Avviso ai naviganti!

1 gennaio 2010 di LucaF.

La redazione del seguente sito desidera rendere noto ai tanti nostri navigatori quotidiani che l’attività di aggiornamento del nostro sito non sarà quotidiana a causa di impegni professionali improrogabili, già programmati a livello personale.

Eventuali aggiornamenti del sito con nuove notizie, commenti, video e articoli potranno essere disponibili e pubblicati su queste pagine qualora si reputi da parte nostra segnalarvi per tempo, importanti appuntamenti o avvenimenti.

Non mancheremo di tenervi informati sugli eventuali sviluppi di eventi importanti in Italia e nel mondo.

Nel frattempo sono a vostra disposizione i link, gli articoli e i banner qua a fianco da utilizzare per collegarvi all’origine delle fonti da noi citate quotidianamente per restare sempre informati.

Qualora non troviate le notizie che cercate vi invitiamo a visitare anche gli altri blog e i siti informativi liberali liberisti libertari segnalati nelle nostre pagine.

Nel ringraziarvi per la costanza con cui ci seguite ci scusiamo con voi per la pausa, promettendovi in futuro un nostro rinnovato impegno e forse anche qualche novità.

Ci vediamo presto.

LucaF.

Facco: Berlusconi ha abbassato le tasse!?

9 febbraio 2010 di LucaF.

Nota metodologica ad uso del premier

9 febbraio 2010 di LucaF.

“Tagliare le tasse” non significa eliminare singole imposte bensì ridurre la pressione fiscale, cioè l’incidenza delle entrate tributarie sul Pil.

A maggior ragione, “tagliare le tasse” non significa mantenere la pressione fiscale pressoché invariata durante una recessione in cui sono stati perduti 6 punti di Pil, vanificando il ruolo degli stabilizzatori automatici, per rincorrere una spesa che pare diventata incomprimibile.

Tratto da Phastidio.net

NoiseFromAmerika: Giulio Tremonti. Istruzioni per il disuso

9 febbraio 2010 di LucaF.

Il libro del “Collettivo noiseFromAmerika” (Alberto Bisin, Michele Boldrin, Sandro Brusco, Andrea Moro, Giulio Zanella) è una lettura imperdibile

Recensione di Alberto Mingardi

Le idee degli economisti e dei filosofi politici, giuste o sbagliate, sono più potenti di quanto si creda.

Gli uomini della pratica, che si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto”.

Questa arcinota citazione di John Maynard Keynes ha trovato, in questo desolato dopo(?) crisi, una schiacciante conferma.

E’ più o meno dallo sventato fallimento di Bear Sterns che vetero e neo keynesiani hanno rialzato la cresta, ravvisando nel mercato presuntamente lasciato a se stesso la fonte d’ogni squilibrio.

Così Keynes contraddice l’altra sua più famosa citazione, e si dimostra vivissimo, nel lungo periodo.
La pubblica opinione, del resto, si lascia imboccare.

Le idee di mercato sono contro-intuitive.

Per capirle davvero, bisogna fare una sorta di dichiarazione d’impotenza davanti al reale, abbandonando un modo di ragionare che ci è più congeniale.

Quello per cui a dato effetto corrisponde sempre una e una sola causa, e a ogni causa uno ed un solo colpevole – chiaramente identificabile.

La complessità ci piace come parola da scrivere ma sfugge alle analisi giocoforza semplificate dei funamboli dei media.

Ai quali sta molto meglio indicare in una casta di straricchi signori una banda di predoni, che riflettere su incentivi inceppatisi, problemi di governance, regolamentazioni controproducenti.
La leggenda nera dell’ultimo anno si alimenta di miti.

Gli Stati Uniti sarebbero stati, fino al provvidenziale avvento di Obama, un Paese “deregolamentato”, in cui il peso del governo era trascurabile.

Con Reagan e Thatcher, forze politiche ideologicamente votate alla riduzione dell’intervento pubblico avrebbero imposto anche al resto del mondo una sterzata liberista.

La regolamentazione del settore finanziario sarebbe stata evanescente, per tutti gli anni Novanta e Duemila.

Eccetera.
C’è un fondo di verità in queste affermazioni? Può darsi, ma è molto raro che chi se le mette in bocca poi produca elementi di fatto che vanno oltre un’annusata alla retorica politica degli ultimi vent’anni.

I programmi federali negli Stati Uniti erano, quando viene mandato a casa il presunto arciliberista George W. Bush, più o meno di quanti fossero quando Reagan prese il potere? Di più.

Oppure: il personale delle autorità regolamentari per la supervisione del settore finanziario è cresciuto o diminuito nel decennio d’oro degli ultraliberali? Cresciuto.
Se tutti quelli che scrivono che la crisi è frutto del “liberismo” fossero tenuti a spiegare perché, senza cavarsela ricordando l’abolizione della Glass Steagall come se fosse il big bang, i giornali da un anno uscirebbero in foliazione di molto ridotta.
Eppure, un’opinione pubblica informata non dovrebbe pretendere un minimo di sobrietà e precisione nelle analisi, specie quando sono strumentali ad accendere una pira di legna per bruciarci qualcuno?
Anche da questo punto di vista, Giulio Tremonti. Istruzioni per il disuso del “Collettivo noiseFromAmerika” (Alberto Bisin, Michele Boldrin, Sandro Brusco, Andrea Moro, Giulio Zanella) è una lettura imperdibile.
Questi economisti hanno deciso di prendere sul serio le accuse di “stregoneria” rivolte dal Ministro dell’Economia alla categoria nel suo complesso, immaginandosi nei panni di Harry Potter & co. in lotta contro Voltremont, “il cugino politico di Lord Voldemort” (che per i quattro che non lo sapessero, è il cattivo di Harry Potter).

Con poco senso politico ma molta passione politica, ovvero senza limare gli aggettivi e invece con una sana voglia di rosicchiare tutta la fuffa del dibattito per tornare all’essenziale e al fattualmente vero, Bisin, Boldrin, Brusco, Moro e Zanella prendono molto sul serio quel che Tremonti scrive e dice e lo passano ai raggi x.

La loro lettura è spietata, si può essere più o meno d’accordo, ma una cosa la si deve riconoscere: hanno fatto quello che avverrebbe in ogni Paese normale. In un Paese normale, se un Ministro del Tesoro (o un primo ministro…) dice qualcosa, lo si prende sul serio, lo si critica, se ne parla, ma si sta alla lettera delle sue dichiarazioni e su quelle si esprime un giudizio.

In Italia no, perché è talmente evidente a tutti che il Silvio Berlusconi della campagna elettorale non è il Silvio Berlusconi di governo che non vale nemmeno la pena di perderci tempo.

Noi ci dividiamo in fazioni legate a questo o a quell’ “uomo della pratica”, cinicamente convinti che sta lì la partita da giocare.

Le parole sono scritte sull’acqua, le appartenenze, i legami di fedeltà, le amicizie, durano.

Però quando le cose si guardano da un po’ più in alto o da un po’ più lontano, magari facendo rumore dall’America, si capisce come non sia proprio così.

Le catene invisibili di Keynes esistono e reggono, e il modo in cui si ridefiniscono i confini della discussione pubblica, influisce, eccome, sul processo decisionale.

La retorica della crisi causata dal libero mercato non serve solo a vendere libri.

I pragmatici per partito preso, per esempio nel mondo delle imprese, che smussano gli angoli nella certezza che qualche accordo con la politica si può sempre fare, finiscono vittima della loro furbizia.

Perché le opere degli scribacchini defunti e no hanno più conseguenze di quanto non si creda.

Da Il Riformista, 31 gennaio 2010

Alberto Bisin, Michele Boldrin, Sandro Brusco, Andrea Moro, Giulio Zanella, Giulio Tremonti. Istruzioni per il disuso, Edizioni Ancora del Mediterraneo, 2010, 14,50€

Per ulteriori informazioni, per sapere dove trovarlo, e per leggere l’introduzione e la bibliografia al libro visitate la pagina http://www.noisefromamerika.org/index.php/base/tremonti

La volpe Tremonti e l’uva della crescita

9 febbraio 2010 di LucaF.

Gli studiosi non hanno mai riscontrato che la felicità possa accrescersi quando il reddito diminuisce

Articolo di Ugo Arrigo

A Giulio Tremonti il Pil non piace, come ha ricordato su queste pagine Carlo Stagnaro dell’Istituto Bruno Leoni lo scorso 19 gennaio.
E ilPil, dopo il -1 per cento del 2008, è sceso di quasi il 5 per cento nel 2009 per un totale di poco inferiore al 6 per cento nel biennio.
Si tratta di una caduta record, mai vista in Italia in tempo di pace nel lungo periodo per il quale le statistiche sul Prodotto interno lordo sono disponibili sul sito della Banca d’Italia, cioè dal lontano 1936.
Se escludiamo la riduzione del Pil che si verificò dopo la conclusione della Prima guerra mondiale, dovuta al venir meno della spesa bellica, e se consideriamo che nella cosiddetta “Grande depressione” dell’ultima parte dell’Ottocento caddero i prezzi ma il Pil rimase sostanzialmente fermo in termini reali, dovrebbe trattarsi del peggior risultato degli ultimi 150 anni dopo il triennio recessivo che fece seguito alla crisi finanziaria del 1929.
E non ci si può neppure aggrappare al detto “mal comune, mezzo gaudio” dato che in Italia il tonfo è stato ben maggiore rispetto agli altri grandi paesi: secondo l’ultimo Economic outlook dell’Ocse Stati Uniti e Francia avrebbero subìto nel biennio una riduzione del Pil pari solo a un terzo di quella italiana (rispettivamente il 2,1 e il 2 per cento), la Spagna pari a meno della metà (-2,7 per cento) e Germania e Regno Unito circa due terzi (rispettivamente 3,9 e 4,1 per cento).
Tra le maggiori economie solo il Giappone è andato altrettanto male dell’Italia (-6 per cento).
Bisogna inoltre considerare che nel biennio 2008/09 nel nostro paese non solo si è ridotta del 6 per cento la torta sulla quale basiamo il nostro benessere materiale ma, per effetto della crescita dei residenti, è anche aumentato di circa l’1, 5 per cento il numero dei commensali a essa interessati; la fetta di torta media pro-capite si è pertanto ridotta del 7 e mezzo per cento, un dato che dovrebbe attrarre in via prioritaria l’attenzione preoccupata di chi ha la responsabilità della politica economica.
Stupisce in conseguenza dover scomodare Esopo e osservare Tremonti negli inediti panni della volpe di fronte all’irraggiungibile uva, la crescita economica, ormai da troppo tempo sfuggita alla presa dei governi del nostro paese.
Il declino relativo dell’Italia in termini di Pil pro-capite non è un fenomeno recente e la recessione del 2008/09 lo ha solo accentuato, non provocato. Se poniamo uguale a 100 il Pil pro-capite per l’insieme dei 27 paesi che formano l’Unione europea, il dato dell’Italia era pari nell’anno elettorale 2001 a 118 mentre quello dei 15 paesi che facevano parte dell’Unione prima dell’allargamento, quindi comprensivi dell’Italia, era pari a 115.
Il nostro paese aveva pertanto un vantaggio di 18 punti percentuali rispetto al valore medio dell’Unione e di 3 punti percentuali rispetto a quello dei 15 stati della parte occidentale.
Nel corso della prima metà del decennio, tuttavia, la scarsa crescita economica dell’Italia ha progressivamente eroso tale margine: nell’anno elettorale 2006 il vantaggio del nostro Pil pro-capite rispetto alla media dei 27 paesi si era ridotto dal 18 a solo il 4% mentre la forbice con i 15 paesi era divenuta negativa di otto punti percentuali.
Con la recessione internazionale, infime, il Pil pro-capite dell’Italia è sceso nel 2009 al 98% della media dei 27 paesi, quindi al di sotto di essa, e nell’insieme degli otto anni considerati si è ridotto di 20 punti percentuali.
Di fronte a dati così negativi la disquisizione sull’idoneità del Pil a rappresentare adeguatamente il benessere appare fuori luogo, un po’ come se ci preoccupassimo di avere i capelli fuori posto quando ci troviamo nel bel mezzo di una tempesta.
Gli economisti che studiano la relazione tra economia e felicità hanno dimostrato attraverso numerose analisi empiriche che l’alto reddito non garantisce la felicità, tuttavia non hanno mai riscontrato che la felicità possa accrescersi quando il reddito diminuisce.

In conseguenza, mentre a fronte di un reddito pro-capite elevato dovremmo chiederci se esso generi un livello adeguato di felicità, possiamo invece essere certi che la riduzione, prodotta dalla recessione, di un reddito medio già piuttosto basso in partenza abbia reso gli italiani sia più poveri sia più infelici.

Da Il Fatto Quotidiano, 5 febbraio 2010

Giù le mani. Gli stipendi sono privati

9 febbraio 2010 di LucaF.

La politica ha battuto un colpo. Ha detto: io sono il centro del mondo. Di nuovo

Articolo di Alberto Mingardi

La domanda è una sola: ma come fa a venire in mente, un’idea così? Dico, agganciare lo stipendio dei manager delle società quotate all’indennità parlamentare.

Quasi i manager fossero magistrati, o professori universitari: insomma impiegati dello Stato il cui salario, per questioni di senso e di correttezza istituzionale, potrebbe muoversi all’unisono con quello dei rappresentanti del popolo.

