Archivio per gennaio 2009

Le informazioni necessarie per partecipare al Congresso Nazionale Pli del 20-22 febbraio

30 gennaio 2009

Il Congresso Nazionale del 20-22 febbraio, si svolgerà presso l’Hotel Aran Mantegna 4 Stelle – via Mantegna 130 – 00147 Roma. Per informazioni e prenotazioni usate i seguenti numeri: tel. 06-989521, fax. 06-98952799 email b.cali@aranhotels.com

In occasione del Congresso del Partito Liberale l’Hotel ha predisposto per gli ospiti un ottimo trattamento economico, camera doppia e doppia uso singola con prima colazione a 90 Euro al giorno.

La Segreteria Nazionale invita tutti i tesserati, gli aderenti e i simpatizzanti del PLI a prenotare fin da ora il proprio pernottamento presso l’hotel al fine di partecipare al Congresso Nazionale

Illusioni presidenziali: la continuità al potere

29 gennaio 2009

George Barack-Obush

Barack Obama è ufficialmente il 44° presidente degli Usa, alla pomposa cerimonia di giuramento di tradizione americana (la ritualità extra di contorno dei giorni precedenti e seguenti alla proclamazione è però costata centinaia di milioni di dollari in più rispetto ai canonici costi dei mandati inaugurali dell’era Bush); tra cantanti,maxischermi, comparse e spettacoli tenuti dall’organizzazione dell’evento nei giorni antecedenti al 20 gennaio nella capitale Washington, si è avuta la chiusura dell’era Bush e l’inizio di quella Obama.

L’era Bush è stata per certi versi dopo l’11 settembre differente da quanto preventivato nel 2000 (visione isolazionista, attenzione alla politica interna, ridefinizione in termini cristiani e sociali dei provvedimenti politici in materie sociali e civili), è stato più un proseguio in due tempi di quella storicamente Democrats, di Clinton, entro una prima visione di internazionalismo americano in stile “Balcani” in Afghanistan e quella di interventismo “johnsoniana” in politica estera per l’Iraq.

Non a caso Bush è stato il presidente più Democrats degli ultimi decenni di politica repubblicana, proponendo la visione neocon (ovvero della componente scissionista degli intellettuali cattolici ex-liberal Democrats) “dell’esportazione della democrazia in medioriente” e in politica interna l’aumento del deficit di spesa pubblica (causa collaterale all’aggravarsi per la crisi economica americana; le premesse erano state create già da Clinton) e il suo attivismo statalista di fine mandato.

Una visione giacobina e idealista che certamente ha risentito per efficacia e forza persuasiva entro larghi settori dell’opinione pubblica americana e mondiale, non solamente per la debolezza intrinseca del termine “Democrazia” e del suo significato in contesti turbolenti come quelli mediorientali, ma anche per il suo utilizzo ideologico e morale da parte di una presidenza social-conservatrice repubblicana invisa da media e “benpensanti” pregiudizialmente sinistrorsi.

Sostanzialmente la sinistra mondiale (a parte i laburisti UK) si è sentita derubata da parte repubblicana di tali possibilità di azioni e perseguimento di internazionalismo rivoluzionario armato in virtù dei principi democratici e questo si è rilevato prima ancora che nei risultati un duro colpo per la presidenza Bush a livello d’immagine, nonostante il consenso bipartisan mondiale post-11 settembre.

Ovviamente in questi mesi la continuità della politica americana è stata garantita da una transizione politica presidenziale tra la vecchia e nuova amministrazione che ha già deluso molti commentatori ed elettori democratici, per i toni di continuità di ricette e programmazione simile a quella di Bush da parte di Obama (ciò non ci stupisce!); ma d’altronde non stupisce anche il rispetto di una caratteristica americana delle stanze di Washington raramente trasgredita: la capacità di seguire una sorta di ritualità tradizionale, anche nell’ agenda ideale degli obbiettivi da realizzare nel proprio mandato.

Obama è un mantra, una figura che non rinuncia pur nella retorica e nello slancio verbale a identificare sè stesso con l’America, il Paese a sè stesso, Obama non nega quanto fino ad allora fatto da Bush, anzi ne rende nel discorso del giuramento merito, una sorta di riconoscimento post-presidenziale al suo pari grado, dopo il duro confronto iniziale a distanza, durato quattro anni (dalla Convention di Boston del 2004) dopo numerosi colpi bassi, accuse e mistificazioni avvenute durante le primarie contro Bush, utili per raggiungere e acquisire consenso personale e slancio; ora Obama può nonostante la folla faziosa non comprenda l’atto, comprendere e condividere la responsabilità della figura del presidente, l’attivismo presidenziale.

Obama si è già traslato dalla massa liberal, e transfigurato nell’elite presidenziale.

Obama è sicuramente l’erede di Bush a livello di studio ovale, ma quasi certamente sebbene con uno stile più comunicativo e “intrigante”, sarà anche l’erede di quest’ultimo a livello di agenda politica, ripianando le pecche, i difetti e i dubbi che la figura di Bush ha contribuito direttamente e indirettamente a creare (pur senza necessariamente migliorare la situazione oggettiva degli Usa, sia a livello di politica interna che di politica estera, e nei risultati).

D’altronde Bush stesso non ha fatto altro che anticipare Obama nell’ultimo anno di presidenza, aumentando l’interesse americano per il medioriente e la questione palestinese, aumentando le relazioni multipolari e comunitarie entro le istituzioni internazionali e ovviamente (nonostante la nostra disapprovazione) aumentando l’intervento pubblico dello Stato nel salvataggio di banche e aziende americane, entro la recessione economica, con una iniziale proposta di modifica delle regole di mercato.

In politica estera Bush si era già preventivamente accordato non solamente sul ritiro delle truppe irachene entro i prossimi 2 anni, ma negli ultimi mesi di mandato anche per una revisione dei processi di Guantanamo e delle trafile giudiziario-tecniche speciali.

Obama sostanzialmente non solo chiuderà Guantanamo (delocalizzando i prigionieri), ma ha in previsione di continuare l’intervento militare in Afghanistan (iniziato da Bush) aumentando in stile “iracheno” il numero di truppe sul campo grazie al segretario della Difesa (Gates repubblicano bushiano), cercando col suo carisma di coinvolgere in dialoghi o alleanze europei riottosi e fortemente propensi a non intraprendere ulteriori spese militari e missioni in giro per il mondo (e in Afghanistan); imparando a proprie spese che sia la Vecchia Europa che i soliti nemici dell’America non cambiano impostazione geopolitica solo perchè arriva un nuovo presidente.

Inserire entro il quadro di buoni principi e virtù la necessità di essere dialoganti almeno nelle premesse dei fatti, ma non rinunciando di fatto a mostrare i muscoli e la chiara volontà di difendere alleati e ideali colpendo i nemici, i terroristi (ebbene sì esistono anche nel “fantastico mondo di Obama”) e gli Stati canaglia con aspirazioni nucleari.

Il dialogo quale premessa è solo un escamotage della nuova dirigenza democratica per un convincimento illusorio di differenziazione da quella bushiana a livello di platea mediatica, di ritualità diplomatica e d’opinione pubblica.

Ma in realtà, proprio per la questione della continuità nella tradizione politica americana, ciò si rivelerà una amara illusione per molti (non certo tra coloro che hanno navigato in questo sito) di coloro che in questi giorni, settimane, mesi, hanno enunciato Obama quale “messia della provvidenza e della speranza”.

Il risultato di ciò è il quasi sicuro perdurare solitario di un attivismo politico democratico da parte di Obama e Hillary, a danno delle casse federali, dei portafogli dei cittadini americani; dato che quasi sicuramente da parte dei Democrats (e del clan Clinton) non ci si può attendere un ridimensionamento proprio ora che hanno raggiunto la Casa Bianca delle aspettative di mantenimento della leadership mondiale in termini di direzionalità dell’impulso impresso da loro, dagli obbiettivi da perseguire, dalle masse, dal loro ego pubblico.

Obama cercherà di sfilare alla Cina il controllo dei paesi africani e delle loro economie, per rilanciare l’esportazione nei paesi emergenti di prodotti americani e questo obbligherà da una parte a proseguire l’interventismo umanitario iniziato da Bush per le vaccinazioni e la profilassi sanitaria in Africa dall’altra a tutelare gli interessi geopolitici americani nella regione sia nei confronti dei cinesi, sia contro le basi del fondamentalismo islamico (Corno d’Africa).

In politica interna la spesa pazza “tassa e spendi” promossa da Paulson e Bernanke nell’ultimo mandato presidenziale bushiano verrà proseguita dal nuovo ministro del Tesoro con una miriade di progetti pubblici a lunga scadenza e dal difficile esito (e contenimento dei costi) entro la ricerca di un rilancio dell’economia e dei consumi americani anche mediante l’ambientalismo energetico .

Ciò non farà altro che sviluppare il protezionismo e l’isolazionismo produttivo e commerciale di aziende e servizi sempre più dipendenti dal beneplacito di qualche agenzia o ufficio governativo, danneggiando sia le importazioni nei confronti dell’Europa e Sud America (per rilanciare l’industria americana).

Le risposte iniziali di questa nuova amministrazione basate su una tassazione progressiva si scontreranno a fronte dei provvedimenti complessivi della presidenza, contro l’enorme ampliamento del deficit federale, del debito pubblico, obbligando nella seconda metà del suo mandato ad alzare le tasse anche alla classe media.

La crisi economica, la preoccupazione per l’andamento della guerra al terrorismo, i metodi proposti e la scarsa credibilità accumulata dall’amministrazione Bush sia nei risultati che negli sviluppi di tali vicende si sono condensate come questioni da risolvere con un colpo di teatro, una formale illusione, un idea di cambiamento, un “nuovo” uomo, l’ipotesi di una fuga dalla realtà e di chissà quali alternative rassicuranti cure.

Ma in sostanza Obama proseguirà la politica iniziata da Clinton e proseguita da Bush (in quanto Bush non ha seguito le ricette della tradizione repubblicana reaganiana), attraverso un messaggio di speranza che in realtà è l’ennesimo trucco della politica per nascondere la continuità della realpolitik: ovvero della via verso lo Stato (di paura).

Sparito Bush, cadono i teoremi complottistici, cadono le accuse anti-americane alle istituzioni e al potere di Washington da parte di una certa sinistra interna agli Usa ed esterna a questa; restano invece i problemi e la difficoltà legate alla loro risoluzione da parte della politica essa stessa problema da risolvere, entro gli interessi, del ruolo delle lobby del potere (finanziatrici di Obama), nelle personalità politiche di ieri, oggi nell’entourage e gabinetto presidenziale obamiano.

In un recente passato molti avrebbero chiamato tutto questo imperialismo o neoconservatorismo; ma Obama in quanto giovane, carismatico, nero e di sinistra riporta nell’alveo originario le storture del sistema degli anni precedenti, attraverso la sua ipocrisia rendendo il Sistema statale un nemico delle libertà (economiche e individuali), “rimettendo in carreggiata” fin dai prossimi mesi indirettamente con uno scopo e “ossigeno” di contrasto a tali progetti le opposizioni conservatrici e libertarie in vista delle future elezioni politiche di mid-term.

Si è aperta la stagione di caccia al capitalista?

