Uno sguardo sulla storia del libertarismo americano per comprenderne il futuro

La situazione storiografica dei libertarians precedente alla complicata attuale vicenda elettorale del 2008 (di cui riprenderemo a seguire nei prossimi giorni un’analisi storiografica recente entro le divisioni tra sostenitori di Barr e Paul) è tratteggiata in modo molto più approfondito nel saggio Radicals for Capitalism: A Freewheeling History of the Modern American Libertarian Movement” (PublicAffairs, 2007) scritto dal giornalista e saggista Brian Doherty.

L’autore (editor di “Reason“, nonché contributor di testate importanti, come The Washington Post e The Los Angeles Times) ricostruisce l’epopea libertaria lungo la storia del movimento, rintracciandovi le figure e i momenti “topici”, ma anche le molteplici ambiguità ontologiche e le incomprensioni strategiche che ne hanno anchilosato le potenzialità.

David Nolan, il fondatore del Libertarian Party, non ha mai promesso una vittoria elettorale (oltretutto una non promessa mantenuta!) scrive Doherty; “piuttosto, egli ha ritenuto che l’esistenza del LP potesse determinare un aumento dell’attenzione mediatica sulle idee libertarie, ed il conseguente coming out da parte dei libertari latenti.”

Solo allora secondo Nolan si sarebbe potuto far nascere un’organizzazione politica istituzionale spontanea e permamente che traducesse le idee in azione.

Doherty suggerisce inoltre come questa strategia, nelle intenzioni del suo estensore, avrebbe dovuto determinare la rottura del duopolio politico e della tradizionale dicotomia sinistra/destra favorendo la trasmigrazione, nella nuova forza partitica, delle anime libertarie “costrette” dentro le armature democratica e repubblicana.

È proprio per nutrire la battaglia libertaria, infatti, che, verso la fine degli Anni 70, nasce il Cato Institute; ma la scelta simbolicamente impegnativa di fissarne la sede a San Francisco, ovvero lontano dalla cultura del potere di Washington.D.C. (e troppo vicino al nocciolo più liberal americano), mostrò presto i suoi limiti e fraintendimenti, impedendo ai libertari di acqusire un peso reale nella politica, nella pretesa di poterla condizionare dall’esterno, rifiutando però di condividerne il vocabolario.

La circostanza storica che determinò la nascita del Partito Libertario Americano, fu ricorda l’autore, la decisione dell’allora Presidente Richard Nixon di imporre il controllo pubblico su salari e prezzi.

Una situazione non dissimile da quella di questi ultimi mesi di amministrazione Bush riguardante il salvataggio di banche pubbliche dalla crisi dei mutui o dalle proposte di Obama in campagna elettorale (e da Tremonti in questi anni in Italia) ovvero l’ipotesi statalolatrica roosveltiana.

Sembrano quindi ritonare in causa oggi, le ragioni care ai libertarians ortodossi, per un’azione politica diretta ad affermare l’ideologia del capitalismo radicale.

Eppure, come emerge dal dibattito che il libro di Doherty ha scatenato a seguire sul blog del Cato Institute (Cato Unbound), i libertari oggi sono più spaccati che mai, con una componente “paulista” che insiste nel non accogliere le cautele dei moderati (i libertari LP nonostante la loro autonomia partitica) nel cercare il dialogo e la mediazione con altre correnti politiche, giudicandole sostanzialmente incompatibili con l’essenza stessa del libertarismo.

Tuttavia, nota Doherty, uno dei libertari più autorevoli, il premio Nobel, Milton Friedman, non riteneva affatto che vi fosse una cesura ideologica insanabile tra la visione libertaria più “paleoanarchica” e quella libertaria “bipartitica”, poiché in fondo la meta è comune a entrambi.

E questa convinzione per Doherty è ancora fondata, nononostante resti piuttosto diffusa, nei due schieramenti (“neo” e “paleo”), la convinzione che la patente di “libertario” la meriti solo chi milita nella propria fazione, giudicando gli altri poco più che degli impostori.

Apro una parentesi; a nostro giudizio il fenomeno clamoroso e di successo di Ron Paul anche presso il mondo libertario e la sua capacità di integrazione e ricompattamento della “galassia”, nasce dall’esser riuscito almento formalmente nella sua proposizione ad aver superato tali steccati ideologici interni; in quanto più degli altri (compresi i dirigenti del LP e i loro candidati) è riuscito a proporre tematiche e tesi libertarie pure e rigorose in politica; non rinunciando (al momento) a stare entro il GOP.

Quindi una formula politica e culturale che alcuni riterrebbero paleolibertaria entro una condizione di permanenza neolibertaria (bipartitica); sebbene le attuali visioni economiche e politiche del Partito Repubblicano siano sempre più distanti da quelle libertarie (non solamente per quanto concerne i finanziamenti alla difesa e alla guerra al terrorismo; ma anche riguardanti il salvataggio pubblico delle banche e della finanza Usa).

Certamente con tale prestigio e forza ottenuta a livello di consensi e media entro il mondo libertario elettorale americano (e non solo!), Paul dovrebbe in futuro decidere di ritornare alla “casa madre” del LP da vero eroe e uomo immagine del partito e della sua unità in vista delle scelte future da compiere sulla via della rivoluzione e del cambiamento.

