La Crisi del Debito Europea e la Teoria Economica

12 luglio 2011

Articolo di Kel Kelly

Per tutto l’anno scorso, i problemi del debito europeo sono stati considerati come una minaccia sia per l’euro sia per l’economia americana, tra le altre cose.

Mentre molte affermazioni corrette sono state fatte riguardo l’impatto potenziale di un’implosione del debito europeo, ce ne sono state anche altre pensate male.

E’ spesso la teoria dell’economia fallace che porta a conclusioni fallaci.

Questo articolo rivisita la teoria economica — da una prospettiva di libero mercato — così come si rapporta alle attuali sfide monetarie europee.

Il Declino dell’Euro?

La causa della crisi del debito europea, nella sua più semplice forma, è stata la massiccia spesa da parte dei governi europei (principalmente quelli meridionali) durante l’ultimo decennio e specialmente dopo la crisi finanziaria del 2008.

La BCE (Banca Centrale Europea) ha permesso artificialmente bassi rischi al premio sui tassi d’interesse del debito dei governi facenti parte dei cosidetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna).

E questi tassi artificialmente bassi hanno facilitato ed incoraggiato la spesa massiccia.
La consapevolezza delle conseguenze della spesa massiccia fu causata dalla crescita economica ridotta e dalle successive entrate tributarie ridotte, che erano meno della quantità necessaria per le spese ed il pagamento dei debiti.

Per maggiori dettagli dello sviluppo della crisi, vedi gli articoli di Philipp Bagus Il Salvataggio della Grecia e la Fine dell’Euro e L’Assoggettamento Irlandese.
Una delle prime preoccupazioni ventilate all’inizio della crisi del debito — una preoccupazione che fu veicolata dagli operatori di cambio estero — fu che se i governi dei PIIGS fossero crollati per i loro debiti, il valore dell’euro sarebbe crollato.

Ma questa è un’affermazione illogica: di per sé l’euro sarebbe salito, non sceso, di fronte ad un default di governo.
Come prima cosa, deve essere compreso che, nel caso di un default, ci sono due possibili scenari monetari:

  1. deflazione monetaria dovuta ad una diminuzione nell’offerta di denaro, nel caso in cui nessun intervento del governo avesse luogo; e
  2. inflazione monetaria dell’offerta di denaro nel caso in cui l’intervento avesse avuto luogo.

Entrambe le ipotesi saranno spiegate qui sotto.

Deflazione Monetaria

Se uno o più governi fossero falliti le banche dell’Europa settentrionale, che erano investitori su larga scala nei debiti dei governi, avrebbero avuto perdite massicce di prestiti e capitale.

Il risultato per queste perdite sarebbe stato il fallimento delle banche, il ritiro dei notevoli prestiti o entrambe le cose, invertendo di conseguenza il processo di moltiplicazione del denaro e causando un declino nell’offerta di denaro.

L’offerta di denaro in caduta — deflazione — renderebbe l’euro più, non meno, di valore.
Tuttavia una minaccia più realistica all’euro è che alcuni governi se ne potrebbero sbarazzare e ritornare alla loro valuta interna.

Alimentati da una (prudente) ristretta creazione di denaro imposta su di loro dalla BCE, i governi indebitati potrebbero volere essere capaci di stampare la loro via di fuga dai loro problemi.

Ma anche se uno o più paesi uscissero dall’euro a favore delle loro stesse valute, l’euro potrebbe ancora essere protetto dalla BCE.
Questo perchè la BCE potrebbe scambiare una precedente vecchia valuta di un paese per l’euro, aggiustando di conseguenza l’offerta monetaria dell’euro cosicché il volume di euro nei restanti paesi possa rimanere lo stesso.

Questa operazione non altererebbe la quantità di denaro nell’economia; scambierebbe semplicemente un tipo di moneta per un’altra, mantenendo in generale il potere d’acquisto costante (non conosco l’esatto processo con cui ciò sarebbe fatto, ma uno scambio da una valuta originaria all’euro ha avuto luogo nel 2002, così uno scambio dall’euro alla vecchia valuta potrebbe sicuramente avere luogo di nuovo).
Anche se l’offerta di denaro fosse influenzata, la banca centrale potrebbe impegnarsi in varie misure di “sterilizzazione” per controllare il supplemento nell’offerta di denaro, incluso un ristretto accesso delle banche alla discount window (lo strumento di politica monetaria che permette a determinate istituzioni di prendere a prestito dalla banca centrale, ndt), aggiustare i requisiti di riserva o il collocamento dei depositi del governo, partecipare ad operazioni di mercato aperto ed usare un modello di variazioni dei tassi di cambio.

Ognuno di questi strumenti, tuttavia, può avere conseguenze indesiderate.

Inflazione Monetaria

Ma invece dell’opzione secondo cui i singoli governi possano ritornare a stampare la loro via d’uscita dai problemi, la BCE stessa ha deciso di compiere questo lavoro e continuerà a farlo (questo è il secondo caso oltre quello di sopra).

Perchè? Perchè i governi europei non permetteranno che si affrontino le conseguenze politiche di un collasso bancario ed i successivi problemi economici che una deflazione del debito causerebbe.

Invece ritarderanno, come tutti i politici fanno, il giorno della comprensione e lasceranno che i futuri politici si occupino di una crisi economica ancora più ampia come il risultato del mettere solamente un cerotto agli attuali problemi.

I politici salvano i loro attuali posti lasciando che i contribuenti ed i futuri politici soffrano di più grandi problemi lungo la strada.
Forse è stata proprio la visione della futura inflazione e della valuta in declino che avevano in mente gli operatori di cambio estero mentre abbattevano il valore dell’euro la scorsa primavera.
I difensori della stampa di denaro e dell’aumento di tasse e debito — per la bellezza di più di un trilione di dollari — sul contribuente europeo (settentrionale) in modo da prevenire le predite delle banche, chiamano queste mosse “salvataggio dell’euro”.

Ma poche persone chiedono, Perchè l’euro vale un simile prezzo da pagare?
Con più alti prezzi e più bassi standard di vita che comporta il “salvataggio dell’euro”, tutti gli europei — eccetto i banchieri ed i politici — starebbero meglio se si sbarazzassero dell’euro e se tornassero ad una valuta “meno costosa”.

Come minimo i singoli paesi dovrebbero decidere se volessero forzare i propri cittadini a soffrire per le conseguenze della stampa di denaro e degli eccessivi prestiti.

Sotto l’attuale scenario, i cittadini tedeschi ed i francesi (per la maggior parte) devono pagare per conto dei dissoluti portoghesi, irlandesi, italiani, greci e spagnoli.
La classica speranza dei funzionari del governo, se riescono ad eludere il default, è di allontanarsi dai loro debiti nazionali.

Ma anche questa idea è fraintesa.

Parlare di allontanarsi è basato sul fatto che:

  1. il debito nazionale di solito è visto come una percentuale del PIL; e
  2. più basso è il rapporto debito-PIL (ed il corrispondente livello di entrate tributarie del PIL), più facile sarà per il governo finanziare il debito.

Basandosi su questi fatti, i governi sanno che se il PIL sale mentre il debito rimane lo stesso o cresce più lentamente: più basso sarà il rapporto debito-PIL, meglio il governo tornerà in forma.
Ma come può essere che una economia in crescita — definita come la produzione di maggiori beni e servizi — aiuti a ridurre il debito del governo? Come fa l’esistenza di maggiori beni fisici ad aiutare il governo a ripagare i suoi creditori? Sostanzialmente non può.
Un aumento nel PIL (anche “reale”) non rappresenta la quantità con cui i beni fisici sono aumentati: il PIL è primariamente una funzione dell’inflazione e sale solo con l’espansione monetaria.

La produzione fisica non può essere misurata in termini di denaro, perchè il valore del denaro non è statico, anche dopo gli aggiustamenti per gli aumenti del CPI (indice dei prezzi al consumo, ndt).
Inoltre quello che accade realmente quando il governo ha un’economia “che si allontana dal debito”, è che il governo sta stampando più denaro e sta spingendo su i prezzi dei beni finali (ovvero, il PIL) facendo in modo che la banca centrale compri il debito del governo ed espanda il credito bancario — ed a volte permette che l’offerta monetaria aumenti e la valuta cali.

Il PIL sale; il debito come una percentuale del PIL cala.
Questa stampa di denaro permette al governo di:

  1. fare in modo che la banca centrale monetizzi il suo debito;
  2. redistribuire il potere d’acquisto dai risparmiatori al governo; e
  3. ridurre il valore del debito, che è ampiamente calcolato in dollari.

In altre parole riduce il proprio carico di debito facendo in modo che paghino i cittadini.

L’Effetto sugli Stati Uniti

Gli europei non sono i soli preoccupati su come la crisi del debito influenzerà le loro economie; lo sono anche gli americani.

Alcune discussioni su come i problemi dell’Europa influenzeranno gli Stati Uniti sono corrette, altre invece no.

Questa sezione valuterà alcune delle più comuni previsioni degli effetti di queste cause economiche.
Dennis P. Lockhart, presidente ed amministratore delegato della Federal Reserve di Atlanta, in un discorso lo scorso anno ha esposto molto sulla questione relativa alla crisi dell’euro e su come potrebbe influenzare la crescita americana.

Ha citato tre fattori primari.

Il primo è che, a causa della debole crescita, la domanda europea per le esportazioni americane potrebbe crollare.

Questa è un’affermazione vera, ma l’effetto in generale di uno “shock commerciale” sarebbe minimo, se non del tutto positivo.

Questo perchè se gli americani manderanno meno beni all’Europa, ne avranno di più per loro rendendo i prezzi interni più bassi.

In più se la domanda si indebolisce in Europa e specialmente se è diminuita attraverso un’offera di denaro in calo e prezzi in calo, restando tutto il resto uguale, le cose costeranno meno in Europa.

Ciò permetterebbe agli americani di comprare più beni a prezzi più bassi, aiutando così lo stato della loro economia. [1]
Il secondo effetto della crisi dell’euro citato da Lockhart è connesso al primo: che l’avvicendamento di valuta rifugio dall’euro al dollaro possa aumentare il valore del dollaro e danneggiare la competitività nelle esportazioni.

Anche qui gli esportatori potrebbero essere danneggiati, ma gli importatori, inclusi tutti i comsumatori, guadagnerebbero.

Oltretutto la crescita economica non viene dallo spedire più beni fuori dal paese; deriva dall’avere più beni all’interno del paese.

Una quantità crescente di beni fisici, non un PIL in crescita, è l’essenza della crescita economica.
In più gli scambi di capitale verso gli Stati Uniti che si originerebbero dal risk aversion in Europa sarebbero temporanei.

Ed i cambiamenti nei prezzi dei beni tra i due paesi indotti dalla valuta e risultanti dagli scambi di capitale, metterebbero probabilmente in moto un meccanismo di auto-correzione in base a cui coloro impegnati nel commercio internazionale riaggiusterebbero i valori della valuta affinchè possano essere in linea con la relativa parità in potere d’acquisto tra le due regioni.
La terza spiegazione di Lockhart di come il debito dell’Europa possa influenzare l’economia degli Stati Uniti è quella di uno shock del sistema finanziario trasmesso attraverso il sistema bancario o attraverso il ritiro dal debito sovrano.

Ciò è possibile solo in certi scenari.
Finchè sono coinvolte le emissioni bancarie, poichè il sistema bancario dell’Europa e l’offerta di denaro è separata dalla nostra, i problemi finanziari in Europa sarebbero per la maggior parte contenuti.

I rischi possibili, tuttavia, dipendono dall’entità del debito europeo o delle quote nelle banche europee posseduti dalle società finanziarie americane, le quali potrebbero fallire.

Ampie perdite su questi investimenti potrebbero di fatto causare perdite di capitale e bancarotte negli Stati Uniti, indebolendo così il sistema finanziario.
Fortunatamente per noi le banche statunitensi sono poco esposte.

Per esempio, la scorsa primavera, all’inizio della crisi, la Banca d’America aveva 1,3$ miliardi di investimenti in Grecia e 731$ milioni in Portogallo. JPMorgan Chase aveva 2,1$ miliardi nei due paesi. Queste sono piccole quantità in relazione al totale degli investimenti nei loro portafogli.

Piccole e medie banche non sono probabilmente esposte affatto.
C’è anche preoccupazione per le compagnie finanziarie americane — in caso di default di governi europei — essendo in una cattiva situazione dovendo sborsare di più in CDS rispetto a quanto si possano permettere.

Anche ciò infatti, in dipendenza dalla grandezza, potrebbe essere una minaccia significativa al sistema finanziario ed all’offerta di denaro negli Stati Uniti.
Fintanto che una ritirata degli investitori dal debito sovrano americano è possibile, gli effetti sarebbero probabilmente benefici.

Come meno capitale che va nelle casse del governo e più negli investimenti del settore privato, l’economia ne potrebbe soltanto beneficiare.

Tuttavia con una diminuzione dei finanziamenti, il governo dovrebbe velocemente rendere effettive misure d’austerità.
Vero, con una domanda in declino per i bond del governo i tassi d’interesse statunitensi aumenterebbero.

Ma un passo indietro verso il “tasso naturale” — in opposizione ad un tasso artificialmente basso — è probabilmente necessario per:

  1. restaurare un equilibrio nei mercati dei prestiti (per esempio, equilibrio tra investimenti in beni capitali e beni al consumo industriali); e
  2. rallentare il ritmo della creazione di denaro.

Tale incremento nel tasso d’interesse potrebbe abbassare i prezzi delle azioni, ma i prezzi delle azioni non sono connessi all’economia reale.

Illustriamo un’altra visione di come l’economia degli Stati Uniti potrebbe soffrire per i problemi del debito europeo, l’economista Ed Yardeni evidenzia che un dollaro più forte danneggerebbe i profitti aziendali. [2]

Egli dice che “con i prodotti europei più economici rispetto ai prodotti statunitensi, i consumatori negli Stati Uniti ed in altre parti del mondo potrebbero comprare dall’Europa piuttosto che dagli Stati Uniti.

E gli amerciani saranno più ansiosi di comprare la merce importata meno costosa“.

Ciò sarebbe ovviamente vero se il tasso di cambio del dollaro salisse e rimanesse ad un livello elevato mentre i relativi prezzi al consumo tra i due paesi rimanessero uguali.

Ma qualsiasi aumento sostenuto nel dollaro sarebbe basato sul fallimento dell’euro.

E se l’euro dovesse fallire, non sarebbe il risultato di un default sul debito e di una deflazione monetaria (il primo dei due casi monetari menzionati all’inizio di questo articolo) come le persone sembrano credere, ma come il risultato di una espansione monetaria ed inflazione causati dalla ricerca della BCE di salvare le banche (il secondo caso monetario).
In questo scenario un dollaro in crescita rispecchierebbe principalmente il cambiamento nel potere d’acquisto tra le due regioni basato sui cambiamenti nei tassi d’inflazione.

Perciò, in termini reali, i relativi prezzi al consumo — e così gli scambi commerciali ed i profitti — rimarrebbero gli stessi.
Al contrario, come menzionato precedentemente, un default europeo sul debito come risultato di perdite bancarie, contrazione monetaria e successivi prezzi in caduta — opposto all’espansione monetaria e prezzi in ascesa — porterebbe l’euro in salita, non in caduta.

Conclusione

Sebbene ci siano alcune possibili minacce all’economia degli Stati Uniti risultanti da una crisi del debito europea, le probabilità sono poche di effetti trasmissivi dannosi.

Se tali effetti avversi avessero luogo, le probabilità sono ancora minori che il danno sarebbe maggiore.

Ma questi eventi futuri possibili possono essere visti chiaramente solo attraverso la cristallinità della solida teoria economica del libero mercato.

Note

[1] Qui sto solo presentando l’altro lato della stessa medaglia. Il fatto è che provare a predire quali cambiamenti nel commercio e nelle entrate del commercio avrebbero luogo può essere davvero un’impresa, perchè ci sono molte condizioni specifiche possibili sotto le quali i tassi di cambio ed i prezzi dei beni potrebbero cambiare tra i paesi ed inoltre molte possbili reazioni ed effetti che potrebbero aver luogo come risultato. Per essere precisi, dovremmo conoscere esattamente quali fossero i fattori economici che avrebbero avuto luogo (per esempio, inflazione contro deflazione; cambiamenti nei tassi di cambio indotti dai relativi prezzi o cambiamenti indotti dai temporanei scambi di capitale; specifiche politiche del governo istituite come risultato del cambiamento delle condizioni economiche, ecc.).

[2]  Anche considerando che molte compagnie che hanno affari in Europa proteggono le loro vulnerabilità monetarie.

Articolo originale tratto da http://mises.org

Traduzione tratta da http://johnnycloaca.blogspot.com

La Tragedia dell’Euro ed il Caso della Grecia

12 luglio 2011

Articolo di Philipp Bagus

Gli sviluppi fiscali in Grecia sono paradigmatici della tragedia dell’euro e dei suoi incentivi.

Quando la Grecia é entrata nell’Unione Monetaria Europea, la combinazione di tre fattori ha generato gli enormi deficit.

Primo, la Grecia fu ammessa ad un vero alto tasso di cambio.

A questo tasso ed ai salari in vigore, molti lavoratori non erano competitivi al paragone degli altri lavoratori dei paesi nordici.

Per alleviare questo problema, le alternative erano:

  1. ridurre i saggi salariali per aumentare la produttività,
  2. incrementare la spesa del governo per sussidiare la disoccupazione (con assegni di disoccupazione o schemi di pensionamento anticipati), oppure
  3. assumere questi lavoratori non competitivi direttamente come lavoratori pubblici.

A causa dei sindacati la prima alternativa fu messa da parte.

I politici scelsero la seconda e terza alternativa, che implicavano deficit più grandi.
Secondo, entrando nell’Unione Monetaria Europea il governo greco era ora sostenuto da una implicita granazia di salvataggio da parte della BCE e degli altri membri dell’UME.

I tassi d’interesse sui bond del governo greco caddero e si avvicinarono ai rendimenti di quelli tedeschi.

Di conseguenza i costi marginali dei grandi deficit furono ridotti.

I tassi d’interesse furno abbassati artificialmente.

La Grecia ha sperimentato diversi default nel ventesimo secolo ed ha conosciuto alti tassi d’inflazione ed alti deficit come anche un deficit cronico della bilancia commerciale.

Ciononostante fu in grado di indebitarsi a quasi gli stessi tassi della Germania, un paese con una storia fiscale conservatrice ed un’impressionante eccedenza della bilancia commerciale.
Terzo, entrò in gioco la tragedia dei beni comuni.

Gli effetti del comportamento fiscale sconsiderato della Grecia poterono essere parzialmente esternalizzati agli altri membri dell’UME poiché la BCE accettò i bond del governo greco come garanzia collaterale per le loro operazioni di prestito.

Le banche europee avrebbero comprato bond del governo greco (pagando sempre un premio in confronto ai bond tedeschi) ed avrebbero usato questi bond per ricevere un prestito dalla BCE ad un tasso d’interesse più basso (attualmente al 1% d’interesse per un accordo altamente proficuo).
Le banche hanno comprato i bond greci perché sapevano che la BCE avrebbe accettato questi bond come garanzia collaterale per nuovi prestiti.

C’era una domanda per questi bond greci perché il tasso d’interesse pagato alla BCE era più basso rispetto all’interesse che le banche ricevevano dal governo greco.

Senza l’accettazione dei bond greci da parte della BCE come garanzia collaterale per i suoi prestiti, la Grecia avrebbe dovuto pagare tassi d’interesse molto più alti.

Infatti il governo greco é stato salvato o sostenuto per lungo tempo dal resto dell’UME in una tragedia dei beni comuni.
I costi dei deficit della Grecia furono parzialmente spostati ad altri paesi dell’UME.

La BCE creò nuovi euro, accettando i bond greci come garanzia collaterale.

I debiti greci vennero così monetizzati.

Il governo greco spese il denaro che ricevette dalla vendita dei bond per vincere ed incrementare il supporto tra la sua popolazione.

Quando i prezzi iniziarono a salire in Grecia, il denaro andò verso altri paesi, facendo aumentare i prezzi nel resto dell’UME.

Negli altri Stati membri, le persone videro i loro costi d’acquisto aumentare più velocemente rispetto alle loro entrate.

Questo meccanismo implicava una redistribuzione in favore della Grecia.

Il governo greco veniva salvato dal resto dell’Unione Monetaria Europea in un trasferimento costante del potere d’acquisto.
Dove é stata spesa parte di questo denaro? Eventi improduttivi.

Lasciate governi e Stati al di fuori dell’economia se volete prosperità per i vari paesi.

Estratto dall’articolo originale tratto da http://mises.org/

Traduzione tratta da http://johnnycloaca.blogspot.com/

L’Azzardo Morale dell’Euro

12 luglio 2011

Articolo di Jesus Huerta de Soto

E’ un grande piacere per me presentare questo libro del mio collega Philipp Bagus, uno dei miei più brillanti e promettenti studenti.

Il libro ha una tempistica estremamente calzante col periodo e mostra come l’organizzazione interventista del sistema monetario europeo abbia condotto al disastro.
L’attuale crisi del debito sovrano è il risultato diretto dell’espansione del credito da parte del sistema bancario europeo.

All’inizio degli anni 2000, il credito fu espanso specialmente nella periferia dell’Unione Monetaria Europea ovvero in Irlanda, Grecia, Portogallo e Spagna.

I tassi d’interesse furono ridotti sostanzialmente dall’espansione del credito accompagnati da una caduta sia nelle aspettative dell’inflazione e sia nei premi al rischio.

La brusca caduta nelle aspettative inflazionistiche fu causata dal prestigio della nuova Banca Centrale Europea, una copia della Bundesbank.

I premi al rischio furono ridotti artificialmente a causa del sostegno previsto da nazioni più forti.

Il risultato fu un boom artificiale.

Si svilupparono bolle nei prezzi degli asset come la bolla immobiliare in Spagna.

Il denaro creato da poco fu primariamente iniettato nei paesi della periferia dove ha finanziato il sovraconsumo e gli investimenti improduttivi, principalmente nei settori edilizi ed automobilistici. Allo stesso tempo l’espansione del credito ha anche aiutato a finanziare ed espandere l’insostenibile Stato Assistenziale.
Nel 2007 iniziarono a palesarsi gli effetti microeconomici che invertono qualsiasi boom finanziato dall’espansione del credito e non da risparmi reali.

Iniziarono ad aumentare i prezzi dei mezzi di produzione come le merci ed i salari.

Salirono anche i tassi d’interesse a causa della pressione inflazionistica che fece ridurre alle banche centrali le loro posizioni espansionistiche.

Infine i prezzi al consumo dei beni iniziarono ad aumentare in relazione ai prezzi offerti dai fattori di produzione originari.

Divenne sempre più ovvio che molti investimenti erano insostenibili a causa della mancanza di risparmi reali.

Molti di questi investimenti sono stati effettuati nel settore edilizio.

Il settore finanziario andò sotto pressione mentre i mutui venivano cartolarizzati, finendo direttamente o indirettamente nei bilanci delle istituzioni finanziarie.

La pressione culminò col collasso della banca d’investimento Lehman Brothers, che condusse ad un vero e proprio panico nei mercati finanziari.

Invece di lasciare che le forze di mercato facessero il loro corso, sfortunatamente, i governi interferirono con il processo necessario di aggiustamento.

E’ questa sfortunata interferenza che non solo ha impedito una ripresa più veloce e più completa, ma ha anche prodotto, come effetto collaterale, la crisi del debito sovrano della primavera 2010.

I governi hanno provato a sostenere i settori sovraestesi, aumentando la loro spesa.

Hanno pagato sussidi per acquisti di nuove automobili per sostenere l’industria dell’automobile ed hanno iniziato lavori pubblici per sostenere il settore edilizio come anche per sostenere il settore che ha prestato a queste industrie, il settore bancario.
Per di più i governi hanno sostenuto direttamente il settore finanziario dando garanzie per le loro passività, nazionalizzando le banche, comprando i loro asset o le partecipazioni parziali in esse.

Allo stesso tempo la disoccupazione è aumentata a causa dei mercati del lavoro regolamentati.

Le entrate del governo, eccetto le entrate erariali e quelle della previdenza sociale, sono colate a picco. Le spese per i sussidi di disoccupazione sono aumentate.

Le tasse corporative che sono state gonfiate artificialmente durante il boom in settori come quello bancario, edile ed automobilistico sono state completamente spazzate via.

Con entrate in calo e spese in ascesa, i deficit del governo ed i debiti sono lievitati come diretta conseguenza delle loro risposte alla crisi causata da un boom che non era sostenuto da risparmi reali.
La situazione della Spagna è paradigmatica.

Il governo spagnolo ha sovvenzionato l’industria automobilistica, il settore edile e l’industria bancaria, che si è espansa pesantemente durante l’espansione del credito nel boom.

Allo stesso tempo un mercato del lavoro molto inflessibile ha consentito al tasso di disoccupazione di salire al 20%.

Il deficit pubblico risultante ha iniziato a terrorizzare i mercati e gli altri Stati dell’Unione Europea, che infine hanno fatto pressione sul governo per fargli annunciare qualche timida misura di asuterità in modo da essere capace di continuare a contrarre prestiti.
A questo proposito la singola valuta ha mostrato uno dei suoi “vantaggi”.

Senza l’euro il governo spagnolo avrebbe quasi certamente svalutato la propria valuta come fece nel 1993, stampando denaro per ridurre il proprio deficit.

Ciò avrebbe implicato una rivoluzione nella struttura dei prezzi ed un immediato impoverimento della popolazione spagnola poichè i prezzi delle importazioni sarebbero aumentati.

Inoltre, con la svalutazione , il governo avrebbe potuto continuare sulla via della spesa senza alcuna riforma strutturale.

Con l’euro gli spagnoli (o qualsiasi altro governo nei guai) non hanno potuto svalutare o stampare direttamente la propria valuta per ripagare i debiti.

Ora questi governi devono impegnarsi in misure d’austerità ed in alcune riforme strutturali dopo la pressione da parte della commissione e degli Stati membri come la Germania.

Così è possibile che per il futuro si paleserà il secondo scenario come menzionato da Philipp Bagus nell’attuale libro.

Il Patto di Stabilità e Crescita potrebbe essere riformato e rinforzato.

Come conseguenza i governi dell’Unione Monetaria Europea dovrebbero continuare ad intensificare la loro misure di austerità e le riforme strutturali in modo da soddisfare il Patto di Stabilità e Crescita. Pressata da paesi conservatori come la Germania, tutta l’Unione Monetaria Europea seguirebbe la via delle politiche tradizionali in tempo di crisi effettuando tagli alla spesa.
Al contrario dell’Unione Monetaria Europea, gli Stati Uniti seguono ricette Keynesiane per le recessioni.

Nell’ottica Keynesiana, durante una crisi il governo deve sostituire una caduta nella “domanda aggregata” aumentando la sua spesa.

Così gli Stati Uniti spendono a deficit e praticano politiche monetarie estremamente espansive per “far ripartire” l’economia.

Forse uno degli effetti benefici dell’euro è stata una spinta per tutta l’Unione Monetaria Europea verso la via dell’austerità.

Infatti avevo già argomentato in precedenza che la singola valuta è un passo verso la giusta direzione poichè aggiusta i tassi di cambio in Europa e di conseguenza termina il nazionalismo monetario ed il caos dei tassi di cambio flessibili manipolati dai governi, in tempi di crisi.
Il mio caro collega Philipp Bagus mi ha sfidato sulla mia piuttosto positiva visione dell’euro sin da quando era uno studente della mia classe, puntando correttamente sui vantaggi della competizione tra valute.

Il suo libro, The Tragedy of the Euro, potrebbe essere letto come un’esposizione elaborata delle sue idee contro l’euro.

Mentre la singola valuta tiene lontano il nazionalismo in Europa da un punto di vista teorico, la domanda è, quanto stabile è la singola valuta oggi?
Bagus affronta la domanda da due angoli, fornendo allo stesso tempo i due obiettivi e contributi principali del libro: un’analisi storica delle origini dell’euro ed un’analisi teorica dei funzionamenti e dei meccanismi dell’Eurosistema.

Entrambe le analisi puntano nella stessa direzione.
Nell’analisi storica Bagus affronta le origini dell’euro e della Banca Centrale Europea.

Svela gli interessi dei governi nazionali, dei politici e dei banchieri nello stesso modo in cui fa Rothbard in relazione all’origine della Federal Reserve nel The Case Against the FED.

Infatti il libro potrebbe anche essere analogamente intitolato The Case against the BCE.
Considerando gli interessi politici, le dinamiche e le circostanze che hanno condotto all’introduzione dell’euro, diviene chiaro che l’euro potrebbe difatti essere un passo nella direzione sbagliata; un passo verso una valuta creata dal nulla ed inflazionistica designata per spingere da parte i limiti che la competizione e la politica monetaria conservatrice della Bundesbank hanno imposto in precedenza. L’analisi teorica di Bagus rende ancora più chiari gli scopi inflazionistici e l’organizzazione dell’Eurosistema.

L’Eurosistema è smascherato come un sistema auto-distruttore che conduce ad una massiccia redistribuzione in tutta l’Unione Monetaria Europea, con incentivi per i governi affinchè usino la BCE come un meccanismo per finanziare i propri deficit.

Mostra che il concetto della tragedia dei beni comuni, che io ho applicato al caso della riserva frazionaria, è anche applicabile all’Eurosistema, dove i diversi governi europei possono sfruttare il valore della singola valuta.
Sono fiero che questo libro venga reso disponibile al pubblico dal Mises Institute.

Il futuro dell’Europa e del mondo dipende dalla comprensione della teoria monetaria e dal funzionamento delle istituzioni monetarie.

Questo libro fornisce forti strumenti verso la comprensione della storia dell’euro e la sua perversa organizzazione istituzionale.

Se tutto andrà bene, può aiutare a far cambiare l’attuale corso verso un sistema monetario sensato nell’europa e nel mondo.

