L’era Obama ha avuto nel discorso inaugurale il suo momento più importante di partenza e sin dal discorso (non all’altezza delle attese) si può comprendere come tale continuità storica, politica, ideale e culturale in Obama, sia sostanzialmente un elegante enunciazione di principi, di obbiettivi analoghi a quelli dell’era Bush.
Obama (non lo scriviamo qua per la prima volta), è un campione di retorica e di “voli pindarici” verbali; in questa occasione non solamente si è esibito entro una riproposizione contestuale dei suoi discorsi politici, tenuti durante le primarie, una sorta di summa di ciò che per lui significa far politica e “scendere in campo”; ma anche che cosa sia l’America e la storia degli Usa per Obama.
Obama è riuscito a fondere per l’occasione entro la sua capacità di attrazione e fascinazione personale (legata ad una certa smania e cura per il suo culto della persona resa massmediaticamente); la capacità di far credere, di farsi interprete davanti alle masse dell’idea di essere lui per l’ennesima volta il vero cambiamento.
Obama ritiene presuntuosamente sè stesso, la sua storia politica e personale e il destino dell’America come una sola cosa; più di ogni programma, idea, soluzione, proposta, lui crede di incarnare l’unico e solo cambiamento; ed è talmente convinto di ciò che la lettura che a posteriori svolge della storia americana nel suo discorso, risente di tale premessa: l’America è nata e cresciuta grazie a uomini come lui, (ovviamente svolgendo tale compito presidenziale, legandosi a personalità di ambito presidenziale quali i padri fondatori e Lincoln) sia nei paragoni, sia nella simbologia, sia nell’incoscio riflesso di voler donare illusivamente la sensazione agli americani, che il compito svolto da Obama sia pionieristico quanto quello della conquista del west e della frontiera.
Obama riduce al minimo le pur notevoli e profonde differenze temporali, culturali e di principio politico e non, presenti tra lui e il resto della storia americana, anzi, riesce a riplasmarla in toni profetici e messianici; i toni di un culto statolatra, della cittadinanza, della responsabilità (intesa come obbedienza allo Stato-Patria) del progresso concepito come condizione di restaurazione e quindi di cambiamento.
Obama considera cambiamento il passato stesso, inteso non come vissuto e contesto di storia americana, ma come sua libera e soggettiva interpretazione degli eventi, fatti, date, personalità, idee, contenuti.
Obama si ritiene in grado di rappresentare (se non addirittura essere) l’Unità della nazione, ma in realtà nel suo discorso, a fronte di una folla fatta da curiosi, elettori, membri dello staff, del politburò Democrats nazionale e dei singoli Stati, attori, finanziatori, lobbisti e futuri congressisti con famiglia, non ha fatto altro che un sermone anti-repubblicano, una vera dichiarazione di faziosità e partigianeria liberal progressista solamente più moderato rispetto a quello tenutosi a Denver (dopo la sua proclamazione a leader dell’asinello).
Una ricostruzione ipocrita e una analisi di ridefinizione che altro non è che l’ennesima riproposizione del recente passato Democrats in funzione della contemporaneità, una lettura che ridimensiona gli avversari al ruolo di cattivi, esempi di egoismo, individualismo, irresponsabilità (in quanto liberi e liberisti, libertari), nemici della Nazione e sostanzialmente colpevoli dell’abbandono delle logiche stataliste.
La nuova frontiera kennedyana e il New deal roosveltiano diventano perciò il cambiamento e l’impostazione, secondo cui il popolo americano deve agire e conformarsi nel suo alveo; per Obama sono il “naturale” sviluppo, evoluzione del pensiero, della cultura americana.
Lo statalismo e il predominio burocratico lobbistico del potere del governo sulla gente è il senso di garanzia, la premessa per ogni possibilità, opportunità, tutela, sviluppo futuro non solo nei suoi 4 anni ma nel destino americano.
Lui si sente il destino dell’America.
Obama vede e ci descrive tali “aspirazioni” nel suo discorso inaugurale, fin dalla nascita della Nazione americana, nei Padri fondatori, effettuando una illogica scansione cronologica e temporale, utile per dare un senso e una direzione ben precisa di tipo “progressista” anche laddove non c’èrano tali principi (praticamente nei primi 140 anni).