Come se il rapporto d’agenzia, azionista-manager, dovesse essere regolato da altre logiche che quelle autonomamente scelte da chi si assume il richio d’impresa.
Elio Lannutti, padre padrone dell’Adusbef e senatore dell’Italia dei valori, ha proposto un emendamento shock e se l’è visto mutare sotto le mani.

Lui, che è una vecchia volpe dello spariglio mediatico, l’ha scritto per piazzare una bandierina.

Glie l’hanno strappato di mano e portato in trionfo. Senatores boni viri, senatus mala bestia? Qui le bestie sono i pecoroni della maggioranza, che nell’ansia di essere più irrealisti del re, ovvero più tremontiani di Giulio, hanno aggiogato le loro carrozze al carro più populista in circolazione, senza curarsi che fosse targato Idv.
Il provvedimento verrà stravolto e riscritto alla Camera, ci hanno assicurato parlando a nome del Pdl Gasparri e Quagliariello.

Ma la frittata è fatta.

Il Senato ha parlato.

Un voto così, anche in un Parlamento bagaglinesco come quello che ci ritroviamo, non è, non può essere, un mero incidente di percorso.
Né lo si può leggere come un’azione a carattere quasi lobbistico, il tentativo di rovesciare le macchine ai critici della “casta”, stabilendo una sorta di fratellanza dell’euro con un gruppo influente nell’opinione pubblica come i CEOs delle imprese quotate, signori e signorotti dell’universo per usare un lessico pre-crisi.
Come tutto in Italia, il senso dell’approvazione dell’emendamento Lannutti si riduce a una parola. Quella parola è sciatteria.

La sciatteria di un pezzo di classe dirigente, i manager delle imprese private, talmente inginocchiato per abitudine e vocazione e interesse verso il Palazzo, che il Palazzo lo considera ormai come una torma di ben pasciuti camerieri.

Quante volte abbiamo sentito gli amministratori delegati delle primissime banche italiane paragonarsi esplicitamente ai banchieri pubblici del passato? Quante volte si sono appuntati sul petto la  loro sensibilità ai problemi dei più poveri e hanno affermato di erogare credito non in base a criteri strettamente economici ma pensando ai territori? Quante volte? E allora, che diamine, ha ragione Lannutti.

Madre Teresa non guadagnava tre milioni di euro l’anno.

Se i nostri banchieri dicono di essere Madre Teresa, che vengano pagati come Madre Teresa.
Sciatteria è anche quella di una classe politica allo sbando, che a vent’anni dalla fine della fase più partitocratica e clientelare della nostra storia, ancora ragiona con gli stessi parametri.

Che il mercato sia uno spazio autonomo rispetto alla politica, non è che non l’accettano: non lo capiscono.

E in effetti, se poi è la politica a suggerire chi deve fare l’amministratore delegato non della Rai o dell’Eni, ma di imprese a capitale privato, forse di nuovo ha ragione Lannutti.

Nominiamo i nostri amici, ma perché non si divincolino dal guinzaglio, decidiamo noi quanto debbono essere pagati.
Chi devono essere i dirigenti di un’azienda, quanto e in che modalità debbono essere remunerati, sono decisioni che spettano ai proprietari di quella impresa: agli azionisti.

Gli azionisti sbagliano col loro.

Gli stipendi sono troppo alti? Quelli italiani non lo sono, rispetto ad altri Paesi, ma se anche così fosse i conflitti d’interesse – perché di quello stiamo parlando: di una potenziale collusione volta a spolpare un’impresa – non si risolvono per legge.
Lo Stato, quando malauguratamente è azionista, può dire la sua.

Anche in questo caso non tutto è come sembra.

Prendiamo le grandi banche “salvate”.

Ponendo un tetto artificiale alle compensazioni dei manager, si può finire per allontanare da esse proprio i talenti che servirebbero per riportarle in vita.

Ma qui saremmo alle conseguenze inintenzionali.

Fermiamoci invece alle azioni intenzionali.
La politica ha battuto un colpo.

Ha detto: io sono il centro del mondo.

Di nuovo.

I capitalisti italiani, che per definizione davanti ai bulli di palazzo piegano la schiena convinti di essere loro a tirarne i fili, tacciono.

Sedici anni fa, con la discesa in campo di uno dei protagonisti di maggior successo della scena imprenditoriale italiana, credevamo cominciasse una nuova era per il nostro Paese.

Non si sa bene che cosa questa nuova era abbia portato.

Ma gli storici del futuro, rileggendo quell’assurdo emendamento, sapranno almeno datarne la fine.

Da Il Riformista, 29 gennaio 2010

IBL: Con emendamento Lannutti Italia peggio dell’Unione Sovietica

9 febbraio 2010 di LucaF.
È inconcepibile che il Senato della Repubblica adotti una misura così apertamente lesiva dei più basilari principi della libera iniziativa

L’Istituto Bruno Leoni apprende con sbigottimento dell’approvazione, con il placet del Governo, dell’emendamento del senatore IDV Elio Lannutti che stabilirebbe “un tetto massimo di retribuzione dei dirigenti delle imprese quotate pari al trattamento annuo lordo che spetta ai membri del Parlamento
Per il Direttore Generale dell’Istituto Bruno Leoni Alberto Mingardi, se questo emendamento fosse approvato in via definitiva “la sovietizzazione dell’economia italiana raggiungerebbe il punto di non ritorno.

È inconcepibile che il Senato della Repubblica adotti una misura così apertamente lesiva dei più basilari principi della libera iniziativa, per un facile populismo.

Non rassicura la promessa di una sua revisione alla Camera: ciò che è inquietante è che i Senatori abbiano potuto esprimere un voto di quesot tipo.”
Non è possibile pensare seriamente che la politica possa dettare a imprese e azionisti le remunerazioni dei dirigenti.

Equipararle agli stiipendi dei parlamentari, nella convizione che tanto basti a risolvere i problemi di corporate governance delle imprese, e in particolare delle imprese finanziarie, non solo è uno schiaffo all’idea di merito, ma tradisce un assurdo provincialismo e una profonda incomprensione della differenza che passa tra la parte produttiva della società e quelli che sono solo i suoi rappresentanti.

Chi crea ricchezza non può essere inchiodato a una retribuzione analoga di chi la ricchezza non la crea, ma spesso la dissipa.

La determinazione dei salari dei manager è materia che va lasciata ai proprietari delle imprese.
Questa proposta“, conclude Mingardi, “se davvero concepita in buona fede per risolvere i problemi della crisi rivela che purtroppo siamo ancora vittima di quella che Luigi Einaudi definiva «la malattia di credere nel salvatore, nel taumaturgo, nella rivoluzione grandiosa che sia una panacea universale, nella rivoluzione che cambia e risana tutto».

Einaudi commentava: «questo è fascismo puro»”.

Tratto da Brunoleoni.it

I “liberisti” che boicottano la Fiat

6 febbraio 2010 di LucaF.

Articolo di Alessandro De Nicola

La rozza mano visibile dello Stato
Dazi? Protezionismo? Embargo contro la Cina? Macché, i ragazzi della Giovane Italia, l’organizzazione dei Pdl junior, hanno invitato a boicottare la Fiat e i prodotti «riconducibili alla casa torinese».

Con manifestazioni e bandiere al vento.

In 30 città.
Non stropicciatevi gli occhi, è proprio così: i futuri ministri liberal-liberisti vogliono punire i consumatori limitando la scelta delle automobili e i risparmiatori che hanno in portafoglio titoli del gruppo torinese.

Accentuando la causa della loro stessa protesta: i licenziamenti dovuti alla chiusura, tra due anni, dello stabilimento di Termini Imerese.

Meno auto Fiat vendute, più licenziamenti.
È l’onda anomala della crisi: i giovani critici del mercato, inforcando occhiali da miope, hanno avuto la prova che le libere imprese creano instabilità.

Per questo la politica deve riprendersi il suo spazio.

Ma siamo sicuri che a mercati imperfetti si contrappongano governi perfetti? Silvio Berlusconi diceva di avere la foto di Gianni Agnelli sul comodino.

Ma questi ragazzi cos’hanno sui loro comodini? La foto del subcomandante Marcos?

In queste settimane stiamo assistendo a un braccio di ferro tra Fiat e la politica sul futuro dello stabilimento di Termini Imerese.

Si alternano momenti di tensione ad altri di dialogo ma, in poche parole, mentre il governo vuole tenere aperta lo fabbrica per motivi occupazionali, l’azienda è intenzionata a chiuderla in quanto poco produttiva.

In questo contesto si sono fatti avanti i ragazzi della Giovane Italia, organizzazione giovanile del Pdl, i quali hanno organizzato manifestazioni in 30 città incitando all’embargo popolare «allargato anche ai prodotti riconducibili al gruppo Fiat nel campo dell’editoria, banche e finanza» per protestare contro il suo comportamento «anti-nazionale», con l’invito a dismettere «titoli azionari o partecipazioni a fondi che possano identificarsi con la Fiat, ritirare i risparmi e chiudere i rapporti con gli istituti bancari che hanno Fiat fra gli azionisti».

Saggi e prudenti, non hanno ingiunto a emittenti televisive e riviste di smettere di fare pubblicità alle automobili, altrimenti avrebbero ricevuto una giustificatissima lavata di capo da Arcore.
L’insulsaggine dell’iniziativa è evidente: boicottando i prodotti della casa torinese si infliggerebbe un danno ai consumatori che preferiscono la 500 alla Yaris, allocando in modo inefficiente le loro risorse; si svantaggerebbero i milioni di risparmiatori che direttamente o tramite fondi hanno in portafoglio azioni Fiat e, ciliegina sulla torta, peggiorando il conto economico si renderebbero inevitabili ulteriori licenziamenti, certo non il loro blocco.

Buone notizie per i produttori di auto cinesi contro la cui invasione tanto tuonò l’attuale ministro dell’Economia.
Ora, la vicenda non meriterebbe tanto spazio ma ci rammenta cosa succede a riporre fiducia nella politica come cura dei fallimenti del mercato o della globalizzazione, citando il beneamato Nicolas Bruni-Sarkozy.
I critici dell’economia di mercato aperta e concorrenziale hanno visto infatti nella crisi economico-finanziaria del 2008-2009 la prova che le imprese lasciate libere a se stesse creano instabilità, ineguaglianza e shock e quindi la politica deve riprendersi il suo spazio.

Il ragionamento fallace si basa sull’assunto che a dei mercati imperfetti si contrappongano dei governi perfetti.

Infatti, se si ammettesse che i ministri e i burocrati sono altrettanto ciechi dei manager, perché farli intromettere nelle decisioni del mercato? Peccato che, senza tornare ai disastri del socialismo reale, l’evidenza anche recente ci dimostri ogni giorno che la pubblica autorità può creare danni sistemici superiori a quelli di qualsiasi operatore economico.

I governi greci hanno dimostrato buon senso? La Fed è stata impeccabile? L’amministrazione Obama e i suoi salvataggi e deficit sono nel giusto? Gli aiuti di stato generosamente elargiti a molte grandi imprese (compresa la Fiat, certo) hanno raggiunto risultati efficienti? E domani quando i ragazzi della Giovane Italia diventeranno ministri?
È logico che sia così: i governi guardano al breve termine, favoriscono alcuni interessi elettorali e lobbistici a discapito di altri, non hanno le informazioni necessarie per prendere decisioni sensate (il velo di ignoranza avvolge anche loro). I politici e le burocrazie, poi, pensano in primis, nell’ordine, a sopravvivere, essere rieletti e accrescere il proprio potere, a volte con mezzi illeciti come la corruzione.
Perché dovremmo fiduciosamente consegnarci nelle loro mani? Non è necessario che i mercati siano perfetti per funzionare meglio dello stato.

Alessandro De Nicola presidente di Adam Smith Society

Tratto da http://www.ilsole24ore.com

Tagliamo il cordone ombelicale tra Fiat e Palazzo

6 febbraio 2010 di LucaF.

Lasciando chiudere Termini Imerese, il governo avrebbe la straordinaria opportunità di cambiare per sempre le regole. E dare spazio al mercato

Articolo di Alberto Mingardi

Lasciando chiudere Termini Imerese, il governo Berlusconi avrebbe un’opportunità straordinaria. Quella di cambiare, sperabilmente per sempre, le modalità dell’interazione fra Fiat e politica nel nostro Paese.

L’impresa torinese non è molto amata, dalle parti del governo, e questo si sa.

Le ragioni sono facilmente comprensibili.

I ceti sociali che sostengono la maggioranza nel Nord sono, in larga misura «l’antiFiat».

Artigiani, commercianti, professionisti, lavoratori e imprenditori cresciuti senza protezioni politiche, che magari hanno ricevuto loro pure, a vario titolo, qualche «aiutino».

Ma a cui, da sempre, sembra innaturale e ingiusto che il gigante di Torino assorba come una spugna risorse provenienti dal portafogli dei contribuenti tutti.
La storia della Fiat, c’è poco da girarci attorno, è la storia d’Italia.

Ed essendo stata e rimasta l’unica grande azienda privata, per gli oltre cinquant’anni, fra fascismo e Prima repubblica, in cui la stragrande maggioranza della grande impresa finiva direttamente o indirettamente sotto il controllo pubblico, è stata forsennatamente impegnata in scambi politici con il potere romano.