28 gennaio 2009

Per i liberisti è ora di rispondere agli attacchi

Articolo di Anthony de Jasay

Da sempre, odiavano il “capitalismo selvaggio”. Opinionisti, commentatori di belle speranze ed economisti di sinistra provavano non da oggi un profondo rancore nei confronti della fiducia che gli iconoclasti della scuola di Margaret Thatcher e Ronald Reagan riponevano nella deregulation, nei meccanismi di auto-correzione e nelle “forze cieche” del mercato. Il risentimento era dovuto in parte al fatto che, ai loro occhi, nutrire questa fiducia equivaleva a ripudiare quel tipo di gestione politica razionale, informata e – pertanto – benevola per la quale si sentivano particolarmente portati. In parte il loro livore derivava dal fatto che il “capitalismo selvaggio” calpestava allegramente tutti quei concetti di “giustizia sociale” nei quali credevano fermamente. Lo studio della fede in quello che passa per giustizia sociale, uno dei fili più forti nella trama del tessuto della pubblica opinione, meriterebbe un’analisi a parte, se non addirittura un intero scaffale di libri.

Per quanto riguarda l’efficienza dei meccanismi di mercato, tuttavia, di solito gli anti-capitalisti si limitavano a qualche cauta frecciata, in quanto sarebbe stato piuttosto difficile partire con un attacco frontale finché questo sistema continuava a produrre quel progresso materiale senza precedenti che abbiamo visto negli ultimi cinquant’anni e che stava facendo uscire dalla povertà più abietta un miliardo e mezzo di persone.
Oggi, finalmente, si è aperta la caccia. Sparare sul “capitalismo selvaggio” incontra l’entusiastico sostegno della pubblica opinione, perché tutti sanno che il capitalismo ha miseramente fallito. Al suo posto occorre fare ricorso al forte braccio e alla caritatevole mano dello Stato, al fine di porre rimedio alle migliaia di miliardi di danni causati da una mandria imbizzarrita di banchieri.

L’opinione pubblica nutre convinzioni profonde, tratte dai media e dagli economisti più risentiti, sui motivi che muovono gli avvenimenti più importanti. L’opinione pubblica è assolutamente convinta che Roosevelt abbia sconfitto la Grande Depressione. Le conclusioni di numerosi e ben noti storici dell’economia, secondo i quali in realtà il New Deal ritardò la ripresa, vengono ignorate a pié pari. Analogamente, gli attuali rovesci economici vengono imputati alla perniciosa pratica del laissez-faire. Non è arrischiato scommettere che la prossima generazione di storici dell’economia sfaterà anche questo pregiudizio, giacché è già chiaro che il fattore che ha minato alla radice il settore bancario e, per suo tramite, anche l’industria e il commercio, non è stato l’assenza di normative, bensì la natura ibrida delle normative vigenti, costituite da regole contraddittorie e incompatibili le une con le altre. Imporre alle banche rapporti fissi di solvibilità rispetto all’ammontare dei loro crediti equivale a decretare che ognuno di noi debba avere sempre in tasca almeno cento euro. Giacché sarebbe vietato servirsene, ciò equivarrebbe a non averli affatto. Se dovesse esservene la necessità, dovremmo vendere la camicia piuttosto che dare fondo alla nostra “riserva di sicurezza”. Uniamo questa norma in tema di solvibilità all’obbligo di “mark to market”, ossia di valutare gli attivi di bilancio secondo il valore che essi hanno in questo momento sul mercato: ciò ha obbligato le banche a mettere in conto perdite le obbligazioni di debito garantite che avevano a bilancio non appena i media anno iniziato a urlare che si trattava di “asset tossici” e il loro mercato si è temporaneamente volatilizzato, in parte perché nessuno poteva utilizzare quei metaforici ultimi cento euro. Messe assieme, queste due norme hanno avuto la forza necessaria per mandare in rovina qualsiasi sistema bancario.

Un altro spettacolare esempio di vacuità della fede nelle regole è la ormai famosa frode di Bernard Madoff. Agendo sotto gli occhi di falco della Securities and Exchange Commission e affidando la revisione dei propri libri contabili ad uno studio che non sarebbe degno neppure di tenere la contabilità della drogheria all’angolo, Madoff ha potuto intascare decine di miliardi di dollari da investitori che, se non fossero stati rassicurati dalla supervisione della SEC e dai revisori dei conti di Madoff, sarebbero forse stati più cauti. La regolamentazione attribuisce un “timbro di garanzia” virtuale che, se i regolatori sono incompetenti o corrotti, è davvero “tossico”. Non possiamo dire se una regolamentazione amministrata da esseri umani fallibili non sia più pericolosa del tanto bistrattato capitalismo selvaggio, in cui ogni soggetto deve stare bene attento a dove mette i piedi.
È inutile affermare che servono regole migliori. È ovvio che è sempre auspicabile avere qualcosa di meglio di ciò che si ha, ma è puerile pensare che ciò sia sempre possibile e che per raggiungere lo scopo basti proclamare l’intento.

Oggi è aperta la stagione di caccia al presunto capitalismo selvaggio, ma stia in guardia il cacciatore! È ora di rispondere al fuoco, anziché rannicchiarci dietro un riparo di fortuna o accettare tremebondi la punizione.
Tutta questa controversia dev’essere esaminata da una diversa prospettiva. Il capitalismo selvaggio può funzionare e correggere i propri errori? La teoria dell’equilibrio generale dice di sì. Le prove empiriche non sono conclusive, in quanto non esiste, né mai è esistito, un sistema di mercato veramente libero che possa provare la nostra tesi. Il socialismo, viceversa, può funzionare e correggere i propri errori? La scienza economica e la psicologia ci dicono che, nel complesso, ciò non è possibile. Sebbene il socialismo puro, così come il capitalismo puro, non si sia mai dato nella storia, le vicende dei tentativi di realizzare il socialismo in Russia, in Cina, in India e in svariati Paesi dell’Africa sono state abbastanza disastrose da permetterci di rispondere con un incontrovertibile “no!”. Vi è poi quel sistema (o meglio, quello spettro di sistemi) ibrido che si dispiega mano a mano che procediamo lungo la Terza Via, quella miscela ideale “nuova, morale e intelligentemente controllata” di elementi presi in prestito dal capitalismo e dal socialismo e messi assieme nella speranza che funzionino meglio di quanto non avvenga nel caso delle forme pure da cui traggono origine.

I paladini della Terza Via affermano che essa conserverà le virtù del libero mercato, arginandone al tempo stesso i vizi. È strano sentir parlare di libero mercato in Paesi nei quali tra il 40 e il 55 per cento (e ben presto tra il 45 e il 60 per cento) della ricchezza prodotta dai cittadini viene assorbita dallo Stato. In modo diretto o indiretto, deliberatamente o inavvertitamente, l’influenza dello Stato non può che essere pervasiva e predominante.

La tipica economia mista evoca l’immagine di un ammalato che cammina con una miriade multicolore di tubi di plastica che fuoriesce da ogni orifizio del suo corpo. I tubi iniettano e drenano fluidi di vario genere che nutrono, stimolano, limitano e neutralizzano gli effetti degli altri liquidi. Questi integrano, indirizzano e s’impongono sulle funzioni originarie del corpo del nostro malato. Dopo qualche tempo ci si accorge che l’uno o l’altro dei tubi dev’essere rafforzato, compensato o corretto dall’inserimento di un nuovo tubicino che, a sua volta, esigerà l’inserimento di sempre nuovi tubi. Ciascuna aggiunta apporta un miglioramento, per quanto riguarda la sicurezza, l’efficienza e – perché no – il benessere morale degli organi originari del corpo del paziente. La speranza di ottenere risultati sempre migliori non muore mai. Non si arriva mai ad una conclusione, perché l’apparato di tubi non è mai definitivo, ma continua ad evolversi e a farsi sempre più complicato. A poco a poco, tuttavia, il paziente inizia ad assomigliare sempre meno ad un possibile campione olimpionico e sempre più a un invalido vero e proprio. Non sarà che i tubi di plastica e gli organi del suo corpo non vanno d’accordo?

tratto da Brunoleoni.it

Le (in)”sicurezze” dell’opinione ital-araba

26 gennaio 2009

1231529954923_00e12793Si è conclusa da pochi giorni con un cessate il fuoco unilaterale da parte di Israele l’operazione militare di contrasto al lancio dei razzi Qassam da parte dei militanti del gruppo terroristico fondamentalista di Hamas.