Uno sviluppo da ripristinare nella società americana (nonostante l’intervento del richiamo religioso, al multiculturalismo e alle società multietnica che deve essere regolato e omogeneizzato alla pari dei diritti civili dallo/nello Stato) che sostanzialmente colpisce l’età reaganiana della deregulation, per tornare alla ben poco esaltante “era” kennedyana.
La visione di Obama è quella della cosiddetta “Grande Società” degli anni ’60, riproposizione a sua volta di quella degli anni ’30 in termini statalistici e operativi di big government; Obama è il frutto dell’ideologismo liberal kennedyano di propaganda (Obama è una “creatura politica” di Ted Kennedy presente nonostante il tumore all’evento), ritornante negli ultimi anni nei Democrats Usa ad ogni elezione presidenziale (2000, 2004, 2008), quale legittima destinazione dei principi Democrats e quindi delle “vere e giuste” priorità dello Stato e mete da conseguire.
In questo Obama è postmoderno, tendente cioè a riproporre un revival di discontinuità sia col naturale sviluppo americano sancito dall’era reaganiana e post-ideologica sia dai canoni di una analisi oggettivi di quali siano i veri diritti e principi che hanno fatto grande gli Usa per valorizzare solo una (tragica) parentesi della storia americana.
Obama è ideologicamente un concentrato di idee vecchie, vincenti solamente a causa della loro riproposizione mediante i nuovi strumenti e media di comunicazione (a differenza di un tipico sociologismo sinistrorso sfuggente all’uso delle tecnologie) e di una serie di errori commessi clamorosamente dall’estamblishment repubblicana negli ultimi anni; a questo c’è da aggiungere l’ingenuità e lo sconforto che ha colpito milioni di cittadini americani a fronte di una crisi che solo in pochi (economisti liberisti e qualche “iettatore” socialistoide del proprio sistema) avevano previsto.
La restituzione di significato e ruolo al senso americano del Paese è per Obama non il fornire libertà e responsabilità individuale agli americani, ma semmai legarli sia in termini lavorativi che in termini di cittadinanza (nel senso più giacobino possibile del termine) al proprio leader, e al proprio governo e al suo operato.
Ma cosa significa tutto ciò?.
Obama ritiene non solamente di donare agli americani, protezione, sicurezza, ma anche di garantire felicità e benessere collettivi, al di fuori da un ottica individuale; quindi attua quella mistificazione che Hayek definì “superstizione della giustizia sociale”, nel poter operare materialmente e direttamente mediante gli strumenti del proprio potere e della propria politica per giungere a tali scopi nei settori dell’educazione, della scienza, della tecnologia, dell’energia, della sanità.
Obama è come uno sciamano, un profeta, un invasato che nonostante chiaramente dica cose improbabili e in alcuni casi retoricamente scontate se non banalmente impossibili a tal punto da essere didascaliche come idealità (anche per la retorica tipicamente americana in politica) ammalia, ipnotizza le masse, fa credere ciò che lui stesso crede di credere, fa spegnere il cervello della ragione.
Obama rilegge il passato della storia americana e la figura di Lincoln (presidente di origine repubblicana della guerra civile americana e della proclamazione dell’abolizione della schiavitù) modificandolo (primo caso da parte di un presidente democratico) quale modello a cui riferirsi, un modello che incarna a posteriori le virtù del giusto governante e del politico capace di aggiustare i torti, le storture sociali della politica americana.
Il problema ovviamente si pone innanzitutto nel fatto che Lincoln storicamente è inserito entro un contesto ben delineato di guerra civile (scenario attualmente non presente in America per vari motivi); inoltre questi non è mai stato glorificato ed esaltato da vivo preventivamente e messianicamente dalle masse come invece sta avvenendo (col beneplacito di Obama) attorno alla figura del presidente.
Lincoln era un presidente di origine repubblicana e non democratica e questo ovviamente si pone entro un contrasto metodologico e strumentale dell’operato politico di Obama e del suo partito e quello invece tradizionalmente di ambito repubblicano della Old right.
Lincoln era (aspetto non irrilevante) umile nel proprio agire e non si riteneva preventivamente sicuro dispensatore di giuste soluzioni, ma di utili prospettive.