Originale tratto da http://mises.org/

Traduzione tratta da http://johnnycloaca.blogspot.com/

La tragica crisi dell’Europa

12 luglio 2011

Articolo di David Howden

Al cuore dell’attuale crisi in Europa ci sono le azioni della Banca Centrale Europea.

Come spiega Philipp Bagus nel suo nuovo libro, The Tragedy of the Euro, solo una comprensione dei veri costi che l’euro ha imposto al continente nel passato può gettare luce sulla via della futura ripresa.
Gli Stati membri dell’Europa, la Banca Centrale Europea (BCE) e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) hanno promesso oltre 200€ miliardi in fondi di salvataggio in modo da prevenire la diffusione di tumulti.

Questo è un grande drenaggio di fondi da una già aggravata situazione fiscale europea.
Standard & Poor’s ha abbassato di grado il debito del governo greco ad uno status di spazzatura il 27 aprile, nel bel mezzo di paure per un default.

Gli analisti di mercato hanno dato alla Grecia un 25-90% di possibilità di default per il suo debito, o di una ristrutturazione (un default in altre parole).

Con le sue mani legate entro l’area della valuta comune unica, non c’era alcun modo che il governo della Grecia potesse raccogliere indipendentemente i fondi necessari per rinegoziare le sue passività crescenti.

La Grecia rappresenta solo il 2,5% dell’economia totale dell’Eurozona, ma un salvataggio combinato da parte dell’ Europa, della BCE e del FMI per circa 110€ miliardi è stato considerato necessario per evitare il disastro.
Un contagio dilagante nel continente europeo avrebbe reso i problemi della Grecia un fenomeno esteso all’area europea.

Appelli per un salvataggio al fine di prevenire un contagio furono abbondanti, con l’isterismo che dilagava nel continente.
Infatti nulla di tale sorta sta accadendo.

Faremmo meglio ad ascoltare sull’argomento alcuna autorià se non Anna Schwartz: “Il contagio, se il termine è usato accuratamente, avviene solo in circostanze in cui altri paesi sono liberi dai problemi del paese che per primo ha sperimentato il problema e ha tuttavia sofferto di un’ingiustificata ostilità degli investitori“. (link pdf)

Come Bagus mette in chiaro nel suo libro, la parola “contagio” non sembra applicarsi in alcun modo all’attuale crisi del debito dell’Eurozona.

Una politica monetaria direzionata centralmente tramite la BCE a Francoforte ha promosso un programma di instabilità per oltre un decennio.

Una politica unica del tasso d’interesse per una più grande unione monetaria ha condotto a tassi d’interesse incontrollatamente divergenti nella realtà.

I paesi periferici con alta inflazione — quelli affettuosamente chiamati PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) — hanno assistito ai loro tassi d’interesse scendere in picchiata ai più bassi livelli che la maggior parte dei loro cittadini abbia mai visto.
Oggi nemmeno un paese nell’Eurozona sembra adatto per la definizione convenzionale della parola contagio — tutte le loro crisi sono connesse alla stessa causa centrale.
Una spesa frenetica è scaturita da questi tassi reali bassi.

La sensibilità dei tassi d’interesse degli asset — case ed altri progetti di costruzione — è stata gonfiata eccessivamente.

L’economia spagnola ha costruito 700,000 nuove case nel 2006, più di Germania, Francia ed Inghilterra (che ha sperimentato il proprio boom immobiliare) messe insieme.

Oggi la Spagna siede su un milione di case vuote, più di tutte quelle degli Stati Uniti.
Allo stesso tempo un tasso di cambio artificialmente alto ha causato una drammatica caduta dei prezzi d’importazione nei paesi periferici.

Gli italiani, gli spagnoli ed i greci — persone abituate a valute meno di valore rispetto ai loro vicini del nord — hanno visto dilagare una potente convergenza verso lo scambio estero nel continente durante la fine degli anni novanta ed i primi anni del 2000.

Il movimento verso una valuta comune sarebbe risultato in un valore comune della valuta.

La predominanza dell’economia tedesca, con il suo potente marco, ha significato che questi paesi periferici fossero forzati verso una valuta valutata maggiormente rispetto alle loro valute precedenti.
La conseguenza fu un’importazione alimentata dal boom consumistico.

I prezzi reali dei beni importati calarono drammaticamente.

Un’ampia ed insostenibile bilancia commerciale si è sviluppata tra i paesi meridionali e l’Irlanda.

Casualmente la Germania, il cui valore di cambio estero fu relativamente ridotto dall’adesione all’euro, ha sperimentato l’effetto opposto.

Le esportazioni tedesche divennero relativamente poco costose, portando ad un boom basato sull’esportazione.
Questo stato di affari sbilanciato non è arrivato al suo presente pinnacolo per conto suo.

Una politica monetaria centralizzata rappresentata dalla BCE ha scatenato effetti dannosi per tutti.

Questa è la reale tragedia dell’euro.
Dove tutto ciò lascia gli europei oggi? In mancanza di una uscita dalla valuta comune o una diretta monetizzazione dei loro debiti, Bagus spiega che ci sono cinque vie che un paese altamente indebitato può perseguire per evitare un default:

  1. Ridurre la spesa pubblica.
  2. Aumentare la competitività per stimolare le entrate tributarie.
  3. Aumentare le entrate tramite tasse più alte.
  4. Preseguire una crescita indotta dalla deregolamentazione.
  5. Infine, cercare un’aiuto esterno.

La cosa interessante è che il governo greco ha provato ognuna di queste politiche negli anni passati.

Le pensioni ed i salari del settore pubblico sono stati tagliati per ridurre la spesa pubblica.

Le leggi sugli straordinari e sulla rescissione del contratto sono state riformate per aumentare la competitività.

La tassa sul valore aggiunto è stata aumentata su tutti i beni, con uno speciale 10% d’aumento nelle tasse sul lusso (alcool, sigarette e benzina).

Le compagnie detenute dal pubblico sono state svendute, privatizzando i due-terzi del settore pubblico.

L’aiuto esterno è stato cercato in modo da mantenere il paese lontano dal default sovrano.
Sfortunatamente il fondo del salvataggio era solo una goccia nel mare.

Quando questi debiti scadono, la Grecia dovrà affrontare i suoi problemi di nuovo.

Gli aspetti fondamentali insostenibili della situazione non sono stati aggiustati.
Quando è stato il turno dell’Irlanda, le stesse opzioni sono state perseguite.

Tutto si è dimostrato essere insufficiente ed il paese ha richiesto anche un salvataggio per evitare il default.

Il prossimo paese, che sia il Portogallo, la Spagna, l’Italia o il Belgio — la lista va avanti — soffrirà dello stesso destino.
Senza una comprensione della vera natura della crisi, le politiche falliranno nel sistemare le cause alla sua radice.

Bagus dice che l’organizzazione istituzionale dell’unione monetaria non solo permete ma incoraggia anche il tipo di sbilanci che ora stanno diventando sempre più evidenti.

Salvataggi continui non risolveranno il vero problema.
Dove ora? Mirare agli effetti di una sistuazione insostenibile, come fanno gli attuali salvataggi, non fa alcunchè per aggiustare la situazione sottostante.

Forse un paese europeo può offrire una cartina verso la salvezza per i suoi colleghi assediati.
Due anni fa l’Islanda si trovò nel mezzo del peggiore collasso economico del mondo nel ventunesimo secolo.

Mentre diversi salvataggi internazionali furono mediati, l’enorme grandezza e la profondità del problema divennero subito evidenti — l’economia dell’Islanda era troppo grande per essere salvata.

Fu scatenata una gigantesca bancarotta del sistema bancario.
L’effetto a breve termine sembrò disastroso — la borsa collassò del 95% e la valuta dell’Islanda (la krona) cadde del 60% contro l’euro.

Ne risultarono due effetti positivi.

Primo, un tasso di cambio decimato fece ritornare il paese alla sostenibilità — un grande deficit nella bilancia commerciale si trasformò in un supplemento in crescita.

Secondo, la bancarotta in vigore costrinse il governo islandese a ridurre le spese drasticamente.

Invece di continuare ad alimentare una situazione insostenibile, gli islandesi hanno stretto le loro cinte e trasformato i deficit fiscali in supplementi.
Le economie europee hanno avuto finora poco bisogno di approvare simili tagli.

Come spiega Bagus, continuando ad accettare il debito sovrano europeo come garanzia per le sue operazioni di rifinanziamento (ed anche acquisti in toto di questi debiti non appena la situazione greca è peggiorata), i governi europei hanno continuato a dare poco retta ai loro sbilanci fiscali.

Il governo irlandese dovrà gestire un deficit di oltre il 30% del PIL quest’anno.

Tale situazione non può continuare a lungo.
La crisi Europea non è stata accidentale, né sarà risolta senza alcune ricerche delle sue reali cause. The Tragedy of the Euro di Philipp Bagus è una lettura essenziale per chiunque voglia sapere cosa affligga il continente europeo oggi e quali simili economie (inclusa quella degli Stati Uniti) dovranno affrontare la stessa sorte nel futuro.

Originale tratto da http://mises.org/

Traduzione tratta da http://johnnycloaca.blogspot.com

 

Intervista di Leonardo Facco a Francesco Carbone sul libro La Tragedia dell’Euro

12 luglio 2011

Tratto da Movimentolibertario.com e Usemlab.com

Bagus: La Tragedia dell’Euro

12 luglio 2011

libro Finalmente è disponibile il quarto libro della serie USEMLAB dal titolo La Tragedia dell’Euro che ho già presentato in anteprima al Tea Party di Prato e che ripresento qua con grande piacere.

La Tragedia dell’Euro si concatena perfettamente alla precedente pubbli­cazione di USEMLAB dal titolo Cosa è il Denaro e insieme formano un binomio perfetto sulla questione monetaria così come le prime tre uscite (il mio Prevedibile e Inevitabile, Inflazione Malattia Primaria e Cosa è il Denaro) insieme for­mavano, soprattutto se lette in ordine contrario a quello di pubblica­zione, una perfetta trilogia economica.

L’autore del libro, Philipp Bagus, è stato mio compagno di studi a Ma­drid nel corso di economia e nei seminari di dottorato tenuti da Huerta de Soto.

Ci conosciamo quindi da lunga data e la mia stima nei suoi confronti è enorme.

Alla luce dei suoi primi lavori accademici, il prof. Ba­gus si pone già senza dubbio come il più giovane e migliore erede in Europa della Scuola Austriaca di economia.

Bagus non solo ci spiega perchè il progetto Euro è destinato al fallimento o alternativamente alla costituzione di una nuova URSS europea, ma ci fornisce anche tutti gli strumenti necessari per comprendere come mai con il passaggio all’Euro si è avuto quel massiccio aumento dei prezzi che nel giro di poco tempo, nel nostro paese, ma anche in altri della comunità europea, ha portato al raddoppio degli stessi e conseguentemente ad una discreta erosione del potere di acquisto dei salari.

Nella mia postfazione mi prendo cura di riesaminare tutti questi fattori con una prospettiva tutta italiana, analizzando in particolare i benefici e gli svantaggi implicati dal passaggio alla moneta unica.

Ringrazio Silvano Fait e Leonardo Baggiani per il lavoro di traduzione e per la preziosa prefazione italiana, un altro valido contenuto offerto da questa versione rispetto all’originale in inglese pubblicato lo scorso anno dal Mises Institute.

Peraltro la nostra edizione contiene rispetto a quella del Mises i più recenti aggiornamenti che seguono le vicende relative ai paesi della UE fino alla tarda primavera del 2011.
Anche se nella scorsa settimana l’ennesimo accordo per concedere ulteriori prestiti alla Grecia si è risolto in un altro salvataggio dei mercati finanziari e azionari in particolare, la crisi dei debiti sovrani rimane più attuale che mai ed è foriera di nuove interessantissime evoluzioni già da qua a fine anno.
Gli italiani non possono più permettersi di ignorare i retroscena legati all’introduzione dell’Euro, le sue imjplicazioni, le sue conseguenze e quindi i probabili scenari futuri.

Davvero La Tragedia dell’Euro si pone come una delle letture estive più importanti e indispensabili per capire le ragioni che quanto prima, per effetto di un rapido contagio, potrebbero portare tutta la UE verso una crisi profonda e irreversibile, finora evitata a suon di centinaia di miliardi creati dal nulla e prestati alle banche e ai paesi più in difficoltà.
I trasferimenti di denaro e la redistribuzione di ricchezza legati alla moneta unica potrebbero presto imporre a tutti i cittadini della UE conseguenze ancora più pesanti di quelle costituite dall’aumento dei prezzi subito successivamente al 2002. Questo libro è in grado di offrire in dettaglio tutte le ragioni di questa evoluzione. Se la Grecia è arrivata alla rivolta sociale, che in maniera agonizzante si protrae da oltre un anno e ieri è quasi sfociata in guerra civile, è possibile che in questo paese, e negli altri paesi della UE ancora non toccati da una severissima crisi fiscale, gli stessi fenomeni emergeranno in tempi molto più rapidi.
Ignorare questo libro sarà quindi un tragico errore tanto quanto lo è stato ignorare le nostre analisi che sin dal 2002 hanno spiegato e anticipato, in maniera lucida e puntuale, la crisi economica del 2008.

Analisi che, verificate dagli avvenimenti oggettivi, in un certo qual modo potevano permettere a tante persone di difendersi dalla massiccia confisca di valore perpetrata dall’establishment economico ma soprattutto da quello politico.
Il libro è disponibile da oggi nel nostro nuovo SHOP.

La piattaforma è decisamente più evoluta e ci permetterà, speriamo, una migliore gestione degli ordini da parte nostra e una migliore soddisfazione di navigazione da parte degli utenti.

Per qualunque chiarimento o problema (è possibile che ancora ci sia qualche bug da mettere a posto, oltre a diversi dettagli minori ancora da sistemare) non esitate a contattarci al solito indirizzo ask@usemlab.com

Tratto da http://www.usemlab.com/

Conversazione su TVRadicale con David Mazzerelli (Tea Party Italia) sul Tax Freedom Day di Prato

24 giugno 2011

Tratto da http://www.tvradicale.it/

 

Il Tax Freedom Day di Prato sui giornali

24 giugno 2011

Si svolgerà a Prato il “Tax freedom day 2011″ italiano

24 giugno 2011

Tea Party Italia sabato 25 giugno presso Officina Giovani organizza una giornata di incontri e confronti su temi di stretta attualità comunale e nazionale

Articolo di Alice Gigliotti

Il movimento del  Tea Party Italia con il “Tax Freedom Day” mira ad attirare l’attenzione sui temi che interessano maggiormente la comunità e lo fa attraverso dibattiti, proposte e intrattenimento.

Questo movimento nasce nel maggio del 2010 e ormai ha messo radici in tutta Italia; numerosi e ben organizzati gruppi di aderenti li troviamo in Piemonte e in Lombardia, molti dei quali saranno presenti ad Officina Giovani.

Tra i tanti simpatizzanti del movimento c’è anche l’attore Enrico Montesano, il quale ha deciso di partecipare come ospite all’evento di sabato a Prato.

E’ stata scelta Prato per tornare alle origini toscane del movimento e anche perchè , secondo i coordinatori, Prato rappresenta in maniera limpida ciò che la crisi economica ha portato in italia.

In occasione delle ultime elezioni amministrative il Tea Party ha fatto sntire la propria voce per mezzo dei propri candidati in diversi comuni italiani.

I candidati, eletti, si sono impegnati a non votare a favore di provvedimenti relativi alle imposte fiscali secondo il criterio del coordinatore nazionale David Mazzerelli ”non c’è abbassamento di tasse, senza un abbassamento delle spese pubbliche“.

Il Tea Party sostiene che nelle amministrazioni gestite da enti pubblici ci sono troppi sprechi e i soldi vengono utilizzati in modo non del tutto appropriato, il movimento è a favore dell’intervento dei privati per le gestioni pubbliche “in tanti  campi non sapremo se il privato potrebbe fare del bene, ma sappiamo che il pubblico ha fallito“.

In riferimento all’ultimo referendum popolare avvenutosi nei giorni 12,13 giugno scorso i coordinatori nazionali del movimento parlano di “mancata informazione“, “lo Stato non deve dire ai cittadini cosa è giusto per loro, deve trattarli da adulti resposabili“.

Il movimento critica anche i giovani che scesero in tutte le piazze d’Italia per protestare contro la riforma universitaria del ministro Gelmini.

I coordinatori del Tea Party Zecchi e Mazzerelli sostengono che quei giovani fossero poco informati sulla situazione in cui si trovava l’università e poco informati su come sarebbe cambiata grazie alla riforma. Anche di questo si parlerà al Tax Freedom day.

Durante la giornata di sabato gli organizzatori puntano ad avere una maggiore collaborazione anche con il comune di Prato, saranno ospiti dalle 18.00 in poi : il Sindaco Roberto Cenni, Riccardo Bini, Andrea Bonacchi, Nicola Oliva, Giorgio Silli, Cosimo Zecchi e altri esponenti politci.

Nelle stesse ore si terrà un dibattito tra i giovani sull’intervento statale nelle politiche giovanili e sulla situazione in cui si trovano a vivere i giovani basandosi su uno studio che sostiene Prato e Pistoia essere i posti migliori in cui vivere per gli under 30.

In serata musica ed intrattenimento per i giovani.

Tratto da http://www.ilsitodiprato.it

Tea Party Prato: Tax Freedom Day 2011

24 giugno 2011

In occasione del Tax Freedom Day 2011, il giorno in cui si smette idealmente di lavorare per lo stato e si comincia a lavorare per se stessi e per la propria famiglia il Tea Party Italia torna a Prato con un grande evento nazionale.

Ore 17.00
Inizia il Tax Freedom Day!
Ospiti:
- Enrico Montesano, attore
- Francesco Carbone, economista, fondatore Usemlab.com
Modera: Giacomo Zucco, Portavoce Nazionale Tea Party Italia

Ore 18.00 Libero Mercato contro Stato Assistenziale. Le proposte da Prato per uscire dalla crisi.
Porterà il proprio saluto: – Roberto Cenni, Sindaco di Prato
Ospiti:
- Enrico Montesano, attore
- Francesco Carbone, economista, fondatore Usemlab.com
Interverranno:
- Riccardo Bini, Andrea Bonacchi, Gerardo Furzi, Francesco Innaco, Vittorio Lanna, Giovanni Luchetti, Alberto Magnolfi, Nicola Oliva, Mario Tognocchi, Giorgio Silli, Cosimo Zecchi
Modera: Carlandrea Poli, giornalista e Giacomo Zucco

Ore 18.00
In parallelo dibattito tra i giovani.

Progetti ed idee che vanno ben oltre la movida notturna.

Quanto lo stato e le amministrazioni locali hanno il diritto di occuparsi delle vite e del tempo libero dei ragazzi? Ha senso l’esistenza di un assessorato alle politiche giovanili?
Un recente studio dice che prato è il miglior posto dove vivere per gli under 30.

Cosa c’è di vero?
Modera: Luca Benesperi

Dalle 20.00 apericena offerta dall’Agriturismo Sottotono
Dalle 22.00 DJ Set dell’associazione CAPANNO BLACK OUT http://www.myspace.com/capannoblackout
Evento all’interno della programmazione di DRASTIC SUMMER http://www.facebook.com/pages/Drastic-Summer/215181248512549?sk=wall

SPECIAL PARTNER DELL’EVENTO:
Agriturismo Sottotono www.agriturismosottotono.it

HOTEL CONVENZIONATO:
Hotel Flora
www.hotelflora.info
0574 33521

Associazioni partner che aderiscono all’evento: Confcontribuenti, Rete Liberal, Junior Chamber International (JCI) – Prato

info:
Saba Zecchi
saba.zecchi@teapartyitalia.it
377.4178051
David Mazzerelli
david.mazzerelli@teapartyitalia.it

Ron Paul sulla morte di Bin Laden

4 maggio 2011

Se la morte di Bin Laden chiude un decennio lasciando aperti numerosi e inquietanti interrogativi sul futuro…

4 maggio 2011

http://iovotopli.files.wordpress.com/2011/05/not_found-full.gif?w=243&h=243Nella notte del 2 maggio 2011, Barack Obama ha comunicato alla Nazione e al mondo intero che Osama Bin Laden è stato ucciso.
Lo sceicco del terrore fondatore di Al Qaeda, uno degli ideatori della strage dell’11 settembre 2001, l’uomo più ricercato al mondo da quasi due decenni è finalmente morto; ma al di là delle dichiarazioni retoriche e celebrative per tale evento da parte di tutti i media e osservatori di fatti internazionali sulla rete sia per ragioni empatiche dettate naturalmente dalle conseguenze di quella terribile giornata di settembre che da considerazioni politiche di parte ben sapendo che la notizia è stata comunicata non da quel cattivo Repubblicano neocon di Bush jr ma dal Messiah dei liberals, già premio Nobel per la Pace il quale ora  potrà godersi dopo tale annuncio per qualche mesetto una crescita nei consensi personali dopo un profondo declino culminato nella cocente batosta Democrats del midterm.
Certamente tale notizia avrà un impatto senza dubbio a lui favorevole in vista del 2012 sebbene sia ancora troppo presto per stabilire quanto tale euforia durerà e quanto e quali effetti politici interni produrrà tale rinnovata luna di miele con gli americani, tenendo conto  che nel frattempo la grave crisi economica continua a peggiora nonostante tutti i trilioni di dollari stampati dalla Fed; è quindi d’obbligo per lui riorientare il proprio messaggio sull’ambito della politica estera (dove comunque non pare brillare in modo eccelso avendo in contemporanea ben 3 conflitti in corso) anzichè su quella interna.
E’ bene porre chiaramente alcuni punti che ci inducono a ridimensionare la portata di tale strombazzata notizia, tanto più dato che al momento i dettagli sulla sua uccisione sono alquanto confusi e certo la mancanza di foto e di documenti che ne attestino la sua effettiva eliminazione lasciano parecchi dubbi sull’operazione e sopratutto sulle modalità di tale uccisione.
Non abbiamo prove concrete della sua avvenuta morte, la cosa può suonare anche complottista e perfino negazionista, ma non si può razionalmente evitare di tener conto come alcune foto del suo rifugio, un autocertificato test del Dna da parte degli stessi americani (i quali da tempo detenevano campioni genetici suoi e dei suoi parenti) e la ormai famosa dichiarazione notturna di Obama, non siano prove in sè sufficienti ad avvallare con certezza tale notizia, sia perchè abbiamo a che fare con un latitante ricercato da parecchio tempo, sia perchè già in passato sono circolate più volte finte notizie circa la morte di Bin Laden anche negli ambienti degli stessi servizi segreti pakistani e statunitensi in seguito rivelatesi delle clamorose bufale.
Il fatto che in questa occasione manchi una tangibile testimonianza visiva della sua morte e del suo cadavere deve anzitutto porci quantomeno in uno scetticismo cautelativo su tale notizia.
Ma ammettendo che tale notizia sia vera nel suo risultato compiuto, cioè che Osama Bin Laden sia stato ucciso e prontamente sepolto in mare (il “famoso mare di Islamabad”….!!!) senza realizzare nessuna foto attestante il suo effettivo decesso sul cadavere (sembra comunque che in realtà le foto ci siano sebbene benchè sia già stata diffusa la notizia della sua morte ai quattro venti, il Pentagono, il Dipartimento di Stato e lo stesso Obama vogliano riservarsi il diritto di non renderle note al mondo per paura che i fondamentalisti islamici possano infuriarsi, come se la notizia semplice priva di immagini li abbia invece resi felici….!), questo in sè non ci dimostra la modalità di come sono andati i fatti riguardanti la sua uccisione, inoltre significa ben poco se davvero pensiamo che il terrorismo islamico sia terminato con la sua morte.
Non solo la sua uccisione non riduce nè il rischio potenziale e arbitrale (in quanto soggettivo per adozione) della pratica del terrorismo islamista da parte dei musulmani, nè la pericolosità di Al Qaeda quantomeno a livello organizzativo dato che tale rete terroristica non si avvale di una struttura centralizzata e verticistica ma su cellule e organizzazioni locali del tutto slegate da una cabina di comando.
Secondo molti esperti di antiterrorismo il franchising globale del terrore islamico ideato da Bin Laden  è divenuto da tempo del tutto autonomo e indipendente dal suo principale artefice e certamente esso rimane operativo nelle varie zone del mondo facendo leva su organizzazioni e associazioni terroristiche presenti in loco senza alcuna diretto legame con il suo ispiratore.
Certo la morte di Bin Laden toglie appeal e attrattiva specie nel mondo islamico a tale network in quanto in passato anche la stessa al Qaeda ha fatto credere che tale movimento fosse alle strette dipendenze dello sceicco del terrore e la sua immagine e icona è divenuta entro una certa strategia di marketing fondamentalista un punto di riferimento per tale genere di ideologia; ma questa strategia di personalizzazione dell’organizzazione aveva una funzione puramente comunicativa sulle masse, non era direttamente l’espressione-specchio di una vera sua strutturazione interna così definita, sarebbe quindi un errore non tenerne conto a livello di analisi o di commento alla notizia.
Dalla guerra in Iraq, sopratutto nel contesto iracheno e mediorientale si è realizzato un decentramento formale delle decisioni prese da tale network per quanto riguardava la strategia terroristica e l’ideazione degli attentati a livello locale non solo contro gli occidentali (Londra e Madrid) ma anche contro gli stessi interessi musulmani (si pensi alle bombe in Egitto, Marocco o lo stesso Iraq) che certo a differenza dell’attentato di New York ha dato meno peso al ruolo di ideazione e pianificazione da parte dei vertici di Al Qaeda (i quali al massimo si sono sempre riservati il ruolo di sostenitori o di “padrini” di tali iniziative).
A seguito dell’intensificarsi della guerra in Afghanistan e del secondo fronte iracheno, il nuovo standard dell’organizzazione terroristica per tutto il medioriente è quindi divenuto meno centralista e più delocalizzato, tornando per certi versi ai suoi primordi fondativi degli anni ’90 (si pensi alle iniziative stragiste in Kenya e Tanzania).
La figura di Bin Laden era divenuta ormai perlopiù simbolica e retorizzata dai fondamentalisti come richiamo identitario, ma ormai del tutto ininfluente, tant’è che i gruppi terroristi islamici dei vari networks agivano già da tempo senza più rispondere direttamente a lui.
Quindi non solo Al Qaeda non è stata sconfitta da tale uccisione ma tale eliminazione rischia apparentemente di catalizzare il processo già oggi in atto, ovvero quello di una delocalizazione delle decisioni terroristiche entro i singoli contesti nazionali logistici delle varie cellule.
Tale indebolimento risulta allora una magra speranza a fronte di una radicalizzazione ulteriore da parte delle varie cellule islamiste locali e delle loro singole governance di riferimento, le quali avranno ora tutto interesse a motivare e definire una loro presenza operativa nei loro vari contesti di insediamento, al fine di mantenere una visibilità (e un potere di loro riferimento) al brand terroristico a nome dell’intera organizzazione.
Quindi è probabile che qualora non sia già stata decisa nel frattempo una nuova struttura dirigente verticistica tale da contenere tali spinte centrifughe localiste, assisteremo ad un emergere di nuove sigle e gruppi terroristici facenti parte di tale network con un accentuato radicalismo e fondamentalismo assai pericoloso per le possibili vittime (sia occidentali che musulmane moderate ritenuti contrastanti ai loro obbiettivi di supremazia ideologico-politica)
Tornando a Bin Laden, questi era già da tempo del tutto irrilevante sia nelle dinamiche interne del mondo arabo (come dimostrano le rivolte arabe in medioriente pro-libertà e democrazia) sia nella stessa galassia fondamentalista islamica (non a caso i suoi messaggi e i suoi video ultimamente non erano più aggiornati in quanto non più realizzati o quale segnale di un suo accentuato fatale isolamento dal resto dell’organizzazione).
Se osserviamo la sua ascesa mediatica sia all’interno della galassia fondamentalista islamica che a livello comunicativo, non è difficile riscontrare come egli abbia avuto entro tale contesto un ruolo di promoter di idee e tecniche terroristiche suicide delineandole ed esportandole su scala globale ben al di là dei confini del Medioriente (e della Palestina) al fine di riconfigurare e ridefinire il fondamentalismo e l’imperialismo islamico in chiave movimentista globale anti-crociato e anti-israeliano.
E’ stato finanziatore e speaker, figura carismatica per quel contesto fondamentalista per tutti gli anni ’90 sino al dopo 11 settembre, in seguito il suo peso nelle organizzazioni terroristiche si è ridimensionato, tant’è che al-Zawahiri (ancora in circolazione) è sempre stato considerato la vera mente di Al Qaeda.
Non è neppure da escludere che come in tutte le organizzazioni mafiose, anche in Al Qaeda vi fossero ultimamente dei malumori interni o delle fratture (anche in seguito all’evolversi incontrollato e imprevisto in medioriente delle varie rivoluzioni democratiche che di fatto ha tolto loro visibilità sia in merito a tali rivalità tra le correnti proponenti un modello centralista e quelle favorevoli ad un maggior decentralismo organizzativo jihadista) sfociate in qualche possibile soffiata all’intelligence pakistana (e da questa a quella americana).
E’ quindi assai probabile che la morte di Bin Laden potrebbe essere giunta in concomitanza di una qualche resa dei conti all’interno della stessa organizzazione terroristica, al fine di eliminare tale personalità ormai divenuta scomoda anche per la sua identificazione personalistica con il movimento all’interno del suo stesso network.
La morte di Bin Laden e le sue misteriose modalità potrebbero nascondere tale inquietante retroscena non ancora emerso sulle rivalità interne ad Al Qaeda come sua premessa per la riuscita dell’intera operazione.