Il bilancio politico di tale iniziativa al di là del retorico numero delle vittime minorenni e dei feriti strategicamente propagandato dalle emittenti arabe per i media occidentali sensibili ai “trofei di caccia” causati dalla stella di David, (piuttosto che ai numerosi feriti e morti israeliani causati da Hamas nel’ultimo ventennio e recentemente), è ancora da valutare all’interno dello scenario degli accordi di pace israelo-palestinesi.
I moralisti “equivicini” ad Hamas politicamente (forse perchè c’è un welfare di facciata a schiavizzare un popolo, oppure a causa della dicotomia tra partito di lotta e di “governo” tipica di una vecchia visione togliattiana sinistrata); i “giornalisti” internazionali, locali e italioti, che brandiscono la realtà per creare consensi e clamori più della qualità dell’informazione proposta; i fricchettoni pacifinti che vedono solo le guerre di Israele e non quelle del gas o dei carriarmati russi ancora in Georgia; dei fascio-comunisti che si attaccano all’antisemitismo anticapitalistico sovietico marxiano (e non) leggendo tutto entro la logica delle alleanze dei blocchi inesistenti; i centri sociali, i no global, gli anti-imperialisti e anarco-rossi che lottano per l’affermazione di uno Stato palestinese (altrui) auspicando la distruzione di quello israeliano altrui (per la serie: “la pace non è dialettica nè coerenza”!).
Tutti coloro che propongono l’aumento totalitario a livello economico e politico di assistenzialismo e centralità decisionale dello Stato quali risposte che anche il nostro sistema statuale e politico dovrebbe dare al popolo (non riconoscendo al contempo la dignità di esistenza autonoma e di difesa non solo dello Stato israeliano ma della cultura che possiede il popolo israeliano a livello tecnologico, economico e sociale) farebbero bene a tacere e smetterla di inscenare manifestazioni e propagande basate sull’odio e sull’irrazionalità islamista.
E’ facile colpire uno Stato quale è quelllo israeliano, in quanto usa la forza, i soldati, per risolvere gli annosi problemi della propria sicurezza interna di confine, ma ciò che tale sinistra pseudo-libertaria (in quanto si nasconde dietro un incoerente anti-statalismo esterofobo privo però di capacità di lettura coerente della realtà interna e propria di proposta e di valutazione) perde di vista che fuori dallo Stato d’Israele non esiste certezza, sicurezza, pace nè diritto.
Il medioriente non solo è lontano da una accettazione del passaggio per loro necessario verso la democrazia, ma non ha alcun riconoscimento dei diritti dell’uomo e dei loro cittadini; l’unico Paese che possiede tali requisiti è sicuramente Israele; il quale anche in tale contesto (come nello scorso conflitto con il Libano) ha subito un’aggressione esterna e non solo in quanto Stato (e sua glorificante visione anche da parte di una certa destra italiana nella sua legittimità), ma in quanto diritto naturale degli individui alla loro privata difesa e sicurezza di residenti di quei territori da loro lavorati e gestiti in termini proprietari.
Tale sinistra non considera il diritto di Israele a difendersi legale ciò non solamente colpisce l’esistenza dello Stato d’Israele ma intrisecamente entro lo zeitgeist dell’ultimo sessantennio anche il popolo israeliano e la sua r-esistenza, praticamente è un modo un pò più dietrologico per affermare l’antisemitismo radical-chic di taluni.
Inoltre non capisco come mai si debba porre sullo stesso piano vittime e colpevoli, ben sapendo che le vittime non sono quelli di Hamas ma il popolo palestinese e israeliano bersagliato indirettamente e direttamente dai razzi di Hamas; Hamas resta l’unica colpevole integrale di tale conflitto.
Hamas usa scudi umani a difesa delle proprie “santebarbare” e non esita ad eliminare fisicamente tutti coloro che non si adeguano alle proprie leggi coraniche fondamentaliste e al proprio potere, bisogna ricordarselo guardando i mucchi di cadaveri accatastati metodicamente dai miliziani per i reporter; alcuni Massimalisti nostrani ritengono che sia forma ben accetta di eversività patteggiare con Hamas o addirittura tifarla (evidentemente il comunismo terzomondista ha bisogno di altro “oppio dei popoli” d’esportazione dopo quello precostituito in occidente a livello marxista e fideistico, d’altronde ogni partito illiberale si fa promotore di una monoconfessione, solo i liberali e i veri libertari propongono una visione pluralista e aperta).
La sinistra pensa di mobilitare le moschee e i manifestanti musulmani fondamentalisti presenti in Italia, di area Ucooi (Salafiti, fratelli musulmani) pensando di aumentare il proprio back-ground di consensi e di voti a livello politico e forse culturale non rendendosi neppure conto della clamorosa strumentalizzazione che essi stessi subiscono da parte di gente che non esiterebbe ad eliminarli fisicamente e politicamente se davvero governassero in Italia o in Palestina come hanno fatto a Gaza sino a poco tempo fa.
Israele è apparso meno isolato del solito, la presidenza Ue ceca di turno è riuscita a rompere il sordo muro dell’equivicinanza d’affari e d’interessi della Francia con queste frange minoritarie del mondo arabo, e nonostante le manifestazioni anti-semite, si sono potute tenere (nonostante lo squadrismo dei RED-skin) anche delle manifestazioni italiane di sostegno ad Israele.
E’ inutile pensare che l’Ue o anche gli Usa di Obama in medioriente possano imporre una soluzione pronta e risolutiva per questo conflitto, gli unici che possono farlo sono le dirigenze politiche israeliane e palestinesi e a fronte degli sforzi e delle conseguenze del mancato accordo di pace tra le due si può affermare con certezza che la colpa più grave anche indirettamente in questo conflitto è dovuta all’autorità palestinese.
Affermare anche come da parte di un non violento effettivo, quale è senz’altro Marco Pannella che bisogna togliere nazionalità, (in quanto autorità politica e statale) ad Israele entro l’UE, (che però aggiungiamo noi è inesistente anche come coerenza e continuità territoriale e di giudizio) si rischia solo di passare dalla buona fede (dell’ipotesi del federalismo kantiano) a un senso di ambiguità intrinseco.
Infatti non si capisce come questa diminuzione di potere potrebbe impedire in tal tumultuoso contesto l’uccisione di israeliani da parte di fondamentalisti o come l’Ue (dove l’antisemitismo è in aumento e non solo per causa di Israele intorno al 25%; e a quanto pare ben si guarda nell’offrire un ingresso ad Israele) possa difendere la popolazione israeliana o anche quella palestinese da Hamas quando non è neppure stata in grado di impedire le guerre economiche del gas tra Russia e suoi paesi membri, le guerre dei Balcani tra ex-Jugoslavi degli anni ’90, gli eccidi come Srebrenica e le invasioni di Cecenia e Abkhazia e Ossezia.
Inoltre danneggiare una controparte come quella d’Israele in virtù di una ipotetica altra autorità quale sarebbe quella palestinese emergente o quella superleviatanica Ue (questa Ue, caro Pannella non va bene è sovranazionalista e ultrastatalista in quanto sommatoria di Stati e di interessi di pochi nazionalisti, leggasi Sarkozy); infine non riusciamo a comprendere se il Guru radicale voglia ricreare con tale richiamo kantiano e all’Ue, ben altro, ovvero una sorta di Lega mondiale delle Democrazie liberali o piuttosto una versione riveduta 2.0 dell’Onu in salsa europea che comunque si rivelerebbe entrambe delle utopie all’interno del contesto dei regimi “democratici” conflittuale e sfacettata alla pari dell’Ue attuale.
Inoltre una cosa un pò banale ma forse da chiarire una volta per tutte, va bene che culturalmente e storicamente Israele è occidentale ma ciò non può ridursi de facto ad una adesione in termini geografici all’Ue (a meno di non inserirla entro la visione personale e d’interesse francese sarkoziana, dell’Unione mediterranea; ma dubitiamo che a Sarkozy interessi Israele in tale Unione) altrimenti pure l’Australia, il Giappone, il Messico, il Canada e la Sud Corea (e perchè no pure gli Usa) dovrebbero burkianamente farne parte, insomma non sarebbe più una Unione Europea seppur avente tali regolamenti in vigore, ma altro (lascio ai lettori immaginare cosa!).
Personalmente riteniamo che Israele possa avere una partnership strategica e a livello militare con la Nato (come la Turchia) ma difficilmente questo possa inserirsi per il momento al meno entro un contesto europeo istituzionale integrato.
Israele non deve essere vista nè dal mondo arabo nè da quello occidentale come una entità disconnessa con la realtà geografica e politica in cui è inserita, non bisogna avvallare in termini rozzi e ambigui l’idea che Israele sia un entità coloniale o una minaccia per il mondo arabo; Israele semmai deve essere visto se non come un modello di sviluppo per i paesi suoi confinanti; un partner e non un nemico con cui commerciare e collaborare per il benessere dei cittadini nella regione.
Il problema sta nei suoi vicini (palestinesi e non), regimi che pur dialoganti traballano, altri che addirittura non lo riconoscono neppure, insomma il profondo ed evidente marcio non sta in Israele (intendendo con questa non certo la sua classe politica dirigente e le sue politiche statuali, ma semmai la presenza enclavista degli ebrei), ma semmai quantitativamente e qualitativamente più negli altri Paesi o Territori.
Israele sarà sicuro quando i popoli e le leadership confinanti accetteranno di collaborare, riconoscendosi e limitandosi entro i tentativi di sovvertire la pacifica e libera convivenza e cooperazione.
Ovviamente una convivenza che non significa la cancellazione preventiva di Israele per ottenere il controllo di tutta la Palestina dal Giordano al mare come pretende Hamas o l’Iran.
Fintanto che Israele è assediato da fondamentalisti che non insegnano neppure ai bambini la carta geografica del medioriente con i confini di Israele; che usano donne e bambini come kamikaze la convivenza viene lesa dal non riconoscimento del diritto naturale all’esistenza e alla proprietà degli ebrei dei loro beni in Palestina, non dalla mancanza dello Stato palestinese.
La popolazione palestinese di Gaza è in parte vittima ma anche responsabile di tale situazione, essendosi affidata a tali governanti, avendoli eletti ma non solo, essendosi totalmente assoggettata senza ribellarsi; ovvio che ora ne pagano il duro prezzo, alla pari della popolazione tedesca sessant’anni fa.
E tale modello di vita, nonostante alcuni sinistrati la ritengano a Gaza tutto sommato dignitosa e accettabile, in realtà era uno stato di bestialità irrazionale, contrario alla felicità e alle aspirazioni dei singoli palestinesi.

Protagonisti di Libertà. Comunicato della Segreteria Nazionale Pli

25 gennaio 2009

La convocazione del 5° Congresso Nazionale del PLI (27° dalla fondazione) ha suscitato un rinnovato interesse. Ne siamo lieti. Sin dalla sua fondazione nel 1997 il PLI ha puntato, a differenza dei partiti padronali e plebiscitari della Seconda Repubblica, sulla democrazia interna e sul dibattito, come ragion d’essere stessa di un partito politico.

In casa liberale ognuno può dire quello che gli pare e tutte le opinioni sono rispettabili e degne di essere prese in considerazione.

Il Congresso, quindi, si preannuncia vivace e partecipato, con l’unica condizione dell’autonomia del partito e la sua radicale contrarietà al bipolarismo e, peggio ancora, al bipartitismo, che soffocano il dibattito politico e, con esso, la libertà.

Sono previsti incontri di approfondimento nei giorni 29-30-31 gennaio e 1 febbraio a Firenze, Genova, Torino, Brescia, Padova e Parma.

Non appena verrà definito, il relativo calendario, verrà pubblicato sul sito.

Sin da ora tutti gli iscritti ed i simpatizzanti sono invitati. Tanto più ampio sarà il confronto preparatorio, tanto più si potrà assicurare concretezza ai lavori congressuali. Se è vero che questa Italia, tendenzialmente bipartitica e illiberale, non ci piace, non possiamo soltanto lanciare sterili invocazioni, ma indicare obiettivi precisi e compiere scelte coraggiose, come quella di investire energie ed impegno concreto per liste liberali alle elezioni europee e amministrative di primavera.

La discussione sulle alleanze non ci appassiona, anche perché il patto Berlusconi-Veltroni le ha escluse, salvo quelle, edificanti e qualificanti per entrambi, rispettivamente con Bossi e con Di Pietro.

Occupiamoci quindi di altro, come la pericolosità di un federalismo miope ed egoista o l’urgenza, di fronte al riemergere di uno statalismo di destra e di sinistra, di rilanciare una ricetta liberale per l’economia, fondata sulle liberalizzazioni e sull’abbattimento della spesa pubblica inefficiente e parassitaria. Interveniamo per una riforma della giustizia non contro i giudici, ma per i cittadini, che patiscono la negazione della legalità e della giustizia, cui hanno diritto.

Facciamo sentire la nostra voce per una riforma del Welfare che non sia basata sul mero assistenzialismo clientelare. Diamo il nostro contributo liberale in materia di riforma della scuola e dell’Università per garantire i “saperi” e non i diplomi.

Difendiamo lo stato laico dalle insopportabili interferenze clericali. Riprendiamo tutte le nostre antiche battaglie, adeguandole alle necessità del momento, cominciando dalla richiesta di una Assemblea Costituente per rivedere, senza stravolgere, la nostra Legge Fondamentale con il concorso di tutti, anziché a colpi di maggioranza.

Confidiamo che l’Assise nazionale del Partito sia l’occasione per parlare di tutto questo e di quant’altro i partecipanti riterranno necessario, evitando, quanto più è possibile, sterili ed interminabili dissertazioni sulle geografie politiche.

La Segreteria Nazionale del PLI

Partitoliberale.it

Perché all’auto non vanno dati aiuti di stato

25 gennaio 2009

Concedere un premio a chi non sa adattarsi e migliorare non aiuta proprio nessuno

Articolo di Alberto Mingardi

L’hanno detto belli belli Pier Ferdinando Casini e Anna Maria Artoni a “Ballarò”. Poi l’ha rispiegato ieri Walter Veltroni sul Sole 24 Ore: se il resto del mondo aiuta l’automobile, non possiamo restare con le mani in mano. «Se gli Usa o la Cina o grandi Paesi europei decidono di sostenere l’auto e l’Italia no, significa che la Fiat muore» (Veltroni). Negli anni scorsi facilitare alle nostre imprese la competizione a livello internazionale si traduceva in un discorso su lacci e lacciuoli. In tempo di crisi, usiamo la nostra proverbiale esterofilia per chiedere quattrini.

È in questo modo che si apre la strada a una escalation protezionistica. Lo Stato A alza barriere che rendono artificialmente più cari i beni prodotti da imprese dello Stato B, contro beni sostituti prodotti all’interno dei suoi propri confini, e lo Stato B “risponde” da par suo. Pagano i contribuenti di entrambi i Paesi, con la beffa di dare il la a politiche che andranno a ridurre la loro libertà di scelta di consumatori. Il risultato è un impoverimento dei consumatori, un asservimento dei privati “debitori” della politica verso la politica stessa, un affievolirsi delle pressioni competitive sulle imprese.

