Archivio per febbraio 2009

Usa: la task force per l’auto?. Viaggia con vetture straniere.

28 febbraio 2009

Sedici membri su 18 hanno una macchina privata di un marchio non americano

Articolo di Ennio Caretto

WASHINGTON (USA) – Scandalo a Detroit: sulle 18 figure di vertice della Task force istituita da Obama per salvare l’auto, solo due hanno una vettura privata «made in Usa», tutti gli altri hanno una vettura straniera, in prevalenza giapponese.

Il ministro del Tesoro Timothy Geithner guida un’Acura, quello del bilancio Peter Horzag guida una Honda, il consigliere economico della Casa bianca Lawrence Summers guida una Madza, il suo vice Austan Goolsbee guida una Toyota, e via di seguito.

LE ACCUSE – Gli unici due patrioti della task force, che non tradiscono Detroit, sono Gene Sperling, consulente del ministero del Tesoro, e Edward Montgomery, consulente del ministero del Lavoro: entrambi guidano una Ford, la seconda casa automobilistica americana dopo la General motors e davanti alla Chrysler.

La Ford è la sola delle tre case che non abbia chiesto sussidi statali.

A Detroit è scalpore perché il piano di rilancio della economia varato dal presidente Obama contiene la clausola “buy American”, compra prodotti americani.

E perchè Obama ha dato il buon esempio: la sua auto privata è una Ford Escape ibrida, quella precedente era una Chrysler.

Idem il vicepresidente Joe Biden: la sua unica vettura è un vero pezzo di antiquariato, una Chevrolet Corvette della General motors del 1967, un regalo del padre.

Ha protestato il Detroit news, il quotidiano della capitale dell’auto, che i 18 membri della Task force «predicano bene ma razzolano male» come si diceva un tempo: dovrebbero cambiare subito macchina, comprarne una americana, e incitare il pubblico a imitarli in blocco.

Il giornale ha aggiunto che i primi dovrebbero essere i ricchi, che invece si buttano sulle Ferrari, le Porsche ecc…

I MOTIVI DELLA SCELTA - In realtà, in privato Geithner, Horzag, Summers e soci hanno fatto quello che fa la maggioranza degli americani: hanno comprato le auto che consumano di meno e che durano di più, le auto giapponesi, uno dei motivi della crisi di Detroit, che si era concentrata sui “Suv”, fuoristrada che divorano benzina.

Le “auto blu”, inoltre, quelle ufficiali, sono tutte “made in Usa”, in genere delle Ford, con qualche modello ad hoc della General motors, come «La bestia», la vettura superblindata del presidente. C’è però un problema: i cittadini esitano ad acquistare macchine americane perché temono che i colossi di Detroit vadano in bancarotta.

Il Wall Street Journal ha spiegato che la General motors e la Chrysler hanno bisogno di altri 40 miliardi di dollari oltre i 17 miliardi e mezzo già ricevuti dallo stato.

Una somma enorme che lo Stato potrebbe risparmiare obbligandole a dichiarare «Chapter 11», la bancarotta controllata.

Tratto da Corriere.it

Il senso della manovra dei leader europei è: qualcuno deve pagare

28 febbraio 2009

Articolo di Alberto Mingardi

Alea iacta est. Il lettore ci perdonerà se cominciamo così anziché con un più sobrio il dado è tratto, ma nelle prossime settimane, di vertice in vertice, i governi del mondo libero cercheranno in tutti i modi di “ricostruire la fiducia”.

Attendiamoci po’ di latinorum e molte statistiche. Questa crisi ha visto appannarsi l’immagine di tutta una classe dirigente: politici, economisti, banchieri. Per mostrare al volgo che si è meglio di loro, che si è gente di cui ci si può “fidare”, si comincia così.

Qualche dado, però, è stato tirato per davvero.

In Europa, i governi si sono messi d’accordo per “riscrivere le regole”, cioè per introdurre un po’ di regolamentazione supplementare nei mercati. Siccome le regole devono essere norme generali, astratte, credibili e “obbedibili” in linea di principio in momenti molto diversi nel tempo, non c’è probabilmente nulla di peggio che porvi mano in una fase di grande e generalizzata preoccupazione.

Da quanto è avvenuto negli scorsi mesi, una cosa dovrebbe essere chiara: nessuno ha la bacchetta magica. Le decisioni dei governi, rispetto ai potenziali fallimenti a tessere di domino nel settore bancario, sono state tutto sommato omogenee.

Abbiamo considerato alcune banche “too big to fail”, troppo grandi per fallire, e abbiamo evitato, o forse solo posticipato, il redde rationem. L’alternativa è parsa politicamente indifendibile, e nell’unico caso in cui una banca è stata “lasciata andare”, quello di Lehman, indesiderabile. Eppure, in assenza di un controfattuale, non possiamo dire che i governi abbiano preso la strada migliore.

Se l’obiettivo era quello di tamponare una falla di proporzioni ignote, sull’efficacia di quanto fatto dobbiamo sospendere il giudizio. Se l’intenzione era quella di “rinsaldare la fiducia”, hanno fallito. In questa situazione, è probabile che i nostri leader possano cavalcare l’attimo, per estrarre dal cilindro norme migliori? In tutta evidenza, no.

La gestione della crisi è questione immediata, la riscrittura delle regole del gioco è cosa che andrebbe fatta a bocce ferme. I governi europei ragionano come i protagonisti di un fumetto. Hanno deciso che il cattivo della storia sono gli hedge funds, fingendo d’ignorare che anch’essi, come ha scritto Antonio Foglia sul Sole 24 Ore, sono «vittime afone della crisi», e che speculano con molta meno leva delle grandi banche (tutta l’industria dei fondi hedge conta meno di un quarto delle prime dieci banche mondiali).

Il senso della manovra dei leader europei però è altro: qualcuno deve pagare.

E allora gli hedge tornano alla bisogna. Le grandi banche sono troppo ramificate, perché gli venga presentato il conto.

Che esse non debbano finire nel burrone lo pensa anche Francesco Giavazzi, convinto che «il mondo non sia granché cambiato da un anno a questa parte»: cioè che la vera determinante della drastica spirale di riduzione di ricchezza in cui ci siamo avvitati sia la perdita della fiducia. Le case che hanno perso valore, dice Giavazzi, sono quelle di un anno fa. Le imprese le cui azioni si sono vertiginosamente deprezzate sono le stesse.

Il problema però è che non si può assumere che i valori di ieri siano corretti, e i prezzi di oggi sbagliati. Il “bust” è un necessario e doloroso processo di aggiustamento, mentre è nel “boom” che i segnali di mercato sono falsati. Se oggi serpeggia il pessimismo, è perché l’ottimismo di ieri si è rivelato eccessivo.

Ed è comunque il mercato, non gli economisti, non i commentatori, a stimare il valore delle cose, dandovi un prezzo. È per questo che la raccomandazione di Giavazzi, per «salvarci dall’abisso», pare fragile.

Per Giavazzi, il Governo «dovrebbe garantire tutte le attività finanziarie collegate al mercato immobiliare, cioè impegnarsi ad acquistarle a un prezzo prefissato, superiore all’attuale prezzo di mercato».

Egli propone inoltre che «il Governo si impegni ad acquistare fra due anni il doppio delle azioni delle quattro maggiori banche al doppio del prezzo di oggi». Perché proprio il doppio, non è dato sapere.

Ma questa alternativa pare persino peggiore di quella, terribile, della nazionalizzazione.

Se è vero che il problema resta stimare il valore degli asset tossici, è altrettanto vero che separare il grano dal loglio è difficilissimo, forse impossibile.

C’è una generalizzazione delle sofferenze; sarebbe molto piu lineare se vi fosse una chiara differenziazione di mercato fra vincenti e perdenti, che però non si riescono a distinguere, perché nessuno si muove senza un intervento governativo. Si continua così a creare a creare azzardo morale: chi ha sbagliato non paga, il che può indurre gli attori economici a continuare a non stimare in modo appropriato il rischio.

Difendendo la prospettiva di un temporaneo controllo pubblico, Nouriel Roubini ha sostenuto che almeno così si potrebbe permettere uno “spezzatino” delle gigantobanche, traendone imprese di dimensione diversa, forse meglio gestibili.

Per inciso, la nazionalizzazione ha tutte le controindicazioni che sappiamo: non c’è garanzia che l’azionista pubblico saprà far meglio degli azionisti privati. La parziale nazionalizzazione (di cui si parla per Citigroup), idem. C’è una sola certezza. Comunque vada, sarà un disastro.

Da Il Riformista, 24 febbraio 2009

CNBC: Chicago traders cheering for Ron Paul

27 febbraio 2009

Costi raddoppiati, dubbi sul Marine One

27 febbraio 2009

McCain attacca Obama, ma fu Bush a chiedere una fortezza volante

A rischio l’appalto per gli elicotteri della Casa Bianca, che vede impegnata anche l’italiana Agusta

Articolo di Ennio Caretto

WASHINGTON – Il presidente Obama sta discutendo con il ministro della difesa Robert Gates il destino del «Marine One», il nuovo elicottero della Casa Bianca della Lockheed Martin americana e della Augusta–Westland, del gruppo della Finmeccanica, il cui costo è quasi raddoppiato, dai previsti 6 miliardi di dollari a 11 miliardi. Ha lasciato intendere di non avere deciso se rispettare l’appalto, se modificarlo o se annullarlo, ma lo ha portato a «esempio di una procedura che s’è imballata», dicendo che «la questione dovrà essere risolta».

«BUY AMERICAN» – Obama ha parlato del «Marine One» in risposta a una domanda del senatore John McCain, il suo avversario repubblicano alle elezioni, che lamentava gli sprechi del Pentagono, incluso a suo parere il VH 71 della Agusta Westland. «L’elicottero che ho ora mi sembra perfettamente adeguato» ha dichiarato il presidente «forse perché non ne avevo avvertito la mancanza» ha aggiunto con un sorriso. La settimana scorsa, il New York Times aveva messo in dubbio la sorte della fornitura di «Marine One» visto che ogni apparecchio verrebbe a costare 400 milioni di dollari, quasi quanto il jumbo «Air Force One», la «Casa Bianca Volante». Obama ha fatto presente che in questo momento di crisi finanziaria il costo degli armamenti va contenuto. Ma il presidente è sottoposto a forti pressioni – perché riduca l’appalto o lo cancelli – anche dalla lobby del «buy American», compra prodotti americani, e dai liberal al Congresso. Uno di loro, il senatore Carl Levin, il capo della Commissione alla difesa, ha annunciato proprio ieri un disegno legge «per prevenire gli sprechi cronici dei militari».

