
Barack Obama è ufficialmente il 44° presidente degli Usa, alla pomposa cerimonia di giuramento di tradizione americana (la ritualità extra di contorno dei giorni precedenti e seguenti alla proclamazione è però costata centinaia di milioni di dollari in più rispetto ai canonici costi dei mandati inaugurali dell’era Bush); tra cantanti,maxischermi, comparse e spettacoli tenuti dall’organizzazione dell’evento nei giorni antecedenti al 20 gennaio nella capitale Washington, si è avuta la chiusura dell’era Bush e l’inizio di quella Obama.
L’era Bush è stata per certi versi dopo l’11 settembre differente da quanto preventivato nel 2000 (visione isolazionista, attenzione alla politica interna, ridefinizione in termini cristiani e sociali dei provvedimenti politici in materie sociali e civili), è stato più un proseguio in due tempi di quella storicamente Democrats, di Clinton, entro una prima visione di internazionalismo americano in stile “Balcani” in Afghanistan e quella di interventismo “johnsoniana” in politica estera per l’Iraq.
Non a caso Bush è stato il presidente più Democrats degli ultimi decenni di politica repubblicana, proponendo la visione neocon (ovvero della componente scissionista degli intellettuali cattolici ex-liberal Democrats) “dell’esportazione della democrazia in medioriente” e in politica interna l’aumento del deficit di spesa pubblica (causa collaterale all’aggravarsi per la crisi economica americana; le premesse erano state create già da Clinton) e il suo attivismo statalista di fine mandato.
Una visione giacobina e idealista che certamente ha risentito per efficacia e forza persuasiva entro larghi settori dell’opinione pubblica americana e mondiale, non solamente per la debolezza intrinseca del termine “Democrazia” e del suo significato in contesti turbolenti come quelli mediorientali, ma anche per il suo utilizzo ideologico e morale da parte di una presidenza social-conservatrice repubblicana invisa da media e “benpensanti” pregiudizialmente sinistrorsi.
Sostanzialmente la sinistra mondiale (a parte i laburisti UK) si è sentita derubata da parte repubblicana di tali possibilità di azioni e perseguimento di internazionalismo rivoluzionario armato in virtù dei principi democratici e questo si è rilevato prima ancora che nei risultati un duro colpo per la presidenza Bush a livello d’immagine, nonostante il consenso bipartisan mondiale post-11 settembre.
Ovviamente in questi mesi la continuità della politica americana è stata garantita da una transizione politica presidenziale tra la vecchia e nuova amministrazione che ha già deluso molti commentatori ed elettori democratici, per i toni di continuità di ricette e programmazione simile a quella di Bush da parte di Obama (ciò non ci stupisce!); ma d’altronde non stupisce anche il rispetto di una caratteristica americana delle stanze di Washington raramente trasgredita: la capacità di seguire una sorta di ritualità tradizionale, anche nell’ agenda ideale degli obbiettivi da realizzare nel proprio mandato.
Obama è un mantra, una figura che non rinuncia pur nella retorica e nello slancio verbale a identificare sè stesso con l’America, il Paese a sè stesso, Obama non nega quanto fino ad allora fatto da Bush, anzi ne rende nel discorso del giuramento merito, una sorta di riconoscimento post-presidenziale al suo pari grado, dopo il duro confronto iniziale a distanza, durato quattro anni (dalla Convention di Boston del 2004) dopo numerosi colpi bassi, accuse e mistificazioni avvenute durante le primarie contro Bush, utili per raggiungere e acquisire consenso personale e slancio; ora Obama può nonostante la folla faziosa non comprenda l’atto, comprendere e condividere la responsabilità della figura del presidente, l’attivismo presidenziale.
Obama si è già traslato dalla massa liberal, e transfigurato nell’elite presidenziale.
Obama è sicuramente l’erede di Bush a livello di studio ovale, ma quasi certamente sebbene con uno stile più comunicativo e “intrigante”, sarà anche l’erede di quest’ultimo a livello di agenda politica, ripianando le pecche, i difetti e i dubbi che la figura di Bush ha contribuito direttamente e indirettamente a creare (pur senza necessariamente migliorare la situazione oggettiva degli Usa, sia a livello di politica interna che di politica estera, e nei risultati).
D’altronde Bush stesso non ha fatto altro che anticipare Obama nell’ultimo anno di presidenza, aumentando l’interesse americano per il medioriente e la questione palestinese, aumentando le relazioni multipolari e comunitarie entro le istituzioni internazionali e ovviamente (nonostante la nostra disapprovazione) aumentando l’intervento pubblico dello Stato nel salvataggio di banche e aziende americane, entro la recessione economica, con una iniziale proposta di modifica delle regole di mercato.
In politica estera Bush si era già preventivamente accordato non solamente sul ritiro delle truppe irachene entro i prossimi 2 anni, ma negli ultimi mesi di mandato anche per una revisione dei processi di Guantanamo e delle trafile giudiziario-tecniche speciali.