Con le dimensioni viene un cospicuo potere negoziale.

La minaccia di lasciare a casa un gran numero di lavoratori è temuta da chi sta al governo, che ha sempre da perdere dal disagio sociale.

Il fatto che l’Italia fosse una democrazia bloccata, in cui l’opzione dell’alternanza semplicemente non era disponibile, ha reso ancora più forte la posizione di Fiat.
Nei suoi stabilimenti ha le radici il sindacato italiano, e nei suoi stabilimenti andava combattuta la battaglia per il contenimento del Pci e, in alcuni momenti, anche del terrorismo.
Insomma, i suoi privilegi vengono da lontano e si spiegano alla luce della storia politica del nostro Paese.

Si spiegano, non si giustificano.

Perché, come sempre, la protezione pubblica è stata avvelenata: schermando per anni Fiat dalla concorrenza, ne ha fatto un’impresa anchilosata, incapace di reggere l’urto della globalizzazione.

Il turn around di Torino degli ultimi anni ha del miracoloso, e in parte è dovuto proprio a quel lento sfilacciarsi della relazione privilegiata col Palazzo che si è andato determinando con la Seconda repubblica.

La chiusura di Termini Imerese potrebbe essere l’ultimo atto di quella storia.

La restituzione di Fiat alla normalità del rischio e del mercato, dove l’ha riportata l’attuale leadership.
Tuttavia, la maggioranza, dove non sono poche le personalità che hanno con Torino un rapporto conflittuale, ora gioca una vecchia partita.

Evitare emorragie di occupazione in un territorio difficile, e pertanto impegnarsi in una serie di scambi (aiuti in cambio del mantenimento dei livelli occupazionali).

Per la prima volta, sul piatto si mette una storia di dipendenza dell’auto da interventi diretti e indiretti, come a chiedere di saldare un debito.

È una strategia credibile? Lo Stato non è azionista di Fiat, e non è possibile considerarlo tale a fronte dei sussidi stanziati in passato.

L’argomento che Fiat non sarebbe riuscita a tirare avanti senza aiuti pubblici è solo in parte persuasivo: gli aiuti non ne hanno sostenuto lo sviluppo, ma le hanno consentito di andare avanti troppi anni senza rimuovere le sacche di inefficienza al suo interno.
Il compromesso di una vendita agevolata dello stabilimento di Termini a qualche altra impresa potrebbe essere la quadratura del cerchio.

Ma è difficile dimenticare che nel 2008 in Italia sono state prodotte 659 mila vetture, e tutte da Fiat.

L’assenza di altri produttori di autovetture nel nostro Paese è il frutto di decenni di protezionismo.
E qui siamo al paradosso.

Cercando un compratore straniero, o accettando che Termini muoia di morte annunciata, il governo è comunque costretto ad abbandonare l’approccio protezionista.

Ma non lo si può fare senza accettare che Fiat oggi è un’impresa privata che cerca di competere in un mercato difficile, caratterizzato da una crisi da eccesso di capacità produttiva, nel quale tutte le case automobilistiche del mondo dovranno drasticamente ristrutturarsi.

Ostacolare questo processo non vuol dire proteggere l’occupazione, ma indebolirla ancora di più, nel medio periodo.

Da Economy, 4 febbraio 2010

Come Ayn Rand risponderebbe al Papa su Termini Imerese

6 febbraio 2010 di LucaF.

Articolo di Stefano Magni

La crisi economica sta causando la perdita di numerosi posti di lavoro e questa situazione richiede grande senso di responsabilità da parte di tutti: imprenditori, lavoratori, governanti”. Così ha parlato Benedetto XVI, causando la solita coda di commenti di chi crede che “L’ha detto il Papa, quindi Dio è con noi!”.

Lo pensano i sindacati, lo pensano i lavoratori di Termini Imerese e Portovesme. Che sono stati esplicitamente citati dal Pontefice: “Penso ad alcune realtà difficili in Italia – ha continuato il Papa – come ad esempio Termini Imerese e Portovesme, mi associo pertanto all’appello della Conferenza Episcopale Italiana che ha incoraggiato a fare tutto il possibile per tutelare e far crescere l’occupazione, assicurando lavoro dignitoso e adeguato al sostentamento delle famiglie”.

Questo discorso può essere letto e commentato sotto molto aspetti. Diplomatico: ha diritto il Papa a intervenire in una disputa sindacale di un Paese che non è il suo? Politico: ha diritto il Papa a condizionare le scelte del governo in una questione economica? E’ bene che i politici diano sempre ascolto al Papa? Economico: che diritto ha il Papa a suggerire una scelta a imprenditori e manager? Sindacale: è possibile che il Papa consolidi la vecchia posizione sindacale in difesa del lavoro, ovunque e in qualsiasi circostanza?

Tutte queste domande non hanno senso, se non si coglie l’essenza del messaggio di Benedetto XVI. Che non è diplomatica, non è politica, né economica, né sindacale. E’ un messaggio morale. E va affrontato in termini morali. La domanda vera da porsi è: il lavoro è un valore? Non licenziare dei lavoratori, giudicati improduttivi in base al conto economico della loro azienda, è un comportamento virtuoso? L’unico filosofo liberale che potrebbe rispondere in termini morali è una donna liberale e atea: Ayn Rand.

Per la Rand, il sistema capitalista è l’unico in cui gli uomini non si rapportano fra loro come padrone e schiavo, ma come individui indipendenti che scambiano beni, informazioni e servizi. Un lavoratore è un “mercante”, in senso economico, esattamente come un imprenditore e un negoziante: fornisce un servizio che può essere comprato o meno, a seconda dei bisogni della controparte. Un disoccupato che non trova lavoro è esattamente nella stessa condizione di un negoziante che non trova clienti o di un imprenditore che non riesce a vendere i prodotti e i servizi della sua azienda. Né più né meno.

E’ giusto che un uomo aspiri a trovare un lavoro? Certamente. E’ altrettanto giusto che qualcun altro gli fornisca il lavoro che richiede? No, esattamente come non sarebbe giusto imporre a un potenziale cliente di comprare il pane da un determinato panettiere. Ma il secondo esempio (sul panettiere) si coglie al volo, il primo (sul datore di lavoro) no. Eppure l’unica differenza fra i due è numerica. I lavoratori che reclamano un posto e uno stipendio sono una massa considerevole di individui. Se si aggiungono le loro famiglie, la massa diventa ancora più grande. Da qui nasce il discorso di “classe”: la “classe” proletaria è percepita come numericamente maggioritaria ed economicamente più svantaggiata.

Per evitare il conflitto, la posizione più “ragionevole”, per un politico, consiste nell’accontentare questo potenziale esercito di insoddisfatti per evitare un futuro conflitto civile. Ayn Rand, per descrivere lo Stato Sociale, usa giustamente la metafora di “guerra civile fredda”: lo Stato distribuisce soldi e benefici a una classe a scapito di altre per evitare che la guerra fredda diventi calda. Come in guerra, però, non vince il più giusto, ma il più forte e il più organizzato. Lo sa il Papa che sta legittimando la legge della giungla?

Ma il conflitto, viene da chiedersi, è inevitabile? Se un uomo ottiene un posto di lavoro e l’altro no, i loro due interessi sono in conflitto? Non necessariamente.

La guerra, fredda o calda che sia, non è inevitabile. La diventa se parliamo di persone irrazionali, che fanno prevalere il loro istinto. Se una persona è razionale, sa che la sua aspirazione ad avere lavoro non è in conflitto con quella dell’imprenditore, né di altri salariati che il lavoro l’hanno ottenuto. Una persona razionale deve tenere conto, secondo Ayn Rand, di quattro presupposti: realtà, contesto, responsabilità e impegno.

Realtà: “Il fatto che due persone aspirino allo stesso posto di lavoro non prova che ne abbiano diritto, o che lo meritino, né che gli interessi dell’una siano danneggiati dal fatto di non ottenerlo”.

Contesto: “Entrambe queste persone dovrebbero sapere che, se possono desiderare un posto di lavoro, questo scopo viene reso possibile solo dall’esistenza di un’impresa in grado di offrirlo”.

Responsabilità: “Nessuno dei due uomini ha il diritto di dichiarare di non voler neppure considerare tutto quanto abbiamo detto sinora e di volere semplicemente un posto di lavoro. Egli infatti non ha diritto ad alcun desiderio o ad alcun interesse senza la conoscenza di ciò che è necessario per rendere possibile la sua realizzazione”.

Impegno: “Chiunque ottenga il posto, se lo sarà meritato (purché chi lo offre abbia preso una decisione razionale). Questo beneficio è dovuto ai propri meriti, non al sacrificio dell’altra persona, che non ha mai avuto diritto a tale posto. L’impossibilità di concedere a una persona quello che non le appartiene non può certo essere definita come un ‘sacrificio’ dei suoi interessi” (Ayn Rand: “La Virtù dell’Egoismo”, Liberilibri, Macerata 1999, pag. 60).

Si dirà che pochi uomini sono razionali. E che la maggioranza vuole realizzare i propri desideri (soprattutto se ne va del mantenimento della famiglia) a qualunque costo, a prescindere a realtà, contesto, responsabilità e impegno. L’uomo, è vero, è fatto anche di istinti. Però la civiltà, che è una conquista rara nella storia dell’uomo, è fatta di leggi che reprimono certi istinti per consentire una coesistenza pacifica di tutti. L’uso della ragione permette la civiltà, anche a costo di reprimere l’istinto. E questo, Benedetto XVI, il Papa della ragione, dovrebbe saperlo meglio di me, di Ayn Rand e di chiunque altro.

Tratto da Libertiamo.it

Per essere competitivi nel settore auto bisogna dire basta agli incentivi

6 febbraio 2010 di LucaF.

La politica di sussidio pubblico, se nel breve periodo è in grado di sostenere la domanda, non permette di essere ottimisti nel medio-lungo periodo

Articolo di Andrea Giuricin

La ristrutturazione del settore auto in Italia, così come in Europa, sembra ineludibile e per questa ragione Fiat sta pensando di chiudere lo stabilimento di Termini Imerese.

Secondo il gruppo industriale torinese la linea di produzione siciliana è una delle più deboli e più costose nel panorama italiano.
Fiat è stata molto aiutata negli ultimi anni dai diversi Governi tramite diverse tipologie di sussidi. L’ultima misura adottata nel 2009, per fronteggiare la crisi globale è stata quella degli incentivi all’acquisto di nuovi veicoli.
Questa politica è stata molto favorevole a Fiat perché va ad incentivare il lato della domanda.
La casa automobilistica italiana infatti è relativamente forte sul mercato interno dove detiene circa il 32 per cento del mercato e i sussidi alle vendite hanno permesso di affrontare un anno estremamente difficile.
Nell’Unione Europea gli aiuti pubblici al settore automotive hanno permesso di limitare la caduta delle vendite nei primi dieci mesi del 2009 al 2,7 per cento.
Dal mese di Giugno le vendite di veicoli nuovi sono continuate a crescere e nel mese di ottobre vi è stato un incremento superiore all’11 per cento.
Le vendite in Italia sono diminuite di circa il 4 per cento nei primi dieci mesi del 2009.
In generale la politica pubblica di sussidiare il settore auto ha “dopato” il mercato.
L’esempio più chiaro è quello tedesco, dove le elezioni politiche hanno spinto la Grosse Koalition guidata da Angela Merkel a dare degli aiuti molto importanti, tanto che le vendite sono cresciute di circa il 27 per cento nel periodo gennaio–settembre.
Questa politica di sussidio pubblico, se nel breve periodo è stata in grado di sostenere la domanda, non permette di essere ottimisti nel medio-lungo periodo.
Nel momento in cui i diversi Governi, sempre maggiormente stretti da vincoli di bilancio più difficili da rispettare, dovranno ritirare gli aiuti, il mercato difficilmente potrà mantenersi sui livelli attuali.
I consumatori, infatti, hanno anticipato l’acquisto di veicoli e si può stimare che circa due terzi degli incentivi siano stati fatti da acquirenti che avrebbero sostituito la propria automobile nel 2010 o nel 2011.
Il mercato automobilistico italiano è il secondo in Europa per numero di veicoli venduti con oltre 2 milioni di automobili, mentre rimane molto sottosviluppato dal lato produttivo.
Lo scorso anno, infatti, in Italia sono stati prodotti poco più di 650 mila veicoli, contro i 5,5 milioni della Germania e i 2 milioni di Francia e Spagna.
Gli incentivi pubblici non riescono ad aiutare la mancanza di competitività nella produzione nel nostro Paese e dunque è necessario ripensare la politica nel settore auto, come auspicato anche dal Ministro dello sviluppo Economico Claudio Scajola.
Il Ministro ha anche affermato che gli aiuti pubblici hanno avuto un impatto limitato sui conti pubblici.
Non è possibile avere dati definitivi e non è facile fare delle stime, ma il costo totale degli aiuti pubblici dovrebbe essere stato di circa 1,25 miliardi di euro.
Le auto incentivate dovrebbero essere circa 750 mila su un mercato totale di oltre 2 milioni di autoveicoli con un incentivo medio di 1600 euro.
Di queste auto circa 500 mila sono anticipi di acquisti futuri e quindi l’effetto di breve periodo dovrebbe essere stato un aumento della domanda di circa 250 mila veicoli.
L’incentivo per ogni auto è stato dunque di circa 1620 euro.
Tuttavia andando a calcolare solo la domanda aggiuntiva di auto (250mila), l’incentivo è stato di circa 4800 euro.
Il maggior gettito IVA creato dalle 250 mila auto in più vendute è di circa 750 milioni di euro e il costo netto per la politica d’incentivazione potrebbe essere dunque di circa 400/450 milioni di euro, tenendo in considerazione ulteriori gettiti erariali.
La politica degli incentivi deve essere cambiata perché distorce anche il mercato.
Infatti non si comprende perché il settore automotive debba essere sussidiato, quando oramai incide limitatamente sull’occupazione.
I dati della produzione indicano che solo un terzo delle auto vendute in Italia sono state prodotte nel nostro Paese.
Incentivando le vendite, in realtà si favorisce in gran parte la produzione all’estero di autoveicoli.
La politica degli incentivi non favorisce la competitività italiana e dovrebbero invece essere prese misure importanti per favorire l’arrivo di case costruttrici estere.
I dati della produzione di autoveicoli mostrano un altro dato estremamente preoccupante.
L’unica casa automobilistica che produce in Italia è Fiat e i produttori esteri non hanno impiantato stabilimenti.
Al contrario in Spagna e Gran Bretagna, dove non esistono grandi case automobilistiche, i diversi Governi hanno saputo incentivare la produzione di autoveicoli, favorendo l’occupazione.
È giusto dunque cambiare totalmente strategia nel settore automotive e per fare questo è necessario che il Governo prenda decisioni strutturali che possano rendere competitivo il nostro Paese.

