What’s the Frequency, (of next show) Barack?

5 Luglio 2009 by LucaF.

frequency

Obaman

5 Luglio 2009 by LucaF.

Obama’s Statist Ambitions

5 Luglio 2009 by LucaF.

Article by Gene Healy

This article appeared in the DC Examiner on June 30, 2009.

I am a firm believer in the power of the free market,” President Obama told the Wall Street Journal recently.

The “irony” surrounding his public image as a collectivist, the president insisted, was that “I actually would like to see a relatively light touch when it comes to the government.”

Either Obama is as confused about the definition of irony as pop singer Alanis “rain on your wedding day” Morrisette, or he was being disingenuous.

Given the president’s ambitious, state-bloating agenda and longtime disdain for free enterprise, the latter is more likely the case.

Back in 2008, then-presidential candidate Hillary Clinton declared “we need a president who is ready on day one to be commander in chief of our economy.”

You can’t find that role in the Constitution, but Barack Obama has embraced it nonetheless.

The president is hell-bent on further extending government control over Americans’ health care, and the administration-backed cap and trade bill that passed the House Friday, would, among other things, create a national building code. A “light touch,” indeed.

Despite what the president told the Journal, there’s little in his biography to suggest he’s ever been a defender of markets.

To recognize that, you don’t need conspiracy theories about connections to leftist radicals; you need only look at what Obama himself has said in his franker moments.

Fresh out of college, before becoming a community organizer, Obama took a job with a consulting firm that helped American companies operating abroad.

The horror of editing business manuals for a year gave Obama a lesson in the “coldness of capitalism,” he told biographer David Mendell.

“I would imagine myself as a captain of industry, barking out orders, closing the deal, before I remembered who it was that I had told myself that I wanted to be.”

As his career progressed, Obama tempered his critique of capitalism, and developed an uncanny ability to make free-marketeers believe he’s simpatico.

Meanwhile, he amassed one of the least business-friendly records in the Senate (the “most liberal senator” in 2007, according to the nonpartisan National Journal.)

But in a 2005 commencement address at Illinois’ Knox College, Obama let his guard down, and let loose a leftist stemwinder that would have done Rep. Dennis Kucinich, D-OH, proud.

“There is no individual salvation without collective salvation,” Obama proclaimed, making clear that government would stand in for God as our savior.

In that speech, Obama excoriated President George W. Bush’s “Ownership Society” as “Social Darwinism — every man or woman for him or herself;” an oddly venomous take on an umbrella term for increased citizen control over health care and retirement options.

The “Ownership Society” was hardly capitalism unbound: it included giveaways like free pills for seniors and down-payment assistance for low-income homebuyers.

In his inaugural address, Obama took aim at the “cynics” who dared to “question the scale of our ambitions” (was that the royal first person plural?) Lately, though, the cynics have been making a comeback.

Even the president’s supporters are wondering if his reach has exceeded his grasp.

Nearly half of Americans now think the unspent portion of the stimulus package should be cancelled.

Fewer than half approve of Obama’s “speculator”-denouncing, CEO-firing approach to the auto bailouts, and six in 10 tell pollsters that he lacks a clear plan for taming our burgeoning deficit.

Cap-and-trade is likely to stall in the Senate, and with the Congressional Budget Office scoring the leading health-care bill at $1.6 trillion over 10 years, “sticker shock” may kill Obamacare as well.

Obama’s popularity remains substantially higher than that of his policies. But that gap can’t persist indefinitely.

Our last Democratic president, Bill Clinton, came into office with ambitious plans to take over the health-care sector, then one-seventh of the US economy.

The electorate slapped him back. Will Obama meet a similar fate?

Obama is as dedicated to enhancing federal power as any president in 50 years.

But increasing public resistance may yet frustrate Obama’s ambitions.

If so, it may turn out that, when the final record is tallied, the nominally pro-market George W. Bush will — with TARP, the Iraq War, and the prescription drug entitlement — have done more to grow government than the dedicated statist Barack Obama.

Wouldn’t that be ironic?