Se anziché di dazi si parla di incentivi, il risultato non è molto diverso. In un anno drammatico come questo 2009, è inevitabile che l’azione lobbistica delle aziende su Governo e Parlamento si faccia più forte. Esse portano nei palazzi del potere la propria agenda, disegnano un quadro del futuro a tinte peggio che fosche, mettono su un piatto della bilancia una raffica di esuberi che potrebbero accendere conflittualità sociale e quindi insoddisfazione verso la classe dirigente, sull’altro un piano di “aiuti”. È così che funziona. E siccome va così non solo in Italia, ma dappertutto (a cominciare dagli Stati Uniti), è probabile che nei prossimi mesi assisteremo a un rimpallo di interventi, con gli esiti prevedibili. Danni per il consumatore, dieta ingrassante per lo Stato, allentamento delle pressioni concorrenziali sui beneficiari.

La domanda da farsi, in questo quadro, è se davvero gli aiuti di Stato aiutino. La risposta è no, per un motivo citato en passant da Luigi Zingales (Sole 24 Ore). Disegnando la sua soluzione per la crisi del credito che non accenna a tamponarsi, Zingales notava amaramente come «è più facile per le banche prendere i soldi dallo Stato che ristrutturarsi». L’aiuto di Stato è di fatto un aiuto al management, il cui operato men che brillante viene “graziato” da una dose di metadone. Se non è così, per esempio, per le banche italiane, è anche perché nel suo modo rude Giulio Tremonti ha fatto presente che chi prendesse l’obolo del re, dovrebbe cambiare, se non musica, orchestra. Le dichiarazioni di Tremonti sono state lette come una punzecchiatura ai “banchieri delle primarie”, disallineati rispetto alla maggioranza di Governo. Se questa è una sfumatura indubbiamente presente nelle sue parole, d’altro canto un governo che diventando azionista, facesse l’azionista, mimerebbe in qualche misura ciò che oggi dovrebbe accadere sul libero mercato. Al drastico abbassamento dei valori, quando la “price discovery” di mercato fosse libera di avvenire, dovrebbe seguire un acquisto da parte di nuovi imprenditori, decisi a ristrutturare drasticamente un’azienda, per fare profitti. Ciò presuppone però un “mercato del controllo” più vivace di quello italiano. E che qualche testa debba rotolare, di per sé non fa scandalo: il problema dello Stato azionista è che tende far uso dei propri poteri assumendo criteri politici e non imprenditoriali. Non il fatto che un azionista, di poteri, ne abbia.

Gli aiuti pubblici, allora, servono a consolidare situazioni poco virtuose. L’eccezionalità della crisi in atto è solo apparentemente un argomento. La contrazione del credito non ha colpito solo GM o Chrysler o Ford. Anche Toyota e Bmw vendono di meno. Ma siccome il loro modello di business è più solido, hanno meno paura – e si preparano a cogliere, in questo momento di generale riassestamento, delle opportunità. Nei giorni scorsi, si è spesso sentito dire che per il Governo la crisi dovrebbe determinare la cornice più opportuna per incidere sulle tante inefficienze del nostro Paese. Se questo è vero per l’azienda-Italia, la cui governance è farraginosa e lenta come nessuna, perché non deve esserlo per le aziende private, ben più flessibili? Perché gli stessi politici e commentatori che chiedono, giustamente, di mettere mano a riforme strutturali dello Stato (macchina lenta da avviare), poi non accettano che le imprese private debbano fare lo stesso?
Per fortuna la Fiat, come hanno dimostrato Montezemolo e Marchionne (foto) con l’accordo con Chrysler, è più lungimirante dei suoi padrini politici.

In conclusione, è verissimo, come ha ricordato di recente Franco Debenedetti, che tornare al 2006 (per usare un’espressione ormai cara a Tremonti e Berlusconi) significa tornare a un anno in cui il nostro Paese non cresceva da quasi un decennio. C’era un motivo. Ma se così è per lo Stato, così è per le imprese. La crisi finisce per esacerbare difficoltà che non sono di oggi. Servirebbe un po’ di memoria. La Fiat aiutata dallo Stato nella Prima Repubblica non andava meglio delle concorrenti straniere, le Big Three americane periodicamente puntellate dal Governo federale non hanno sgominato i competitori giapponesi. Sono state “salvate” solo dal bisogno di cambiare. Se il mercato è un processo evolutivo, non è regalando banane ai macachi che li si fa scendere dagli alberi.

Da Il Riformista, 22 gennaio 2009

All’origine della crisi c’e’ lo Stato

24 gennaio 2009

Tito Tettamanti spiega le cause profonde della crisi

Articolo di Emmanuel Garessus

Avvocato e imprenditore ticinese di 77 anni, Tito Tettamanti appare scettico dinanzi all’idea di una rapida ripresa dell’economia. Nell’intervista che segue, egli critica l’idea di una banca presente in tutti i settori. L’autore di opere come “I sette peccati del capitale” o “Manifesto per una società liberale” critica pure le richieste di ulteriore regolamentazione.

Gli esperti si aspettano una forte recessione in Europa nel 2009 e una ripresa verso la fine dell’anno. Che ne pensa?
È uno scenario possibile, ma la previsione può rivelarsi ottimista. Per avere un’idea più precisa bisognerà attendere quella serie di rifinanziamenti previsti quest’anno (sia pubblici che privati), oltre alle previsioni delle imprese per l’anno in corso.

Che ne pensa delle iniziative di riforma della regolamentazione del sistema finanziario?
Prima di tutto bisognerebbe decidere in merito alla struttura delle banche. La formula attuale, che prevede istituti bancari giganteschi e attivi in tutto e nel suo contrario, deve restare autorizzata? Oppure, ed è la soluzione che preferisco, bisogna giungere ad una separazione tra le banche d’affari e le banche di deposito e credito? Se invece so parla di regolamentazioni, non dobbiamo sbagliarci in merito ad una questione: da un secolo a questa parte, il settore bancario è tra i più regolamentati. Troppa regolamentazione deresponsabilizza e rende il controllo ancora più difficile. Le regole esistono da ben prima la crisi, ma dove erano le autorità di controllo quando i bilanci delle nostre banche erano simili a quelli di hedge funds?

L’economia di mercato è fallita?
Si dice che la crisi sia cominciata con le ipoteche “subprime”. Ma non è certo stato il mercato, bensì la politica, che ha voluto i crediti “subprime” e che è stata alla loro origine. Negli anni Novanta l’amministrazione Clinton ha sottomesso le banche a forti pressioni, tramite il Department for Housing and Urban Development, affinché accordassero tali prestiti a soggetti che non erano nelle condizioni di riceverli. Si è anche ridotta al 3%, un livello assurdo, la parte di fondi propri necessari alla concessione di un’ipoteca.
È un fenomeno frequente. Taluni approfittano degli interventi dello Stato: si tratti di affaristi, mediatori, costruttori o istituzioni finanziarie. Questo non ha nulla di nuovo e non ha niente a che fare con l’economia di mercato.

L’ondata interventista durerà a lungo?
L’intervento per salvare taluni gruppi automobilistici americani che da anni non hanno né la forza né le conoscenze necessarie per lottare contro la concorrenza, è economicamente sbagliato. Prolungherà soltanto l’agonia.
Con un programma di aiuto ai lavoratori si spenderebbero meno soldi e in modo più mirato  (perché li si verserebbe alle persone che più ne hanno bisogno), senza ostacolare il processo di ristrutturazione necessario che è già in corso.

La piazza finanziaria svizzera uscirà indebolita dalla crisi?
Sì e no. Di sicuro, la perdita in termini d’immagine è notevole per quello che riguarda le grandi banche. Fortunatamente il tessuto bancario svizzero è anche costituito da banche private, istituti di gestione e banche regionali, e queste realtà hanno ben difeso la nostra immagine. Ma ogni crisi dovrebbe suscitare riflessioni e conclusioni tali da rafforzare il nostro tessuto bancario ed evitarci la follia di ogni “grandeur”. Dobbiamo concentrarci su ciò che sappiamo fare meglio. Non è grave essere piccoli se si è i migliori.

La Svizzera riuscirà a salvare il segreto bancario?
Ciò che più indebolisce il segreto bancario sono gli svizzeri stessi. Quelli che vi si oppongono (per ragioni ideologiche; non hanno, per la Svizzera, il pragmatismo e il buon senso che Tony Blair e Gordon Brown mostrano ai riguardi della City) e quelli che hanno paura di difenderlo. Il segreto bancario non è un privilegio per le banche, ma una protezione di libertà riconosciuta agli individui di fronte al potere.

Le politiche delle banche centrali provocheranno il ritorno dell’inflazione?
Il rischio d’inflazione non è certo da escludere. Le crisi finanziarie hanno in parte la loro origine negli eccessi di liquidità e in tassi d’interesse troppo bassi (non di mercato). Ancora una volta, la politica può ostacolare il gioco del mercato.

A proposito delle borse, suggerite di acquistare o di aspettare quotazioni ancora inferiori?
Se si vogliono perdere amici, si dia loro consigli sulla borsa. Personalmente, mi attendo quotazioni inferiori nel corso dell’anno. Ma posso sbagliarmi. Non sarebbe la prima volta.

Da Le Temps, 13 gennaio 2009

L’invito del Segretario Stefano de Luca a tutti gli iscritti del PLI

24 gennaio 2009

Carissimi,

il 20. 21 e 22 febbraio 2009 a Roma si terrà il 5° Congresso Nazionale del PLI che si pone l’ambizioso obiettivo di avviare la raccolta delle firme per la presentazione di una lista liberale alle Elezioni Europee e alla importante tornata amministrativa di primavera.

Il Consiglio Nazionale del 13 dicembre u.s., al fine di stabilire delle regole per lo svolgimento del Congresso e di finanziarne i relativi costi, ha stabilito che potranno partecipare con diritto di voto soltanto gli iscritti nuovi o coloro che avranno rinnovato la tessera per il 2009 entro la data del 10 febbraio 2009.

Al riguardo Vi preciso che dal sito del partito potrete scaricare la scheda d’iscrizione (la cui quota è di € 52, riducibili a metà per i giovani fino a 30 anni) da compilare e restituire al partito , allegando  la ricevuta del bonifico effettuato ( Fax al n° 06 45505081 – 06 5139877).

Le coordinate bancarie per il versamento della quota sono : Istituto S.Paolo – Banco di Napoli – Agenzia n. 1 c/c 27008192, intestato al Partito Liberale Italiano – Abi 01010 – Cab 03201 – Cin W – Iban IT49 W010 1003 2010 0002 7008 192 .

Vi prego, pertanto, di provvedere al più presto al rinnovo per l’anno in corso della Vostra iscrizione ed a sollecitare nuove adesioni.

Confidando di incontrarVi numerosi al Congresso, invio i miei più cordiali saluti.

Stefano de Luca

Obama: un ritratto del presidente del Ne(r)o statalismo

23 gennaio 2009

poar01_obama0803L’era Obama ha avuto nel discorso inaugurale il suo momento più importante di partenza e sin dal discorso (non all’altezza delle attese) si può comprendere come tale continuità storica, politica, ideale e culturale in Obama, sia sostanzialmente un elegante enunciazione di principi, di obbiettivi analoghi a quelli dell’era Bush.

Obama (non lo scriviamo qua per la prima volta), è un campione di retorica e di “voli pindarici” verbali; in questa occasione non solamente si è esibito entro una riproposizione contestuale dei suoi discorsi politici, tenuti durante le primarie, una sorta di summa di ciò che per lui significa far politica e “scendere in campo”; ma anche che cosa sia l’America e la storia degli Usa per Obama.