Le ipotesi sono numerose: una possibile precedente uccisione da parte degli stessi suoi compagni terroristi, forse da parte di una delle sue guardie del corpo doppiogiochista con il successivo via libera ai servizi segreti pakistani dell’ISI?; una soffiata diretta ai servizi segreti pakistani o americani da parte di qualche agente infiltrato e successiva eliminazione da parte pakistana e statunitense?.
Ovviamente non lo sapremo mai come sono andati realmente i fatti, d’altronde sia ad Al Qaeda che al governo Usa conviene mantenere per ragioni antitetiche di opportunità l’attuale narrazione de fatti comunicata al mondo intero al fine di tratteggiarsi rispettivamente a livello pubblico massmediatico come gli afflitti sconsolati seguaci a fronte della perdita del loro leader spirituale (anzichè forse i principali responsabili della soffiata o della sua uccisione) e gli eroici vincitori (anzichè i semplici becchini del corpo di Bin Laden).

Pure ai servizi segreti pakistani (ISI) conviene tale descrizione ufficiale dei fatti per opera dei Navy Seals al fine di non innescare ulteriori turbolenze nel Paese circa le loro responsablità nella faccenda.

Nonostante le smentite sicuramente l’ISI è molto coinvolta in tale uccisione di Bin Laden (è ancora da chiarire se direttamente e materialmente o solo come tramite per la sua ufficializzazione concordata con Washington D.C. con il via libera all’operazione), come in parte sta emergendo in questi giorni successivi alla diffusione dell’annuncio, l’ISI era da tempo al corrente del luogo in cui dimorava Bin Laden.

Evidentemente l’ISI ha ritenuto non più vantaggioso difendere Bin Laden dato che forse ormai non contava più nulla neppure dentro alla sua stessa rete terroristica.

Tale condizione di irrilevanza fattuale di Bin Laden all’interno della stessa rete del terrore da lui in precedenza creata, ha dato poi l’opportunità per innescare tale sequela di eventi che hanno portato allo svolgimento della “retata” americana.
L’ISI sicura di poter operare senza ritorsioni qaediste, potrebbe essere stata se non la vera responsabile della morte di Bin Laden, certamente l’intermediaria per l’avvio delle operazioni americane coordinate dalla CIA.
Certamente c’è stata una qualche trattativa tra Usa (CIA) e Pakistan (ISI) affinchè i reparti delle forze speciali americane potessero intervenire (anche solo per rilevare il corpo) nel rifugio di Bin Laden su tacito consenso delle autorità pakistane.
La cosa è ovviamente smentita ma appare evidente che sia andata così, il Pakistan è un paese economicamente a rischio default e certamente gli americani sempre munifici nello stampar denaro fiat per i loro alleati, avranno promesso un qualche finanziamento (non ancora quantificato) del debito pubblico o una qualche rimodulazione nelle rate dei pagamenti dei debiti presso il FMI (forse pure una sostanziosa fornitura di armamenti militari per l’esercito pakistano), in cambio del permesso di inscenare tale operazione.

Cosa può succedere ora in medioriente con l’annuncio della sua morte?.

Paradossalmente le conseguenze rischiano di essere peggiori di quando questi era vivo (specie tenendo conto il suo ultimo periodo di declino mediatico) per via del già confuso e complesso (per non dire caotico) quadro vigente in medioriente a seguito delle varie crisi interne ai vari regimi.
La sua uccisione rischia fenomenicamente a livello comunicativo di alimentare la visibilità e la riorganizzazione vendicativa dei gruppi fondamentalisti islamici a fronte delle rivolte democratiche mediorientali che avevano oscurato i primi in questi mesi, costituendo una pericolosa giustificazione sia per una recrudescenza terroristica verso l’Occidente, sia un ottima motivazione per i dittatori dell’area mediorientale al fine di giustificare le repressioni sulla folla innocente non fondamentalista additandola con l’etichetta del “qaedismo” (come già avvenuto da parte di Gheddafi e di Assad ben prima della sua morte).
Insomma la morte di Bin Laden potrebbe essere controproducente in medioriente, in nordafrica e in particolare nel Golfo Persico per quei deboli movimenti politici democratici e riformatori che stanno cercando di guidare la loro popolazione alla rivolta contro i tiranni locali al fine di una maggior occidentalizzazione e liberalità delle loro società.
Non a caso i jihadisti anche se privi di una foto attestante il decesso dello sceicco non hanno negato tale decesso (il che dovrebbe indurci a dubitare circa il vero andamento degli eventi) e certamente non perderanno occasione per farne un martire inserendosi con più impeto fanatico all’interno di tale scenario convulso mediorientale al fine di non restarne tagliati fuori a seguito di una debolezza strategica e di consenso in sè già evidente anche presso le stesse società arabe.
Per come ragionano i qaedisti la morte di Bin Laden è certamente più utile della sua presenza da vivo, sia per ragioni di governance interna all’organizzazione terroristica sia come arma comunicativa da usare verso le masse al fine di alimentare il loro seguito.

Anche per i governi occidentali Bin Laden è strumentalizzabile meglio ora che è morto, infatti con l’ufficializzazione della sua morte, gli Usa e i governi europei possono giustificare l’innalzamento delle misure securitarie già presenti sin dal post-11 settembre.
In pratica i governi possono ora meglio narrare alle opinioni pubbliche nazionali che al fine di garantire a queste maggiori incolumità è necessario far fronte con nuove misure liberticide.

Il pericolo di una ritorsione qaedista (certamente verosimile sebbene ampiamente strumentalizzato massmediaticamente come sua portata), ridiventa  un “cavallo di Troia” per i governi occidentali per riproporre una sorta di “strategia della tensione” tesa a ridare un nuovo input al ruolo della sicurezza nazionale e alla necessità di giustificare il proseguo e semmai il rafforzamento delle pratiche securitarie illiberali (le quali comunque non hanno impedito lo svolgersi di gravi attentati come quelli di Madrid e Londra); questo a maggior ragione  in tempi di default di molti stati occidentali anche per impedire possibili intemperanze della popolazione contro gli esecutivi in crisi di consenso.
L’annuncio della certamente tardiva morte di Bin Laden farebbe parte come premessa di tale strategia orwelliana della “minaccia terroristica fantasma in modalità permanente” dato che quasi sicuramente alimenterà verosimilmente il rischio potenziale di vendette o attacchi terroristici da parte dei suoi seguaci sostenitori al fine di vendicarne il decesso, rinvigorendo il teorema dello scontro di civilità il tutto a favore di un proseguimento delle attuali leggi speciali antiterrorismo e delle varie conflittualità in giro per il mondo (facendo dimenticare e soffocare sul nascere nell’opinione pubblica occidentale l’immagine pacifica e modernista dei manifestanti nordafricani favorevoli a maggiori libertà e democrazia a casa loro).

Resta da porre un ulteriore considerazione su tale vicenda e riguarda la guerra al terrore lanciata dopo l’11 settembre in Afghanistan e la sua distinzione dal lavoro di intelligence operato nel frattempo in parallelo.
I due fenomeni non sono correlati tra loro e benchè neocon e falchi liberal in queste ore cerchino di porre le due cose come coincidenti e necessarie l’una non solo non giustifica la seconda e certamente l’uccisione di Bin Laden non ha nulla a che fare con la guerra in corso in Afghanistan.
Se ammettiamo come vera la versione ufficiale della Casa Bianca, l’uccisione di Bin Laden è stata una operazione di intelligence americana,  non mi pare che la guerra in Afghanistan o i bombardamenti (ben poco mirati) nelle zone di confine tra Pakistan e Afghanistan siano stati risolutivi per la sua uccisione, non solo perchè tale uccisione è avvenuta quasi 10 anni dopo l’inizio del conflitto, ma anche perchè la sua morte è avvenuta in un’area abitativa pakistana della estesa periferia di Islamabad (vicino addirittura ad una importante accademia militare guardacaso strettamente connessa con l’ISI e l’esercito pakistano!), completamente differente dagli scenari cavernicoli o tribal-rurali proposti dai cosiddetti analisti internazionali del Pentagono e della Nato per le loro giustificazioni belligeranti in tutti questi anni.
Inoltre sembra che le informazioni in merito al rifugio di Bin Laden fossero già in possesso della stessa CIA (probabilmente via ISI) sin dal 2008.
Come mai solo ora è partita tale operazione di uccisione?.
La ragione è presto detta, Obama è in crisi di popolarità gli americani sono pessimisti e propensi a considerare la guerra in Afghanistan un fallimento nonostante gli ingenti sforzi economici e le numerose perdite militari, ecco allora che la proclamazione dell’uccisione di Bin Laden serve al governo americano a rinfocolare unità e fiducia nella popolazione americana.
Poco importa a questa che il “trofeo di caccia” non sia visionabile nè che egli non fosse armato nel suo appartamento (quindi non si spiegherebbe nella versione ufficiale come mai la necessità della sua uccisione a sangue freddo da parte dei Navy Seals), gli americani possono finalmente illudersi che alzando i cori di giubilo nazionalistici e la bandiera del patriottismo tutti i problemi siano finiti, che l’11 settembre sia stato vendicato con la legge (coranica) del taglione verso il suo ideatore e che l’enorme deficit per le spese militari e le migliaia di caduti in guerra siano stati “necessari e doverosi”.

Quel che agli americani sfugge è semmai il chiedersi come mai si è preferito incrementare il surge militare negli anni scorsi nell’inutile conflitto afghano anzichè catturare immediatamente Bin Laden date le informazioni in possesso alla CIA da ben 3 anni!!?.

Perchè far morire inutilmente migliaia di soldati americani e NATO (compresi gli italiani) in una missione che non poteva avere alcuna possibilità di successo a priori poichè come noto dagli stessi servizi segreti statunitensi Osama Bin Laden era nascosto in tutt’altra Nazione?!!.
La guerra in Afghanistan aveva come scopo retorico iniziale la cattura o uccisione dei mandanti dell’11 settembre, questo è avvenuto ma in tutt’altra località e con modalità ancora da chiarire, Obama nel suo discorso notturno anzichè riconoscere tali dati di fatto e la necessità di porre fine a tale inutile conflitto militare afghano (favorendo semmai le operazioni di intelligence atte alla cattura degli altri componenti di Al Qaeda) ha invece dichiarato che le operazioni belliche continueranno, ma appare evidente che non solo tali operazioni militari siano rivolte verso un nemico che non è più Bin Laden ma come anche il loro scopo si inserisca entro una confusa visione tendente a identificare il popolo afghano nel suo complesso con i talebani e questi a loro volta con i qaedisti.
Questo comporterà non solo il proseguo di una recrudescente e dispendiosa guerra priva di uno scopo preciso (se non forse il completo genocidio di una popolazione ritenuta non a torto bigotta e reazionaria  ma non per questo necessariamente in toto terrorista e qaedista nel suo complesso) ma al contempo anche maggiori difficoltà a giustificare presso l’opinione pubblica americana (ormai soddisfatta per la compiuta vendetta/giustizia nei confronti del principale fautore dell’attacco terroristico all’America) un conflitto che mai come ora con (si spera) l’uscita definitiva di scena di Bin Laden morto in Pakistan (non in Afghanistan!), pare rivelare la sua vera inutile essenza.
Questo conflitto da oggi non si può più ammantare neppure nelle menti dei più ingenui “benpensanti” occidentali come un “giusto intervento per combattere il terrore e punire i colpevoli del più grave attentato terroristico avvenuto negli Stati Uniti e in occidente”.
Come paradossalmente Obama stesso ha delineato in nottata nel suo discorso e nella sua rinnovata retorica da progressista teso ad esportare “giustizia e libertà per tutti”, con il proseguo del conflitto afghano esso semmai risulterà  essere sempre più solo uno strano incrocio a meta via tra un bislacco Nation Building coatto verso una popolazione del tutto refrattaria a tale occidentalizzazione dei costumi e un’operazione poliziesca internazionale tesa a bloccare la produzione e il traffico di droga.
Appare evidente che con la morte di Bin Laden il consenso verso tale conflitto calerà ulteriormente obbligando prossimamente in vista del 2012 i vari politicanti del conflitto bellico permanente e i fautori del keynesismo warfarista ad una dura presa di coscienza: la fine di una parentesi decennale giunta seppur in maniera ancora ambigua e misteriosa alla sua conclusione.

Bring the Troops Home by the Fourth of July

4 maggio 2011

Article by Gary North

We are told that Osama bin Laden is dead.

I hope they publish the death certificate.

A little DNA checking would be good, too.

We are told this was done.

I hope all of his personal papers get published.

I am waiting to find out who paid the bill for the Dubai hospital where he was treated in July 2001.

Wednesday October 31, 12:03 PMBin Laden underwent treatment in July at Dubai American Hospital

Osama bin Laden underwent treatment in July at the American Hospital in Dubai where he met a US Central Intelligence Agency (CIA) official, French daily Le Figaro and Radio France International reported.

Quoting “a witness, a professional partner of the administrative management of the hospital,” they said the man suspected by the United States of being behind the September 11 terrorist attacks had arrived in Dubai on July 4 by air from Quetta, Pakistan.

He was immediately taken to the hospital for kidney treatment.

He left the establishment on July 14, Le Figaro said.

During his stay, the daily said, the local CIA representative was seen going into bin Laden’s room and “a few days later, the CIA man boasted to some friends of having visited the Saudi-born millionaire.”

Quoting “an authoritative source,” Le Figaro and the radio station said the CIA representative had been recalled to Washington on July 15.

Bin Laden has been sought by the United States for terrorism since the bombing of the US embassies in Kenya and Tanzania in 1998.

But his CIA links go back before that to the fight against Soviet forces in Afghanistan.

Le Figaro said bin Laden was accompanied in Dubai by his personal physician and close collaborator, who could be the Egyptian Ayman al-Zawahari, as well as bodyguards and an Algerian nurse.

He was admitted to the urology department of Doctor Terry Callaway, who specializes in kidney stones and male infertility.

Telephoned several times, the doctor declined to answer questions.

Several sources had reported that bin Laden had a serious kidney infection.

He had a mobile dialysis machine sent to his Kandahar hideout in Afghanistan in the first half of 2000, according to “authoritative sources” quoted by Le Figaro and RFI.

http://www.lewrockwell.com/north/north66.html Britain’s Guardian reported on it.

The translation still exists in a few places on the Web, but under half a dozen.

Here is one location:

http://www.globalresearch.ca/articles/RIC111B.html

Then there were the gigantic caves, described by Secretary of Defense Rumsfeld in December 2001.

No such cave was ever discovered.

We paid Pakistan to help find him.

Here is the Google map of where he was found.

Point B is where he was living on an estate worth $1,000,000.

That’s not chump change in Pakistan.

Point A is the Pakistan Military Academy (PMA).

He was hiding in plain sight.

So, I guess he is dead.

He never claimed responsibility for 9-11, but at least he is dead.

Isn’t it time to bring home the troops? There were in Afghanistan to get him.

They did not get him.

American troops in Pakistan got him.

So, why not bring them all home?

If we were in Afghanistan to get Osama, then we have achieved the long-sought victory.

It is therefore time for the troops to pack up and come home.

We will see if Obama agrees.

We will see if the conservative Republicans agree.

I don’t think he will command it.

He said in 2008 that Afghanistan is the central focus of the war against terrorism.

But must American troops remain there? If they must, are we to believe that Osama bin Laden created a permanent international threat, based in Afghanistan, where he had not been for nine years?

Why is Afghanistan still a hotbed of terrorism? Does the Taliban’s Mullah Omar have terrorist Afghan cells in the U.S.?

Are we also to believe that, with Osama dead, terrorism in Iraq cannot be contained without 50,000 troops, plus 100,000 mercenaries and hired staff on the American payroll? How did this man, who disappeared in late 2001, create a permanent terrorist threat to the USA?

If the USA must keep 50,000 troops in Iraq and 100,000 in Afghanistan, then what is the metric of victory in this war? How will voters know when the USA has won? Rumsfeld said on March 8, 2011, that there are no metrics.

Doug Casey calls this the forever war.

It therefore is the forever deficit — “forever” meaning “until the Federal government goes bankrupt.”

Not forever.

Sooner than the voters think.

Tratto da http://www.garynorth.com/

Osama bin Laden’s Second Death

4 maggio 2011

Article by Paul Craig Roberts

If today were April 1 and not May 2, we could dismiss as an April fool’s joke this morning’s headline that Osama bin Laden was killed in a firefight in Pakistan and quickly buried at sea.

As it is, we must take it as more evidence that the US government has unlimited belief in the gullibility of Americans.
Think about it.

What are the chances that a person allegedly suffering from kidney disease and requiring dialysis and, in addition, afflicted with diabetes and low blood pressure, survived in mountain hideaways for a decade? If bin Laden was able to acquire dialysis equipment and medical care that his condition required, would not the shipment of dialysis equipment point to his location? Why did it take ten years to find him?
Consider also the claims, repeated by a triumphalist US media celebrating bin Laden’s death, that “bin Laden used his millions to bankroll terrorist training camps in Sudan, the Philippines, and Afghanistan, sending ‘holy warriors’ to foment revolution and fight with fundamentalist Muslim forces across North Africa, in Chechnya, Tajikistan and Bosnia.”

That’s a lot of activity for mere millions to bankroll (perhaps the US should have put him in charge of the Pentagon), but the main question is: how was bin Laden able to move his money about? What banking system was helping him? The US government succeeds in seizing the assets of people and of entire countries, Libya being the most recent.

Why not bin Laden’s? Was he carrying around with him $100 million dollars in gold coins and sending emissaries to distribute payments to his far-flung operations?
This morning’s headline has the odor of a staged event.

The smell reeks from the triumphalist news reports loaded with exaggerations, from celebrants waving flags and chanting “USA USA.” Could something else be going on?
No doubt President Obama is in desperate need of a victory.

He committed the fool’s error of restarting the war in Afghanistan, and now after a decade of fighting the US faces stalemate, if not defeat.

The wars of the Bush/Obama regimes have bankrupted the US, leaving huge deficits and a declining dollar in their wake. And re-election time is approaching.

The various lies and deceptions, such as “weapons of mass destruction,” of the last several administrations had terrible consequences for the US and the world.

But not all deceptions are the same.

Remember, the entire reason for invading Afghanistan in the first place was to get bin Laden.

Now that President Obama has declared bin Laden to have been shot in the head by US special forces operating in an independent country and buried at sea, there is no reason for continuing the war.
Perhaps the precipitous decline in the US dollar in foreign exchange markets has forced some real budget reductions, which can only come from stopping the open-ended wars.

Until the decline of the dollar reached the breaking point, Osama bin Laden, who many experts believe to have been dead for years, was a useful bogeyman to use to feed the profits of the US military/security complex.

Paul Craig Roberts, a former Assistant Secretary of the US Treasury and former associate editor of the Wall Street Journal, has been reporting shocking cases of prosecutorial abuse for two decades.

Tratto da http://www.lewrockwell.com/

We’re United Again!

4 maggio 2011

Article by Butler Shaffer

With Pres. Obama’s popularity continuing to decline in the face of the Middle East wars, enduring downturns in the health of the economy and the dollar, accelerated upturns in gasoline prices, and other evidence that our centrally directed society is in collapse, some good news was badly needed by our political masters.

Where can such encouragement be found in the real world? Hmmm.

Despite the fact that news reports from 2001 informed us that Osama bin Laden had died of lung ailments, we have been told that his death was just now brought about by U.S. government operatives.

We will soon be shown bin Laden’s remains — as was done with Saddam Hussein — to prove the point, right? No? Why not? Oh, his body was quickly buried at sea.

Is Boobus going to buy into this story, just as he did the government’s assertion that bin Laden masterminded the 9/11 attacks? Perhaps bin Laden was the architect of the 9/11 atrocities, and perhaps U.S. operatives did kill this man, as President Obama reports, but how would we know?

We ought to heed the words of the late George Carlin, to “never believe anything the government tells me!

The mainstream media is doing its assigned job of propagandizing the government’s line on this. You will hear no disquieting questions asked.

As Noam Chomsky reminds us, it is not the media’s role to raise questions that might cast doubts on government policies.

As Americans become increasingly disenchanted with governmental performance, President Obama prefaced his Sunday night remarks with these words: “Let’s bring back the sense of unity that existed on 9/11.”

The next morning, CNN’s Carol Costello chirped her lines: “Americans are united again.”

How about that! Wouldn’t it be nice if we just had bin Laden’s body to offer to the public as evidence supporting Obama’s claim.

But, darn, someone immediately disposed of his remains, and at sea, no less, where recovery would be impossible!

Perhaps Obama can find a modern equivalent of the Coroner in The Wizard of Oz who, following the death of the Wicked Witch of the East, intoned: “As Coroner I must aver, I thoroughly examined her, and she’s not only merely dead, she’s really most sincerely dead.”

There must be someone at the CIA or NSA who could play the part!

Tratto da http://www.lewrockwell.com/

Libertarian Party celebrates end of bin Laden era

4 maggio 2011

Libertarian Party Chairman Mark Hinkle issued this statement today:

“I am glad to hear of the death of Osama bin Laden, who had no qualms about slaughtering American civilians.

Unfortunately, bin Laden leaves behind an evil legacy in the United States: the Department of Homeland Security, the TSA, the PATRIOT Act, warrantless wiretaps, the ‘state secrets’ doctrine, and other violations of Americans’ civil and economic rights.

Just like Osama bin Laden, these programs must be terminated.

President Obama must also end the wars in Afghanistan, Iraq, and Libya.

It’s time to stop being the world’s policeman.

It’s time to bring all those troops home.

Our government should also end its foreign aid programs, which create future terrorists by funding many dictators around the world.”

The Libertarian Party platform (section 3.3) states, “American foreign policy should seek an America at peace with the world.

Our foreign policy should emphasize defense against attack from abroad and enhance the likelihood of peace by avoiding foreign entanglements.

We would end the current U.S. government policy of foreign intervention, including military and economic aid.

We recognize the right of all people to resist tyranny and defend themselves and their rights.

We condemn the use of force, and especially the use of terrorism, against the innocent, regardless of whether such acts are committed by governments or by political or revolutionary groups.

In 2008, the Libertarian National Committee adopted resolutions calling for an end to the wars in Iraq and Afghanistan.

Tratto da http://www.lp.org/

Interlibertarians 2011: Proposte a confronto verso una geopolitica internazionale libertaria delle idee e delle azioni

9 aprile 2011

La settimana scorsa si è tenuta la prima conferenza internazionale dei partiti e dei movimenti e associazioni politico-culturali di ispirazione libertarian: Interlibertarians 2011.
La manifestazione ha riscosso grande successo e apprezzamento presso il pubblico partecipante, il quale è giunto numeroso da tutta Europa (ma anche in alcuni casi Oltreoceano) nella calda e accogliente città svizzera di Lugano per parlare e discutere di iniziative, temi e idee al fine di riportare il tema della libertà in tutti i suoi aspetti al centro del dibattito.
Presso la platea e i relatori di Interlibertarians si è visto la partecipazione di varie correnti filosofiche (liberali classiche, conservatrici, liberiste, libertarie anarcocapitaliste, minarchiche, agoriste, conservatrici fiscali) aventi varie tattiche e proposte differenti quale metodologia finalizzata ad un unico scopo, da tutti sostenuto: la necessità di ridurre la spesa e le tasse fermando l’ingerenza omologatrice dello Stato nella società, dando libertà di scelta agli individui all’interno di un libero mercato.
Uno degli scopi che si è data Interlibertarians fin dalla sua presentazione è quella di realizzare a fianco di un dibatitto teorico divulgativo ed enunciativo in relazione alle esperienze personali conseguite dai singoli relatori entro le loro esperienze politiche o di vita, la creazione di una rete di rapporti finalizzati alla definizione e ideazione di progetti e azioni pratiche.
Uno degli obbiettivi che Interlibertarians si è data è quella di costituire un network internazionale di associazioni, partiti e movimenti libertari tendenti non solo a dialogare ma anche a sostenersi e lavorare al fine di dare maggior peso specifico e risonanza alle ragioni del libero mercato e delle libertà economiche indiividuali in termini transnazionali.
L’edizione di quest’anno di Interlibertarians è stata un importante banco di prova visto che era la prima edizione, un’occasione sperimentale per iniziare ad incontrare e conoscere vecchi e nuovi amici del web e per definire le infrastrutture e le reti progettuali e le iniziative prioritarie da divulgare e far conoscere in termini pacifici e nonviolenti presso le rispettive differenti realtà locali nazionali.
Nella due giorni sono intervenuti numerosi relatori i quali hanno contribuito con un loro breve intervento a definire le loro idee di libertà su alcuni argomenti di loro interesse, stimolando il pubblico in un dibattito circa gli approcci e le possibilità di realizzazione di tali issues.
In questo articolo mi concentrerò in particolare sulle relazioni esposte da parte dei relatori non contemplati in altri articoli pubblicati in questo sito.
Il primo intervento d’apertura è stato quello del parlamentare tory inglese, Hon Philip Davies a nome della Freedom Association (associazione di cui è socio co-fondatore) in merito alla libertà dal crimine.
Il suo intervento ad onor del vero non è stato propriamente definibile come libertario ed è stato senza dubbio quello più problematico e per certi versi meno apprezzato dell’intera manifestazione da parte della platea (e dal sottoscritto lì presente) oltrechè da altri relatori all’evento come è emerso nel question time a seguito del suo discorso.
Il parlamentare si è soffermato sopratutto entro un approccio utilitarista parlamentare essenzialmente focalizzato sul tema della sicurezza e dei suoi costi, con la promozione di una visione un pò troppo “law & order” attraverso leggi nazionali statali tendenti a privilegiare più che la privacy e i diritti naturali degli individui, le ragioni di una lotta al crimine senza quartiere, attraverso l’uso di telecamere e creazione di banche dati del DNA.
Davies e la sua logica è risultata peraltro varie volte contradditoria non tanto o solo in merito alla funzionalità del dato tecnologico o alla questione economica sui sistemi di videosorveglianza pubblica e i risultati scientifici legati all’ambito delle analisi genetiche sulle scene del crimine, quanto piuttosto sulla sua ingenuità circa il loro “buon uso” da parte del governo.

E’ inoltre emersa una certa ambiguità di fondo tra la sua opposizione antieuropeista a norme ritenute invasive e burocratiche nei confronti dei cittadini e la sua predilezione statalista ad introdurre analoghe leggi sul piano parlamentare nazionale.

Non solo, è emerso che la sua opposizione a leggi quali l’istituzione della ID card (da lui giustamente considerata come una violazione della privacy e del diritto di non ingerenza da parte dello Stato) non lo porti a ritenere che anche un sistema di videosorveglianza addirittura più invasivo in quanto panoptico rispetto alla detenzione di un mero documento di identità in tasca, sia anch’esso un problema legato al suo uso e al rapporto tra il comportamento degli individui e i crimini contestati a loro, stabiliti a priori e a tavolino dallo Stato.
Per Davies è il parlamento che realizza le leggi e ovviamente egli ingenuamente (non senza un interesse diretto in esso dettato dalla sua posizione) ritiene che basti l’elezione parlamentare da parte dei cittadini a definire tale grado di corrispondenza tra gli interessi della massa e quelli dei propri rappresentanti; per lui quel che conta è la sicurezza, peccato che una ID card sia paragonabile ad una banca dati del DNA da lui auspicata in ragione, a suo dire, di una “migliore e sicura” identificazione dei colpevoli a fronte dell’innocenza e della sicurezza di chi nulla ha da temere dalla giustizia.
Certo Davies  afferma che il DNA nei database non potrà discriminare o stabilire malattie o l’anamnesi del paziente-schedato, resta però evidente che neppure la ID card lo possa fare, anzi visti i progressi scientifici e tecnologici è evidente per confronto, come una ID card sia meno portatrice di informazioni e di dati (e quindi vìoli meno la privacy) rispetto ad una scheda genetica.
Ma per Davies questo non è un problema dato che quel che a lui preme è la risoluzione dei delitti e l’adozione di una visione giustizialista (poco libertaria e molto invasiva), finalizzata alla risoluzione dei crimini (o quantomeno questo è il suo auspicio a priori).