Tratto da Cato.org

Bill Maher Show: New Rules against HBO

5 Luglio 2009 by LucaF.

Sfottere Obama

5 Luglio 2009 by LucaF.

Articolo di Christian Rocca

Basta con l’Obamathon.

La presidenza degli Stati Uniti non è l’Isola dei famosi. Obama impari da Bush, che era stronzo, ma non gli importava niente della sua immagine personale e se voleva mangiare un hamburger lo ordinava al telefono, non si portava dietro Dick Cheney e centinaia di telecamere.

Bush aveva l’assertività giusta per realizzare le sue idee orribili.

Quanto sarebbe bello se anche Obama dicesse “Gesù mi ha detto di riformare il sistema sanitario”.
Otto mesi dopo l’elezione di Barack Obama e cinque mesi dopo l’insediamento alla Casa Bianca, l’America comincia timidamente a ridere del presidente super cool, grazie all’invettiva politico-satirica del comico libertario di sinistra Bill Maher, noto in Italia per il suo documentario antireligioso “Religuolous”.

In un monologo del suo programma sulla rete televisiva Hbo, il network di intrattenimento preferito dagli intellettuali per la programmazione di altissimo livello sintetizzata dallo slogan “Non è televisione.

E’ HBO”, Maher ha spiegato che quando si accende la tv ci si accorge che “non è televisione, è BHO”, Barack Hussein Obama.
Maher è il primo comico a prendere in giro il presidente per la sovraesposizione mediatica e lo scarso impegno su cose serie, mentre i suoi colleghi fanno ancora battute su Bush o, al massimo, sull’innocuo vicepresidente Joe Biden.
“Ogni volta che accendi la tv, c’è Obama.

S’è preso un cucciolo! Sta mangiando un  cheeseburger con Joe Biden! Porta la moglie a Broadway e a Parigi – mi pare la migliore edizione The Bachelor” (“lo scapolo”, un reality show).

Durante la campagna elettorale, ha ricordato Maher, John McCain ha attaccato Obama perché aveva atteggiamenti da star: “Abbiamo tutti preso in giro lo scorbutico e rintronato vecchio scemo. Be’, aveva ragione lui”.

Maher capisce la necessità per un politico di vendere la propria storia personale per mantenere la popolarità: “Sono favorevole, ma lei ci ha già conquistati. Lei ci piace, ci piace davvero.

Lei è magro e di fretta e innamorato di una bella donna. Ma è così anche Lindsay Lohan.

E come con la Lohan, vediamo spesso il suo nome sui giornali e ci chiediamo quando comincerà a fare davvero qualcosa… Forza, sir, non deve stare in televisione ogni minuto di ogni giorno.

Lei è il presidente, non una replica di Law and Order”.
Maher ha provocato scandalo non solo per le battute irriverenti, ma anche perché ha detto che Obama avrebbe ceduto alle banche, all’industria petrolifera, alla lobby della sanità: “Obama avrebbe bisogno di essere un po’ più come Bush. Quello diceva ‘o siete con noi o siete contro di noi’.

Obama invece dice ‘o siete con noi oppure ovviamente avete bisogno di vedere un’altra foto di questo adorabile cucciolo’ ”.

Tratto da Camilloblog.it

The Second American R3volution has begun!.

5 Luglio 2009 by LucaF.

Ron Paul A Campaign for Liberty

4 Luglio 2009 by LucaF.

Ron Paul: Federal Reserve Transparency Act – HR1207

4 Luglio 2009 by LucaF.

Campaign for Liberty: For another American R3volution

4 Luglio 2009 by LucaF.

Macché “isolazionismo”. Buon senso

4 Luglio 2009 by LucaF.

Per cimentarsi con il Ron Paul-pensiero è indispensabile la lettura di La terza America, appena tradotto in Italia dall’editore Liberilibri di Macerata

Articolo di Filippo Cavazzoni

Per cimentarsi con il Ron Paul-pensiero è indispensabile la lettura di La terza America, appena tradotto in Italia dall’editore Liberilibri di Macerata (e uscito negli Stati Uniti l’anno scorso, a campagna elettorale in corso).

