Per i liberisti è ora di rispondere agli attacchi
Da sempre, odiavano il “capitalismo selvaggio”. Opinionisti, commentatori di belle speranze ed economisti di sinistra provavano non da oggi un profondo rancore nei confronti della fiducia che gli iconoclasti della scuola di Margaret Thatcher e Ronald Reagan riponevano nella deregulation, nei meccanismi di auto-correzione e nelle “forze cieche” del mercato. Il risentimento era dovuto in parte al fatto che, ai loro occhi, nutrire questa fiducia equivaleva a ripudiare quel tipo di gestione politica razionale, informata e – pertanto – benevola per la quale si sentivano particolarmente portati. In parte il loro livore derivava dal fatto che il “capitalismo selvaggio” calpestava allegramente tutti quei concetti di “giustizia sociale” nei quali credevano fermamente. Lo studio della fede in quello che passa per giustizia sociale, uno dei fili più forti nella trama del tessuto della pubblica opinione, meriterebbe un’analisi a parte, se non addirittura un intero scaffale di libri.
Per quanto riguarda l’efficienza dei meccanismi di mercato, tuttavia, di solito gli anti-capitalisti si limitavano a qualche cauta frecciata, in quanto sarebbe stato piuttosto difficile partire con un attacco frontale finché questo sistema continuava a produrre quel progresso materiale senza precedenti che abbiamo visto negli ultimi cinquant’anni e che stava facendo uscire dalla povertà più abietta un miliardo e mezzo di persone.
Oggi, finalmente, si è aperta la caccia. Sparare sul “capitalismo selvaggio” incontra l’entusiastico sostegno della pubblica opinione, perché tutti sanno che il capitalismo ha miseramente fallito. Al suo posto occorre fare ricorso al forte braccio e alla caritatevole mano dello Stato, al fine di porre rimedio alle migliaia di miliardi di danni causati da una mandria imbizzarrita di banchieri.
L’opinione pubblica nutre convinzioni profonde, tratte dai media e dagli economisti più risentiti, sui motivi che muovono gli avvenimenti più importanti. L’opinione pubblica è assolutamente convinta che Roosevelt abbia sconfitto la Grande Depressione. Le conclusioni di numerosi e ben noti storici dell’economia, secondo i quali in realtà il New Deal ritardò la ripresa, vengono ignorate a pié pari. Analogamente, gli attuali rovesci economici vengono imputati alla perniciosa pratica del laissez-faire. Non è arrischiato scommettere che la prossima generazione di storici dell’economia sfaterà anche questo pregiudizio, giacché è già chiaro che il fattore che ha minato alla radice il settore bancario e, per suo tramite, anche l’industria e il commercio, non è stato l’assenza di normative, bensì la natura ibrida delle normative vigenti, costituite da regole contraddittorie e incompatibili le une con le altre. Imporre alle banche rapporti fissi di solvibilità rispetto all’ammontare dei loro crediti equivale a decretare che ognuno di noi debba avere sempre in tasca almeno cento euro. Giacché sarebbe vietato servirsene, ciò equivarrebbe a non averli affatto. Se dovesse esservene la necessità, dovremmo vendere la camicia piuttosto che dare fondo alla nostra “riserva di sicurezza”. Uniamo questa norma in tema di solvibilità all’obbligo di “mark to market”, ossia di valutare gli attivi di bilancio secondo il valore che essi hanno in questo momento sul mercato: ciò ha obbligato le banche a mettere in conto perdite le obbligazioni di debito garantite che avevano a bilancio non appena i media anno iniziato a urlare che si trattava di “asset tossici” e il loro mercato si è temporaneamente volatilizzato, in parte perché nessuno poteva utilizzare quei metaforici ultimi cento euro. Messe assieme, queste due norme hanno avuto la forza necessaria per mandare in rovina qualsiasi sistema bancario.