COSTI E PREVENTIVI – Secondo Levin se i costi reali superassero i preventivi, gli appalti dovrebbero essere cancellati. Attualmente, in base alla legge Nunn – McCurdy, dal nome di due ex senatori, se i preventivi vengono superati del 25 per cento scatta una revisione dell’appalto. Delle 21 ultime revisioni, però, 2 sole condussero alla revoca. La Lockheed Martin, un gigante dello establishment militare industriale, e la Agusta Westland continuano a essere ottimiste. Osservano che i costi aggiuntivi sono dovuti alla richiesta dell’amministrazione Bush, che voleva fare del VH 71 una fortezza high tech, in grado di reagire a ogni attacco, e potrebbero essere ridotti sotto Obama. E sottolineano che i progetti alternativi sono più costosi.

FRATTINI OTTIMISTA – Un primo gruppo di elicotteri, inoltre, fino a 7, è pronto, il secondo è in attesa del responso del Pentagono il giugno prossimo. E’ ottimista anche il nostro ministro italiano degli esteri Franco Frattini, stando a cui il «Marine One» verrà ultimato. Ma la lobby del «buy American» si batte affinché l’appalto sia trasferito alla Sikorski, la casa produttrice degli attuali «Marine One». Rosa del Lauro, una deputatessa del Connecticut, dove si trova la Sikorski, ha rinfacciato all’amministrazione Bush di avere favorito la Agusta e la Westland, che è inglese, in cambio dell’aiuto di Roma e Londra nella guerra dell’Iraq. La questione verrà discussa da Obama e dal premier britannico Gordon Brown quando questi visiterà la Casa Bianca a marzo. E a tempo debito, verrà consultato anche il governo italiano.

Tratto da Corriere.it

Non si è trattato di una sconfitta

27 febbraio 2009

Articolo di Arturo Diaconale

Alla vigilia del Congresso del Pli in cui mi sono candidato alla segreteria ho accuratamente evitato di scrivere editoriali per promuovere la mia candidatura. Per correttezza nei confronti dei lettori. Ora che le assise nazionali dei liberali si sono concluse , debbo però rompere questa regola. E , sempre in segno di correttezza nei confronti di chi legge “ L’opinione” cartacea e quella in rete , mi sento in dovere di spiegare le ragioni che mi avevano spinto a compiere la scelta , quelle che hanno causato la mia sconfitta e dei liberali favorevoli al rinnovamento e quelle che mi obbligano a non gettare la spugna ed a considerare quanto è avvenuto a Roma sabato scorso come solo la prima tappa di una battaglia destinata comunque a concludersi vittoriosamente.
Le ragioni della candidatura erano semplici : strappare il Pli , insieme a Marco Taradash ed ai tanti decisi a tentare il miracolo, dal coma in cui versa da troppi anni a causa di una guida politica insufficiente e rilanciarlo nel circuito politico nazionale affidandogli il compito di diventare la coscienza critica, autonoma ed indipendente della sua area politica naturale. Cioè del centro destra.
Le cause della sconfitta sono state altrettanto semplici . Mi sono e ci siamo illusi che il Pli, sia pure ridotto ai minimi termini, fosse ancora un partito democratico. Non abbiamo considerato che anni ed anni di gestione personalistica fosse diventato una dipendence di casa De Luca in cui possono entrare solo gli amici del “padrone”. E , così, benché la nostra iniziativa avesse riacceso interesse e suscitato l’arrivo di nuove e qualificate adesioni ad un partito che agli ultimi congressi non aveva avuto un numero di partecipanti superiori al centinaio , il “ padrone” ha bloccato l’ingresso dei nuovi tesserati a lui non graditi ( circa trecento tessere) . In più . Nel timore che neppure la blindatura del proprio orticello fosse sufficiente ad evitargli la sconfitta, è ricorso al tradizionale trucco dei vecchi mestieranti della politica di far confluire al momento del voto finale circa duecento vecchietti dei centri anziani debitamente addestrati. Ed ha formalmente vinto un congresso che altrimenti avrebbe perso sia in termini numerici che in termini politici.
Stefano De Luca ed il suo impudente vicesegretario Paolo Guzzanti , che accusa me a Marco Taradash di essere gli “ascari di Berlusconi” e che da Berlusconi ha avuto il seggio parlamentare e che sempre dal Cavaliere continua ad avere lo stipendio di vice direttore de “ Il Giornale” e di collaboratore di “ Panorama”, hanno cantato vittoria. Ma sanno benissimo che la maggioranza bulgara di cui hanno usufruito al congresso è in realtà una risicata minoranza. Quando, tra sessanta giorni, il rispetto dello Statuto del Pli imporrà di considerare i trecento tesserati respinti degli iscritti a pieno titolo del partito, quella che adesso appare come la minoranza diventerà la vera maggioranza del partito. E non ci saranno vecchietti , transfughi malevoli e vecchie mummie ad impedire la ripresa dell’azione di rinnovamento avviata in occasione del Congresso e tesa a fare della dipendence di casa De Luca un partito vero e, soprattutto, vivo.
De Luca è convinto che , continuando a svolgere contemporaneamente la funzione di segretario, di Collegio dei Probiviri e di Comitato dei Garanti ed , in generale, di “ padre padrone”, potrà infischiarsene della della richiesta di un congresso straordinario avanzata dalla stragrande maggioranza degli iscritti. Ma sarà costretto a prendere atto che quella maggioranza non si limiterà a protestare per la truffa congressuale ma darà quei segnali di vivacità politica che nel frattempo il vertice del Pli non sarà in grado di dare . Da adesso in poi, infatti, insieme a Taradash ed ai tanti giovani e meno giovani che hanno tentato il miracolo della resurrezione del Pli, ci comporteremo come se il congresso avesse avuto un esito diverso. Avvieremo iniziative tese a farci svolgere il ruolo di coscienza critica e liberale del centro destra. Con convegni, dibattiti, incontri, manifestazioni ed iniziative . Con un dialogo ed un confronto continuo sul giornale e sulla rete. E con la ferma intenzione di dimostrare che i liberali vivi e veri sono diversi dagli ospiti di casa De Luca , vecchie glorie fuori del tempo , egocentrici irresponsabili , ex militanti missini e querule ex dipietriste antropologicamente illiberali.
Se ci sarà il congresso straordinario, bene . Altrimenti , bene lo stesso . Io ed i miei amici vogliamo stare nel partito dei liberali. Non nella dependance della servitù.

Tratto da Neolib.eu

Impressioni sul congresso

27 febbraio 2009

Articolo di Daniele Latini

E’ finito il congresso ed è il momento di discutere su ciò che è stato, nei suoi momenti migliori e peggiori.
Al di là dei dubbi che mi sono sorti in testa riguardo a irregolarità ecc., accetto la sconfitta della mozione da me sostenuta.
Può sembrare che non sia cambiato moltissimo, ma perlomeno ora vi sono nuove forze, nuove persone motivate, giovani (finalmente) che sono disposti a fare mille sacrifici non per seguire la linea del partito necessariamente alla lettera, ma per trasmettere i loro ideali liberali, attraverso l’azione politica e la passione.
Ringrazio Diaconale e Taradash (insieme a tanti altri) per aver spinto tante persone come me a puntare in questa direzione perché, a differenza di altri, sono persone chiare, inequivoche e motivate (Sono gli unici che hanno dato importanza a noi giovani, perchè una cosa è riempirsi la bocca di belle parole, un’altra è passare i fatti). Spero che questo risultato non abbia assopito la voglia di cambiare che abbiamo tutti noi, anzi, dopo vari ragionamenti, mi sono reso conto che forse questo è il momento giusto per cominciare a cambiare qualcosa ed AGIRE!
Sono molto contento di aver partecipato a questo congresso e aver conosciuto persone splendide che la pensano come me e che condividono la mia stessa idea di azione politica, che non è basata su stupide logiche di partito, su poltrone, poltroncine, responsabili e str***ate varie, ma sullo sporcarsi le mani per vedere dei risultati e poter andare al letto la sera ritenendosi soddisfatti per ciò che durante il giorno si è messo a disposizione per gli altri, ovvero la propria passione verso degli ideali.
Scusate se sono stato un po’ lungo (cosa rara nei miei interventi, essendo un fermo sostenitore del breviloquio), ma questo congresso mi è piaciuto tantissimo (esclusi i penosi momenti dove si è rischiata la rissa in ogni dove) per ciò che ha scatenato e per ciò che ha prodotto, ovvero la motivazione che ora ho ancora più fortemente, come spero molti altri amici abbiano.
Ora dobbiamo cominciare a divertirci ragazzi.

P.s.: Un saluto particolare a Elisa Serafini perché è una persona splendida in tutti i sensi e collaborare con lei in questo progetto è davvero un piacere, come è un piacere collaborare con molte persone (anche meno giovani al livello anagrafico, ma giovanissime nell’animo) che ci sostengono.

Tratto da Neolib.eu

La farsa è finita, andate in pace

26 febbraio 2009

Tra leoni, tessere fantasma e Guzzanti che va contro Berlusconi

Articolo di Giorgio De Neri

La cosa più incredibile nell’appena terminato (grazie Dio! ) quinto congresso del Pli è stata la luce mediatica spenta per quasi tre giorni su di esso. Se si eccettua Radio radicale, che domenica sera ci ha permesso di sbellicarci dal ridere facendoci risentire in differita il consiglio nazionale della mattina precedente, dove tutti si sono presi a male parole e dove a un certo punto sembrava che tutti volessero dimettersi per fare dispetto alla fazione opposta, in tutta la stampa nazionale più importante solo due trafiletti.

Uno, domenica, sul “Corriere”, che bucava la notizia della rielezione avvenuta la notte prima di Stefano De Luca a segretario, ma ci metteva lì una dichiarazione di Guzzanti che definiva quelli della parte avversa “ascari di Berlusconi”.

L’altro lunedì sul “Giornale” che stavolta ci schiaffava sì la notizia principale, ma la condiva sempre con la stessa vecchia dichiarazione. Insomma il quotidiano di Berlusconi che da spazio a un neofita dell’anti berlusconismo, tuttora in Parlamento a 20 mila euro al mese grazie alla generosa designazione dei vertici azzurri, il quale però definisce i propri avversari dentro il Pli per l’appunto “ascari” del Cav. Quanto è complicata la vita, insomma.

Uno pensa che il “Giornale”, dopo l¹uscita di Belpietro che lo aveva retto per anni in tutta altra maniera, è ora finito in mano a una masnada di scalmanati raccomandati di Berlusconi, che puntano tutto sull’emotività, talvolta la disinformazione (vedi caso Eluana) e spesso il becerume, ma bisogna dire che poi non ci si finisce mai di stupire: adesso si da spazio ai nuovi nemici di Berlusconi in nome di imponderabili simpatie e antipatie personali tutte interne al gruppo dirigente dell’house organ di Arcore. Viene da dire: “a ridatece Belpietro”, che quello almeno era un giornalista serio e un direttore vero.