Da L’Occidentale 25 novembre 2009

FIAT voluntas… di Montezemolo!

6 febbraio 2010 di LucaF.

Articolo di Mauro Meneghini

Siano un’azienda privata e non un governo”, ha detto Sergio Marchionne quando due giorni prima di Natale ha presentato la chiusura di Termini Imerese come non contrattabile.

Con analoga decisione autonoma, la Fiat ha stabilito le due settimane di cassa integrazione per i 30mila dipendenti addetti all’auto in Italia, tra febbraio e marzo.

Una decisione che ha colto il governo di sorpresa.

E che ha fatto infuriare i sindacati.
L’opinione generale è che la Fiat abbia adottato la decisione per premere sul governo, e indurlo ad affrettare i tempi per rinnovare anche nel 2010 gli incentivi pubblici all’acquisto di auto meno inquinanti.

Nel 2009 hanno funzionato, ed è stato così possibile largamente superare i 2 milioni di unità vendute in Italia.

Senza aiuto pubblico, le vendite sarebbero state tra le 5 e le 600 mila unità inferiori.

I numeri dell’auto, in Italia, sono però per lunga storia “delicati”.

Per esempio il costo per lo Stato, cioè a noi contribuenti, degli incentivi pubblici, è solo ufficioso. L’erogato pubblico è stato di circa 2,3 miliardi di euro.

Se si considerano intorno alle 500mila unità le vendite aggiuntive da incentivi, e si sottrae l’Iva incassata dallo Stato, il costo netto pubblico è intorno a 1,1 miliardi.
Ma se lo chiedete ai costruttori, dicono che non è vero.

Perché lo Stato incassa sull’auto molto di più che la sola IVA.

E dunque gli incentivi sono convenienti per lo Stato e non un costo netto, dicono.

In effetti, sommando la ventina di prelievi fiscali diversi che gravano sull’auto – oltre all’IVA sull’acquisto quella su carburanti, lubrificanti, pneumatici, imposta provinciale, tasse su RCA, tassa di proprietà, accisa sui carburanti e via proseguendo – lo Stato ha incassato nel 2009 oltre 63 miliardi di euro, e nel 2010 a incentivi confermati diventerebbero oltre 65 miliardi.

Se si sommano ai 38 miliardi che i privati italiani hanno speso nel 2009 per comprare i 2,1 milioni di auto nuove, la somma fa oltre 100 miliardi.

Ecco il contributo nazionale al settore auto.

Non si può dire che gli italiani siano avari, per sostenere l’auto.

Il che aiuta a capire perché la decisione di chiudere le fabbriche per due settimane sia apparsa eccessiva e impropria.
Ma la Fiat stima comunque che il venduto 2010 potrebbe calare del 12%, visto che grandi Paesi come la Germania sembra non rinnoveranno gli incentivi.

Il calo potrebbe arrivare al 20%, se il governo italiano dovesse fare la stessa cosa.

Dunque l’azienda deve evitare di riempire i piazzali di invenduto.

Fiat deve pensare alla grande sfida per il mercato globale che ha lanciato su Chrysler, per raggiungere entro un triennio i 4 milioni e mezzo di unità vendute, e puntare ai 6 in futuro.

E visto che i 22 mila operai addetti ai 5 stabilimenti italiani producono sommati solo 650 mila auto mentre tutti i margini di guadagno l’azienda li realizza con meno addetti negli impianti in Brasile e in Polonia, è meglio che la politica italiana si dia una regolata.

Dipendesse da Marchionne, come ha dichiarato sempre a testate d’informazione straniere, i cinque impianti italiani non ci sarebbero o non sarebbero dove sono.
Sono considerazioni fondate? Dal punto di vista dell’azienda, sì.

Ma che cosa deve pensare, la politica e il sindacato? Come può accettare che il presidente francese Sarkozy ordini a Renault di non delocalizzare in Turchia, rispondendo anche a brutto muso alla Commissione europea di Bruxelles, mentre anche la Merkel ha fatto l’impossibile pur di difendere la germanicità della Opel?
Gli incentivi pubblici hanno il pregio di difendere l’occupazione, ma drogano il mercato.

E della droga, a lungo andare, si diventa dipendenti.

Col risultato che per le aziende diventa sempre più difficile capire a quale livello di produzione e vendita mirare per far tornare i conti, visto che la crisi dell’auto a livello mondiale non è solo una crisi di domanda, ma è una crisi preesistente di sovraccapacità produttiva, nell’rodne del 30%.

La Cina ha scavalcato gli Usa con oltre 12 milioni di unità vendute nel 2009, non è che in Cina si vendano le stesse auto che in Occidente.
Di conseguenza, invece di attardarsi in polemiche che con Marchionne in America lasciano il tempo che trovano, forse politica e sindacati dovrebbero essere capaci di alcune scelte sinora mancate.

Tre, per esempio.
Roma dovrebbe chiedere un coordinamento vero europeo delle misure per l’auto.

Se ogni governo si regola in casa propria, vincerà solo chi ha più possibilità di noi di spendere in deficit.

Come la Francia, che ha impiegato quasi 5 miliardi solo per sostenere nel capitale i produttori nazionali.

Ma ciò significa falsare il mercato, e penalizzare l’azienda italiana e i suoi occupati.

E’ a Bruxelles, che bisogna protestare.

In caso contrario, la lotta alla spovraccapacità produttiva si fa solo nei Paesi con più debito pubblico, cioè da noi.
Secondo, occorre ormai distinguere la Fiat – avviata a una diversificazione mondiale – da un piano nazionale per l’auto.

Se da noi si producono meno auto che in Belgio o nella Repubblica Ceca, e i soli 6100 dipendenti dello stabilimento Fiat brasiliano producono quanto i 22 mila in Italia, è perché non abbiamo saputo attirare produttori esteri concorrenti alla Fiat.

Per difendere i 5 residui stabilimenti italiani, Fiat ha dovuto far ruotare su base annuale tra cassa integrazione ordinaria e straordinaria più di un dipendente su due tra quelli del nostro Paese.

Non ha senso continuare così.

Terzo: questo significa essere pronti ad offrire ad altri, gli stabilimenti Fiat che Torino non valuta più convenienti, continuando a far lavorare la componentistica italiana che è di straordinario livello mondiale.

Se lo accettasse – non lo ha mai voluto – Fiat avrebbe ancor più ragione a voler chiudere laddove è inefficiente.Ma rinunciando al denaro dei contribuenti italiani, visto che già può approfittare di quello degli americani per Chrysler (tanto è vero che si sposterà lì la ricerca e produzione dell’ibrido elettrico Fiat).

Altrimenti, è ben difficile che dipendenti, sindacati e governo capiscano perché solo da noi, a Termini Imerese e a Pomigliano, a denari pubblici non corrisponda la tutela del lavoro.

E che le imprese italiane di altri settori si vedano negati gli aiuti che per l’auto ci sono sempre.

Tratto da Movimentolibertario.it

Fiat: Lo sciopero si ferma a Termini

6 febbraio 2010 di LucaF.

Articolo di Andrea Giuricin

La chiusura dell’impianto Fiat di Termini Imerese spaventa un po’ tutti.

Lo stabilimento del gruppo torinese impiega circa 1400 dipendenti in Sicilia e la perdita di tanti posti di lavoro provoca differenti reazioni.

I sindacati hanno già incrociato le braccia, mentre il Governo cerca di mediare in una situazione estremamente delicata.
L’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, ha annunciato lo stop alla produzione di autoveicoli a partire dal 2011 nell’impianto di Termini Imerese, mentre anche lo stabilimento di Pomigliano d’Arco rischia la stessa sorte.
Queste scelte industriali sono del tutto logiche, in quanto, ogni autoveicolo che esce dallo stabilimento siciliano costa circa 1000 euro in più di quello che costa negli altri impianti Fiat.

Il sovra costo non è tanto dovuto ad una bassa produttività dello stabilimento di Termini, quanto all’infelice posizione logistica dell’impianto stesso.

La mancanza di collegamenti rapidi dalla Sicilia verso i mercati di sbocco è una debolezza che costa caro.
Quello che sembra un problema di Termini Imerese è invece un problema che riguarda tutta l’Italia.

Le infrastrutture italiane sono state concepite male e fanno perdere di competitività a tutte le aziende che combattono ogni giorno in un mercato più globale.

Il mercato dell’automobile è sempre più globale e sempre maggiormente sono necessarie economie di scala per le case automobilistiche al fine di risparmiare e competere.
Il caso di Fiat in Italia è molto particolare.

Con cinque stabilimenti la casa automobilistica torinese produce lo stesso numero di autoveicoli di un unico stabilimento in Polonia o in Brasile.

Gli stabilimenti italiani sono troppo piccoli e la produzione italiana è troppo frammentata.
Questa situazione deriva da un rapporto perverso tra Fiat e i diversi Governi che si sono succeduti negli anni.

In cambio di aiuti l’azienda ha deciso di sostenere l’occupazione in tutta Italia, senza guardare troppo al conto economico.
L’Italia ha ormai perso da anni il treno degli investimenti esteri nel settore auto motive e questa debolezza è stata pagata a caro prezzo.

La caduta del numero di autoveicoli prodotti in Italia è stata tale che nel 2008 sia Belgio che Repubblica Ceca hanno fatto uscire dai propri stabilimenti più auto che  l’Italia.

La produzione italiana è solo di Fiat e nessun altra casa automobilistica produce veicoli.
La produzione mondiale è sempre più globale, così come la domanda di autoveicoli.

Nel 2009 in Cina sono stati venduti più autoveicoli che negli Stati Uniti, mentre in molti paesi europei la domanda è stata sostenuta da incentivi che hanno dopato le vendite.

E il doping fa male, perché nel 2010 il mercato auto rischia un tracollo con una caduta di oltre il 10 per cento.

Tutti i Governi Europei si ritrovano quasi costretti a prolungare gli aiuti alle vendite, ma comunque sarà difficile mantenere il livello raggiunto nel 2009.
Il Governo Italiano molto probabilmente continuerà nella politica degli incentivi, seppur in maniera più limitata rispetto allo scorso anno.

Questa politica tuttavia è una misura che non aiuta la produttività italiana e che è costata e costa centinaia di milioni di euro l’anno.
Il nostro paese non ha bisogno d’incentivi alle vendite, bensì di una politica lungimirante che sappia attirare gli investitori stranieri.
Lo sciopero di Termini Imerese, difficilmente cambierà la situazione.

I sindacati non sembrano accorgersi che il mondo dell’auto è cambiato e che ormai è divenuto globale.
Il Governo ha l’occasione di comprendere che non è tanto importante difendere strenuamente l’occupazione di un solo impianto produttivo, quanto quello di favorire l’arrivo d’investitori stranieri che possano sviluppare la produzione italiana e di conseguenza l’occupazione.

Tratto da Chicago-blog.it

OGM, Futuragra: Il conto alla rovescia per la semina è iniziato

4 febbraio 2010 di LucaF.

Le biotecnologie faranno il loro ingresso nell’agricoltura italiana in aprile.

La sentenza del Consiglio di Stato che impone al Ministero delle politiche agricole di rilasciare a Silvano Dalla Libera, agricoltore di Pordenone e vicepresidente di Futuragra, l’autorizzazione a coltivare una varietà di mais OGM è stata notificata venerdì scorso al Ministero.

Inizia dunque il conto alla rovescia verso il primo maggio, data limite entro la quale il maiscoltore vedrà definitivamente riconosciuto il suo diritto a seminare varietà di semi geneticamente modificati.

La sentenza è inappellabile, ha chiarito Silvano Dalla Libera nel corso della conferenza stampa che si è svolta a Milano il 2 febbraio.

