Galli e Mingardi sul Wall Street Journal
Articolo di Giampaolo Galli e Alberto Mingardi
I governi europei si stanno giustamente chiedendo quali lezioni debbano trarre dall’attuale crisi finanziaria.
Alcuni giorni fa Charlie McCreevy, Commissario europeo al mercato interno, ha osservato che «i nostri sistemi di supervisione non sono all’altezza del compito» lasciando così intendere che sia necessario trovare un rimedio per via normativa.
Certo è che, se i politici europei vorranno prendere la decisione giusta, dovranno opporsi alla mitologia politica attualmente prevalente, che si fonda sull’assunto che la crisi sia esplosa più che altro a causa della “deregulation selvaggia” dei mercati finanziari americani.
La comparazione di sistemi normativi vigenti in luoghi o momenti diversi non è impresa facile. Probabilmente non vi sono mai state – su entrambe le sponde dell’Atlantico – tante pagine e volumi in tema di regolamentazione finanziaria quante ve ne sono oggigiorno.
Ciò può essere spiegato, almeno in parte, dall’incredibile crescita delle dimensioni e della complessità dei mercati, concomitante con il più notevole grado di innovazione in campo finanziario che si sia vista dall’introduzione della partita doppia nell’Italia del Medioevo.
Ma torniamo col pensiero a qualche mese prima dello scoppio della crisi dei mutui subprime: all’epoca si sosteneva che i mercati finanziari americani subissero gli effetti di un eccesso di regolamentazione e che, di conseguenza, stessero perdendo in competitività.
Si aggiungeva che ciò stesse avvantaggiando non solo I Paesi emergenti dell’Asia, ma persino il Vecchio Continente che, grazie al mercato unico, stava innovando e liberalizzando il settore finanziario.
Nel gennaio del 2007 il sindaco di New York Michael Bloomberg e Charles Schumer, Senatore del medesimo stato (nessuno dei due, per inciso, può essere considerato un liberista selvaggio), pubblicarono una relazione nella quale si evidenziava la “migrazione” delle offerte pubbliche di acquisto dagli Stati Uniti alle piazze europee.
Tra il 2001 e il 2007 il valore di tali operazioni nell’Unione Europea era cresciuto dal 28 per cento di quelle effettuate negli Stati Uniti al 239 per cento.
La netta sensazione era che i costi e i rischi di operare nei mercati americani fossero elevati e crescenti, a causa della tassazione d’impresa e di normative finanziarie come quelle relative alla governance d’impresa e alla manipolazione del mercato, per non parlare dei numerosi casi di indagini in materia di antitrust e delle cause legali di class action relative al mercato dei titoli.
Negli ultimi anni hedge fund, banche d’investimento e società di private equity si erano trasferite con sempre maggiore frequenza dagli Stati Uniti al Vecchio Continente.
Nondimeno alcune analisi ravvisano almeno in parte il motivo della crisi finanziaria nella presunta tolleranza da parte delle autorità americane per la scarsa trasparenza dei prodotti derivati over-the-counter (OTC), cresciuti come funghi negli ultimi anni.
Ma se ciò fosse vero, l’Unione Europea non sarebbe più virtuosa degli Stati Uniti.
Secondo i dati della Banca dei Regolamenti Internazionali, nel 2007 il valore medio quotidiano delle transazioni relative a derivati OTC ha raggiunto in Europa il picco di 1.700 miliardi di dollari, quasi il triplo del corrispettivo degli Stati Uniti.
Analogamente, se l’eccesso di leva che ha contraddistinto le banche statunitensi fosse una conseguenza dell’indulgenza delle autorità normative di quel Paese, dovremmo osservare che le loro controparti europee avrebbero subito in pari misura il fascino del laissez-faire.
Molte tra le più grandi (e più regolamentate) banche commerciali europee avevano una leva debitoria ben più consistente delle banche d’investimento americane che, secondo la convinzione prevalente oggigiorno, avrebbero operato senza alcun freno.
Difatti le prime hanno risentito degli effetti della crisi fin dal suo inizio, nell’agosto del 2007.
Tra gli aspetti della “mollezza normativa” statunitense viene spesso citata la propensione a concedere prestiti con grande facilità (fino a superare la soglia della liceità), propensione che avrebbe causato livelli insostenibili di indebitamento delle famiglie americane.
Quale che sia il merito di questa tesi, è bene ricordare che in molti Paesi europei il rapporto tra debito familiare e reddito disponibile è pari o superiore alla media americana.
Secondo i dati OCSE, tale rapporto è pari al 107 per cento in Germania e Spagna, al 134 per cento in Svezia, al 135 per cento negli Stati Uniti, al 141 per cento in Irlanda e al 159 per cento nel Regno Unito, per non parlare del 246 per cento dei Paesi bassi e del 260 per cento della Danimarca.
Negli Stati Uniti gli organi preposti alla regolamentazione sono sempre stati alquanto frammentati.
In un rapporto pubblicato nel novembre 2007 la U.S. Financial Services Round Table annoverava dieci diversi enti normativi a livello federale, con un totale di oltre 30.000 dipendenti, senza contare i loro corrispettivi al livello dei cinquanta stati dell’Unione.
Questo rapporto descrive le normative finanziarie statunitensi servendosi di termini quali “prescrittive”, “complesse”, “formalistiche”, “costose” e “inefficienti”.
Non di rado il raggio d’azione delle diverse regole si sovrapponeva, facendo sì che una stessa istituzione finanziaria fosse soggetta a più norme e più enti di controllo.
Se il paesaggio normativo americano assomiglia ad una giungla, è per le liane aggrovigliate che lo caratterizzano.
Questa breve disamina dovrebbe indurci a chiederci se la carenza di regole sia stata davvero un fattore importante tra i motivi della crisi o se piuttosto quest’ultima non sia, per così dire, “cieca” alle norme, ossia che non sia stata causata dalla presunta leggerezza delle autorità di vigilanza e che la “soluzione” non sia necessariamente l’introduzione di regole diverse.
In tal caso, le lezioni che dovranno apprendere i governi europei vanno cercate altrove e non giustificano un’ulteriore riduzione della libertà dei mercati.
In considerazione del fatto che l’azzardo morale viene largamente riconosciuto come uno dei motivi fondamentali della crisi attuale, forse bisognerebbe prendere in considerazione l’idea di non crearne di nuovo per il tramite di complessi sistemi normativi.
Per loro natura, le normative tendono a distorcere il mercato cui si applicano.
Alterando il quadro entro il quale operano i singoli individui, esse creano l’incentivo ad assumersi rischi che, in loro assenza, non sarebbero stati corsi.
Fino a un certo punto questo fenomeno può essere sostenibile, ma quando normative troppo vaste e confuse inducono troppi individui ad assumersi rischi eccessivi si spiana la strada per il disastro.
A posteriori, è facile immaginare regole e controlli che avrebbero potuto prevenire la crisi.
Il problema, però, è guardare al futuro.
Ora più che mai è necessario capire chiaramente quali siano i limiti delle regolamentazioni.
Non v’è dubbio che “laissez-faire les financiers” non sia mai stata la regola in alcun Paese.
I decisori politici che vogliano prevenire la prossima crisi non possono partire da una falsa premessa.
Giampaolo Galli è docente di economia presso l’università Luiss di Roma e Direttore generale di ANIA, l’associazione delle compagnie di assicurazione italiane. Alberto Mingardi è Direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato sull’edizione del 29 gennaio 2009 del Wall Street Journal.
Tratto da Brunoleoni.it