Ma a parte tutto ciò, che pure ha un peso, il resto del congresso si può riassumere in poche cose: il grande mistero delle tessere non giunte in tempo utile anche se pagate tutte abbondantemente prima della data del 10 febbraio, quelle degli oppositori di De Luca ovviamente, cioè Diaconale e Taradash, l’arrivo notturno dei carabinieri, che avrebbero dovuto recitare il ruolo dei nostri in un vero e proprio “western”, la conta notturna delle schede con il sospetto svuotamento di tutti gli ospizi della capitale per portare truppe cammellate a De Luca. Che la mattina di domenica annunciava trionfalmente dal proprio sito di avere vinto.

Così: “il Leone (sic, maiuscolo) De Luca trionfa nel quinto congresso del Pli”. Verrebbe da dirgli: “ah Stefano, facce er ruggito. . . ”. La domenica poi abbiamo avuto la comica finale al consiglio nazionale del Pli che doveva nominare i consiglieri per dare un contentino a tutto il carro di Tespi del Pli, che comprende anche due statue da museo delle cere come Carla Martino e Carlo Scognamiglio.

La vera prova che i liberali possono essere mummificati ancora in vita e diventare poi monumenti nazionali viventi come accade con i samurai in Giappone. Poi parolacce, urla, minacce di querela e patetici tentativi di De Luca di conciliare anche quelli che aveva appena fottuto. Cose anche divertenti, che si potrebbero esportare in giro per l’Italia in uno spettacolo dal vivo, come il circo.

Da oggi la luce però si spegne di nuovo, se mai è stata accesa, e allora ognuno per sé e Dio per tutti. Come vuole la spietata legge della giungla che poi, almeno nel Pli di De Luca, rimane l’unica vigente.

Tratto da Opinione.it

Ron Paul: Freedom from Government

26 febbraio 2009

Posted by Donny Ferguson

Congressman Ron Paul’s Texas Straight Talk – February 9, 2009

President Obama signed an executive order last week continuing the faith-based initiatives program created by former President Bush. When the program was created, I warned that giving taxpayer money to private religious organizations would eventually lead to political control and manipulation of them. This week has provided some evidence that this was a justified concern.

The logic behind funding faith-based initiatives seemed reasonable to some. Private organizations are much more effective in charitable endeavors than government programs and bureaucracies. Therefore, why not “outsource” some of the government’s welfare-state activities to these worthy organizations? This appealed to many conservatives, especially after the follow-up executive order exempting recipients from discriminatory hiring laws, which assured many that taking federal funds would not jeopardize their control over their own operations. But beware the government program started under an administration you like, for it may look a lot different under the one you don’t. Exemptions that Bush gave, Obama can take away.

But now, dependencies on federal money have been set, operations have been expanded accordingly, and many charities are waiting breathlessly for the administration to tell them what new conditions they will have to meet. With the stroke of a pen, religious charities might not be able to take into consideration a job applicant’s faith, sexual orientation or lifestyle if they wish to remain eligible for that taxpayer money that was so enticing a few years ago. Similarly, if FOCA (Freedom of Choice Act) is passed, will Catholic Church hospitals be forced to offer abortion services to retain their federal funding? Can they remain solvent without it?

This is the major problem with basing a private business model on the receipt of government funds. This money does not come without control, or the future possibility of control. We are seeing parallel control grabs in industries that have recently been the recipients of taxpayer largess. Government officials are now discussing executive compensation on Wall Street, banking, and in the auto industry. How much is too much to pay someone? When is a bonus deserved? But because politicians have bought their way into these industries, these are now political decisions. It is easy to utilize class envy to whip up public support for these interventions, but government always slides down the slippery slope. Politicians are also discussing other aspects of these businesses in which they are not expert, such as, what should lending standards be? What sort of cars should we direct the auto industry to make? Once government money infiltrates a balance sheet, “taxpayers” meaning “politicians” have a say in how you operate.

Money is the Trojan horse that government uses to infiltrate and infect organizations. Funding that, on the outset, is designed to strengthen and support, will bureaucratize and regulate in the end. It is sad to see charities now having reason to focus on lobbying, regulatory compliance and paper pushing to get and retain money taken by force, rather than beefing up private, voluntary fundraising activities. Those tempted to join Washington’s ongoing bailout bonanza should instead take the famed advice of former First Lady Nancy Reagan on the acceptance of harmful and addictive substances and “Just Say No” to government money. This is the best protection from government control.

Tratto da Lp.org

Conservatori “rossi”. Involuzione a destra

25 febbraio 2009

Sembrava essersi compiuta un’evoluzione, a sinistra: ora abbiamo davanti un’involuzione della destra

Articolo di Alberto Mingardi

Nei gorghi della crisi, c’è un sottobosco ideologico che assapora il piacere della rivincita. Sull’ultimo numero di Prospect, rivista chic dell’establishment britannico, Phillip Blond ha lanciato la provocazione di un “red Tory movement”. Battitore libero all’interno del think-tank Demos, Blond suggerisce a David Cameron una ricetta ideologica più tremontiana che thatcheriana, nel segno di una discontinuità forte prima ancora che con la sinistra, col sempre incombente fantasma della Lady di ferro. Blond è un teologo, formatosi fra Warwick e Cambridge, e fino a due mesi fa un personaggio di dignitoso secondo piano, nel magmatico universo culturale conservatore. Per balzare all’onore delle cronache, ha raccolto il testimone dell’autore de La paura e la speranza. Solo che mentre Tremonti affondava il coltello nella carne tremula di un liberismo improvvisato e posticcio, vissuto e pensato come un sistema di idee compiuto e coerente da una minoranza risicata nel centro-destra italiano, Blond si intesta ben altro nemico.

Quando Margaret Thatcher finì per un caso della storia alla guida del partito conservatore, fu l’inizio di un fecondo terremoto ideologico. I Tory non erano mai stati il partito dell’economia di mercato. Erano il partito della terra e dell’aristocrazia, contro i Whig che tenevano per il commercio e le libertà. Patirono l’abolizione degli istituti feudali e l’ascesa della borghesia. Si trovarono brevemente dalla parte della società, contro lo Stato, quando, a fine Ottocento, i liberali cominciarono a scendere le scale verso il socialismo, piantando i semi del futuro welfare state. Nel secondo dopoguerra, da Churchill in poi, ebbero poco da ridire sull’inesorabile espansione dell’intervento pubblico, che fece dell’Inghilterra il Paese più “rosso” dell’Occidente. L’arrivo della Thatcher, e con lei di un gruppo dirigente ideologicamente votato allo smantellamento di quel poco e quel tanto di socialismo che aveva tarantolato le fondamenta del sistema inglese, fu a tutti gli effetti una rivoluzione. Finalmente, un leader politico di prima grandezza metteva nel mirino un programma di profondo cambiamento sociale, pensando di realizzarlo non con, ma contro lo Stato.

Il cambiamento profondo c’è stato. È stata la trasformazione dell’Inghilterra in una ownership society, la finanziarizzazione diffusa, il coinvolgimento delle masse nella difesa attiva di una proprietà e di un capitalismo che non erano più altro da loro: ma parte della loro vita, il carro cui gioiosamente aggiogavano le proprie prospettive di crescita e benessere. Arricchitevi, moltiplicatevi.

Questo messaggio di surreale semplicità è stato la leva che ha reso possibile un’apertura mai sperimentata prima nelle nostre società. Un investimento consapevole sulle libertà economiche, ma anche sul contatto con l’altro, sull’incontro col diverso, che pure con le libertà economiche hanno molto a che fare. L’eroe del romanzo liberista è il mercante, non il guerriero. «Eppure io non so chi sia più utile a uno Stato, se un signore bene incipriato che sa con precisione a che ora il re si alza e a che ora si corica, e che si dà arie di grandezza facendo la parte dello schiavo nell’anticamera di un ministro, oppure un commerciante che arricchisce il proprio paese, impartisce dal proprio banco ordini a Surat e al Cairo, e contribuisce al benessere del mondo». È Voltaire, che nelle sue Lettres anglaises alza preci al commercio che arricchisce i cittadini. Questa ipotesi d’eroismo borghese, questo orgoglio del fare la Thatcher portava in campo conservatore. Non a caso era la figlia di un droghiere a sancire anche una “cesura di classe” col Toryism dei grandi collegi e dei cognomi blasonati.

David Cameron, etoniano, è ancora un leader in cerca d’autore. E nella sua strepitosa abilità di camminare sulle uova, impeccabile com’è nel non lasciarsi sfuggire lo spiffero di un’idea, ha silenziosamente soffiato sul fuoco appiccato da Blond. Azzardiamo: per vedere l’effetto che fa. La proposta di Blond ha seminato paura fra le fila avversarie, facendosi riprendere e commentare sul New Statesman. Che suggerisce di nuovo? Nulla, è un ritorno al passato. Il teologo Blond fa variazioni sul tema di una antica osservazione di Carlo Marx. Lo scambio «non si presenta in seno alle comunità naturali e spontanee, bensì là dove queste finiscono, ai loro confini, nei pochi punti in cui entrano in contatto con altre comunità. Qui ha inizio il commercio di scambio e da qui si ripercuote all’interno della comunità, con un’azione disgregatrice». I mercati per Blond sono «contro tutto ciò che il conservatorismo ha a cuore». Il liberale sostituisce allo Stato la società, al bene comune l’interesse individuale, alla religione pubblica la libertà d’opinione. E su questo terreno c’è un’inquietante saldatura, fra valori e fatti. Perché, una volta messo al centro l’individuo, una volta accordatogli l’inedito diritto di dragare a piacimento le frontiere, egli cambia, la sua storia non è più quella della comunità in cui è nato, apprende cose nuove, si mescola con gli altri, la sua cultura si fa porosa e si lascia permeare da idee e abitudini che erano estranee ai suoi padri. Il commercio gli conquista la libertà dal passato.

Per Blond, ogni sintesi è posticcia. Non si può predicare “morali e mercato”: l’appello alla coscienza del singolo, l’etica come orizzonte individuale, un conservatorismo dei comportamenti che si fa proposta da accogliere o rifiutare, è perdente. Perché esso può acquistare salienza solo se crea un senso di comunità, solo se reagisce allo spappolamento, solo se contesta «il consenso politico che è ormai liberale di destra in economia e liberale di sinistra nella cultura». Solo se riduce l’individuo a una nota a piè di pagina nella storia dei popoli.