Obama ritiene di scimmiottare Lincoln in quanto ritiene utile servirsi di tale illustre esempio storico, rovesciandone implicitamente il significato, per attuare con tale scudo ideologico una più moralistica e moralizzatrice battaglia ideale per eliminare dall’America, le corrosioni delle discrepanze, delle differenze sociali, della libertà di scelta, delladifformità di pensieri e ragioni, della visione di deresponsabilizzazione individuale e di non dipendenza nei confronti dello Stato; ovvero tutto ciò che lui ritiene soggettivisticamente non degno di un Paese obamiano, e in particolare Democrats.
Obama considera tra i cattivi presidenti Reagan, e certamente una visione libertaria e liberista repubblicana, sostanzializzando le sue affinità con il socialismo inteso come forma di governo e regolamentazione lobbistica e non come forma fricchettona di contestazione fine a sè stessa (e questo lo sta già indebolendo come sostegno alla sua presidenza da parte del suo iniziale elettorato liberal e anarcoide “alla Chomsky”).
Obama non solamente rischierà (come prevedibile) di deludere a fronte delle stratosferiche proposte (non solamente irrealizzabili fattivamente in termini economici di copertura, ma anche a livello culturale, di funzionalità, d’efficacia e temporalmente in 4 anni); ma creerà una condizione americana di peggioramento costante e senza uscita dalla crisi nei prossimi anni a danno della qualità della vita degli individui e nei confronti della crescita economica (non a caso Wall Street nel giorno del suo insediamento, dopo il suo discorso è crollata sino a chiudere oltre il -4%, come non accadeva dai tempi, guarda caso della coppia Kennedy-Johnson) del Paese.
Ciò provocherà ulteriori tensioni di imprevedibile durata ed estensione non solamente economiche per via dell’aumento di disoccupazione e inflazione, ma anche politiche sia con la silente America, sia in termini sociali anche nei suoi stessi elettori.
Il rischio potenziale è quello di una vera e propria rottura degli Usa, una contro-reazione contro le istituzioni data anche dalla sfiducia che aumenterà con esiti non controllabili in seguito, a fronte delle illusioni e frustrazioni seminate nelle menti degli americani da tali discorsi e campagne elettorali.
Con il rischio anche di una modificazione profonda della società e della configurazione federale degli Stati Uniti e l’eventualità anche di una rivoluzione e di forme di secessione.
Solo allora Obama forse potrebbe credersi la reincarnazione di Lincoln (pur essendo questa volta dalla parte sbagliata della storia), e forse dalle ceneri di tale declinante e pericolosa parabola obamiana, potrebbe sorgere la vera risposta ai problemi dell’America: quella libertarian, proposta per necessità forse anche dallo stesso GOP, (attualmente ancora in crisi di leadership e senza valide prospettive politiche e umane); ma ovviamente ci auguriamo che per giungere a tali scopi antistatalisti non si debba esasperare fino a tal punto l’americano medio.
Obama (e forse pure il suo speechwriter) evidentemente non hanno compreso ciò che hanno letto e scopiazzato dai libri, non hanno capito quello che in sostanza è l’America nel novero dell’Occidente (anche a differenza dell’Europa), la sua plurisecolare differenziata storia di principi e libertà.
Figure come quelle di Jefferson, Lincoln non possono essere intepretate come avvalli dello statalismo e della servitù, alla luce delle propagandate mistificazioni obamiane operate anche dal suo partito (che di jeffersoniano ha davvero oramai solo la presunzione di discendenza politica).
Inoltre Obama a differenza di Lincoln ma anche dei stessi Padri fondatori americani, sta metodicamente concentrando (e accentrando) su di sè poteri e speranze come pochi presidenti americani hanno mai svolto (eccetto F.D. Roosevelt e JFK) e come sappiamo tutti Jefferson auspicava un governo minimo, non un governo populista.
Un potere obamiano che di fatto è ben lontano dalla tradizione dei padri fondatori e che si è rivelato nel corso del novecento un problema piuttosto che una soluzione per i problemi della gente (come giustamente proferì in un ben più illustre insediamento Ronald Reagan) .
Obama invece crede di essere superiore al potere, in quanto diverso (ricordiamoci che è il primo presidente di colore e che proviene dalla Chiesa trinitaria del reverendo Wright che in quanto diversità ne ha fatto un concetto supremo (o suprematista!)) per moralità.
Una moralità che deriva anche dal suo status di essere Democratico, nel senso di colui che opera attraverso gli strumenti dello Stato per il bene di molti, ma tale opera statale e statalista necessita (come da lui stesso enunciato nel proprio discorso), di una assistenza pubblica non solamente governativa di servizio, ma anche di comunità.