Obama sostanzialmente non solo chiuderà Guantanamo (delocalizzando i prigionieri), ma ha in previsione di continuare l’intervento militare in Afghanistan (iniziato da Bush) aumentando in stile “iracheno” il numero di truppe sul campo grazie al segretario della Difesa (Gates repubblicano bushiano), cercando col suo carisma di coinvolgere in dialoghi o alleanze europei riottosi e fortemente propensi a non intraprendere ulteriori spese militari e missioni in giro per il mondo (e in Afghanistan); imparando a proprie spese che sia la Vecchia Europa che i soliti nemici dell’America non cambiano impostazione geopolitica solo perchè arriva un nuovo presidente.
Inserire entro il quadro di buoni principi e virtù la necessità di essere dialoganti almeno nelle premesse dei fatti, ma non rinunciando di fatto a mostrare i muscoli e la chiara volontà di difendere alleati e ideali colpendo i nemici, i terroristi (ebbene sì esistono anche nel “fantastico mondo di Obama”) e gli Stati canaglia con aspirazioni nucleari.
Il dialogo quale premessa è solo un escamotage della nuova dirigenza democratica per un convincimento illusorio di differenziazione da quella bushiana a livello di platea mediatica, di ritualità diplomatica e d’opinione pubblica.
Ma in realtà, proprio per la questione della continuità nella tradizione politica americana, ciò si rivelerà una amara illusione per molti (non certo tra coloro che hanno navigato in questo sito) di coloro che in questi giorni, settimane, mesi, hanno enunciato Obama quale “messia della provvidenza e della speranza”.
Il risultato di ciò è il quasi sicuro perdurare solitario di un attivismo politico democratico da parte di Obama e Hillary, a danno delle casse federali, dei portafogli dei cittadini americani; dato che quasi sicuramente da parte dei Democrats (e del clan Clinton) non ci si può attendere un ridimensionamento proprio ora che hanno raggiunto la Casa Bianca delle aspettative di mantenimento della leadership mondiale in termini di direzionalità dell’impulso impresso da loro, dagli obbiettivi da perseguire, dalle masse, dal loro ego pubblico.
Obama cercherà di sfilare alla Cina il controllo dei paesi africani e delle loro economie, per rilanciare l’esportazione nei paesi emergenti di prodotti americani e questo obbligherà da una parte a proseguire l’interventismo umanitario iniziato da Bush per le vaccinazioni e la profilassi sanitaria in Africa dall’altra a tutelare gli interessi geopolitici americani nella regione sia nei confronti dei cinesi, sia contro le basi del fondamentalismo islamico (Corno d’Africa).
In politica interna la spesa pazza “tassa e spendi” promossa da Paulson e Bernanke nell’ultimo mandato presidenziale bushiano verrà proseguita dal nuovo ministro del Tesoro con una miriade di progetti pubblici a lunga scadenza e dal difficile esito (e contenimento dei costi) entro la ricerca di un rilancio dell’economia e dei consumi americani anche mediante l’ambientalismo energetico .
Ciò non farà altro che sviluppare il protezionismo e l’isolazionismo produttivo e commerciale di aziende e servizi sempre più dipendenti dal beneplacito di qualche agenzia o ufficio governativo, danneggiando sia le importazioni nei confronti dell’Europa e Sud America (per rilanciare l’industria americana).
Le risposte iniziali di questa nuova amministrazione basate su una tassazione progressiva si scontreranno a fronte dei provvedimenti complessivi della presidenza, contro l’enorme ampliamento del deficit federale, del debito pubblico, obbligando nella seconda metà del suo mandato ad alzare le tasse anche alla classe media.
La crisi economica, la preoccupazione per l’andamento della guerra al terrorismo, i metodi proposti e la scarsa credibilità accumulata dall’amministrazione Bush sia nei risultati che negli sviluppi di tali vicende si sono condensate come questioni da risolvere con un colpo di teatro, una formale illusione, un idea di cambiamento, un “nuovo” uomo, l’ipotesi di una fuga dalla realtà e di chissà quali alternative rassicuranti cure.
Ma in sostanza Obama proseguirà la politica iniziata da Clinton e proseguita da Bush (in quanto Bush non ha seguito le ricette della tradizione repubblicana reaganiana), attraverso un messaggio di speranza che in realtà è l’ennesimo trucco della politica per nascondere la continuità della realpolitik: ovvero della via verso lo Stato (di paura).
Sparito Bush, cadono i teoremi complottistici, cadono le accuse anti-americane alle istituzioni e al potere di Washington da parte di una certa sinistra interna agli Usa ed esterna a questa; restano invece i problemi e la difficoltà legate alla loro risoluzione da parte della politica essa stessa problema da risolvere, entro gli interessi, del ruolo delle lobby del potere (finanziatrici di Obama), nelle personalità politiche di ieri, oggi nell’entourage e gabinetto presidenziale obamiano.
In un recente passato molti avrebbero chiamato tutto questo imperialismo o neoconservatorismo; ma Obama in quanto giovane, carismatico, nero e di sinistra riporta nell’alveo originario le storture del sistema degli anni precedenti, attraverso la sua ipocrisia rendendo il Sistema statale un nemico delle libertà (economiche e individuali), “rimettendo in carreggiata” fin dai prossimi mesi indirettamente con uno scopo e “ossigeno” di contrasto a tali progetti le opposizioni conservatrici e libertarie in vista delle future elezioni politiche di mid-term.