Soldi alle banche

By LucaF.
Il governo vara il fondo di 20 miliardi per salvare gli istituti in crisi. Taglio dei tassi in tutto il mondo, ma i mercati cedono
Articolo di Alberto Mingardi
Il governo italiano vara un decreto e istituisce un fondo di garanzia per le banche che finissero in difficoltà. Se non troveranno i capitali sul mercato, il Tesoro acquisterà direttamente azioni privilegiate senza diritto di voto. Intanto ieri la Fed, la Bce e la Banca d’Inghilterra hanno agito all’unisono, tagliando di mezzo punto i tassi d’interesse. Le hanno seguite le banche centrali di Svezia, Canada, Cina e Svizzera. In Europa ora i tassi sono quindi al 3,75 per cento. Una mossa storica, senza precedenti.

L’operazione mira a dare ossigeno all’economia reale, abbassando il costo del denaro per combattere gli effetti del “credit crunch”. Nonostante questo la borsa di Milano ha chiuso con una perdita del 5,7 per cento, Londra, Francoforte e Parigi di oltre il quattro. Wall Street ha aperto in positivo, ma meno dell’uno per cento. I giornali hanno probabilmente diffuso, nei giorni scorsi, una paura esagerata. Non siamo ancora all’ultimo atto, con le banche che non si fidano e non si prestano soldi l’una con l’altra. Ma l’andamento dei mercati riflette grande apprensione.
I paesi europei hanno abbandonato, in meno di una settimana, il rassicurante punto di vista che solo un mese fa raccordava esponenti dell’élite su diverse coordinate geografiche e politiche. Quel punto di vista individuava nelle regole europee un efficace paracadute contro una crisi causata da un (preteso) eccesso di deregulation negli Stati Uniti. La diversità europea (il conservatorismo europeo) contro il greed di Wall Street.

La favoletta è ormai morta e sepolta. In pochi giorni la situazione drammatica di diversi istituti di credito ha portato a un domino di mosse studiate sull’onda del panico, e che non rafforzano affatto, come pure piacerebbe a certi commentatori, il ruolo dell’Europa. Si pensi alla veloce liquidazione della procedura per aiuti di Stato, nel caso del salvataggio di Fortis. Che credibilità avrebbe, oggi, la Dg concorrenza, se volesse tuonare contro Alitalia?

Se è à la guerre comme à la guerre, lo spirito d’emergenza trascinerà con sé tutto, la solidarietà del fronte porterà a chiudere prima uno e poi due occhi. Ovviamente nulla garantisce che decisioni prese per esorcizzare la paura producano gli effetti desiderati. Questi giorni di allarmismo dovrebbero insegnarci qualcosa.
L’approvazione del piano Paulson non ha dato fiato ai mercati. Al contrario. La liquidazione di Lehman Brothers, per quanto traumatica, sembrava aver posto le premesse per un riassorbimento dei loro asset. Quando Wachovia è saltata, è stato un acquirente privato, Wells Fargo, a comprare senza chiedere facili salvacondotti al governo. Le alternative in campo – acquisto dei titoli tossici già comprati dalle banche (nella presunzione che un team di economisti al servizio del ministero competente sappia distinguere tra distinguere alla perfezione tra porcherie e il resto) oppure ricapitalizzazione delle banche – rappresentano entrambe uno smisurato allargamento delle prerogative dello Stato. Nel caso della ricapitalizzazione, per alcuni paesi si tratta probabilmente di una mossa che porterebbe al collasso della finanza pubblica. In un caso e nell’altro la frenesia dei governi rallenta il “processo di scoperta” dei prezzi. Gli acquirenti privati si allontanano e hanno la tentazione di entrare in gioco soltanto con una (remunerativa) benedizione statale.

Il taglio dei tassi serve soprattutto alle banche: ad abbassarsi è il tasso a cui loro prendono denaro (e a cui lo prende il Tesoro americano, verso i cui buoni si spostano ora coloro che cercano investimenti sicuri), non quello a cui lo prestano. È una misura, quindi, pensata non solo per oliare le ruote dell’economia reale ma anche per aiutare i bilanci degli istituti. È difficile però non vedere il buon senso nelle parole di John Kay, che ieri sull’FT ricordava come, se ipoteticamente oggi una banca smettesse di pagare gli assegni dei suoi clienti, non sarebbe per mancanza di liquidità (dell’economia nel suo complesso) ma per mancanza di risorse (in quella banca). Se ci sono, a monte della crisi, distorsioni causate da una politica monetaria troppo lasca, cioè se è l’indebitamento di aziende e privati negli ultimi anni ha raggiunto livelli insostenibili a causa del tasso d’interesse troppo basso, qui stiamo dando metadone all’economia mondiale. Non cercando di disintossicarla.

Visto in tale prospettiva, il principio in base a cui si sono tagliati i tassi è lo stesso che, all’ennesima potenza, porta oggi la Federal reserve a compiere l’incredibile passo di erogare finanziamenti diretti alle imprese, acquistando commercial paper, cioè cambiali a breve termine emesse dalle aziende, che rappresentano il principale metodo di finanziamento a breve delle grandi imprese americane. È un mercato enorme. Che sia una burocrazia pubblica a decidere l’allocazione del credito è una prospettiva che fa tremare i polsi. Ed è doppiamente preoccupante che la Fed stia divenendo, di fatto, un (gigantesco) intermediario finanziario. È questo il ruolo più appropriato per essa, soprattutto in una fase come questa? A quando le carte di credito siglate “Fed” anziché “Visa”? Il momento è duro, e, per carità, à la guerra comme à la guerre. Cadono gli steccati ideologici, i principi non sono più moneta corrente, si dovrà pure “salvare lo Stato non dal mercato ma col mercato”, come dice Giulio Tremonti. Da sterili liberisti marginali, però, ci sia almeno lasciato di ricordare timidamente una cosa. Che, in guerra, si può perdere e si può morire.

Da Il Riformista, 9 ottobre 2008

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