Non ci sono più scuse per bloccare l’esercizio di un diritto che mi è stato riconosciuto dal più alto organo della giustizia amministrativa del nostro Paese.

Insieme a me ci sono già decine di agricoltori che in questi giorni mi hanno espresso la loro solidarietà e la loro ferma intenzione di seminare in aprile”.

I sostenitori di Futuragra, l’associazione di imprenditori che si batte per l’introduzione delle biotecnologie e per la libertà di scelta degli agricoltori, avevano già nel 2006 inviato 400 lettere per richiedere l’autorizzazione a seminare mais OGM, tutte respinte dal Ministero e all’origine del ricorso prima al Tar e poi al Consiglio di Stato.

L’obiettivo è di raggiungere le 1000 richieste nei prossimi mesi, prosegue Dalla Libera.

Futuragra sarà al fianco di tutti gli agricoltori che vogliono innovare l’agricoltura italiana senza pregiudizi e senza ideologie”.

La mancata applicazione della sentenza creerebbe un danno enorme all’agricoltura italiana, che oggi sta affrontando una delle più grandi crisi degli ultimi anni.

Qualora ci fosse ancora impedito di esercitare il nostro diritto come ha lasciato intendere il Ministro Zaia, ha detto Dalla Libera, non esiteremo a chiedere i danni che già oggi possiamo quantificare per questa stagione di semina in 200 milioni di euro, vale a dire circa 400 euro per ettaro”.

Circa un terzo della superficie italiana a mais è infatti esposta agli attacchi della piralide, un parassita che potrebbe essere contrastato con efficacia con il mais OGM.

Il mais destinato all’alimentazione animale è vitale per la zootecnia e quindi per l’agroalimentare italiano.

I prodotti zootecnici rappresentano infatti il 91% del fatturato derivante dai prodotti DOP e IGP alla produzione, l’89% al consumo e il 94% del valore dell’export, secondo quanto emerso nell’ultima Giornata del Mais tenutasi a Bergamo il 25 gennaio scorso.

Gli agricoltori si sono già espressi chiaramente, come dimostra la ricerca di Demoskopea del marzo 2009 da cui risulta che il 53% dei maiscoltori del Veneto e del Friuli, che rappresentano il 60% della superficie coltivata a mais nelle due regioni, era già allora favorevole alla coltivazione di OGM.

Sono sicuro, ha concluso Dalla Libera, che se oggi si ripetesse il sondaggio i risultati sarebbero ancora più schiaccianti. E Coldiretti, che si preoccupa solo oggi di lanciare un suo ‘referendum’ sugli agricoltori, può verificare che già allora oltre il 50% degli intervistati aderenti all’associazione ha dichiarato di essere pronta a coltivare OGM”.

Tratto da Futuragra.it

Agricoltori Federati: Basta sussidi!!!!!!

4 febbraio 2010 di LucaF.

Comunicato stampa di Agricoltori confederati

In relazione alla conferenza stampa tenutasi ad Udine il 23 novembre 2009 da Confagricoltura, Cia, Legacoop, Confcooperative; Agricoltori Federati gradirebbe avere uno spazio per portare nel dibattito la sua posizione.
Nel quadro generale di difficoltà economica, il settore agricolo non si discosta dallo stato di crisi generale.

Purtuttavia, a differenza delle organizzazioni promotrici della conferenza stampa, nonché della Coltivatori Diretti che aveva promosso un incontro analogo con il presidente Tondo alcuni giorni prima, Agricoltori Federati non ne condivide le analisi e le richieste.

È da diversi decenni che regolarmente assistiamo al comportamento delle tradizionali organizzazioni del mondo agricolo le quali, nei momenti di difficoltà, reclamano interventi pubblici a sostegno del sistema.

La nostra Associazione ritiene che difendere i legittimi interessi dei propri associati non significhi avere il diritto di pretendere che altri intervengono con le loro risorse (cioè le loro tasse) a soccorso delle nostre aziende.

Anzitutto perché riteniamo tale comportamento immorale dal punto di vista etico.

Ma soprattutto perché siamo convinti che è per questa decennale politica di interventismo statale nell’agricoltura che stiamo subendo questo stato perenne di crisi e difficoltà.

Infatti noi riteniamo che le cause di questa crisi non vadano individuate nell’avidità di qualche imprenditore finanziario, o nell’esistenza di un mercato senza regole, o nelle lungaggini della burocrazia statale o regionale, ma nell’esatto contrario.

Infatti siamo convinti che non è possibile che all’improvviso tutti gli imprenditori abbiano commesso errori di valutazione imprenditoriale.

È proprio a causa dell’interventismo statale, dei capitali a disposizione degli imprenditori a tassi irragionevolmente bassi, degli aiuti indiscriminati alle aziende guidati da logiche assistenziali, che gli imprenditori si sono imbarcati in investimenti che ora si stanno rivelando sbagliati in quanto le condizioni attuali di mercato attuale non li sostiene.
Di fronte a questo disastro Agricoltori Federati respinge le rivendicazioni sindacali di maggiori interventi e sostegno al mondo agricolo perché le giudica immorali e contrarie agli interessi degli agricoltori in quanto non permettono di liberare il settore economico da “malinvestimenti” che continuano a drenare risorse che invece andrebbero dirottate alle iniziative economiche che presentano migliore redditività.
Agricoltori Federati ha mutuato la sua denominazione dai Federated Farmers neozelandesi, associazione di agricoltori della Nuova Zelanda che, in una situazione di difficoltà economica del settore agricolo verificatasi nel 1985 simile all’attuale, di fronte allo smantellamento dell’interventismo in agricoltura voluto dal loro governo, ebbe il coraggio di appoggiare tale politica governativa e di dire basta all’interventismo in agricoltura perché capirono che più interventi incentivanti avrebbero prodotto surplus produttivi che avrebbero abbassato il prezzo delle produzioni agricole sotto i costi di produzione.

Da quel momento nacque il caso Agricoltura Neozelandese con il fenomeno Kiwi; ora la Nuova zelanda vanta il più basso costo di produzione unitaria di polvere di latte al mondo, pur essendo un paese con stile di vita occidentale.
Agricoltori Federati è convinta che, per difendere gli interessi dei propri associati, le misure necessarie da attuare subito per uscire immediatamente da questa situazione insostenibile di crisi economica sia quella di dire basta ai contributi pubblici in agricoltura a livello europeo al fine di riequilibrare l’offerta alla domanda e, poiché la Politica Agricola è sostenuta con l’IVA pagata dai contribuenti degli stati membri, riteniamo che sia urgente abbassare l’aliquota IVA a un livello medio più basso dell’attuale che coincida con l’abbandono del finanziamento pubblico alla politica agricola comune.

Tratto da Movimentolibertario.it

Referendum sugli OGM? No, grazie

4 febbraio 2010 di LucaF.

Articolo di Marco Cattaneo

I quotidiani dei giorni scorsi riferivano il pronunciamento del Consiglio di Stato sulla coltivazione in Italia di mais geneticamente modificato già approvato nell’Unione Europea.

Ne parlava Dario Bressanini nel suo post Via libera al mais OGM.

E il  Corriere della Sera raccontava la reazione del ministro Luca Zaia, pronto a intervenire nuovamente per bloccare le coltivazioni transgeniche.

Come i suoi predecessori Alfonso Pecoraro Scanio e Gianni Alemanno, Zaia è contrario alla coltivazione di OGM nel nostro paese.

Una formazione trasversale singolare, che abbraccia destra e sinistra senza soluzione di discontinuità.

Tutti, chi più chi meno, si ammantano dell’aura di numi tutelari dei nostri prodotti tipici, che scomparirebbero davanti all’invasione degli ultracorpi.

Nessuno però ha l’onestà di ammettere che molti nostri prodotti tipici, quelli che loro dicono di difendere, sarebbero già morti e sepolti senza la soia transgenica che in Italia non possiamo coltivare.

Lo racconta sempre Dario, nel suo libro OGM tra leggende e realtà.

La soia transgenica d’importazione è un ingrediente essenziale del pasto di bovini e suini.

In altre parole, senza soia OGM addio a Parmigiano Reggiano, prosciutto San Daniele e altri prodotti tipici di cui si vantano ministri, ex ministri e difensori d’ufficio dell’italianità.

Non poteva mancare il commento di Mario Capanna, quello che pur di osteggiare per ragioni puramente ideologiche l’adozione delle coltivazioni transgeniche va in tv a raccontare storie false di fragole al gusto di pesce.

E dice pure di averle assaggiate, mentendo con piena cognizione di causa.

Perché il fine giustifica i mezzi.

Si compiace, Capanna, che basti un semplice pronunciamento del ministro “per chiudere questa brutta pagina”.

Mentre Carlo Petrini invoca un referendum.

Affermando che “non ci sono ancora sufficienti certezze per introdurre sul territorio italiano la coesistenza tra le colture biologiche e quelle biotech”.

In linea di principio, non sarebbe una cattiva idea, un referendum, se si permettesse ai cittadini di essere informati sull’argomento.

Anche perché il referendum è davvero un pronunciamento popolare.

Ma è anche un istituto che si è svuotato di significato, negli ultimi anni.

E, soprattutto, sarebbe svuotato di significato in una fattispecie come questa.

Come hanno già ampiamente dimostrato il referendum sulla Legge 40 sulla fecondazione assistita e il dibattito sul testamento biologico, un paese in cui il sistema dell’informazione non è in grado di dare informazioni, ma offre in pasto opinioni deformando sistematicamente i fatti in funzione della tesi che si vuole sostenere, non è in grado di dare ai cittadini gli strumenti per decidere lucidamente su una materia che ha importanti basi scientifiche e può avere rilevanti conseguenze sull’economia del paese.

Deformare i fatti per avvalorare la propria posizione è disdicevole già quando lo fa la politica.

Ma se lo fa – come regolarmente accade su ogni argomento – il mondo dell’informazione, dalla tv alla stampa, allora personalmente ritengo che un sistema democratico rischi di diventare una definizione priva di contenuto, una forma senza sostanza, una scatola vuota.

Un po’ per ignoranza, un po’ per faciloneria, il nostro mondo dell’informazione sta dimostrando un’immaturità inopportuna.

E troppo spesso si presta a fare da grancassa alla voce di altri, quasi mai privi di secondi fini e/o interessi personali o di parte.

Invece l’informazione, di per sé, non dovrebbe averne.

È una parola neutra, non “pluralista”.

Plurali sono le opinioni.

Ecco perché la buona idea di un referendum sulla coltivazione di piante transgeniche è, in realtà, un’idea pessima.

Perché Carlo Petrini – ma anche Mario Capanna, ed entrambi con il sostegno di uno schieramento politico robusto – sanno benissimo che basta andare in tv (magari a un programma del pomeriggio per massaie) a instillare il dubbio, a stuzzicare i nostri timori più irrazionali, ritoccando un po’ qua e là la verità, e l’esito del referendum è cosa fatta.

Basta ripetere la storia della temibile fragola-pesce, chiamare le coltivazioni OGM “il cibo di Frankenstein”.

Basta dire che gli OGM minacciano la biodiversità, che cancelleranno dalla faccia della terra il radicchio trevigiano, che in India i contadini si suicidano perché sono diventati schiavi delle multinazionali biotech (altra leggenda metropolitana che ha attecchito al punto da diventare verità indiscussa…).

Il meccanismo è quasi ovvio, fa leva su un motore potente e irresistibile: basta fare un po’ di paura alla ggente per poi potersi rallegrare della saggezza di un popolo.

Un referendum sugli OGM? No, grazie.

Tratto da http://cattaneo-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/

Facco: Il signor proibizioni!

4 febbraio 2010 di LucaF.

Un OGM buono, pulito e giusto

4 febbraio 2010 di LucaF.

Articolo di Dario Bressanini

Il mio libro sugli OGM è finalmente i libreria.

Si intitola OGM tra leggende e realtà. Chi ha paura degli organismi geneticamente modificati? È pubblicato da Zanichelli, nella collana Chiavi di lettura (€ 11,80).

In questo libro si cerca di offrire al lettore una fotografia di cosa sono oggi le colture geneticamente modificate, districandomi nella selva di leggende, miti, veline aziendali e rapporti farlocchi, esagerazioni e dati falsi che circondano l’argomento, facendo riferimento il più possibile a rapporti affidabili di organismi internazionali e sovranazionali e articoli pubblicati sulle riviste scientifiche. In 224 pagine, si affrontano vari temi: dai “semi terminator” all’influenza che hanno avuto gli OGM sull’uso dei pesticidi.

Dai brevetti al concetto di “naturale” passando per una concisa ma accurata descrizione di come si fabbricano gli OGM, a cosa servono, perché si fanno, quali OGM sono stati prodotti, quali esistono invece solo nelle leggende, chi li coltiva, dove e perché, e chi ci ha guadagnato sino ad ora.

Ecco un estratto, dove si parla dell’OGM più diffuso nei paesi in via di sviluppo: il cotone Bt, ingegnerizzato per resistere agli attacchi di alcuni insetti.

Il cotone Bt nei paesi in via di sviluppo

Ogni anno la FAO (Food and Agricolture Organization) delle Nazioni Unite pubblica un rapporto sullo stato dell’alimentazione e dell’agricoltura nel mondo, con particolare attenzione ai Paesi in via di sviluppo.