Titolo diverso dall’originale, The Revolution, ma efficace per inquadrare il personaggio, non incasellabile entro il recinto ideologico dei Republicans o dei Democrats.
La “terza via” di Paul è infatti quella libertaria, alternativa ai due grandi schieramenti che monopolizzano la vita politica statunitense.

Le sue idee sono ancorate alla Costituzione federale, perno delle libertà americane e dei princìpi di governo limitato e di sovranità popolare dell’epoca del “Founding”.

Perché da allora, per i libertarian, gli USA si sono incamminati sulla scivolosa china che li ha condotti ad attribuire sempre maggiori poteri al governo federale, indipendentemente da quale fosse il partito al potere.

Secondo loro, la vera dicotomia non è infatti tra Democratici e Repubblicani, ma tra fautori del potere pubblico e difensori dei diritti individuali.
Per Paul, «la nostra Costituzione delega relativamente pochi compiti al governo federale, così dovrebbe essere una faccenda relativamente indifferente chi viene eletto», e invece l’evidenza dei nostri giorni dimostra l’opposto: una sua elezione a presidente degli Stati Uniti avrebbe condotto a ben altre politiche, rispetto a quelle che sta mettendo in pratica ora Barack Obama.

Ma la storia ha preso un altro corso e “Mr. No” (come lo chiamano in virtù dei suoi tanti “no” votati al Congresso) ha dovuto cedere il passo a John McCain per contendere la poltrona presidenziale ad Obama.

Perché, nonostante il suo pensiero trasversale, Paul poteva dare la scalata solamente al Partito Repubblicano, non certo a quello Democratico.

Uno come lui, potrà anche assomigliare a Noam Chomsky quando parla della politica estera dell’amministrazione retta da George W. Bush jr., ma di certo non assomiglia ai liberal Paul Krugman o a Joseph Stieglitz quando tratta di economia.
Paul ha criticato tutto il Bush post Undici Settembre.

Per lui, erede della “scuola” isolazionista detta della “Old Right”, la politica estera avrebbe dovuto seguire la linea dei Padri fondatori.

Fu lo stesso Thomas Jefferson, nel discorso d’insediamento per il suo primo mandato alla Casa bianca, a invocare «pace, commercio e onesta amicizia con tutte le nazioni».

Peraltro Paul non ama l’etichetta che gli è stata affibbiata, “isolazionista”, giacché si ritiene alfiere dell’esatto contrario: diplomazia, libero commercio e libertà di movimento, nello stile di Jefferson.
Sostiene infatti Paul che, in nome della lotta al terrorismo, le esigenze di sicurezza nazionale hanno ristretto le libertà civili, con conseguente riduzione della libertà di movimento e della privacy delle persone.

E questo, non andava fatto.
Oltre alle libertà civili esistono del resto pure quelle economiche; anzi, a dire tutta la verità – afferma lucidamente Paul – esiste solo la libertà, la quale poi si declina concretamente in diverse fattispecie.

Chi ha a cuore questo valore deve quindi tutelarlo in ogni settore dell’azione umana.

Ecco dove un tipo come Paul sconfina in un campo che i liberal volentieri abbandonano.

Come egli scrive ne La terza America, del resto, «la libertà economica si basa su una semplice regola morale: ognuno ha diritto alla sua vita e alla sua proprietà e nessuno ha il diritto di privare chicchessia di tali cose».
Oggi più che mai, però, la difesa di una società autenticamente di mercato è assai complicata ed elitaria. Molti hanno girato le spalle al capitalismo, accusandolo della peggiori malefatte.

Ma, oltre a essere il sistema che garantisce il maggior benessere per le persone, quello capitalista è anche quello moralmente più giusto, giacché tutela le libertà personali, in tutti i loro aspetti, persino in quello di pagare “liberamente” le conseguenze dei propri errori.

Una politica di denaro facile e una moneta creata “per decreto” dalle autorità, quindi slegata da qualsiasi bene concreto – questo il ragionamento che sta alla base delle posizioni di Paul –, configurano dunque altrettanti tentativi di eludere la dura realtà delle leggi del capitalismo.