Le tesi di Davies non sono minimamente finalizzate a ridurre la presenza dello Stato e la sua possibile ingerenza, dalla sua esposizione è emerso chiaramente un tentativo di perfezionare il sistema, di ottimizzazione dello Stato in funzione di una visione economicistica tesa però al rafforzamento efficientistico del sistema stesso, il tutto con tesi e motivazioni tipicamente istituzionali aventi poco a che fare con il carattere libertario antistatalista.
Per il parlamentare inglese, tutto è chiaramente definibile entro la visione del politico politicante, laddove Scotland Yard (ma davvero Scotland Yard e le organizzazioni sindacali dei poliziotti sarebbero felici di un maggior numero di licenziamenti per lasciar spazio a un maggior numero di telecamere?) e i sondaggi sono favorevoli alle telecamere e laddove pure un comitato della Camera dei Comuni è favorevole alla schedatura genetica di tutti i cittadini, avendo quest’ultima rappresentanza democratica ed elettorale non c’è alcun problema o obiezione di sorta che possa essere mossa; tale tesi viene ritenuta a priori come cosa in sè priva di problematiche e per di più libertaria!.
Non sapendo quale grado di conoscenza culturale egli abbia del libertarianismo appare evidente in tutta la sua esposizione come egli non abbia mai ritenuto pericoloso o incostituzionale e illegale che lo Stato possa detenere il genoma di innocenti e privati cittadini entro una propria banca dati, nè ha mai considerato l’uso delle videocamere come sistema di videosorveglianza come una possibilità da far decidere direttamente semmai ai cittadini, all’interno di un sistema di privatizzazione o definizione di regole di quartiere o di strade.
Davies ha chiaramente dimostrato in termini poco libertari la volontà che lo Stato decida ciò che è utile per tutti, delegando tale potere ai politici anzichè ai cittadini o ai privati in funzione della realizzazione di tali aree di videosorveglianza o banche dati su base volontaria.
Quel che più ha dato fastidio del comportamento di Davies al di là della sua indolenza nel rispondere alle domande della platea è stata la sua scarsa considerazione circa le libertà civili (in realtà molto spesso libertà naturali degli individui) da lui ritenute “sacrificabili in nome della sicurezza”, demonizzando hobbesianamente come “anarchia” qualsiasi opposizione ragionevole al realizzarsi di quello che in sostanza a fronte di un’assenza di libera decisione dal basso da parte degli individui sembrerebbe uno scenario da “Minority report o da 1984“.
Per Davis coloro i quali mettono in dubbio lo Stato e i suoi compiti securitari sono “anarchici”, il che per certi è vero, ma forse l’”anarchia” da lui considerata in ambito anglosassone tende ad avere manifestazioni violente e improprie ben lontane da qualsiasi obiezione libertaria razionale e nonviolenta suggerita presumibilmente dimostrata non solo dalla platea di Lugano ma anche dai suoi oppositori britannici.
E’ comunque il caso di sottolineare come un ordine spontaneo naturale sostenuto generalmente dai libertari abbia poco a che fare sia con un ordine di tipo politico sia con l’anomia delle leggi.
Il fatto che lo stesso Davies abbia più volte menzionato i gruppi oppositori dei suoi progetti come “gente di sinistra” ha dimostrato la scarsa conoscenza da parte del relatore delle obiezioni di altri suoi colleghi conservatori libertari (senza dubbio più libertari di lui) anglosassoni quali Daniel Hannan e Nigel Farage, in merito a sistemi come il TSA rigettato in quanto ritenuto incostituzionale e una forma di violazione ai diritti naturali.
Non nego che le videocamere possano essere funzionali ma ciò che Davies non ha mai sottolineato nel suo discorso è la questione del “chi controlla il controllore?”; egli non ha mai posto limite e alcuna valutazione critica circa l’azione dello Stato in relazione alla libertà dei cittadini e circa un possibile uso distorto di tale tecnologia al fine di giustificare la pronta risoluzione dei crimini attribuendo e identificando per colpevole un innocente, o accusando gli avversari politici di crimini mai commessi.
Inoltre la naturale tendenza dello Stato è quella di definire pseudocrimini e continue proibizioni tendenti a ridurre continuamente la libertà degli individui a nome della “sicurezza nazionale”, non si comprende allora nel discorso di Davies come la sicurezza e la libertà dal crimine equivalga a una libertà naturale degli individui, dato che nel suo discorso non è mai stato affrontato il tema della depenalizzazione di molti pseudoreati attualmente anche in UK contemplati come crimini a tutti gli effetti.
Ricordiamo che è lo Stato a stabilire per legge cosa sia crimine e cosa non lo sia, ciò naturalmente al di là della sua liceità e del suo impatto sociale.

La tecnologia è senz’altro più efficiente degli attuali mezzi in dotazione ai poliziotti, ma senza una riduzione della tipologia di crimini contemplati a priori si rischia di dare in mano al monopolista della forza pubblica (lo Stato) solo un’arma ben più potente a livello repressivo a fronte delle già sue attuali capacità coercitive.
E’ vero che il costo di una telecamera è inferiore a quella di molti poliziotti in servizio, ma anche le telecamere hanno un costo medio di 320,000 £ che comunque andrebbero a gravare sui contribuenti a livello fiscale.
Inoltre se la visione securitaria è la base del ragionamento funzionale della politica, atto a favorire la diffusione delle telecamere nei luoghi pubblici in ragione della loro efficacia, appare evidente che l’alto numero di dispositivi installati, tenderebbe presto o tardi a raggiungere cifre e costi pari se non superiori a quelli degli stessi poliziotti in servizio (non fosse altro per la ridotta mobilità rispetto ad un essere vivente nel monitorare una zona).

Davies non ha neppure avuto il buon senso di rivelarci chi produrrebbe tali apparecchi, certo è possibile ritenere che vi siano delle lobby produttrici in UK che spingono a di tali sistemi di videosorveglianza essendo favorevoli alla loro introduzione estesa nella società attraverso la legge dello Stato.
Ma tutto questo torna ad essere dettato dall’alto, anzichè dalla libera scelta dei cittadini nei loro quartieri.
Il discorso di Davies si basa su sondaggi di consenso ormai vecchi di qualche anno fa (legati al periodo degli attentati di Londra e certamente maggiormente legati ad una certa isteria e reazione empatica al rischio terrorismo nella società dettata utilitariamente anche dal precedente governo britannico) ma tali sondaggi dimostrano solo che gli inglesi sono favorevoli e predisposti al loro uso non che ritengano giusto a priori che lo Stato le possa adoperare a sua discrezione.
Forse tali persone sono favorevoli al loro uso entro una loro libera scelta di adozione di quartiere e non attraverso una sistematica e coatta adozione da parte dello Stato.
E’ vero che una strada pubblica è un luogo pubblico che non viola la privacy delle persone, questo però non significa allo stesso tempo che le azioni commesse in tale luogo pubblico debbano essere necessariamente valutate per legge come dei crimini sanzionabili laddove questi hanno ricadute non coercitivi verso il prossimo in assenza di vittime o di violenza.
Un’altra contraddizione emersa da tale relatore è la questione legata alla prevenzione dei crimini.
Davies è favorevole alla liberalizzazione delle armi da fuoco ma ritiene che l’adozione delle telecamere e l’adozione della schedatura tramite DNA possa prevenire automaticamente il crimine, insomma egli adotta il paradigma secondo il quale è sufficiente che vi sia la tecnologia e la modalità di identificazione-repressione al fine di impedire il realizzarsi del crimine, ma questo è di una ingenuità disarmante, dato che come nel caso del possesso di un’arma da fuoco, un individuo ha il libero arbitrio e la possibilità di usarla e agire in termini virtuosi o criminali a seconda delle sue motivazioni e ragioni personali al di là del fatto che ci possano essere tali sistemi di monitoraggio e prevenzione a livello di cornice generale.

D’altronde se facciamo caso, nonostante l’introduzione da diversi anni di metodi di polizia scientifica legati anche all’uso di telecamere e di riscontri genetici sulla scena del delitto, i criminali continuano a compiere nonostante tutto gli omicidi.

Quindi è evidente come il problema del crimine e della violenza nella società contemporane e la sua prevenzione non sia facilmente risolvibile solo puntando sulla tecnologia a livello sociale, anzi, tale convinzione risulta aleatoria con efficacia (pari a 0) a livello dissuasivo e preventivo.

Neppure con nuovi metodi di identificazione e di controllo sempre più sofisticati, si potrà mai arrivare al crimine zero e alla sicurezza più totale, dato che appare evidente non solo che tali azioni dipendano soggettivamente dalla natura e azione umana, ma appare altrettanto evidente come questi strumenti non possano servire da exempla al fine di evitare la loro emulazione o il loro esercizio da parte del criminale.
Inoltre laddove non c’è possibilità da parte del crimine di venir esercitato con i metodi tradizionali, c’è la naturale tendenza a lasciar posto a crimini e criminali difficilmente identificabili o riscontrabili da parte della forza di sicurezza: quelli di Stato.
Davies pur essendo favorevole alle nuove tecnologie non ha mai parlato nella sua relazione di introdurre in forma più estesa forme di controllo elettronico a distanza per coloro i quali sono già stati condannati; insomma niente braccialetto elettronico o sorveglianzaa radiofrequenza per tali personaggi, solo gli onesti cittadini innocenti devono essere monitorati con le telecamere elettronicamente, per i criminali dovrebbe esserci solo il ben peggiore carcere inglese; se non fosse che proprio l’attuale coalizione governo inglese tory-libdem di Cameron sta proponendo a livello parlamentare la scarcerazione dei criminali dai carceri inglesi sovraffollati.
Davies ovviamente è contrario a tali scarcerazione (evidentemente si fida poco dei sistemi di detenzione e monitoraggio alternativo elettronico dei condannati…) ma ciò implica anche una contraddizione di fondo nel suo ragionamento legato non solo alla piena funzionalità del parlamentarismo inglese ma anche alla sua visione securitaria che lo Stato deve garantire.
Tale issue giustizialista da lui vista come prioritaria sul crimine (al di là della gravità del reato commesso) è smentita anche alla luce delle questioni di carattere economico dato che il Governo Cameron ha ritenuto il costo della permanenza coatta in carcere di un numero eccessivo di criminali (molto spesso aventi commesso crimini di non elevata gravità penale) un aggravio non indifferente per le tasche dei contribuenti inglesi, rispetto a forme alternative di sconto della pena.
L’intervento di Davies è apparso particolarmente poco libertario alla luce anche di quella sicumerica visione di superiorità tipicamente anglosassone legata alla massima funzionalità ed esaltazione del metodo statale e del processo politico decisionale dall’alto in merito alle leggi e a ciò che è utile per tutti i cittadini.
Tale approccio non solo è stato smentito da numerosi intellettuali e pensatori libertari del passato (si pensi a Spooner, Thoreau, Mencken e Chodorov) ma appare sempre più omologato e similare a quello delle nostre italiche latitudini, tanto che una persona come Giorgio Fidenato è in lotta aperta nei confronti dello Stato italiano in merito al non ottemperamento da parte del secondo di leggi comunitarie europee sovranazionali in merito all’uso di mais biotech!.
Il caso di Giorgio Fidenato, presidente di Agricoltori Federati smentisce non solo la visione di Davies circa la sempre evidente correttezza dei parlamenti nazionali democraticamente eletti (dato che tutti i partiti italici e in primo luogo quelli teoricamente di “centrodestra” sono pervicacemente oppositori dell’uso degli Ogm) e degli Stati nazionali rispetto alle istituzioni sovranazionali come può essere la UE, ma tende anche a dimostrare l’inadempienza dei politici (specie se italiani) a sottostare a leggi da questi emanate ad un livello superiore  laddove queste non sono di loro interesse o convenienza d’approvazione e adempimento per sè stessi e per le lobby verdi e dell’agricoltura cosiddetta “”biologica”" da cui ottengono voti in cambio di finanziamenti sottobanco.
Giorgio Fidenato proprio mentre era all’Interlibertarians ha ricevuto la notifica giudiziaria dell’esproprio-sequestro da parte dello Stato italiano della propria azienda agricola, del proprio trattore e addirittura del proprio computer in quanto egli viene ritenuto dallo Stato (in primo luogo dal governo comunista di Silvio Berlusconi e dal suo ultimo acquisto del calciomercato invernale, il ministro Romano, in seconda battuta dal cartello verde nazicomunista per la “purezza alimentare del seme” presente e ascoltato anche a”"destra”") come uno “spacciatore di semi OGM contaminati”, semi OGM i quali a onor del vero invece sono legali a livello comunitario e coltivati e venduti senza alcun problema e proibizione statale nella socialista Spagna di Zapatero (tanto per dire!) da sempre esaltata come modelli di progresso proprio dai partiti di sinistra oppositori di Fidenato, così come in numerosi altri paesi europei.
Giorgio Fidenato è l’esempio più cristallino di quella disobbedienza civile gandhiana nonviolenta, la quale messa in atto pone in luce le contraddizioni e le ipocrisie dello Stato e di un sistema autoreferente teso al mantenimento e alla tutela di alcuni interessi particolari di retrobottega a fronte dei diritti naturali di libera coltivazione e commercializzazione informata sul suolo italiano di prodotti e alimenti biotech ritenuti dalla comunità scientifica internazionale come sicuri e privi di rischi, già presenti da parecchi anni in termini di importazione e alimenti nelle nostre filiere produttive e nelle catene alimentari anche umane italiane in forma clandestina a fronte della demagogia e dell’ipocrisia nominalistica messa in atto in primo luogo dagli stessi cartelli lobbistici verdi ecologisti al fine di negare loro stessi in primo luogo l’origine dei loro prodotti “biologici” venduti.
Sulla vicenda del sostituto d’imposta che vede coinvolto sempre Giorgio Fidenato ha parlato invece Leonardo Facco, amministratore delegato del Movimento Libertario, associazione politico-culturale di cui Giorgio Fidenato è socio fondatore.


Facco ha dimostrato nel suo intervento come lo Stato e il sistema attuale dei partiti tendano di fatto a negare ogni dibattito pubblico e qualsiasi strada di tipo giudiziaria o referendaria tesa a mettere in questione tale servaggio gratuito nei confronti dello Stato.
Dietro al sostituto d’imposta vi è sottesa una logica funzionale a nascondere ai lavoratori dipendenti la rapina fiscale da questi subita sul lordo della busta paga per opera dello Stato al fine di costituire invece una vetusta e inverosimile inflazionata lotta di classe marxiana tra capitale e lavoro allo scopo di aumentare il peso e il ruolo contrattuale dei sindacati e dei partiti sulla questione economica del lavoro a livello inflazionistico salariale; evitando invece di porre correttamente in luce l’unica vera lotta di classe esistente da sempre: quella tra produttori (imprenditori e operai) e parassiti (politici e sindacati).
L’intervento successivo ha visto Elisa Serafini, Tesoriere di Confcontribuenti, associazione che si impegna sul modello dell’American Tax Reform di Norquist assieme ai Tea Party italiani, a far firmare ai candidati delle prossime elezioni amministrative l’impegno/pledge sottoscritto con tale associazione affinchè una volta eletti si rinunci a qualsiasi attività di spesa durante il loro mandato politico ricoperto.


La via intrapresa è quella di una rinuncia da parte del candidato a promesse e progetti elettorali di intervento spesaiolo a fronte di una realtà fiscale italiana anche a livello locale ormai insostenibile basata sul deficit spending e su un aumento della pressione fiscale, giunta ormai al 70% sempre per causa delle forze politiche cosiddette di “centrodestra”, le quali in teoria dovrebbero differenziarsi rispetto alla sinistra post/neocomunista per una visione più favorevole al libero mercato, per una riduzione della pressione fiscale, ma che nel concreto, come Elisa Serafini ha denunciato chiaramente nel suo discorso, esse sono refrattarie se non apertamente contrarie sul piano pratico in termini di agenda politica, a qualsiasi visione tesa verso l’abbassamento della pressione fiscale e l’affermazione del capitalismo e del libero mercato quali vie per far ripartire la crescita dell’Italia e attirare gli investimenti esteri (anzi notizia delle ultime settimane sono i tentativi colbertisti protezionisti da parte dello Stato italiano sull’affaire Lactalis-Parmalat).
L’attività di Confcontribuenti vuole cercare di definire il rapporto tra Tax Payers e Tax Consumers cercando di limitare e di definire le aree di spreco di denaro derivante dalla tassazione portata avanti dai politici e dai burocrati al fine di disincentivare tali condotte illiberali e antieconomiche da parte dei secondi una volta eletti.
Un altro interessante intervento nella prima giornata di Interlibertarians 2011, è stato quello di Paolo Pamini, membro del Liberales Institut di Zurigo e del Politecnico federale, il quale ha proposto in chiave pragmatica due proposte per comunalizzare il potere politico in ambito elvetico.
La proposta di Pamini prende spunto da alcuni dati di fatto: le costituzioni, la divisione dei 3 poteri statali sono falliti, il potere pubblico tende ad aumentare.


L’unica soluzione per evitare una deriva statalista di pianificazione totalitaria è la concorrenza istituzionale tra aree e livelli amministrativi.
La tesi del relatore si innesta su un ambito federalista autentico quale è quello elvetico basato sul modello della federazione, dei cantoni e dei comuni.
1) Un primo modello è la trasformazione dei cantoni in una confederazione dei cantoni;
2) La seconda proposta è la frammentazione degli Stati in statuti legislatori detti FOCJ;.
Guardiamo per il momento alla prima delle due ipotesi.
Il primo modello implica che il Ticino diventi una repubblica a confederazione di comuni con al suo interno una rappresentanza cantonale e un livello di coordinamento dei comuni a livello federale.
Questo comporta ovviamente che vi sia una maggior autonomia dei comuni in modo che tali realtà comunali abbiano poi una loro rappresentanza in termini confederali rispondenti al modello delle confederazioni storiche come quella degli Usa prima del 1865 (ovvero antecedenti alla guerra civile), della Svizzera antecedente al 1848 e all’istituzionalizzazione dello Stato contemporaneo e della Ue prima del trattato di Lisbona.
I vantaggi di tali modello sarebbero:

  • la creazione di piani istituzionali in competizione tra loro, favorendo una dinamizzazione dei contribuenti tra vari comuni aventi differenti modalità di tassazione (decise ovviamente a livello locale dai cittadini, non dai politici);
  • un maggior controllo dei politici e dei burocrati da parte dei cittadini in virtù di una maggior vigilanza e vicinanza dei cittadini sul potere politico;
  • verrebbero disincentivate la ricerca di rendite politiche grazie alla piccola estensione territoriale di queste aree di controllo;
  • privatizzazione dei servizi pubblici sul mercato con un abbassamento dei costi attualmente sottoposti a monopolio pubblico;

Il secondo modello, quello dei FOCJ (Functional Overlapping Competing Jurisd ovvero giurisdizione funzionali che si sovrappongono in competizione tra loro) è un’ipotesi gradualista pubblica, basata sul concetto di enti erogatori che provvedono ai servizi pubblici.
Tale modello si differenzia per certi versi dal concetto di azienda municipalizzata italiana (in mano pubblica e politicante) in quanto il FOCJ sarebbe un sistema di autonomia anche politica dal basso a vari livelli operativi tendente a sovrapporsi nell’erogazione dei servizi pubblici agli altri soggetti, anche al di là dell’estensione comunale di origine del comune.
Di fatto il modello funzionale sarebbe quello dei consorzi, tesi all’erogazione di un servizio puntando sulla capacità di definire livelli amministrativi che tendono ad essere sì basati sull’amministrazione politica ma slegati e ad un livello parallelo dalla normale funzione pubblica specie di natura elettorale del tradizionale comune.
I vantaggi della FOCJ rispetto ad un comune o ad una azienda municipalizzata tendono ad essere inscrivibili a quelli di un libero mercato offerenti, essi costituiscono per il cittadino-fruitore una comparazione tra varie FOCJ con possibilità di trasferimento e secessione dei cittadini o a livello istituzionale da un tale sistema erogatore di servizi ad un altro.
Il FOCJ è un erogatore di servizio sul quale far affidamento, divenendo ente autonomo rispetto al comune o alle altre strutture federali istituzionali.
Esso riduce il monopolio della territorialità permettendo al cittadino di avere maggior possibilità contrattuale in funzione del servizio offerto al fine di recedere da tale struttura-fornitore.
In pratica attraverso il FOCJ cambia l’idea di cittadinanza non più legata politicamente al comune o al territorio ma in funzione al fornitore del servizio a cui si fa riferimento.
Il FOCJ diventa un meccanismo di concorrenza pubblica e di graduale introduzione di principi di emulazione aziendale di libero mercato, riprendendo le idee di Hayek, che seppur funzionale ad un discorso di libero mercato operante entro un assetto istituzionale pubblico graduale, non è esente da possibili interessanti prospettive future anche di tipo anarcocapitalista a seguito di ipotizzabili loro privatizzazioni, trasformando tale processo di gestione pubblica in una forma di privatopia o enclave economica privata dipendente dal servizio, in competizione o concorrenza panarchica con altre FOCJ pubbliche o private disponibili sul territorio.
Certo tale meccanismo delle FOCJ prevede un quadro normativo e culturale-economico che limiti dell’ingerenza della politica ben differente da quello oggi giorno presente in Italia a fronte anche di pseudofederalismi leghisti tassaioli selvaggi e di un controllo padronale del territorio da parte della politica e delle sue logiche lobbiste e di spoil system a totale discapito della trasparenza e del controllo dei cittadini di tali processi decisionali economici.
La proposta di Pamini sulle FOCJ comporta che molte attività oggi distribuite e moltiplicate in singole realtà locali in mano al comune e ai politici vengano eliminate proponendo un inglobamento giuridico e territoriale dei comuni più piccoli in aree giuridiche e giurisdizionali più estese al fine di ridurre gli sprechi e i doppioni amministrativi locali con quelli garantiti dall’ente erogatore.


Appare evidente che in Italia ciò sia alquanto difficoltoso dato che non si vuole accorpare i singoli comuni in macrocomuni, abolendo le province e le comunità montane.
Quel che Pamini però rileva è che tali due proposte sono modelli che tendono ad aggiornare forme e modalità istituzionali e giuridiche competitive già presenti in lontane epoche quali ad esempio il medioevo o l’ambito svizzero e statunitense antecedente alla metà dell’Ottocento, tali modelli non sono quindi delle utopie, ma semmai vanno riscoperti e riproposti aggiornandoli agli attuali criteri effettivi di libero mercato al fine di ridurre il monopolio dello Stato (e dei partiti) sui servizi che di fatto comporta non solo una cattiva qualità d’erogazione al netto dei soldi estorti ai contribuenti.
La pianificazione messa in atto dallo Stato welfarista e socialista, comporta un problema di valutazione soggettiva e di valorizzazione dei servizi offerti da parte del legislatore-pianificatore a fronte delle risposte dei cittadini, tutto ciò rientra all’interno della questione del calcolo economico sollevato da Ludwig von Mises sin dagli anni ’20 del XX secolo in merito ai problemi del socialismo e circa l’impossibilità che questo possa funzionare.
In assenza di un libero mercato, con la presenza di un monopolio omologante e omogeneo dei servizi, viene del tutto a mancare un soddisfacimento delle variegate e differenti esigenze dei singoli individui.
A seguito dell’intervento di Pamini, gli organizzatori dell’evento hanno brevemente riportato e letto i saluti di vari movimenti e partiti libertari internazionali, britannici, argentini, messicani, venezuelani, spagnoli e il saluto dell’associazione italiana di centrodestra Gaylib (da sempre vicina sin dalla fondazione del Movimento Libertario nel 2005) agli organizzatori, in merito alla questione delle libertà individuali e dei diritti naturali responsabili di libera scelta da parte degli omosessuali e transessuali.
In seguito è stato proiettato in sala il videomessaggio proveniente dagli Usa da parte di Mark Hinkle, presidente attuale del Libertarian Party statunitense, il principale terzo partito americano, il quale ha voluto gentilmente partecipare all’evento di quest’anno con un suo breve discorso incentrato sull’importanza di questo genere di incontri al fine di far avanzare le idee libertarie di libero mercato e meno Stato nelle varie società e nazioni.

Mark Hinkle ha concluso il suo discorso salutando la platea e gli organizzatori e promettendo a noi tutti in vista della prossima edizione dell’anno prossimo (che si terrà sempre a Lugano al Palazzo dei Congressi in data 31 marzo-1 aprile 2012) di voler partecipare di persona ai lavori del meeting gettando quindi la base per una solida cooperazione tra le sigle organizzatrici dell’evento (Liberisti Ticinesi e Movimento Libertario) e il principale partito libertario al mondo in vista della promozione e la trasformazione dell’evento annuale in quello che gli organizzatori auspicano possa diventare la “Davos del libertarianismo mondiale” con importanti collaborazioni e illustri ospiti.
Dopo l’importante contributo video di Mark Hinkle all’evento, è seguito l’intervento di un giovane economista del Mises Institute, proveniente dalla Repubblica Ceca, Jan Krepelka, il quale nel suo intervento si è soffermato sulla questione della sanità statale come collettivizzazione della vita quotidiana.


Il tema è particolarmente d’attualità non soltanto in merito alla riforma sanitaria promossa da Obama negli Usa, ma anche in merito agli alti costi e ai cattivi servizi degli attuali sistemi sanitari nazionali welfaristici promossi dagli Stati europei.
Il relatore ha inizialmente definito chiaramente in merito al dato americano, come attorno alla questione della salute siano presenti enormi interessi in primo luogo da parte delle assicurazioni e dalle rispettive compagnie.
Ma attenzione, tali interessi non sono stati minimamente colpiti o disincentivati o financo bloccati con l’approvazione della riforma sanitaria di Obama, tutt’altro, essa non solo non è una vera assistenza sanitaria di Stato sul modello di quella europea ma di fatto comporta un doppio livello decisionale basato sul mantenimento vigente (dall’epoca del primo Medicare e Medicaid di LBJ sino alle sue revisioni recenti) del rapporto di cartello tra le lobbies assicurative con il canale di interlocuzione e di intesa (molto spesso in termini elettorali e di finanziamento) con la politica e con l’attuale governo americano.
Il governo collettivizzando la sanità impone il proprio “padrinato” su tale settore obbligando tali lobbies a scendere a patti con lui e non certo con maggior trasparenza e minor costo per i contribuenti; lo Stato imponendo l’obbligatorietà dell’assicurazione (si pensi alla RC auto italiana) permette alle assicurazioni e a questi cartelli di arricchirsi in funzione dell’obbligatorietà legislativa, in cambio di cospicui finanziamenti durante le campagne elettorali.
Nel caso sanitario il governo non rinunciando al proprio monopolio redditizio (specie a livello di spoil system e di nomine elettorali) sulla sanità, illude gli elettori che tali costi possano dipendere dalla condotta e dai comportamenti “”irresponsabili”" degli individui.
Esso aumenta quindi (con sommo spreco di denaro pubblico) le campagne pubblicitarie salutiste e le proibizioni legislative legate all’alimentazione, al fumo, all’alcool e alle droghe volendo far credere che tali comportamenti comportino un rischio sociale e un danno economico per la collettività atto a giustificare il deficit e i costi della sanità pubblica.
In realtà non solo tali proibizioni sono costose in termini di propaganda massmediatica, ma oltre a non essere minimamente funzionali ad indurre gli individui a cambiare il loro stile di vita (senza vere e proprie coatte imposizioni), non lo sono neppure allo scopo di far calare i costi sanitari costantemente inflazionati in quanto ricco bacino di interessi politici ed economici extra-sanitari, come i recenti scandali italiani a livello regionale degli ultimi anni hanno dimostrato palesemente.
Quindi non solo è del tutto inverosimile che con le norme proibizioniste cali il costo del servizio sanitario, e vi sia un abbassamento del costo delle spese e delle prestazioni mediche.
Semmai è il suo contrario dato che aumentando per legge le proibizioni salutiste, le compagnie assicurative aumentano proporzionalmente al rialzo i costi delle assicurazioni giustificati dal trend proibizionista e colpevolizzante proposto dallo Stato e dal governo in funzione del quadro biologico e comportamentale dell’individuo, adeguando al rialzo il costo del bonus assicurativo da versare in relazione allo stile di vita deciso dalla legge (molto spesso senza alcun riscontro medico e sanitario evidente di nocività).
Ma l’intento del governo non è solo il tentativo pseudoeconomico di ridurre i costi sanitari, non è solo paternalista ma anzitutto totalitario (ricordiamo che Hitler e il partito nazista fu il primo partito nel XX secolo a introdurre campagne di prevenzione sull’obesità e contro il fumo, come ottimizzazione non solo del sistema previdenziale bismarckiano ereditato ma anche in riferimento ad una visione di costruzione dell’”uomo ariano sano e puro”) di voler controllare il corpo degli individui, negando la libertà e la proprietà individuale di ciascun individuo sul proprio corpo.
Se in passato i governi al fine di giungere a tale scopo si erano appoggiati sulle religioni, il nazionalismo, il servizio militare, motivazioni sanitarie-assistenziali, oggi esistono forme di delazioni e di impedimenti legalitari approvati dai parlamenti e per legge tendenti a disincentivare o approvare tramite gli spot: l’immigrazione, le droghe, l’alcool, il tabacco, gli sport sani da quelli “pericolosi”, il cibo, la vita sessuale, campagne anti-infortunistiche come con i caschi e le cinture di sicurezza.
Al contempo lo Stato a fronte di tutto ciò “in nome della salute pubblica della società” oltre ad offrire servizi sempre più scadenti a livello medico nonostante i continui aumenti delle prestazioni sanitarie pubbliche, propone moratorie per meno ospedali e meno posti letto e meno dottori, con una maggior attesa nelle visite e riduzione dei rimborsi assicurativi.
Insomma c’è qualcosa che non quadra!.
Se lo Stato fosse davvero preoccupato della nostra salute come mai riduce i posti letto e fa di tutto al fine di impedire le visite mediche aumentando i tempi di attesa?.
Semplice, perchè lo Stato non solo non spende i soldi dei contribuenti per servizi sanitari di qualità (per quale scopo lo dovrebbe fare avendo il monopolio sulla salute?), ma adopera tali motivazioni salutiste per operare solo un’invasione della sfera personale degli individui laddove non è necessario lasciando gli individui malati e bisognosi di cure con scarsi servizi o in assenza di adeguata assistenza laddove servirebbe.
Lo Stato limitando la sanità privata e favorendo l’assistenzialismo demagogico nella società si arroga a sè il monopolio e la decisione sulla salute trasformandola in un’arma di ricatto politico e di ricerca del consenso elettorale durante le elezioni ben sapendo non solo che tali proposte si rivelano perlopiù delle vane promesse, ma anche che tale monopolio sulla salute di fatto impone ai contribuenti-pazienti-elettori la necessità di far riferimento alla politica rimpolpando non solo la discrezionalità decisionale del politico ma anche il suo arbitrio affinchè il servizio peggiori quanto basta affinchè esso possa continuamente essere riproposto come “cavallo di battaglia” elettorale retorico per il suo miglioramento virtuale (in realtà per poter intascare nuovi soldi pubblici, fare spoil system politico-elettorale o prendere finanziamenti dalle lobby, a seconda delle nazioni) e come “munifica elargizione” all’elettore, il quale ingenuamente o si accontenta di un servizio scadente, oppure stupidamente si mette a protesta per un incremento del controllo politico da parte dei politici e dello Stato della sanità (non comprendendo come tale situazione sia volutamente lasciata all’incuria e al degrado proprio dai politici e dai loro “amici”).
Quindi le proposte liberiste di Krepelka in materia sono quelle di limitare l’assistenzialismo welfarista dello Stato sulla sanità, eliminare le leggi sulle assicurazioni sanitarie obbligatorie e privilegiare un libero mercato sanitario aperto a nuovi soggetti (privi di assistenza o copertura statale) al fine di scegliere non solo la propria eventuale assicurazione in piena libertà e responsabilità decisionale individuale ma anche per poter avere un mercato dei prezzi concorrenziale e non bloccato su decisione del governo come avviene negli Usa anche di Obama.
Rivo Cortonesi, segretario dei Liberisti Ticinesi, tra gli organizzatori dell’evento, è intervenuto parlando sul tema della scuola pubblica e della necessità di maggior libertà di scelta educativa rilanciando la proposta miniarchica dei buoni scuola friedmaniani, auspicando la necessità di maggior libertà scolastica non soltanto delegandola alla libera scelta delle famiglie per gli studenti, ma anche come scelta educativa e culturale da parte degli stessi insegnanti.