Descrivendo il New Labour, alcuni parlavano di un sospirato «innervamento della cultura liberale sul ceppo della cultura socialdemocratica». Quanto tempo è passato. Sembrava essersi compiuta un’evoluzione, a sinistra: ora abbiamo davanti un’involuzione della destra, che inevitabilmente porterà anche i suoi antagonisti politici a ripiegarsi su se stessi, a rispolverare pagine perdute, a rifugiarsi in un’utopia già sconfitta.
Vediamo se si passerà dalle suggestioni alle politiche. Gli inglesi hanno forti anticorpi e la sbandata statalista di Brown rafforza chi fra i Tories non dimentica che, nella recessione dei primi anni Ottanta, la Thatcher fece manovre di riduzione della spesa. Negli Stati Uniti, sono bastate poche settimane di Obama a restituire smalto antistatalista ai repubblicani.

Eppure, il ritorno di fiamma del comunitarismo di destra è un fenomeno da non trascurare. Le sue determinanti sono tante, e il tatticismo di Cameron non è fra queste. C’è la frustrazione degli intellettuali nei confronti del “mercatismo”, poco incline a riservare loro lo scranno dei filosofi-re. E c’è la ricerca di un posto al sole da parte della destra dei valori, che costituisce parte importante dell’elettorato e che non ci sta più a giocare un ruolo da comprimario. Negli stessi movimenti che hanno sostenuto Margaret Thatcher e Ronald Reagan, hanno convissuto segmenti della società che erano la punta più avanzata e moderna dell’Occidente, e nostalgici di un mondo che fu. Non li teneva uniti l’insofferenza per l‘establishment e per lo Stato, che virtuosamente si rifiutavano di piegare ai propri fini. Li tenevano uniti leader capaci di spiegare loro perché non si doveva prendere la scorciatoia statalista. Quei leader sono estinti.

Da Il Riformista, 22 febbraio 2009

Oscar: la fiera del multiculturalismo

25 febbraio 2009

The curious case of Benjamin Button, stravolge la bellissima novella di Francis Scott Fitzgerald da cui è tratto per inserirvi una caterva di allusioni e situazioni multiculturali: genitori adottivi afro-americani, un pigmeo che insegna al protagonista il valore di essere minoranza, il solito amore reso impossibile per decenni dalla diversità fisica e dai pregiudizi della società. Benjamin Button non ce l’ha fatta a sfondare (solo tre premi tecnici), nonostante il regista David Fincher abbia fatto di tutto per rispondere ai dettami della cultura dominante, con buona pace della memoria del povero Scott Fitzgerald.

Il quale era un americano sudista fino al midollo, sarcastico e intelligentissimo.

E mai compreso.
Chi ce l’ha fatta? Ce l’ha fatta chi ha fatto suo e proposto un messaggio multiculturalista più esplicito.

Ha stravinto Slumdog Millionaire di Danny Boyle (miglior film, regista, sceneggiatura non originale, colonna sonora, canzone e altri premi tecnici, per un totale di 8 statuette d’oro).

Solo la trama l’ha portato alla ribalta: l’idea che ci sia un bambino indiano che riesce a lasciarsi alle spalle l’orrore degli slum asiatici per vincere una somma milionaria in un gioco a premi occidentale farebbe impazzire qualsiasi giuria “impegnata”.

Ottimo film, per carità.

Così come è ottima l’idea centrale di un’affermazione individuale (possibile solo in una società libera).

Ma l’invito all’amore di una società, come quella indiana che traspare nel film, va a farsi benedire. E’ tanto e tale l’orrore che emerge da quella pellicola, nelle scene in India, da alimentare le peggiori paure dei più accaniti protezionisti, di tutti coloro che vogliono chiudere le frontiere a immigrati, lavoro e capitali dal mondo extracomunitario.

Da questo punto di vista il lavoro di Danny Boyle è un’arma a doppio taglio.
Ha sfondato anche Milk, il film sul primo candidato dichiaratamente gay, assassinato perché gay: miglior attore (Sean Penn), miglior sceneggiatura originale e tantissimo clamore mediatico.

Anche qui è il trionfo del multiculturalismo: è la storia di un piccolo politico locale che non ha lasciato o fatto nulla di memorabile, se non il fatto di essere gay e, purtroppo, di essere stato ucciso solo per questo motivo da un politico suo rivale e omofobo.

Motivo di questa piccola e tragica carriera politica è unicamente l’orgoglio gay, la fierezza di essere omosessuale in quanto omosessuale e non per meriti individuali.

Il solito razzismo alla rovescia insomma: la minoranza discriminata che vanta di essere minoranza, che non cerca l’eguaglianza nel diritto, ma esalta la sua diversità.
Come miglior animazione ha vinto un manifesto ecologista: Wall-E.

L’assurda storia degli uomini che abbandonano la Terra, ridotta a spazzatura, e vengono battuti in umanità e sensibilità dai robot spazzini rimasti a ripulire i nostri danni.

Piacerà a Pecoraro Scanio, oltre che ai bambini americani.
Constato che i film sull’Olocausto non vanno più di moda.

Ne hanno sfornati una caterva e nessuno ha vinto.

L’Oscar è andato alla bravissima Kate Winslet (era ora!), però per un film che sotto-sotto assolve chi collaborò coi nazisti sterminatori.
Altri Oscar riflettono mode o sono frutto di vera e propria vigliaccheria.

La moda si chiama Penelope Cruz (non so proprio cosa gli americani ci trovino di bello), che ha interpretato la tipica spagnola (così come la vedono gli americani) in un film ambientato a Barcellona (che va di modissima in America, perché “esotica ma non troppo e comunque è a Sud ed è europea”), diretto da Woody Allen (che è sempre una garanzia nei salotti buoni, anche se negli ultimi 10 anni ha fatto 1 solo bel film: Match Point).

L’atto di vigliaccheria è l’Oscar alla memoria a Heath Ledger: quando era vivo e bravo non se l’è filato nessuno.

Adesso che è defunto è diventato un mito giovanilista/maledetto, né più né meno che Brandon Lee morto sul set del Corvo.

Anche qui iniziano a circolare teorie cospirative, spiegazioni surreali, tesi mistiche sulla sua morte: tutte le schifezze tipiche che circolano su Internet attorno ad ogni evento drammatico.

Fatto sta che non premiare Ledger adesso, o non esaltare The Dark Knight può comportare la pena di morte (mediatica).

Quindi lo dovevano premiare.

Però diciamolo: la sua è stata una bella interpretazione, ma niente di straordinario.

Era molto più bravo in Brokeback Mountain, ma allora non l’ha notato nessuno.
Dagli ultimi Oscar emerge un quadretto di una Hollywood multiculturalista, ecologista, snob, modaiola e un po’ vigliacca.

Una Hollywood che esclude i veri valorosi.

Un Clint Eastwood, con Changeling (il film più bello dell’anno), non ha neppure sfiorato l’oro delle statuette.

Non ha vinto lui, né la straordinaria Angelina Jolie, nella miglior interpretazione della sua carriera.

Eppure era proprio quella storia di coraggio individuale contro gli abusi dello Stato ad incarnare il vero spirito dell’America.

Peccato che sia uscito nelle sale in un’epoca in cui l’America è attanagliata da sensi di colpa e vuole chiedere scusa al mondo per colpe che, obiettivamente, non sono sue.

Tratto da http://www.oggettivista.ilcannocchiale.it/

Partito liberale, solo un circolo privato

25 febbraio 2009

Dopo il congresso

Articolo di Riccardo Scarpa

Il Congresso, tenutosi lo scorso fine settimana, della riedizione del partito liberale di Stefano de Luca s’è concluso come nelle scorse edizioni, col rifiuto dell’autore ed editore in proprio di mettere l’opera, della quale vanta in esclusiva il diritto d’autore, sul mercato politico. Fuor di metafora, non stiamo parlando del Partito Liberale Italiano, quello fondato al Congresso Nazionale Liberale Democratico di Bologna dell’8, 9 e 10 Ottobre 1922 su iniziativa di Giovanni Borelli, già fondatore del Partito Giovanile Liberale Italiano del 1900, e rifondato da don Benedetto Croce nell’Agosto del 1943. Quello s’è sciolto al suo ventiduesimo Congresso Nazionale, convocato dal suo ultimo segretario, Raffaele Costa, dal 4 al 16 di Febbraio del 1994; scioglimento che registrò, ad onor del vero, il solo voto contrario di Stefano de Luca. Quel partito, frutto della tempestività dei liberali italiani di periodo post-giolittiano, i quali, come si vede dalle date, hanno aspettato per darsi una struttura partitica la vigilia della marcia su Roma, ha rappresentato una sorta di scialuppa di salvataggio nel periodo della del voto proporzionale e dei «partiti pesanti», che c’hanno dato prima la dittatura e, poi, l’egemonia democristiana in un duopolio coi comunisti. È sempre stata una scialuppa sulla quale sono saliti in pochi. Le gelosie notabiliari hanno sempre favorito la fuga dei liberali verso altri partiti laici, sempre minoritarî, infiltrati dalla tabe azionista: vedi l’astio reciproco fra Giovanni Malagodi e Ugo La Malfa; o verso il libertarismo del Partito Radicale, scissionista dal liberale o, sul versante opposto, verso una costituente Destra che scelse un’economista liberale, Ugo Papi, come elemento per tirarla fuori dalle secche culturali neofasciste. Non per caso venne rispolverata l’etichetta Destra Nazionale, che fu pensata, a suo tempo, da Antonio Salandra dopo la marcia su Roma, per tentare d’imbrigliare il fascismo rampante entro il parlamentarismo liberale. Nel 1993 il popolo italiano, con un referendum plebiscitario, voluto da molti liberali e radicali oltre che da Mariotto Segni, ha scelto per leggi elettorali maggioritarie, ed ha confermato la scelta di sempre. Infatti, anche quando in seguito s’è andati a votare col proporzionale, ad esempio per le provinciali o le europee, gli elettori hanno sempre votato in modo maggioritario, e frustrato tutti i tentativi di partiti meramente d’identità di ripresentarsi sulla scena.