Nel 2004 per la prima volta il rapporto è stato dedicato all’agricoltura biotecnologica, con un sottotitolo espresso significativamente in forma di domanda: Meeting the needs of the poor?

Possono gli OGM aiutare i molti milioni di contadini poveri? Possono, se non risolvere, almeno alleviare il problema della fame e della malnutrizione nel mondo, che nel 2004 affliggeva 842 milioni di persone, quasi tutte nei Paesi in via di sviluppo? La risposta che emerge dal rapporto FAO è un chiaro , seppure con alcune cautele.

Oltre che sul rapporto FAO e su quello già citato della Commissione europea, qui ci baseremo sul World Development Report 2008 della Banca mondiale e sul rapporto Measuring the economic impact of transgenic crops in developing agricolture during the first decade (Misurare l’impatto economico nel primo decennio delle colture transgeniche sull’agricoltura in via di sviluppo) pubblicato nel 2009 dall’IFPRI.

Questo International Food Policy Research Institute, sostenuto da decine di istituzioni internazionali, ha come obiettivo «trovare soluzioni sostenibili per eliminare fame e povertà».

I ricercatori dell’IFPRI passano minuziosamente in rassegna tutti i 137 articoli scientifici pubblicati sino al 2007 riguardo all’impatto economico degli OGM sui Paesi poveri e in via di sviluppo.

E sono consapevoli della difficoltà di tracciare un bilancio equilibrato, come dimostra l’incipit del loro rapporto:

Nel dibattito sulle piante biotech distinguere i fatti dalla fantasia non è facile. Il dibattito è stato confuso dall’influenza di visioni rigide e assolutistiche (sia a favore sia contro le piante biotech) circa il ruolo della scienza nella società, combinate con una generale ignoranza della scienza.

Gli OGM possono contribuire alla lotta contro la fame nel mondo, ma in realtà non sono ancora stati sviluppati OGM capaci di far aumentare direttamente le rese (e non è detto che si riuscirà a produrli in futuro).

Quando le rese aumentano, ciò è dovuto a una migliore protezione dagli insetti da parte degli OGM.

Almeno per ora dunque non si mira ad aumentare la produzione di cibo.

Si tratta invece di aiutare i Paesi poveri a migliorare la loro produzione agricola risolvendo problemi che sono diversi da quelli dell’agricoltura dei Paesi sviluppati.

Gli OGM sono uno dei possibili approcci: possono portare a un aumento di reddito per gli agricoltori, il che consente loro di acquistare più cibo.

Gli OGM quindi devono essere visti come un complemento a soluzioni e tecnologie diverse  non ancora come una alternativa.

Un solo OGM molto diffuso

Fino a oggi soltanto il cotone Bt resistente agli insetti ha avuto una diffusione e un impatto notevole sui Paesi in via di sviluppo che hanno deciso di coltivarlo.

La coltivazione convenzionale del cotone fa largo uso di pesticidi, con effetti spesso deleteri per l’ambiente e per gli agricoltori.

Il cotone Bt è usato ormai da più di 9 milioni di agricoltori, soprattutto in India e in Cina, e il rapporto della Banca mondiale lo definisce «un OGM win-win-win», ossia di successo su tre fronti:

Ha ridotto le perdite dei raccolti, ha aumentato i profitti degli contadini e ha fortemente ridotto l’uso di pesticidi per milioni di piccoli agricoltori.

In altre parole il successo del cotone Bt è indubbio, ma sarebbe sbagliato generalizzare e dedurne che anche gli altri OGM sviluppati per i mercati occidentali possano automaticamente avere lo stesso effetto nei Paesi poveri, come una bacchetta magica; occorre invece tener conto delle specificità locali.

Diamo perciò uno sguardo più dettagliato alla situazione in alcuni tra i Paesi in via di sviluppo più rappresentativi.

Il caso cinese

Nel 1997 il Ministero dell’agricoltura cinese ha approvato l’utilizzo del cotone Bt resistente ad alcuni insetti, e oggi oltre 7 milioni di piccoli agricoltori cinesi lo coltivano.

Se state indossando indumenti made in China, è dunque probabile che la vostra pelle sia a contatto con cotone geneticamente modificato (tranquilli, non fa male! Anzi, ha sicuramente subito meno trattamenti con pesticidi).

In alcune regioni (Hebei e Shandong) la percentuale di adozione di questa varietà sfiora il 100%, mentre in altre regioni come lo Henan l’adozione è più bassa (30%) perché sono diffusi parassiti come il ragno rosso, che non è sensibile alla particolare proteina Cry prodotta dalla pianta.

Una particolarità della Cina è che vi si coltivano, insieme alle varietà di cotone Bt prodotte dalle multinazionali, anche altre varietà sviluppate autonomamente dall’Accademia cinese di scienze agricole.

Questo è importante sia perché l’adattamento della coltura alle condizioni agronomiche e climatiche locali può massimizzare i benefici, sia perché la disponibilità di OGM sviluppati da un’istituzione pubblica fa sì che i semi abbiano un prezzo ridotto, alla portata anche dei contadini più poveri.

Secondo la FAO con il passaggio dal cotone tradizionale al cotone Bt la quantità di pesticidi usati in Cina nel 2001 è scesa di 44 kg per ettaro (−78 000 tonnellate in totale) e si è più che dimezzata tra gli agricoltori l’incidenza degli avvelenamenti da pesticidi.

Questi dati sono confermati da stime più recenti dell’Accademia delle scienze cinese, che indicano anche un aumento del 9,6% nelle rese dovuto alla maggiore protezione della pianta dagli insetti e una diminuzione del 60% nell’uso di insetticidi con un miglioramento sia delle condizioni sanitarie degli ambienti agricoli sia di un aumento del reddito per ettaro.

I coltivatori di cotone Bt hanno effettuato una media di 6.6 applicazioni di insetticidi contro le 20 dei coltivatori di cotone tradizionale, spendendo 27 euro per ettaro in insetticidi contro i 148 euro per ettaro dei coltivatori di cotone tradizionale.

Un risultato notevole è che ne hanno beneficiato maggiormente le piccole fattorie e i contadini più poveri che non le aziende più grandi e gli agricoltori più benestanti.

Alcuni studi hanno riscontrato un aumento di reddito pari a 470$ per ettaro (il 340% in più), grazie soprattutto alla riduzione dell’uso di pesticidi. I vantaggi però non sono stati sempre uniformi nelle varie regioni e in alcuni casi i benefici sono stati molto inferiori.

A fronte di questi risultati incoraggianti non stupisce che il primo ministro cinese Wen Jiabao nel 2008 abbia affermato:

Per risolvere il problema alimentare dobbiamo contare sulla scienza, sulle misure tecnologiche, sulle biotecnologie, sugli OGM.

La Cina dunque investe fortemente in ricerca e sviluppo nelle biotecnologie agrarie, ritenendole strategiche per l’aumento del benessere dei milioni di piccoli agricoltori cinesi.

Per esempio ha già sviluppato e testato in campo aperto almeno quattro varietà di riso Bt; le coltivazioni sperimentali hanno dimostrato rese più elevate (dal 3,5% al 9% in più) e una riduzione dell’80% nell’uso di pesticidi.

Nel momento in cui la Cina dovesse dare il via libera alla commercializzazione di questo riso OGM, è probabile che altre nazioni la seguiranno, specialmente in Asia ma anche in America Latina.

Il riso infatti è un alimento di fondamentale importanza per la sussistenza di gran parte della popolazione mondiale.

Il cotone indiano

L’india ha la più vasta area al mondo dedicata alla coltivazione del cotone, ma in passato le perdite di raccolto dovute alle pesti la relegavano al terzo posto della classifica mondiale dei produttori.

Nel marzo del 2002 il governo indiano ha approvato la coltivazione del cotone Bt.

Nel 2005 il 14% del cotone era geneticamente modificato e nel 2008 la frazione era salita al 77%, con milioni di piccoli agricoltori che coltivavano un totale di 7,6 milioni di ettari di cotone Bt.

Così l’India ha superato la produzione degli USA ed è diventato il secondo produttore mondiale dopo la Cina.

Vari studi hanno rilevato che il cotone Bt ha portato benefici economici ai coltivatori indiani, grazie all’aumento delle rese del cotone e a una drastica riduzione nell’uso di insetticidi.

Il risultato economico dipende però fortemente dalle caratteristiche agro-ecologiche e dalle pratiche agrarie locali.

Per esempio nello Stato del Maharashtra il reddito dei coltivatori di cotone OGM è cresciuto in media del 43% nel 2002 e del 73% nel 2003, mentre nell’Andrha Pradesh gli agricoltori inizialmente hanno anche subìto perdite. Come avverte il rapporto dell’IFPRI:

Un valore medio positivo dell’effetto sulle rese o sul margine lordo non implica che ogni singolo agricoltore ne benefici… è difficile aspettarsi esperienze uniformi con una nuova tecnologia.

In India i brevetti sugli OGM non sono validi, perciò è stato possibile «copiare» liberamente il cotone Bt della Monsanto: si è così passati da 3 soli ibridi approvati nel 2002 a ben 137 ibridi Bt presenti nel 2007 sul mercato indiano legale, prodotti da decine di aziende a volte anche molto piccole.

In India non vi è dunque alcun monopolio di Monsanto o di altre multinazionali.

Oltre alle varietà ingegnerizzate localmente e a quelle sviluppate in Cina, la ricerca pubblica indiana ha anche messo a punto semi OGM di cotone non ibrido, che i contadini potranno riutilizzare senza doverli riacquistare ogni anno.

Nei primi anni dell’adozione la domanda per i semi OGM era così elevata che l’offerta non riusciva a soddisfare la domanda.

Molti truffatori allora vendevano semi spacciati per Bt ma che in realtà non lo erano, oppure varietà incrociate malamente e con caratteristiche inferiori alle piante ufficialmente approvate. Questa può essere stata una delle cause della tragedia dei suicidi di contadini indiani, ampiamente riportata dai media, di cui riparleremo in dettaglio nell’ultimo capitolo.

Il cotone Bt in Sudafrica

Il caso sudafricano illustra bene come sia complicato analizzare l’effetto economico dell’introduzione degli OGM.

Nel 1998, durante la prima stagione di coltivazione in Sudafrica, il cotone Bt non ha portato aumenti significativi della resa, in parte perché i semi OGM costavano il doppio di quelli tradizionali e gli agricoltori ne hanno seminati il 22% in meno per ettaro; la spesa per i pesticidi è diminuita, ma non in misura tale da portare a un guadagno rispetto ai coltivatori tradizionali.

Nel 1999 invece le condizioni climatiche e l’infestazione di insetti hanno favorito il cotone Bt, che ha avuto rese superiori del 40% rispetto a quello tradizionale.

Insieme ai ridotti costi per i pesticidi, ciò ha determinato un guadagno del 58% per i coltivatori del cotone OGM.

Chi ci guadagna nei Paesi in via di sviluppo?

Tutte le analisi dell’impatto economico del cotone Bt nei Paesi emergenti indicano che a beneficiare maggiormente sono i contadini, seguiti dalle aziende produttrici di semi e dai consumatori.

Non è dunque vero, come a volte si sente dire, che dall’agricoltura transgenica traggono profitto soltanto le multinazionali.

La tabella 3 riassume i dati pubblicati dalla Banca mondiale sui benefici economici portati dal cotone Bt, ossia da quella proteina Cry che, inserita nei geni della pianta, la aiuta a difendersi da alcuni insetti.

tabella3

Occorre poi anche tenere conto degli effetti della non adozione di una coltura transgenica: i coltivatori di cotone tradizionale possono vedersi ridotto il reddito, perché l’introduzione del cotone Bt (anche quando avviene in un altro Paese) genera una pressione verso il basso sui prezzi di mercato.

Un quadro incoraggiante, con qualche cautela

Tutti i rapporti che abbiamo citato sottolineano la necessità di condurre in futuro altri studi per consolidare i dati odierni e verificare che i cambiamenti siano duraturi.

C’è chi sostiene per esempio che il successo del cotone Bt in Cina potrebbe non continuare a lungo: altri insetti dannosi potrebbero diventare un problema, occupando la nicchia ecologica lasciata libera dai parassiti sgominati dalla pianta OGM.

Inoltre gli studi rigorosi effettuati finora si sono concentrati soprattutto su una singola coltura, il cotone, principalmente in Cina e in India; e anche per questi due Paesi l’impatto economico è stato calcolato usando modelli matematici che non sono mai perfetti.

Pur con queste limitazioni i dati mostrano chiaramente, come minimo, che alcuni OGM hanno già portato benefici ai contadini poveri (con rese più alte e meno fluttuanti, spese ridotte per i pesticidi e una riduzione dei rischi sanitari) e prezzi più bassi per il consumatore.

Ed è incoraggiante per la lotta alla povertà il fatto che nei Paesi in via di sviluppo i piccoli agricoltori sembrano beneficiare dal cotone Bt tanto quanto i grandi produttori.

Per ora inoltre non si sono osservate conseguenze negative per l’ambiente. Secondo il rapporto FAO del 2004:

Finora nei paesi che hanno seminato colture transgeniche non vi sono stati casi di danni ambientali o sanitari.

La farfalla monarca non è stata sterminata, le pesti non hanno sviluppato resistenza al gene Bt.