Thomas Jacob tra i sostenitori delle idee di Hans Hermann Hoppe, ha presentato a livello economico la proposta già attualmente calendarizzata a livello parlamentare nel marzo di quest’anno del ripristino del franco aureo nella confederazione.


Il ripristino del franco aureo in circolazione verrebbe a porsi come emendamento all’interno della modifica in corso della Costituzione svizzera.
Lo scopo della moneta aurea sarebbe quella di garantire gli utenti e i possessori di tale moneta, del valore di tale mezzo di pagamento contro gli effetti dell’inflazione monetaria derivante dalla stampa selvaggia priva di equivalenti d’oro da parte della Banche Centrali (compresa quella svizzera).
Il franco aureo di fatto prevederebbe l’inserimento con un costo di conio di 4 franchi svizzeri attuali (pari a 3,5$), di un grammo d’oro standardizzato al suo interno, tale quantità è sufficiente per garantire una maggior stabilità a prezzo di quotazione di mercato con una progressiva minor presenza di fiat money sul mercato in ottemperanza della legge di Gresham, dato che sarebbe un riscontro evidente non solo dell’onestà di tale moneta ma anche della sua limitata diffusione da parte dello Stato comportando per essa una funzione di corrispondenza diretta tra oro e moneta e quindi un investimento a lungo termine da parte dei suoi detentori (che verrebbero indotti anche a pratiche più virtuose di risparmio).
I costi di conio seppur già irrisori, potrebbero essere compensati e ulteriomente ridotti dalla cessione in appalto ai privati (entro un sistema di free banking aureo) di una loro personalizzazione monetaria (ad esempio gli istituti bancari elvetici potrebbero svolgere la funzione di sponsor con un loro marchio sulla faccia della moneta corrispondente alla parte aurea).
La proposta di franco aureo si collega non solo con le varie leggi in corso di approvazioni negli Usa legate al Constitution Tender Act analizzato dall’intervento successivo di Francesco Carbone,  venendo a definire una concorrenzialità legata ai beni esistenti rispetto alla moneta cartacea, permettendo di arrivare al pagamento di pensioni e assicurazioni con franchi aurei e assicurando al contempo un pagamento elettronico digitale con gli attuali mezzi di transazione grazie anche al modello della riserva integrale data dai singoli depositi in oro presso gli istituti di credito.
Certo affinchè questo possa avvenire devono decadere certe questioni come le tasse sull’oro e il meccanismo di riserva frazionaria presente dal 1993 sino ad oggi nel sistema monetario internazionale, bisogna inoltre evitare qualsiasi rischio di confisca dell’oro in stile FDR 1933, reintroducendo non un gold standard statale, ma semmai un gold standard di mercato con riserva integrale legato al free banking in assenza di monopolio monetario imposto coattamente dallo Stato.
L’intervento di Mathias Muller vicepresidente dell’UDC/SVP di Bienne si è focalizzato sulle varie strategie di diffusione del libertarismo.


L’approccio di Muller è di tipo pragmatico, tenendo conto di quanto detto in precedenza circa la crescita dello statalismo, dell’iper-regolamentazione, dell’ipertassazione (la Svizzera ha il 38% di pressione fiscale a livello confederale), del Nanny State, del Welfare State e del debito pubblico l’appello di Muller è quello di un maggior impegno in politica da parte dei libertari al fine di invertire tale preoccupante trend.
Il relatore si è focalizzato sulle differenti piattaforme sui cui puntare, tralasciando da questa trattazione le parti più legate al dato politico elvetico e di ambito locale (pur facendo notare come il partito SVP/UDC svizzero non si caratterizzi necessariamente o prettamente nei toni e nei modi nella caratterizzazione “leghista” proposta anche dalla stampa italiana al fine di stereotipare tale soggetto politico con canoni italici, basti pensare che nell’UDC è presente una componente libertaria attenta anche ai diritti civili individuali degli omosessuali, cosa del tutto assente nell’attuale Lega Nord), egli si è focalizzato tenendo conto anche della sua esperienza personale negli Usa, sulla crescente sfiducia e malcontento della popolazione nei confronti dello Stato.
Il fenomeno dei Tea Party americani sono un esempio evidente di questa opposizione variegata e complessa alle proposte socialiste dello Stato.
La gente a fronte di un sistema ormai vecchio e del tutto inadeguato ricerca e guarda ad altre soluzioni e proposte, certamente il libertarianismo e la scuola austriaca di economia sono certamente ambiti di interesse in forte crescita all’estero, non soltanto confinati sul web ma ormai nella società, nel dibattito culturale accademico e politico.
Personaggi come Ron Paul e nuovi politici come il figlio Rand o nell’ambito europeo Nigel Farage e Geert Wilders dimostrano come in vari ambiti e contesti esteri vi sia una rinascita delle tesi liberiste, favorevoli a meno Stato e a più libero mercato.
La possibilità di diffondere il libertarianismo è delegato ad internet, ai think tank (si pensi al Cato Institute), a forme creative (quale può essere Interlibertarians) e a forme più consolidate quali la creazione di un nuovo partito (si pensi al LP) o l’individuazione di un partito già presente ove cercare di attuare se non un fusionismo quantomeno una battaglia culturale (si pensi al GOP negli Usa).
Non bisogna solo convincere i convinti, bisogna creare con buone idee e proposte una qualche penetrazione presso la massa ignara di tali proposte ma propensa sempre più ad affidarsi al cambiamento anzichè al noto e al vecchio.
Il libertarianismo nonostante gli anni è ancora una teoria giuridica ed economica nuova e giovane con un avvenire certamente a suo favore specie se i governi continueranno a far di tutto per autodistruggersi.
Il problema dell’impegno politico (laddove è ancora possibile come in Svizzera e negli Usa) è la coerenza di come si perseguono le proprie idee e ideali, bisogna evitare di proseguire o perseguire nello Stato e con strumenti statali le proprie idee dato che questo impedisce una distinzione dagli altri partiti statalisti e socialisti.
Bisogna al contempo evitare la deriva settaria, esistono troppi tipi di libertarismo (agorismo, paleolibertarismo, neolibertarismo, libertariasmo anarcocapitalista, miniarchico, giusnaturale, utilitarista, right e left libertarian, hoppeiano, blockiano, per certi versi pure l’oggettivismo randiano) bisogna quindi evitare di essere troppo esigenti e valutare i compromessi tattici laddove questi vengono a combinarsi entro una strategia teorica condivisa con altri libertari (non con il sistema) a livello d’obbiettivo.
Per certi versi l’Interlibertarians 2011 è un esempio pratico di questa ultima tesi, visto che ha dato modo di discutere di libertà a vari gradi e livelli di attuazione a soggetti politici partitici e non, di area conservatrice, liberale classica, liberista, anarcocapitalista e miniarchica di varie nazioni e provenienza, riuscendo comunque a definire entro la molteplicità di idee delle linee in linea di massima condivise, una idea chiara basata sulla collaborazione, il chiaro confronto e la consapevolezza che il mondo pur tendendo all’omologazione leviatanica mondiale resta pur sempre variegato e con varie problematiche e differenti tattiche da adottare a seconda dell’ambito geografico.
I libertari non hanno la presuzione dei socialisti di una formula unica e magica da inseguire e applicare in ogni luogo, essi tendono invece ad essere possibilisti fintanto che tale possibilismo tende ad essere coerente con dei principi irrinunciabili quali il principio di non-aggressione, di antistatalismo e la difesa dei diritti naturali e del libero mercato.
A conclusione della prima giornata è intervenuto Bertrand Lemennicier, professore di economia con un suo intervento basato su il diritto di ignorare lo Stato tra teoria e pratica.


Il relatore ponendosi l’obbiettivo della libertà e di una società libera dalla costrizione, ha per certi versi promosso una tesi antitetica a quella sia di Davies che di Muller, ovvero il fallimento del diritto divino del parlamento e quindi della pratica politica elettorale democratica.
La politica è il luogo della dittatura della maggioranza e dell’esercizio di poteri arbitrali decisi dai politici su tutti gli individui, egli ritiene quindi che tale ambito sia poco coerente con la visione libertaria laddove quest’ultima propone la nonaggressione ed è contro ogni forma di coercizione, visto che non si può governare o pretendere dagli altri laddove non vi è da parte di questi spontanea volontà, senza imporre la propria violenza.
Lemennicier dopo tale considerazione spencerian-hoppeiana ha quindi suggerito varie strategie di tipo classiche e radicali per tipo e tipologia per resistere allo Stato.
Nella visione tradizionale classica ha proposto la strada dei think tank anche in funzione di una loro funzione propedeutica per un partito, la realizzazione di proteste e manifestazioni in strada (sul modello dei Tea Party americani) e l’ipotesi di secessione individuale con l’emigrazione o l’ignorare lo Stato e le sue pretese.
Nella visione di radicalismo libertarian anarco-individualista egli ha suggerito:

  • la delegittimazione delle azioni dei politici mediante associazioni che portino avanti una battaglia delle idee di contrasto alle loro:
  • uso della retorica al fine di far capire i contenuti delle proprie tesi evitando facili demonizzazioni o manipolazioni dei principi libertari;
  • organizzazione di proteste fiscali e realizzazione di competizione tra gli Stati e suoi ordinamenti;
  • la disobbedienza civile:
  • diritto di coesistenza di differenti governi e sistemi di leggi nello stesso territorio (panarchia);
  • diritto individuale di separarsi dallo Stato;
  • secessione del governo locale e creazione di micro-stati privati;
  • diritto di ignorare lo Stato;
  • negare  ignorare i servizi offerti dallo Stato;
  • uso privato di polizie e compagnie di sicurezza privata anzichè avvalersi di quella di Stato;
  • avallare l’adozione di corti private di arbitrato;
  • non usare conti privati e pagamenti elettronici e portare i propri conti in banche situate in paradisi fiscali;
  • delocalizzazre le attività su internet in paesi a bassa tassazione;
  • non rispondere ai censimenti di Stato;
  • contro-economia agorista, adozione del mercato nero;
  • diventare inesistente e cancellare la carta d’identità e ogni dato superfluo dalla propria documentazione;
  • creare città private;
  • non registrare i propri figli;
  • diventare nomade attraverso camper o altri mezzi di trasporto o di residenza (alberghi o hotel);
  • non pagare le tasse e l’IVA;
  • richiesta dello status di apolide;

Il secondo giorno di Interlibertarians è stato aperto dal video messaggio di Sean Gabb, direttore della Libertarian Alliance britannica, una delle più prestigiose associazioni britanniche libertarian, in merito al ruolo delle idee e alla capacità dei libertari di essere in grado di far fronte ai cambiamenti e mutamenti di portata storica a livello politico-economici internazionali (come la caduta dell’URSS e la fine della guerra fredda) mantenendo la coerenza e il rigore dei propri principi.
Questa considerazione è anche il suo auspicio per il futuro in vista degli scenari prossimi venturi in Occidente.

A seguito del video, si è discusso sopratutto circa il funzionamento e le proposte affinchè l’Interlibertarians diventi un momento internazionale di confronto e di proposte di azioni coordinate a livello globale al fine di sviluppare un know how disponibile e applicabile in vari ambiti geografici e culturali.
Vari relatori partecipanti anche nella prima giornata si sono brevemente succeduti proponendo loro tesi specifiche a riguardo, in particolare è da sottolineare l’intervento di Glenn Cripe del Language of Liberty Institute, associazione che si occupa della diffusione della libertà, dell’inglese, degli insegnamenti imprenditoriali, liberali classici e di ambito austriaco economico in vari paesi del mondo (Lituania, Ghana, Nigeria, Armenia, Slovacchia, Albania, Polonia….).
Cripe si è soffermato sui Liberty English Camps come modello di divulgazione libertaria aperto a studenti e giovanissimi al fine di avvicinare studenti di vari paesi in collaborazione con l’ISIL (International Society for Individual Liberty) e con l’italiana ISFIL (Italian Students for Individual Liberty) ad un modello di convivenza e collaborazione reciproca.
E’ intervenuto anche Ross Kenyon giovane collaboratore di Cripe facente parte anche della Students For Liberty, importante organizzazione studentesca statunitense al fine di spiegare il funzionamento di tali organizzazioni, anche in vista di una loro riproduzione/collaborazione o esportazione a livello italiano da parte del Movimento Libertario (si pensi al seminario Vivien Kellems annualmente realizzato).
In seguito anche il giornalista Stefano Magni, de l’Opinione (di cui abbiamo pubblicato un suo articolo a commento dell’evento su questo sito), ha svolto un breve discorso soffermandosi su quanto in precedenza affermato da Muller il giorno prima a proposito del modello dei Tea Party statunitensi come nuovo modello e piattaforma libertaria sperimentale innovativa e di successo anche rispetto alle forme partitiche e accademiche pur presenti in ambito americano.
Infine Paolo Pamini ha suggerito alcune proposte di implementazione futura del sito dell’Interlibertarians entro la prospettiva del suo restyling di sito web, proponendo la creazione di un archivio open access, teso a contenere i vari aggiornati progetti e proposte suggerite online e dibattute e analizzate per la loro fattibilità realizzativa nel corso delle future manifestazioni Interlibertarians, al fine di ottemperare a due scopi: la creazione/costituzione di gruppi di lavoro libertari trasnazionali operativi, la possibilità di dare informazione e tendere all’interessamento di privati in vista di un fundraising e sostenibilità del progetto da portare avanti in giro per il mondo.
Tale considerazione che condivido, recepita all’unanimità dalla platea dei partecipanti, è a mio parere il vero risultato dell’Interlibertarians come sua prima esperienza, un progetto “working in progress” unico nel suo genere all’interno dell’ambito internazionale anche rispetto all’approccio tradizionale dei libertari sin qui seguito.
Esso vuole essere il primo passo di realizzazione verso una geopolitica libertarian trasnazionale tesa al coordinamento e alla visibilità delle idee e delle proposte libertarie in rapporto al mondo della cultura e alla loro modalità pratica realizzativa.
Una delle questioni da sempre sollevate anche presso i libertari in chiave critica e problematica nei confronti del pensiero di Rothbard nei suoi aspetti post-statuali, è stato quello di essere meramente isolazionista e incapace di definire e realizzare una agenda estera di intese e principi non solo tra partiti, gruppi e movimenti libertari internazionali ma anche in termini più specifici legati all’ambito territoriale tra aree, enclavi tendenti a maggior autonomia, indipendenza (se non secessionismo) dallo Stato-Nazione quale momento di intesa per definire una prospettiva futura di pacifico libero mercato successiva allo scenario inevitabile di un crollo del sistema internazionale (a livello monetario, politico ed economico).
L’accusa che sovente viene mossa ai libertari, in merito alle critiche sollevate nei confronti dello Stato e della sua diplomazia, è l’assenza di una operatività internazionale; tutto questo è certamente vero anche se negli ultimi anni grazie alla diffusione dei libri, di internet e al lavoro dei think tank liberisti e libertari si sono fatti notevoli passi avanti per correggere tale gap e proposizione.
Oggi parlare di libertarianismo a 360° non solo sul piano statunitense ma ache internazionale (e perfino italiano) non è più visto come un qualcosa di “originale” e del tutto irrealistico o inverosimile da attuare.
E’ invece sempre più fondamentale e proficuo al fine di operare delle forme di resistenza nonviolenta anzitutto al procedere espansivo-distruttivo dello Stato, adottare una visione tendente a definire una geopolitica libertaria quale impostazione attraverso cui realizzare mediante occasioni di incontro e di scambio (quale è il meeting internazionale di Lugano sin da questa sua prima edizione) accordi e battaglie di principio tese all’autodifesa individuale e alla promozione del libero mercato.
Oggi lavorare per una geopolitica libertaria diviene possibile grazie ai mezzi telematici, all’uso di una lingua internazionale di confronto comune (quale è l’inglese) e la diffusa consapevolezza in merito alle problematiche che imperversano in termini omologanti in tutte le varie società occidentali in termini di azioni da compiere.
Il sistema vigente dello Stato welfaristico contemporaneo è del tutto irriformabile e certamente i libertari non sono nè potranno mai essere i salvatori dello Stato e dei suoi meccanismi di distopico consenso attualmente vigenti.

Possono invece essere la soluzione e i proponenti di varie proposte ed iniziative affinché sempre più persone possanno salvarsi dallo Stato e dai suoi meccanismi coercitivi di predazione e parassitismo di massa.
Al contempo bisogna rendersi conto come tali meccanismi istituzionali siano ormai giunti al loro naturale capolinea e questa crisi economica ancora in corso nonostante i trilioni di dollari immessi sul mercato non avrà gli esiti auspicati dai pianificatori governativi.
Tale inflazione monetaria, l’aumento delle tasse e del debito pubblico non impedirà ma semmai accelererà il decorso naturale degli eventi.
Tutti noi libertari riteniamo che lo scenario prevedibile non potrà che essere l’implosione del sistema monetario internazionale occidentale e il repentino crollo per debito pubblico dei Stati occidentali.
Cosa devono fare allora i libertari e i partiti libertari al fine di prepararsi a tali eventi all’orizzonte (i cui effetti sono già visibili e in corso d’opera)?.
Attualmente nel mondo nessun partito politico libertario che ha scelto la via elettorale e il percorso e le regole della democrazia è al potere o governa un paese occidentale.
Appare evidente come tale situazione politica tenderà ancora a lungo a mantenersi se pensiamo ad esempio che il Libertarian Party statunitense avente già 40 anni di storia si aggira tutt’oggi attorno allo 0,5% su base nazionale e certamente fenomeni politici come quelli di Ron Paul seppur in crescita e di maggior rilievo rispetto agli altri, non trovano ancora la giusta e decisiva affermazione nelle rispettive loro società e ambiti politici nel processo elettorale.
E’ quindi evidente come i partiti e i movimenti libertari anche per ragioni legate al meccanismo interno di consenso entro l’ambito nazionale democratico (già in precedenza affermate anche in questo articolo), non potranno mai operare con tali percorsi e strumenti quelle scelte politiche necessarie al fine di cambiare il sistema.
Al massimo la via elettorale e politica risulta essere una forma di promozione e pubblicizzazione delle idee libertarie ma non è certamente lo strumento primario per giungere alla risoluzione dei problemi.
E’ evidente che se lo Stato (e quindi il potere) non è obbiettivo dei libertari, se lo scopo dei libertari è il ripristino delle libertà individuali ed economiche queste affinchè possano essere riscoperte e riportate in auge nella società, non potranno utilizzare quei mezzi e quei meccanismi statuali utilizzati al giorno d’oggi per la loro negazione.
Al contempo i libertari da lungo tempo già presenti sulla scena politica e culturale, hanno un know how e un’esperienza accumulata la quale se non potrà trovare sbocchi a livello politicante di consenso elettorale nei rispettivi Stati nazione, certamente può fornire e contribuire enormemente paradossalmente in altri contesti quale il piano internazionale e della collaborazione trasnazionale per la crescita dell’intero movimento libertario mondiale anche nelle singole realtà nazionali estere.
Anche per questo l’Interlibertarians diventa quindi non solo un esempio di geopolitica libertarian, ma anche uno straordinario laboratorio globale di idee volontariste da scambiare per il raggiungimento e il realizzarsi di una società libera di libero mercato da porre oggi per il nostro domani, al fine di delineare come procedere coerentemente e in modo coordinato alle dure sfide che ci aspetteranno.
L’evento ottimamente realizzato e organizzato dal Movimento Libertario e dai Liberisti Ticinesi (al quale il sottoscritto ha contribuito alla sua organizzazione ad onor di cronaca con dei contributi logistici e di promozione in termini non indifferenti) vuole essere stato non solo un momento di incontro e di dibattito ma in prospettiva anche uno strumento decisionale e propositivo per i libertari al fine di definire presso le varie sigle e associazioni libertarie aderenti dei limiti e delle priorità al proprio operato e sforzi.
Per limiti intendo ovviamente ribadire la questione delle regole, i libertari sono liberali classici radicali ed è evidente che il principio di nonaggressione del prossimo e della proprietà privata altrui, oltre alla promozione del libero mercato e del meno Stato siano requisiti d’operato imprescindibili anche entro ipotesi di intese, azioni e progetti tesi alla cooperazione con altri gruppi e movimenti libertari, autonomisti e indipendentisti sul territorio; inoltre è evidente che in una prospettiva sia di panarchismo che di disgregazione degli Stati nazione sia necessario porre delle carte dei valori o dei contratti (non necessariamente Costituzioni) riconosciute dai vari soggetti promotori, tesi al perseguimento pacifico e nonviolento di un libero scambio e movimento degli individui.
La cosiddetta realtà istituzionale vigente è quindi una realtà distopica ma transitoria tendente verso il crack di sistema e la sua ingloriosa fine; appare quindi in sè evidente che entro gli scenari futuri tesi alla definizione di un ordine spontaneo naturale si debba giungere con il massimo confronto possibile a proposte e soluzioni operative prioritarie tese alla definizione di sue valide alternative.
La questione economica monetaria e delle libertà economiche risultano essere prioritarie per gli impatti enormi diretti e indiretti nelle dinamiche che già in parte osserviamo in alcuni Paesi europei, è quindi focale operarsi al fine di divulgare correttamente le ragioni della scuola austriaca di economia cercando al contempo di sostenere e ricevere il sostegno da tutti coloro i quali hanno interesse nel portare avanti la nostra visione economica.
E’ quindi auspicabile che l’appuntamento di Lugano, grazie al riscontro video e al passaparola dei partecipanti possa crescere di adesioni e presenze rispetto a questa prima edizione, divenendo quantomeno un importante evento in primo luogo a livello libertario europeo.
Grazie alle possibilità offerte da internet e dalle piattaforme di social network è possibile ipotizzare in futuro qualora sia possibile ottenere maggiori sponsorizzazioni e finanziatori, la riproduzione e l’esportazione di questi momenti di incontro e di discussione con modalità simili di presentazione delle proposte pratiche in esse presentate anche in altri Paesi, realizzando se possibile nel corso dell’anno a fronte dell’evento principale di Lugano anche altre iniziative organizzate assieme agli altri movimenti e partiti aderenti del progetto Interlibertarians, quali momenti di interscambio coi gruppi operativi tesi a presentare tali idee nei rispettivi ambiti nazionali affinchè si possa giungere consapevoli preparati ad affrontare i futuri scenari.
In conclusione l’Interlibertarians vuole diventare per i libertari e per tutti gli amanti della libertà la nuova frontiera pionieristica verso la libertà.
Lugano al pari del burrone di John Galt nel romanzo La rivolta d’Atlante di Ayn Rand, vuole diventare la località dove numerosi difensori delle libertà vogliono lanciare la loro sfida internazionale agli Stati e ai detrattori del capitalismo di libero mercato, preparando e costruendo per tempo possibili scenari e proposte per una nuova società del domani, più libera, più responsabile, più individualista, più di libero mercato.

ConfContribuenti a convegno con i libertari di tutto il mondo

9 aprile 2011

Articolo di Elisa Serafini

Si è conclusa domenica la prima edizione di Interlibertarians, conferenza internazionale di partiti, associazioni e movimenti che si riconoscono nel pensiero libertario.

Durante la conferenza, svoltasi a Lugano, non sono state presentate solo “esperienze” dei diversi movimenti, ma soprattutto proposte concrete per riformare la politica, l’economia, le istituzioni e il fisco.

Tra i relatori si sono distinti gli interessanti interventi di Philip Davies, membro del Parlamento Britannico, conservatore, euro-scettico e mercatista, e quello del prof. Bertrand Lemmenicier, guru della teoria politica libertaria francese ed internazionale.

Tra i partecipanti italiani spiccano con forza le esperienze rivoluzionare di Leonardo Facco e Giorgio Fidenato, (Movimento Libertario) da tempo impegnati in due importanti battaglie di liberta’: una contro la pratica del sostituto d’imposta e l’altra a favore della coltivazione e distribuzione degli OGM.

La prima battaglia vede l’imprenditore Giorgio Fidenato impegnato a protestare contro quella che definisce una “schiavitù imposta dallo stato”.

Fidenato già da tempo versa ai suoi dipendenti l’intero contenuto della busta paga, lasciando agli stessi il compito di pagare le imposte, ma, proprio per questo motivo, l’imprenditore si è persino autodenunciato all’I.N.P.S., all’Agenzia delle Entrate ed al Ministero delle Finanze.

Ha, insomma, iniziato una battaglia che rappresenta un mix fra la disubbidienza civile e la resistenza fiscale. Battaglia simile quella a favore degli OGM, presentata durante la conferenza con tanto di confronto reale tra pannocchie biologiche e transgeniche (queste ultime ritenute per i consumatori molto più sane delle prime, per la loro capacità di eliminazione dei parassiti).

Un contributo è arrivato anche da chi scrive, che ha presentato il progetto di ConfContribuenti che mira a proporre a candidati di tutti i livelli di governo, un “impegno” a contenere la spesa pubblica, al pareggio di bilancio e alla riduzione delle tasse.

Molto interessante poi l’intervento di Francesco Carbone (UsemLab) che ha proposto una riforma del sistema monetario e bancario internazionale che porti ad un sistema di concorrenza tra valute.

Idee simili sono arrivate da Thomas Jacob, economista svizzero promotore di una riforma del Franco Svizzero in senso “aureo”, mentre altri due svizzeri, Paolo Pamini (ricercatore) e Rivo Cortonesi (Liberisti Ticinesi) hanno presentato rispettivamente una proposta di riforma al sistema istituzionale svizzero in senso confederale, e una proposta di riforma dell’istruzione di respiro totalmente libertario.

Interessante, infine, l’intervento di Mathias Muller, vice-presidente dell’UDC/SVP (primo partito svizzero per consenso politico), il quale ha presentato una proposta concreta per diffondere gli ideali liberali tramite l’azione politica.

E’ infatti l’azione politica a mancare spesso, negli ambienti liberali e libertari europei.

Di frequente, infatti, questi movimenti si sono limitati a fare “cultura”, o a portare avanti rivoluzioni di respiro assolutamente elitario.

Muller propone invece ai libertari di tutto il mondo (erano presenti anche alcuni americani di Students For Liberty e del Language of Liberty Institute), di scendere in politica (e non pensare solo a think tanks o fondazioni), e lavorare affinché gli ideali liberali vengano diffusi alle masse e non solo alle elite.

Il confronto internazionale ha permesso a tutti questi movimenti di fare finalmente network e di confrontarsi su tematiche reali che potrebbero davvero portare a una svolta nella storia politica ed economica del vecchio continente.

Pensiamo solo alla riforma in senso aureo del Franco Svizzero.

Questa proposta è arrivata al Parlamento Elvetico e, se votata, sconvolgerebbe del tutto i (dis)equilibri macroeconomici mondiali, riportandoci forse, all’uso di una moneta “sana” di sicuro valore, non falsato dalla prepotenza inflazionistica dello Stato.

Tra proposte ed esperienze, una cosa è certa: i liberali hanno finalmente capito che è necessario lavorare insieme, superando le barriere nazionali e riconoscendoci tutti in un’unica società, una società da cambiare, da rivoluzionare, ma per la quale dovremo, necessariamente, lavorare insieme.

Elisa Serafini è Tesoriere Confcontribuenti

Tratto da http://www.confcontribuenti.eu

Verso un mercato competitivo del denaro

9 aprile 2011

Articolo di Francesco Carbone

Innanzitutto voglio ancora ringraziare tutti i soci USEMLAB che il 2 aprile sono venuti a Lugano per partecipare a Interlibertarians.

E’ stato bello rivedere volti noti e amici oramai consolidati.

In particolare mi ha fatto molto piacere conoscere di persona soci o lettori che non avevo mai avuto modo di incontrare prima ma che seguono con attenzione i contenuti proposti su questo sito.

Mi spiace solamente di non aver potuto dedicare a tutti il tempo che avrei voluto.

In un paio di casi ho fatto addirittura una pessima figuraccia non capendo chi avevo davanti.

Ricordarsi i nomi associati a oltre 100 nicknames non è cosa facile.

Se questi sono problemi, mi auguro che possano capitare sempre più spesso.

Sono stati due giorni intensi, ricchi di scambi, idee, informazioni, proposte, progetti.

Ancora ho la testa confusa che implora di far decantare tutti gli input ricevuti in così poco tempo.

Sono riuscito tuttavia a rielaborare il testo che avevo abbozzato come guida del mio intervento.

I quindici minuti concessimi per il mio discorso mi hanno costretto a ridurre all’osso una esposizione che meritava almeno un’oretta per poter essere davvero approfondita e completa.

Pare che in diversi passaggi la mia velocità di esposizione abbia addirittura messo in difficoltà le traduttrici simultanee.

Me ne scuso.

Quindi è con molto piacere che offro a tutti, qua di seguito in PDF, il testo integrale del mio discorso, di modo che possa essere letto con calma e nella sua interezza.

Spero che lo segnaliate sul vostro facebook, che lo ritweetate e che lo facciate girare.

I messaggi in esso contenuti sono a mio avviso troppo importanti per essere ignorati.

Infine, ringrazio nuovamente gli organizzatori dell’evento, Rivo Cortonesi e Leonardo Facco, con l’auspicio non solo di poter davvero cominciare a fare qualcosa di concreto tutti insieme, ma anche di poter avere alla prossima edizione di Interlibertarians un numero di presenze almeno dieci volte superiore.