Obama è riuscito a fondere per l’occasione entro la sua capacità di attrazione e fascinazione personale (legata ad una certa smania e cura per il suo culto della persona resa massmediaticamente); la capacità di far credere, di farsi interprete davanti alle masse dell’idea di essere lui per l’ennesima volta il vero cambiamento.

Obama ritiene presuntuosamente sè stesso, la sua storia politica e personale e il destino dell’America come una sola cosa; più di ogni programma, idea, soluzione, proposta, lui crede di incarnare l’unico e solo cambiamento; ed è talmente convinto di ciò che la lettura che a posteriori svolge della storia americana nel suo discorso, risente di tale premessa: l’America è nata e cresciuta grazie a uomini come lui, (ovviamente svolgendo tale compito presidenziale, legandosi a personalità di ambito presidenziale quali i padri fondatori e Lincoln) sia nei paragoni, sia nella simbologia, sia nell’incoscio riflesso di voler donare illusivamente la sensazione agli americani, che il compito svolto da Obama sia pionieristico quanto quello della conquista del west e della frontiera.

Obama riduce al minimo le pur notevoli e profonde differenze temporali, culturali e di principio politico e non, presenti tra lui e il resto della storia americana, anzi, riesce a riplasmarla in toni profetici e messianici; i toni di un culto statolatra, della cittadinanza, della responsabilità (intesa come obbedienza allo Stato-Patria) del progresso concepito come condizione di restaurazione e quindi di cambiamento.

Obama considera cambiamento il passato stesso, inteso non come vissuto e contesto di storia americana, ma come sua libera e soggettiva interpretazione degli eventi, fatti, date, personalità, idee, contenuti.

Obama si ritiene in grado di rappresentare (se non addirittura essere) l’Unità della nazione, ma in realtà nel suo discorso, a fronte di una folla fatta da curiosi, elettori, membri dello staff, del politburò Democrats nazionale e dei singoli Stati, attori, finanziatori, lobbisti e futuri congressisti con famiglia, non ha fatto altro che un sermone anti-repubblicano, una vera dichiarazione di faziosità e partigianeria liberal progressista solamente più moderato rispetto a quello tenutosi a Denver (dopo la sua proclamazione a leader dell’asinello).

Una ricostruzione ipocrita e una analisi di ridefinizione che altro non è che l’ennesima riproposizione del recente passato Democrats in funzione della contemporaneità, una lettura che ridimensiona gli avversari al ruolo di cattivi, esempi di egoismo, individualismo, irresponsabilità (in quanto liberi e liberisti, libertari), nemici della Nazione e sostanzialmente colpevoli dell’abbandono delle logiche stataliste.

La nuova frontiera kennedyana e il New deal roosveltiano diventano perciò il cambiamento e l’impostazione, secondo cui il popolo americano deve agire e conformarsi nel suo alveo; per Obama sono il “naturale” sviluppo, evoluzione del pensiero, della cultura americana.

Lo statalismo e il predominio burocratico lobbistico del potere del governo sulla gente è il senso di garanzia, la premessa per ogni possibilità, opportunità, tutela, sviluppo futuro non solo nei suoi 4 anni ma nel destino americano.

Lui si sente il destino dell’America.

Obama vede e ci descrive tali “aspirazioni” nel suo discorso inaugurale, fin dalla nascita della Nazione americana, nei Padri fondatori, effettuando una illogica scansione cronologica e temporale, utile per dare un senso e una direzione ben precisa di tipo “progressista” anche laddove non c’èrano tali principi (praticamente nei primi 140 anni).

Uno sviluppo da ripristinare nella società americana (nonostante l’intervento del richiamo religioso, al multiculturalismo e alle società multietnica che deve essere regolato e omogeneizzato alla pari dei diritti civili dallo/nello Stato) che sostanzialmente colpisce l’età reaganiana della deregulation, per tornare alla ben poco esaltante “era” kennedyana.

La visione di Obama è quella della cosiddetta “Grande Società” degli anni ’60, riproposizione a sua volta di quella degli anni ’30 in termini statalistici e operativi di big government; Obama è il frutto dell’ideologismo liberal kennedyano di propaganda (Obama è una “creatura politica” di Ted Kennedy presente nonostante il tumore all’evento), ritornante negli ultimi anni nei Democrats Usa ad ogni elezione presidenziale (2000, 2004, 2008), quale legittima destinazione dei principi Democrats e quindi delle “vere e giuste” priorità dello Stato e mete da conseguire.

In questo Obama è postmoderno, tendente cioè a riproporre un revival di discontinuità sia col naturale sviluppo americano sancito dall’era reaganiana e post-ideologica sia dai canoni di una analisi oggettivi di quali siano i veri diritti e principi che hanno fatto grande gli Usa per valorizzare solo una (tragica) parentesi della storia americana.

Obama è ideologicamente un concentrato di idee vecchie, vincenti solamente a causa della loro riproposizione mediante i nuovi strumenti e media di comunicazione (a differenza di un tipico sociologismo sinistrorso sfuggente all’uso delle tecnologie) e di una serie di errori commessi clamorosamente dall’estamblishment repubblicana negli ultimi anni; a questo c’è da aggiungere l’ingenuità e lo sconforto che ha colpito milioni di cittadini americani a fronte di una crisi che solo in pochi (economisti liberisti e qualche “iettatore” socialistoide del proprio sistema) avevano previsto.

La restituzione di significato e ruolo al senso americano del Paese è per Obama non il fornire libertà e responsabilità individuale agli americani, ma semmai legarli sia in termini lavorativi che in termini di cittadinanza (nel senso più giacobino possibile del termine) al proprio leader, e al proprio governo e al suo operato.

Ma cosa significa tutto ciò?.

Obama ritiene non solamente di donare agli americani, protezione, sicurezza, ma anche di garantire felicità e benessere collettivi, al di fuori da un ottica individuale; quindi attua quella mistificazione che Hayek definì “superstizione della giustizia sociale”, nel poter operare materialmente e direttamente mediante gli strumenti del proprio potere e della propria politica per giungere a tali scopi nei settori dell’educazione, della scienza, della tecnologia, dell’energia, della sanità.

Obama è come uno sciamano, un profeta, un invasato che nonostante chiaramente dica cose improbabili e in alcuni casi retoricamente scontate se non banalmente impossibili a tal punto da essere didascaliche come idealità (anche per la retorica tipicamente americana in politica) ammalia, ipnotizza le masse, fa credere ciò che lui stesso crede di credere, fa spegnere il cervello della ragione.

Obama rilegge il passato della storia americana e la figura di Lincoln (presidente di origine repubblicana della guerra civile americana e della proclamazione dell’abolizione della schiavitù) modificandolo (primo caso da parte di un presidente democratico) quale modello a cui riferirsi, un modello che incarna a posteriori le virtù del giusto governante e del politico capace di aggiustare i torti, le storture sociali della politica americana.

Il problema ovviamente si pone innanzitutto nel fatto che Lincoln storicamente è inserito entro un contesto ben delineato di guerra civile (scenario attualmente non presente in America per vari motivi); inoltre questi non è mai stato glorificato ed esaltato da vivo preventivamente e messianicamente dalle masse come invece sta avvenendo (col beneplacito di Obama) attorno alla figura del presidente.

Lincoln era un presidente di origine repubblicana e non democratica e questo ovviamente si pone entro un contrasto metodologico e strumentale dell’operato politico di Obama e del suo partito e quello invece tradizionalmente di ambito repubblicano della Old right.

Lincoln era (aspetto non irrilevante) umile nel proprio agire e non si riteneva preventivamente sicuro dispensatore di giuste soluzioni, ma di utili prospettive.

Obama ritiene di scimmiottare Lincoln in quanto ritiene utile servirsi di tale illustre esempio storico, rovesciandone implicitamente il significato, per attuare con tale scudo ideologico una più moralistica e moralizzatrice battaglia ideale per eliminare dall’America, le corrosioni delle discrepanze, delle differenze sociali, della libertà di scelta, delladifformità di pensieri e ragioni, della visione di deresponsabilizzazione individuale e di non dipendenza nei confronti dello Stato; ovvero tutto ciò che lui ritiene soggettivisticamente non degno di un Paese obamiano, e in particolare Democrats.

Obama considera tra i cattivi presidenti Reagan, e certamente una visione libertaria e liberista repubblicana, sostanzializzando le sue affinità con il socialismo inteso come forma di governo e regolamentazione lobbistica e non come forma fricchettona di contestazione fine a sè stessa (e questo lo sta già indebolendo come sostegno alla sua presidenza da parte del suo iniziale elettorato liberal e anarcoide “alla Chomsky”).

Obama non solamente rischierà (come prevedibile) di deludere a fronte delle stratosferiche proposte (non solamente irrealizzabili fattivamente in termini economici di copertura, ma anche a livello culturale, di funzionalità, d’efficacia e temporalmente in 4 anni); ma creerà una condizione americana di peggioramento costante e senza uscita dalla crisi nei prossimi anni a danno della qualità della vita degli individui e nei confronti della crescita economica (non a caso Wall Street nel giorno del suo insediamento, dopo il suo discorso è crollata sino a chiudere oltre il -4%, come non accadeva dai tempi, guarda caso della coppia Kennedy-Johnson) del Paese.

Ciò provocherà ulteriori tensioni di imprevedibile durata ed estensione non solamente economiche per via dell’aumento di disoccupazione e inflazione, ma anche politiche sia con la silente America, sia in termini sociali anche nei suoi stessi elettori.

Il rischio potenziale è quello di una vera e propria rottura degli Usa, una contro-reazione contro le istituzioni data anche dalla sfiducia che aumenterà con esiti non controllabili in seguito, a fronte delle illusioni e frustrazioni seminate nelle menti degli americani da tali discorsi e campagne elettorali.

Con il rischio anche di una modificazione profonda della società e della configurazione federale degli Stati Uniti e l’eventualità anche di una rivoluzione e di forme di secessione.

Solo allora Obama forse potrebbe credersi la reincarnazione di Lincoln (pur essendo questa volta dalla parte sbagliata della storia), e forse dalle ceneri di tale declinante e pericolosa parabola obamiana, potrebbe sorgere la vera risposta ai problemi dell’America: quella libertarian, proposta per necessità forse anche dallo stesso GOP, (attualmente ancora in crisi di leadership e senza valide prospettive politiche e umane); ma ovviamente ci auguriamo che per giungere a tali scopi antistatalisti non si debba esasperare fino a tal punto l’americano medio.

Obama (e forse pure il suo speechwriter) evidentemente non hanno compreso ciò che hanno letto e scopiazzato dai libri, non hanno capito quello che in sostanza è l’America nel novero dell’Occidente (anche a differenza dell’Europa), la sua plurisecolare differenziata storia di principi e libertà.

Figure come quelle di Jefferson, Lincoln non possono essere intepretate come avvalli dello statalismo e della servitù, alla luce delle propagandate mistificazioni obamiane operate anche dal suo partito (che di jeffersoniano ha davvero oramai solo la presunzione di discendenza politica).

Inoltre Obama a differenza di Lincoln ma anche dei stessi Padri fondatori americani, sta metodicamente concentrando (e accentrando) su di sè poteri e speranze come pochi presidenti americani hanno mai svolto (eccetto F.D. Roosevelt e JFK) e come sappiamo tutti Jefferson auspicava un governo minimo, non un governo populista.

Un potere obamiano che di fatto è ben lontano dalla tradizione dei padri fondatori e che si è rivelato nel corso del novecento un problema piuttosto che una soluzione per i problemi della gente (come giustamente proferì in un ben più illustre insediamento Ronald Reagan) .