Vi sono indicazioni di erbacce resistenti agli erbicidi, ma non si sono sviluppate le tanto paventate «supererbacce».

Al contrario stanno emergendo vari e importanti benefici sociali e ambientali.

Gli agricoltori usano meno pesticidi e stanno sostituendo quelli più tossici con altri meno tossici.

I contadini e le riserve di acqua sono così protette dalla contaminazione e dall’avvelenamento, e insetti e uccelli benefici stanno ritornando sui campi coltivati.

E nel 2008 il rapporto della Banca mondiale ribadisce:

Preoccupazioni continue riguardo a possibili rischi sanitari e ambientali hanno rallentato il rilascio degli OGM.

Questi timori sembrano persistere anche se l’evidenza scientifica disponibile sulla sicurezza alimentare indica che gli organismi transgenici ora sul mercato sono tanto sicuri quanto le varietà convenzionali.

Allo stesso modo l’evidenza scientifica e l’esperienza di 10 anni di uso commerciale non supportano lo sviluppo di resistenza nelle pesti o danni ambientali dalle coltivazioni commerciali di OGM, come il flusso di geni verso varietà selvatiche affini, se si adottano misure di sicurezza appropriate.

La questione dunque non è più se gli OGM possano o meno portare benefici ai contadini poveri del mondo: ormai vi sono le prove che almeno alcune colture transgeniche sono in grado di farlo. Semmai il problema è sfruttare le enormi potenzialità delle biotecnologie per risolvere i problemi specifici di ogni zona del pianeta.

Biotecnologie agrarie poi, come fanno notare sia la FAO che la Banca Mondiale, non significa solamente OGM, per cui sarebbe un errore focalizzarsi solamente su di essi.

In molte nazioni oggi i coltivatori non possono beneficiare delle innovazioni biotech che sono state sviluppate principalmente per il mercato occidentale.

Un OGM buono, pulito e giusto

Perché questo post si intitola con uno slogan preso maliziosamente a prestito da Slow Food, organizzazione che si oppone agli OGM? Ricordo che l’attivista Vandana Shiva, che apertamente e contro l’evidenza dei fatti che vi ho illustrato parla di “fallimento del cotone Bt in India”, è vicepresidente di Slow Food International.

Molte organizzazioni parlano, mistificando la realtà, di “fallimento” del cotone Bt, evidentemente non sopportando l’idea che un OGM possa aver portato dei benefici ai poveri e all’ambiente.

I fatti hanno dimostrato che sicuramente il cotone Bt è pulito.

Forse non sapete che ben un quarto di tutti gli insetticidi usati al mondo è utilizzato nella coltivazione del cotone.

L’uso di questo OGM, sviluppato sia dalle multinazionali che dalla ricerca pubblica, ha permesso di ridurre considerevolmente l’uso di insetticidi.

E a riprova di questo si è registrata una diminuzione delle patologie legate agli avvelenamenti da insetticidi che coinvolgevano gli agricoltori in Cina. Più pulito di così!

È anche un OGM giusto, perché i benefici sono andati agli agricoltori dei paesi poveri e in via di sviluppo.

E soprattutto ai piccoli agricoltori. Più giusto di così!

Ma perché buono? Dopo tutto il cotone non si mangia, ed è forse ironico che l’OGM che più sta influenzando la vita di milioni di poveri agricoltori non sia un alimento, mentre gli OGM vengono spesso descritti solo come soluzione della fame nel mondo.

Ma è indubbiamente buono, perché il problema della fame nel mondo non è tanto un problema di produzione di cibo quanto di accesso al cibo, è un problema di povertà.

Il cotone Bt ha aumentato, dati alla mano, il reddito di milioni di poveri contadini, e con qualche soldo in più nel portafoglio hanno potuto acquistare più cibo per sé e per la propria famiglia.
Più buono di così!

Note

Nella discussione seguita a questo articolo è stata citata l’indagine conoscitiva in atto al Senato sugli Organismi Geneticamente Modificati.

Le discussioni avvenute in commissione, insieme alle relazioni, sono molto interessanti e ho pensato di mettere il link nel post principale.

Particolarmente interessanti, a mio parere, sono le relazioni dell’Associazione Maiscoltori Italiani (AMI) e dell’Associazione Industrie Risiere Italiane (AIRI) che illustrano come, almeno un parte degli agricoltori italiani, sarebbe ben contento di sperimentare gli OGM.

L’Associazione Industrie Risiere italiane ha divulgato un documento presentato in Senato, che contiene la loro posizione sugli OGM.

In attesa di un futuro articolo specifico sul riso OGM (ne sono già stati sviluppati vari tipi, che attendono solo l’autorizzazione alla commercializzazione)  il documento lo trovate qui.

Bibliografia

FAO: Rapporto FAO del 2004 sull’agricoltura biotech

Banca Mondiale: World Development Report 2008

JRC-IPTS: Economic Impact of Dominant GM Crops Worldwide: A Review

IFPRI: Measuring the Economic Impacts of Transgenic Crops in Developing Agriculture during the First Decade

Tratto da http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/

OGM: Futuragra annuncia prima coltivazione di mais bt, dopo la vittoria al Consiglio di stato. Dalla Libera: mostreremo a tutte le scolaresche il mais ogm, vedranno com’è davvero

4 febbraio 2010 di LucaF.

Licenza Creative Common 2.5 Italia

Interviste di Radio Radicale in occasione della conferenza stampa a Milano di Futuragra del 2 febbraio 2010 a:

Silvano Della Libera, vice presidente di Futuragra

Gilberto Corbellini, presidente di Sagri (Salute, agricoltura, ricerca)

Roberto Defez, biotecnologo, ricercatore del CNR a Napoli (CNR)

Francesco Sala, Docente di Botanica generale e Biotecnologie delle piante presso l’Università degli Studi di Milano

Gabriele Pirocchi Avvocato

Van bene i pannelli solari… …ma non coi nostri soldi!

3 febbraio 2010 di LucaF.

Articolo di Ettore Malpezzi

Nel 1789 Maria Antonietta, regina di Francia, incuriosita dal frastuono che arrivava dalla piazza sotto le sue finestre, chiese alle dame di compagnia cosa stesse succedendo.

Le fu risposta che il popolo protestava perché aveva fame e non aveva più pane.

Senza scomporsi la regina commentò che, visto che il pane era finito, avrebbero ben potuto accontentarsi di brioche o di pasticcini invece di fare tanto chiasso.

Questa storiella fa la caricatura della Nobiltà irridendone l’insensibilità verso i problemi della maggioranza della popolazione.

La soluzione insensata proposta dalla Regina mostra la totale mancanza di comprensione della realtà.

Chiunque penserebbe che rimedi tanto insensati per dei gravi problemi reali non possano essere che le battute umoristiche di brillanti autori satirici; ma, come sempre, la realtà supera abbondantemente la fantasia.

Il mondo globale di oggi si trova ad affrontare il gigantesco problema della crescente domanda di energia: una risorsa che diventa sempre più importante e costosa per ogni paese.

L’Italia è in una situazione particolarmente critica rispetto agli altri paesi europei a causa degli errori compiuti nel passato; specialmente la rinuncia la nucleare è stato un errore gravissimo di cui solo ora ci si sta rendendo conto anche a livello di opinione pubblica.

Ad aumentare le difficoltà si aggiunge una situazione economica molto critica.

Con la pressione fiscale già altissima i Governi, di qualunque colore, sono costretti a contenere, o a ridurre, tante spese in settori fondamentali per la società quali la sicurezza, l’istruzione, la ricerca, la sanità.

Considerando le poche risorse a disposizione, gli investimenti pubblici nel campo dell’energia dovrebbero essere utilizzati con estrema oculatezza, tuttavia, per quanto sembri incredibile, si stanno finanziando soluzioni alla “Maria Antonietta”, cioè sistemi costosissimi per produrre quantità irrisorie di energia: gli impianti a celle solari (fotovoltaici).

I costi nel campo dell’energia sono difficili da stabilire in modo preciso ed univoco per i tanti fattori che vi concorrono, tuttavia senza entrare troppo nei dettagli si può dire che l’energia prodotta utilizzando le celle solari costa circa 10 volte più dell’energia prodotta con i sistemi oggi più utilizzati: carbone, nucleare e gas.

Il rapporto di costo fra il pane e i famosi pasticcini della regina Maria Antonietta è probabilmente attorno a 10, se non inferiore: 2 € contro 20 € al Kg  mi sembrano numeri ragionevoli anche se non ho controllato in negozio; anzi probabilmente i pasticcini di Maria Antonietta sono un rimedio per la fame più ragionevole di quanto le celle solari lo siano per l’energia.

Ma mentre quella della Regina era solo satira e lei in realtà non si era mai sognata di fare proposte tanto bizzarre, lo Stato italiano finanzia veramente con fondi pubblici le celle solari.

Esistono leggi che incentivano l’installazione di questi impianti facendo pagare al contribuente (senza dirglielo) l’energia prodotta ad un costo molto superiore a quello di mercato.

Ciò è tanto più assurdo se si pensa che i componenti usati per realizzare questi impianti (celle solari, convertitori elettrici, ecc) sono prevalentemente di importazione, come il gas e il petrolio, e che quindi c’è pochissimo arricchimento tecnologico dietro l’installazione di questi impianti.

Il vero business potrebbe essere addirittura per società finanziarie estere che finanziano gli impianti e intascano le laute royalties pagate dai contribuenti italiani.

Continuare ad utilizzare il denaro pubblico, le nostre tasse, per questo tipo di finanziamento è un vero crimine a danno dei contribuenti e della comunità; occorre bloccare subito questo modo di dissipare il nostro denaro.

Ovviamente chi crede nei suoi sviluppi futuri fa benissimo a continuare ad operare nel “fotovoltaico”, l’importante è che non pretenda denaro pubblico.

Tratto da Enclave n° 42

Facco: Ogm, Futuragra, semina in vista!

3 febbraio 2010 di LucaF.

Ministro Zaia, il protezionismo è un virus!

3 febbraio 2010 di LucaF.

I due articoli sono stati proposti al quotidiano “Libero“, diretto da Maurizio Belpietro, (il secondo dei quali richiesto all’autore) e mai pubblicati

Articolo di Leonardo Facco

Luca Zaia sarebbe un ottimo ministro dell’agricoltura, se solo abitassimo a Cuba o nella Corea del Nord.

Non passa giorno che non pontifichi su come proteggere prodotti, pianificare raccolti, organizzare filiere e salvaguardare colture.

Andreev gli avrebbe fatto un baffo.

Sarà che è veneto, ma questo suo interventismo in stile “Faso tutto mì” fa rimpiangere personaggi come Jean Baptiste Colbert, ministro delle Finanze di Luigi XIV che si presentò alla classe produttiva di Francia con questa domanda: “Ora che sono ministro, ditemi cosa posso fare per voi”? La risposta – roba d’altri tempi certo – fu laconica: “Laissez nous faire”! Ci lasci fare, non si intrometta, risposero gli imprenditori di allora.

Bei tempi!

Il leghista de “noantri”, invece, è sempre pronto ad intervenire, a difendere, a proteggere una categoria – gli agricoltori – che sono i più assistiti d’Europa, dato che il 50% delle entrate dell’Unione finisce per essere spesa per la famigerata P.A.C.

Non che non si facciano il mazzo i contadini, anzi, ma ormai fare l’imprenditore della terra significa nient’altro che fare a gara per ottenere finanziamenti, sussidi, aiutini, agevolazioni.

Gli agricoltori si fanno le scarpe l’un altro pur di strappare qualche euro in più di soldi pubblici.

Senza tener conto della mentalità che s’è diffusa: da Zaia in giù è tutta una pletora di chiacchiere su protezionismo e dazi, tra l’altro citando a sproposito i consumatori e il loro bene.

La tesi di un libro di Helen Disney, che ho avuto il piacere di pubblicare è, al contrario, assai semplice: “il protezionismo è indifendibile, se si persegue il benessere di tutti (cioè dei consumatori) e non quello di pochi”, come invece continua a fare il governo italiano.

Alla crisi del 1929 si è risposto con maggiore protezionismo – qualcuno ricorderà ancora la mitica “quota 90” nell’Italia fascista – ma l’esito è stato una terribile guerra mondiale.

Protezionismo e nazionalismo stanno spesso mano nella mano.

Scriveva Bastiat: “Dove passano le merci non passano i cannoni”.

Il protezionismo, spettabile ministro Zaia, mette non solo seriamente a rischio la pace, ma rappresenta soprattutto un grave danno per le popolazioni che alzano barriere di fronte ai prodotti di origine straniera e, ovviamente, anche per quelle che si vedono negare il diritto di vendere altrove i frutti del loro lavoro.

Sappia che se ai prodotti dei poveracci del Terzo mondo non si dà accoglienza (come accade già oggi ahimè, alla faccia dei Doha round), si finirà per avere alle frontiere milioni di migranti, che anziché lavorare a casa loro busseranno (quando andrà bene) alle porte delle nostre aziende.

Ancora.

Tra gli uomini Obama abbiamo ascoltato parole d’ordine tipo “buy american”.

Anche lei, come Berlusconi, più di una volta, ha insistito con un nazionalistico “comprate italiano” (ma una volta non era secessionista?)! Poi, ci spiegate che “lavorate” per il bene dei consumatori.