Il Problema: l’Inflazione Monetaria

Contrariamente a ogni possibile vostra aspettativa non comincerò citando un economista austriaco o un illustre libertario, ma Keynes, colui che ritengo il nemico storico della scienza economica, colui che ha dirottato il pensiero economico sul sentiero sbagliato causando indirettamente enormi danni alla società occidentale.

A Keynes, in fondo, le conseguenze di lungo termine del suo pensiero non interessavano, “nel lungo periodo siamo tutti morti”, diceva.

Lui certamente lo è, e riposa in pace, tranquillamente, noi invece siamo qua riuniti a occuparci delle conseguenze pratiche dei suoi disastri teorici e a pagarne i costi, in prima persona, giorno dopo giorno, a prezzi sempre più alti.

Gary North in Cosa è il Denaro scrive di Keynes che era spesso incoerente, che era deliberatamente incoerente, ma che tuttavia, quando voleva essere chiaro, sapeva essere un maestro di prosa.

E infatti, nel suo Le Conseguenze Economiche della Pace Keynes scrive brillantemente:

…il modo migliore per distruggere il sistema capitalistico è quello di svilirne la sua moneta.

Attraverso un processo continuativo di inflazione monetaria, i governi possono confiscare, segretamente e in maniera celata, una parte importante della ricchezza dei propri cittadini.

Non c’è modo più subdolo, e più sicuro, per rovesciare l’ordine sociale che lo svilimento del denaro.

Tale processo scatena tutte le forze dell’economia nel loro potenziale distruttivo e lo fa in una maniera tale che neanche una persona su un milione è in grado di accorgersene“.

Keynes ovviamente non poteva sapere che avremmo avuto internet, grazie al quale oggi, per fortuna, più di una persona su un milione ha chiara coscienza di quel processo: sul mio sito USEMLAB le dinamiche inflattive vengono spiegate molto chiaramente da diversi anni e mi auguro, anzi ormai credo, che ad averle capite pienamente siano ben più di un centinaio di persone il che fa più di una persona per milione di italiani ad avere finalmente compreso come al cuore dei nostri problemi economici e sociali ci sia un sistema monetario disonesto, malato, inefficiente, distruttivo dei processi di mercato.

Oltre una persona su un milione ad avere capito come il grado di corruzione del sistema monetario infetti i processi sociali oltre che quelli economici e come in ultima analisi in esso si rispecchi il grado di corruzione della società stessa.

Tutto questo grazie prevalentemente a internet.

Moneta e Sistema Bancario

Tuttavia si tratta di numeri ancora troppo piccoli.

La vera tragedia della nostra società continua a riposare sulla diffusissima ignoranza che avvolge le dinamiche monetarie all’origine tanto di questa ultima crisi quanto di ogni altra crisi del passato.

Due, dieci, persino cento persone su un milione sono ben poca cosa, e se ad essersi accorti della vera malattia del sistema bancario e monetario siamo ancora in pochi, appena una piccola frazione di noi si rende pienamente conto della profondità del danno operato in tutti questi anni e del potenziale distruttivo oramai insito nel sistema.

Sono rimasto sorpreso nello scoprire qualche giorno fa che il governatore della Banca d’Inghilterra nell’ottobre del 2010 ha avuto modo di scrivere in un paper ufficiale: “tra tutti i sistemi bancari possibili quello che abbiamo oggi è il peggiore”.

Si tratta senza dubbio di un buon segno, tuttavia, ammettere l’esistenza di un grave problema in seno al sistema bancario e monetario è indispensabile ma non sufficiente.

E’ anche necessario identificare correttamente e spiegare espressamente la vera sostanza del problema.

Cosa che viene fatta solo da pochi economisti di Scuola Austriaca.

In Europa abbiamo visto gente andare a protestare davanti alle banche centrali come se fossero la peggiore espressione del capitalismo moderno, ciò che oramai viene definito turbo-capitalismo, liberismo selvaggio, quando invece è vero l’opposto: questo sistema bancario e queste banche centrali non costituiscono una caratterizzazione del capitalismo, sono invece proprio ciò che sta distruggendo l’economia di libero mercato fondata sulla proprietà, il risparmio, gli scambi liberi e volontari.

Banche centrali e sistema bancario così come sono stati impostati nell’ultimo secolo costituiscono l’essenza del socialismo, della pianificazione centralizzata, essi sono al centro del processo di svilimento del denaro, rappresentano l’origine della corruzione che sta distruggendo l’istituzione sociale più importante di tutte!

Per chi ancora non se ne fosse accorto il denaro che era stato scelto volontariamente da persone libere è stato espropriato quasi cento anni fa, sostituito da denaro pubblico di tipo fiduciario, che viene gestito da un organo di pianificazione centrale, nelle cui mani oramai è stato riposto il destino delle economie e del nostro futuro.

Un sistema capitalista fondato sul risparmio presuppone una moneta sana, non una banca centrale monopolista che opera sulla base di un privilegio di Stato, emittente denaro di carta o digitale non coperto da alcun bene reale, del quale manipola arbitrariamente sia la quantità sia il tasso di interesse.

Una banca che gestisce peraltro in maniera confusa e poco trasparente un cartello di banche private in collusione con un ristretto numero di entità finanziarie e industriali, ma soprattutto con lo Stato stesso.

Conseguenze

L’espansione del Leviatano nelle nostre vite quotidiane rappresenta forse la prima immediata conseguenza dell’introduzione della moneta fiat, della moneta creata dal nulla.

Di fatto la moneta fiat è stata istituzionalizzata proprio per questo motivo: essa costituisce il principale, per quanto occulto, strumento di finanziamento dello Stato, e ne permette una espansione indiscriminata.

Senza Banca centrale e moneta fiat il grande Stato Nazionale non solo non avrebbe potuto espandersi come ha fatto nel corso del XX secolo, probabilmente non sarebbe neanche mai sorto.

Di fatto, è solo grazie alla moneta fiat che lo Stato ha potuto finanziare due guerre mondiali.

E’ solo grazie alla moneta fiat che è riuscito, nell’ultimo secolo, ad approfittare di ogni crisi per incrementare il proprio peso nell’economia dal 10-15% a oltre il 50%.

Curiosamente lo Stato, grazie alla moneta fiat, è l’unico soggetto economico che più fallisce più continua ad espandersi.

Ancora una volta, per tutti quelli che si ostinano a parlare di turbo-capitalismo o liberismo selvaggio: di fronte a questi numeri risulta più che mai evidente come le nostre vite siano ridotte ad agire in un ambito di libertà sempre più ostacolato e circoscritto, caratterizzato per oltre il 50% delle proprie attività dalla presenza dello Stato.

In queste economie oramai più socialiste che di libero mercato, la genuina funzione imprenditoriale è continuamente impedita, distorta, disincentivata.

Ma un altro effetto legato direttamente alla moneta fiat è questa ricorrenza di crisi sempre più ampie a intervalli sempre più brevi.

Come spiega molto bene la Scuola Austriaca di economia, ad alimentare le crisi cicliche è la creazione di credito bancario oltre il livello di risparmi reali forniti volontariamente dalla popolazione.

Il sistema bancario moltiplica artificialmente questi risparmi reali stimolando altrettanto artificialmente il sistema economico in un ciclo continuo di espansione e crisi.

E pur tuttavia, a causa del ricorso sempre più massiccio alla moneta fiat da parte delle banche centrali, queste crisi che si sono succedute negli ultimi trenta anni non sono mai riuscite a dispiegarsi fino in fondo di modo tale da ripulire il mercato.

Gli errori artificialmente indotti si sono stratificati nel tempo mentre il sistema ha continuato ad alimentare una illusione di prosperità che ci ha spinto a vivere al di sopra delle nostre possibilità, facendoci “mangiare” non solo il capitale a nostra disposizione ma anche quello delle generazioni future.

La prosperità di un sistema sociale, si ricordi sempre, dipende strettamente dal fondo di risparmi reali, è la conseguenza spontanea dell’allocazione del risparmio in una corretta accumulazione di beni capitali.

Moneta e banca dovrebbero rappresentare il ponte tra i risparmi reali e gli investimenti.

Il sistema bancario fondato su moneta fiat fa ben altro: incoraggia investimenti non sostenibili e scoraggia il risparmio.

Opera in questo senso in via esponenziale da oramai oltre 30 anni. Immaginate la dimensione e la profondità del danno!

Il Nocciolo del Problema

Ma quale è davvero il cuore del problema di questo sistema gestito dalle banche centrali in cui peraltro si privatizzano gli utili e si socializzano continuamente le perdite? Il nocciolo di tutto quanto sta nel corso forzoso, cioè nell’obbligo di usare la moneta di Stato qualunque sia la qualità della stessa. In altre parole ci è assolutamente preclusa la possibilità di poter scartare la moneta di qualità scadente, scegliendo liberamente monete alternative di qualità superiore, che meglio si adattano alle nostre esigenze.

La libertà viene percepita generalmente come libertà di poter scegliere, tuttavia non capiamo che nell’economia odierna possiamo scegliere quasi tutto, tranne il denaro stesso.

Nell’economia moderna la nostra vita ruota sempre più intorno al denaro eppure paradossalmente pochi sanno cosa esso sia, mentre quasi nessuno si rende conto di non avere alcuna possibilità di scelta in merito al denaro che preferirebbe utilizzare come mezzo di pagamento, riserva di valore o unità di conto.

Una economia che non poggia sulla libera scelta del denaro non è una economia di libero mercato ed essa non può plasmare una società davvero libera.

Ogni intervento dello Stato sull’emissione di denaro non solo è incompatibile con l’istituzione della proprietà privata ma è anche incompatibile con la natura imprenditoriale dell’essere umano.

Dopo secoli di interferenza statale, che in taluni casi ha finito con il distruggere intere civilizzazioni, il mercato del denaro dovrebbe essere finalmente liberalizzato.

Solo così sarà possibile dare impulso alla successiva fase evolutiva della civilizzazione.

La Protezione

Questo sistema economico gestito centralmente, molto spesso in maniera occulta, che va contro la natura dell’essere umano, collasserà a mio avviso entro la fine di questa decade, di colpo, come accadde un bel giorno alla vecchia Unione Sovietica.

Nell’ambito delle ristrette libertà a noi concesse possiamo cercare di proteggerci da questa eventualità tramite l’acquisto di quei metalli che in passato hanno ricoperto e svolto egregiamente una funzione monetaria.

In fondo questa è stata la mia principale raccomandazione da quando ho aperto il mio sito nel gennaio del 2002.

Eppure ciò non basta.

Innanzitutto in questa difesa tutta privata del nostro capitale, ci sono ostacoli di non poco conto:
1) non possiamo utilizzare quei metalli acquisiti come mezzo di pagamento in uno scambio volontario, ci è vietato a causa del monopolio concesso alla banca centrale.
2) esiste nei confronti dei metalli un trattamento fiscale penalizzante, il capital gain da pagare al momento della rivendita, e addirittura nel caso dell’argento, l’iva da pagare subito al momento dell’acquisto!
3) corriamo sempre il rischio che i metalli possano venire confiscati come venne fatto con l’oro nel corso del XX secolo, siano essi in nostro diretto possesso o allocati presso aziende che offrono servizi di deposito.

Il nostro obiettivo di persone davvero libere dovrebbe essere quello di poter tornare ad operare in un regime di libero scambio tanto nella produzione quanto nella scelta del mezzo di pagamento.

Dovremmo mirare all’eliminazione totale e permanente du tutti questi ostacoli che di fatto penalizzano non solo il ritorno a una moneta sana, ma anche la difesa privata dei nostri risparmi.

Il Free Competition in Currency ACT di Ron Paul

Negli Stati Uniti Ron Paul sta perseguendo l’obiettivo di restaurare una moneta sana.

Il suo Free Competition in Currency Act si articola secondo i seguenti tre punti:

1) Eliminare il monopolio, cioè la coercizione ad utilizzare il denaro di Stato a un prezzo prefissato.
Il governo dovrebbe continuare a produrre moneta solo come un competitore tra molti. Il denaro deve poter rispondere alle esigenze degli attori economici. Esso è il più importante regolatore del meccanismo di mercato e in quanto tale deve essere a sua volta regolato dal processo di mercato! Non escluso! Se la gente fosse libera di rifiutare il denaro soggetto a continuo svilimento, chiedendo al suo posto una moneta sana, la famosa legge di Gresham funzionerebbe al contrario: a sparire dalla circolazione sarebbe la moneta cattiva.
2) Liberalizzare il conio privato rimuovendo anche ogni barriera di entrata all’industria bancaria.
Ovviamente a protezione del consumatore, come in ogni altro settore, ci sarebbero leggi ancora più severe contro la frode e la falsificazione.
3) Eliminare tutti i capital gains, nonché le tasse sulla compravendita di metalli.

La Soluzione di Huerta de Soto

A mio avviso, da studioso dell’economia austriaca e da libertario, il problema riguarda però anche un altro aspetto: la questione della riserva frazionaria delle banche, riconducibile a una legislazione che per diversi secoli ha concesso alle banche stesse un privilegio unico e del tutto speciale.

Il problema è di tornare a distinguere con chiarezza tra contratto di deposito e contratto di prestito, due contratti ben differenti fusi da troppo tempo in un unico aborto giuridico pregiudizievole ai fini di un corretto e onesto esercizio del credito.

Anche un sistema di Free Banking fondato sulla riserva frazionaria, peraltro esperienza storica già vissuta prima del XX secolo, finisce inevitabilmente con il creare dal nulla credito in eccesso, con conseguenti malinvestments, ciclo economico di espansione e crisi, nonché le finali corse allo sportello che scatenano nel settore tutta una serie di fallimenti a catena.

L’approccio del Prof. Huerta de Soto autore di Money, Bank Credit and Economic Cycles, teso a rimuovere la riserva frazionaria, si articola intorno ai seguenti tre punti:
1) L’obbligo del 100% di riserva bancaria, misura che finalmente chiudebbe il capitolo aperto dalla legge di Peel del 1844, che negli UK aveva imposto la copertura totale in oro delle banconote ma non delle scritture contabili denominate depositi bancari.

Il sistema di riserva 100% è anche l’unica soluzione coerente con una piena difesa dei diritti di proprietà che sono alla base del sistema di mercato e di libero scambio.

In Inghilterra i parlamentari Douglas – Parker hanno presentato un progetto di legge per riformare il sistema bancario in questa direzione.

Molto probabilmente sarà rigettato, ma sappiamo almeno che in Inghilterra la questione è arrivata ai vertici, mentre in Italia non c’è un singolo economista o politico che parli apertamente della questione.

2) L’eliminazione della banca centrale, resa inutile dal 100% di riserva.
La banca centrale è dannosa in tutte le sue azioni da pianificatore centrale e gestore di un cartello oligopolistico che tendenzialmente privilegia le grosse aziende e le lobbies a scapito della piccola media imprenditoria.
3) L’emissione della base monetaria prodotta da privati in competizione tra di loro. Il potere di emettere moneta è fatalmente seducente e pertanto non può essere lasciato in mano al monopolista terroriale della violenza, né a un suo stretto alleato. Esso va restituito al mercato! Non c’è dubbio che lasciando al mercato la possibilità di poter produrre moneta anche in forma di gettoni, biglietti di carta o scritture contabili, basate su vaghe promesse di beni reali futuri, gli utenti finiranno con lo scegliere le forme monetarie più affidabili e sicure, coperte al 100% da beni reali già esistenti e tendenzialmente molto scarsi.

Il Costitutional Tender Act

Sia l’approccio di Huerta che quello di Ron Paul, sono approcci realizzabili solo nell’ipotesi di poter arrivare al cuore del sistema per cambiarlo dall’alto.

Negli USA questi tentativi sono sempre falliti.

E personalmente non vedo molte più chance nell’ambito della comunità Europea.

Tuttavia, c’è un altro approccio che in USA sta funzionando: il cosiddetto Constitutional Tender Act.

Viene definito dai suoi sostenitori come un approccio Bottom Up e ha l’obiettivo di riuscire ad abbattere il monopolio della FED senza neanche dover chiamare in causa la costituzionalità stessa della banca centrale americana, tentativo in passato sempre fallito.

Tale approccio si fonda sulla possibilità effettiva di poter reintrodurre nei singoli stati membri il dettato costituzionale americano, nello specifico Articolo 1, Sezione 10, che vieta espressamente agli Stati membri di accettare come pagamento ad estinzione totale del debito qualunque forma di denaro tranne oro e argento.

Questo approccio decentralizzato per adesso ha ottenuto il primo successo in Utah lo scorso 25 marzo.

Nel Montana la legge invece non è passata.

Molti sono gli Stati che si stanno muovendo per cercare di reintrodurre l’obbligo di pagare le tasse in oro e argento.

In ultima analisi questo obbligo spingerà le imprese ad aprire dei conti in oro per farsi pagare in moneta sonante, e a cascata spingerà tutti gli attori economici a rifiutare la moneta cattiva per utilizzare quella buona.

E’ una iniziativa da seguire e sostenere perchè potrebbe essere il primo passo verso la demolizione del monopolio della Federal Reserve sul dollaro.

A differenza della realtà europea, ancora intellettualmente asfittica, le persone che negli USA hanno riconosciuto il pericolo della spirale distruttiva alimentata dal dollaro fiat gestito dalla FED sono numerosissime.

Esse stanno muovendosi attivamente per correre ai ripari in maniera preventiva, anzi che doversi confrontare solo successivamente all’emersione del danno.

Queste sono le intenzioni espressamente dichiarate in Utah, mentre in Georgia, un altro Stato nel quale si sta cercando di proporre la legge, si è giunti alla consapevolezza “che una moneta sana e fondata costituzionalmente è essenziale per la vita dei propri cittadini, la stabilità e la crescita economica dello Stato.”

Risultati e Prospettive

Ammesso che la moneta sana e onesta non può che essere moneta merce, gli scettici abbindolati da cento anni di moneta fiat, non pensino che reintrodurre oro e argento nel sistema significhi necessariamente andare in giro con le saccocce piene di metallo, pesanti e tintinnanti.

A parte che l’euro ci ha stracaricati di monetine di bassa lega e presto anche negli USA elimineranno il dollaro di carta per passare al dollaro in vile metallo, si tenga presente che la banconota rimane pur sempre un valido mezzo di pagamento purchè si torni a dichiararla sostanzialmente: “pagabile a vista al portatore”!

Con una moneta merce, non sparirebbero neanche le carte di credito, o i bancomat, tutte le innovazioni più recenti rimarrebbero in uso e verrebbero probabilmente migliorate: il totale regime di monopolio della moneta non solamente ci ha privato di una moneta sana e onesta ma anche di tutti quei processi e idee tramite le quali il mercato avrebbe scoperto altri metodi di produzione, offerta e utilizzo del denaro, sicuramente migliori rispetto a quelli esistenti oggi.

Già adesso, la digitalizzazione e l’informatica permettono l’utilizzo di oro e argento sia per i micro pagamenti sia per le transazioni complesse, in uso tanto universale quanto locale.

Si pensi al non dover più cambiare i propri euro in dollari, o in yen, o in qualunque altra valuta, ma alla possibilità invece di utilizzare il proprio conto oro in qualunque parte del mondo e con qualunque partner commerciale internazionale, senza dover pagare alcuna commissione di cambio.

Si pensi anche alla possibilità di poter scegliere liberamente l’allocazione fisica del proprio conto in metalli presso quei paesi dove la proprietà gode delle migliori garanzie, dove essa viene protetta, salvaguardata, rispettata e difesa.

Non solo, un domani la stessa informatica potrebbe offrire nuove forme monetarie basate su altre merci, denaro sempre e comunque coperto da beni reali o prodotti altamente valorizzati e desiderati dall’individuo.

La moneta fiat non ha niente di reale dietro di sé, solo tanta fiducia che va scemando e tante promesse che vanno aumetando.

In ultima analisi essa si basa su una promessa immorale, sempre più vana oltre che ingiusta: la promessa dello Stato di poter confiscare con la forza e la violenza la futura produzione di reddito dei propri cittadini, anche quelli che devono ancora nascere.

Gli americani oltre ad avere una finestra costituzionale che permette loro di attaccare dal basso il sistema della FED e del dollaro, hanno anche sviluppato una imprenditoria già ben orientata a cogliere le opportunità del futuro.

Si guardi ad esempio la rivista Digital Gold Money per capire come alla fine, nonostante tutto, la funzione imprenditoriale riesce sempre a far riemergere le idee oneste, a proporre le riforme necessarie, a reindirizzare la società verso la giusta direzione.

Non ho dubbi che la rivoluzione partirà dagli Stati Uniti, possibilmente anche da un suo eventuale disgregamento e da una successiva ricostituzione su basi più sane.

Di fatto il Nord America resta ancora oggi il faro della civilizzazione attorno al quale l’imprenditore più creativo e innovativo riesce a trovare il terreno più fertile per sviluppare e far crescere le proprie idee.

Italia ed Europa

Dobbiamo adesso capire cosa poter fare in Italia e in Europa.

Il problema è che in Italia non abbiamo alcuna protezione costituzionale, la parola moneta è citata solo nell’ Art. 117
Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie:”
Moneta, tutela del risparmio e mercati finanziari“… mentre come ben sappiamo l’articolo 47 recita:
La repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme, disciplina coordina e controlla l’esercizio del credito“.

Deo gratias non oso pensare cosa sarebbe successo in questo paese senza la protezione costituzionale del risparmio finito quasi tutto nel buco nero del debito pubblico.

Per il resto la pianificazione centrale di matrice socialista in materia di moneta e credito è prevista e garantita già a livello costituzionale.

Non abbiamo speranze se non attendere il crack up boom oppure cercare rifugio all’estero!

Vediamo quindi la bozza della costituzione europea, o perlomeno quella mappazza di qualche centinaio di pagine che forse nessuno, tranne i burocrati che l’hanno elaborata, ha ancora avuto il coraggio di leggersi.

L’articolo I-8 recita: “The currency of the Union shall be the euro“.

Ovvero la valuta dell’Unione è l’Euro.

Punto.

La valuta.

La moneta è qualcosa oramai di preistorico per i burocrati di Bruxelles.

Il denaro nasce come valuta, come carta fondata sul nulla.

Punto.

Mentre per quel che riguarda la proprietà all’articolo II-77 si legge:

The use of property may be regulated by law insofar as is necessary for the general interest” ovvero l’uso della proprietà, quando necessario, potrebbe essere regolato dalla legge per perseguire l’interesse generale.

Ovviamente chi stabilisce l’interesse generale sono i burocrati socialisti di Bruxell, quindi anche qua nessuna speranza.

Dimentichiamoci di poterci riprendere la proprietà del denaro nell’ambito della comunità europea, a meno che essa non fracassi su se stessa insieme all’Euro, cosa che peraltro sembra oramai inevitabile.

Non ci resta che guardare ai quei due paesi considerati Europa ma sfuggiti per ora al centralismo burocratico e soffocante della grande URSE (Unione Repubbliche Socialiste Europee).

Il processo di rifondazione monetaria su basi sane non potrà che ripartire in qualche modo o dall’Inghilterra o dalla Svizzera.

Considerato che in Svizzera è possibile modificare la costituzione tramite ricorso a referendum popolare non c’è dubbio che al momento le speranze migliori per sfuggire alla Tragedia dell’Euro riposino sulle iniziative della confederazione elvetica.

Auspici e Conclusioni

Il mio auspicio qua, oggi, è quello di cominciare seriamente a confrontarci sia per unire le forze sia per capire nelle diversità europee come e dove trovare una backdoor in grado di accogliere quelle idee e quelle riforme che un giorno riusciranno a cambiare il sistema obsoleto costituito dalla moneta di Stato, un sistema ormai prossimo alla fine.

Tutta la legislazione europea così come è stata impostata impedisce di fatto qualunque mercato competitivo del denaro.

Tuttavia le forze della globalizzazione alimentate dalla rivoluzione tecnologica e dal web, una eventuale rivoluzione monetaria oltreoceano, e la prossima crisi che potrebbe inghiottire diversi paesi dell’area Euro, potrebbero abbattere le resistenze opposte dai burocrati e aprire le porte, anche qua in Europa, per una riforma monetaria e bancaria orientata nella giusta direzione.

A tal fine, dobbiamo essere sempre pronti a cogliere le opportunità che si presenteranno di modo da poter sfruttare i cambiamenti a nostro favore.

In tal senso abbiamo la necessità di avere qualcuno nei nostri parlamenti così come gli inglesi hanno Douglas e Parker, di avere qualcuno nelle commissioni istituzionali così come gli americani hanno Ron Paul, di avere qualcuno nell’accademia così come gli spagnoli hanno Huerta de Soto.

Serve anche un insieme di imprese che al di là della competizione reciproca possa unire le forze per cercare di competere in maniera compatta contro il denaro di Stato.

La Svizzera come Stato esterno all’euro potrebbe rappresentare effettivamente la base di partenza per avviare un reale processo competitivo nei confronti dell’euro.

Il progetto del Franco Svizzero Aureo presentato prima di me da Thomas Jacob è la prima seria iniziativa per reintrodurre una moneta sana nel continente europeo.

Ad essa, sia in caso di successo sia di insuccesso, dovranno seguire altre proposte e altri progetti, studiati e perfezionati secondo i punti ben esaminati dai vari Ron Paul e Huerta de Soto.

Per quanto riguarda l’imprenditoria, in Svizzera ci sono già diverse aziende che a quanto pare offrono ottimi servizi per quel che riguarda l’acquisto, la vendita, e il deposito di oro e argento, ma è necessario poter avere una qualche garanzia costituzionale che renda questa protezione assoluta anche nei confronti dei cittadini stranieri che vogliano cercare di difendersi dalla confisca inflazionistica operata nei rispettivi paesi di appartenenza.

Purtroppo gli Stati che a livello globale stanno distruggendo l’istituzione sociale chiamata denaro hanno tutto l’interesse a non lasciare alcuna via di fuga ai loro cittadini.

Sono ben organizzati in un cartello solido e compatto, mirato a reprimere qualunque concorrenza, qualunque forma di apertura verso il cambiamento iniziata dai paesi più liberi e indipendenti.

I rifugi disponibili devono essere pochi e soprattutto devono rimanere solo alla portata delle tasche dei pochi amici diventati ricchi attraverso privilegi, politiche economiche, commesse, appalti, favoritismi, clientelismi e quant’altro.

Il cittadino medio non deve avere possibilità di fuga.

Eventualmente saà trascinato nella tragedia monetaria fino in fondo.

Questo è ciò che è sempre accaduto nel passato e che ahimè è destinato a ripetersi.

Per evitare di farsi trascinare in massa dentro questo baratro che oramai si è aperto con la crisi del 2008 è necessario diffondere la cultura adeguata, è necessario cercare di rimuovere l’ignoranza sulla questione monetaria che viene continuamente agevolata e diffusa non solo dai diretti interessati, ma anche da diverse frange di ciarlatani i quali, privi di qualunqua cultura economica e monetaria, creano ancora più confusione sulla materia.

C’è chi parla di rimettere la stampante monetaria in seno allo stato così da risolvere il “finto” problema del debito, chi parla di riempire il mondo con altri coriandoli basati su quelli già esistenti emessi dalle banche centrali, chi addirittura pensa di poter gestire la società dall’alto rimuovendo definitivamente la necessità del ricorso al denaro e al credito senza i quali l’avanzamento della civilizzazione e il benessere di cui godiamo oggigiorno sarebbero stati irragiungibili.

Ricordatevi e cercate di fare capire a tutti quelli che vi circondano che l’ignoranza monetaria non porta alla beatitudine, essa è l’essenza, la radice della nostra distruzione e della nostra miseria.

Il futuro di ogni società civilizzata dipende dalla qualità di ciò che viene usato come denaro.

Quando il denaro viene corrotto, inevitabilmente si corrompono anche i costumi e l’etica della società in cui esso circola.

Quando infine il denaro muore, anche la gente muore.

La possibilità di poter scegliere il denaro che più ci aggrada a questo punto non è più solamente una scelta di libertà, ma è soprattutto una scelta obbligata per tornare a dare alla nostra e alle prossime generazioni un futuro di prosperità e benessere.

