Perché all’auto non vanno dati aiuti di stato

Concedere un premio a chi non sa adattarsi e migliorare non aiuta proprio nessuno

Articolo di Alberto Mingardi

L’hanno detto belli belli Pier Ferdinando Casini e Anna Maria Artoni a “Ballarò”. Poi l’ha rispiegato ieri Walter Veltroni sul Sole 24 Ore: se il resto del mondo aiuta l’automobile, non possiamo restare con le mani in mano. «Se gli Usa o la Cina o grandi Paesi europei decidono di sostenere l’auto e l’Italia no, significa che la Fiat muore» (Veltroni). Negli anni scorsi facilitare alle nostre imprese la competizione a livello internazionale si traduceva in un discorso su lacci e lacciuoli. In tempo di crisi, usiamo la nostra proverbiale esterofilia per chiedere quattrini.

È in questo modo che si apre la strada a una escalation protezionistica. Lo Stato A alza barriere che rendono artificialmente più cari i beni prodotti da imprese dello Stato B, contro beni sostituti prodotti all’interno dei suoi propri confini, e lo Stato B “risponde” da par suo. Pagano i contribuenti di entrambi i Paesi, con la beffa di dare il la a politiche che andranno a ridurre la loro libertà di scelta di consumatori. Il risultato è un impoverimento dei consumatori, un asservimento dei privati “debitori” della politica verso la politica stessa, un affievolirsi delle pressioni competitive sulle imprese.

Se anziché di dazi si parla di incentivi, il risultato non è molto diverso. In un anno drammatico come questo 2009, è inevitabile che l’azione lobbistica delle aziende su Governo e Parlamento si faccia più forte. Esse portano nei palazzi del potere la propria agenda, disegnano un quadro del futuro a tinte peggio che fosche, mettono su un piatto della bilancia una raffica di esuberi che potrebbero accendere conflittualità sociale e quindi insoddisfazione verso la classe dirigente, sull’altro un piano di “aiuti”. È così che funziona. E siccome va così non solo in Italia, ma dappertutto (a cominciare dagli Stati Uniti), è probabile che nei prossimi mesi assisteremo a un rimpallo di interventi, con gli esiti prevedibili. Danni per il consumatore, dieta ingrassante per lo Stato, allentamento delle pressioni concorrenziali sui beneficiari.

La domanda da farsi, in questo quadro, è se davvero gli aiuti di Stato aiutino. La risposta è no, per un motivo citato en passant da Luigi Zingales (Sole 24 Ore). Disegnando la sua soluzione per la crisi del credito che non accenna a tamponarsi, Zingales notava amaramente come «è più facile per le banche prendere i soldi dallo Stato che ristrutturarsi». L’aiuto di Stato è di fatto un aiuto al management, il cui operato men che brillante viene “graziato” da una dose di metadone. Se non è così, per esempio, per le banche italiane, è anche perché nel suo modo rude Giulio Tremonti ha fatto presente che chi prendesse l’obolo del re, dovrebbe cambiare, se non musica, orchestra. Le dichiarazioni di Tremonti sono state lette come una punzecchiatura ai “banchieri delle primarie”, disallineati rispetto alla maggioranza di Governo. Se questa è una sfumatura indubbiamente presente nelle sue parole, d’altro canto un governo che diventando azionista, facesse l’azionista, mimerebbe in qualche misura ciò che oggi dovrebbe accadere sul libero mercato. Al drastico abbassamento dei valori, quando la “price discovery” di mercato fosse libera di avvenire, dovrebbe seguire un acquisto da parte di nuovi imprenditori, decisi a ristrutturare drasticamente un’azienda, per fare profitti. Ciò presuppone però un “mercato del controllo” più vivace di quello italiano. E che qualche testa debba rotolare, di per sé non fa scandalo: il problema dello Stato azionista è che tende far uso dei propri poteri assumendo criteri politici e non imprenditoriali. Non il fatto che un azionista, di poteri, ne abbia.

Gli aiuti pubblici, allora, servono a consolidare situazioni poco virtuose. L’eccezionalità della crisi in atto è solo apparentemente un argomento. La contrazione del credito non ha colpito solo GM o Chrysler o Ford. Anche Toyota e Bmw vendono di meno. Ma siccome il loro modello di business è più solido, hanno meno paura – e si preparano a cogliere, in questo momento di generale riassestamento, delle opportunità. Nei giorni scorsi, si è spesso sentito dire che per il Governo la crisi dovrebbe determinare la cornice più opportuna per incidere sulle tante inefficienze del nostro Paese. Se questo è vero per l’azienda-Italia, la cui governance è farraginosa e lenta come nessuna, perché non deve esserlo per le aziende private, ben più flessibili? Perché gli stessi politici e commentatori che chiedono, giustamente, di mettere mano a riforme strutturali dello Stato (macchina lenta da avviare), poi non accettano che le imprese private debbano fare lo stesso?
Per fortuna la Fiat, come hanno dimostrato Montezemolo e Marchionne (foto) con l’accordo con Chrysler, è più lungimirante dei suoi padrini politici.

In conclusione, è verissimo, come ha ricordato di recente Franco Debenedetti, che tornare al 2006 (per usare un’espressione ormai cara a Tremonti e Berlusconi) significa tornare a un anno in cui il nostro Paese non cresceva da quasi un decennio. C’era un motivo. Ma se così è per lo Stato, così è per le imprese. La crisi finisce per esacerbare difficoltà che non sono di oggi. Servirebbe un po’ di memoria. La Fiat aiutata dallo Stato nella Prima Repubblica non andava meglio delle concorrenti straniere, le Big Three americane periodicamente puntellate dal Governo federale non hanno sgominato i competitori giapponesi. Sono state “salvate” solo dal bisogno di cambiare. Se il mercato è un processo evolutivo, non è regalando banane ai macachi che li si fa scendere dagli alberi.

Da Il Riformista, 22 gennaio 2009

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