Quando è sceso in campo il Cavaliere, molti liberali hanno creduto possibile quello che Giovanni Malagodi aveva sempre ritenuto impossibile, cioè l’esistenza, promessa dal nuovo leader del Centro Destra, d’un partito liberale di massa, e vi hanno aderito, Stefano de Luca compreso. Poi Stefano de Luca s’è ritrovato fuori da quel disegno. Come sempre, in questi casi, la sua versione dei fatti dice che se ne sarebbe andato perché avrebbe intuito, prima d’altri, un disegno illiberale sotto camuffamento liberale; quello che altri dicono e che sarebbe stato il Cavaliere a non rinnovare la fiducia in un elemento per lui infido. Sia come sia, e personalmente credo alla libertà di pensiero ed all’onestà di Stefano de Luca, questi, da quel momento, s’è ricordato della sua contrarietà allo scioglimento dello storico Partito Liberale Italiano, e s’è messo in testa di farne una riedizione, ma purtroppo questa ne è soltanto una parodia. Lo è perché, come diceva Gaetano Mosca, uno dei padri della sociologia italiana, che aderì al Partito Liberale Italiano nel 1922, per fare un partito occorrono tre cose: 1°) una formula politica, fatta dai principî e dai programmi, e de Luca ha sempre affermato principî certamente liberali ma non li ha mai tradotti in un programma; 2°) una classe dirigente, e qui s’è dato da fare a riciclare tutti quanti il Cavaliere andava espellendo, da Carlo Scognamiglio Pasini a Paolo Guzzanti, ma ai ragazzi che volevano rifondare una realtà giovanile ha sempre, di fatto, chiusa la porta; 3°) un’azione adeguata al regime politico in atto, e qui in una democrazia rappresentativa a scelta maggioritaria, perché così hanno voluto e vogliono gli italiani, s’è sempre opposto il disegno d’una piccola realtà d’identità e di testimonianza, senza intraprendere alcuna azione in grado di incidere sugli schieramenti maggioritarî se non pietendo diritti di tribuna in incontri di vertici, che avrebbero dovuto essere concessi per mera filantropia.

Quando l’amico Arturo Diaconale mi ha chiesto di prendere parte allo scorso Congresso, per vedere di proporre un’alternativa che facesse di quella anastatica d’un vecchio testo, che meriterebbe di comparire nella bella collana dell’editore Forni sugli incunaboli del movimento liberale, una realtà politica fruibile nell’Italia d’oggi, decisi d’ingaggiarmici, ma misi in guardia l’amico sulla possessività con la quale chi si ritiene legittimo possessore dei diritti d’autore avrebbe opposto resistenza non dico a cederli, ma quanto meno a metterli a disposizione per un’edizione più vasta. Quello che è successo è che, accettate le somme per nuove iscrizioni, versate entro i termini, poi s’è negata la partecipazione al Congresso ad oltre duecento iscritti i quali, non riuscendo ad inviare la domanda via fax per l’intasamento d’una linea telefonica, si sono affidati ad una agenzia di recapiti che è arrivata tardi. La cosa sono sicuro sia effetto di cronica disorganizzazione, ma è proprio per questo sintomo di che cosa sia quell’associazione: non un partito, nel senso che al termine dava il liberale Gaetano Mosca, ma solo un circolo privato. Eppure i liberali ci sono, in questo paese, ma hanno bisogno d’altro.

Tratto da Opinione.it

Lettera di Marco Taradash al Giornale

25 febbraio 2009

Egregio direttore,
l’antiberlusconismo è ormai lo standard del giornalismo italiano che va per la maggiore. Non mi stupisce pertanto di ritrovarne un esempio anche sul giornale da lei diretto. Ma che venga raccolto nella sua versione più becera e rozza, questo sì è sorprendente. Nella cronaca pubblicata ieri si attribuisce infatti all’on. Paolo Guzzanti un’accusa insultante e diffamatoria, nei confronti dei suoi avversari al congresso liberale, che lo stesso Guzzanti, ora vicesegretario del Pli, in un lungo intervento al congresso domenica mattina, aveva negato di aver mai pronunciato, profondendosi in giustificazioni e argomentazioni sulla qualità scadente del giornalismo italiano (lo stesso virgolettato “ascari di Berlusconi” gli era stato infatti attribuito da Corriere della Sera).
Lo scontro congressuale ha visto infatti contrapposta una maggioranza che vede in Berlusconi il portabandiera di ogni sorta di negatività e considera la politica italiana da lui profondamente inquinata e minacciata, con rischi immanenti di autoritarismo (è stato evocato il fascismo, l’Aventino, l’involuzione autoritaria dello Stato) e chi, come me, ritiene invece necessario dar vita ad una formazione politica liberale che contrasti le minacce, che provengono da ogni settore dello schieramento politico, alle libertà civili, al libero mercato, alla laicità dello Stato. Per fare questo occorre un partito autonomo, indipendente, radicato nel paese, capace di svolgere su questi temi una funzione di costante pressione sulla maggioranza di centrodestra. Un’azione dunque che corrisponda alle speranze e alle aspettative di gran parte dell’elettorato di centrodestra, e di quella crescente quota di cittadini che si rifugiano nell’astensione sentendosi privati delle minime forme di partecipazione democratica alla vita delle istituzioni.
Invece di dare voce anche a questa parte, il suo giornale ha dato del congresso una rappresentazione univoca, e si è fatto megafono di quell’andazzo, prevalente sulla stampa, che privilegia quelle posizioni politiche che, come le termiti, sperano di erodere la maggioranza e di ritagliarsi uno spazio qualsiasi attribuendo ogni sorta di nefandezza a Berlusconi. Come termiti, o forse come acari, la cui caratteristica è quella di, una volta schiuse le uova, divorare la madre dall’interno bucandone il guscio. Ma anche all’antiberlusconismo di genere ci dev’essere un freno!
Le chiedo pertanto, al di là degli obblighi di legge, di pubblicare questa precisazione e di consentire ai suoi lettori, che spero non tutti avvelenati dall’antiberlusconismo, di avere una rappresentazione più vera e obiettiva della tre giorni del Pli.
Cordiali saluti
Marco Taradash

Tratto da Neolib.eu

Il «Grande Comunicatore» in affanno

24 febbraio 2009

Non convince Wall Street

La critica di «Newsweek»: usi meno lo stile Università di Chicago e più quello del musical Chicago

Articolo di Massimo Gaggi

Il Tesoro Usa si prepara a rilevare una quota consistente (probabilmente il 40 per cento) del capitale di Citigroup, mentre le complicazioni giudiziarie in vista per Bank of America, l’altro «gigante malato» del sistema creditizio Usa, potrebbero spingere il governo verso un passo analogo. Pochi giorni dopo aver ribadito il suo «no» a nazionalizzazioni delle banche, l’Amministrazione Obama sembra ora accettare come il male minore una temporanea seminazionalizzazione degli istituti più esposti. La crisi continua ad avvitarsi — dopo aver perso oltre il 6% la scorsa settimana, ieri la Borsa ha bruciato un altro 3,5% raggiungendo nuovi minimi — e Obama non riesce a ridare un minimo di fiducia ai cittadini e ai mercati.

Stasera il presidente parla di nuovo all’America, stavolta a reti unificate, e domani inizia lo «stress test» del Tesoro sulle venti maggiori banche del Paese per verificare quali istituti sono in grado di resistere alla tempesta e quali, invece, hanno bisogno di ulteriori interventi di sostegno. Aiuti che — come hanno spiegato ieri il Tesoro, la Federal Reserve e le agenzie federali che sorvegliano il sistema bancario in un insolito comunicato congiunto che dà il senso della drammaticità del momento — non verranno più concessi in cambio di nulla: pur non volendo prendere il controllo diretto delle banche, adesso il governo fa sapere che acquisirà quote di capitale degli istituti in crisi (coi relativi diritti di voto) a fronte delle ulteriori immissioni di capitale che saranno necessarie.

Nemmeno questo è bastato a stabilizzare il mercato: in un primo momento i titoli bancari si sono ripresi, ma il mercato azionario si è poi rimesso al brutto, stavolta trascinato in basso dal peggioramento delle prospettive per diversi titoli industriali. Anche le notizie provenienti dal fronte giudiziario — col capo della procura di New York, Andrew Cuomo, che ha preso di mira il vertice di Bank of America nell’indagine sui 3,6 miliardi di bonus pagati da Merrill Lynch ai suoi dipendenti quando l’istituto già aveva ricevuto ingenti sovvenzioni pubbliche e alla vigilia del suo assorbimento da parte del gigante bancario guidato da Ken Lewis — hanno finito per alimentare il nervosismo.

Per Obama, alle prese con una crisi sempre più grave, piove sul bagnato: c’è chi comincia a parlare di una situazione più grave di quella del 1929, ma in realtà questi paragoni funzionano fino a un certo punto, visto che l’economia contemporanea ha caratteristiche completamente diverse da quelle degli anni Trenta del secolo scorso ed è molto più complessa: 80 anni fa le banche erano molto più piccole, il volume dei mutui-casa era infinitamente minore (anche in rapporto al Pil del tempo), i mercati non erano globali e non esistevano quei titoli derivati che ora sono all’origine dell’«intossicazione» dell’intero sistema finanziario. Anche il mercato del lavoro era molto diverso, il settore pubblico era molto più limitato, non c’era il «welfare». Allora il presidente Roosevelt riuscì a imporre una disciplina da economia di guerra.

Anche Obama sta cercando di reagire con vigore, ma senza forzature. E l’impatto del suo messaggio è ridotto dall’atteggiamento di un Congresso che ha rivoltato la manovra impostata dalla Casa Bianca. A complicare ulteriormente la gestione della crisi si è aggiunta ora la rivolta di sei governatori repubblicani — da quello della South Carolina, Mark Sanford, al «cow boy» Butch Otter che ha in mano le redini dell’Idaho — i quali, pur in difficoltà, hanno deciso per motivi puramente ideologici di rifiutare in tutto o in parte gli aiuti offerti dal governo federale. Per convincerli, più che parlare a reti unificate, Obama dovrebbe probabilmente metterli a confronto con economisti reaganiani come Martin Feldstein, ormai convinti anche loro della necessità di un forte intervento della mano pubblica per spezzare la spirale della recessione.

Obama sta, insomma, incontrando ostacoli politici superiori al previsto, ma ora i «media» cominciano a mettere in discussione anche il suo stile comunicativo. Tutti riconoscono che quello del presidente, peraltro celebratissimo proprio per le sue doti oratorie, è oggi un compito difficilissimo: se fa l’ottimista passa per uno sprovveduto, come John McCain che, a poche settimane dal voto, disse che «i fondamentali dell’economia Usa sono sani»; se si sofferma troppo sulle difficoltà, rischia di deprimere ulteriormente il clima economico. Ma molti notano che il suo atteggiamento sta diventando troppo professorale. E «Newsweek» lo incalza: «Usa di meno lo stile “University of Chicago” e un po’ più quello del musical “Chicago”».