Grazie a tutti

Tratto da http://www.movimentolibertario.it/ e da Usemlab.com

di Francesco Carbone
Il Problema: l’Inflazione Monetaria
Contrariamente a ogni possibile vostra aspettativa non comincerò citando un economista austriaco o un illustre libertario, ma Keynes, colui che ritengo il nemico storico della scienza economica, colui che ha dirottato il pensiero economico sul sentiero sbagliato causando indirettamente enormi danni alla società occidentale.
A Keynes, in fondo, le conseguenze di lungo termine del suo pensiero non interessavano, “nel lungo periodo siamo tutti morti”, diceva. Lui certamente lo è, e riposa in pace, tranquillamente, noi invece siamo qua riuniti a occuparci delle conseguenze pratiche dei suoi disastri teorici e a pagarne i costi, in prima persona, giorno dopo giorno, a prezzi sempre più alti.
Gary North in Cosa è il Denaro scrive di Keynes che era spesso incoerente, che era deliberatamente incoerente, ma che tuttavia, quando voleva essere chiaro, sapeva essere un maestro di prosa. E infatti, nel suo Le Conseguenze Economiche della Pace Keynes scrive brillantemente: “…il modo migliore per distruggere il sistema capitalistico è quello di svilirne la sua moneta. Attraverso un processo continuativo di inflazione monetaria, i governi possono confiscare, segretamente e in maniera celata, una parte importante della ricchezza dei propri cittadini. Non c’è modo più subdolo, e più sicuro, per rovesciare l’ordine sociale che lo svilimento del denaro. Tale processo scatena tutte le forze dell’economia nel loro potenziale distruttivo e lo fa in una maniera tale che neanche una persona su un milione è in grado di accorgersene”.
Keynes ovviamente non poteva sapere che avremmo avuto internet, grazie al quale oggi, per fortuna, PIU’ di una persona su un milione ha chiara coscienza di quel processo: sul mio sito USEMLAB le dinamiche inflattive vengono spiegate molto chiaramente da diversi anni e mi auguro, anzi ormai credo, che ad averle capite pienamente siano ben più di un centinaio di person…il che fa più di una persona per milione di italiani ad avere finalmente compreso come al cuore dei nostri problemi economici e sociali ci sia un sistema monetario disonesto, malato, inefficiente, distruttivo dei processi di mercato. Oltre una persona su un milione ad avere capito come il grado di corruzione del sistema monetario infetti i processi sociali oltre che quelli economici e come in ultima analisi in esso si rispecchi il grado di corruzione della società stessa. Tutto questo grazie prevalentemente a internet.
Moneta e Sistema Bancario
Tuttavia si tratta di numeri ancora troppo piccoli. La vera tragedia della nostra società continua a riposare sulla diffusissima ignoranza che avvolge le dinamiche monetarie all’origine tanto di questa ultima crisi quanto di ogni altra crisi del passato. Due, dieci, persino cento persone su un milione sono ben poca cosa, e se ad essersi accorti della vera malattia del sistema bancario e monetario siamo ancora in pochi, appena una piccola frazione di noi si rende pienamente conto della profondità del danno operato in tutti questi anni e del potenziale distruttivo oramai insito nel sistema.
Sono rimasto sorpreso nello scoprire qualche giorno fa che il governatore della Banca d’Inghilterra nell’ottobre del 2010 ha avuto modo di scrivere in un paper ufficiale: “tra tutti i sistemi bancari possibili quello che abbiamo oggi è il peggiore”.  Si tratta senza dubbio di un buon segno, tuttavia, ammettere l’esistenza di un grave problema in seno al sistema bancario e monetario è indispensabile ma non sufficiente. E’ anche necessario identificare correttamente e spiegare espressamente la vera sostanza del problema. Cosa che viene fatta solo da pochi economisti di Scuola Austriaca.
In Europa abbiamo visto gente andare a protestare davanti alle banche centrali come se fossero la peggiore espressione del capitalismo moderno, ciò che oramai viene definito turbo-capitalismo, liberismo selvaggio, quando invece è vero l’opposto: questo sistema bancario e queste banche centrali non costituiscono una caratterizzazione del capitalismo, sono invece proprio ciò che sta distruggendo l’economia di libero mercato fondata sulla proprietà, il risparmio, gli scambi liberi e volontari.
Banche centrali e sistema bancario così come sono stati impostati nell’ultimo secolo costituiscono l’essenza del socialismo, della pianificazione centralizzata, essi sono al centro del processo di svilimento del denaro, rappresentano l’origine della corruzione che sta distruggendo l’istituzione sociale più importante di tutte!
Per chi ancora non se ne fosse accorto il denaro che era stato scelto volontariamente da persone libere è stato espropriato quasi cento anni fa, sostituito da denaro pubblico di tipo fiduciario, che viene gestito da un organo di pianificazione centrale, nelle cui mani oramai è stato riposto il destino delle economie e del nostro futuro.
Un sistema capitalista fondato sul risparmio presuppone una moneta sana, non una banca centrale monopolista che opera sulla base di un privilegio di Stato, emittente denaro di carta o digitale non coperto da alcun bene reale, del quale manipola arbitrariamente sia la quantità sia il tasso di interesse. Una banca che gestisce peraltro in maniera confusa e poco trasparente un cartello di banche private in collusione con un ristretto numero di entità finanziarie e industriali, ma soprattutto con lo Stato stesso.
Conseguenze
L’espansione del Leviatano nelle nostre vite quotidiane rappresenta forse la prima immediata conseguenza dell’introduzione della moneta FIAT, della moneta creata dal nulla. Di fatto la moneta FIAT è stata istituzionalizzata proprio per questo motivo: essa costituisce il principale, per quanto occulto, strumento di finanziamento dello Stato, e ne permette una espansione indiscriminata.
Senza Banca centrale e moneta FIAT il grande Stato Nazionale non solo non avrebbe potuto espandersi come ha fatto nel corso del XX secolo, probabilmente non sarebbe neanche mai sorto. Di fatto, è solo grazie alla moneta FIAT che lo Stato ha potuto finanziare due guerre mondiali. E’ solo grazie alla moneta FIAT che è riuscito, nell’ultimo secolo, ad approfittare di ogni crisi per incrementare il proprio peso nell’economia dal 10-15% a oltre il 50%. Curiosamente lo Stato, grazie alla moneta FIAT, è l’unico soggetto economico che più fallisce più continua ad espandersi.
Ancora una volta, per tutti quelli che si ostinano a parlare di turbo-capitalismo o liberismo selvaggio: di fronte a questi numeri risulta più che mai evidente come le nostre vite siano ridotte ad agire in un ambito di libertà sempre più ostacolato e circoscritto, caratterizzato per oltre il 50% delle proprie attività dalla presenza dello Stato. In queste economie oramai più socialiste che di libero mercato, la genuina funzione imprenditoriale è continuamente impedita, distorta, disincentivata.
Ma un altro effetto legato direttamente alla moneta FIAT è questa ricorrenza di crisi sempre più ampie a intervalli sempre più brevi. Come spiega molto bene la Scuola Austriaca di economia, ad alimentare le crisi cicliche è la creazione di credito bancario oltre il livello di risparmi reali forniti volontariamente dalla popolazione. Il sistema bancario moltiplica artificialmente questi risparmi reali stimolando altrettanto artificialmente il sistema economico in un ciclo continuo di espansione e crisi.
E pur tuttavia, a causa del ricorso sempre più massiccio alla moneta FIAT da parte delle banche centrali, queste crisi che si sono succedute negli ultimi trenta anni non sono mai riuscite a dispiegarsi fino in fondo di modo tale da ripulire il mercato. Gli errori artificialmente indotti si sono stratificati nel tempo mentre il sistema ha continuato ad alimentare una illusione di prosperità che ci ha spinto a vivere al di sopra delle nostre possibilità, facendoci “mangiare” non solo il capitale a nostra disposizione ma anche quello delle generazioni future.
La prosperità di un sistema sociale, si ricordi sempre, dipende strettamente dal fondo di risparmi reali, è la conseguenza spontanea dell’allocazione del risparmio in una corretta accumulazione di beni capitali. Moneta e banca dovrebbero rappresentare il ponte tra i risparmi reali e gli investimenti. Il sistema bancario fondato su moneta FIAT fa ben altro: incoraggia investimenti non sostenibili e scoraggia il risparmio. Opera in questo senso in via esponenziale da oramai oltre 30 anni. Immaginate la dimensione e la profondità del danno!
Il Nocciolo del Problema
Ma quale è davvero il cuore del problema di questo sistema gestito dalle banche centrali in cui peraltro si privatizzano gli utili e si socializzano continuamente le perdite? Il nocciolo di tutto quanto sta nel corso forzoso, cioè nell’obbligo di usare la moneta di Stato qualunque sia la qualità della stessa. In altre parole ci è assolutamente preclusa la possibilità di poter scartare la moneta di qualità scadente, scegliendo liberamente monete alternative di qualità superiore, che meglio si adattano alle nostre esigenze.
La libertà viene percepita generalmente come libertà di poter scegliere, tuttavia non capiamo che nell’economia odierna possiamo scegliere quasi tutto, tranne il denaro stesso. Nell’economia moderna la nostra vita ruota sempre più intorno al denaro eppure paradossalmente pochi sanno cosa esso sia, mentre quasi nessuno si rende conto di non avere alcuna possibilità di scelta in merito al denaro che preferirebbe utilizzare come mezzo di pagamento, riserva di valore o unità di conto.
Una economia che non poggia sulla libera scelta del denaro non è una economia di libero mercato ed essa non può plasmare una società davvero libera. Ogni intervento dello Stato sull’emissione di denaro non solo è incompatibile con l’istituzione della proprietà privata ma è anche incompatibile con la natura imprenditoriale dell’essere umano. Dopo secoli di interferenza statale, che in taluni casi ha finito con il distruggere intere civilizzazioni, il mercato del denaro dovrebbe essere finalmente liberalizzato. Solo così sarà possibile dare impulso alla successiva fase evolutiva della civilizzazione.
La Protezione
Questo sistema economico gestito centralmente, molto spesso in maniera occulta, che va contro la natura dell’essere umano, collasserà a mio avviso entro la fine di questa decade, di colpo, come accadde un bel giorno alla vecchia Unione Sovietica.
Nell’ambito delle ristrette libertà a noi concesse possiamo cercare di proteggerci da questa eventualità tramite l’acquisto di quei metalli che in passato hanno ricoperto e svolto egregiamente una funzione monetaria. In fondo questa è stata la mia principale raccomandazione da quando ho aperto il mio sito nel gennaio del 2002. Eppure ciò non basta.
Innanzitutto in questa difesa tutta privata del nostro capitale, ci sono ostacoli di non poco conto:
1) non possiamo utilizzare quei metalli acquisiti come mezzo di pagamento in uno scambio volontario, ci è vietato a causa del monopolio concesso alla banca centrale.
2) esiste nei confronti dei metalli un trattamento fiscale penalizzante, il capital gain da pagare al momento della rivendita, e addirittura nel caso dell’argento, l’iva da pagare subito al momento dell’acquisto!
3) corriamo sempre il rischio che i metalli possano venire confiscati come venne fatto con l’oro nel corso del XX secolo, siano essi in nostro diretto possesso o allocati presso aziende che offrono servizi di deposito.
Il nostro obiettivo di persone davvero libere dovrebbe essere quello di poter tornare ad operare in un regime di libero scambio tanto nella produzione quanto nella scelta del mezzo di pagamento. Dovremmo mirare all’eliminazione totale e permanente du tutti questi ostacoli che di fatto penalizzano non solo il ritorno a una moneta sana, ma anche la difesa privata dei nostri risparmi.
Il Free Competition in Currency ACT di Ron Paul
Negli Stati Uniti Ron Paul sta perseguendo l’obiettivo di restaurare una moneta sana. Il suo Free Competition in Currency Act si articola secondo i seguenti tre punti:
1) Eliminare il monopolio, cioè la coercizione ad utilizzare il denaro di Stato a un prezzo prefissato.
Il governo dovrebbe continuare a produrre moneta solo come un competitore tra molti. Il denaro deve poter rispondere alle esigenze degli attori economici. Esso è il più importante regolatore del meccanismo di mercato e in quanto tale deve essere a sua volta regolato dal processo di mercato! Non escluso! Se la gente fosse libera di rifiutare il denaro soggetto a continuo svilimento, chiedendo al suo posto una moneta sana, la famosa legge di Gresham funzionerebbe al contrario: a sparire dalla circolazione sarebbe la moneta cattiva.
2) Liberalizzare il conio privato rimuovendo anche ogni barriera di entrata all’industria bancaria.
Ovviamente a protezione del consumatore, come in ogni altro settore, ci sarebbero leggi ancora più severe contro la frode e la falsificazione.
3) Eliminare tutti i capital gains, nonché le tasse sulla compravendita di metalli.
La Soluzione di Huerta de Soto
A mio avviso, da studioso dell’economia austriaca e da libertario, il problema riguarda però anche un altro aspetto: la questione della riserva frazionaria delle banche, riconducibile a una legislazione che per diversi secoli ha concesso alle banche stesse un privilegio unico e del tutto speciale.
Il problema è di tornare a distinguere con chiarezza tra contratto di deposito e contratto di prestito, due contratti ben differenti fusi da troppo tempo in un unico aborto giuridico pregiudizievole ai fini di un corretto e onesto esercizio del credito.
Anche un sistema di Free Banking fondato sulla riserva frazionaria, peraltro esperienza storica già vissuta prima del XX secolo, finisce inevitabilmente con il creare dal nulla credito in eccesso, con conseguenti malinvestments, ciclo economico di espansione e crisi, nonché le finali corse allo sportello che scatenano nel settore tutta una serie di fallimenti a catena.
L’approccio del Prof. Huerta de Soto autore di Dinero, Credito Bancario Y Cyclos Economicos, teso a rimuovere la riserva frazionaria, si articola intorno ai seguenti tre punti:
1) L’obbligo del 100% di riserva bancaria, misura che finalmente chiudebbe il capitolo aperto dalla legge di Peel del 1844, che negli UK aveva imposto la copertura totale in oro delle banconote ma non delle scritture contabili denominate depositi bancari.
Il sistema di riserva 100% è anche l’unica soluzione coerente con una piena difesa dei diritti di proprietà che sono alla base del sistema di mercato e di libero scambio. In Inghilterra i parlamentari Douglas – Parker hanno presentato un progetto di legge per riformare il sistema bancario in questa direzione. Molto probabilmente sarà rigettato, ma sappiamo almeno che in Inghilterra la questione è arrivata ai vertici, mentre in Italia non c’è un singolo economista o politico che parli apertamente della questione.
2) L’eliminazione della banca centrale, resa inutile dal 100% di riserva.
La banca centrale è dannosa in tutte le sue azioni da pianificatore centrale e gestore di un cartello oligopolistico che tendenzialmente privilegia le grosse aziende e le lobbies a scapito della piccola media imprenditoria.
3) L’emissione della base monetaria prodotta da privati in competizione tra di loro. Il potere di emettere moneta è fatalmente seducente e pertanto non può essere lasciato in mano al monopolista terroriale della violenza, né a un suo stretto alleato. Esso va restituito al mercato! Non c’è dubbio che lasciando al mercato la possibilità di poter produrre moneta anche in forma di gettoni, biglietti di carta o scritture contabili, basate su vaghe promesse di beni reali futuri, gli utenti finiranno con lo scegliere le forme monetarie più affidabili e sicure, coperte al 100% da beni reali già esistenti e tendenzialmente molto scarsi.
Il Costitutional Tender Act
Sia l’approccio di Huerta che quello di Ron Paul, sono approcci realizzabili solo nell’ipotesi di poter arrivare al cuore del sistema per cambiarlo dall’alto. Negli USA questi tentativi sono sempre falliti. E personalmente non vedo molte più chance nell’ambito della comunità Europea.
Tuttavia, c’è un altro approccio che in USA sta funzionando: il cosiddetto Constitutional Tender Act. Viene definito dai suoi sostenitori come un approccio Bottom Up e ha l’obiettivo di riuscire ad abbattere il monopolio della FED senza neanche dover chiamare in causa la costituzionalità stessa della banca centrale americana, tentativo in passato sempre fallito. Tale approccio si fonda sulla possibilità effettiva di poter reintrodurre nei singoli stati membri il dettato costituzionale americano, nello specifico Articolo 1, Sezione 10, che vieta espressamente agli Stati membri di accettare come pagamento ad estinzione totale del debito qualunque forma di denaro tranne oro e argento.
Questo approccio decentralizzato per adesso ha ottenuto il primo successo in Utah lo scorso 25 marzo. Nel Montana la legge invece non è passata. Molti sono gli Stati che si stanno muovendo per cercare di reintrodurre l’obbligo di pagare le tasse in oro e argento. In ultima analisi questo obbligo spingerà le imprese ad aprire dei conti in oro per farsi pagare in moneta sonante, e a cascata spingerà tutti gli attori economici a rifiutare la moneta cattiva per utilizzare quella buona. E’ una iniziativa da seguire e sostenere perchè potrebbe essere il primo passo verso la demolizione del monopolio della Federal Reserve sul dollaro.
A differenza della realtà europea, ancora intellettualmente asfittica, le persone che negli USA hanno riconosciuto il pericolo della spirale distruttiva alimentata dal dollaro FIAT gestito dalla FED sono numerosissime. Esse stanno muovendosi attivamente per correre ai ripari in maniera preventiva, anzi che doversi confrontare solo successivamente all’emersione del danno. Queste sono le intenzioni espressamente dichiarate in Utah, mentre in Georgia, un altro Stato nel quale si sta cercando di proporre la legge, si è giunti alla consapevolezza “che una moneta sana e fondata costituzionalmente è essenziale per la vita dei propri cittadini, la stabilità e la crescita economica dello Stato.”
Risultati e Prospettive
Ammesso che la moneta sana e onesta non può che essere moneta merce, gli scettici abbindolati da cento anni di moneta FIAT, non pensino che reintrodurre oro e argento nel sistema significhi necessariamente andare in giro con le saccocce piene di metallo, pesanti e tintinnanti. A parte che l’euro ci ha stracaricati di monetine di bassa lega e presto anche negli USA elimineranno il dollaro di carta per passare al dollaro in vile metallo, si tenga presente che la banconota rimane pur sempre un valido mezzo di pagamento purchè si torni a dichiararla sostanzialmente: “pagabile a vista al portatore”!
Con una moneta merce, non sparirebbero neanche le carte di credito, o i bancomat, tutte le innovazioni più recenti rimarrebbero in uso e verrebbero probabilmente migliorate: il totale regime di monopolio della moneta non solamente ci ha privato di una moneta sana e onesta ma anche di tutti quei processi e idee tramite le quali il mercato avrebbe scoperto altri metodi di produzione, offerta e utilizzo del denaro, sicuramente migliori rispetto a quelli esistenti oggi.
Già adesso, la digitalizzazione e l’informatica permettono l’utilizzo di oro e argento sia per i micro pagamenti sia per le transazioni complesse, in uso tanto universale quanto locale. Si pensi al non dover più cambiare i propri euro in dollari, o in yen, o in qualunque altra valuta, ma alla possibilità invece di utilizzare il proprio conto oro in qualunque parte del mondo e con qualunque partner commerciale internazionale, senza dover pagare alcuna commissione di cambio. Si pensi anche alla possibilità di poter scegliere liberamente l’allocazione fisica del proprio conto in metalli presso quei paesi dove la proprietà gode delle migliori garanzie, dove essa viene protetta, salvaguardata, rispettata e difesa.
Non solo, un domani la stessa informatica potrebbe offrire nuove forme monetarie basate su altre merci, denaro sempre e comunque coperto da beni reali o prodotti altamente valorizzati e desiderati dall’individuo.
La moneta FIAT non ha niente di reale dietro di sé, solo tanta fiducia che va scemando e tante promesse che vanno aumetando. In ultima analisi essa si basa su una promessa immorale, sempre più vana oltre che ingiusta: la promessa dello Stato di poter confiscare con la forza e la violenza la futura produzione di reddito dei propri cittadini, anche quelli che devono ancora nascere.
Gli americani oltre ad avere una finestra costituzionale che permette loro di attaccare dal basso il sistema della FED e del dollaro, hanno anche sviluppato una imprenditoria già ben orientata a cogliere le opportunità del futuro. Si guardi ad esempio la rivista Digital Gold Money per capire come alla fine, nonostante tutto, la funzione imprenditoriale riesce sempre a far riemergere le idee oneste, a proporre le riforme necessarie, a reindirizzare la società verso la giusta direzione.
Non ho dubbi che la rivoluzione partirà dagli Stati Uniti, possibilmente anche da un suo eventuale disgregamento e da una successiva ricostituzione su basi più sane. Di fatto il Nord America resta ancora oggi il faro della civilizzazione attorno al quale l’imprenditore più creativo e innovativo riesce a trovare il terreno più fertile per sviluppare e far crescere le proprie idee.
Italia ed Europa
Dobbiamo adesso capire cosa poter fare in Italia e in Europa.
Il problema è che in Italia non abbiamo alcuna protezione costituzionale, la parola moneta è citata solo nell’ Art. 117
“Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie:”
“Moneta, tutela del risparmio e mercati finanziari”… mentre come ben sappiamo l’articolo 47 recita:
La repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme, disciplina coordina e controlla l’esercizio del credito”.
Deo gratias non oso pensare cosa sarebbe successo in questo paese senza la protezione costituzionale del risparmio finito quasi tutto nel buco nero del debito pubblico. Per il resto la pianificazione centrale di matrice socialista in materia di moneta e credito è prevista e garantita già a livello costituzionale. Non abbiamo speranze se non attendere il crack up boom oppure cercare rifugio all’estero!
Vediamo quindi la bozza della costituzione europea, o perlomeno quella mappazza di qualche centinaio di pagine che forse nessuno, tranne i burocrati che l’hanno elaborata, ha ancora avuto il coraggio di leggersi.
L’articolo I-8 recita: The currency of the Union shall be the euro.
Ovvero la valuta dell’Unione è l’Euro. Punto. La valuta. La moneta è qualcosa oramai di preistorico per i burocrati di Bruxell. Il denaro nasce come valuta, come carta fondata sul nulla. Punto.
Mentre per quel che riguarda la proprietà all’articolo II-77 si legge:
The use of property may be regulated by law insofar as is necessary for the general interest.
ovvero l’uso della proprietà, quando necessario, potrebbe essere regolato dalla legge per perseguire l’interesse generale. Ovviamente chi stabilisce l’interesse generale sono i burocrati socialisti di Bruxell, quindi anche qua nessuna speranza. Dimentichiamoci di poterci riprendere la proprietà del denaro nell’ambito della comunità europea, a meno che essa non fracassi su se stessa insieme all’Euro, cosa che peraltro sembra oramai inevitabile.
Non ci resta che guardare ai quei due paesi considerati Europa ma sfuggiti per ora al centralismo burocratico e soffocante della grande URSE (Unione Repubbliche Socialiste Europee). Il processo di rifondazione monetaria su basi sane non potrà che ripartire in qualche modo o dall’Inghilterra o dalla Svizzera. Considerato che in Svizzera è possibile modificare la costituzione tramite ricorso a referendum popolare non c’è dubbio che al momento le speranze migliori per sfuggire alla Tragedia dell’Euro riposino sulle iniziative della confederazione elvetica.
Auspici e Conclusioni
Il mio auspicio qua, oggi, è quello di cominciare seriamente a confrontarci sia per unire le forze sia per capire nelle diversità europee come e dove trovare una backdoor in grado di accogliere quelle idee e quelle riforme che un giorno riusciranno a cambiare il sistema obsoleto costituito dalla moneta di Stato, un sistema ormai prossimo alla fine.
Tutta la legislazione europea così come è stata impostata impedisce di fatto qualunque mercato competitivo del denaro. Tuttavia le forze della globalizzazione alimentate dalla rivoluzione tecnologica e dal web, una eventuale rivoluzione monetaria oltreoceano, e la prossima crisi che potrebbe inghiottire diversi paesi dell’area Euro, potrebbero abbattere le resistenze opposte dai burocrati e aprire le porte, anche qua in Europa, per una riforma monetaria e bancaria orientata nella giusta direzione.
A tal fine, dobbiamo essere sempre pronti a cogliere le opportunità che si presenteranno di modo da poter sfruttare i cambiamenti a nostro favore. In tal senso abbiamo la necessità di avere qualcuno nei nostri parlamenti così come gli inglesi hanno Douglas e Parker, di avere qualcuno nelle commissioni istituzionali così come gli americani hanno Ron Paul, di avere qualcuno nell’accademia così come gli spagnoli hanno Huerta de Soto.
Serve anche un insieme di imprese che al di là della competizione reciproca possa unire le forze per cercare di competere in maniera compatta contro il denaro di Stato. La Svizzera come Stato esterno all’euro potrebbe rappresentare effettivamente la base di partenza per avviare un reale processo competitivo nei confronti dell’euro.
Il progetto del Franco Svizzero Aureo presentato prima di me da Thomas Jacob è la prima seria iniziativa per reintrodurre una moneta sana nel continente europeo. Ad essa, sia in caso di successo sia di insuccesso, dovranno seguire altre proposte e altri progetti, studiati e perfezionati secondo i punti ben esaminati dai vari Ron Paul e Huerta de Soto.
Per quanto riguarda l’imprenditoria, in Svizzera ci sono già diverse aziende che a quanto pare offrono ottimi servizi per quel che riguarda l’acquisto, la vendita, e il deposito di oro e argento, ma è necessario poter avere una qualche garanzia costituzionale che renda questa protezione assoluta anche nei confronti dei cittadini stranieri che vogliano cercare di difendersi dalla confisca inflazionistica operata nei rispettivi paesi di appartenenza.
Purtroppo gli Stati che a livello globale stanno distruggendo l’istituzione sociale chiamata denaro hanno tutto l’interesse a non lasciare alcuna via di fuga ai loro cittadini. Sono ben organizzati in un cartello solido e compatto, mirato a reprimere qualunque concorrenza, qualunque forma di apertura verso il cambiamento iniziata dai paesi più liberi e indipendenti. I rifugi disponibili devono essere pochi e soprattutto devono rimanere solo alla portata delle tasche dei pochi amici diventati ricchi attraverso privilegi, politiche economiche, commesse, appalti, favoritismi, clientelismi e quant’altro. Il cittadino medio non deve avere possibilità di fuga. Eventualmente saà trascinato nella tragedia monetaria fino in fondo. Questo è ciò che è sempre accaduto nel passato e che ahimè è destinato a ripetersi.
Per evitare di farsi trascinare in massa dentro questo baratro che oramai si è aperto con la crisi del 2008 è necessario diffondere la cultura adeguata, è necessario cercare di rimuovere l’ignoranza sulla questione monetaria che viene continuamente agevolata e diffusa non solo dai diretti interessati, ma anche da diverse frange di ciarlatani i quali, privi di qualunqua cultura economica e monetaria, creano ancora più confusionismo sulla materia.
C’è chi parla di rimettere la stampante monetaria in seno allo stato così da risolvere il “finto” problema del debito, chi parla di riempire il mondo con altri coriandoli basati su quelli già esistenti emessi dalle banche centrali, chi addirittura pensa di poter gestire la società dall’alto rimuovendo definitivamente la necessità del ricorso al denaro e al credito senza i quali l’avanzamento della civilizzazione e il benessere di cui godiamo oggigiorno sarebbero stati irragiungibili.
Ricordatevi e cercate di fare capire a tutti quelli che vi circondano che l’ignoranza monetaria non porta alla beatitudine, essa è l’essenza, la radice della nostra distruzione e della nostra miseria. Il futuro di ogni società civilizzata dipende dalla qualità di ciò che viene usato come denaro. Quando il denaro viene corrotto, inevitabilmente si corrompono anche i costumi e l’etica della società in cui esso circola. Quando infine il denaro muore, anche la gente muore.
La possibilità di poter scegliere il denaro che più ci aggrada a questo punto non è più solamente una scelta di libertà, ma è soprattutto una scelta obbligata per tornare a dare alla nostra e alle prossime generazioni un futuro di prosperità e benessere.
Grazie a tutti

Dalla scuola pubblica alla libera scelta della scuola

9 aprile 2011

Articolo di Rivo Cortonesi

Care amiche, cari amici, salto a piè pari la dissertazione sulla legittimità di molti dei compiti che lo Stato ha avocato a sé, limitandomi ad unʼaffermazione perentoria: il finanziamento, la gestione e il controllo della scuola pubblica è uno dei compiti di cui lo Stato si è appropriato nella maniera più completa e invasiva possibile.

Il motivo ufficiale di questa appropriazione lo conosciamo, ce lo ripetono instancabilmente i socialisti di tutti i partiti: lo Stato deve garantire a tutti lʼistruzione di base.

Peccato che da quello che a prima vista sembrerebbe essere un obiettivo condivisibile discenda poi unʼattuazione pratica assolutamente inaccettabile: infatti una cosa è proporsi di garantire a tutti lʼistruzione di base, unʼaltra adoperarsi nei fatti per garantire a tutti la stessa istruzione di base.

È uno di quei casi in cui il verbo garantire potrebbe essere sostituito con il verbo imporre, senza che gli effetti pratici della frase portino a risultati diversi.

Qualche anno fa, in Sicilia, mi imbattei in una società di sorveglianza, che garantiva la stessa protezione a tutti i proprietari delle villette ubicate lungo uno splendido tratto di costa, inclusa la casa dellʼamico che mi ospitava. La mafia garantiva a tutti la stessa protezione perché imponeva a tutti la stessa protezione.
Come ha ben scritto decenni fa lo svizzero Denis de Rougemont nel saggio I misfatti dell’istruzione pubblica:
«L’esistenza dei programmi e della democrazia implicano questa esigenza teorica: tutti i
bambini devono essere in grado in qualunque momento di:
1. ingurgitare la stessa quantità di materia,
2. di renderne conto allo stesso modo, nello stesso tempo.

Accontentiamoci di evidenziare che questo principio è alla base del sistema; che riposa dunque su una tranquilla ignoranza della natura umana.

La storia registra sì e no una o due altre idiozie di questa grandezza, ma bisogna riconoscere che non si era mai pensato di dar loro un’estensione universale e un carattere obbligatorio».

Sembrerebbe che unʼidiozia di questa portata (come la definisce il de Rougemont) abbia conseguenze nefaste solo su chi deve essere istruito, invece ne ha, di altrettanto gravi, anche su chi deve istruire.

Perciò, solo in apparenza il titolo del mio intervento: Dalla scuola pubblica alla libera scelta della scuola può sembrare riguardare soltanto gli studenti e le loro famiglie.

Nella proposta dei liberisti ticinesi, che mi accingo ad illustrare, in realtà anche i docenti dovrebbero poter scegliere liberamente la loro scuola, quella in cui credono e che pertanto intendono contribuire a realizzare, e per la quale sono disponibili a dare il meglio di sé stessi.

Essi dovrebbero essere messi in condizione di rispondere alla domanda di istruzione con una loro personalissima offerta di istruzione e non con quella imposta loro da unʼelite di regolamentatori illuminati.

Questa riconquistata libertà di insegnamento aprirebbe però per i docenti uno scenario nuovo, nel quale dovrebbero necessariamente confrontarsi, uno scenario dove lo spartiacque tra i migliori e i peggiori sarebbe costituito dal verdetto del mercato.

Perché una scuola che pretende di sopravvivere senza confrontarsi con i bisogni individuali di istruzione, che emergono via via dalla società civile, è una scuola che marcia sul posto in virtù del monopolio che esercita, e che è destinata ad unʼerosione costante della sua credibilità.

Di certo chi preferisce appiattirsi su di uno stipendio sicuro e un tran tran quotidiano senza infamia e senza lode, sarà un acerrimo nemico di questa proposta.