Ma prima o poi i nodi vengono al pettine.
Simpatico l’aneddoto che Paul offre nel volume.

Venne il giorno in cui George McGovern (l’ex candidato Democratico alle presidenziali del 1972, secondo molti l’uomo “più a sinistra” che abbia mai corso per la Casa bianca) si ritirò a vita privata e divenne proprietario di un piccolo hotel nel Connecticut.

«Due anni e mezzo dopo, l’albergo fu costretto a chiudere. Dopo l’esperienza fatta nel gestire i propri affari, l’ex senatore McGovern ebbe l’onestà di dubitare dei meriti di tutte le norme che, a dir la verità, egli stesso aveva contribuito a introdurre».
Il programma politico di Paul può allora essere racchiusa in poche parole: «ripensare quale debba essere il ruolo del governo».

Perché, «se continuiamo a pensare al nostro governo come al poliziotto del mondo e come al Grande benefattore dalla culla alla bara, il nostro problema diverrà sempre peggiore». Semplice, cristallino e disatteso.

da Il Domenicale, 4 luglio 2009

Ron Paul To Create a New Party ?

4 Luglio 2009 by LucaF.

What if…?

4 Luglio 2009 by LucaF.

Ron Paul: La terza America. Un manifesto, The revolution

4 Luglio 2009 by LucaF.

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La casa editrice Liberilibri ha recentemente pubblicato The Revolution. A manifesto di Ron Paul sotto il titolo La terza America, nella traduzione di Stefano Cosimi.

Nel leggere questo saggio gli italiani affezionati al pensiero libertario saranno colpiti da un doppio sentimento di soddisfazione e amarezza.
Soddisfazione per vedere declinati i principi più puri del pensiero libertario in un programma politico molto concreto; amarezza perché quel programma non è stato scritto da un politico italiano, ma da uno dei candidati alle recenti elezioni presidenziali americane, che – ahinoi – non trova omologhi nel panorama politico nazionale.
Ron Paul è forse il politico americano più legato al pensiero libertario e alla Scuola economica austriaca.

Eletto per la prima volta al Congresso nel 1976, tornò dopo pochi anni alla vita privata e  all’esercizio della professione medica fino al 1985, quando venne di nuovo rieletto parlamentare.
Rigorosamente ligio al pensiero anarco-individualista sia nella sua attività politica che nella vita privata (ha rinunciato all’indennità parlamentare; offre cure gratuite ai pazienti indigenti, al di fuori dei programmi assistenziali; ha finanziato in proprio l’educazione dei figli, senza affidarsi all’istruzione pubblica), durante la campagna presidenziale del 2008 ha goduto di consensi talmente ampi da raccogliere in un giorno solo 10 milioni di dollari da donazioni individuali.
In corsa per le presidenziali del 2008, pur avendo ottenuto il maggior numero di finanziamenti privati, è stato il candidato forse più snobbato dai media americani (per non parlare di quelli italiani), concentrati sulle contrapposizioni – spesso più fittizie che reali – tra republicans e democrats.
The Revolution, nato come programma per le elezioni presidenziali del 2008, ha finito per diventare il nuovo manifesto del pensiero libertario moderno, aggiornato alle più attuali questioni come la crisi dei mercati e delle borse di tutto il mondo.
Le sue idee, che lungi dal rimanere astratte sono indirizzate all’individuazione di soluzione pratiche ai principali problemi che la politica americana deve affrontare, sono del tutto originali, se lette come punti concreti di un’agenda politica presidenziale, oltre che coerenti, se analizzate sotto il profilo della fedeltà al modello teorico liberale, così spesso evocato quanto inapplicato.
Nel libro, Paul parte da una precisa accusa alla politica americana.