Un altro spettacolare esempio di vacuità della fede nelle regole è la ormai famosa frode di Bernard Madoff. Agendo sotto gli occhi di falco della Securities and Exchange Commission e affidando la revisione dei propri libri contabili ad uno studio che non sarebbe degno neppure di tenere la contabilità della drogheria all’angolo, Madoff ha potuto intascare decine di miliardi di dollari da investitori che, se non fossero stati rassicurati dalla supervisione della SEC e dai revisori dei conti di Madoff, sarebbero forse stati più cauti. La regolamentazione attribuisce un “timbro di garanzia” virtuale che, se i regolatori sono incompetenti o corrotti, è davvero “tossico”. Non possiamo dire se una regolamentazione amministrata da esseri umani fallibili non sia più pericolosa del tanto bistrattato capitalismo selvaggio, in cui ogni soggetto deve stare bene attento a dove mette i piedi.
È inutile affermare che servono regole migliori. È ovvio che è sempre auspicabile avere qualcosa di meglio di ciò che si ha, ma è puerile pensare che ciò sia sempre possibile e che per raggiungere lo scopo basti proclamare l’intento.
Oggi è aperta la stagione di caccia al presunto capitalismo selvaggio, ma stia in guardia il cacciatore! È ora di rispondere al fuoco, anziché rannicchiarci dietro un riparo di fortuna o accettare tremebondi la punizione.
Tutta questa controversia dev’essere esaminata da una diversa prospettiva. Il capitalismo selvaggio può funzionare e correggere i propri errori? La teoria dell’equilibrio generale dice di sì. Le prove empiriche non sono conclusive, in quanto non esiste, né mai è esistito, un sistema di mercato veramente libero che possa provare la nostra tesi. Il socialismo, viceversa, può funzionare e correggere i propri errori? La scienza economica e la psicologia ci dicono che, nel complesso, ciò non è possibile. Sebbene il socialismo puro, così come il capitalismo puro, non si sia mai dato nella storia, le vicende dei tentativi di realizzare il socialismo in Russia, in Cina, in India e in svariati Paesi dell’Africa sono state abbastanza disastrose da permetterci di rispondere con un incontrovertibile “no!”. Vi è poi quel sistema (o meglio, quello spettro di sistemi) ibrido che si dispiega mano a mano che procediamo lungo la Terza Via, quella miscela ideale “nuova, morale e intelligentemente controllata” di elementi presi in prestito dal capitalismo e dal socialismo e messi assieme nella speranza che funzionino meglio di quanto non avvenga nel caso delle forme pure da cui traggono origine.
I paladini della Terza Via affermano che essa conserverà le virtù del libero mercato, arginandone al tempo stesso i vizi. È strano sentir parlare di libero mercato in Paesi nei quali tra il 40 e il 55 per cento (e ben presto tra il 45 e il 60 per cento) della ricchezza prodotta dai cittadini viene assorbita dallo Stato. In modo diretto o indiretto, deliberatamente o inavvertitamente, l’influenza dello Stato non può che essere pervasiva e predominante.
La tipica economia mista evoca l’immagine di un ammalato che cammina con una miriade multicolore di tubi di plastica che fuoriesce da ogni orifizio del suo corpo. I tubi iniettano e drenano fluidi di vario genere che nutrono, stimolano, limitano e neutralizzano gli effetti degli altri liquidi. Questi integrano, indirizzano e s’impongono sulle funzioni originarie del corpo del nostro malato. Dopo qualche tempo ci si accorge che l’uno o l’altro dei tubi dev’essere rafforzato, compensato o corretto dall’inserimento di un nuovo tubicino che, a sua volta, esigerà l’inserimento di sempre nuovi tubi. Ciascuna aggiunta apporta un miglioramento, per quanto riguarda la sicurezza, l’efficienza e – perché no – il benessere morale degli organi originari del corpo del paziente. La speranza di ottenere risultati sempre migliori non muore mai. Non si arriva mai ad una conclusione, perché l’apparato di tubi non è mai definitivo, ma continua ad evolversi e a farsi sempre più complicato. A poco a poco, tuttavia, il paziente inizia ad assomigliare sempre meno ad un possibile campione olimpionico e sempre più a un invalido vero e proprio. Non sarà che i tubi di plastica e gli organi del suo corpo non vanno d’accordo?
tratto da Brunoleoni.it