” è un necessario e doloroso processo di aggiustamento, mentre è nel “boom” che i segnali di mercato sono falsati. Se oggi serpeggia il pessimismo, è perché l’ottimismo di ieri si è rivelato eccessivo.
Ed è comunque il mercato, non gli economisti, non i commentatori, a stimare il valore delle cose, dandovi un prezzo. È per questo che la raccomandazione di Giavazzi, per «salvarci dall’abisso», pare fragile.
Per Giavazzi, il Governo «dovrebbe garantire tutte le attività finanziarie collegate al mercato immobiliare, cioè impegnarsi ad acquistarle a un prezzo prefissato, superiore all’attuale prezzo di mercato».
Egli propone inoltre che «il Governo si impegni ad acquistare fra due anni il doppio delle azioni delle quattro maggiori banche al doppio del prezzo di oggi». Perché proprio il doppio, non è dato sapere.
Ma questa alternativa pare persino peggiore di quella, terribile, della nazionalizzazione.
Se è vero che il problema resta stimare il valore degli asset tossici, è altrettanto vero che separare il grano dal loglio è difficilissimo, forse impossibile.
C’è una generalizzazione delle sofferenze; sarebbe molto piu lineare se vi fosse una chiara differenziazione di mercato fra vincenti e perdenti, che però non si riescono a distinguere, perché nessuno si muove senza un intervento governativo. Si continua così a creare a creare azzardo morale: chi ha sbagliato non paga, il che può indurre gli attori economici a continuare a non stimare in modo appropriato il rischio.
Difendendo la prospettiva di un temporaneo controllo pubblico, Nouriel Roubini ha sostenuto che almeno così si potrebbe permettere uno “spezzatino” delle gigantobanche, traendone imprese di dimensione diversa, forse meglio gestibili.
Per inciso, la nazionalizzazione ha tutte le controindicazioni che sappiamo: non c’è garanzia che l’azionista pubblico saprà far meglio degli azionisti privati. La parziale nazionalizzazione (di cui si parla per Citigroup), idem. C’è una sola certezza. Comunque vada, sarà un disastro.
Da Il Riformista, 24 febbraio 2009