Quando, però, un pensionato di Treviglio o di Preganziol può comprarsi al mercato un paio di pantaloni a 10 euro ve la prendete coi cinesi che li producono.

O ve la prendete con la grande distribuzione se applica i “sottocosto” ai loro prodotti.

Mettetevi d’accordo ogni tanto, perché la libertà, con la quale mi pare vi sciacquiate la bocca senza conoscerne i principi, è una cosa molto seria.

Un tempo, sì era preistoria, il leghismo aveva come parole d’ordine il liberismo, l’antistatalismo e l’indipendentismo.

Oggi, e lei ministro Zaia ne è la conferma, la “Lega Nord per l’unità d’Italia” puzza di quel paternalismo centralista che all’inizio degli Anni Novanta aberrava.

Sa, signor ministro, qual è la differenza tra pianificazione e libero mercato? La prima, è una gara fra i peggiori politici il secondo, è una gara fra i migliori imprenditori. Me l’ha detta un ragazzetto di 19 anni che fa l’aiutante cuoco.

Se proprio desidera difendere noi consumatori, punti su meno regole, ma più trasparenza.

Meno barriere al commercio e meno incentivi inutili alla produzione (vedrà come le merci torneranno ad acquisire valore anche in agricoltura, come sostengono ad esempio gli Agricoltori Federati di Pordenone), meno tasse e meno burocrazia.

Semplici ricette al posto della temibile accoppiata perdente “protezionismo-nazionalismo”, che tanto affascina quelli come Hugo Chavez!

Tratto da Enclave n° 45

Ogm: il caso Englaro dell’agricoltura italiana

3 febbraio 2010 di LucaF.

Articolo di Piercamillo Falasca

E’ una questione di rilevanza assoluta, ma sui quotidiani italiani se ne parla appena.

A voler essere enfatici, si tratta del caso Englaro dell’agricoltura italiana.

Sulla base della normativa comunitaria, una sentenza del Consiglio di Stato accoglie il ricorso dell’agricoltore Silvano Dalla Libera (vicepresidente di Futuragra) e riconosce la libertà degli agricoltori di coltivare una certa varietà di mais ogm (accettata dall’Ue, che la inserisce nel cosiddetto “catalogo comune”), obbligando il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali a rilasciare entro 90 giorni l’autorizzazione alla coltivazione, anche in assenza dei cosiddetti “piani di coesistenza” regionali, finora ritenuti una conditio sine qua non dal Ministero, ma che secondo le direttive europee sono strumenti solo facoltativi.
Al giudice amministrativo replica il ministro leghista Zaia, che annuncia fuoco e fiamme contro la sentenza, ergendosi a paladino del “valore identitario” (sono parole sue) delle produzioni agricole italiane ed evocando il ricorso dell’Italia alla cosiddetta “clausola di salvaguardia” in sede europea.
Appena ieri, poi, il Pd presenta un emendamento-moratoria con il quale si chiede di sospendere ogni tipo di attività legata agli organismi geneticamente modificati, sia sul fronte della ricerca che su quello della coltivazione.

Facciamo qualche riflessione.

Nelle parole di Zaia – secondo cui il giudice amministrativo sconfesserebbe con la sua decisione la “volontà della stragrande maggioranza dei cittadini e delle Regioni italiane” – si coglie la consueta deriva populista di chi contrappone legge e opinione maggioritaria, quasi teorizzando la prevalenza assoluta di quest’ultima sulla prima.

Per rafforzare il suo no preconcetto alle coltivazioni ogm il ministro indica “quegli agricoltori, ancora una volta la stragrande maggioranza, che non vogliono ogm nei loro campi, consapevoli, innanzitutto, che è il valore identitario delle loro produzioni ad essere messo a repentaglio, la fertilità del loro futuro”.

Insomma, il principio della dittatura della maggioranza troverebbe applicazione anche nello specifico settore dell’agricoltura, dove il buon Zaia vorrebbe che le opinioni e gli interessi di alcuni limitassero la libertà d’iniziativa economica degli altri.

Più che ministro della Repubblica, in questa vicenda Zaia si comporta come delegato della Coldiretti presso il governo italiano, scegliendo esplicitamente di tutelare gli interessi di un’organizzazione molto più politicizzata che rappresentativa.

Seguendo le indicazioni dei più dotti manuali di propaganda sovietica, l’esponente leghista evoca le perfide multinazionali: sarebbero loro le beneficiarie del colpo di mano giudiziario.

Non dice il ministro che ci sono circa 400 piccole e medie aziende agricole che aspettano da anni l’autorizzazione alla coltivazione del mais e che alcune migliaia di agricoltori che attendevano l’apertura al mais ogm per rilanciare un settore in difficoltà economica ormai cronica.

Ancora più grave è il silenzio del ministro sugli aspetti sanitari della vicenda: da tempo il mondo scientifico, con in testa il professor Umberto Veronesi, denuncia la presenza di muffe cancerogene nella maggior parte del mais “tradizionale” coltivato in Italia.

La varietà ogm in discussione risolverebbe il problema.

Non sarebbe opportuno che il ministro dell’Agricoltura, anziché dichiarare guerra alle multinazionali con l’introduzione di fantomatici “marchi etici”, affrontasse la questione in modo pragmatico?

Il miglior alleato del ministro in questa battaglia ideologica è il centrosinistra.

Con un emendamento al cosiddetto decreto Milleproroghe, il senatore del Pd Francesco Ferrante ha proposto una moratoria sulla coltivazione e finanche sulla ricerca in materia di ogm fino all’approvazione da parte delle Regioni dei piani di coesistenza, invitando Zaia e la Lega Nord a sostenere l’iniziativa.

L’Italia – Ferrante appare più sicuro di quanto lo possa mai essere un esperto agronomo – non ha bisogno di ogm”.

Quella sinistra così attenta ai richiami dell’Unione Europea propone ora di violare apertamente la normativa comunitaria, pur di non lasciare a Zaia lo scettro di difensore dell’Ogm-free.

Quella sinistra che fa un gran parlare di tutela dei consumatori adesso chiude le porte allo sviluppo di un settore che consentirebbe un alleggerimento della “bolletta alimentare” per le famiglie italiane, in primis quelle a basso reddito.

Quella sinistra che si squarcia la gola in nome dell’ambiente ora preferisce conservare lo status quo dell’agricoltura italiana – l’uso sempre più massiccio di pesticidi ed insetticidi – anziché promuovere l’innovazione biotecnologica.

Ora la palla passa al Governo ed al PdL, a cui spetta il compito di evitare l’accanimento ideologico di Zaia e della sinistra.

La sentenza del Consiglio di Stato – che ha autorizzato la coltivazione nel nostro paese di una varietà di mais ogm accettata dall’Unione Europea e già coltivata in Spagna, Portogallo, Polonia, Repubblica Ceca e Romania – ha aperto le porte ad una possibilità in più per l’agricoltura italiana: coltivare ogm non sarà un obbligo per nessuno, né tantomeno sarà un obbligo consumare prodotti geneticamente modificati, ma il divieto per i nostri agricoltori di sperimentare e utilizzare le tecniche agricole più produttive rischia di penalizzare pesantemente la nostra agricoltura negli anni a venire.

Tratto da Libertiamo.it

OGM, importazioni e suicidio europeo

3 febbraio 2010 di LucaF.

Una delle prime domande che ci poniamo ogni giorno, magari sorseggiando un caffè è: che tempo fa? Conoscere la risposta a questa domanda è fondamentale per decidere come vestirci, se è il caso di uscire in bicicletta o ripiegare sul più scomodo, ma asciutto, tram e molto altro ancora.

Una analoga domanda assilla la nostra industria mangimistica e di conseguenza tutto il comparto degli allevatori (mucche, maiali, polli,…), ma è riferita, più che al cielo, ai mercati internazionali e alle sue perturbazioni (apriti cielo!).

In particolare c’è una delle nuvole all’orizzonte che dà da pensare e la domanda che viene “naturale” è:“cosa succederà quando le nuove varietà di soia e di mais GM saranno approvate per la coltivazione negli Stati Uniti e in sudamerica?”.

I nostri meteorologi è ormai da un po’ che ci si stanno allambiccando ed il frutto delle loro elucubrazioni si trova ben sintetizzato in un agile report della DG (Direzione generale) for AGRICULTURE and RURAL DEVELOPMENT della Commissione Europea che descrive i vari scenari possibili e le conseguenze per i consumatori europei (cioè (ahi)noi).

La questione è abbastanza semplice.

Se la UE continua con la tolleranza zero verso le varietà non ancora approvate nella UE (poco importa se reputate sicure dall’EFSA), il tempo previsto oscilla tra il temporale e l’uragano.

Se la UE non sveltirà il suo processo autorizzativo e insisterà nel non voler importare materiale GM (con soglia zero assoluto) sebbene autorizzato e coltivato in paesi da cui noi cronicamente importiamo innanzitutto dovrà:

1) sobbarcarsi un’immensa mole di analisi i cui costi ricadranno (ovviamente) su di noi: si badi bene, non per ricercare la presenza di alcune tossine oppure di pezzi di vetro o escrementi di ratto (questi due ultimi parametri pare non vengano esaminati, per cui per essi nella sicura UE non esistono nè soglie nè controlli!) ma solo un frammento di DNA che è stato considerato sicuro, ma la cui autorizzazione (con tutta probabilità) è arenata da qualche parte per cause tutte politiche.

2) rifiutare tonnellate e tonnellate di granaglie et similia sicure e di buona qualità per poi doversi interrogare su dove reperire (e con quali standard e costi) ciò di cui abbiamo bisogno.

Per la cronaca l’Europa ha importato nel 2006 circa 36 Mt di soia e derivati.

L’Italia 4 Mt.

E’ possibile sostituire la soia importata con produzione interna o con colture alternative solo per un 10-20%. Ed il resto? e se si dovesse arrivare ad un blocco delle importazioni, prima dagli USA e poi anche dall’america latina?

Immaginatevi la scena…

Un primo caso: “minimal impact scenario”, potremmo riuscire ad uscire dalla crisi senza grossi problemi a patto che la Cina non aumenti la sua domanda e che l’importazione dagli USA possa essere sostituita con importazioni dall’america latina.

In un secondo caso: “medium impact scenario”, ci troviamo costretti a bloccare le importazioni da Argentina e US e tentiamo di compensare con il Brasile.

Usando tutte le contromisure, questo però lascerebbe comunque un deficit di 3,3 Mt.

Nel terzo e peggior caso “worst case scenario” ci suicidiamo bloccando l’importazione da tutta l’america latina, la UE si troverà così con un deficit di 25,7 Mt, anche dopo aver preso tutte le misure possibili per alleviare l’impatto.

Che ne sarà di noi???

Pur augurandoci che la Cina smetta di crescere e che il sud america decida, in controtendenza con il passato, di non adottare le nuove varietà di OGM molto probabilmente dovremo gestire o il medium o il worst case. Quali sarebbero dunque le loro conseguenze??

Stando ai “metereologi” il costo dei mangimi salirebbe del 22,8% o del 600%, rispettivamente.

Niente male, no?

In conclusione, la zootecnia europea rischia di chiudere e ci ridurremmo ad importare carne di animali allevati all’estero, esattamente con quelle varietà di cui non tolleriamo una presenza di un seme su 1000. Bel risultato!

Diciamoci la verità, questa “strategia” europea sa tanto di surreale, quasi un condannato che si sta insaponando la corda con cui verrà impiccato.

Là dove finisce la logica, lì incomincia la politica europea sulle agro-biotecnologie, giusto per parafrasare un celebre detto najotto.

Tratto da Enclave n° 41

I video della conferenza ML e Futuragra di ieri trasmessi in diretta da Milano sulla ML web-tv

3 febbraio 2010 di LucaF.

Ecco in sequenza i video registrati della conferenza stampa del Movimento Libertario con Futuragra svoltasi in diretta ieri da Milano in merito alla sentenza del Consiglio di Stato che ha di fatto autorizzato la coltivazione di piante OGM in Italia.

Sono intervenuti alla conferenza:

Giorgio Fidenato Segretario di Futuragra, Presidente Agricoltori Federati e Co-Fondatore del Movimento Libertario

Silvano Della Libera, vice presidente di Futuragra

Gilberto Corbellini, presidente di Sagri (Salute, agricoltura, ricerca)

Roberto Defez, biotecnologo, ricercatore del CNR a Napoli (CNR)

Francesco Sala, Docente di Botanica generale e Biotecnologie delle piante presso l’Università degli Studi di Milano

http://archive3.justin.tv/redirect/archives/2010-2-2/live_user_movimentolibertario_1265103609.flv

http://archive.justin.tv/archives/2010-2-2/live_user_movimentolibertario_1265103912.flv

http://archive3.justin.tv/redirect/archives/2010-2-2/live_user_movimentolibertario_1265104212.flv

http://archive.justin.tv/archives/2010-2-2/live_user_movimentolibertario_1265104511.flv

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http://archive.justin.tv/archives/2010-2-2/live_user_movimentolibertario_1265109910.flv

http://archive.justin.tv/archives/2010-2-2/live_user_movimentolibertario_1265110213.flv

I filmati sono visionabili nella zona archivio della web-tv del Movimento Libertario.