Tratto da Corriere.it

C’è spazio anche per i liberali

24 febbraio 2009

Articolo di Arturo Diaconale

Nessuno è in grado di stabilire se il prossimo reggente del Partito Democratico, Dario Franceschini, sarà in grado di traghettare il partito senza eccessivi danni oltre le rapide pericolose rappresentate dalle prossime elezioni europee. Ed, a maggior ragione, nessuno può stabilire ora se alla fine di questo travagliato percorso il Partito Democratico sarà un soggetto politico ancora unitario o si sarà spezzettato in tanti segmenti diversi. L’impressione generale è che Franceschini non sia adeguato al compito gigantesco che lo aspetta. Ma, soprattutto, che all’interno del Pd siano ormai scattate una serie di logiche dirette non a ricomporre ma a dividere il partito. E che di fronte a queste spinte centrifughe il povero reggente sia destinato comunque a soccombere. Il problema vero del Pd, infatti, non è la presunta o autentica inadeguatezza di Franceschini. Chiunque al suo posto difficilmente potrebbe fare di meglio. È, al contrario, la sempre più evidente divaricazione di forze che seguono strategie assolutamente differenti ed obbiettivi addirittura contrapposti. Le principali spinte in atto sono tre. C’è quella dei nostalgici dell’Ulivo, cioè dell’alleanza tra gli ex democristiani di sinistra e tutte le diverse componenti della sinistra, da quella riformista a quella massimalista fino ad arrivare alla sinistra giustizialista di Antonio Di Pietro. C’è quella dei centristi dell’ex Margherita che torna a sognare la ripresa del progetto di dare vita ad una grande forza centrista sganciata dalla sinistra, legata all’Udc e disponibile a svolgere il ruolo di opposizione ragionevole nei confronti della maggioranza di governo. Con la nascosta speranza di arrivare, magari nel corso della prossima legislatura, a diventare o l’alternativa alla Lega in una nuova maggioranza formata dal Pdl e dal centro o il fattore di bilanciamento della Lega stessa in una larga alleanza chiusa alla sinistra e motivata dalla necessità di affrontare le grandi emergenze del paese. C’è, infine, quella degli ex Ds, Massimo D’Alema in testa, che punta a recuperare tutte le diverse componenti della sinistra di derivazione e provenienza marxista in un grande soggetto politico in grado, progressivamente di riassorbire anche l’anomalia rappresentata dal giustizialismo di Antonio Di Pietro e dalla sua Italia dei Valori. È possibile fermare questi processi in atto? La sensazione è che le bocce siano partite. E che continueranno ad andare avanti lungo la loro strada senza lasciarsi fermare o condizionare da nessuno. Quali saranno le conseguenze dell’implosione del Pd? Sbaglia chi crede che il virus della divisione che ora corrode il maggiore partito d’opposizione sia destinato ad infettare anche il Pdl. Nel centro destra i motivi di divisione legati alle identità diverse sono probabilmente superiori a quelli del Pd. Ma non esistono strategie diverse tra le varie componenti del Pdl. E, soprattutto, il collante del potere e l’esistenza di una sempre più forte leadership di Silvio Berlusconi, escludono ogni possibilità di contagio. La crisi del Pd, quindi, rompe lo schema bipolare. Ma non nel senso che riporta indietro l’orologio della storia alla Prima Repubblica ed al proporzionalismo. Ma nel senso che crea un sistema di tipo tolemaico il cui centro viene occupato dal partito maggiore, cioè il Pdl, attorno al quale incominciano a ruotare, a distanze diverse, tutte le altre forze politiche. Gli eredi del Pci si collocheranno all’estremità del sistema nella speranza di diventare progressivamente alternativi al polo centrale. Tutti gli altri si posizioneranno nel mezzo. E fra tutti questi altri non ci saranno solo l’Udc, l’ex Margherita e la Lega ma anche quelle forze laiche e liberali che sapranno rinnovarsi e rilanciarsi. Non nei Palazzi ma nel paese.

Tratto da Opinione.it

CNBC’s Rick Santelli: Chicago Tea Party

24 febbraio 2009

Obama studia la mossa Citigroup. Wall Street, peggior risultato da 12 anni

24 febbraio 2009

Il governo Usa potrebbe rilevare fino al 40% del capitale del colosso. Ue: aumentano rischi per le banche

MILANO - Da una sponda dell’Atlantico all’altra soffia forte il vento delle nazionalizzazioni, allo scopo di evitare il tracollo del sistema bancario e finanziario internazionale.

Mentre il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, valuta la «parziale nazionalizzazione» del colosso Citigroup, sempre più in difficoltà, la Commissione europea, nella bozza di un documento sulle nuove linee-guida per gestire gli asset tossici che, salvo sorprese, chiede ai governi di intervenire nuovamente nel sistema bancario e di «valutare» nuove «nazionalizzazioni».

E a fine giornata arriva la notizia del un record negativo per la Borsa di New York: l’indice Dow Jones ha chiuso a -3,4%, un picco mai toccato negli ultimi dodici anni.

L’ALLARME DI BRUXELLES – Il problema degli asset tossici «sembra che non sia stato ancora risolto in modo soddisfacente e un inatteso approfondimento del rallentamento economico adesso minaccia un ulteriore e più esteso deterioramento della qualità del credito degli asset bancari», si legge nella bozza del documento, anticipata da Adnkronos International.

E Bruxelles sottolinea che «questa incertezza non solo continua a minare a fiducia nel settore bancario ma indebolisce gli effetti delle misure di sostegno dei governi».

Così la Commissione chiede ai governi di valutare, ove necessario, la possibilità di nazionalizzare le banche colpite dalla crisi: nel quadro della condivisione degli oneri, si potrebbe considerare «l’opzione della nazionalizzazione», si legge nel documento.

CITIGROUP – Al tempo stesso, negli Stati Uniti a Wall Street ha tenuto banco il caso Citigroup: indiscrezioni di stampa vorrebbero il governo federale vicino all’acquisto di una fetta rilevante del colosso bancario. In mani pubbliche dovrebbe finire il 25% del capitale, anche se il Wall Street Journal ritiene si possa arrivare fino al 40% per cento.

In pratica una nazionalizzazione del gruppo. In apertura il titolo sale del 16%.

Secondo il quotidiano finanziario americano, infatti, una fetta importante dei 45 miliardi di dollari in azioni privilegiate detenute dal governo – pari oggi al 7,8% del capitale – potrebbe essere convertita in ordinarie.

«PARZIALE NAZIONALIZZAZIONE» – Il governo Usa ha quindi ammesso di essere aperto all’ipotesi di una «parziale nazionalizzazione» del colosso finanziario Citigroup.

Un portavoce del Tesoro, secondo quanto riferisce il Financial Times, «è aperto a considerare la richiesta» di trasformare in azioni ordinarie le azioni privilegiate attualmente detenute dall’amministrazione di Washington.

Il portavoce del Tesoro spiega che il nuovo piano di stabilizzazione finanziaria del sistema finanziario, varata due settimane fa dal segretario al Tesoro, Timothy Geithner, prevede la possibilità di trasformare in azioni ordinarie le azioni privilegiate attualmente detenute dal Tesoro Usa.

AIUTI «TEMPORANEI» – Le autorità finanziarie Usa hanno comunque assicurato che le maggiori banche americane sono ben capitalizzate, allontanando così la prospettiva di una nazionalizzazione.

In un comunicato congiunto, Federal Reserve, Tesoro Usa e altre autorità americane, si sono dette convinte che le banche resteranno in mani private e che un eventuale aiuto finanziario pubblico sarà «temporaneo».

WALL STREET- Dopo l’apertura in rialzo a Wall Street hanno prevalso i toni pessimistici: Dow Jones e Nasdaq hanno imboccato la via del ribasso e anche in Europa i rialzi della mattinata si sono via via assottigliati, fino a lasciare campo libero ai segni negativi.

La chiusura è stata appunto all’insegna del tonfo per tutti gli indici: il Dow Jones ha ceduto 250,89 punti (-3,41%) a 7.114,78 punti, mentre il Nasdaq ha perso 51,67 punti (-3,59%) a 1.389,56 punti. In forte ribasso anche lo S%P 500, che è scivolato di 26,31 punti (-3,42%) a 743,33 punti.

PIAZZA AFFARI - Era cominciata bene, nel frattempo, la settimana borsistica a Piazza Affari, trascinata al rialzo dai bancari (il Mibtel segnava dopo poco dall’apertura un rialzo del 2,09%). Poi, dopo il cambiamento di rotta di Wall Street, gli indici hanno cominciato a scendere per poi chiudere in calo: il Mibtel ha ceduto l’1,29% a 12.639 punti e lo S&P/Mib lo 0,90% a 15.391 punti. Deboli anche l’All Stars (-1,48% a 7.932 punti) e il Midex (-1,87% a 15.391 punti).

Fortissime vendite su Seat (-10%), Lottomatica (-6%), Italcementi (-4%), Pirelli (-5%), Mondadori (-5%) e Fiat (-5,6%), dopo la bocciatura di Moody’s sul piano di incentivazione e il taglio del rating sul debito.

EUROPA - Le principali Borse europee hanno chiuso in calo la prima seduta della settimana, condizionate da Wall Street. Il Dax di Francoforte ha chiuso in ribasso dell’1,95%, al di sotto della soglia psicologica dei 4.000 punti, ai minimi dal 27 ottobre 2004. Il Cac 40 di Parigi è invece arretrato dello 0,8%, mentre il Ftse 100 di Londra è arretrato dello 0,99%.

Tratto da Corriere.it

Gigante e formica lo stesso problema

23 febbraio 2009

Pd e Pli

Articolo di Arturo Diaconale

All’apparenza può essere ridicolo il paragone tra il drammatico congresso del Partito Democratico, che deve decidere come uscire da una crisi che lo potrebbe portare ad una sua prematura dissoluzione, ed il congresso del Partito Liberale Italiano, che invece è alle prese con il problema di uscire dalla marginalità e dall’anonimato per tentare di rientrare con un ruolo definito nel circolo della politica italiana. Ma l’apparenza inganna. Ed in questo caso lo fa sicuramente, perché, nel rispetto assoluto delle proporzioni che sono quelle di un gigante rispetto ad una formica, la questione di fondo che riguarda entrambi i partiti è quella della strategia politica. Cioè della definizione di se stessi, dei propri valori, della propria identità e del ruolo che in nome di tutto questo si vuole svolgere nella società italiana del presente e dell’avvenire. Della scelta di quale potrebbe essere la forma e la struttura dello strumento politico, cioè del partito, per perseguire gli obbiettivi posti dall’identità, dai valori e dal ruolo. Ed, infine, della collocazione nel quadro politico per l’indispensabile gioco delle alleanze. Qual’è il minimo comune denominatore tra la formazione politica che rischia lo sfaldamento e quella che è impegnata in una disperata lotta per uscire dallo stato comatoso in cui versa ormai da lunghi anni? La risposta è che nel Pd è in discussione tutto, dall’identità ai valori fino alla forma partito ed alla questione delle alleanze. Nel Pli, invece, alla presenza di valori certi ed indiscussi corrisponde identica vaghezza sul ruolo, sulla forma del partito e su quali dovrebbero essere le alleanze più convenienti per operare il miracolo della resurrezione. Sul PD è inutile dilungarsi. I media sono pieni di analisi, cronache, descrizioni, interviste, informazioni e retroscena che indicano come la scissione tra post-democristiani e post-comunisti sia sempre più vicina, con i primi che vorrebbero ristornare al centro ed i secondi che, almeno nella strategia di Massimo D’Alema, dovrebbero ricompattare l’intera sinistra. Nessuno è in grado di prevedere quale potrà essere l’esito dei fermenti e delle pulsioni in atto all’interno del Pd. E probabilmente bisognerà attendere il dopo elezioni-europee per conoscere il punto d’arrivo di questo tumultuoso processo di chiarimento.