Essa illude gli elettori di poter scegliere tra opzioni politiche apparentemente diverse, ma in realtà identiche nel chiedere “un po’ più delle solite cose”, ovvero “più governo […], più inflazione, più misure poliziesche di Stato, più guerra senza necessità e più centralizzazione del potere” (p. 13).
All’accusa fa seguire proposte politiche trasversali sia alla destra che alla sinistra, sia ai conservatori che ai progressisti.

Non esistono solo l’America dei Republicans e l’America dei Democrats.

I due cliché attraverso i quali siamo abituati a leggere la realtà d’Oltreoceano danno un’immagine solo parziale, semplicistica e semplificatrice di quella grande democrazia.

Pressoché ignorata dai media, esiste anche un’altra America, una élite di pensatori e politici, che nei due schieramenti, al di là delle contrapposizioni di facciata, vede una sostanziale identità nel tradimento degli ideali che ispirarono i Padri fondatori.

Questa altra America, trasversale, autenticamente libertaria, e conservatrice dei valori originari dell’Unione, combatte l’invasività dei poteri presidenziali, del governo federale, della Corte suprema, del fisco.

È contro gli interventi militari all’estero e invoca il pieno ripristino dell’habeas corpus, gravemente calpestato dopo l’11 settembre.

Persegue la liberazione dell’economia dalle distorsioni che i governi (sia Democrat che Republican) hanno provocato attraverso dazi, sussidi, esenzioni, protezionismo, inflazione monetaria, e sollecita a tale scopo l’abolizione della Banca Centrale.

Propone un’America conservatrice dei valori tradizionali, ma al tempo stesso capace di cambiare le proprie regole quando la società civile si dimostri pronta a un’evoluzione dei costumi; prospetta un governo non più “poliziotto del mondo”, impegnato in guerre che inevitabilmente rendono il paese più povero e meno sicuro.

Chiede un maggior rispetto dei diritti di libertà da parte di un regime inutilmente “poliziesco”, soprattutto dopo l’11 settembre; individua le ragioni della crisi dei mercati finanziari nell’indebitamento pubblico e nella politica della FED, piuttosto che nel libero mercato, tanto da proporre la libera concorrenza anche della moneta.Nel respingere ogni ipotesi di Stato etico rivendica il diritto per ciascuno a istruire i propri figli in famiglia, ed è decisamente antiproibizionista in materia di droghe, lasciando alle famiglie e alle realtà sociali ogni compito educativo; sottolinea l’arroganza rispetto al Congresso del potere esecutivo, che è andato ben al di là delle prerogative e dei poteri concessi dalla Costituzione.

Ammonisce circa l’impossibilità di sostenere i costi attuali dell’assistenza sociale, puntando sul mercato come fonte di benessere sociale e ricordando che non c’è minestra che lo Stato possa passare gratuitamente.
The revolution, che negli USA è risultato primo nella classifica dei best seller edita dal «New York Times», rappresenta una lettura fondamentale per comprendere l’utilità del pensiero libertario rispetto alle attuali problematiche economiche e sociali che affliggono non solo l’America, ma la maggior parte degli Stati contemporanei.
Traduzione di Stefano Cosimi

Anno di pubblicazione: 2009

PAGINE 196 EURO 16,00
Editore Liberilibri
Ron Paul (Pittsburgh, 1935)

È il politico americano che più intensamente incarna il pensiero

libertario.

Ha servito come ufficiale medico nell’Aeronautica militare USA.

Eletto nelle file dei repubblicani per la prima volta alla Camera dei

rappresentanti nel 1976, tornò alla vita privata nel 1985, per poi riprendere

l’attività politica.

Candidato del Libertarian Party alle presidenziali del 1988, è stato in corsa

per i repubblicani in quelle del 2008, raggiungendo alle primarie

un milione di suffragi.

È attualmente al suo decimo mandato congressuale, ed è membro della

House Foreign Affairs Committee e della Joint Economic Committee.

Tra i suoi scritti ricordiamo: A Foreign Policy of Freedom (2007);

Pillars of Prosperity (2008).

Ron Paul: Best wishes for a happy 4th July Independence Day!

4 Luglio 2009 by LucaF.

Wake up and pay your debts!

3 Luglio 2009 by LucaF.

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