Obama invece crede di essere superiore al potere, in quanto diverso (ricordiamoci che è il primo presidente di colore e che proviene dalla Chiesa trinitaria del reverendo Wright che in quanto diversità ne ha fatto un concetto supremo (o suprematista!)) per moralità.

Una moralità che deriva anche dal suo status di essere Democratico, nel senso di colui che opera attraverso gli strumenti dello Stato per il bene di molti, ma tale opera statale e statalista necessita (come da lui stesso enunciato nel proprio discorso), di una assistenza pubblica non solamente governativa di servizio, ma anche di comunità.

Ricordiamoci anche che Obama è un ex assistente sociale e che quindi ritiene il dato comunitario e solidaristico assistenziale collettivo fondamentale per il proprio agire in quanto dispensatore di felicità e uguaglianza.

Obama ritiene di essere su un piano virtuoso superiore al proprio predecessore (così come lo stesso Bush riteneva 8 anni fa di essere moralmente e valorialmente diverso da Clinton e Gore in quanto cristiano) in quanto crogiuolo non solamente di razze, popoli, sogni e speranze; ma anche di programmi e compresenze.

Noi riteniamo che sia il potere e la sua pervasività emanata attorno alla sua persona a rendere seducente Obama agli occhi della gente, a rendenderlo una figura a metà via tra una star hollywoodiana e un candidato da reality show, una icona con un business e un merchandising personale da capogiro, pur non avendo ancora mai effettivamente deciso, guidato e gestito pubblicamente o privatamente alcuna carica di responsabilità.

Obama si ritiene guidato dal destino, dal suo modello distorsivo dei predecessori presidenti; di essere la forza del cambiamento, di essere il ragazzo che tutti attendevano, che solo l’America poteva generare, un incontro di razze, fedi e programmi politici.

Obama stesso non rinuncia alla “carta della fede”, anzi ritiene la religione un ottimo strumento per purificare la società e per costruire un consenso politico attorno alla propria piattaforma politica.

Distorsione e mistificazione in Obama sono strumenti del bagaglio politico per unire, superare le divisioni, per creare omologazione e omogeneità attorno a sè al proprio movimento ieri, oggi attorno alla propria carica.

Obama si circonda non solamente di figure controverse quali il pastore evangelico ultraconservatore Rick Warren per dare unità e condivisione della gioia, ma innanzitutto per puro calcolo politico, in prospettiva della sua presidenza e di una possibile rielezione tra 4 anni, nella volontà di rubare ulteriori consensi di area social-conservatrice ed evangelica alla base repubblicana (riproducendo un fenomeno analogo a quanto avvenuto all’epoca di Carter), in quanto più attenta in un momento di crisi economica, al lato più assistenzialista, solidaristico e statalista dell’operato del governo, meno a quello dei valori o dei principi (come anche l’ultimo Bush in economia dimostra).

Non a caso ha chiamato vari pastori di differente concezione religiosa alla propria cerimonia, non a caso ha (in piena tradizione kennedyana) un vicepresidente cattolico, e non a caso tra i primi provvedimenti della sua amministrazione potrebbe esserci la sospensione della legge reaganiana legata agli sgravi fiscali per le cliniche pro-abortive, che neppure Bush aveva osato colpire.

Tutto questo ovviamente non piacerà ai liberal (ammesso che a questi interessino effettivamente i diritti civili oltre la gestione di soldi pubblici) e quasi certamente sarà un aspetto poco pubblicizzato dalla sinistra nostrana che si è fatto carico con sicumera della volontà obamiana di rappresentanza (alla pari dell’altro partito cattosocialista PDL).

Obama non rinuncia al passato, anzi rilancia il passato come sua identità e come vero futuro collettivo.

Da parte nostra non possiamo che auspicare il distacco della cosiddetta destra religiosa, evangelica americana dal GOP per dirigersi verso Obama, in quanto essa è stata con Bush e con la sua ideologia fondamentalista la vera causa di rottura con il passato repubblicano, con il proprio elettorato di base, e la fonte consequenziale di tutti i disastri politici, militari, economici di questi ultimi 7 anni.

Obama è un restauratore (dall’alto) di moralità, tradizioni e convinzioni sue personali, e ritiene che il potere possa cambiare (gli altri), migliorare la realtà, a partire dalla sua persona e dal potere che lo caratterizza e che irradia; ritiene di superare sociologicamente a partire dalla sua immagine, status sociale, politico la questione razziale interna al partito democratico e all’America così come ogni esigenza del cittadino (ritenendosi ovviamente in grado di far fronte o ragionare al posto del cittadino).

La questione razziale è semmai stata solo by-passata ma non chiusa negli Usa come nel Partito Democratico in quanto, Obama non è l’erede del movimento per i diritti civili, non è un figlio di schiavi, non è quindi neppure l’erede di Martin Luther King (pur avendo uguali volontà di giustizia sociale) e neppure degli afro-americani.

Obama è il frutto della globalizzazione intesa però solamente come incrocio, fusione, eterogeneità culturale, meltin pot, dei suoi genitori a livello geografico.

A ciò si aggiunge una visualizzazione delle idee stataliste e socialistoidi del progressismo radical chic con quelle attente all’ambientalismo ecologista radicale, al terzomondismo e al buonismo senza rinunciare proprio per questo ai valori del passato, alla tradizione identitaria, alla strumentale utilità del potere della sua ritualità, un uso di religiosità im-moralmente corretta per quanto ipocrita ed anti-economica.

Obama come personalità e immagine tende a occupare e inglobare sostanzialmente tutto; lui è tutto e quindi al contempo proprio per questa realtà è niente.

Ovviamente una personalità del genere in politica è senz’altro un pericolo, più che la soluzione ideale, per l’attuale momento che stiamo vivendo, in quanto difficilmente riconoscerà di aver torto nonostante gli errori che sta già cominciando a commettere nelle sue decisioni politiche, e lo staff fatto di amici personali di Chicago e potenziali rivali interni (H. Clinton) non promette nessuna possibilità di correzione delle rotte intraprese.

Bisogna essere diffidenti nei confronti di tali personaggi che con le “buone intenzioni” promettono cambiamento, nel corso della storia sono state proprio le “buone intenzioni” e gli alti ideali di uguaglianza e di giustizia a creare disastri e immani tragedie nella società.

Obama ha già rinunciato a promettere hic et nunc l’inimmaginabile, sa benissimo che tali promesse servivano solo a scopo elettorale, e che le riforme sanitarie, dell’istruzione in chiave socialista saranno a causa del deficit federale e alla crisi economica (che convoglierà il grosso delle spese pubbliche nei suoi 4 anni) rimandate ben oltre il suo primo mandato ad un futuro improbabile (dato che la situazione economica peggiorerà uteriomente con le proposte di Obama).

L’unità della nazione in Obama diventa quindi vuota unità di/in ciò che è utile allo Stato e alla sua politica, poco importa la sua reale utilità o il fatto che ciò sia di una infruttuosità clamorosa a livello di benefici e serivizi; quel che importa è per lui costituire un legame tra popolo e governance (attraverso le lobby e la burocrazia).

Un legame che più che un ponte, appare una strisciante servitù.

I toni trionfalistici e della retorica obamiana cercano (per il momento riuscendovi ancora) a coprire e occupare il pauroso vuoto che lo circonda, l’inesperienza personale, la presenza nel suo staff di incapaci e amici, l’impossibilità di poter trovare soluzioni adeguate perseguendo ancora vecchie e fallimentari opzioni politiche keynesiane con l’aumento di tali “dosaggi”; proponendo politiche di rilancio dei consumi “scoperte” (in parte per come si sono strutturate in passato fin dalla presidenza Clinton, quale principale causa dell’attuale crisi economica).

Dalle premesse, alle poco realizzabili promesse quasi certamente Obama è destinato non solo a fallire nel suo immane compito di “missionario dell’umanità”, ma anche a peggiorare l’attuale situazione americana entro un perdurare della crisi economica e degli sbagli a livello economico in varie iniziative (sociali, ambientali, politiche), già intrapresi a livello presidenziale da Bush negli ultimi tempi.

Obama richiama allora il tono del messaggio inter-razziale, l’Africa, l’esotico, la visione migliorista e modaiola del progressismo, ma dopo i veglioni e le feste lussuose che caratterizzano i palazzi del potere di Washington in questi giorni, il nuovo presidente americano non potrà nascondersi ancora a lungo dietro la retorica e l’immaginifico; dovrà decidere, (come impone il suo ruolo e la sua aspirazione).

Solo allora potremo giudicare oggettivamente e quantificare l’insuccesso obamiano, la continuità di errori e stabilire la reale portata del peggioramento qualitativo della situazione americana nella sua era.

L’inconscio individuale inespresso di molti sinistrati e di molti americani in crisi, ha scaricato le proprie speranza, illusioni, sogni di idealità su una vuota e costruita figura politica quale “uomo del domani”, ma questo è solamente il 44° presidente degli Usa in carica per “soli” 4 anni (e per fortuna!).

Ron Paul in Italia?

23 gennaio 2009

Articolo di Leonardo Butini

Per coloro che hanno seguito l’ultima campagna elettorale per le presidenziali statunitensi sui media “tradizionali”, questo nome probabilmente suonerà come sconosciuto: schiacciati dal duopolio Obama – McCain, giornali, tv e radio, al di qua e al di là dell’Oceano, hanno presto digerito e dimenticato questo medico settantatreenne candidato alle primarie nelle fila repubblicane.

Le sue proposte e le sue critiche al “modello americano” hanno però avuto un’eco duratura e vasta sul web, la grande rete popolata da milioni di cittadini che stanno riscoprendo una cittadinanza attiva informandosi direttamente “alla fonte” e consultando testi integrali e documenti originali, i quali hanno decretato il grande ed indiscutibile successo del deputato texano e della sua “revolution” libertaria.

Libertarismo, cos’è?

Anche dinanzi a questa domanda i più si troveranno disorientati ed incapaci di rispondere. Il grande merito di Ron Paul è proprio quello di aver aiutato molti di noi a riscoprire e comprendere questa filosofia politica nata qualche decennio fa per mano del grande economista Murray Newton Rothbard, vero e proprio padre del libertarianism, rappresentata in Italia dal Movimento Libertario di Leonardo Facco: politica estera isolazionista e quindi improntata al mantenimento di rapporti pacifici fra i diversi popoli, lotta al big government, difesa del libero mercato e dei diritti di proprietà, questo in estrema sintesi il programma di Ron Paul e il sogno di chiunque ami la libertà individuale.

Soprattutto in tempi di crisi come questi, quando il free-market viene attaccato ogni giorno e viene additato come unico responsabile degli sconquassi economico-finanziari che stiamo vivendo, servono uomini coraggiosi che tengano alta la bandiera della libertà nel bel mezzo della tempesta.

Ron Paul è riuscito a farlo, squarciando il velo di Maya che avvolgeva la depressione economica: lo statalismo ne è la causa, non la cura, ed il sistema bancario a riserva frazionaria guidato dalla Federal Riserve altro non è che la più grande truffa ai danni dei cittadini che la storia abbia conosciuto.

Il nemico numero uno, parafrasando Albert Nock, è lo Stato, che se non fermato, continuerà ad arruolare funzionari, a moltiplicare norme, provvedimenti inutili, privilegi intollerabili, dirompenti ingiustizie e invidie sociali, fatalmente sempre più invasivo, opprimente, violento.