Non così chi, accettando la sfida, vedrà in essa lʼopportunità di valorizzare la propria professionalità e dar libero sfogo al proprio entusiasmo e alla propria creatività didattica.

Lʼobiettivo di garantire a tutti lʼistruzione di base tramite il finanziamento pubblico, non può
tuttavia, molto pragmaticamente, essere sconfessato, perché, qui in Ticino, lʼopinione pubblica non è pronta per la completa privatizzazione della scuola, neppure se accompagnata da forme di associazionismo volontario volte ad assicurare unʼistruzione di base per i più bisognosi.

Si può però liberalizzare lʼistruzione di base, intendo quella della scuola Media e della scuola Media superiore, continuando ad assicurarne la “gratuità” (tra virgolette beninteso perché sappiamo benissimo che lo Stato per dare a qualcuno deve necessariamente togliere ad un altro).

I Liberisti ticinesi si impegneranno perciò per una riforma della scuola che favorisca la
concorrenza tra i diversi istituti e permetta ad ogni famiglia di scegliere liberamente quello che ritiene più adatto alla crescita culturale dei propri figli.

Vediamo più in dettaglio la nostra proposta:
1) i concetti di scuola pubblica e di scuola privata vengono aboliti: per far questo i Liberisti chiedono che il Gran Consiglio voti ogni anno un credito destinato alla scuola Media e uno
destinato alla scuola Media superiore, e che questi due crediti vengano ripartiti tra tutti gli alunni iscritti all’una e all’altra scuola;
2) le famiglie avranno la libertà di iscrivere i propri figli nella scuola di loro gradimento,
purché ubicata sul territorio cantonale;
3) ogni scuola riceverà un sussidio pubblico proporzionale al numero di allievi iscritti;
4) ogni scuola disporrà di ampia libertà direzionale, pedagogica e programmatica;
5) ogni singolo istituto potrà ampliare i propri mezzi finanziari a disposizione, accettando
finanziamenti e donazioni private; sono esclusi contributi di strutture pubbliche o parapubbliche, nazionali od estere;
6) tutti gli istituti assumeranno lo stato giuridico di Fondazione e, a seconda della loro salute finanziaria, potranno, a loro discrezione, rinunciare in tutto o in parte per i propri alunni ai sussidi cantonali, che in nessun modo potranno però essere utilizzati per favorire altri istituti;
7) ogni nuovo progetto scolastico dovrà ottenere il preliminare avallo delle autorità
cantonali, cui compete solo di vigilare che esso:
7.1) non metta in pericolo la salute e la sicurezza fisica degli allievi,
7.2) non fomenti odio,
7.3) educhi al rispetto delle più elementari regole di convivenza civile

8 ) contro la decisione delle autorità pubbliche i promotori potranno ricorrere presso un tribunale.

Questa proposta può aprire le porte ad un reale pluralismo educativo e, favorendo l’ingresso di capitali privati nelle Fondazioni scolastiche, ridurre, nel medio-lungo periodo, anche il relativo onere finanziario per lo Stato, che tra lʼaltro fatica sempre più a reperire risorse per le scuole (attrezzature didattiche, manutenzione degli stabili, personale ausiliario, retribuzioni dei docenti e relativa scarsità di interessati allʼinsegnamento).

Non so quali forme di promovimento di questa idea (se piace) possano essere intraprese in tutti quei paesi caratterizzati, come qui in Ticino, da una forte presenza della scuola pubblica.

Noi stiamo lavorando trasversalmente ai diversi schieramenti politici per valutare la possibilità di intraprendere una via compatibile con le attuali leggi cantonali e federali in tema di iniziative parlamentari, popolari e di tipo referendario.

Speriamo che in questa battaglia di libertà anche amici di altri partiti possano darci una mano per sensibilizzare lʼopinione pubblica su questo tema e che la proposta dei liberisti ticinesi sulla scuola trovi un ampio consenso.

Tratto da http://liberisti.org

Sostituto d’imposta: Intervento di Leonardo Facco a Interlibertarians 2011

9 aprile 2011

Buongiorno a tutti, per me è davvero una grande soddisfazione essere presente a Interlibertarians,  la “Prima Internazionale dei Libertari”, vale a dire un evento unico e fortemente voluto dal movimento che ho l’onore di amministrare.

Spero, ma dipenderà da tutti noi, che questo possa diventare un appuntamento fisso nel panorama politico mondiale, ma ancor di più un appuntamento imprescindibile per chiunque aneli ad una società poliarchica e rispettosa dei diritti individuali.

Interlibertarians non è un consesso a misura di intellettuale, anche se da loro e con loro auspichiamo una stretta e proficua cooperazione e collaborazione.
Interlibertarians è nata – così almeno nelle intenzioni del sottoscritto e di Rivo Cortonesi – per far incontrare persone, gruppi, movimenti e partiti che non solo hanno a cuore la libertà, ma che la libertà la perseguono con azioni concrete, azioni tra le più svariate certo, ma azioni vere, in contrapposizione forte con lo Stato e con i suoi dogmi collettivisti.

Io sono un uomo d’azione da sempre, sogno la libertà in maniera assai pragmatica ed ho quindi un rapporto difficile con la classe politica, coi governanti: sarà fors’anche perché vivo in un paese in via di sottosviluppo come l’Italia?

Eppure, c’è più di una ragione per pensare – come ha scritto Paul Valery – che “la politica è l’artifizio di impedire che le persone si occupino delle cose che le riguardano”! Di più: “C’è più di una ragione per sostenere che i politici aspirino perlopiù ad espropriarci del frutto del nostro onesto lavoro, a governare, insomma, le nostre borse”! Il che è il massimo della tirannia dato che non esiste libertà politica senza libertà economica.

Il Novecento non solo è stato il secolo dello statalismo (che ha devastato ogni sano principio di libertà, ma è anche stato il secolo dell’assalto ai diritti di proprietà attraverso sia l’introduzione di sistemi welfaristici immorali, sia tramite l’adozione di sistemi fiscali, burocratici e di controllo degni delle peggio tirannie, che però ci hanno furbescamente insegnato a chiamare democrazie!

La schiavitù non è solo il vivere sotto dura oppressione in un gulag o in un lager, ma è anche quell’abito sociale avallato da tutti coloro – spesso chiamati popolo – i quali si lasciano dominare da una determinata condizione o consuetudine al servaggio.

E la “servitù volontaria” (per dirla con Etienne de la Boetie) è la strada maestra per finire col perdere ogni barlume di libertà personale ed ogni diritto civile.

E’ forse questo ciò a cui noi aspiriamo? Nossignori!

Interlibertarians, cari amici miei, è nata proprio per far incontrare quelle persone di buona volontà che non hanno l’attitudine a chinare il capo, ad accettare pedissequamente l’idea che ciò che è legale debba essere anche legittimo.

Noi non siamo portati a fare la parte dei somari che adorano gli sciacalli, per dirla con Mencken!

Acclarato quanto sopra, vengo al punto del mio intervento.

Come alcuni di voi sanno il Movimento Libertario si è fatto notare in questi anni per tre motivi:

1° Innanzitutto, perché veniamo da oltre un decennio di impegno culturale, fatto studio e apprendimento, di incontri pubblici, di libri pubblicati e scritti, di articoli sui giornali, di convention e di altre iniziative squisitamente culturali, dedite alla diffusione delle idee;

2° Perché quando abbiamo scelto di calcare le piazze, di alzare la nostra bandiera (è successo a Vicenza, a Roma, a Pordenone) non siamo andati a soltanto raccontare alla gente che pagare le tasse è un dovere civile, ma vanno abbassate; oppure che lo Stato dovrebbe essere un po’ meno oppressivo; oppure ancora che i politici e i burocrati sono un male necessario.
Eh No!!!!!!!!!!!!! Sui nostri volantini c’era scritto che

  • Le tasse sono un furto e non pagarle è legittima difesa!;
  • Lo Stato è il nostro nemico!;
  • Burocrati e politici sono parassiti e vivono alle spalle dei produttori di ricchezza e di chi lavora!

3° Perché da almeno quattro anni abbiamo iniziato ad agire nel solco di quelle idee in cui crediamo e che, vi assicuro, non lasciano indifferenti i nostri interlocutori.

Ma “le idee sono come perle false se non vengono messe in pratica” – ci ha insegnato Gandhi, il padre della nonviolenza –e di buone intenzioni sono lastricate le strade dell’inferno.

Da qui, ad esempio, la battaglia contro il censimento obbligatorio, che ho condotto in solitudine ed ho vinto, sottraendomi all’interrogatorio di Stato obbligatorio per legge!
Da editore, ho sfidato già una volta (ma lo rifarò con un’azione ancor più clamorosa il prossimo 10 settembre, insieme al Movimento Libertario che è diventato nel frattempo editore), la stupida norma che prevede il massimo sconto sui libri, oltre il quale non posso andare.

Una disciplina semplicemente demenziale, che comprime la mia sacrosanta libertà d’intraprendere e scambiare ciò che voglio, come voglio!

Quando iniziavamo a raccontare alla gente che avremmo messo in pratica gli insegnamenti libertari, un sacco di persone ci ha dato degli utopisti.

Nossignori, il libertarismo non è affatto un’utopia.

L’utopia invoca sistemi contrari alle leggi di natura.

Comunismo è utopia, il fascismo è utopia, il collettivismo è un’utopia.

Le utopie son quelle che ci infilano dritto dentro le dittature, nel nome del bene comune!

Financo la democrazia sapete è un’utopia, forse la più subdola e peggiore delle utopie, perché ci ha abituato a pensare che se una posizione viene sostenuta da una maggioranza di individui (spesso anche una minoranza) tanto basta per negare la libertà altrui.

Sempre, però, con la scusante del bene comune!

Il libertarismo, invece, è semplicemente la soluzione coerentemente liberale affinché un individuo, legittimo proprietario dei frutti del proprio lavoro, possa convivere pacificamente insieme ad altri individui, anch’essi proprietari del frutto del proprio lavoro, scambiando volontariamente beni e servizi.

Badate bene, ho già ripetuto più volte il concetto “frutto del proprio lavoro”.

Non l’ho fatto a caso, no! L’ho ribadito perché il titolo del mio intervento è “Il sostituto di imposta, tutti i soldi nelle tasche dei dipendenti”.

Di cosa si tratta? Di quel diabolico meccanismo che obbliga un datore di lavoro a raccogliere i soldi delle tasse dei dipendenti per nome e conto dello Stato.

Un marchingegno diabolico!

Per un libertario, già di per sé, la tassazione è una forma di violenza.

Non a caso si parla sempre di imposizione fiscale.

Imposizione e schiavitù suonano come parole molto simili, non possiamo prescindere dal ricordarlo costantemente.

Di più: se consideriamo la proprietà privata legittima, e mi pare di parlare ad una platea che su questo la pensa come me, non possiamo non convenire che qualsiasi aggressione alla proprietà si debba necessariamente definire furto!

Ebbene, nel caso del sostituto d’imposta, oltre all’esproprio coatto di buona parte dello stipendio di un lavoratore (che – mi si permetta un inciso – con i sistemi pensionistici attuali non si vedrà mai più ritornare indietro sotto forma di pensione di anzianità), assistiamo ad una forma vera e propria forma di Lavoro forzato a cui è sottoposto l’imprenditore, che deve fare da gabelliere per conto dello Stato.

Potevamo rimanere insensibile ad un tale sopruso?

Insieme a Giorgio Fidenato (imprenditore agricolo), dal gennaio del 2009, abbiamo deciso di dare in busta paga ai suoi 6 dipendenti il lordo dello stipendio.

Giorgio – sostenuto dal Movimento Libertario – si è autodenunciato all’I.N.P.S., all’Agenzia delle Entrate ed al Ministero delle Finanze, a quella miriade di organi governativi con cui in Italia abbiamo a che fare.

Abbiamo, insomma, iniziato una battaglia che rappresenta un mix fra la “disubbidienza civile e la resistenza fiscale”.

Abbiamo sollevato l’incostituzionalità della legge italiana, abbiamo avuto il consenso dei dipendenti, abbiamo intrapreso uno scontro pacifico, che non durerà poco, sia nel solco della “democrazia legislativa”, sia nel solco “dell’azione vera e propria”, perché nonostante la prima sentenza del giudice del lavoro ci abbia dato torto, noi, Giorgio non ha mai smesso di dare tutti i soldi nella busta paga dei dipendenti.

Dopo due anni, abbiamo ottenuto comunque qualche risultato:

1)   Siamo un esempio cristallino per molti altri imprenditori, che non hanno il coraggio per agire come vorrebbero;
2)  Stiamo agendo da libertari e, nonostante la prima sentenza sia stata negativa (abbiamo presentato ricorso e andremo fino alla Corte di giustizia europea), Giorgio continua a non fare il sostituto d’imposta;
3) Non ci siamo sottratti alle nostre responsabilità e siamo pronti a subire le conseguenze che una sacrosanta battaglia di libertà contro lo Stato comporta.

Gli uomini non hanno bisogno della violenza per realizzare la propria capacità di essere vicini al prossimo e agire in sintonia con gli altri. Semmai, la “macelleria sociale” – di cui il sostituto d’imposta è un’arma puntuta – è una prerogativa tutta statale.

Il ragionamento che voglio fare è il seguente: se un principio è sacrosanto – come ad esempio quello di non essere tassati – non si vede il motivo per cui si debba rimandare negli anni la sua applicazione.

Scriveva Rothbard citando l’abolizionista Garrison: “Se la schiavitù è un delitto, non è accettabile l’idea di chi vorrebbe abolirla sì, ma gradualmente.

Ciò comporterebbe che allora la schiavitù non fa proprio così schifo se possiamo permetterci di mantenerla in vigore per un altro tot di tempo”.

Ebbene, lo stesso principio vale di fronte a vessazioni come il sostituto d’imposta, che – lo ribadisco – altro non è che una forma di schiavitù volontaria.

Qualcuno dirà: ma noi dobbiamo crescere per cambiare le cose, useremo le leggi per dare una sterzata decisa.

Bruno Leoni e Frédéric Bastiat si rivoltano nella tomba sentendo queste affermazioni, soprattutto in Italia!.

Vi faccio un esempio concreto: Contro il sostituto d’imposta, in Italia, si sono schierate praticamente tutte le forze politiche, addirittura venne proposto un referendum per abolirlo, ma nemmeno venne preso in considerazione dalla Corte Costituzionale.

Ad oggi, nessuna forza politica ha mantenuto una sola promessa fatta in merito!!!

In sintesi, non che noi si debba usare lo Stato, la democrazia) ed i suoi strumenti, per avviare un “moderato processo di destatalizzazione”.

Noi dobbiamo invece stroncare sul nascere tutte le manifestazioni di statalismo che proliferano indisturbate.

Quanti hanno a cuore la libertà della persona e quindi ritengono che non ci sia giustizia dove un uomo usa violenza su un proprio simile (e lo Stato si fonda sul monopolio della violenza) dovrebbero iniziare a prendere sul serio taluni temi della tradizione più coerentemente antistatalista.

I paesi liberi sono quelli che di tanto in tanto sanno ribellarsi.

Sono quelli che per rendersi liberi hanno capito che bisogna far crepare di fame la bestia! Evitare di dargli i nostri denari!

Scriveva Locke che esula dai doveri dell’uomo quello di farsi sottomettere sino al punto di farsi distruggere.

Orbene, se è vero che un uomo che pensa non potrà mai essere ridotto in schiavitù, figuratevi voi quanto bene potrà fare un uomo, anzi più uomini, che agiscono insieme!
Grazie!

Tratto da http://www.movimentolibertario.it

Interlibertarians: I libertari si incontrano a Lugano per discutere una strategia anti-statalista

9 aprile 2011

Articolo di Stefano Magni

Lugano è sempre stata terra di libertà e di pace.

E’ per questo che ha offerto rifugio a dissidenti (soprattutto italiani) nei peggiori periodi della nostra storia.

Ed è anche per questo motivo che si è riunita a Lugano, il 2 e il 3 aprile, Interlibertarians, il primo forum europeo di movimenti libertari.

Il libertarismo non va confuso con l’anarchismo di “Addio Lugano bella!”.

Qui stiamo parlando del libertarismo inteso in senso americano, il libertarianism, cioè il liberalismo classico portato alle sue coerenti ed estreme conseguenze.

Il libertarismo rifiuta lo Stato, o ne vuole ridurre il potere ai minimi termini, perché dà fiducia alle istituzioni spontanee, già esistenti e funzionanti, del libero mercato.

Nessun governo accetta di farsi da parte o di ridurre il suo potere ai minimi termini.

Quindi, nell’Europa democratica di inizio XXI Secolo, i libertari sono i nuovi dissidenti.

A Lugano ha parlato fra i primi l’imprenditore agricolo friulano Giorgio Fidenato.

Che, non solo propone idee di libero mercato, ma le pratica.

Sfida leggi proibizioniste, coltivando pannocchie Ogm.

E sfidando apertamente il fisco, dando ai suoi dipendenti lo stipendio lordo (tasse comprese) in busta paga.

La terra in cui fa germogliare sementi Ogm è di sua proprietà, dunque non minaccia chi ha paura dell’agricoltura geneticamente modificata.

Ai suoi dipendenti fornisce tutti gli estremi per pagare le tasse, dunque non è un evasore.

Però, sul sostituto di imposta, sta combattendo una battaglia legale che si preannuncia molto lunga e difficile. Leonardo Facco, leader del Movimento Libertario italiano, ricorda quanto sia difficile ottenere qualcosa dalla politica tradizionale: “Contro il sostituto di imposta” – dichiara Facco – “si sono pronunciate tutte le forze politiche.

Tutte: dall’estrema destra a Rifondazione Comunista.

Chi in un modo chi nell’altro, ha detto che avrebbe fatto qualcosa, chi con progetti di legge, chi con proposte di referendum.

La realtà è che tutte le promesse sul sostituto d’imposta non sono mai state mantenute”.

Gli strumenti della democrazia, per promuovere una graduale de-statalizzazione, hanno dunque i loro grandi limiti.

E allora: che fare? Nelle due giornate di Interlibertarians si sono alternate una serie di proposte di strategie, rigorosamente pacifiche, su come cercare di cambiare lo stato attuale della politica riducendo il potere dello Stato.

Elisa Serafini, di Confcontribuenti, propone la strategia del “pledge”, che verrà sottoposto alla firma, volontaria, dei candidati delle prossime elezioni amministrative.

Chi lo firma, si impegnerà a non alzare le tasse e a ridurre la spesa pubblica.

Se le costituzioni non riescono più a contenere il peso dello Stato, una strategia alternativa per ridurlo è l’introduzione di una competizione fra enti locali.

Paolo Pamini, del Liberales Institut di Zurigo, ci spiega come si possibile realizzare (soprattutto in paesi già federali come la Svizzera), il progetto dei Focj: un comune che appartiene ad un cantone, dovrebbe essere libero di acquistare servizi da un altro cantone.

Jan Krepelka, un liberale della Repubblica Ceca, ci fa invece toccare con mano quanto sarebbe importante una privatizzazione della sanità.

E’ a causa di un servizio sanitario nazionale, infatti, che lo Stato può permettersi di decidere sulle nostre abitudini personali, quali la dieta, il fumo, le nostre abitudini sessuali.

Rivo Cortonesi, dei Liberisti Ticinesi, fa un discorso analogo sull’istruzione.

Quel che viene visto normalmente come un diritto all’istruzione cela una volontà di omologazione su un unico modello culturale.

Solo liberalizzando la scuola, avremo la possibilità di essere educati da individui liberi.

I piccoli partiti e movimenti libertari non potrebbero combinare nulla? Mathias Mueller, vicepresidente dell’Udc svizzero di Bienne, spiega come sia possibile entrare in un partito non libertario e proporre tutti i programmi fondamentali dal suo interno.

Al polo opposto, l’economista francese Bertrand Lemennicier ci illustra una serie di strategie individuali su come “sparire” agli occhi dello Stato.

La sua è una provocazione forte: se proprio non riusciamo a riformare il sistema, almeno cerchiamo di farci ignorare da esso.

Ma il modello politico-economico attuale è così inattaccabile? La solidità è solo un illusione, come ci spiega il giovane economista Francesco Carbone, dell’associazione Usemlab.

La crisi ha colto tutti alla sprovvista.

Un sistema monetario fondato sul potere (politico) di emissione delle banche centrali, svincolato dallo standard aureo, ha mostrato le sue prime crepe.

Se imploderà lo farà di colpo, senza preavviso.

I libertari, da sempre sostenitori del “gold standard” sono gli unici che avrebbero tutti gli strumenti (per lo meno teorici) per sopravvivere a un collasso simile.

E non è solo teoria.

C’è chi, come Thomas Jacob, ci illustra il suo progetto di introdurre, in Svizzera, un franco aureo.

Per ora i libertari devono rifugiarsi a Lugano per poter parlare, liberi dai pregiudizi politici di chi non li vuol capire.

In futuro potrebbero essere loro a fornire un’Arca di Noè (d’oro) a tutti gli altri.

Tratto da http://www.opinione.it/

Il programma dell’Interlibertarians 2011

30 marzo 2011

Questo è il programma dell’Interlibertarians previsto a Lugano il 2-3 aprile 2011

SABATO 2 aprile

● h 14:30 – 14:35 presentazione della conferenza da parte di Franco Bertelli,rappresentante del Partito dei liberisti ticinesi I Liberisti

● h 14:40 – 15:10 intervento di apertura di Rt Hon Philip Davies MP (Freedom Association): Libertà dal crimine

● h 15:15 – 15:30 Domande e risposte

● h 15:35 – 15:50 Giorgio Fidenato (Agricoltori federati): Biotech, la libertà di impresa in agricoltura

● h 15:55 – 16:10 Leonardo Facco (Movimento Libertario): Il sostituto di imposta, tutti i soldi nelle tasche dei dipendenti

● h 16:15 – 16:30 Elisa Serafini (ConfContribuenti): Tax Payers Vs Tax Consumers: sottoscrivere un contratto!

● h 16:35 – 16:50 Paolo Pamini (Liberales Institut Zürich): Due proposte per comunalizzare il potere politico

● 16:55 – 17:25 Coffee break

● h 17:30 – 17:45 Jan Krepelka: Sanità statale come collettivazione della vita quotidiana

● h 17:50 – 18:05 Rivo Cortonesi (Liberisti ticinesi): Dalla scuola pubblica alla libera scelta della scuola

● h 18:10- 18:25 Francesco Carbone (Associazione Usemlab): Verso un mercato competitivo del denaro

● h 18:30- 18:45 Thomas Jacob: Franco aureo: un progetto storico

● h 18:30 – 19:00 intervento di chiusura di Bertrand Lemennicier, professore di economia liberista: Il diritto di ignorare lo stato tra teoria e pratica (sponsorizzato dall’Associazione Liberisti Ticinesi)

● h 19:05 – 19:20 Domande e risposte

DOMENICA 3 aprile

● h 9:00 – 12:00 Dibattito e conclusioni

● h 12:00 – 13:00 Lunch standing buffet

Sarà presente all’Interlibertarians come relatore dell’evento anche Mathias Müller, vicepresidente dell’UDC/SVP di Bienne.
Nelle due giornate verranno proiettati come videomessaggi o letti i contributi provenienti dai seguenti relatori esterni:

● Mark Hinkle, Presidente del Libertarian Party statunitense

● Juan Pina, Presidente del Partido de la libertad Individual spagnolo

● Andrew Withers, Presidente del United Kingdom Libertarian Party britannico

● Sean Gabb, direttore della Libertarian Alliance (UK)

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This is the program of Interlibertarians that will be organized in Lugano, 2-3 April 2011

Saturday, April 2

● h 14:30 to 14:35 Presentation of the conference by Franco Bertelli, representing of the Liberist Party of Ticino

● h 14:40 to 15:10 opening speech by Rt Hon Philip Davies MP (Freedom Association): Freedom from crime

● h 15:15 to 15:30 Questions and answers

● h 15:35 to 15:50 Giorgio Fidenato (Italian Federated Farmers): Biotech, freedom of enterprise in agriculture

● h 15:55 to 16:10 Leonardo Facco (Italian Libertarian Movement Managing Director): The withholding tax

● h 16:15 – 16:30 Elisa Serafini (ConfContribuenti): Tax Payers Vs Tax Consumers: sign a contract!

● h 16:35 – 16:50 Paolo Pamini (Liberales Institut Zürich): Two proposals to give political power to the Town Council

● 16:55 – 17:25 Coffee break

● h 17:30 to 17:45 Jan Krepelka: Health as a collective state of life daily

● h 17:50 to 18:05 Rivo Cortonesi (Secretary of the Liberist Party of Ticino): From the free public school choice of school

● h 18:10- 18:25 Francesco Carbone (Associazione Usemlab): Towards a competitive money market

● h 18:30 to 18:45 Thomas Jacob Franco: Aurous: a historical project

● h 18:30 to 19:00 closing remarks of Bertrand Lemennicier, professor of liberism economics: The right to ignore the state of theory and practice (sponsored by ‘ The Freedom Liberist  Association of Ticino)

● h 19:05 to 19:20 Questions and answers

Sunday, April 3

● 9:00 to 12:00 Debate and conclusions

● h 12:00 to 13:00 Lunch standing buffet

During the days of conference, there will be also the relator’s speech of Mathias Müller, vice president UDC/SVP in Bienne (Switzerland).

It will be also screened as video messages or read the contributions from the following relators:

● Mark Hinkle, Chairman of the U.S. Libertarian Party

● Juan Pina, President of the Partido de la Libertad Individual (Spain)

● Andrew Withers, President of the United Kingdom UK Libertarian Party

● Sean Gabb, Director of the Libertarian Alliance (UK)

Sito ufficiale dell’evento/ Official website of the event: http://www.interlibertarians.org/

english language section: http://web.mac.com/rcortonesi/INTERLIB/Sito/E1.html

Informazioni tratte da / Program of the event  from:

http://web.mac.com/rcortonesi/INTERLIB/Sito/I3/Voci/2011/3/20_Programma_della_conferenza.html

Pagina ufficiale Facebook dell’evento / Official Facebook page:

http://www.facebook.com/pages/Interlibertarians-2011/170558942986619

Pagina Facebook dell’evento in calendario / Facebook page of the event on calendar:

http://www.facebook.com/event.php?eid=171630562872386

Libertari di tutto il mondo incontriamoci a Lugano

30 marzo 2011

Articolo di Rivo Cortonesi (membro del Comitato organizzatore)

“Non c’è modo di evitare il collasso finale di un boom indotto da un’espansione creditizia.

La scelta è solo se la crisi debba avvenire prima come risultato dell’abbandono volontario di un’ulteriore espansione del debito o più tardi con la totale catastrofe del sistema monetario coinvolto.” (Ludwig von Mises)

Egregi lettori, la “profezia” di Ludwig von Mises, uno dei maggiori esponenti della scuola austriaca di economia, sui cui fondamenti teorici si regge tutto l’impianto intellettuale del liberismo, sembra allungare la sua ombra poco rassicurante sul nuovo anno.
Le politiche keynesiane messe in atto dagli Stati e dalle banche centrali per mantenere acceso il motore della cosiddetta “crescita”, nonostante il tam tam mediatico che le accompagna, si stanno rivelando fallimentari e lo sconquasso monetario e finanziario che ne consegue rischia di minare alla base le condizioni minime per un libero scambio di merci e di servizi fondato su condizioni al contorno “sufficientemente stabili nel lungo periodo”.
Mai come oggi risulta problematico fare l’imprenditore e progettare lo sviluppo di un’azienda: si sta giocando una partita dove le regole del gioco vengono mutate in continuazione (nuove e sempre più invasive regolamentazioni, con conseguente accresciuto peso della burocrazia) e quelle del mercato sono sempre più ridicolizzate da monete “disoneste”, che non rappresentano più nessun bene reale, ma sono solo frutto dell’arbitrio dei monopolisti della stampa di denaro falso: le banche centrali.
In queste condizioni il capitalismo in generale e le aziende in particolare rischiano di prendersi anche le colpe che non hanno, perché, prima o poi, non saranno più in grado di arginare l’inflazione o la deflazione che si scateneranno, con evidenti ricadute sociali negative, alle quali si cercherà di porre un freno con il solito modo cui sono avvezzi gli uomini dello Stato: tasse e balzelli.

Gli imprenditori che hanno davvero a cuore la libertà credono dunque che sia giunto il momento di rivedere un modello economico, ostacolato dall’iper-regolamentazione, drogato attraverso il debito pubblico e privato, e condizionato dal nervosismo finanziario e valutario, per tornare ad un’economia “sana”, fondata sulla responsabilità individuale, la difesa del risparmio, il lavoro “vero” e la stabilità monetaria.

Con questo spirito costruttivo i Liberisti Ticinesi ed il Movimento Libertario si sono fatti promotori dell’organizzazione a Lugano, nei giorni 2 e 3 aprile, della prima conferenza internazionale dei partiti e dei movimenti libertari Interlibertarians 2011, affinché si possano dare risposte positive al diffuso disagio e alla manifesta apprensione che comincia a serpeggiare nella società civile.

La ricetta: la difesa integrale della “libertà individuale”, della “proprietà privata” e del “libero scambio” dall’eccessiva ingerenza dei regolamentatori e dei tartassatori, e il ritorno a “monete oneste”,  fondate cioè sulla parità aurea.

Come raggiungere questi obiettivi, riassunti nella slogan della conferenza “Trovare una via di uscita per ridare speranza ai cittadini”, sarà appunto il compito di quanti, svizzeri e stranieri, parteciperanno ad Interlibertarians 2011.

L’evento dovrebbe avere cadenza annuale e richiamare dunque ogni anno su Lugano e sul Ticino l’attenzione della comunità internazionale.

Ci auguriamo che possiate partecipare numerosi per il successo di Interlibertarians 2011.

Grazie per l’attenzione.
Cordiali saluti.

Tratto da http://www.movimentolibertario.it/


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