Meglio, allora, toccare il caso del Pli, che riguarda direttamente chi scrive. E che in estrema sintesi può essere descritto come il confronto tra chi vuole conservare il vecchio e chi tenta di promuovere il nuovo. Dove il vecchio è rappresentato dall’idea che i liberali possono al massimo permettersi il ruolo di testimonianza, che in nome di questa testimonianza possono al massimo sollecitare al potente di turno, di destra o di sinistra che sia, la benevola elargizione di un qualche seggio parlamentare, che è inutile tentare di radicare il partito sul territorio e che se per caso ci sia gente pronta ad impegnarsi per portare aria nuova ed energie fresche, sia meglio tenerla alla larga per impedire un qualche sussulto alla linea dell’encefalogramma piatto del partito. Il nuovo, ovviamente, è tutt’altro. È una scelta chiara di identità, quella che deve impedire ai liberali di essere disponibili a qualsiasi contorcimento politico in nome del seggio parlamentare. E quindi, di definirsi forza autonoma ed indipendente che cerca di recuperare il proprio elettorato finito quasi totalmente nel centro destra. È una scelta di battaglie di ferma impronta liberale. Da quella per la riforma della Costituzione a quella per la giustizia giusta, da quella per un federalismo non burocratico e centralista a quella per la difesa della laicità dello stato, da quella per la libertà economica e la difesa dei cittadini dal peso oppressione di una stato predatore a quella per un ambientalismo moderno del fare e non della ottusa conservazione. Ma il nuovo è anche il rinnovamento generazionale del partito e la scelta di ripartire dal radicamento sul territorio, cioè dalle prossime amministrative, per tornare ad “esserci”. Come per il Pd nessuno èin grado di prevedere se a spuntarla sarà il vecchio od il nuovo. Ma il fatto stesso che nel Pli sia spuntata questa contrapposizione accende una speranza per il futuro.

Tratto da Opinione.it

Stefano de Luca rieletto Segretario Nazionale del PLI

23 febbraio 2009

Si è concluso il 27° Congresso Nazionale del Partito Liberale Italiano (5° dalla ricostituzione) che ha registrato una partecipazione straordinaria ed un infuocato confronto tra due mozioni contrapposte.

Ha prevalso non senza polemiche con oltre il 73% la componente di “Democrazia Liberale”, guidata dal Segretario uscente Stefano de Luca, che è stato quindi riconfermato.

La minoranza di “Italia Liberale”, guidata da Arturo Diaconale e Marco Taradash, ha registrato il 23% nonostante il mancato rispetto da parte degli organizzatori dei tempi di votazione dei delegati precedentemente concordati in assise precongressuale.

Italia Liberale denuncia anche a livello interno la mancata accettazione e il respingimento dalle pratiche di voto di centinaia di delegati provvisti di tessera e  di regolare cedola di pagamento della quota.

Non si escludono possibili strascichi giudiziari.

Oltre che un vero e proprio tentativo di diffamazione e disinformazione mediatica operata sia prima che durante il Congresso dai dirigenti della mozione De Luca in maniera sistematica in merito al programma e alla nuova e innovativa visione di partito promossa dalla coppia Diaconale-Taradash ai delegati.

Il Congresso ha poi nominato i nuovi vertici del Partito tutti della componete di Stefano de Luca: Presidente d’onore: Carla Martino; Presidente: Carlo Scognamiglio Pasini; Segretario Nazionale: Stefano de Luca; Vice Segretario: Paolo Guzzanti.

Il Segretario ha, altresì, indicato un Ufficio  di Segreteria costituito da Roberto Petrassi, Mario Caputi, Ivan Uncini, Stefano Maffei ed ha sottolineato come la presenza di giovani (assenti però negli organi nazionali a  livello di rappresentanza  entro la mozione De Luca) rappresenti un segno di rinnovamento.

Il Consiglio Nazionale ha, infine, eletto la Direzione Nazionale; senza aver formalmente approvato un regolamento interno di garanzia per le minoranze.

Le minoranze nel partito stanno valutando la possibilità di boicottare tali organi interni privi di regole certe e senza un reale pluralismo interno di garanzia nella rappresentanza.

A breve verranno pubblicati gli elenchi dei componenti della Direzione Nazionale e del Consiglio Nazionale.

Tratto da Opinione.it

Non è stata la deregulation americana a causare la crisi finanziaria

22 febbraio 2009

Galli e Mingardi sul Wall Street Journal

Articolo di Giampaolo Galli e Alberto Mingardi

I governi europei si stanno giustamente chiedendo quali lezioni debbano trarre dall’attuale crisi finanziaria.

Alcuni giorni fa Charlie McCreevy, Commissario europeo al mercato interno, ha osservato che «i nostri sistemi di supervisione non sono all’altezza del compito» lasciando così intendere che sia necessario trovare un rimedio per via normativa.

Certo è che, se i politici europei vorranno prendere la decisione giusta, dovranno opporsi alla mitologia politica attualmente prevalente, che si fonda sull’assunto che la crisi sia esplosa più che altro a causa della “deregulation selvaggia” dei mercati finanziari americani.

La comparazione di sistemi normativi vigenti in luoghi o momenti diversi non è impresa facile. Probabilmente non vi sono mai state – su entrambe le sponde dell’Atlantico – tante pagine e volumi in tema di regolamentazione finanziaria quante ve ne sono oggigiorno.

Ciò può essere spiegato, almeno in parte, dall’incredibile crescita delle dimensioni e della complessità dei mercati, concomitante con il più notevole grado di innovazione in campo finanziario che si sia vista dall’introduzione della partita doppia nell’Italia del Medioevo.

Ma torniamo col pensiero a qualche mese prima dello scoppio della crisi dei mutui subprime: all’epoca si sosteneva che i mercati finanziari americani subissero gli effetti di un eccesso di regolamentazione e che, di conseguenza, stessero perdendo in competitività.

Si aggiungeva che ciò stesse avvantaggiando non solo I Paesi emergenti dell’Asia, ma persino il Vecchio Continente che, grazie al mercato unico, stava innovando e liberalizzando il settore finanziario.

Nel gennaio del 2007 il sindaco di New York Michael Bloomberg e Charles Schumer, Senatore del medesimo stato (nessuno dei due, per inciso, può essere considerato un liberista selvaggio), pubblicarono una relazione nella quale si evidenziava la “migrazione” delle offerte pubbliche di acquisto dagli Stati Uniti alle piazze europee.

Tra il 2001 e il 2007 il valore di tali operazioni nell’Unione Europea era cresciuto dal 28 per cento di quelle effettuate negli Stati Uniti al 239 per cento.

La netta sensazione era che i costi e i rischi di operare nei mercati americani fossero elevati e crescenti, a causa della tassazione d’impresa e di normative finanziarie come quelle relative alla governance d’impresa e alla manipolazione del mercato, per non parlare dei numerosi casi di indagini in materia di antitrust e delle cause legali di class action relative al mercato dei titoli.

Negli ultimi anni hedge fund, banche d’investimento e società di private equity si erano trasferite con sempre maggiore frequenza dagli Stati Uniti al Vecchio Continente.

Nondimeno alcune analisi ravvisano almeno in parte il motivo della crisi finanziaria nella presunta tolleranza da parte delle autorità americane per la scarsa trasparenza dei prodotti derivati over-the-counter (OTC), cresciuti come funghi negli ultimi anni.

Ma se ciò fosse vero, l’Unione Europea non sarebbe più virtuosa degli Stati Uniti.

Secondo i dati della Banca dei Regolamenti Internazionali, nel 2007 il valore medio quotidiano delle transazioni relative a derivati OTC ha raggiunto in Europa il picco di 1.700 miliardi di dollari, quasi il triplo del corrispettivo degli Stati Uniti.

Analogamente, se l’eccesso di leva che ha contraddistinto le banche statunitensi fosse una conseguenza dell’indulgenza delle autorità normative di quel Paese, dovremmo osservare che le loro controparti europee avrebbero subito in pari misura il fascino del laissez-faire.

Molte tra le più grandi (e più regolamentate) banche commerciali europee avevano una leva debitoria ben più consistente delle banche d’investimento americane che, secondo la convinzione prevalente oggigiorno, avrebbero operato senza alcun freno.

Difatti le prime hanno risentito degli effetti della crisi fin dal suo inizio, nell’agosto del 2007.

Tra gli aspetti della “mollezza normativa” statunitense viene spesso citata la propensione a concedere prestiti con grande facilità (fino a superare la soglia della liceità), propensione che avrebbe causato livelli insostenibili di indebitamento delle famiglie americane.

Quale che sia il merito di questa tesi, è bene ricordare che in molti Paesi europei il rapporto tra debito familiare e reddito disponibile è pari o superiore alla media americana.

Secondo i dati OCSE, tale rapporto è pari al 107 per cento in Germania e Spagna, al 134 per cento in Svezia, al 135 per cento negli Stati Uniti, al 141 per cento in Irlanda e al 159 per cento nel Regno Unito, per non parlare del 246 per cento dei Paesi bassi e del 260 per cento della Danimarca.

Negli Stati Uniti gli organi preposti alla regolamentazione sono sempre stati alquanto frammentati.

In un rapporto pubblicato nel novembre 2007 la U.S. Financial Services Round Table annoverava dieci diversi enti normativi a livello federale, con un totale di oltre 30.000 dipendenti, senza contare i loro corrispettivi al livello dei cinquanta stati dell’Unione.

Questo rapporto descrive le normative finanziarie statunitensi servendosi di termini quali “prescrittive”, “complesse”, “formalistiche”, “costose” e “inefficienti”.

Non di rado il raggio d’azione delle diverse regole si sovrapponeva, facendo sì che una stessa istituzione finanziaria fosse soggetta a più norme e più enti di controllo.

Se il paesaggio normativo americano assomiglia ad una giungla, è per le liane aggrovigliate che lo caratterizzano.