Gli Stati Uniti, patria del liberalismo e del libertarismo, sembravano quasi averlo dimenticato, presi dalla loro sete di potere continuamente alimentata da guerre sempre più distruttive ed insensate, inebetiti dalle roboanti promesse del nuovo guru Obama, pronti a veder calpestati i propri diritti naturali in nome di un socialismo che promette il paradiso in terra, ma finirà come al solito per renderci meno umani, un pezzettino alla volta, deresponsabilizzandoci, derubandoci in nome di una falsa solidarietà imposta, sacrificando le nostre vite sull’altare di una patria oramai da rottamare.

Ron Paul ha messo di nuovo a fuoco l’obiettivo: più individuo, meno Stato, più libertà, meno interventismo, ed è riuscito a farlo in seno ai Repubblicani, che probabilmente gli hanno offerto un palcoscenico ed una visibilità che non avrebbe avuto col piccolo Libertarian Party di Bob Barr. Ovvio che una miriade di giovani e meno giovani lo abbia subito seguito con entusiasmo, prova ne sia il record di raccolta fondi stabilito lo scorso autunno, con quasi 6,3 milioni di dollari raccolti in sole ventiquattro ore a testimoniare il grande impatto che il messaggio di questo “vecchio” libertario ha avuto su migliaia di cuori: l’Unione delle Repubbliche Socialiste Americane fatica a reprimere definitivamente il vecchio e glorioso spirito libertario dei Padri Fondatori.

Tutto questo non è bastato però a spingere i Repubblicani alla riscoperta delle loro origini, quando per il partito dell’elefantino la prassi era cercare di ridurre e controllare il potere statale, anzichè esaltarlo ed incrementarlo continuamente fra spese militari e “patriottici falchetti”.

Si è preferito appiattirsi sulla candidatura McCain , la brutta e sgualcita copia di Obama, ed i risultati sono stati disastrosi: il paese è ora avviato verso un “New New Deal”, ed il timore è che, oggi come allora, serva una guerra mondiale per “riparare” ai guasti che saranno certamente provocati da quanti si accingono a togliere il freno all’espansionismo del Governo per consegnare definitivamente ad esso i nostri portafogli e le nostre vite.

Allora, quando avremo toccato il fondo, il messaggio di Ron Paul, seppur in ritardo, sarà forse più chiaro a tutti…nel frattempo, meglio consolarsi sognando di poter ascoltare di persona, nel nostro paese, le parole di questo politico così singolare ed affascinante: la casa editrice Liberilibri – che ne sta traducendo il Manifesto – ed il sopraccitato Movimento Libertario, stanno organizzando in questi giorni il grande evento, la presentazione del Manifesto “ronpaulista” in terra d’Italia …chissà che non arrivi anche da queste parti una ventata di…REVOLUTION!”

Tratto da movimentolibertario.it

Black donkey

22 gennaio 2009

donkey

Il 2° “mandato”?.

21 gennaio 2009

US-POLITICS-OBAMA

Giurin giurella…

20 gennaio 2009

obamagiura

Germania, crollo della Spd in Assia

19 gennaio 2009

Il partito della Merkel vince e si allea con i liberali, che raddoppiano i voti

Articolo di Danilo Traino

BERLINO - Il super-anno elettorale della Germania si apre con una catastrofe per la Spd. Nelle elezioni per il governo dell’Assia, l’importante Land in cui sta la capitale finanziaria Francoforte, i socialdemocratici hanno perso, secondo gli exit poll, quasi il 13% dei voti che avevano conquistato un anno fa. I cristiano-democratici (Cdu) della cancelliera Angela Merkel si confermano il primo partito e ricevono una spinta notevole in vista delle elezioni nazionali, tra otto mesi. Soprattutto, i liberali di Guido Westerwelle e i Verdi di Cen Özdemir ottengono rispettivamente il 16 e il 14% dei voti: per ambedue i partiti si tratta di un balzo di oltre il 6%. Con il 5,4% la Linke di Oskar Lafontaine supera di poco lo sbarramento elettorale del 5%.

Il risultato è influenzato da caratteristiche locali e non può essere proiettato a livello nazionale. Ma per Frau Merkel è una vittoria notevole avere guadagnato oltre il 37% dei consensi in una fase di crisi economica grave. Per la Spd del ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier — che a fine settembre sfiderà la cancelliera nelle elezioni federali — e del capo-partito Franz Müntefering è una sconfitta storica: il 23,8% è il peggior risultato ottenuto in Assia dal dopoguerra e dimostra che la coppia alla guida del partito non è riuscita a recuperare la perdita di consensi iniziata da mesi. Ora, il numero uno della Cdu locale, Roland Koch potrà formare un governo con i liberali dell’Fdp. La numero uno della Spd, Andrea Ypsilanti, si è invece dimessa dal vertice del partito.

Un anno fa, in Assia si erano tenute elezioni che avevano visto il sostanziale pareggio tra Cdu e Spd. I socialdemocratici, guidati dalla signora Ypsilanti, avevano tentato di fare un governo con i Verdi appoggiato dall’esterno dalla Linke, con la quale però in campagna elettorale avevano promesso che non si sarebbero mai alleati. Da quel momento, la questione Assia è diventata un test sulla credibilità dei socialdemocratici a livello nazionale: alla fine la Spd non riusciva nemmeno a formare il governo rosso-verde-rosso. Il guaio, per la Spd, è che il voto dell’Assia darà il segno a un anno denso di elezioni, in Germania, nel quale la Cdu e la Spd — al governo alleate nella Grande Coalizione — si sfideranno più volte.

A maggio ci sarà l’elezione indiretta del presidente federale: cristiano-democratici e socialdemocratici hanno candidati diversi e la sfida potrebbe essere vinta dalla Spd solo con i voti della Linke. A giugno ci saranno le europee. A fine agosto si voterà in altri tre Länder, Sassonia, Turingia e Saar: nelle ultime due, la Spd potrebbe sperare di formare un governo ma solo se si alleasse al partito di Lafontaine. Cosa che le viene sempre difficile fare perché il 27 settembre ci saranno le elezioni nazionali e, se gli elettori sospettassero un’alleanza Spd-Linke, darebbero la vittoria a Frau Merkel. La cancelliera, invece, ha di che festeggiare per il voto di ieri. L’ottimo risultato dei liberali dà forza alla sua strategia che, dopo le elezioni federali, punta a chiudere l’esperienza della Grosse Koalition e a formare un governo con l’Fdp. A questo punto, per lei, si tratta di mantenere il momento vincente.

Tratto da Corriere.it

Trenitalia come Alitalia?.

18 gennaio 2009

Articolo di Leonardo Butini

La legge 133/2008 nasconde un prestito ponte inammissibile!

In questi mesi si è fatto un gran parlare dei prestiti Ponte all’Alitalia. Più volte e da diversi autori è stato segnalato come le elargizioni al vettore aeronautico nazionale falsassero la concorrenza tra vettori, anche l’Istituto Bruno Leoni, grazie ai suoi competenti studiosi, si è premurato di porre all’attenzione pubblica i costi che gli italiani stanno sostenendo a causa del mancato fallimento naturale della compagnia di bandiera. E’ stato sollevato da più parti come il famoso prestito ponte di 400mln di € costituisse una palese violazione della concorrenza nel panorama del trasporto aereo, alle prese con gli alti costi dei prodotti derivati dal petrolio.

Tutto questo non ha fermato in alcun modo lo sperpero di denaro dei contribuenti, visto che poi tutti sono al corrente della cifra che è costata agli Italiani la Compagnia Aerea Italiana, pari a due miliardi di €, esclusa la discutibilissima bad company.

Quello che molti italiani non sanno è che in realtà, la situazione Alitalia, nel nostro Paese, non costituisce un unicum, ma è duplicata dalla ben poco virtuosa e vistosa situazione del Gruppo Ferrovie dello Stato. E’ ben noto che le perdite del Gruppo ammontavano, da bilancio 2006, a ben oltre due miliardi di €, da sommarsi a quanto percepiscono le Divisioni Trasporto Regionale dalle Regioni per il servizio pubblico da esse espletato.

Trenitalia percepisce dei finanziamenti per numerosi suoi ambiti operativi che altrimenti lavorerebbero in perdita. I cosiddetti “contratti di servizio con le Regioni” non sono altro che delle continue richieste di denaro ai suddetti organismi statalizzati che vengono corrisposti in cambio di un servizio effettuato all’interno della regione di competenza. Detti finanziamenti ammontano a €4,9 miliardi di € l’anno.

In questo quadro si inserisce come un fulmine a ciel sereno la Legge n.133/2008. Abbiamo sentito parlare di questo provvedimento per le polemiche sorte per i tagli all’istruzione e alla scuola. Lungi da noi entrare in cotante discussioni.

Quello che ci interessa sottolineare, in realtà, è il fatto che la legge 133/2008, all’art. 63 nasconda, di fatto, un finanziamento incondizionato al Gruppo Ferrovie dello Stato S.p.a.

Detto articolo al suo comma 4 recita:

“…Per far fronte alle esigenze del Gruppo Ferrovie dello Stato S.p.a. e’ autorizzata la spesa di 300 milioni di euro per l’anno 2008. Con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, da emanarsi entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, e’ definita la destinazione del contributo…”.

Come è evidente, ci troviamo di fronte ad un dettato normativo che ha messo a disposizione del Gruppo Ferrovie dello Stato vero e proprio prestito-ponte di 300 milioni di €.

Tutto questo è passato sotto silenzio, con tutto il gran parlare e il gran scandalo che si è fatto per l’analoga elargizione all’Alitalia. In realtà, la summenzionata somma complessiva di € 4,9miliardi di € che Trenitalia percepisce dalle Regioni in forza dei contratti di servizio che non sono nemmeno scevri da inadempimenti da parte del vettore, aggiunta alla somma di 300 milioni di € pagati dai contribuenti costituisce una cifra ragguardevole che tutti coloro che pagano le tasse nel nostro Paese devono sopportare.

Ma vediamo nello specifico a quali entità è diretta la somma di 300 Milioni di €, da esse ricevuta a titolo di finanziamento a fondo perduto al Gruppo Ferrovie dello Stato S.p.a.: detto Gruppo si compone di diverse strutture operative distinte, tra le quali spiccano maggiormente Trenitalia e RFI, rispettivamente il maggiore operatore di servizi ferroviari nel nostro Paese, operante sia nella lunga percorrenza e Alta Velocità, che nel settore Cargo e del Trasporto Pubblico Locale, e il gestore dell’infrastruttura ferroviaria, solo separati di diritto a partire dall’anno 2000 sulla scia della Direttiva Europea 91/440 CE, ma di fatto ancora sottoposti al controllo della suddetta Holding.

Pertanto, il non ancora emanato decreto ministeriale menzionato nell’art. 63 della suddetta legge non ha specificato il vincolo di destinazione di dette somme giunte al Gruppo Ferrovie dello Stato S.p.a. Direttamente dalle tasche degli italiani.

Un finanziamento come quello sopra menzionato deve essere considerato inammissibile in un Paese europeo come il nostro, dove le ferrovie sono già finanziate in larga misura e la concorrenza tra operatori è sempre ostacolata dalla coincidenza di interessi di Trenitalia ed RFI, che usufruiscono di denaro pubblico che gli altri operatori in concorrenza con TI non percepiscono.

Infatti, una elargizione incondizionata a fondo perduto non può che andare contro alla necessità di un mercato concorrenziale che deve essere necessariamente instaurato nel panorama ferroviario italiano, al pari di quanto è avvenuto in Gran Bretagna, Svezia e Germania, dove le ferrovie hanno positivamente risentito dell’apporto benefico del nuovo regime concorrenziale tra operatori.

Pertanto, largo alla concorrenza e non a prestiti ponte che servono solo ad allungare l’agonia di un operatore asfittico, e soprattutto largo alla separazione reale di Trenitalia da RFI, senza la quale imprescindibilmente le ferrovie nel nostro Paese non potranno mai essere adeguate agli standard qualitativi medi europei.