A nostro parere le possibilità nel medio-lungo periodo sarebbero più proficue che restare nell’anonimato e nella ghettizzazione (attuale) voluta dall’estamblishment del GOP e di Washington nei suoi confronti. Vedremo come andrà la crisi finanziaria, le elezioni al Senato federale (dove si candida Paul entro la circoscrizione texana) e quali saranno le prossime future mosse del nuovo presidente americano.

I nemici principali del libertarismo sono sia l’eccesso di ottimismo sia di pessimismo(scrive Doherty) e in sostanza l’eccesso di un egoismo e di autoreferenzialità nelle sottigliezze del modus operandi, non nelle finalità da ottenere.

L’ottimismo che Doherty definisce “nemico” è quello autoassolutorio, ipocrita e arrivista di chi si considera già vincitore a partire dalla vittoria epocale del libertarismo sullo statalismo, gongolando sul fatto (un pò speranzoso e ingeuo) che nell’economia del mercato globale e della conoscenza tecnologica, lo Stato sia destinato irrimediabilmente a contrarre sempre di più la propria azione (ipotesi che i recenti casi sul WTO a Ginevra e la politica promossa da protezionisti Fed, tremontiami italiani e di Bruxelles in questo senso dimostrano la difficoltà da realizzarsi e da consolidarsi).

Il pessimismo è altrettanto nocivo alla causa libertaria, in quanto c’è chi non vede le grandi conquiste del libertarismo in una prospettiva storica e tende a voler tutto subito “hic et nunc” o si allontana dalla sfida da intraprendere demoralizzato.

Si avverte in questo libro e nelle ragioni che hanno spinto l’autore a scrivere la storia del LP, analogie politologiche analoghe oltreOceano alla sindrome in Italia nota in particolare entro il caso del Partito d’Azione o nel Partito Radicale dei tempi d’oro (esauritosi con la cacciata di tutti i neolibertari) e al contempo denuncia e pone seri rischi critici sulla tenuta e rischi di un seguito anche americano trasformista e opportunista di convenienza dei libertari verso la “via rifugio” tranquilla e comoda del conformismo politico presenzialista (problematica che in Italia sarebbe questione centrale da trattare con più serietà nel giudizio sui presunti sparuti liberali liberisti libertari e laici dentro il PDL).

Ovviamente il libro per motivi editoriali di tempi di pubblicazione (2007) non valuta a pieno la crescita e la ripresa diffusa delle idee libertarie di questi ultimi mesi a seguito della campagna di Paul, ma comunque indicandone alcune premesse e buoni consigli può insegnarci nel nostro caso italiano che i contrasti tra strategie da adottare in ambito consensuale e politico tra i vari fautori della galassia libertaria americana sono comuni a quelli presenti in ambito italiano.

Le risposte americane date dal fenomeno Paul e dalla crescita di Barr in questi mesi dimostrano che negli Usa a differenza da quanto sinora fatto in Italia (da una parte del variegato mondo liberale classico) è ancora possibile anche in una realtà bipartitica consolidata come quella americana, riuscire ad emergere per meriti e contenuti propri dei libertari quale ruolo importante da protagonisti, da giocare entro la diffusione di un messaggio liberale liberista individualista originario e lontano da giochi di potere statale e dalla facile omologazione in chiave politica.

Ovviamente per fa ciò bisogna tirar fuori l’animo libertario e lo spirito pionieristico più coerente e attento ai principi, allontanando le forme più elitarie e autoreferenziali dal confronto, facendo emergere la volontà indomita di chi non si accontenta di vivere nel mondo voluto e costruito dagli altri, dallo Stato e dalla politica (e le sue lobby).

La condizione altalenante tra la frustrazione di chi sa di esser sempre stato dalla parte giusta; di chi anticipa quello che poi tutti riconosceranno (o almeno si spera che ciò prima o poi avvenga) ed ha tuttavia la consapevolezza di dover essere condannato all’elitarismo e a vivere in un mondo contingentemente sbagliato (ma nel modo giusto personale) deve lasciar spazio alle premesse per una rivoluzione di pensiero oggettivista e individuale diffus aspontaneamente.

In fondo, (conclude Doherty) “avremo un mondo libertario solo quando lo vorrà la maggioranza della gente“; per far ciò ovviamente gli individui spontaneamente devono giungere alla consapevolezza di tale processo e a tale adesione volontaria di tale volontà di libertà.

Le élite colte (e le politiche libertarie anche partitiche) non otterranno mai risultati reali nella direzione veramente libertaria se pensano addirittura di porsi a capo di un movimento dall’alto o poco diffuso e nella volontà di direzionare gli esiti del liberalismo libertario(caso da sempre italiano).

Ovviamente questo non significa che le istanze e la dimensione politica e partitica del libertarismo entro un quadro che prevede ancora come sistema la Democrazia (a fronte della Libertà auspicata) non debba essere considerata come opzione valida e adatta per far da punto di vista critico e di sviluppo di iniziative e istanze divulgative libertarie a fronte dell’egemonia dello statalismo e nei confronti della pluralità di pensieri presenti nella società.

Ma senza il previo sostegno del consenso individuale spontaneo, senza la loro volontà spontanea di innescare dinamiche di scelta e senza darsi da fare egoisticamente in modo disinteressato per tali principi (con ricadute benefiche per tutti), si negano in sostanza i principi libertari e individuali.

Il dibattito intercorso in questi mesi sulle prospettive del libertarismo può essere riletto sul blog

http://www.cato-unbound.org/2007/03/07/brian-doherty/libertarianism-past-and-prospects/

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