Ricordiamoci anche che Obama è un ex assistente sociale e che quindi ritiene il dato comunitario e solidaristico assistenziale collettivo fondamentale per il proprio agire in quanto dispensatore di felicità e uguaglianza.
Obama ritiene di essere su un piano virtuoso superiore al proprio predecessore (così come lo stesso Bush riteneva 8 anni fa di essere moralmente e valorialmente diverso da Clinton e Gore in quanto cristiano) in quanto crogiuolo non solamente di razze, popoli, sogni e speranze; ma anche di programmi e compresenze.
Noi riteniamo che sia il potere e la sua pervasività emanata attorno alla sua persona a rendere seducente Obama agli occhi della gente, a rendenderlo una figura a metà via tra una star hollywoodiana e un candidato da reality show, una icona con un business e un merchandising personale da capogiro, pur non avendo ancora mai effettivamente deciso, guidato e gestito pubblicamente o privatamente alcuna carica di responsabilità.
Obama si ritiene guidato dal destino, dal suo modello distorsivo dei predecessori presidenti; di essere la forza del cambiamento, di essere il ragazzo che tutti attendevano, che solo l’America poteva generare, un incontro di razze, fedi e programmi politici.
Obama stesso non rinuncia alla “carta della fede”, anzi ritiene la religione un ottimo strumento per purificare la società e per costruire un consenso politico attorno alla propria piattaforma politica.
Distorsione e mistificazione in Obama sono strumenti del bagaglio politico per unire, superare le divisioni, per creare omologazione e omogeneità attorno a sè al proprio movimento ieri, oggi attorno alla propria carica.
Obama si circonda non solamente di figure controverse quali il pastore evangelico ultraconservatore Rick Warren per dare unità e condivisione della gioia, ma innanzitutto per puro calcolo politico, in prospettiva della sua presidenza e di una possibile rielezione tra 4 anni, nella volontà di rubare ulteriori consensi di area social-conservatrice ed evangelica alla base repubblicana (riproducendo un fenomeno analogo a quanto avvenuto all’epoca di Carter), in quanto più attenta in un momento di crisi economica, al lato più assistenzialista, solidaristico e statalista dell’operato del governo, meno a quello dei valori o dei principi (come anche l’ultimo Bush in economia dimostra).
Non a caso ha chiamato vari pastori di differente concezione religiosa alla propria cerimonia, non a caso ha (in piena tradizione kennedyana) un vicepresidente cattolico, e non a caso tra i primi provvedimenti della sua amministrazione potrebbe esserci la sospensione della legge reaganiana legata agli sgravi fiscali per le cliniche pro-abortive, che neppure Bush aveva osato colpire.
Tutto questo ovviamente non piacerà ai liberal (ammesso che a questi interessino effettivamente i diritti civili oltre la gestione di soldi pubblici) e quasi certamente sarà un aspetto poco pubblicizzato dalla sinistra nostrana che si è fatto carico con sicumera della volontà obamiana di rappresentanza (alla pari dell’altro partito cattosocialista PDL).
Obama non rinuncia al passato, anzi rilancia il passato come sua identità e come vero futuro collettivo.
Da parte nostra non possiamo che auspicare il distacco della cosiddetta destra religiosa, evangelica americana dal GOP per dirigersi verso Obama, in quanto essa è stata con Bush e con la sua ideologia fondamentalista la vera causa di rottura con il passato repubblicano, con il proprio elettorato di base, e la fonte consequenziale di tutti i disastri politici, militari, economici di questi ultimi 7 anni.
Obama è un restauratore (dall’alto) di moralità, tradizioni e convinzioni sue personali, e ritiene che il potere possa cambiare (gli altri), migliorare la realtà, a partire dalla sua persona e dal potere che lo caratterizza e che irradia; ritiene di superare sociologicamente a partire dalla sua immagine, status sociale, politico la questione razziale interna al partito democratico e all’America così come ogni esigenza del cittadino (ritenendosi ovviamente in grado di far fronte o ragionare al posto del cittadino).
La questione razziale è semmai stata solo by-passata ma non chiusa negli Usa come nel Partito Democratico in quanto, Obama non è l’erede del movimento per i diritti civili, non è un figlio di schiavi, non è quindi neppure l’erede di Martin Luther King (pur avendo uguali volontà di giustizia sociale) e neppure degli afro-americani.