Tratto da movimentolibertario.it

La nota della Segreteria Nazionale del PLI sulla crisi del Gas

17 gennaio 2009

Le recenti vicende relative ai flussi di gas russo attraverso l’Ucraina sono una preoccupante cartina di “tornasole” che dimostrano l’esigenza di ridefinire le regole delle relazioni internazionali e ella regolazione dei mercati “globali” non solo in rapporto ad aspetti finanziari ma anche in relazione all’economia reale, senza escludere qualche riflessione critica in merito agli errori del passato.

Non è infatti possibile dimenticare la contraddittoria e dannosa politica di forte penetrazione del gas come fonte primaria promossa e fortemente implementata negli anni scorsi sia dai decisori politici centrali e locali che dall’ENI (campione nazionale monopolista) osteggiando nel contempo l’adozione di misure efficaci per la differenziazione delle provenienze geopolitiche del gas stesso. Al riguardo fu paventata la “bolla” del gas ovvero un eccesso di disponibilità (con il rischio, non sia mai, di prezzi bassi per i consumatori) mentre si spingeva per un uso quasi esclusivo del gas ai fini della generazione elettrica (con la complice e forse consapevole collaborazione del peggior possibile ambientalismo) osteggiando di volta in volta il nucleare, il carbone “pulito” ed, infine, persino l’eolico e l’idroelettrico oltre, naturalmente, ai rigassificatori e agli stoccaggi per il metano.

Eccoci quindi pervenuti, senza soluzione di continuità, dalla “bolla” all’”emergenza gas” degli ultimi tre anni; sarebbe forse prudente verificare se al timone del vascello energetico vi siano ancora i piloti che hanno disegnato questo capolavoro “al  contrario”

La soluzione a questo punto, in ogni caso, non è semplice e rapida e non è neanche solamente su scala nazionale.

In primo luogo, appare sempre più importante ed ormai essenziale stabilire regole di “mercato” imparziali e sovranazionali per superare al più presto le logiche di “cartello” presenti quale modello di riferimento nell’ambito delle fonti energetiche (ed in particolare del petrolio con l’Opec, esempio di retroguardia negativo imitato da alcuni produttori di gas naturale); l’uso politico delle materie prime energetiche e la negazione di criteri di mercato concorrenziale sono fonte di continue tensioni e conflitti anche armati, di forti distorsioni di una utile e virtuosa competizione tra le economie dei diversi Paesi e blocchi di Paesi ed, infine, un freno ad un armonioso sviluppo economico e sociale a livello mondiale spesso a detrimento delle aree meno sviluppate.

In secondo luogo, il ruolo troppo timido di semplice mediazione svolto dalla Unione Europea (anche in occasione della crisi russo-ucraina) pone la questione di una politica estera dell’Europa (nelle sue fondamentali declinazioni strategiche di cui la politica dell’energia è una componente fondamentale) che si ispiri ad una forte visione unitaria unitariamente sostenuta, sfruttando ogni possibile armonica sinergia tra i ruoli e le capacità di ogni Paese della UE, abbandonando tatticismi in cui anche l’Italia si è attardata e si attarda giocando la carta di “amicizie particolari” tra l’altro spesso sterili di risultati.

Occorre bel altro per garantire all’Europa ed ai suoi componenti, tra cui l’Italia, la sicurezza e la economicità degli approvvigionamenti energetici: la differenziazione delle fonti primarie con elevata priorità al nucleare da fissione (compresi i reattori autofertilizzanti), alle fonti rinnovabili economicamente sostenibili, alla maggiore possibile articolazione della provenienza delle fonti fossili (con una crescita dell’uso del carbone “pulito”) oltre al massimo potenziamento della ricerca per le tecnologie del futuro (fusione, etc); queste politiche richiedono un impegno su scala almeno europea per raggiungere la “massa critica” necessaria a perseguire il successo.

Al riguardo, è quindi sempre più evidente l’esigenza di rilanciare il ruolo politico dell’UE (anche con uno “strappo” finalizzato ad un nuova fase costituente) attribuendo al livello comunitario compiti esclusivi relativi alla politica estera, alla difesa, alle grandi strategie per l’economia e la ricerca scientifica e tecnologica oltre che all’ area tradizionale dei diritti umani.

La Segreteria Nazionale del PLI

Tratto da www.partitoliberale.it

Inghilterra: lo Stato in camera da letto!

15 gennaio 2009

Articolo di Leonardo Butini

L’epoca in cui la civiltà occidentale sta lentamente sprofondando, legge dopo legge, decreto dopo decreto, si avvia crudelmente e tragicamente a prendere le forme deliranti di quell’incubo totalitario e disumano che George Orwell ha magistralmente dipinto nella sua famosissima opera: 1984. La forza con cui i politici delle maggioranze parlamentari ci opprimono, in ogni Stato del mondo, tiene sempre meno conto di un concetto fondamentale: gli uomini sono tra loro, presi singolarmente, l’uno diverso dall’altro. Non è questione di colore dei capelli o degli occhi, della lingua parlata o della cultura di appartenenza. Ognuno di noi, in modo personale, ha gusti e inclinazioni diverse, ha approcci verso il mondo del lavoro e della cultura estremamente relativi e diversi, l’uno dall’altro.
Anche all’interno di una famiglia omogenea e unita, dove prevale un certo tipo di cultura, non si troverà mai un padre che la pensa esattamente come un figlio, una nipote che la pensa e la fa uguale alla la zia, una moglie che la pensa come il marito.

La cultura Liberale, quella classica che si rifà agli insegnamenti di Locke e Smith, di Von Mises e Rothbard si è sempre posta a difesa delle libere scelte dell’individuo, sia in campo sociale che in campo economico, nondimeno in campo sessuale.
Se la nostra Libertà finisce dove inizia quella di un altro, si deve presumere un luogo fisico, dove la nostra Libertà Individuale, il nostro campo d’azione privilegiato, costruito a nostra immagine e somiglianza inizi, e dove poi essa finisca. Questo luogo è la Proprietà Privata, dagli albori della storia, dall’epoca in cui gli uomini decisero di coltivare le terre anziché depredarle. Nella Proprietà Privata, nella nostra casa, nella nostra officina, nel nostro garage, nel nostro orto, nel nostro campo di patate, inizia la nostra Libertà e li dove inizia il campo di grano del nostro vicino essa termina.

Fa dunque drizzare i capelli l’ultima trovata del decrepito, anacronistico, socialistegiante governo inglese: è notizia di questo di giorni che la polizia può ora entrare dentro casa e verificare i comportamenti sessuali dei sudditi inglesi.
Come ho già accennato tutto ciò rimanda all’incubo che Orwell descrisse nel suo romanzo ambientato in una realtà dove il mondo, suddiviso in tre sfere d’influenza politica, ha decretato la fine della Libertà individuale e l’annientamento della sua naturale estensione: la Proprietà Privata, il luogo dove può naturalmente compiersi e manifestarsi la scelta di vita di ogni uomo e ogni donna.

L’attuale governo inglese, guidato dal controverso Primo Ministro Gordon Brown, capo del Partito Laburista Inglese, è alla guida di una maggioranza parlamentare Laburista, quindi Socialista o Socialdmocratica.

Con l’articolo 63 del Criminal Justice Act del 2008, approvato all’unanimità dalla Camera dei Comuni e che si appresta a entrare in vigore il 26 gennaio, si apre nel Regno Unito, luogo dove guarda caso è ambientato il romanzo incubo di Orwell, l’ultimo spietato, violento, indicibile, nauseante attacco alla Libertà Individuale e alla Proprietà Privata, il luogo dove ogni uomo dovrebbe e potrebbe trasformare in realtà i propri sogni.

Lo stesso articolo, quattro secoli dopo, resuscita il puritanesimo e trasforma il Paese nel quale la libertà individuale è sempre stato un assioma di cui i sudditi inglesi sono stati infinitamente orgogliosi, in un paese dove perfino le fantasie sessuali, messe in atto dentro casa, saranno sanzionate: saranno punite con il carcere fino a tre anni tutte quelle fantasie e quegli atti sessuali ritenuti “estremi” dal governo Socialista Inglese.

Il pacchetto che introduce il proibizionismo in camera da letto è di una severità mortale: la legge proibisce il possesso di immagini pornografiche che siano “gravemente offensive, disgustose o comunque di carattere osceno”. E per la prima volta succede che chi risponderà delle conseguenze penali non sarà il produttore delle immagini e degli strumenti dell’amore, ma il detentore.

La legge è stata approvata all’inizio di quest’anno e solo alla camera dei Lord, quella paradossalmente più incline alla rinascita di certe tradizioni conservatrici, ha incontrato una forte opposizione. Come quella del Liberaldemocratico Miller, che ha messo in guardia dal pericolo di criminalizzare chi guarda semplicemente anche un generico film pornografico.

Sui giornali appaiono critiche severissime, come quella dell’Independent: “È una cattiva legge che trae un principio generale da un caso specifico, che lascia aperte molte possibilità di interpretazione e che limita la libertà di adulti consenzienti di praticare sesso non convenzionale, ma in modo se non desiderabile, comunque accettabile”. In Inghilterra la necrofilia e la pratica con gli animali sono già sanzionate dalla legge.

“Il rischio – dice Claire Lewis, attivista di un’associazione che difende le pratiche sessuali sado-maso – è che migliaia di persone comuni siano criminalizzate. Noi pensiamo che le immagini di attività violente non consensuali vadano vietate, ma questa è una legge oltraggiosa, secondo la quale chi guarda certe immagini si trasforma automaticamente in un violentatore”. “Backlash”, un altro gruppo, ha già ingaggiato uno dei migliori studi legali di difesa dei diritti umani per sostenere chi verrà arrestato in base al Criminal Justice Act. E tra chi combatte la nuova legge c’è il fotografo Ben Westwood, figlio della stilista Vivienne, che spesso ritrae persone bendate e legate: “Non credo sia un compito del governo intromettersi nella sessualità delle persone”.

Il danno maggiore, secondo il mio parere, quello di un vero Liberale, è che lo Stato, qualsiasi Stato pur definendosi Democratico, col passare del tempo e in modo lento e strisciante, finisca sempre con il rosicchiarci spazi di Libertà e dignità, in modo continuativo. Il rischio è che si finisca quasi certamente nella devastante involuzione sociale che ci conduce nella rinuncia alla Libertà Individuale e alla Proprietà Privata. Il corso che il governo Laburista di Brown ha innescato è quello che ci consente di temere leggi ancora più restrittive. Leggi che verranno esportate anche in Italia. Leggi che ci porteranno verso l’incubo Socialista narrato da Orwell. Leggi che porteranno un giorno a vederci dei poliziotti in camera da letto, che staranno a verificare in che modo facciamo l’amore con nostra moglie e cosa gli sussurriamo all’orecchio. Leggi che annulleranno per sempre la dignità personale di chi ha costruito mura solide per tenere calda e al sicuro la propria famiglia. Leggi che daranno e anzi stanno ormai dando uno stop definitivo al concetto di Proprietà privata.

Dio non voglia, ma ho paura che un giorno i poliziotti, o i finanzieri, dopo averci depredati dei nostri averi tramite l’uso disumano dei mezzi tributari pretenderanno nostra moglie o i nostri figli come tassa. Un po’ come quando il Duce pretendeva gli anelli nuziali, d’oro, per sostenere economicamente la patria.

Quel giorno l’uomo non sarà più un uomo.

Tratto da movimentolibertario.it

Tassa sugli immigrati: scafismo di Stato

6 gennaio 2009

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