Questa breve disamina dovrebbe indurci a chiederci se la carenza di regole sia stata davvero un fattore importante tra i motivi della crisi o se piuttosto quest’ultima non sia, per così dire, “cieca” alle norme, ossia che non sia stata causata dalla presunta leggerezza delle autorità di vigilanza e che la “soluzione” non sia necessariamente l’introduzione di regole diverse.

In tal caso, le lezioni che dovranno apprendere i governi europei vanno cercate altrove e non giustificano un’ulteriore riduzione della libertà dei mercati.

In considerazione del fatto che l’azzardo morale viene largamente riconosciuto come uno dei motivi fondamentali della crisi attuale, forse bisognerebbe prendere in considerazione l’idea di non crearne di nuovo per il tramite di complessi sistemi normativi.

Per loro natura, le normative tendono a distorcere il mercato cui si applicano.

Alterando il quadro entro il quale operano i singoli individui, esse creano l’incentivo ad assumersi rischi che, in loro assenza, non sarebbero stati corsi.

Fino a un certo punto questo fenomeno può essere sostenibile, ma quando normative troppo vaste e confuse inducono troppi individui ad assumersi rischi eccessivi si spiana la strada per il disastro.

A posteriori, è facile immaginare regole e controlli che avrebbero potuto prevenire la crisi.

Il problema, però, è guardare al futuro.

Ora più che mai è necessario capire chiaramente quali siano i limiti delle regolamentazioni.

Non v’è dubbio che “laissez-faire les financiers” non sia mai stata la regola in alcun Paese.

I decisori politici che vogliano prevenire la prossima crisi non possono partire da una falsa premessa.

Giampaolo Galli è docente di economia presso l’università Luiss di Roma e Direttore generale di ANIA, l’associazione delle compagnie di assicurazione italiane. Alberto Mingardi è Direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sull’edizione del 29 gennaio 2009 del Wall Street Journal.

Tratto da Brunoleoni.it

5° Congresso Nazionale del Partito Liberale Italiano dal tema: “Protagonisti di libertà in Italia e in Europa” – terza e conclusiva giornata

22 febbraio 2009

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De Luca rischia una vittoria di Pirro

21 febbraio 2009

Il segretario uscente del Pli strizza un occhio alla sinistra

Articolo di Dimitri Buffa

De Luca spergiura di volere rimanere autonomo da Pd e da Pdl, ma di fatto ieri, il primo politico vero invitato a parlare dopo la sua retorica e scontata relazione iniziale, tutta in chiave anti berlusconiana, è stato Enzo Bianco, un ex democristiano, noto giustizialista doc (e fratello gemello di Leoluca Orlando), uno che ha fatto carriera nei primi anni ’90. Poi la seconda star ospite delle assise del quinto congresso del Pli è stata il redivivo Mario Segni, un altro personaggio in cerca d’autore e anche del famoso biglietto della lotteria perduto, così dice la vulgata, quando l’aveva vinta. Ma ormai sono passati quasi venti anni. In compenso all’interno del Pli molti di noi “iscritti dell’ultima ora”, come ci ha chiamati in un passo della propria relazione De Luca, siamo rimasti senza tessera e diritto di voto per motivi apparentemente imperscrutabili. Tutto comunque pur di non confontarsi con Taradash e Diaconale. Chi scrive è uno di questi esclusi che pur avendo pagato il 5 febbraio la tessera e avendone dato notizia in tempo reale via e mail al Pli e via sms allo stesso De Luca, che infatti interruppe il dibattito con Taradash, Diaconale e Guzzanti tenutosi presso la sede de “L’opinione” lo scorso 5 febbraio. Oggi De Luca ci viene a dire che lui si rifiuta “di credere che alcuni iscritti dell’ultima ora possano aver dichiarato che stracceranno la tessera per le decisioni assunte, a norma dello Statuto, dalla Direzione Nazionale di imporre il rispetto di quanto precedentemente disposto dal Consiglio Nazionale, che ha convocato il Congresso, in ordine alle regole per la partecipazione alla nostra Assise Nazionale.” Che cosa rispondergli? Beati coloro che questa tessera da stracciare ce l’hanno. Perché il sottoscritto al massimo potrà fare ricorso contro questi metodi scorretti. Purtroppo il buongiorno si è visto dal mattino e già ieri si è capito che De Luca si sta buttando a sinistra, nell’illusione che la futura disgregazione del Partito democratico, non a caso evocata in apertura della propria relazione. De Luca si illude che anche nel Pdl succederà la stessa cosa quando il collante di Berlusconi e del berlusconismo verranno meno. E crede di potere dire qualcosa di nuovo alleandosi con la cosiddetta componente liberale dell’attuale gruppo misto a Camera e Senato, dove ha pescato recentemente l’altro grande deluso dal Pdl, il senatore Paolo Guzzanti. Oddio intendiamoci, dopo la vicenda Englaro e a causa di questo inquinamento degli opportunisti alla Quagliariello che recitano la parte degli atei devoti ed egemonizzano l’immaginario e la prassi della politica belusconiana, delusi dal centro destra siamo un po’ tutti. Ma la soluzione è quella di trasformare i liberali nei futuri indipendenti di sinistra, sia pure in quota laica? Con la concorrenza molto agguerrita dei Radicali di Pannella per giunta? Insomma dobbiamo morire da utili idioti? Tutto è possibile purchè però non si usino sotterfugi e imbrogli per vincere i congressi. Si è già capito che De Luca, con il suo datato carro di Tespi organizzativo, si è già blindato il suo piccolo congresso identitario fatto in casa. Ma a costo di ripetermi, è mio dovere avvertire De Luca che sta preparandosi una vittoria e una figura da Pirro re dell’Epiro. O da Pirlo, il regista del Milan, in quei giorni che non la prende mai e in cui il suo “nomen”diventa un “omen”.

Tratto da Opinione.it

5° Congresso Nazionale del Partito Liberale Italiano dal tema: “Protagonisti di libertà in Italia e in Europa” – seconda giornata

21 febbraio 2009

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Lo scudiero dell’irrealtà

20 febbraio 2009

Tra ricorsi e polemiche si apre oggi il quinto Congresso

20 febbraio 2009

Articolo di Dimitri Buffa

Con la spada di Damocle dei ricorsi e delle esclusioni “last minute” degli iscritti si apre oggi pomeriggio alle sedici il congresso del Pli a Roma. Riusciranno i mezzucci del clan del segretario uscente Stefano De Luca a fermare il cambiamento che in tanti si aspettano dal quinto congresso del Partito liberale italiano così come rinato dalle proprie ceneri nel post tangentopoli?.

La domanda rischia di apparire retorica alla luce degli ultimi eventi. Ieri ad esempio la Direzione nazionale del Pli, che rischia di assomigliare sempre di più a un organismo a metà tra un soviet supremo in sedicesimo e un museo delle cere, ha bocciato senza appello oltre duecento iscrizioni giunte fuori tempo massimo alla segreteria del partito, ma tutte pagate abbondantemente entro i termini dello scorso 10 febbraio. Di solito in casi come questi fa fede la data del versamento, nel Pli di De Luca invece ci si attacca ai ritardi delle poste o dei fattorini. Tutto fa brodo insomma pur di tenere fuori gioco un temibilissimo concorrente alla segreteria del partito come Arturo Diaconale e un altro, altrettanto temibile, alla presidenza come Marco Taradash. Persone che per la prima volta da qualche anno a questa parte potrebbero riuscire a detronizzare per davvero l’attuale segretario e la dirigenza nazionale del Pli. Politicamente parlando peraltro la linea diverge più sui metodi che nel merito. Ad esempio nessuno ha capito l’esigenza di schierarsi con Rutelli alle ultime comunali a Roma anche se si aveva giustamente in antipatia la candidatura (imposta dal Pdl) di Gianni Alemanno a sindaco in virtù del suo passato fascista. De Luca che oggi predica la beata solitudine, la torre d’avorio e il chiudersi nel proprio sdegno di liberali, regolarmente si scorda tutto ciò ogni qual volta si avvicina un’elezione e intravede la possibilità di ritagliarsi uno strapuntino alla Camera o al Senato o al Parlamento europeo. A quel punto si alleerebbe con chiunque tale strapuntino glielo potesse garantire. Se poi invece la manovra gli va a buca, come è capitato nelle ultime due o tre volte, a quel punto si “ri-incazza” contro il sistema dei partiti e recita la parte di Pannella senza esserlo e senza ovviamente mai averne avuto neanche lo spessore politico e culturale. In tal senso, nell’ottica del “mai dire mai”, forse va anche interpretata l’incredibile mossa di gettare un ponte verso Di Pietro prendendosi in casa, a mo’ di cavallo di Troia, una ex consigliera regionale di quella lista. Che poi è quella che ha suggerito la location del congresso in quel di Tormarancia all’hotel Aran Mantegna.

Per giungere al quale, ho scoperto, c’è una navetta, il 160, che da San Silvestro dopo “sole” 17 fermate, sette chilometri di percorso e un’ora e mezzo passata su un autobus, ti deposita in aperta periferia romana a 350 metri dall’evento. Che a quel può, anzi deve, essere raggiunto agevolmente a piedi con una sana passeggiata mattutina di sabato o di domenica. Pioggia, neve e vento permettendo e sperando che nessun rumeno nei dintorni abbia mangiato pane e Viagra la sera prima. Né sentito le prediche di Benigni a Sanremo sull’omosessualità, cambiando così repentinamente gusti in materia di stupri. Scherzi a parte, la trovata di tenere fuori le iscrizioni per paura di perdere il Congresso fa il paio con la scelta della location e fa anche parte evidentemente del personaggio politico De Luca, così come della personalità dei componenti della sua cerchia ristretta di cariatidi che tengono in ostaggio il Pli da troppi anni. Più o meno come il Vaticano teneva in ostaggio la vita di Eluana Englaro. In questi tre giorni pertanto ne vedremo di tutti i colori e ci sarà da ridere, magari per non mettersi a piangere. L’appello del giornale è quindi quello di intervenire numerosi e rumorosi per tentare, se non sarà possibile farlo con le cifre e i voti congressuali, almeno con le nostre parole di cambiare la realtà asfittica di un partito che a stento oggi come oggi rappresenta sé stesso. Se non potremo sommergerlo con il dissenso e con i numeri, a De Luca, almeno tenteremo di seppellirlo con una risata, anzi con un vero e proprio cachinno politico – esistenziale. E senza inutili appelli preventivi all’unità anche in caso di una più che probabile sconfitta. Perché se per togliersi di torno l’abbraccio mortale di De Luca fosse necessaria, perché no?, ben venga pure la scissione dell’atomo.

Tratto da Opinione.it


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