Obama è il frutto della globalizzazione intesa però solamente come incrocio, fusione, eterogeneità culturale, meltin pot, dei suoi genitori a livello geografico.
A ciò si aggiunge una visualizzazione delle idee stataliste e socialistoidi del progressismo radical chic con quelle attente all’ambientalismo ecologista radicale, al terzomondismo e al buonismo senza rinunciare proprio per questo ai valori del passato, alla tradizione identitaria, alla strumentale utilità del potere della sua ritualità, un uso di religiosità im-moralmente corretta per quanto ipocrita ed anti-economica.
Obama come personalità e immagine tende a occupare e inglobare sostanzialmente tutto; lui è tutto e quindi al contempo proprio per questa realtà è niente.
Ovviamente una personalità del genere in politica è senz’altro un pericolo, più che la soluzione ideale, per l’attuale momento che stiamo vivendo, in quanto difficilmente riconoscerà di aver torto nonostante gli errori che sta già cominciando a commettere nelle sue decisioni politiche, e lo staff fatto di amici personali di Chicago e potenziali rivali interni (H. Clinton) non promette nessuna possibilità di correzione delle rotte intraprese.
Bisogna essere diffidenti nei confronti di tali personaggi che con le “buone intenzioni” promettono cambiamento, nel corso della storia sono state proprio le “buone intenzioni” e gli alti ideali di uguaglianza e di giustizia a creare disastri e immani tragedie nella società.
Obama ha già rinunciato a promettere hic et nunc l’inimmaginabile, sa benissimo che tali promesse servivano solo a scopo elettorale, e che le riforme sanitarie, dell’istruzione in chiave socialista saranno a causa del deficit federale e alla crisi economica (che convoglierà il grosso delle spese pubbliche nei suoi 4 anni) rimandate ben oltre il suo primo mandato ad un futuro improbabile (dato che la situazione economica peggiorerà uteriomente con le proposte di Obama).
L’unità della nazione in Obama diventa quindi vuota unità di/in ciò che è utile allo Stato e alla sua politica, poco importa la sua reale utilità o il fatto che ciò sia di una infruttuosità clamorosa a livello di benefici e serivizi; quel che importa è per lui costituire un legame tra popolo e governance (attraverso le lobby e la burocrazia).
Un legame che più che un ponte, appare una strisciante servitù.
I toni trionfalistici e della retorica obamiana cercano (per il momento riuscendovi ancora) a coprire e occupare il pauroso vuoto che lo circonda, l’inesperienza personale, la presenza nel suo staff di incapaci e amici, l’impossibilità di poter trovare soluzioni adeguate perseguendo ancora vecchie e fallimentari opzioni politiche keynesiane con l’aumento di tali “dosaggi”; proponendo politiche di rilancio dei consumi “scoperte” (in parte per come si sono strutturate in passato fin dalla presidenza Clinton, quale principale causa dell’attuale crisi economica).
Dalle premesse, alle poco realizzabili promesse quasi certamente Obama è destinato non solo a fallire nel suo immane compito di “missionario dell’umanità”, ma anche a peggiorare l’attuale situazione americana entro un perdurare della crisi economica e degli sbagli a livello economico in varie iniziative (sociali, ambientali, politiche), già intrapresi a livello presidenziale da Bush negli ultimi tempi.
Obama richiama allora il tono del messaggio inter-razziale, l’Africa, l’esotico, la visione migliorista e modaiola del progressismo, ma dopo i veglioni e le feste lussuose che caratterizzano i palazzi del potere di Washington in questi giorni, il nuovo presidente americano non potrà nascondersi ancora a lungo dietro la retorica e l’immaginifico; dovrà decidere, (come impone il suo ruolo e la sua aspirazione).
Solo allora potremo giudicare oggettivamente e quantificare l’insuccesso obamiano, la continuità di errori e stabilire la reale portata del peggioramento qualitativo della situazione americana nella sua era.
L’inconscio individuale inespresso di molti sinistrati e di molti americani in crisi, ha scaricato le proprie speranza, illusioni, sogni di idealità su una vuota e costruita figura politica quale “uomo del domani”, ma questo è solamente il 44° presidente degli Usa in carica per “soli” 4 anni (e per fortuna!).